lunedì 13 aprile 2015

Il mito della Gioconda (nato da un furto)


Il dipinto era famoso già nell’Ottocento,
 ma diventò un tormentone quando venne trafugato, nel 1911 
Da Duchamp alla «versione Simpson»: 
ecco perché Monna Lisa ha stregato l’immaginario moderno


Francesca Bonazzoli

"Corriere della Sera", 12 aprile 2015

Leonardo ha creato due icone pop: L’ultima cena e La Gioconda, immagini in assoluto fra le più popolari dell’arte. Il Cenacolo è stato il primo dipinto della storia diffuso attraverso il primo mezzo di riproduzione di massa: l’incisione, tecnica che non era ancora stata impiegata per trarre copie di opere già esistenti, ma solo per stampare immagini create ex novo. Il clamore suscitato dal Cenacolo fu infatti così vasto che subito si aprì un mercato per la vendita delle riproduzioni rivolto sia agli artisti che ai viaggiatori.
Tutt’altra storia ebbe invece La Gioconda, poco riprodotta per due ragioni: la difficoltà di rendere lo sfumato leonardesco e la sua ubicazione. Il ritratto, infatti, a differenza del Cenacolo dipinto sul muro di un convento da sempre aperto al pubblico, restò chiuso nelle collezioni reali di Francia fino al 1804.
Ma non perché, come credono molti italiani, fu rubato dai francesi, bensì perché fu comprato dal re Francesco I, al cui servizio Leonardo morì. Passato di re in re, nel 1797, dopo la Rivoluzione Francese, il quadro entrò nell’elenco dei dipinti che avrebbero composto il nuovo Musée du Louvre. Ma nel 1800 Napoleone ordinò che la Joconde fosse trasferita nella sua camera da letto alle Tuileries dove rimase fino al 1804.
La «giocondomania» quindi esplose solo nella seconda metà dell’Ottocento e fu il suo furto, il 21 agosto 1911 ad opera di un imbianchino italiano che lavorava nel museo, Vincenzo Perugia, a spingere la sua fama ormai consolidata. I quotidiani annunciarono in prima pagina il furto pubblicando grandi foto della Gioconda. L’evento si trasformò in una straordinaria occasione per la divulgazione popolare del quadro e quando il Louvre riaprì i battenti dopo una settimana di chiusura, i parigini si recarono in massa a contemplare la parete vuota.
L’effetto mediatico compì il suo giro quando Vincenzo Perugia cercò di vendere il dipinto all’antiquario fiorentino Alfredo Geri, il quale avvisò subito la Soprintendenza. La Gioconda fu restituita alla Francia dopo un tour di esposizione agli Uffizi, alla galleria Borghese e alla Pinacoteca di Brera dove la folla si accalcava fin nelle vie circostanti. La stampa di tutta Europa tornò a fare da cassa di risonanza pubblicando foto e articoli. Giornalisti, scrittori, chansonnier, attori e umoristi si scatenarono. Anche la propaganda politica fece la sua parte: nel 1918 fu pubblicata una cartolina con la Gioconda-Kaiser, cui seguì la Gioconda-Stalin. E se prima del furto la pubblicità aveva usato la Gioconda solo raramente, dopo la impiegò per i prodotti più disparati.
Ma secondo un meccanismo che colpisce tutte le icone, con l’aumentare della fama crebbe anche la «giocondoclastia». La demolizione più conosciuta del suo mito si deve a Duchamp che nel 1919 disegnò baffi e barba sopra una riproduzione e completò l’atto sacrilego con la scritta: L.H.O.O.Q. la cui pronuncia suona «Elle a chaud au cul», «Ella ha caldo al culo».
Alla profanazione di quel simbolo della bellezza si dedicarono anche Dalí, Gruel, Suydeux con un cortometraggio, Harold, Souzouki e anche la body artista francese Orlan che, nel 1990, si sottopose a un intervento di chirurgia plastica per modificare la propria fronte come quella della Gioconda.
Anche le canzoni hanno contribuito ad amplificare la fama del quadro: da You are the Top del 1943 di Cole Porter a Mona Lisa di Jay Livingston e Ray Evans portata al successo da Nat King Cole, fino a Bob Dylan e Elton John.
E da parte loro, il Louvre e Ministero della Cultura francese sono stati ben contenti di sfruttare a fini commerciali l’enigmatico volto nelle copertine delle guide del museo; sul sito web e nel merchandising, dalle tazzine da caffè ai fermacapelli.

Aristotele è emigrato in Australia


La rivincita della metafisica nel mondo anglosassone
Cresce la critica alla visione quantitativa dell’essere

