lunedì 3 dicembre 2012

Il fronte degli scrittori


Perché oggi gli autori italiani tornano a raccontare la guerra

Mazzucco, Giordano, ma anche Mazzantini e Soriga. 
Così una nuova generazione ha scelto questo tema


Andrea Bajani 

"La Repubblica", 3 dicembre 2012

In un`intervista rilasciata a Posi tif nel 1979, Michael Herr, cui Coppola si era in parte ispirato per girare Apocalypse Now, disse: "La guerra è eccitante, è palpitante. Per coloro che la vivono è una prova, un`iniziazione, qualcosa di orrendo e detestabile. lo sono fondamentalmente un pacifista". Michael Herr aveva fatto il corrispondente dal Vietnam per Esquire Magazine. Nel 1977 era uscito negli Stati Uniti, con grande clamore, Dispacci, un capolavoro che raccoglieva parte della sua esperienza al fronte, accanto ai soldati americani. Francis Ford Coppola fu appunto il primo a volerlo con sé perché desse voce a quella guerra. Kubrick, meno di dieci anni dopo, nel 1987, lo coinvolse nella sceneggiatura di Fidi MetalJacket, forse il film rimasto più impresso nell`immaginario bellico dopo la seconda guerra mondiale. Nell`agosto del 1999, pochi mesi dopo la morte di Kubrick, Michael Herr lo ricordò su Vanity Fair scrivendo che quando il Maestro l`aveva voluto conoscere gli aveva detto che aveva intenzione di girare un film di guerra, ma che non era certo di quale guerra avrebbe messo in scena. 
Proprio per quest`ultimo dettaglio legato a Kubrick, torna in mente Michael Herr mentre la guerra è di nuovo nelle librerie con ll corpo umano di Paolo Giordano, preceduto di sei mesi da Limbo, di Melania Mazzucco. Due romanzi dal fronte afgano. E negli ultimi anni, la guerra si è insinuata anche in altri romanzi italiani, tutti scritti nell`epoca del conflitto delocalizzato da autori generazionalmente lontani da un`esperienza diretta della guerra. Tra gli altri Dove finisce Roma, di Paola Soriga, Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek, Scemo di guerra di Ascanio Celestini, Il rumore sordo della battaglia di Antonio Scurati, Lorenzo Pavolini, Accanto alla tigre, in qualche modo anche Il demone di Beslan, di Andrea Tarabbia (ma si potrebbero citare anche libri diversissimi come quelli dei Wu Ming e della Margaret Mazzantini, n. d. r.). Gli approcci sono i più diversi, e diverse le guerre di riferimento. Arrivano due generazioni dopo gli scrittori della guerra esperita - la violazione, la maledizione del ricordo, l`afasia, la testimonianza, lo sbrego di un ordigno esploso dentro l`edificio protettivo della Storia - ovvero Fenoglio, Levi, Pavese, Calvino, Meneghello, Rigoni Stern. Tra le due, poi, l`accantonamento della guerra da parte della generazione di mezzo, postbellica, cresciuta dentro un Paese che chiamava a raccolta non per combattere ma solo per produrre e consumare. E poi, infine, è arrivata appunto l`ultima leva, a cui nessuno ha più chiesto nemmeno di produrre ma soltanto di comprendere, pazientare e dire grazie. Ecco, leggendo gli ultimi romanzi colpisce il fatto che quanto più la guerra si allontana dall`esperienza diretta e si fa mediatica, tanto più rientra dalla finestra della letteratura, chiede al lettore di attivare emozioni in grado di renderla viva dentro di sé.
Ecco, mi domandavo: a quale esperienza della guerra fa appello Paolo Giordano, nato nel 1982, per raccontare la storia di un contingente italiano in Gulistan?A quale guerra fa appello Melania Mazzucco (1966), o Paola Soriga (1979), o Andrea Tarabbia (1978)? E soprattutto a quale esperienza di guerra fanno appello i lettori, facciamo appello noi quando li leggiamo? Qual è la guerra che siamo in grado di vivere, leggendo? Qual è la guerra che parla in noi? Riporto qui qualche frase, da Il corpo umano: "Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini"; "Questa guerra la perderemo così, alla fine. Quei farabutti ci ammazzeranno di noia"; "Questa guerra è diventata una guerra del cazzo.. . Il nemico non lo vedi più, non c`è". Da Limbo: "Sacrificarmi per qualcosa di più nobile mi faceva sentire importante, [...L' io che ero lo zero assoluto"; "La vita dei soldati è plurale [.. soffrire gli stessi disagi, [...] temere le stesse cose. Si diventa cellula di un organismo vivente che non può fare a meno di noi". 
Ecco, leggendo questi libri mi sono venuti in mente i raduni nazionali degli alpini che ogni anno rovesciano nelle città, in diretta, migliaia di militari ed ex militari in divisa. Le città, di colpo, si riempiono di accampamenti, camionette, soldati di tutte le età. È qualcosa, a vederla dalla tv, che sta tra la parata di un esercito occupante e la festa di un gruppo di "ex", di persone che hanno almeno un pezzo di passato da mettere in comune. Se ne stanno lì, gli "ex", contenti e nostalgici, reduci da niente. Senza niente. Senza un fronte, senza un nemico, solo con la consolazione - o l`emozione - di stare sotto un cappello che è uguale per tutti. E tutte le volte penso che la guerra, per loro, per noi, ricomincia appena si tolgono il cappello e restano da soli: la guerra ai semafori, barricati ciascuno nella propria auto a latrarsi addosso, la guerra sui posti di lavoro, a fare finta di niente quando la scrivania accanto di colpo resta vuota, la guerra delle scuole, con i soffitti che crollano e ammazzano studenti, la guerra dei padri che hanno troppa paura del mondo per proteggere i propri figli e vogliono solo salvarsi, la guerra degli anziani, lasciati sul binario morto del si salvi chi può, la guerra delle famiglie in tribunale, la guerra dei poliziotti che prendono a calci in faccia gli studenti, di chi fa guerriglia in mezzo a una valle, di chi si incatena a un palo sotto la propria azienda perché rivuole il proprio posto, la guerra dei morti in mare, dei sepolti vivi nel web, degli agonizzanti per strada, delle code peri prestiti. E soprattutto, il dolore e l`insensatezza, di tutto questo.
"Penso che non ci sia mai nessuna buona ragione perché delle persone si uccidano tra loro", diceva Michael Herr, rispondendo al giornalista di Positif. E però poi aggiungeva "Ma al tempo stesso accetto il fatto che continui perché tutto questo è in noi, e deve esprimersi. È quello che ogni giorno facciamo per strada attraverso milioni di piccole aggressioni". È questa la guerra a cui facciamo appello, quando leggiamo romanzi come questi, come quello di Giordano, così violento perché riguarda solo in parte la guerra degli eserciti, ma riguarda soprattutto molto quella degli umani, il vuoto spalancato di fronte a un quotidiano conflitto senza nemico. E sale forse la voglia, o la nostalgia, di poter dire "Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini". E anche il desiderio, o la nostalgia, di essere uno di quei ventisette, essere parte di una cosa, fidarsi, non essere per l`ennesima volta, ancora una volta, da soli. 
(L`autore è uno scrittore, tra i suoi ultimi libri "Ogni promessa" uscito per Einaudi)


PER APPROFONDIRE:

Theorists, novelists and partisans of all stripes have written on war. The Book Review asked a range of writers to recommend titles they find particularly illuminating. 

Europa-Asia: come si inventa il nemico


Per accreditare l’idea di un antagonismo eterno 
si risale fino a Troia e alle guerre persiane

