lunedì 25 novembre 2013

Auguste Rodin. Dal “Bacio” al “Peccato” così metteva eros nel marmo


Armando Besio


“La Repubblica“, 24 novembre 2013

Sessanta sfumature di bianco. Gli audaci marmi di Rodin stuzzicano le fantasie erotiche dei visitatori che sfilano nella penombra un po’ ruffiana della Sala delle Cariatidi. La più nobile, romantica e malandata di Palazzo Reale. Progettata dal Piermarini, archistar neoclassico del Teatro alla Scala, l’antica sala da ballo porta ancora i segni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, ferite suturate ma non sottoposte a chirurgia ricostruttiva dal parziale restauro pedagogico voluto dal Comune a perenne monito pacifista (in questa sala, non a caso, Picasso espose nel dopoguerra Guernica).
L’allestimento spartano coniuga rispetto per la memoria del luogo e spending review. Semplici scaffali di tubi di ferro, verniciati di rosso pompeiano, sostengono tavole di legno grezzo dove sono allineate le sculture.
Sopra tutte - è la più famosa, e la più ingombrante - svettaIl bacio più popolare della storia dell’arte (con quello, dipinto, di Hayez), varie volte replicato dal maestro, qui nella versione conservata dal Musée Rodin di Parigi, da dove arrivano le opere in trasferta a Milano. “Rodin. Il marmo, la vita” è il casto titolo della mostra, curata dal conservatore capo del museo Aline Magnien con Flavio Arensi (catalogo Electa, fino al 26 gennaio).
Apre il percorso, ordinato in senso cronologico, L’uomo con il naso rotto,che remixa la faccia di Bibi, un facchino parigino chesi aggirava nello studio di Rodin, e il ritratto di Michelangelo realizzato sulla maschera mortuaria da Daniele da Volterra (potete vederlo qui a Milano al Castello Sforzesco di fronte alla Pietà Rondanini), in uno stile che evoca la statuaria romana: «Cammino nell’antichità più remota diceva Rodin - Voglio legare il passato al presente, riacquisirne il ricordo, giudicare a riuscire a completare»”. Rifiutato nel 1864 dal Salon causa eccesso di realismo, l’Homme au nez casséè il simbolo dei faticosi esordi di Rodin. Che fu respinto tre volte all’esame di ammissione dell’Ecole des Beaux Arts. E per cominciare dovette adattarsi a fare l’anonimo “muratore statuario”, addetto alle decorazioni dei palazzi in costruzione nella nuova Parigi di Hausmann.
Prima di proseguire la visita, occhio alla didascalie delle opere, singolarmente scrupolose e oneste. Portano anche il nome degli “sbozzatori”. Erano loro, i “praticiennes”, i veri artefici di questi marmi. Rodin ideava l’opera e tutt’al più si sporcava le mani con la terracotta per abbozzare il modellino. Loro realizzavano la “messa ai punti”, il riporto delle misure dal modello al blocco di marmo, quindi lavoravano di trapano e mazzuolo, faticavano di scalpello e raspa. Due anni dopo la morte di Rodin, alcuni “sbozzatori” furono processati con l’accusa di aver scolpito dei “falsi”. Ma come, si difesero, abbiamo continuato a fare quello che facevamo quando il maestro era vivo. Un giudice spiritoso commentò: mi sa che il problema non sono i falsi,ma che non sono mai esistiti “veri” Rodin.
Ma proseguiamo con la visita. Ecco le opere giovanili. L’Orfana alsaziana (vittima della guerra Franco-Prussiana) esprime un malinconico pallore neoclassico.
Diana sembra uscita da un quadro rococò di Fragonard.
Madame Roll (moglie del pittore Alfred) veste Secondo Impero. Le superbe natiche di Andromeda, e quelle non meno toniche della Danaide, annunciano il cuore hard dell’esposizione, dove va in scena l’attrazione fatale tra Paolo e Francesca. Sono loro i protagonisti del Bacio. Rodin concepì quest’opera e molte altre per la dantesca Porta dell’Inferno, commissionatagli dallo Stato francese per il Museo delle Arti Decorative e mai portata a termine. La mano di Paolo che accarezza la coscia di Francesca ricorda le dita di Plutone che affondano nei morbidi fianchi di Proserpina nel Ratto del Bernini. «Nel Bacio l’uomo sta seduto sulla donna per meglio approfittarne » ironizzava Paul Claudel che ce l’aveva con Rodin per come gli aveva maltrattato la sorella Camille, sua modella, collaboratrice, infelice amante.
Sfilano tutte in mostra le donne di Rodin. Camille, con i tratti di Aurora e della Convalescente. La Duchessa di Choiseuil, l’americana che gli fece girare la testa (e gli procurò clienti oltre oceano) quando lui aveva settant’anni, lei trenta di meno. E finalmente Rose Beuret, la fedele, pazientissima guardarobiera diventata compagna e infine moglie, sposata in Zona Cesarini, un anno prima della morte, per risarcire i tradimenti e ricompensare la devozione.
Ancora sfumature di erotismo: nello scandaloso Peccato che turbò il pubblico del tempo, dove un’avida faunessa dotata di coda dalla forma fallica “assale con ardore frenetico”, e insomma possiede selvaggiamente un povero maschio che si direbbe più spaventato che eccitato; nei saffici Giochi di ninfe; nella bocca spalancata della Donna pesce che non aspetta soltanto di respirare.
Con La mano di Dio si cambia soggetto e registro. Da un blocco di marmo grezzo sboccia la mano del creatore che tiene tra le dita Adamo ed Eva, nati insieme (variante apocrifa della versione biblica) nello stesso momento, dalla stessa terra. Qui come spesso altrove Rodin adotta la tecnica del “non finito”. A proposito della quale i curatori sottolineano i suoi rapporti con Michelangelo. «Il mio affrancamento dall’accademismo è avvenuto grazie a Michelangelo» confessava Rodin. Che condivideva con l’illustre antenato anche la predilezione per il marmo “bianco, fine, puro, privo di macchie e difetti” della Versilia estratto dalle cave di Pietrasanta e Seravezza. Eppure, il suo “non finito” più che l’espressione di un autentico tormento sembra un espediente estetico, nel segno di un virtuosismo di sapore simbolista. Certo, capace di formidabili effetti. Specie nelle ultimissime opere, come il ritratto di Puvis de Chavannes. Quasi tutto è marmo grezzo, semplice materia appena sbozzata. Soltanto il volto è modellato, ed emerge come una magica epifania dal blocco di pietra. Siamo a un passo dall’arte astratta.

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