Giovanni Ventimiglia

"Corriere della Sera - La Lettura", 12 aprile 2015

Le idee non conoscono il default. E proprio mentre l’economia greca, nonostante gli sforzi di Tsipras, rischia la bancarotta e l’uscita dall’Unione Europea, la filosofia greca, trainata da un inarrestabile Aristotele, conquista l’America e l’Oceania. «Grecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio», ci ripeteva a scuola la professoressa di latino e greco: la Grecia, conquistata (dai Romani), conquistò — con la sua cultura, sottintendeva Orazio — il rozzo vincitore e le arti portò nel Lazio agreste. Non so chi siano oggi i Romani — forse semplicemente l’impero dell’economia occidentale, che ha spostato i suoi interessi dai Paesi dell’Atlantico a quelli bagnati dal Pacifico —, ma certo è che la metafisica di Aristotele, data per morta nel vecchio continente europeo, sta conquistando molte università anglosassoni, dagli Stati Uniti all’Australia fino alla Nuova Zelanda.
Prendiamo per esempio l’ultimo volume della collana di studi di metafisica della Routledge, notoriamente una delle più importanti case editrici accademiche del mondo. Il titolo non lascia spazio a dubbi: Neo-Aristotelian Perspectives in Metaphysics («Prospettive neo-aristoteliche in metafisica»). La provenienza universitaria degli autori parla da sola: Inghilterra (Durham e Reading), Stati Uniti (New York, Washington, Texas, Ohio, Indiana, Arizona e soprattutto California), Australia (New South Wales). Come si vede, anche le università inglesi sono ben rappresentate, ma questo non fa notizia, se solo si pensa alla quasi ininterrotta tradizione di filosofi di orientamento aristotelico di Oxford: da Austin a Ryle, da Strawson a Wiggins, da Anscombe a Geach, fino al vivente Sir Anthony Kenny, autore della recente e nota Nuova storia della filosofia occidentale (Einaudi), tradotta in varie lingue. Fa più notizia, invece, la presenza della metafisica di Aristotele al di fuori dell’Inghilterra.
Nel citato volume della Routledge si segnala, a questo proposito, il contributo del filosofo analitico (ma aristotelico) William Vallicella, che critica e, anzi, demolisce i «dogmi della filosofia analitica» non aristotelica, ossia quelli del filosofo americano Willard Van Orman Quine, dominatore incontrastato della scena della metafisica anglosassone fino a qualche anno fa. I dogmi sarebbero riassumibili, scrive Vallicella, nella tesi secondo cui non vi sarebbero molteplici modi, o sensi, dell’essere ma soltanto uno, quello espresso dal cosiddetto quantificatore esistenziale. Per Quine, infatti, che si rifà a Russell e a Frege, tutte le proposizioni esistenziali non sarebbero altro che una questione di «quantità». Ad esempio, la proposizione «gli elefanti esistono mentre le sirene non esistono» non intenderebbe dire altro se non che la proprietà «essere elefante» può contare su un numero di «esemplari» maggiore di zero, mentre la proprietà «essere sirena» non può vantare nemmeno un esemplare. Insomma «l’esistenza — come scrisse Frege — non è altro che la negazione del numero zero».
Ora, questa teoria di Quine aveva tutte le caratteristiche per diventare un dogma filosofico: permetteva di dare una spiegazione unica e univoca di tutte le proposizioni esistenziali e, inoltre, andava contro il senso comune — e si sa come molti filosofi vadano pazzi per le teorie che contraddicono il modo di pensare dei comuni mortali.
«Molti filosofi», tranne Aristotele e i suoi seguaci. «Quando Amleto andava chiedendosi “to be or not to be?”, che cosa lo affliggeva?», ironizzano gli aristotelici. Il fatto di non riuscire a risolvere un grattacapo numerico? Si domandava forse: «Ma la proprietà “essere Amleto” avrà ancora, perbacco, un numero di esemplari maggiore di zero o ne avrà, perdindirindina, un numero uguale a zero?». Oppure, al contrario, egli, come suggerisce il senso comune, era interiormente tormentato dal dubbio, davvero esistenziale, se continuare a vivere o farla finita per sempre e darsi la morte?
Gli aristotelici contemporanei, come Vallicella, non hanno dubbi in proposito, perché sanno, come sta scritto nella Metafisica del greco Aristotele da quasi 2.400 anni, che «l’essere si dice in molti modi» e ci sono modi, o sensi, che non sono riducibili a questioni di numero.
È precisamente quanto si sostiene nell’ultimo numero di «The Monist», una rivista di filosofia stabilmente in vetta a tutti i ranking internazionali più accreditati. Il volume, egregiamente curato da due italiani (Alberto Voltolini e Francesco Berto, ma il secondo è «emigrato» ad Amsterdam) insieme a Frederick Kroon, professore dell’Università di Auckland (Nuova Zelanda), si apre con una introduzione che rende conto del variegato panorama della metafisica contemporanea. Vi si citano, tra gli altri, i cosiddetti teorici del grounding , cioè Kit Fine, uno dei maggiori metafisici viventi, che insegna alla New York University (dopo aver insegnato in California), Jonathan Schaffer, professore all’Università di Rutgers nel New Jersey (dopo aver insegnato all’Australian National University a Canberra), e, infine, Fabrice Correia, dell’Università di Neuchâtel, in Svizzera. Si tratta di filosofi che, richiamandosi espressamente ad Aristotele, sostengono la tesi secondo cui fra i tanti modi, o sensi, dell’essere alcuni sono più importanti e più fondamentali rispetto ad altri: per esempio, l’esistenza di sostanze come le donne e i pesci è più fondamentale dell’esistenza di entità immaginarie come le sirene, dal momento che queste non potrebbero esistere nemmeno nell’immaginazione se non esistessero, appunto, le donne e i pesci, di cui sono una favolosa sintesi.
Molto interessante è, poi, il primo articolo del numero di «The Monist», firmato da Graham Priest, un filosofo inglese che si divide fra la City University di New York e l’Università di Melbourne. Che cosa vi si sostiene? Lo si trova scritto, in estrema sintesi e in polemica con la concezione univocista dell’essere di Quine, proprio nell’epigrafe dell’articolo, che recita: «Being is said in many ways», traduzione inglese di un passaggio del IV libro della Metafisica di Aristotele: «L’essere si dice in molti modi». Incredibili i percorsi delle idee: il pensiero greco si salva nell’inglese di un professore che insegna a Melbourne! Così, mentre la Grecia, forse, affonda, e l’Europa agonizza, decrepita, sotto il peso del passato, i suoi figli migliori, come i nostri costretti a espatriare, trovano fortuna altrove, e conquistano, idealmente, altre terre: Grecia capta ferum victorem cepit. La Grecia, conquistata, conquistò il rozzo vincitore. E portò la metafisica anche nella terra dei canguri.