Luciano Canfora

"La Stampa",  3 dicembre 2012

I procedimenti mentali intesi a dare alla nozione di Europa un contenuto storico, o addirittura politico, organicamente unitario sono votati al fallimento: questo non impedisce, ovviamente, che abbiano successo come pseudoconcetti della retorica comiziale.
Tentativi del genere si ripetono nel tempo, e prendono le mosse dagli spunti più diversi.
Tra le risorse più utilizzate vi sono, com’è noto, due remotissimi avvenimenti storici, la guerra di Troia (circa 1200 a. C.) e le guerre persiane (490 e 480-478 a. C.). Entrambi proverebbero che Europa e Asia si sono scontrate da sempre, e comunque ab immemorabili tempore, e che dunque oggi - in tempi di crescita esponenziale dell’economia indiana e, ancor più, di quella cinese - è giunto il momento della riscossa europea ancora una volta contro l’Asia: «fare fronte» (come dicevano un tempo gli attivisti dell’ultradestra eversiva) nel nome di Agamennone e di Menelao e, perché no, di Temistocle. Né importa che proprio lui, Temistocle, il vincitore di Serse a Salamina (con buona pace degli «europeisti da comizio») sia poi fuggito in Persia ostracizzato dagli Ateniesi, e ospite di Artaserse fino alla fine dei suoi giorni, in qualità di governatore della satrapia persiana di Magnesia al Meandro per ordine di Artaserse I. La storia, si sa, è complicata, e, se studiata da presso, smentisce la retorica comiziale.
Mette conto osservare, peraltro, che l’operazione di collegare passato e presente per cavarne insegnamenti attuali fu già compiuta in antico, ma non tanto a sostegno della presunta polarità Europa/Asia quanto, semmai, per suffragare il fondamento antico dell’antagonismo Grecia/Asia e portare argomenti alle aspirazioni egemoniche imperiali di chi voleva dominare sui Greci e accampava di chiamarli a raccolta per proseguire la storica, inestinguibile guerra contro l’Asia.
Un tale argomento fu il cemento ideologico dell’impero ateniese nel V secolo e fu ripreso e amplificato - con l’aiuto di devoti propagandisti - da Filippo di Macedonia nel secolo seguente. Ma in un caso come nell’altro si trattava per l’appunto di una copertura propagandistica delle aspirazioni egemoniche sul mondo greco tanto da parte di Atene quanto da parte di Filippo.
Un bell’esempio di come poté svilupparsi questo genere di operazioni ideologiche a base storiografica è dato dalla tardiva nascita della «cornice» dell’opera di Erodoto.
Per quanto la prudenza si imponga quando si cerca di stabilire attraverso indizi la stratigrafia compositiva di un’opera antica (per la quale in genere mancano informazioni esterne che rivelino il cammino compiuto dall’autore), è tuttavia ragionevole pensare che la «cornice» riassuntiva iniziale mirante a proiettare molto indietro nel tempo le radici del conflitto greco-persiano sia nata per l’appunto quando il racconto erodoteo si è concentrato, negli ultimi libri, sulle due invasioni persiane della Grecia. A quel punto si sono verificati, in modo convergente, alcuni fenomeni che hanno contribuito a far nascere quella «cornice» che solo molto tardi Erodoto deve aver collocato al principio della sua opera. E cioè: (a) il dilatarsi oltre misura del racconto di quelle due guerre e soprattutto dell’invasione di Serse, la più pericolosa e la più durevole; (b) il fatto che dunque tale racconto veniva a costituire la metà almeno dell’intera historíae; (c) il fatto che la vittoria sui Persiani venisse da tempo e stabilmente adoperata da Atene per giustificare il proprio impero imposto agli alleati greci; (d) la crescente insofferenza dei Greci verso tale uso imperialistico della vittoria sui Persiani, «nemico storico», nemico «di sempre»; (e) la scelta di Erodoto di far propria quella propaganda nel momento in cui Pericle stava portando Atene verso un micidiale conflitto intergreco; (f) la necessità propagandistica di dare al conflitto da cui la potenza imperiale ateniese era sorta lo sfondo storico mitico di un conflitto eterno, di una minaccia sempre presente da cui Atene aveva salvato i Greci tutti, ivi compresi quelli che ora le si opponevano o le si ribellavano.
Di qui la «cornice» in cui quel conflitto «eterno» viene teorizzato ed esemplificato: una cornice che dà unità a tutta l’opera imponente dello storico di Alicarnasso fattosi ateniese di adozione e pericleo di simpatie politiche.
Grecia e Asia, dunque: non Europa e Asia, stante che l’«Europa» di Erodoto è una Grecia un po’ più vasta, non un continente.
Erodoto è consapevole del carattere ideologico di una tale impostazione. In lui il propagandista generoso della giustificazione periclea dell’impero convive con l’etnografo che sa bene quanto Asia e Grecia e Africa siano realtà compenetrate, non contrapposte, e quanto, semmai, la Grecia debba a quegli altri due mondi, coi quali sin dal principio aveva convissuto mescolandosi.

Stranieri in mezzo a noi  

Con Luciano Canfora al via «Lezioni di storia»

Jolanda Bufalini

"l’Unità",  3 dicembre 2012

ROMA QUAL È L’ORIGINE DELLA PAROLA STRANIERO? LA RADICE EXTRA NON AVEVA IL SIGNIFICATO POSITIVO DI STRAORDINARIO CHE OGGI GLI SI ATTRIBUISCE, vi era un senso piuttosto negativo, come nella parola «rivale» che altri non è che «colui che abita sull’altra riva». Ieri a preso avvio all’Auditorium parco della musica di Roma il settimo ciclo delle Lezioni di storia, dedicato quest’anno a «Lo straniero fra noi». Stesso successo di pubblico delle edizioni passate, i biglietti sono quasi esauriti fino a primavera, anche se si può sperare nel last minute, già ieri si era formata una coda di chi conta sulle defezioni. La proposta delle «Lezioni» si è, intanto, allargata a molte altre città (i programmi nel sito della casa editrice).
Ha inaugurato Luciano Canfora con «Siracusa 388 a.c., Platone respinto da Dionigi Tiranno di Siracusa» e, noi, abbiamo iniziato dalla fine, dalle domande del pubblico. L’etimologia di «rivale» dà la misura, dice Canfora, dei sentimenti di ostilità che suscita chi è considerato straniero. Cita un vecchio filosofo con propensione all’azione che incitò: «Proletari di tutto il mondo unitevi!», purtroppo però, questa è stata sempre una cosa difficile, una utopia. Ma, aggiunge lo storico, non è detto che l’importante sia il risultato, importante è la lotta, nella quale c’è già un risultato. Cita il denigrato imperatore Claudio, c’è una lettera al Senato romano, contrario ad estendere diritti di cittadinanza ai Galli del nord, in cui l’imperatore si esprime a favore dei Galli con l’argomento «il decadimento delle città greche è legato alla loro chiusura», alla incapacità di inclusione. Così a proposito della speranza di costruire una società giusta, «negli ultimi anni – dice lo storico – è di moda deridere chi aspiri alla formazione dell’uomo nuovo. Questo cinismo ha, dalla sua parte, molte lezioni che la storia ci ha dato». È un po’ come nel primo libro della Repubblica dove «si mette in difficoltà Socrate: la giustizia è una illusione, l’utile prevale». Ma, pur con tutto il realismo che la storia insegna, non si può dimenticare che «l’impero romano finì quando qualcuno gli sfilò dolcemente il potere grazie alla forza di parole come “lascia tutto e seguimi”».
Quanto alle disavventure di Platone con il tiranno Dionigi, non so se sia nei programmi del Parco della musica e di Laterza produrre i dvd, noi non ci proviamo nemmeno a riprodurre in mezza cartella il divertimento, il gustoso divagare nella filologia e l’interesse storico-politico suscitato dalla lezione.
Il primo problema da risolvere, spiega Canfora, è perché l’ateniese Platone, rampollo di famiglia nobilissima, discendente di Solone, nipote per parte di madre di Crizia, uno dei trenta tiranni, sceglie di andare in una città nemica: metropoli del mondo greco d’occidente aveva combattuto contro Atene ed era tradizionalmente vicina a Sparta. Il giovane Platone aveva pensato di dedicarsi alla sola attività politica, l’attività più alta nella polis. Ma va incontro a molte delusioni. Con i tiranni, con cui si schiera, ma che lo deludono quando mettono in difficoltà il suo maestro Socrate. Sarà la democrazia a mettere a morte Socrate, altra delusione. C’è il viaggio in Egitto mentre un altro socratico, Senofonte, va in Persia. L’esperienza dell’Egitto lo affascina, è una società ben ordinata e castale, governata dai sacerdoti. Sono tutte queste esperienze che lo portano a concepire l’eunomia, il governo dei sapienti e all’idea di provare a convincere il tiranno di Siracusa. Platone rischia la pelle, verrà persino fatto schiavo, lo salva un conoscente incontrato in Cirenaica, riscattandolo. Il filosofo non demorde e ci proverà ancora con Dionigi II, per scoprire che la frequentazione del potere corrompe. Canfora è troppo elegante per fare riferimenti alla attualità, ma chi ascolta non può non pensare al nostro governo dei tecnici.


domenica 2 dicembre 2012

Textbooks round the world


The textbooks children learn from in school reveal and shape national attitudes—and should provoke debate


PARISIANS are in a tizz about capitalism. New Yorkers get stressed about sex. In Seoul and San Antonio, Texas, 11,000km apart, citizens fret about the relationship between humans and apes. What goes into school textbooks—and, even more, what is left out—spurs concern and controversy all over the world.
And so it should. Few, if any, instruments shape national culture more powerfully than the materials used in schools. Textbooks are not only among the first books most people encounter; in many places they are, along with religious texts, almost the only books they encounter. A study in South Africa showed that fewer than half of pupils had access to more than ten books at home. In 2010 a study by Egypt’s government found that, apart from school textbooks, 88% of Egyptian households read no books.

