giovedì 28 novembre 2013

Elogio della discrezione


In una società fondata sulla visibilità, il filosofo francese Pierre Zaoui rilancia il valore dell’anonimato
E invita a spegnere i riflettori per condurre una vita meno spettacolare

Anais Ginori

“La Repubblica“, 24 novembre 2013

“Per Proust era un privilegio assistere alla propria assenza La riservatezza è un gesto politico”
“Ritirarsi è l’altra faccia della modernità. In fondo mandare un sms è meno invadente di una telefonata”

Tacere, mentre tutti parlano. Guardare, ma non essere visti. Diventare invisibili, senza doversi nascondere. Non è solo una questione di buone maniere, convenzioni sociali, falsa modestia. Essere discreti oggi significa prediligere l’identità al posto della visibilità, l’essere sull’apparire. «Una forma di dissidenza nella società panopticon in cui tutto e tutti è guardato, osservato, schedato». Il filosofo francese Pierre Zaoui ha appena pubblicato La Discrétion, elogio di un gesto politico prima che morale. Una riflessione documentata per inseguire una visione del mondo meno estetica e spettacolare.
Omnia praeclara rara, tutto ciò che è prezioso è raro, dice la massima latina citata da Spinoza alla fine dell’Etica. Zaoui, docente all’università Paris VII, già autore di Spinoza, la décision de soi, parte da questa frase per spiegare quanto sia necessaria una “pausa”, anche se minima, nel grande show. Spegnere i riflettori, abbassare il rumore di fondo, godere di un sano anonimato. Come quando, spiega il filosofo, si prova piacere nell’ascoltare due bambini che giocano dietro alla porta oppure si scruta in silenzio la propria amante che dorme nel letto. «È il privilegio di poter assistere alla propria assenza », diceva Marcel Proust a proposito della discrezione.
Selfie, l’ossessione dell’autoritratto, è la parola dell’anno. Ma è ancora possibile essere discreti?
«Contrariamente a quel che si crede, è l’altra faccia della modernità. In passato, nella civiltà rurale e prima dell’urbanizzazione, tutti conoscevano tutti. Era quasi impossibile essere discreti. Le nostre società offrono, invece, opportunità inedite di essere discreti, per esempio attraverso la vita in città e i nuovi mezzi di comunicazione. Nell’abusato termine “individualismo” c’è il desiderio di essere riconosciuto come individuo libero ma anche la voglia di non essere più riconosciuti, di scomparire nella moltitudine. Ugualmente le nuove tecnologie promuovono la trasparenza ma offrono anche strumenti meno intrusivi per comunicare. Spedire un sms è più discreto che telefonare. E prima dei telefoni, per parlare con qualcuno bisognava per forza incontrarlo».
Ognuno ha diritto a fifteen minutes of vanishing, a un quarto d’ora di discrezione, anziché di celebrità come sosteneva Andy Warhol?
«È vero che viviamo in una società in cui tutti sembrano cercare la fama, la notorietà.
Ma in parallelo ci sono molte occasioni in cui, magari senza accorgercene, assaporiamo la gioia della discrezione. Per esempio quando si viaggia all’estero e si ha la quasi certezza di non essere riconosciuti. La discrezione moderna non è più quella esibita come virtù nelle società aristocratiche, una forma di cortesia e buona educazione. Nelle attuali democrazie si tratta proprio della gioia, breve ma intensa, di assaporare l’anonimato».
È l’arte di scomparire, come recita il sottotitolo del suo saggio?
«È un’arte perché è un gesto profondamente volontario, politico, e non più morale come si pensava una volta. Elogiando quelle che definisco “anime discrete” non vorrei assolutamente promuovere un nuovo galateo o colpevolizzare chi non lo è. In passato, la intervista discrezione è stata spesso presentata come un tentativo di sottrazione, di ripiego, quasi una morte dell’Io. Per me essere discreti è invece una prova di affermazione personale».
La discrezione non è insomma un atteggiamento da penitente?
«Siamo nella continuità dell’aidòs aristotelico, della modestia in latino, ma seguendo l’analisi teologica che ne ha fatto San Tommaso. La discrezione diventa allora umiltà nel senso più positivo del termine: smettere di preoccuparsi di se stessi, aprirsi al mondo. Una forma di leggerezza esistenziale».
Perché ha iniziato il suo saggio con un omaggio a Kafka?
«È il modello assoluto della discrezione. Nel suo diario, l’8 dicembre 1917, scriveva: “Nella tua battaglia con il mondo, asseconda il mondo”. L’opera di Kafka si costruisce nel gesto sublime e intenso del passo indietro. Vale per molti autori. Scrivere costringe a scomparire e la letteratura è il terreno prediletto per esercitare la discrezione».
E perché invece citare Baudelaire?
«Ho citato Baudelaire riletto da Walter Banjamin: quel flâneur che si appropria del nuovo mondo senza toccarlo. È la ricerca di un equilibrio tra eroismo e anonimato, tra l’apologia dell’uomo delle folle e l’espressione individuale in una società democratica. Una tensione continua tra opposti. Per esempio, si tende a credere che le manifestazioni siano un mostrarsi nel collettivo, come sottointende la parola inglese demonstration. Penso invece che la società di massa ha reso più discrete le masse. L’idea che la modernità sia l’avvento del popolo sulla scena pubblica, artistica, letteraria, è solo un trompe-l’oeil: in realtà il popolo rimane minoritario, invisibile, anche quando manifesta e si ribella».
Nella politica-spettacolo c’è spazio per la discrezione?
«Nietzsche diceva: “Sono le parole più silenziose che portano la tempesta. Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”. Bisogna interessarsi alla micropolitica, alle sperimentazioni discrete, anonime, che nella vita quotidiana cercano di immaginare un altro mondo. È anche un modo elegante per sottrarsi alla volgarità di chi spesso ci rappresenta».
Lo show non deve più andare avanti?
«Guy Debord parlava di “inconciliabili nemici” autoprodotti dalla società dello spettacolo. Nel mio saggio sostengo invece che lo spettacolo del mondo ha bisogno di “anime discrete”, senza le quali esisterebbero solo specchi vuoti. Affinché ci sia una parola, serve qualcuno che ascolti e sappia tacere. È un’asimmetria necessaria. Il giorno in cui non ci sarà più nessuno che accetta di “assecondare il mondo”, come scrive Kafka, allora tutto scomparirà».
Un filosofo deve essere discreto?
«Gran parte dei filosofi dall’Ottocento ad oggi, seppur nella loro diversità, hanno in qualche modo espresso la loro passione per la discrezione. È la condizione necessaria per osservarne il negativo, l’apparenza. Anche in questo caso non si tratta di una qualità morale, ma di un approccio puramente intellettuale. Fare filosofia oggi significa cercare lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, e dunque tutto ciò che tende a scomparire, a essere discreto».