Antropofobia



Ossessionati da identità e radici, temiamo (e ignoriamo) 
la varietà di società e culture del pianeta
Per questo Finkielkraut sbaglia

Adriano Favole

"Corriere della Sera - La Lettura", 12 aprile 2015


Nel suo libro L’identità infelice (Guanda), Alain Finkielkraut la chiama «oicofobia», ovvero «l’odio per la casa natale». Riferendosi alla sua Francia, il filosofo sostiene che vi è una diffusa tendenza a valorizzare le differenze culturali degli stranieri, mentre il patrimonio autoctono sarebbe oggetto di disinteresse e spesso di una radicale critica. È una Francia «in cui l’origine non ha diritto di cittadinanza se non a condizione di essere esotica e in cui una sola identità è tacciata d’irrealtà: l’identità nazionale». L’identità è infelice perché i francesi, e più in generale gli europei, rifiutano di celebrare e difendere i simboli della loro cultura, quella stessa cultura occidentale contro cui i terroristi che si richiamano all’islam scagliano l’odio omicida. «Perché la Francia è a immagine dell’Europa e l’Europa ha smesso di credere nella sua vocazione (passata, presente o futura) di guida dell’umanità nella realizzazione della sua essenza», dice Finkielkraut.
La critica all’«oicofobia» è molto diffusa di questi tempi, anche in Italia. Si rivolge in genere contro chi, come Francesco Remotti e Maurizio Bettini, ha reso sospetti termini come «identità» e «radici». L’uso di «oicofobia» è originale e arguto, ma in fondo non è altro che la riproposizione della vecchia querelle contro i «relativisti».
Una fenomenologia dell’oicofobico italiano rimanda, per limitarci ad alcuni esempi, a chi mette in discussione la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche; a chi, nonostante i terroristi e la jihad globale (o forse proprio per questo), ritiene comunque importante non dimenticare le pagine buie del colonialismo occidentale. Temo di essere classificato tra questi se, quando i media diffondono orrende immagini di distruzione del patrimonio artistico da parte dell’Isis, non posso fare a meno di pensare a quando, un paio di secoli prima, i missionari cristiani bruciavano gli idola pagani delle società polinesiane in cui mi è capitato di fare ricerca (statue lignee e reliquie degli antenati), trasformando i marae (i «templi» sacri) in recinti per i maiali e per i polli. L’oicofobico italiano è accusato di difendere l’operazione Mare nostrum per salvare le vite di chi tenta di attraversare il Mediterraneo, superando il filo spinato dell’indifferenza verso la fame, la guerra e la morte, anche se si tratta di uomini e donne in prevalenza islamici, e di non scandalizzarsi abbastanza davanti ai massacri dei cristiani in Kenya.
Davvero è un «pericolo» l’oicofobia? Ma soprattutto: è così diffusa come si vuol far credere? A me pare che il saggio di Finkielkraut colga un diffuso «bersaglio» più che un pericolo.
Molto più diffuso e pericoloso, a mio modo di vedere, è un atteggiamento che si potrebbe definire «antropofobia». L’antropofobia è la paura, lo sgomento e la difficoltà di riconoscere e valorizzare la diversità culturale prodotta dall’umanità, distinguendo la sua importanza dagli usi strumentali di tipo politico, militare e persino terroristico che spesso se ne fanno. È la paura di riconoscere l’umanità nella variabilità delle sue forme (interne ed esterne a una società) e nel suo divenire creativo, attraverso l’inevitabile fusione di orizzonti. È, ancora, l’idea che la condivisione di valori e obiettivi debba comportare il cristallizzarsi di un’identità monolitica. L’antropofobia si manifesta oggi in una risoluta e testarda negazione dei risultati delle ricerche scientifiche compiute da discipline come l’antropologia culturale e l’antropologia fisica (e più in generale nelle humanities ), ridotte dagli antropofobici ad arene ideologiche della post-sinistra intellettuale.
Lasciando da parte il crescente neo-razzismo quale forma paradigmatica di antropofobia, vorrei porre l’attenzione su un’istituzione come la scuola, che il filosofo francese accusa di «oicofobia» in quanto trascurerebbe lo studio degli autori classici della tradizione occidentale. Quanto insegniamo nella scuola (e nell’università) ai ragazzi e ai giovani della variabilità culturale dell’essere umano? Uno studente all’ultimo anno di liceo non conosce neppure i nomi delle più diffuse etnie africane: non sa chi sono hutu e tutsi e tanto meno nuer e dinka. Della Cina conosce probabilmente l’inquinamento e lo straordinario progresso economico degli ultimi decenni, ma ne ignora del tutto la storia, così come i nomi delle lingue minoritarie. Forse i cherokee ricordano al nostro studente un’automobile e i wampum un paio di jeans, ma difficilmente ha potuto acquisire qualche elemento di conoscenza delle società native americane. D’altra parte non conosce neppure le principali tipologie di famiglia, discendenza e alleanza matrimoniale presenti nelle società umane.
Per non parlare delle religioni, che pure sono indiziate di essere un «problema» molto rilevante del nostro tempo. L’insegnamento relativo a riti, credenze e precetti dell’islam e dell’ebraismo, dell’induismo e del buddhismo, tralasciando le «primitive» religioni native dell’Amazzonia o dell’Oceania, sono lasciati al buon cuore di qualche insegnante di religione cattolica o a qualche contestato laboratorio didattico pomeridiano. Non c’è traccia di tematiche antropologiche (salvo un cenno all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri) nel recente disegno di legge sulla «buona scuola» presentato dal governo, eppure ogni giorno la «questione interculturale» ci viene presentata come uno dei problemi maggiori del nostro tempo.
L’antropofobia delle istituzioni formative porta con sé la mancanza di un lessico minimo della comunicazione interculturale e diffusi equivoci. Termini come «etnia» e «cultura» sono costantemente utilizzati nel linguaggio mediatico come se si riferissero a realtà ontologiche primordiali e persistenti, mentre gli scienziati sociali non cessano di documentare il loro carattere storicamente costruito. Insigni editorialisti utilizzano i termini «antropologia» e «antropologico» come se si riferissero ad aspetti profondi e immutabili dell’essere umano, mentre l’antropologia (sia sul versante biologico sia su quello culturale) mette costantemente in luce la variabilità e la trasformazione delle forme.
Gli antropofobici detestano in genere la complessità dell’essere umano e cercano comode scorciatoie. L’ homo oeconomicus, l’individuo che ovunque cerca di massimizzare i profitti, è una di queste, così come il diffuso ricorso a determinismi neurologici e biologici — proprio in questi giorni è uscito in Italia Una scomoda eredità di Nicholas Wade (Codice Edizioni), un libro che ripropone un paradigma razziologico, mentre le comunità degli antropologi fisici e culturali hanno da poco ribadito con forza l’inconsistenza scientifica del concetto di razza. In realtà, essere «antropofili», apprezzare cioè l’umanità nella sua varietà e fare di essa il punto di partenza per la costruzione di percorsi condivisi, non vuol dire essere oicofobici. L’incapacità di accogliere l’humanitas nella sua interna complessità impedisce infatti di guardare con affetto e pietas alle peculiarità della cultura da cui si proviene. Anche perché, quando si studiano le radici, si finisce per vedere che spesso esse sono ben radicate altrove, anche se nutrono la nostra pianta. I tronchi degli alberi con cui si fabbricano le case, afferma un detto polinesiano, sono gli stessi con cui si producono le piroghe per navigare in alto mare.