Watching the Wahhabis

The degree to which a government keeps control of the textbooks used in classrooms is a good, if imprecise, guide to its commitment to ideological control. Where that yearning is strong, governments are likely to produce the texts themselves or define minutely what goes into them. But even when governments are less directly involved, ideology can count—either the ideology of the groups that control textbook-writing, or of those that seek, through school boards and the like, to constrain them. Such manoeuvres can short-circuit the healthy debate that societies should encourage over how the world is taught to children, screening out views that offend or challenge those who wield the blue pencils of power.
America’s State Department employs people to keep an eye on other countries’ textbooks, in an effort to understand better how their people think and what their governments want them to think. Other countries probably do the same. So too, in its own way, does the Georg Eckert Institute, a centre for textbook research in the small German town of Braunschweig. It is a measure of how sensitive the subject can be that even this independent institution must struggle to get copies of textbooks from many places. Nonetheless, it has gathered samples from 160 countries. Simone Lässig, the institute’s director, says the most contentious are books covering history and geography, especially when they include maps, though religion is a growing area of dispute.
Other people’s textbooks have long been a source of worry. After the first world war, the League of Nations sought to make them less nationalistic. Anxieties increased, though, after the attacks on America on September 11th 2001, when some in both America and Saudi Arabia, including officials, supposed that Saudi Arabia’s curriculum of intolerance was responsible, at least in part, for the emergence of al-Qaeda’s brutal brand of jihad. Buffeted by the criticism, Saudi rulers promised reform. From King Abdullah down, Saudis have insisted repeatedly that the intolerant bits of their teaching materials have been removed. But in a stubbornly autocratic country that adheres to a puritanical Wahhabism, there is a lot of intolerance to go round.
The Institute for Gulf Affairs (IGA), a think-tank and human-rights lobby in Washington, DC, reports that much of the material that provoked fury in the West after September 2001 is still used in Saudi classrooms today. Ali al-Ahmed, director of the IGA and author of a forthcoming work on Saudi textbooks, cites such examples as “The Jews and Christians are enemies of the believers”, and “The Jews occupied Palestine with the help of the crusaders’ malevolence towards Islam… But the Muslims will not remain silent”. The Saudi education minister says the books are being revised—but that it will take another three years. Mr Ahmed says change is not happening sooner “because the state would be putting its survival at risk. The purpose of education is to ensure social obedience to the ruler.”
Sometimes the requirements of the state are more clearly seen in what textbooks leave out. In George Orwell’s “Nineteen Eighty-four”, the Party proclaimed that “Who controls the past controls the future; who controls the present controls the past”, and something similar seems to hold true in Beijing. Whole chunks of the past are erased from China’s textbooks, leaving history thoroughly sanitised. The official term in high-school textbooks for the famine that followed the Great Leap Forward in 1958 is “Three Years of Economic Difficulty”; although poor harvests are mentioned, the 30m deaths found in estimates from outside China go unrecorded. Earlier editions of the textbooks contained a brief section on “The Political Disturbance of 1989”—the euphemism for the Tiananmen protests—but these were removed when the textbook was revised in 2004. The “Disturbance” has now been extirpated from Chinese history lessons, lest any pupils feel inspired to cause another.

One country, one textbook

In Hong Kong tens of thousands of people, mustered mostly by a group of youngsters called Scholarism, started protesting in July against a plan by the Hong Kong government, prompted by Beijing, to introduce a new curriculum of “national education”, which would include new history textbooks. These, the Chinese hoped, would help to foster the sort of patriotism they want to see in the semi-self-governing city (see Banyan). As in the books used on the mainland, the events of the Cultural Revolution and the crackdown in Tiananmen Square were notable by their absence. The books also denigrated democracy, while praising the one-party system. Hong Kong’s protests ended in September after its chief executive, Leung Chun-ying, backed down: a victory for the protesters, making it highly unlikely that the government will try such a plan again.
None of this has blunted Chinese vigilance about perceived shortcomings in textbooks elsewhere. China and other countries have long excoriated Japan for the way its textbooks whitewash the country’s history, in particular glossing over Japanese war crimes. (The government does not write the textbooks; it merely approves them for use.) The “New History Textbook”, for example, written by a group of conservative scholars, is the result of a backlash in Japan against the “masochistic” way history was taught in the decades after the second world war. The version that was submitted for government approval in 2000 played down Japan’s aggression in the Sino-Japanese war of 1894-95 and the occupation of China in the 1930s and 1940s, and avoided mention of the use of sex slaves by its armies or the rape of Nanjing. It was subsequently published in a less strident form, and is still in use—but only in a tiny number of schools.
In America most of the disputes about textbooks are home-grown. Liberals worry that their children are being taught a nationalistic version of history that emphasises the wonders of industrialisation and plays down slavery and the slaughter of Indian tribes. By contrast, conservatives complain about insufficient patriotism and too much secularism. In 2010 the Texas board of education managed to remove Thomas Jefferson, author of the Declaration of Independence, from the state’s list of important revolutionary figures, apparently because of Jefferson’s insistence on the separation of church and state. He was, however, swiftly reinstated.
California and Texas tend to dominate such debates. These two big states have dictated the content of textbooks for the past 30 years, one feeding liberal teachers’ appetites, the other the conservatives’. In Texas, with 10% of America’s schoolchildren, textbook publishers have been keen to accommodate the preferences of the state board of education, and school districts themselves prefer not to put their heads above the parapet. Since 2009, however, Texas has given school districts more latitude to pick between hard-copy textbooks approved by the board and other materials, such as those found online; and the state has little authority, in any case, to make school districts follow its guidelines.
Sex education is a case in point. Five years ago, almost all Texas schools were teaching abstinence-only, knowing that this was what the state preferred. Now, however, about a quarter of the school districts have moved to more comprehensive sex education, after hearing that this was what parents wanted.

Darwin, sex and other worries

Sex seems a particularly American difficulty. In September the New York Civil Liberties Union published a study on sex education in schools in conservative upstate New York. The research showed that all the most commonly used health textbooks are stubbornly silent on the subject of condoms or other contraceptives as methods of preventing pregnancy or sexually transmitted diseases. Teachers are allowed to add their own materials and say what they want in class; but they must still teach from textbooks that warn pupils that being sexually active “interferes with your values and family guidelines” and counsel them that abstinence is a sign of good character.
In America creationists—mostly of the Christian variety—have long campaigned for textbooks to include alternatives to evolution by natural selection as an account of the natural world and human origins. They are not the only ones. In June a campaign led by the Society for Textbook Revise (STR) appeared to have succeeded in persuading South Korea’s textbook publishers to remove certain references to evolution. The umbrella group responsible for the STR includes the Somang Church, one of a number of evangelical churches and megachurches that are increasingly active in Korean politics.
The STR’s shenanigans led to uproar (although Christianity is growing in South Korea, a sizeable number of people declare no religious affiliation at all). The government has now set up a panel, led by the Korean Academy of Science and Technology and including biologists and palaeontologists, to oversee any changes to science books. The committee stressed that evolution was a part of modern science that all children must study. The STR, which sees its exclusion from the committee as a sign of bias, says it will fight on.
In avowedly secular France evolution causes no problems. But economics does. For years the French seemed quite blasé about economics textbooks that were filled with unreconstructed Marxism. Peter Gumbel, a British journalist and academic who has studied the French educational system, says such books sat happily with the idea that rampant economic liberalism was responsible for France’s weakness in the run-up to the second world war. French textbooks today are rather subtler, but still not much in favour of the capitalist way of doing things.
As president, Nicolas Sarkozy made a stab at reforming economics teaching. In 2008 there was an official “audit” of the economics textbooks, particularly focused on the way markets and enterprise were portrayed. But a committee set up to discuss improving the teaching of economics and business to French schoolchildren was disbanded after a few years. A new study of 400 pages of high-school economics textbooks, by the Institute of Economic and Fiscal Research, reveals that only a dozen are devoted to companies, and none to entrepreneurs.
Not all accusations against textbooks should be taken at face value, though. In December last year Newt Gingrich, then a candidate for the Republican presidential nomination in America, said Palestine had textbooks “that say, if there are 13 Jews and nine Jews are killed, how many Jews are left?” In 2007 Hillary Clinton blasted Palestinian textbooks for teaching children to glorify death and violence. But a report by the State Department in 2010 concluded that Palestinian textbooks merely showed “imbalance, bias, and inaccuracy”, and failed accurately to depict today’s political reality; they did not incite violence against Jews.
Samira Alayan, a researcher at the Georg Eckert Institute, says that Palestinian history textbooks do not deny that Jews have lived in Palestine throughout history. Rather, the books written by the Palestinian Authority since the 1990s often shy away from awkward questions. The authors cannot decide whether to portray Palestine as they understand it historically, Palestine as they hope it may emerge from a settlement with Israel, or the messy reality on the ground that changes from year to year. Many maps are kept historical or topographical to avoid having to draw contentious political boundaries; others mark the West Bank and Gaza in different colours or with dotted lines, but do not say what the divisions mean.
The strongly nationalistic flavour of Palestinian textbooks is not surprising, says Nathan Brown, a political scientist at George Washington University, when an entity has been born in conflict with another state. Nor are Israeli textbooks without fault. Nurit Peled of the Hebrew University of Jerusalem, who has studied Israeli textbooks covering history, geography and civics, says that in the books she has looked at Palestinians, when they appear at all, are depicted as refugees, farmers or terrorists—never as doctors or engineers, or any other sort of professional.
Between 2003 and 2008 the Georg Eckert Institute worked with the Peace Research Institute in the Middle East to produce a joint textbook of recent Israeli and Palestinian history that could be used by schools on both sides. It was, says Ms Lässig, “very, very difficult”. The result was a book in which the same events were told from Israeli and Palestinian perspectives on opposite pages—with a wide central gutter in which pupils could write their own responses to the contrasting versions. So far, neither the Israelis nor the Palestinians have officially adopted it.