Il decalogo
L’ossessione dell’apparenza. Come sparire in dieci mosse

Gabriele Romagnoli

Dalla mania di Twitter a Salinger passando da Google ai “vagoni del silenzio” ecco il manuale aggiornato per chi voglia (finalmente) coltivare l’ecologia dell’io
Essere discreti è un dono, diventarlo una conquista che vale più di una virtù. È possibile provarci: anziché invadere il mondo (impresa che ad alcuni pare possibile), ritirarsene (esito che a pochi sembra trionfale). L’eroe discreto è un discreto eroe. Questo è un decalogo per emularlo. Con la premessa ( discreta) che su quella strada ci si può incamminare, ma neppure chi scrive può dirsi arrivato al traguardo, giacché il tempo in cui viviamo frappone ostacoli, reclama presenze, esige quanto meno la prova in vita di una firma. E comunque: 
1. Ricordati che anche se non appari continui ad esistere ugualmente. Il fatto che nessuno sappia chi sei è totalmente irrilevante se TU sai chi sei. O almeno ne hai vaga contezza. La luce acceca, l’ombra rigenera. Se non accetti questo presupposto continuerai a sgomitare per farti mettere in lista ed è superfluo che tu legga il resto: continua pure a contare quanti documenti appaiono googlando il tuo nome e a farti chiamare dottore dal portinaio.
2. «Machete non twitta». Questa affermazione fatta da un cinematografico giustiziere indio sintetizza alcuni dati di fatto: non è poi tanto virile “cinguettare”. Perché non sembri un commento sessista: per una persona strutturata non è necessario esibirsi in un battutismo a getto continuo. Le cose importanti che si hanno da dire sono limitate. Ai più ne esce una alla settimana. C’è chi ha avuto un pensiero profondo e gli è morto di solitudine.
3. Due amici contano più di duemila followers.
4. Si può avere un profilo Facebook per necessità, giacché è come stare in un elenco telefonico: serve per essere raggiungibili o raggiungere qualcuno di cui si hanno soltanto le generalità. Dopodiché non è altrettanto necessario informare l’intera rete delle proprie preferenze, deferenze o funzioni corporali. Né ingaggiare dibattiti con Pinco sul tema del momento: se non ti invitano ai talk show, fattene una ragione; se ti invitano, declina con gentilezza. Ma soprattutto: ricordati che non sei Mauro Icardi o Wanda Nara, Mario Balotelli o Fanny Comesichiama: se volete dichiararvi tutto l’amore del mondo, telefonatevi.
5. Tra Gabriele Paolini e J. D. Salinger, chi butteresti dalla torre? Barrata la casella delle opzioni in condizioni di lucidità, si può cercare di avvicinare, senza riprodurla nel suo estremismo, la condotta del modello prescelto. Non occorre ritirarsi come un eremita in montagna, bastano pochi accorgimenti. Il telefono fisso è superato. Quello cellulare può essere silenziato e perfino spento per alcune ore di giorno, sempre di notte. La segreteria telefonica ha l’opzione “disinstalla”. Le tue fotografie interessano, a essere generosi, un numero limitato di parenti. Stare vicino ai vip ti rende ancor più indegno di nota. Alle cene esclusive partecipano principalmente le posate.
6. Esiste un tasto premendo il quale si esce da una mailing list. Ci si può cancellare da un elenco di destinatari di inviti e omaggi (e farlo prima di essere cancellati riafferma la nobiltà del tempismo).
7. Esiste pure, sui treni, un carrozza detta del silenzio, dove non si telefona, si parla sottovoce e ci si muove felpati come pensieri notturni (o almeno si dovrebbe). È salutare viaggiare al suo interno. E, una volta scesi, continuare come se si fosse ancora su quel vagone.
8. I biglietti da visita più chic hanno impresso su fondo bianco soltanto nome e cognome, in corsivo. Il resto (telefono, indirizzo) lo si aggiunge a penna, come fosse una dedica personalizzata. Il miglior biglietto da visita è il sussurro del proprio nome, come fosse una confidenza.
9. Prenotare un ristorante con un cognome altrui è divertente e non richiede eventuale disdetta. Un giornalista famoso era talmente discreto che alla madama di un bordello aveva lasciato il nome di un collega meno famoso.
10. Puoi essere discreto anche quando non ci sarai più. L’idea di lasciare una traccia del tuo passaggio perché si continui a parlare di te è peregrina: vattene in punta di piedi e non fare casino dal piano di sotto. Ricorda le parole di Stig Dagermann, scrittore eccelso, e dai più consegnato alla serenità dell’oblìo: «Dimenticatemi spesso».

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