Hitler e i fisici della zona grigia


Werner Heisenberg, 1925

Nell’analisi di Philip Ball accanto ai Nobel antisemiti Lenard e Stark 
le posizioni ambigue di Planck, Debye e Heisenberg

Vincenzo Barone

"Il Sole 24 ore - Domenica", 12 aprile 2015

Il 7 aprile 1933, il governo nazista, insediatosi da poche settimane (Hitler era diventato Cancelliere del Reich alla fine di gennaio), emanò una legge sui funzionari pubblici, che rimuoveva dall’amministrazione dello Stato – e quindi anche dalle università – le persone di «discendenza non ariana». Fu una data cruciale e drammatica per la scienza tedesca, fino a quel momento la più avanzata al mondo. «Gli ebrei tedeschi – disse Goebbels – possono ringraziare i fuoriusciti come Einstein per il fatto che essi stessi oggi, in modo del tutto legittimo e legale, sono chiamati a renderne conto». Einstein si era allontanato dalla Germania alla fine del 1932, all’indomani della vittoria elettorale nazista, ma dal 1933 in poi fu la puntuale applicazione della nuova legge a svuotare gli istituti e i laboratori universitari dei migliori cervelli della nazione.
Nel volgere di un paio di anni, uno scienziato su cinque fu rimosso dall’incarico o costretto alle dimissioni (nella fisica la frazione fu di uno su quattro): molti premi Nobel persero il posto e lasciarono il paese. Ma che cosa successe a tutti gli altri – agli scienziati che non furono toccati dai provvedimenti antiebraici e rimasero a lavorare in Germania sotto il regime nazista? Con pochissime eccezioni, si verificò quello che Hitler aveva sprezzantemente previsto in un’intervista del 1931: «Credete forse che nel caso di una nostra vittoria la classe media tedesca rifiuterebbe di servirci e di mettere i suoi cervelli a nostra disposizione?».
Tra i fisici «al servizio del Reich» – cui è dedicato un interessante saggio di Philip Ball, appena tradotto da Einaudi - ve ne furono alcuni violentemente antisemiti e attivi sostenitori del nazismo, come Philipp Lenard e Johannes Stark, entrambi premi Nobel, che si distinsero per le loro campagne contro la «fisica giudaica» (rappresentata ai loro occhi soprattutto dalla teoria della relatività). Ma la compagine più folta fu quella di coloro che, senza partecipare direttamente alla vita politica, trovarono forme di accomodamento con il regime, per un mal riposto senso di patriottismo e di fedeltà allo Stato. È su questa «zona grigia tra complicità e resistenza», in cui si mossero personaggi di prima grandezza, che Ball ha scelto di indagare. La sua attenzione si concentra su tre nomi: Max Planck, padre della teoria dei quanti, Werner Heisenberg, uno dei fondatori della meccanica quantistica, Peter Debye, pioniere della fisica molecolare.
Planck e Heisenberg sono figure ben note e ampiamente esplorate. Planck, che all’avvento di Hitler aveva già settantacinque anni, incarnava alla perfezione lo spirito prussiano: rigidamente fedele alle istituzioni, optò per il compromesso e l’inazione, convinto che gli aspetti più odiosi del nazismo si sarebbero attenuati col tempo. Heisenberg, proveniente da una famiglia di tendenze nazionaliste, era l’astro nascente della fisica tedesca, premiato con il Nobel a soli trentuno anni nel 1932. Nonostante non fosse ebreo, fu oggetto nel 1936 di una campagna denigratoria da parte di Lenard, Stark e dei loro accoliti, che lo accusarono sui giornali del partito e delle SS di essere il «fantoccio dello spirito einsteiniano» e un «ebreo bianco». Per risolvere la situazione, Heisenberg mise in campo le proprie influenti relazioni. Sua madre conosceva bene la madre di Himmler, e si recò da lei pregandola di intervenire presso il figlio affinché mettesse a tacere le calunnie. La mossa funzionò: dopo aver chiesto a Heisenberg una risposta scritta alle accuse rivoltegli, Himmler proibì ogni ulteriore attacco nei suoi confronti. Incassata la riabilitazione ufficiale dal capo delle SS, Heisenberg diventò negli anni successivi il più influente scienziato del Reich. Fu sua la responsabilità del progetto dell’uranio, che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di un reattore e di un’arma nucleare. L’obiettivo non fu raggiunto, e quando, alla fine della guerra, i fisici tedeschi, rinchiusi nella residenza di Farm Hall in Inghilterra, seppero di essere stati superati dagli americani, che avevano costruito e fatto esplodere la bomba, rimasero increduli, incapaci di riconoscere la propria inferiorità. Nacque allora il mito dell’auto-sabotaggio: gli scienziati avrebbero volontariamente rallentato il proprio lavoro per non mettere nelle mani di Hitler il terribile ordigno. In realtà, come si evince dalle conversazioni a Farm Hall, Heisenberg e colleghi non erano neanche riusciti a calcolare correttamente la massa critica necessaria per fare avvenire la reazione a catena.
Meno conosciuta, e più enigmatica, è la storia di Peter Debye, la cui accurata ricostruzione rappresenta la parte più originale del lavoro di Ball. Olandese di nascita, Debye fu per alcuni anni direttore del prestigioso Istituto Kaiser Wilhelm di Fisica di Berlino (finanziato anche dalla Fondazione Rockefeller), ma nel 1939 abbandonò la Germania e si trasferì negli Stati Uniti, fornendo alle autorità americane informazioni sulle ricerche nucleari tedesche. Questa parabola ha fatto credere a lungo che egli fosse una vittima del regime nazista. Qualche anno fa, tuttavia, sono emersi documenti che attesterebbero la collusione di Debye col nazismo (in particolare, una lettera del 1938 con cui Debye invitava gli ebrei rimasti nella Società tedesca di Fisica a rassegnare le dimissioni). Ne è scoppiato un caso internazionale, e molte istituzioni intitolate a Debye hanno rimosso il suo nome. Ball in realtà ridimensiona la vicenda, mostrando come Debye non fosse un fiancheggiatore del regime, ma un uomo di scienza potente e spregiudicato, “apolitico” nel bene e nel male, interessato solo al successo dei propri progetti scientifici.
Il comportamento della maggior parte degli scienziati che lavorarono nella Germania hitleriana non è interpretabile, a giudizio di Ball, in termini della dicotomia “eroi-malfattori”. Uomini come Planck, Heisenberg e Debye non furono né pro né contro il nazismo: credettero colpevolmente di poter servire la Germania senza al tempo stesso servire Hitler, e di poter separare, in un regime totalitario e criminale, la scienza dalla politica, dimenticando che fare politica – come scrisse una volta Einstein a Max von Laue, l’unico vero antinazista tra i fisici tedeschi rimasti in patria – significa occuparsi delle «faccende umane nel senso più ampio». La loro colpa principale fu l’indifferenza etica: l’incapacità o addirittura il rifiuto – che continuò anche negli anni del dopoguerra – di affrontare la dimensione morale delle proprie azioni. La lezione generale che se ne può trarre – è la conclusione di Ball - è che la “neutralità” della scienza non deve diventare un alibi per il disimpegno: la comunità scientifica «può e deve organizzarsi per massimizzare la sua capacità di agire collettivamente, eticamente e – quando è necessario – politicamente».