Kalashnikov arithmetic

To find textbooks that live up to Mr Gingrich’s claims, you need to consider a conflict a little further back in time. In Afghan refugee camps in the 1980s, children were confronted with mathematical problems like this: “One group of mujahideen attack 50 Russian soldiers. In that attack 20 Russians were killed. How many Russians fled?” New books are lighter on the AK-47 as a teaching aid—but as in Israel and Palestine, the question of how to present recent history has been a touchy one.
The Afghan authorities say they want to present the history of the past three decades merely as a series of events. No blame is assigned, says Attaullah Wahidyar, an adviser to the ministry of education. “The players of the past 30 years are still players in Afghan politics today,” he explains. To include evaluations of recent historical events would make education a political minefield. “We are not ready to take that risk at this stage. We are working on nation-building and on state-building,” insists Mr Wahidyar. “Analysing our recent history will not help us in this. We do not want schools to be places where children start fighting over Afghanistan’s history.” Religion, too, is a tricky area. The country’s new textbooks, says Mr Wahidyar, still explain Islamic beliefs and practices, such as how to pray and how to perform ablutions. But there is nothing objectionable about that. And, he continues, books have become more balanced than they were under the Taliban.
Similar revisions and difficulties will face other countries in conflict, or undergoing a transition from one form of government to another. Libya, for example, needs a new range of textbooks, not only because children can no longer be taught that the will of the masses is infallibly expressed through the “peoples’ committees”—which have disappeared since Muammar Qaddafi fell—but also because of Qaddafi’s insistence that, in the cause of pan-Arab unity, maps of the region should show no national borders.
Fortunately, the spread of digital technology makes such revisions easier—even if it does nothing to resolve disagreements over what revisions should be made. The days when textbooks were covered with the scrawl of pupils in long-ago classrooms may be coming to an end. Digital books, which can be updated cheaply and often, will probably come to replace their paper counterparts. Some school systems are already embracing this. In September California’s governor, Jerry Brown, signed a bill to create a website where students can download popular college textbooks free of charge.
As long as textbooks in one form or another are used, says Ms Lässig, and as long as they are issued or approved by the state, they will remain a political issue. But as access to other texts is enjoyed more widely, some of the dominance they now enjoy will wane.
As indeed will the power of teachers—whose prejudices may often be just as ingrained as those found in textbooks, and rather harder to pin down. Henning Hues, a researcher at the Georg Eckert Institute, has studied South African textbooks and teaching. In one class he observed, a book issued since the rise to power of the African National Congress featured a picture of Nelson Mandela with, alongside it, a question about why the country’s first black president was a hero. The teacher, a white Afrikaans-speaker a few years away from retirement, ignored the task set and described Mr Mandela as an armed guerrilla and assassin.
A trip to Wikipedia by way of a smartphone will not necessarily let children work their way out of such dichotomies. But it will help.

Tullio De Mauro: Italia analfabeta


Secondo l'accademico della Crusca soltanto il 20 per cento degli italiani è in grado di orientarsi nella vita della società contemporanea


Dal "Messaggero" del 2 dicembre 2012, un estratto dell’intervista di Bruno Simili al professore Tullio De Mauro pubblicata sulla rivista trimestrale di cultura e politica Il Mulino, da lunedì nelle librerie.
De Mauro parla non solo della scuola ma dei problemi dell’istruzione in Italia, del tasso di analfabetismo e del confronto con gli altri Paesi europei.
Al Mulino ha affidato le pagine più belle in cui racconta la propria giovinezza tra Napoli e Roma tratteggiando l’Italia degli anni 1930-1950. Linguista di fama internazionale, De Mauro all’attività di studioso ha sempre affiancato l’impegno civile con una costante attenzione alle politiche per l’educazione e alla scuole. Dal 2000 al 2001 è stato ministro della Pubblica Istruzione e dal 2007 è presidente del Premio Strega. Nel fascicolo numero 6 della rivista, tra gli altri articoli, anche quelli di Loredana Sciolla e Claudio Giunti sull’istruzione, un approfondimento sul caso italiano di Michele Salvati e Paolo Onofri oltre ad una Finestra sul mondo e al Confronto sulla political economy di Germania e Italia.

ROMA - Anche nel caso della scuola, come per tanti altri problemi veri, assistiamo a una sorta di paradosso. Sembra quasi che, con il crescere dei dati disponibili e dei conseguenti allarmi, crescano anche l’inattività e il disinteresse. 
Non crede che i partiti dovrebbero sfruttare questo vuoto del governo tecnico per farsi portavoce di un programma per la scuola sintetizzato, per quanto possibile, in un programma politico?
«In un momento che mi appariva molto triste, anzi drammatico, all’inizio del primo governo Berlusconi, l’editore Laterza ideò una collanina di volumi intitolata Idee per il governo. A me affidò il volumetto La scuola. Ciò che sto per dirle ora lo avevo già scritto allora e, per quanto sia odioso citarsi, la sua domanda mi costringe a farlo. La risposta può essere riassunta sinteticamente in tre punti».
Vale a dire?
«Innanzitutto sulla nostra vita associata il livello di incultura della popolazione adulta pesa enormemente. È un livello della cui pochezza non ci rendiamo conto perché la scuola ha lavorato per portare nuove generazioni a livelli alti di istruzione, perlomeno formale – cifre mai viste in questo Paese, al 75, all’80% di diplomati. Nonostante gli ammonimenti di molti demografi, ma anche di economisti come Sylos Labini (...), noi ci immaginiamo che quell’alta percentuale di persone che hanno proseguito oltre la scuola media e sono arrivati al diploma sia proiettabile sulla società nel suo complesso. Non è così».
È una consapevolezza relativamente recente, però.
«È nel 1995 che accade qualcosa di nuovo dal punto di vista dell’acquisizione dei dati. Prima di allora avevamo a disposizione solo ipotesi e congetture sullo stato delle effettive competenze degli adulti, al di là dei livelli formali di istruzione. Ora possiamo contare su due indagini comparative internazionali, osservative, sui livelli di alfabetizzazione degli adulti; dall’anno prossimo dovremmo avere ogni tre anni i dati del programma Ocse sui livelli di alfabetizzazione. A costo di apparire troppo enfatico, devo dire che già adesso però il quadro è drammatico».
Dati catastrofici, da quel che so.
«Effettivamente i dati che vengono fuori per il nostro Paese possono essere definiti catastrofici. Queste indagini vengono condotte osservando il comportamento dinanzi a sei questionari graduati e vedendo come gli interpellati rispondono, se rispondono, a richieste di esibire capacità di lettura e comprensione, scrittura e calcolo. È interessante notare che in tutti i Paesi ci sono fenomeni di regressione in età adulta rispetto ai livelli formali, e questo del resto è il motivo per cui l’Ocse ha sposato questa indagine. Questo – oramai bisogna rassegnarsi – è un dato fisiologico.
Quanto ricordiamo, ad esempio, dei nostri studi liceali...
«Sì. Ad esempio, quanto greco, per chi lo ha studiato per cinque anni brillantemente, rimane dopo vent’anni? Nulla o quasi, se non si continua a sfogliare qualche libro in greco ogni tanto. Fenomeni di regresso appartengono alla fisiologia, entro certi limiti naturalmente. Ma noi siamo alla patologia (...) I nostri dati sono impressionanti. Un 5% della popolazione adulta in età di lavoro – quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 14 e i 65 anni – non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere che ha sotto il naso. Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello; e al secondo livello, dove le frasi si complicano un pò, si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente ”a rischio di analfabetismo”. Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso al pubblico – anche se è scritto bene, cosa tutta da vedere e verificare. E così siamo ai tre quarti della popolazione...»
Non resta neppure il solito 30%...
«Resta un quarto neppure della popolazione su cui la seconda delle due indagini infierisce, introducendo domande più complesse, di problem solving, cioè di capacità di utilizzazione delle capacità alfanumeriche dinanzi a problemi inediti. Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea: nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso».
Ma se si comparano i nostri dati con tre grandi Paesi europei, ad esempio, Francia, Inghilterra e Germania?
«In queste prime comparazioni la Germania non era presente. Ma a parte ciò resta il fatto che siamo al di sotto di qualsiasi standard. Tra i Paesi considerati, bisogna arrivare allo Stato del Nuevo Léon, in Messico, per trovarne uno più malmesso di noi. Con i dati Ocse dell’anno venturo avremo un quadro comparativo molto più articolato e vario: per ora siamo al penultimo posto nella graduatoria...»
Tra i Paesi ricchi, intende?
«No, fra tutti i Paesi studiati. Da questi dati emergono chiaramente sacche di regressione verso l’analfabetismo. Questo perché, per quanto le scuole possano lavorare, i livelli di competenze delle famiglie e più in generale della società adulta si riflettono massicciamente sull’andamento scolastico dei figli. Quindi riuscire a comprendere quanto sia rilevante il problema della scarsa competenza alfanumerica degli adulti significa anche capire quanto la nostra scuola lavora, per così dire, in salita. L’insegnante che cerca di occuparsi del ragazzino o della ragazzina che viene da una famiglia in cui mai sono entrati un libro o un giornale fa una fatica spaventosa; così la scuola deve svolgere un compito immane. Negli altri Paesi esistono degli eccellenti sistemi di educazione permanente. Da noi siamo a zero. Insieme a Saverio Avveduto e ad altri che, come capitava a me, avevano particolarmente a cuore questo tema, riuscimmo a persuadere Luigi Berlinguer a introdurre nella legge di riorganizzazione del sistema pubblico dell’istruzione un articolo in cui si diceva che l’istruzione permanente degli adulti doveva esserne parte integrante. Purtroppo però questo articolo è poi rimasto lettera morta».

"Il Mulino",  numero 6, novembre-dicembre 2012: Governare l'istruzione. 
Articoli segnalati:

Il paradosso di un Paese poco istruito 
Loredana Sciolla pp. 1011-1018

Programmi e risorse per la scuola 

Alessandro Cavalli pp. 1019-1026

Responsabilità, merito e valutazione
Giacomo Vaciago pp. 1027-1033

A cosa serve andare a scuola
Claudio Giunta pp. 1034-1043


La chasse spirituelle


La chasse spirituelle, manuscrit reproduit en quatrième de couverture de l'édition Léo Scheer.