Archivi che fanno il futuro


Il volume di Campbell e Pryce (architetto e fotografo)
 spiega funzioni e possibili trasformazioni delle più belle biblioteche

Matteo Motolese

"Il Sole 24 ore - Domenica", 12 aprile 2015

Per scrivere questo articolo sono andato, come molte mattine della mia vita, alla Biblioteca Nazionale di Roma. La prima cosa che vedo, appena arrivo per lasciare la borsa, è un avvertimento stampato su un foglio di carta incollato con lo scotch sul bancone del guardaroba. Lo conosco già senza leggerlo, perché è affisso lì da mesi e viene ripetuto ossessivamente in ogni posto visibile della biblioteca. Avverte che, secondo quanto stabilito dalla legge, la biblioteca non si configura come biblioteca di pubblica lettura e dunque è vietato portare libri propri e fotocopie all'interno. Non è questo però il vero motivo dell'avviso. La novità è che «fino a nuova disposizione, la norma contemplata nel regolamento verrà rigorosamente applicata». Ci si chiede se un avviso del genere, per come è formulato, sarebbe pensabile nella biblioteca nazionale di un altro paese. Ma soprattutto ci si chiede il motivo di tanta ostruzione al lettore, il motivo per il quale non lo si vuole dentro. Perché viene qui a leggere anche libri propri? E allora? È così grave?
Non si tratta di una scelta individuale, ovviamente, ma di un modello. Se si vuole ragionare sul futuro delle biblioteche fisiche nel mondo delle biblioteche digitali è da qui che bisogna partire. Dai modelli. Dalle idee di biblioteca che, nel nostro paese, si sono avute negli ultimi decenni. Luoghi di conservazione prima di tutto, di mantenimento della memoria. Che è una cosa sacrosanta, intendiamoci, ma che mi pare abbia progressivamente fatto marginalizzare un'idea forse altrettanto importante, soprattutto nel cambiamento che stiamo vivendo: l’idea di condivisione, di promozione, di rilancio, di potenziamento. Che è stata delegata principalmente alle biblioteche minori mentre dovrebbe essere affidata alle massime istituzioni del paese preposte alla gestione della cultura scritta. Anche per questo ogni restrizione dei fondi, ogni accorpamento e chiusura – nonostante le continue lamentele degli addetti ai lavori – cade sostanzialmente nel vuoto. Non c’è, nella pubblica opinione, l’idea che la biblioteca sia un moltiplicatore di cultura. E invece un paese che investe su sé stesso, che punta ad aumentare la condivisione di cultura scritta, dovrebbe usare le biblioteche come dei simboli: riconoscibili, visibili, pronti ad accogliere.
Sono queste le riflessioni che suscita la lettura del libro, bellissimo, La Biblioteca. Una storia mondiale di James V. P. Campbell e Will Pryce (Einaudi). Il primo è uno storico dell’architettura; il secondo uno dei più apprezzati fotografi internazionali. Insieme hanno viaggiato nel mondo per descrivere ottantadue biblioteche in ventuno paesi.
Solo dieci anni fa l’idea di un libro del genere sarebbe stata puramente accademica; oggi assume il fascino di un reportage su una pratica a rischio estinzione, che occupa gli umani da millenni: conservare, tramandare e condividere la loro produzione scritta. Potrei dedicare il resto dell’articolo a riassumere il contenuto del libro. Dare conto dei modi nei quali – nel corso dei secoli – si sono trovate soluzioni per combattere nemici dei libri come muffe, animali, ladri: creando correnti d’aria, allevando piccoli predatori d’insetti, incatenando i volumi. Oppure come la trasformazione di banchi e scaffali racconti l’evoluzione delle modalità di lettura. O ancora come – ma sarebbe masochismo – le ultime biblioteche italiane degne di essere fotografate nel pantheon tracciato dal libro siano sei-settecentesche (due gemme romane: Casanatense e Angelica). Mi pare più interessante però spostare l’attenzione sulle biblioteche costruite quando era già chiara la mutazione in atto. Perché infatti uno stato dovrebbe investire enormi somme per costruire edifici che, tra un paio di generazioni, potrebbero perdere di senso?
Sono descritte nell’ultimo capitolo e sono state costruite dal 2001 a oggi in Europa (Paesi Bassi, Germania, Regno Unito), Asia (Giappone, Cina), America del Sud (Messico). Per quanto diverse, sono accomunate dall'idea di un'osmosi profonda tra l’atto singolo della lettura e il ruolo sociale della condivisione. Luoghi ben riconoscibili in cui i linguaggi si mischiano, come la nuova biblioteca multimediale a Cottbus, ex Germania dell’Est, che di notte si illumina come una lanterna. Con spazi pensati non solo per la lettura ma anche per lo scambio di idee. Edifici in cui la conservazione – sempre più complessa: oggi si pubblica più carta di ieri – è unita alla facilità di accesso e alla bellezza degli ambienti. È chiaro infatti che la biblioteca, in futuro, non potrà più essere solo il luogo in cui andare a leggere qualcosa che non si potrebbe trovare altrove. Anche oggetti unici, come i manoscritti, sono spesso ormai consultabili in digitale da casa (in Italia ci sono ottimi esempi in tal senso). Ma dovranno essere sempre di più luoghi di scambio, di lavoro, di accesso ai molti canali attraverso i quali viene veicolata la cultura di gruppi più o meno ampi di persone. Sarebbe bello che questo passasse attraverso forti interventi nel sistema delle nostre biblioteche, a partire da quelle nazionali, per trasformarle sempre più in piazze che attraggano chi è fuori: luoghi in cui valorizzare in modo visibile quell’atto comune e fondamentale in ogni società che non è solo il leggere ma il pensare.

giovedì 2 aprile 2015

La gaia scienza



A dispetto dei luoghi comuni gli italiani, e soprattutto i giovani,
 si interessano ai contenuti scientifici e tecnologici
Una tendenza confermata dall’aumento degli ascolti dei programmi dedicati in prima serata, dal successo dei libri di divulgazione e di film e serie televisive.
 E dai dati di un ultimo studio

Massimiano Bucchi

"La Repubblica", 23 marzo 2015

UN DIFFUSO stereotipo descrive gli italiani come disinformati, scarsamente interessati e perfino pregiudizialmente ostili alla scienza. È davvero così?
A giudicare dai dati più recenti dell’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società (da oltre dieci anni il più ampio e continuativo studio in questo ambito), si direbbe proprio di no. E se forse è eccessivo vedere nel 2014 un anno di svolta nell’interesse degli italiani per la scienza, non c’è dubbio che molti luoghi comuni debbano essere rivisti, soprattutto per quanto riguarda il pubblico giovanile.
Innanzitutto l’idea che gli italiani siano “analfabeti” sul piano scientifico e scarsamente interessati ai contenuti scientifici. Ciò che i dati rilevano è un livello di competenze in linea con le tendenze europee e in lieve crescita negli ultimi anni; una propensione rilevante e crescente ad informarsi di scienza e tecnologia. Negli ultimi cinque anni gli spettatori assidui di programmi televisivi dedicati a scienza e tecnologia sono aumentati di 20 punti; è cresciuta notevolmente anche la fruizione di contenuti scientifico- tecnologici su internet, soprattutto tra i più giovani (arrivando a coinvolgere, almeno occasionalmente, addirittura il 93% tra i 15-29enni). Tendenze confermate in questi anni dagli ascolti dei programmi dedicati alla scienza in prima serata, dalla notevole affluenza ai festival della scienza, dal grande successo di libri di divulgazione e di film e serie televisive che sempre più spesso hanno come protagonisti figure del mondo scientifico. Fiction che tra l’altro i ragazzi spesso citano anche come elemento di stimolo o motivazione per le proprie scelte formative.
Permangono, indubbiamente, alcune lacune e significative differenze tra le diverse fasce di popolazione, soprattutto in termini di età e livelli di istruzione. Solo il 5% dei giovani tra i 15 e 29 anni e il 2% dei laureati si colloca al livello più basso di alfabetismo scientifico. Tra gli studenti quindicenni quasi sei su dieci ritengono che le ore dedicate alle materie scientifiche abbiano accresciuto la propria curiosità e interesse e considerano queste materie di grande utilità anche per la propria vita quotidiana. La possibilità di “toccare con mano” la scienza attraverso esperimenti di laboratorio a scuola fa addirittura quadruplicare la propensione di ragazze e ragazzi verso studi scientifici universitari (tra chi non ha avuto questo tipo di opportunità, la propensione agli studi scientifici scende sotto il 7%).
I dati dell’Osservatorio registrano anche rilevante fiducia e significative aspettative da parte degli italiani nei confronti degli scienziati (sempre più spesso indicati come l’interlocutore più credibile quando emergono questioni legate a scienza e tecnologia, come nel caso del clima o di emergenze sanitarie, con un aumento di 11 punti percentuali negli ultimi anni) e dei risultati della ricerca. Aspettative, che come tra le nuove generazioni, anche tra gli adulti si concentrano però soprattutto sugli aspetti più pratici e concreti: dalla scienza ci si attendono in particolare nuove applicazioni tecnologiche ed opportunità terapeutiche o possibilità di migliorare il proprio “benessere” in senso lato.
È in questa chiave che possono essere lette anche le tendenze rilevate sulle questioni biomediche più attuali. Le trasformazioni degli orientamenti degli italiani su temi quali la fecondazione assistita o la ricerca su cellule staminali non sembrano il risultato di un’effettiva interiorizzazione culturale di contenuti e metodi scientifici. Tali orientamenti appaiono piuttosto definibili come aperture in senso sostanzialmente pragmatico — o, per certi versi, perfino opportunistico — verso quelle che sono percepite come opportunità offerte da scienza e tecnologia in ambito biomedico. Drammatiche vicende recenti ci hanno fatto toccare con mano, tra l’altro, quali pressioni e urgenza di soluzioni nel breve periodo possano associarsi a simili aspettative. Questi atteggiamenti vanno inoltre inquadrati — come confermano anche gli orientamenti su questioni come il “fine vita” o il testamento biologico — nell’ambito di una più profonda trasformazione delle concezioni di salute e di cura, in cui il controllo e la plasmazione del proprio corpo e del proprio benessere sono ricondotti in misura crescente entro il raggio delle scelte individuali.
Nel complesso, i dati ci dicono che il vero problema non è l’assenza di una cultura scientifica.
Il nodo critico resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società : di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni, potenzialità e limiti della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica. È in questa direzione che forse varrebbe la pena indirizzare discussioni e iniziative, anziché fermarsi alla consueta litania (mai “scientificamente” documentata) degli “italiani antiscientifici”.