Mais qui est l'auteur du faux Rimbaud? 
Jérôme Dupuis

"L'Express", 27 novembre 2012

C'est sans doute le plus célèbre faux de la littérature française. En 1949 parait dans les colonnes de Combat un long poème attribué à l'auteur d'Une Saison en enfer. Vrai scoop ? Supercherie? Le milieu littéraire va férocement s'écharper pendant des mois. Le grand rimbaldien Jean-Jacques Lefrère, qui a bien connu plusieurs protagonistes de l'affaire, en révèle les dessous dans une passionnante enquête. Entretien.
La Chasse spirituelle, un inédit de huit pages d'Arthur Rimbaud, surgit spectaculairement un beau jour de 1949 dans Combat, qui constelle les kiosques de Paris d'affichettes révélant son scoop. Que savait-on de ce poème jusqu'alors?
On n'en connaissait guère que le titre. Il s'agissait d'un manuscrit en prose, confié par Rimbaud à Verlaine, lequel l'avait laissé au domicile conjugal lorsqu'il avait quitté brusquement la France, en 1872, pour suivre son ami, dans l'équipée qui allait conduire les deux compagnons d'enfer à Bruxelles, avec la fin brutale et tragique que l'on sait. Verlaine, par la suite, tentera de rentrer en possession de divers effets personnels et manuscrits laissés dans le foyer abandonné, dont plusieurs écrits de Rimbaud, mais sans résultat : La Chasse spirituelle resta dans sa belle-famille, comme les autres écrits de Rimbaud, comme ce poème magnifique, intituléFamille maudite, que l'on a retrouvé il y a quelques années, en provenance presque directe de la belle-famille de Verlaine. Plus tard, alors que Rimbaud était parti pour d'autres horizons, Verlaine montrera une constance remarquable, durant plusieurs années, pour remettre la main sur, je cite, ce "manuscrit dont le titre nous échappe et qui contenait d'é­tranges mysticités et les plus ai­gus aperçus psychologiques".
En même temps que Combat, Le Mercure de France publie l'intégralité de cette Chasse spirituelle sous forme de livre. Est-ce du "bon", du grand Rimbaud?
Le texte a beaucoup déconcerté à sa parution, et il y avait sans doute de quoi. Il rappelait tout à fait, par son ton, bien des passages d'Une saison en enfer. D'un autre côté, j'ai quelque difficulté à concevoir ce que peut être du "bon" Rimbaud, ce qui implique qu'il en est du mauvais. Il est clair que si l'on publiait aujourd'hui Un coeur sous une soutane ou les pièces de l'Album zutique, sans reproduire leur manuscrit en fac-similé, nombre de gens crieraient au faux en clamant que c'est trop "mauvais" pour être du poète de Bateau ivre.
A peine La Chasse spirituelle parue, un homme et une femme prétendent en être les auteurs. Qui sont-ils ? Et pourquoi auraient-ils commis ce faux Rimbaud?
Ils s'appellent Nicolas Bataille et Akakia Viala (un pseudonyme, dont le prénom signifie en grec "sans malice"). Le premier a été figurant dans Les Enfants du Paradis et sera plus tard le metteur en scène de la Cantatrice chauve au théâtre de la Huchette ; la seconde est bibliothécaire à l'Idhec (Institut des hautes études cinématographiques). Ils ont porté sur les planches, l'année précédente, Une saison en enfer, et la critique n'a pas toujours été tendre pour leur initiative. Aragon, notamment, a fustigé leur mise en scène... sans même être allé voir la pièce ! Nicolas Bataille et Akakia Viala prétendront que, pour se venger, entre autres d'Aragon, ils ont composé un faux Rimbaud, en le coiffant du titre de cette oeuvre perdue, La Chasse spirituelle. Pour habiller leur geste, ils expliqueront qu'un vieux collectionneur les a contactés à l'issue d'une représentation et leur a montré le fameux manuscrit.

Comment parviennent-ils à piéger des spécialistes de Rimbaud?
Via un libraire auquel Bataille et Viala l'ont glissé, de grands connaisseurs du poète, Maurice Saillet, Maurice Nadeau et Pascal Pia, ont entre les mains ce texte. Ils ne croient pas du tout à leur version. Ils viennent de publier des passages de La Chasse dansCombat et la totalité du texte en volume. Pascal Pia révèle qu'il a eu connaissance, il y a longtemps, de la vente du manuscrit de La Chasse spirituelle par un libraire. Les protagonistes sont en place, la bataille Rimbaud va commencer. Est-elle terminée ? Les jours prochains le diront.
Alors que Mauriac fut à deux doigts de publier dans Le Figaro un article s'extasiant sur cette Chasse spirituelle, un homme, et non des moindres, André Breton, prétendra, le jour même de la sortie de Combat, à partir d'une simple analyse littéraire du texte, que le poème de Rimbaud est un "faux". Soixante ans après, on ne peut que saluer sa clairvoyance. Pourtant, on vous sent un peu réservé sur sa réaction. Pourquoi?
Loin de moi l'idée de desservir le rôle de Breton dans la circonstance. Mais les choses ne se sont pas passées comme la postérité les a rapportées. On a parlé de la clairvoyance d'un grand poète pour juger l'oeuvre d'un autre grand poète. L'explication n'est pas fausse, mais elle est incomplète, car elle fait abstraction de ceci: Breton avait déjà eu à débattre sur des attributions de textes à Rimbaud et connaissait parfaitement le contexte biographique et historique du poète, et surtout il avait été prévenu par deux libraires que le texte qu'allait publier le Mercure de France n'avait pas la garantie d'authenticité que peut conférer la découverte d'un manuscrit autographe. Qui plus est, le nom de Pascal Pia, qui l'avait déjà piégé avec un faux poème d'Apollinaire, ne pouvait que le conforter dans ses soupçons. Il n'empêche qu'il faut reconnaître la fermeté et le courage de sa lettre dénonçant le faux: si le Mercure de France avait répliqué en exhibant un manuscrit, Breton aurait perdu la face.
Les deux auteurs du faux, Bataille et Viala, ne pensaient pas que leur canular prendrait les dimensions d'une polémique nationale. Ils organisent une incroyable conférence de presse pour s'expliquer, chez Lipp, mais, étrangement, ne parviennent pas à prouver qu'ils sont bien les auteurs de cette Chasse spirituelle. Pourquoi?
En effet, leur explication n'a pas convaincu tout le monde. Ils ont eu beau présenter des notes de travail, des pages de brouillon, on leur a rétorqué qu'ils auraient très bien pu les fabriquer après coup. En réalité, il faut se replacer dans le contexte de l'année 1949. On vivait à l'heure de Rimbaud: découvertes et publications se multipliaient. La publication de La Chasse spirituelle a eu un écho immense, car elle répondait parfaitement à une attente: l'espoir de retrouver ce texte mythique. Et voilà que deux comédiens inconnus annoncent qu'ils en sont les véritables auteurs, qu'ils ont monté un canular. Ceux qui ont donné foi au texte prétendent que c'est la revendication de la paternité de ce texte qui est en réalité une mystification! Ajoutez-y les désirs de règlements de compte entre surréalistes et critiques et les oppositions politiques entre journaux qui s'emparent de l'affaire (Le Figaro contre Combat)...
Vous avez été proche du grand critique Pascal Pia (1903-1979), dont vous avez d'ailleurs récemment préfacé les Chroniques littéraires (Editions du Lérot), ainsi que de Maurice Nadeau, aujourd'hui âgé de 101 ans. N'ont-ils pas été imprudents en publiant un texte dont ils n'avaient jamais vu le manuscrit?
Il est incontestable qu'ils n'avaient pas vu le manuscrit, mais Pia avait appris la survie et donc l'existence d'un manuscrit de La Chasse spirituelle. Tous deux ont fait confiance à Maurice Saillet, dont ils tenaient le texte et qui n'était pas le premier venu en matière d'histoire littéraire. Il est évident que l'objectif de Pia, avec la publication de ce texte, était de débusquer le manuscrit, en espérant que son détenteur se manifesterait, ne serait-ce que pour dire que le texte publié n'était pas conforme au manuscrit. Le problème est qu'aucun collectionneur ne s'est fait connaître en 1949.
Breton ira jusqu'à consacrer un pamphlet entier à l'affaire, Flagrant délit, ne ménageant pas Pia, Saillet et Nadeau. Ce dernier dira, plus tard avoir traîné cet épisode comme une "casserole". Ces trois hommes ont-ils été durablement marqués par cette polémique?
Ce que je puis dire, c'est que les protagonistes de La Chasse spirituelle avec lesquels les hasards de la vie m'ont mis en relation ne m'ont pas donné l'impression d'être sortis indemnes du combat. Il faut dire que la polémique de 1949 a été très violente, et qu'elle survenait sur un fond de grande tension entre Breton et ces trois grands critiques, qui ne l'avaient vraiment pas ménagé. Saillet et Nadeau, surtout, avaient fait montre, dans leurs articles sur Breton, d'une ironie que ce dernier ne pouvait tolérer. Pour Breton, cette occasion d'une revanche était trop belle.
Vous publiez un étrange fac-similé du manuscrit du poème en quatrième de couverture de votre livre. De quoi s'agit-il exactement?
Comme vous, je constate que la quatrième de couverture du volume reproduit un fac-similé du manuscrit de La Chasse spirituelle. Ce manuscrit fameux aurait donc survécu?

I libri di testo in formato digitale...