Dalle staminali alle scoperte, la ricerca conquista i ragazzi

Elena Cattaneo

«COME si diventa scienziato?» La risposta potrebbe sembrare disarmante: non si smette mai di diventarlo. Continue, le domande su come scegliere per il futuro, tanti i cuori colmi di speranza: «Io vorrei studiare per capire l’Alzheimer, mia mamma ce l’ha da tempo ma mi interessa ancora di più aiutare gli altri». Tanta la fantasia: «Magari posso con un microrobot entrare nelle cellule e aggiustare quel gene impazzito».
Queste sono solo alcune delle voci dei ragazzi dell’Unistem Day 2015 del 13 marzo scorso, 20.000 studenti delle scuole superiori che sono stati accolti dai 46 atenei italiani e stranieri partecipanti, per parlare e ascoltare di scienza e rendersi conto che non è vero che farlo è difficile o noioso. Questi giovani hanno discusso di staminali insieme agli scienziati e del perché sembrano, a chi le studia, ogni giorno così affascinanti, e di come può funzionare la medicina rigenerativa, di quello che è stato fatto davvero e di cosa si sta facendo oggi. Ma le staminali sono solo un pretesto (non di minore conto) per raccontare il mestiere dello scienziato, la passione per l’esplorazione e la scoperta. Quando si parla di scienza si parla di un metodo, di un approccio analitico ai problemi, che dovrebbe costituire il naturale fondamento di ogni successivo apprendimento, una preliminare formazione all’uso della ragione. La risposta che arriva dai volti dei ragazzi, dal loro coinvolgimento, da quel silenzio attento e educato, è ogni volta un grande incoraggiamento. All’inizio, durante il collegamento tra più sedi, i colleghi svedesi dell’Università di Lund hanno salutato gli studenti raccolti all’Università di Cagliari con alcune frasi in dialetto sardo. Come dire: nessun mare o montagna ci divide. Solo idee, metodi, risultati e la fitta rete di meccanismi per ancorare i propri argomenti ai fatti.
Il tema di quest’anno era “Scienza e diritto”: in tutta Italia si è discusso delle ragioni per cui giudici e scienziati possono arrivare a conclusioni diverse, come nel caso delle prescrizioni degli pseudo-trattamenti Stamina. Ovunque, in Italia, il monito della giornata era lo stesso: l’inconciliabilità tra scienza e pseudoscienza, l’esortazione a stare sempre dalla parte delle prove e dei fatti, non delle convenienze. Sempre, e soprattutto in materia di salute.
Il fatto che la giornata non tratti solo di staminali è molto apprezzato dagli studenti. Gioele, che ha partecipato alle conferenze organizzate alla Sapienza di Roma, era felice che l’argomento principale fossero la scienza e il progresso umano, cioè «come le cose sono migliorate, per esempio nel modo in cui si pratica la medicina». Gli fa eco un altro diciassettenne presente all’evento dell’Università di Firenze: «Abbiamo capito che ci vuole tanta fantasia e creatività per fare ricerca, ma anche la capacità di produrre ipotesi verificabili». E, sempre a Firenze, i diplomandi si dicevano «colpiti dalla chiarezza e onestà con cui i ricercatori hanno presentato fatti e dati difficili». Gli alunni del Liceo Scientifico Lavinia Mondin di Verona hanno riempito i loro insegnanti (e noi) di commenti. Alcuni riflettevano sul fatto che «la ricerca è frutto di dedizione, passione, curiosità, e che per conoscere si deve avere il coraggio di osare». Valeria si è sentita «immersa nel mondo vero della ricerca». Molto più capaci degli adulti di smascherare il fal- si stupiscono, come nel caso di Lorenzo, di «quante persone nell’era dell’informazione, scelgono l’ignoranza».
L’edizione di quest’anno si è rivelata anche un’occasione per supplire a una delle mancanze della riforma della scuola in discussione, tutta concentrata sull’assunzione dei precari e i poteri dei presidi, mentre nessuno si è preoccupato di spiegare in che modo il piano del governo fornirà agli studenti gli strumenti conoscitivi necessari per essere competitivi e innovare in una società ed economia fondata sulla conoscenza. In più sedi d’Italia, gli insegnanti che hanno accompagnato gli studenti agli incontri hanno evidenziato la «disattenzione della politica per quanto riguarda la formazione dei giovani sul fronte delle conoscenze scientifiche». Hanno mille ragioni.
L’evento in Statale a Milano si è chiuso con l’intervento di un medico, Salvo di Grazia, il primo ad avere fatto della sfida ai «narratori di bufale» un motivo d’impegno costante. Racconta ai giovani le “bufale” che abbindolano gli adulti. Anche di come a quel «congresso scientifico in Cina», tutt’altro che serio, che qualche mese fa avrebbe rilanciato il cosiddetto «metodo di Bella» (notizia ripresa da alcuni media), egli sia riuscito a piazzare come comunicazione scientifica una ricetta americana per la pasta alla carbonara con tanto di titolo (in inglese), “Il metodo sbudella a base di carbonara cura il buco allo stomaco” e autori, dott. Massimo della Serietà ecc., guadagnandosi persino l’invito a fare da moderatore per la sua “scoperta”.
Il messaggio più forte veniva dalle risate dei ragazzi, increduli davanti a bufale così incredibili, a come si possano montare (false) correlazioni tra autismo e vaccini, con tanto di studi legali o tribunali impegnati per provare ciò che la sperimentazione medica non ha mai trovato, o a come, applicando lo stesso (non) metodo, sia possibile mettere in grafico e stabilire una correlazione tra i nati in un certo paese e la migrazione delle cicogne per affermare che — nuova scoperta! — “i bambini li portano le cicogne”.
Quei giovani ridevano, ma hanno mostrato un’attenzione più che rincuorante, soprattutto promettente. Ora quei ragazzi sono sparsi per l’Italia. Il nostro auspicio è che la giornata UniStem sia servita a vaccinarli ancora di più. Contro ciò che non è vero e dimostrato e che, ogni giorno, minaccia la loro vita e il loro Paese.
( Elena Cattaneo, senatrice a vita, insegna all’Università degli Studi di Milano. La giornata con gli studenti è coordinata da Uni-Stem, Centro di ricerca sulle cellule staminali)