... spiano gli alunni (e danno voti all'impegno)

Evgeny Morozov

"Corriere della Sera", 1 dicembre 2012

Molti pensano che l’istruzione abbia un brillante futuro. Ad attrarre l’attenzione sono stati soprattutto i cosiddetti «massive online open courses» (MOOCs) — corsi online aperti a tutti. Grazie a società for-profit come Coursera e Udacity e a iniziative non-profit come edX (una collaborazione tra Harvard e Mit), oggi si possono trovare online migliaia di lezioni gratuite. I MOOCs aggiungono una gran quantità di contenuti attendibili ai milioni di testi e videoclip che già circolano in rete in modo caotico. E sono attraenti, perché evitano il rischio di guardare un video di YouTube per poi scoprire che il docente è un ciarlatano.
La digitalizzazione dell’istruzione è però accompagnata da un altro fenomeno: anche la stessa infrastruttura dell’apprendimento sta cambiando. Prendiamo una società come CourseSmart, leader indiscussa nel settore dei libri di testo digitali. Fondata nel 2007 da alcune grandi case editrici (tra cui Pearson e Mc-Graw-Hill Education), CourseSmart fornisce più di 20 mila libri di testo in formato elettronico (all’incirca il 90% di tutti i libri scolastici del Nord America); questi testi si possono leggere su computer, tablet, smartphone, sia online che offline. La società ha anche ambizioni globali, si sta espandendo in Medio Oriente e Nord Africa. Ai primi di novembre Course-Smart ha presentato un sistema di verifica online dello studio chiamato CourseSmart Analytics. Dato che i suoi libri di testo sono digitali, CourseSmart è in grado di monitorare la quantità di tempo che ciascuno studente passa su ogni pagina del libro, quali capitoli tende a saltare, quali passaggi gli creano difficoltà. Mettendo insieme queste informazioni, il sistema dà a ogni studente un «voto sull’impegno», che viene comunicato al docente. Presto metterà anche a disposizione degli editori uno strumento che permetterà di vedere come lo studente interagisca con i loro libri. Tre università americane si sono già dette disposte a provare.
Il proposito è quello di permettere agli insegnanti di identificare e riorganizzare le parti di un testo che presentano più difficoltà, aiutando la casa editrice a proporlo in una forma più accessibile. Ma è comunque una prospettiva inquietante. Immaginate un corso di letteratura in cui gli allievi debbano studiare 1984 di Orwell su libri di testo elettronici che di fatto li spiano; oppure un corso di storia in cui gli studenti usino i libri smart per apprendere la storia del sistema di controllo della Stasi.
Che influenza avranno sulle capacità critiche dello studente questi testi dotati di monitoraggio? Essere «critici» significa imparare a distinguere tra fonti diverse, nuotare contro le correnti intellettuali dominanti e a volte rifiutarsi di leggere i testi assegnati. Dovremmo considerare «disimpegnati» gli studenti che in Unione Sovietica fingevano di studiare i principi del marxismo-leninismo — così come gli insegnanti che fingevano di insegnarglieli? Non tutti possono essere liberi pensatori e difendere in pubblico la propria riluttanza a leggere un testo che trovano improprio; la resistenza è spesso passiva e non particolarmente eroica.
Alcuni studenti potrebbero poi non aver bisogno di leggere l’intero capitolo, perché ne conoscono già il contenuto. Il loro «voto sull’impegno» sarà basso, ma non sarà indicativo della loro conoscenza. Oltretutto, una volta che il «voto sull’impegno» fosse inserito nel sistema di valutazione delle autorità scolastiche, vi sarebbero forti incentivi ad aggirarlo — magari semplicemente voltando a vuoto le pagine elettroniche. Questo farebbe salire i voti, ma ancora una volta non ci darebbe indicazioni sulla qualità dell’apprendimento. L’istruzione oggi soffre di molti problemi, ma certo non della mancanza di obiettivi quantificati. Gli studenti vorranno ancora leggere un libro cartaceo se questo non fa salire il loro «voto sull’impegno»? Molti governi — specialmente di Paesi come Arabia Saudita o Zimbabwe — potrebbero voler sapere quali parti dei libri di storia gli studenti trovino noiose e quali interessanti, e nei regimi repressivi questo non fa presagire nulla di buono. Questi governi si doteranno anch’essi di piattaforme come quelle pensate per editori e docenti? Gli studenti con voti bassi su eventi importanti della storia nazionale saranno convocati dagli equivalenti locali del Kgb?
Anche nei Paesi democratici è però importante indagare che fine facciano i dati generati dagli studenti: tutti quei clic, quel voltar pagina e sottolineare. Potrebbero sembrare azioni banali, ma integrate con altri dati — ad esempio, gli amici su Facebook o le ricerche su Google — diventeranno molto interessanti per chi investe in pubblicità. Anche in questo caso, il rischio è che i libri elettronici promuovano il conformismo. Se le nostre abitudini di lettura potessero un giorno comparire sul nostro profilo online — visto dai potenziali datori di lavoro — ci penseremmo due volte prima di leggere un libro considerato sovversivo o di non leggere un testo considerato standard.
E questo non coinvolge solo le aziende che gestiscono l’ultimo anello della catena del libro di testo elettronico, come CourseSmart; ma anche — e a maggior ragione — quelle che, come Amazon e Apple, realizzano i gadget su cui questi testi vengono letti.
Queste grandi aziende tecnologiche non solo influenzano quel che gli studenti imparano, ma anche come lo imparano. Amazon, ad esempio, ha recentemente lanciato una nuova piattaforma, chiamata Whispercast, che consente alle scuole che usano in classe il suo Kindle di limitarne o bloccarne alcune funzioni. È così possibile impedire l’accesso a siti di social network o a Internet, o disattivare le funzionalità di Kindle che possano essere considerate una fonte di distrazione.
Tutto questo potrebbe essere utile a breve, ma sembra che gli studenti, presunti beneficiari della «rivoluzione digitale», stiano subendo l’imbroglio della retorica rivoluzionaria. L’era in cui gli studenti possono cercare qualsiasi cosa su tablet o e-reader — come una parola sconosciuta o una figura storica — potrebbe finire prima ancora di cominciare. Si risolverebbe forse il problema della distrazione, e sarebbe già un risultato. Ma c’è il rischio di inibire lo sviluppo di modi di apprendimento altamente interattivi, che potrebbero soddisfare — e persino espandere — la curiosità degli studenti più promettenti, anche se difficili. Libri di testo monitorati ed e-reader controllati non ci darebbero un altro Einstein.