QUANTO E DOVE CI SI INFORMA SU SCIENZA E TECNOLOGIA

Le cinque leggi di Internet che cambiano l’informazione



John Lloyd

"La Repubblica",  2 aprile 2015

LA RETE, che continua a rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana, sta trasformando il giornalismo in una professione nuova. Per iniziare, ha stabilito una serie di “leggi” fondamentali che al momento appaiono sufficientemente solide da durare nel futuro. Elenco di seguito le cinque più importanti — sia per il giornalismo che per coloro che ne fruiscono o vi lavorano.
Primo. La Rete scardina i “pacchetti” giornalistici tradizionali, a cominciare dai quotidiani e dalle riviste di attualità. I quotidiani sono costituiti da una raccolta di elementi tra loro assai diversi: notizie del giorno, vignette, analisi, lettere, recensioni di libri, musica e film, sport, giochi enigmistici e non, fotografie, grafici e orari della programmazione televisiva. La Rete ci consente di isolare ciascuno di questi contenuti, così che se si desiderano le notizie del giorno basta andare su un sito di attualità, per informarsi di sport ci si rivolge a un sito specializzato, e via dicendo. Il variegato pacchetto rappresentato dai quotidiani si trasforma in diversi pacchetti dai contenuti specifici. Lo stesso accade per i notiziari televisivi o radiofonici. Perché aspettare venti minuti per una notizia che potrebbe essere ultima in scaletta, quando basta digitare una parola-chiave su un motore di ricerca per trovarla istantaneamente?
Secondo. La Rete distrugge il modello di business su cui si basa il giornalismo, e in particolare i quotidiani. Gli utenti più (o meno) giovani disertano i quotidiani e le riviste di attualità a favore della Rete, con conseguente calo della distribuzione. Gli inserzionisti si mostrano meno interessati ad acquistare spazi pubblicitari. I giornali sono costretti a ridurre il personale e il numero di pagine, causando un ulteriore calo nella distribuzione. La pubblicità sta sulla Rete — ma nel caso in cui un giornale abbia sviluppato un proprio sito molto frequentato, il costo di una pubblicità sulla Rete è molto inferiore rispetto a una su carta. Le pubblicazioni si trovano così intrappolate in un circolo vizioso. Anche la televisione può risentire di questa dinamica, sebbene in misura minore, dal momento che nella maggior parte dei casi i canali televisivi attraggono spettatori grazie ai programmi di intrattenimento e non giornalistici.
Terzo. Le necessità economiche obbligano tutte le testate a scendere a compromessi un tempo impensabili con gli inserzionisti e le agenzie di Pr. I grandi giornali, come ad esempio il New York Times, il Guardian, Le Monde e non solo, pubblicano supplementi pubblicitari e promozionali il cui aspetto emula in tutto quello dei giornali, e nei quali un piccola dicitura annuncia la sponsorizzazione di una compagnia o un ente. Le agenzie di Pr e le corporation producono in proprio canali e programmi, senza dover ricorrere ai canali televisivi tradizionali. Si tratta di programmi e video che sono spesso altrettanto o più gradevoli di quelli proposti dalle testate tradizionali, rispetto ai quali ricevono un maggior numero di visite su siti come YouTube. I confini che un tempo separavano il contenuto editoriale da quello pubblicitario sono sempre più labili.
Quarto. La Rete è una strada a doppia percorrenza. Il giornalismo non detiene più il monopolio sulle notizie e non è più il solo canale attraverso cui poter raccontare ad un pubblico quali eventi accadono, e perché. Attraverso blog, Facebook, Twitter e altri mezzi, milioni di utenti oggi possono far conoscere la propria versione dei fatti. I “cittadini giornalisti” sono i primi a diffondere informazioni ed opinioni riguardo a incidenti, guerre e disastri, e riescono a farlo con molto anticipo rispetto ai “giornalisti di Le testate giornalistiche si vedono costrette ad intavolare una serie di scambi con il proprio pubblico. Sempre più spesso i giovani prediligono i social media ai mezzi di stampa tradizionali, e vengono a sapere di fatti e storie attraverso i propri amici anziché le prime pagine dei giornali o la scaletta di un notiziario tv. Personaggi famosi e marchi assumono una grande importanza, dal momento che i lettori tendono a rivolgersi a nomi e volti che considerano familiari.
Quinto — la Rete ha reso più accessibili, più rapidamente che mai, articoli e informazioni di ogni tipo. Se vogliamo sapere qualcosa su un argomento specifico, possiamo confezionare un pacchetto su misura per le nostre esigenze, attingendo a quotidiani, riviste, siti televisivi, ma anche da materiale pubblicato da università, enti pubblici e governativi, musei e gallerie, blogger, persino da libri che si pubblicano gratuitamente o possono essere scaricati per una somma modica da Internet. Se oggi voglio saperne di più sulla vittoria di Nicolas Sarkozy nelle elezioni regionali francesi, in pochi secondi posso trovare un centinaio di siti dedicati a questo argomento — in francese, inglese, italiano e altre lingue. Anche se desidero approfondire la mia conoscenza riguardo a un pittore, il Beato Angelico, i cui quadri conservati a Firenze e Roma sono tra le maggiori opere del XV secolo, posso trovare un centinaio di siti: ufficiali, professionali e amatoriali, a lui dedicati, con decine di foto delle sue opere.
Disponiamo di una scelta mai avuta prima. La sfida per il giornalismo è di conservarla e approfondirla — guadagnandosi ancora da vivere.
(Traduzione di Marzia Porta)