sabato 1 dicembre 2012

Amore e Psiche


Il matrimonio di due capolavori

Cesare De Seta

"La Repubblica",  1 dicembre 2012

Sin dall’antichità la pittura è considerata da Plinio la più nobile tra le arti figurative. Leonardo da Vinci eleva la pittura a “discorso mentale”, anche perché l’artista non deve sottoporsi al labor fisico che comporta la scultura, e ne esalta la dignità di conoscenza considerandola superiore alla scultura e la colloca tra le arti liberali. Mettere a confronto due opere dello stesso soggetto quale Amore e Psiche di Antonio Canova e di François Gérard, di uno scultore e di un pittore, è idea felice in sé, ma anche o soprattutto per la specifica e singolare pertinenza del marmo e della tela in oggetto. Succede per la prima volta a Milano, a Palazzo Marino. Nella Sala Alessi è allestita da oggi grazie ad Eni, in partnership con il Louvre, questa mostra, che si inserisce nel solco di quelle fortunate promosse dall’azienda negli anni passati: il San Giovanni Battista di Leonardo (2009), la Donna allo specchio di Tiziano (2010) e L’Adorazione dei pastori e il San Giuseppe falegname di Georges de La Tour. Tornando a Canova, lo scultore di Possagno aveva già realizzato tra il 1789 e il ’92 una Psiche stante con una farfalla in mano, da questa prima idea sboccia il gruppo con le due figure stanti abbracciate tra loro. I due bozzetti, al Museo Correr di Venezia e al Museo e Gipsoteca di Possagno, fissano la prima idea: «rapidissima, striata con la stecca sull’argilla per cogliere un istante della rappresentazione che sarebbe stata sviluppata nel primo modello al naturale ed in argilla», ben scrive Mario Cuderzo. Dal bozzetto fu tratta la forma per la realizzazione del modello in gesso definitivo, che è nella Gipsoteca. Il marmo, alto 145 cm, ha un’intenzionalità che per la modulata finezza è proprio definire pittorica; come in un inconsapevole specchio, Gérard dipinge una tela il cui modellato è proprio definire scultoreo. Ciò detto le due opere, accomunate da questo sottile gioco del ribaltamento dei ruoli formali, non hanno nulla in comune nel rappresentare il mito di Amore e Psiche.
Canova a partire dal 1796 per alcuni anni lavorò a questo gruppo su commessa del colonnello inglese John Campbell che aveva incontrato a Napoli nel soggior- no del 1787, ma l’opera non giunse mai in Inghilterra per la difficoltà del trasporto e fu acquistata dal maresciallo Gioacchino Murat, futuro re di Napoli, che la collocò nel castello di Compiègne: questo è l’esemplare al Louvre, mentre la seconda versione con variazioni sul panneggio di Psiche – dopo un giro per l’Europa – giunse in Russia ed è all’Ermitage di San Pietroburgo. Il soggetto di Amore e Psiche risale ad Apuleio, ma Canova nell’iconografia attinse a un dipinto di Ercolano con Fauno e Baccante, e sappiamo quanto fu importante per lo scultore la visita agli scavi delle città vesuviane dissepolte. Quel che va sottolineato è il pensiero che ispira il gruppo: non è né grazioso né eroico, poetiche congeniali a Canova e al Neoclassicismo, come nota Fernando Mazzocca, è piuttosto una riflessione sul concetto di anima, cioè “psiche” in greco, che assume le sembianze della farfalla che la fanciulla regge per le ali. Il dio sembra quasi farsi proteggere dalla fanciulla, è visto di profilo e reclina il capo sulla spalla di lei, un braccio la cinge ponendole la mano sulla spalla. L’altra mano di Amore sembra voglia custodire la farfalla che l’amata ha in mano: Psiche è raffigurata frontalmente e c’è un arcano senso di mistero in questo gruppo che s’evince dall’amorosa intesa tra i due che è pura, esaltata questa purezza dalla straordinaria venustas con cui sono modellati i corpi dei giovani. Che il referente sia la statuaria antica è fuori discussione. François Gérard, nato a Roma nel 1770 dove visse fino a dieci anni, aveva madre italiana e sposò un’italiana, ritornò a Roma dal 1782 al ’86, e poi ancora tre anni dopo all’Accademia di Francia, per essersi guadagnato il secondo posto al Prix de Rome, dopo Girodet. A Parigi nel 1786 era stato ammesso nell’atelier di Jacques-Louis David che lo protesse evitandogli la coscrizione e lo considerò sempre tra i suoi allievi più dotati, tra i quali figurano Girodet, Serangeli, Chaudet e Prud’hon. Ingres entrò nello studio di David nel ’97. È questo il clima culturale in cui matura Amore e Psicheche viene presentata al Salon del 1798, suscitando reazioni contrastanti. Sylvaine Laveissièr ce ne dà conto in catalogo, ricordando il tema del primitivismo e la consonanza con l’antico che furono evocati. Quantunque avesse uno studio al Louvre, Girodet si guadagnò da vivere facendo per anni l’illustratore per opere di lusso dell’editore Pierre Didot, assieme a altri allievi di David, che era il regista di questa prestigiosa collana. Infatti Gérard aveva illustrato lo stesso tema per Les Amour de Psiché et de Cupidon di La Fontaine: ma l’iconografia è assai diversa dal dipinto. I due giovani sono in piedi e si abbracciano con una certa voluttà. Pierre-Paul Prud’hon aveva presentato al Salon del 1793 L’unione di Amore e Amicizia, che è una variazione del tema, ma in tal caso dio e fanciulla sono seduti e inseriti in un contesto paesistico non esente da reminiscenze roccaille. Dunque il dipinto di Gérard è l’esito di una ricerca innovativa e nell’iconografia prescelta ha una variazione molto sensibile rispetto al gruppo canoviano: Psiche è seduta su un sasso, Amore si accosta a lei in piedi, le bacia la fronte e ha due vistose ali. La tela, che misura 186 per 133 cm, fu esposta al Salon dell’anno VI nel 1798 e incarna un’idea di bellezza raffinata e sublime, che evoca la pittura rinascimentale. Psiche ci guarda con il suo bellissimo volto di raffaellesca eleganza, mentre il giovane è visto di profilo col corpo reclinato per accostarsi all’amata. In questa tela alita un’intenzionalità metafisica e neoplatonica, così diffusa in età rinascimentale e resuscitata in età neoclassica, vale a dire l’unione dell’anima umana e dell’amore divino. In tal caso la farfalla volteggia sul capo della fanciulla e non è tra le sue mani. La tela, che era stata preceduta dal gruppo di Canova di alcuni anni, esprime originalmente la sottile mescolanza tra una contenuta sensualità e una certa freddezza. La fanciulla è nuda, solo un velo ricopre gambe e bacino, ha un sguardo sognante. Il paesaggio, in cui sono immersi gli eroi di questo dolce mito amoroso, è idillico, forse con una inclinazione poussiniana.

Il tabù di Eros, dio bello e invisibile
Perché nel mito alla fanciulla-Anima è vietato vedere il suo amante

Umberto Galimberti

Narra il mito che una fanciulla di nome Psiche, figlia di un re, a causa della sua straordinaria bellezza, aveva suscitato l’invidia di Afrodite. La dea allora incarica Eros, suo figlio, di accendere in lei un amore insopprimibile per il più brutto degli uomini, ma Eros, quando la vide, si innamorò di Psiche, la rapì e, dopo averla portata in un luogo segreto, ogni notte, senza farsi riconoscere, la incontrava, per poi lasciarla ai primi raggi di sole senza svelare la sua identità. Ma Psiche, su istigazione delle sorelle che le fecero credere che ogni notte abbracciava un mostro orribile, si accostò ad Eros dormiente con una lampada accesa. E fu allora che si accorse che non di un mostro si trattava ma di un giovane e bellissimo dio. Accadde però che una goccia d’olio cadde sul corpo di Eros che, destatosi, abbandonò Psiche, la quale, in preda alla disperazione per la perdita dell’amato, prese a vagabondare disperata finché giunse nel palazzo di Afrodite che la ridusse in schiavitù. Ma Eros, che non poteva a sua volta trovar pace senza Psiche, riprese a incontrarla, e alla fine i due l’ebbero vinta sulla gelosia di Afrodite e restarono uniti per l’eternità. È curioso che uno dei miti più amati e rappresentati nella storia dell’arte occidentale sia basato proprio sull’invisibilità: Eros non vuol farsi riconoscere da Psiche (l’anima), perché l’amore non ha un volto, non ha un’identità, non ha dei lineamenti riconoscibili, per la semplice ragione che amore è una “forza” che, quando invade l’anima, la possiede e la fa peregrinare, tra entusiasmi e sofferenze, in un mondo fantastico che ha poca attinenza col mondo reale. Infatti, conosciamo Amore non perché lo “vediamo”, ma perché lo “sentiamo”, non perché sta di fronte a noi o abbracciato a noi, ma perché ci “possiede”, e in questo stato di possessione ci fa delirare, ossia uscire dal “solco ( lira) ” in cui monotonamente trascorreva la nostra vita, gettandoci in un’altra vita piena di “entusiasmo” perché, posseduta da amore, l’anima è abitata dal dio (en-theos).
Ma chi sono gli dèi se non la rappresentazione trasfigurata della follia che ci abita, e che quotidianamente teniamo a bada con i nostri sforzi di ragionevolezza che amore rende vani, mettendoci in questo modo a contatto diretto con la nostra follia? Sarà per questo che Platone, che pure ha inventato il nostro modo di pensare e ragionare, parla di amore come di una “divina follia”, anzi della «più eccelsa sotto l’influsso di Afrodite e di Eros» (Fedro, 265 b), e perciò dice che «la follia dal dio proveniente è assai più bella della saggezza d’origine umana» ( Fedro, 244 d). La follia generata da amore non ha un volto, perché tutti i volti sono suoi, perciò non è riconoscibile, non la si può “vedere”, la si può solo “sentire”, anzi “subire”, anzi “patire”. Per questo parliamo d’amore come di una “passione”, perché in preda alle cose d’amore il nostro io, la nostra razionalità “patiscono” una dis-locazione che Socrate chiama a-topia. Amore infatti porta fuori dal luogo (topos) dove solitamente si svolge la vita. Crea uno stato di estraneità rispetto agli spazi e ai tempi che scandivano la nostra esistenza. E-straneo al consueto svolgersi della quotidianità, l’amore e a-topos, è fuori luogo.
Si dirà, ma a differenza di Psiche, io vedo in volto chi mi ha catturato l’anima e mi possiede. Certo, ma non è da lui o da lei che sei posseduta o posseduto, ma dalla tua follia che lui o lei ha risvegliato e con la quale ti ha messo in contatto. Non diresti altrimenti nell’acme dell’amore: “mi fai perdere la testa”, “mi fai impazzire”. Non sono modi di dire, ma modi d’essere nella possessione d’amore.
Per effetto di questo contatto con la propria follia, grazie all’altro o all’altra che l’ha risvegliata, dopo una storia d’amore, qualunque sia il suo esito, non siamo più quello che prima eravamo. Perché, prima della violazione dei corpi, è la nostra anima che è stata violata squilibrando la nostra identità e le sue difese. Siamo entrati in contatto con l’altra parte di noi stessi e il nostro volto non è più riconoscibile come eravamo abituati a conoscerlo. Per questo Psiche non può vedere il volto di Eros. Amore non ha volto. Amore è una forza che possiede l’anima e, dopo averla posseduta, con la potenza che può avere solo un dio, la ri-genera.

Informazioni utili
“Amore e Psiche” da oggi al 13 gennaio 2013 al Palazzo Marino di Milano, Sala Alessi, grazie ad Eni in partnership con il Museo del Louvre i capolavori di Antonio Canova e François Gérard per la prima volta insieme. La mostra gratuita è curata da Valeria Merlini e Daniela Storti. Catalogo: Rubbettino Editore. A Palazzo Reale gli incontri moderati da Lella Costa (4, 11 e 18 dicembre alle 18, gratis con prenotazione)

Amore e psiche

Nel Settecento con l’inizio degli scavi di Pompei ed Ercolano si sviluppa l’attenzione per i particolari archeologici: nasce l’estetica del Neoclassicismo
Quando esplose la passione per l’antico

Anna Ottani Cavina

La passione bruciante per il mondo antico era scoppiata più o meno negli anni Quaranta del Settecento e coincide con la “resurrezione” delle città sepolte di Ercolano e Pompei e la conseguente caduta dei modelli correnti di conoscenza. L’incontro con i primi scavi era stato a dir poco uno choc, se l’eccitazione di quegli anni, segnati dalle scoperte archeologiche (130 campagne di scavo investirono la città di Roma nei soli cinque anni del pontificato di papa Pio VI), può essere còlta nella reazione esaltata di Giovan Battista Piranesi che «aveva escogitato di cuocere ogni domenica una grande caldaia di riso che potesse bastare per tutta la settimana» per potersi precipitare sui luoghi di scavo senza perdere un solo minuto. Nasceva allora il mito di un’antichità esemplare, origine e anche rimpatrio dell’anima classica, paradiso perduto e ancora promesso. Antichità come futuro.
Ma le “colorazioni” dell’età neoclassica, sull’onda di una nuova travolgente passione per l’antico, erano tante e molto diverse. Canova, nell’intero suo percorso di pittore e scultore, legge l’antichità filtrata dal pensiero di Winckelmann, che del Neoclassico era stato il profeta e il teorico. E sceglie il versante di una grazia intellettuale e sublime, tenera e sentimentale, nutrita dal mito di Atene: incontro fra bellezza e natura. Mentre il rapporto bellezza-libertà (dove l’ideale estetico veniva a coincidere con l’ideale politico) aveva alle spalle la fierezza di Sparta e l’etica austera della Roma repubblicana, trovando nelle icone statuarie del pittore Jacques-Louis David la sua definitiva consacrazione nel presente.
L’estetica della grazia come “aurora” della bellezza – chiave di lettura per L’Amore e Psiche di Canova e anche per quello di François Gérard esposti in questi giorni a Milano – fa riferimento a una grazia filtrata dall’intelletto, lontana dall’epidermica sensualità rococò che aveva caratterizzato il primo Settecento, reattiva invece alla purezza, all’innocenza e a quelle inclinazioni affettive, esaltate nell’età dei Lumi e poi di nuovo nell’età romantica. Il manifesto di questa poetica della grazia è naturalmente in una dichiarazione di Winckelmann, che celebra l’eterea eleganza delle Danzatrici dipinte su fondo nero, scoperte in una villa romana a Pompei: «fugaci come un’idea, fluide quanto il pensiero e belle come se fossero fatte per mano delle Grazie». Da allora, le danzatrici-libellule della decorazione parietale romana si sono librate per un lunghissimo volo, conquistando l’Europa a un ideale di grazia immateriale e alessandrina.
Canova ne è folgorato. Risponde con una suite di disegni e di tempere su tela grezza, variazioni bellissime sul tema delle danzatrici. E butta all’aria in un soffio il lungo tempo di posa che aveva caratterizzato l’immagine antica. I giochi d’amore della civiltà ellenistica, conosciuti attraverso le campagne di scavo e riletti con lieve ironia, acquistano allora uno scatto e una tensione improvvisa, che affiora in quegli anni anche nelle odi di Foscolo («quando balli disegni, e l’agile corpo all’aure fidando... »).
Contro la lastra compatta di un nero che simulava l’encausto romano, le ballerine di Antonio Canova (oggi si vedono nel museo di Possagno) danzavano gonfiando le loro vesti moderne di mussola à pois, scintillanti ed estrose come in un girotondo di fate, inafferrabili a due passi da noi.
Reintroducevano una cifra stilistica antica, ma erano anche l’emblema di una bellezza scattante e moderna che scivolava nel quotidiano della vita se è vero che un artista inglese, John Flaxman, disegnando “from Nature” (dal vivo) i giochi di due bimbe nel sole italiano, le ritrae a piedi nudi e vestite di veli, sulla falsariga delle danzatrici dipinte a Ercolano.
Come si vede, l’antico era un filtro inevitabile, un codice linguistico accettato e universale, fondato sulla validità del modello classico. Ma quel modello non era neutrale ed univoco. Il passato poteva essere inteso come mito rassicurante e positivo, come archetipo per potersi orientare e agire sul presente, attraverso il rilancio di quelle virtù civiche e politiche che furono il canone della Rivoluzione.
Ma il passato, nell’età neoclassica, poteva essere percepito anche come fardello, per via della sua perfezione inattingibile e paralizzante.
La disperazione dell’artista davanti ai frammenti dell’antichità, immagine celeberrima disegnata da Füssli, è l’espressione di quella condizione frustrante, che una distanza infinita separa dalla grazia ellenistica di François Gérard e dalla bellezza adolescente, luminosa e spirituale che è il lascito di Antonio Canova.

Dagli affreschi di Raffaello per la Villa Farnesina alle inquietudini di Munch 

Ecco come la leggenda ha ispirato i maestri attraverso i secoli

Il mito più amato dagli artisti

Lea Mattarella

Amore e Psiche hanno attraversato tutta la storia dell’arte. Sono molti gli episodi della favola narrata da Apuleio che vengono rappresentati dai pittori e dagli scultori nel corso del tempo.
Nel Rinascimento ai due innamorati che si muovono tra la terra e l’Olimpo vengono dedicati cicli pittorici straordinari come quello che Raffaello e la sua scuola realizzano, tra il 1517 e il 1518, per La Farnesina, la villa di Agostino Chigi a Roma. Qui, in un trionfo di festoni di fiori e di frutta di ispirazione classica, sono raffigurati su finti arazzi gli episodi trionfali di questa storia d’amore piena di simboli e significati: Il concilio degli dei che acconsente alle nozze tra i due e Il banchetto degli dei in cui si festeggia Psiche, resa immortale da Giove, e unita per sempre in matrimonio ad Amore. È significativo come ciò che appare dipinto in questa celebre loggia corrisponda perfettamente alla storia narrata dall’Asino d’oro di Apuleio, come se Raffaello e compagni avessero davvero messo in scena una rappresentazione teatrale del testo. Tra nudi, danze, elmi, drappi, corone di fiori si celebra visivamente un rassicurante lieto fine.
Giulio Romano e Perin del Vaga fanno parte della pattuglia di artisti chiamati a collaborare da Raffaello. Entrambi dedicheranno alle storie di Amore e Psiche due decorazioni che finiranno per essere tra le più importanti della loro carriera. Celeberrimi sono il banchetto rustico e quello degli dei affrescati dal primo tra il 1527 e il 1530 nella Sala di Psiche di Palazzo Te a Mantova. Dove, tra l’altro, compaiono nelle lunette tutte le vicissitudini a cui la fanciulla va incontro dopo aver spiato le fattezze del suo amato: eccola tra Tristezza e Ansietà, oppure addormentata dopo essere stata investita dal sonno infernale di Proserpina, o circondata dalle formiche che la aiuteranno a dividere le diverse specie di semi secondo l’ordine ricevuto da Venere. Qualche anno dopo, nel 1545, Perin del Vaga dipinge un fregio con dieci scene da Apuleio nell’appartamento di Paolo III in Castel Sant’Angelo. Qui fa la sua apparizione gloriosa il momento forse più amato dalla pittura successiva, quello in cui Psiche guarda furtivamente Amore e lo sveglia con una goccia di olio che cade dalla lampada con cui lo illumina. Perché il pontefice avesse scelto tale ciclo è presto detto: Psiche rappresenta in questo caso il percorso che l’anima deve compiere tra le traversie e le difficoltà del mondo per arrivare a Dio, allo spirito, all’immortalità. In chiave religiosa interpreta la vicenda di Psiche anche il pittore a cui si devono le decorazioni di Palazzo Spada-Capodiferro volute dal cardinal Girolamo Capodiferro negli anni del Concilio di Trento.
Nel Settecento invece questa storia appassionante diventa un po’ il manifesto della vittoria dell’amore sulle restrizioni sociali: se il dio si è innamorato di una mortale e l’ha portata con sé nell’Olimpo significa che ci si può scegliere per affinità e non per casta. I pittori colgono anche il lato sensuale della vicenda: Jacques-Louis David raffigura una Psiche addormentata accanto a un giovane Amore dall’aria soddisfatta e un po’ sorniona. Mentre François-Edouard Picot inquadra il dio che sta per andar via dopo una notte d’amore. Guardando l’abbandono della donna si capisce come dai due sia nata una figlia come Voluttà. Tra i quadri a più alta gradazione erotica c’è sicuramente quello di Jacopo Zucchi che mostra in una specie di alcova dominata dal rosso una Psiche nuda ma ingioiellata che sveglia il suo amato: i fiori che coprono i genitali di lui sembrano alludere senza tanti preamboli al suo desiderio. Pieter Paul Rubens ne dà una versione dal forte impatto scenografico ritraendo la donna quasi persa in un paesaggio mentre accoglie l’aquila di Giove che la aiuterà a riempire il vaso con l’acqua del fiume infernale.
C’è anche chi preferisce interpretare la scena in termini malinconici come succede ad Andrea Appiani nella Villa Reale di Monza, o allo scultore Pietro Tenerani che la ritrae triste e sola come Psiche abbandonata oppure svenuta con le piccole ali di farfalla che sembrano aver perso i sensi con lei. Il disagio, la solitudine dell’uomo moderno non risparmia nemmeno Amore e Psiche. Guardate la versione di Edvard Munch: due figure che più che amarsi sembra si fronteggino, fluide, inafferrabili, ben lontane dall’abbraccio neoclassico.