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mercoledì 2 luglio 2014

Remembering Aaron's Swartz



Il documentario di Brian Knappenberger, realizzato attraverso il crowdfunding
sulla vita di Aaron Swartz. La notizia su Wired.

giovedì 23 maggio 2013

Un uomo chiamato David Foster Wallace


Esce la biografia di D. T. Max dedicata allo scrittore americano scomparso nel 2008. 

Vita, opere e ombre del personaggio D. F. Wallace. 

Stefano Bartezzaghi


"la Repubblica", 21 maggio 2013

Iniziavano con una A e finivano con una Z le generalità del povero e geniale Aaron Swartz (1986-2013). Si occupava professionalmente di siti e software dall'età di 13 anni, militando contro le leggi di protezioni di copyright e le censure su Internet, a favore dell'accesso libero agli archivi telematici. Soffriva di crisi depressive e nel 2011 subì un arresto per violazione di database scientifici (se ne dichiarò innocente): almeno una delle due circostanze, si suppone, lo scorso gennaio lo ha spinto a impiccarsi nel suo appartamento di Brooklyn.
Anche gli appassionati dell'opera di David Foster Wallace (1962-2008) sono stati toccati da questa scomparsa, peraltro analoga nelle modalità a quella dello scrittore. Swartz infatti aveva dedicato al capolavoro di Wallace Infinite Jest articoli e post capaci di ricostruire con la massima acribia (dalla A alla Z, appunto) ciò che, in quel vasto labirinto narrativo, l'autore aveva scelto di non raccontare se non per allusioni minute, indizi, cifre, così negando al lettore la soddisfazione della trama risolta.
Verso Wallace non si prova la mera curiosità morbosa che tipicamente investe la vita delle star (e Wallace una star lo era, volente o nolente, comunque dolente). Agisce invece un meccanismo di relazione letteraria fra autore e lettore innescato dallo stesso, e pur schivo, Wallace. La sua morte ha infine evidenziato i punti di contatto tra le vicende di dipendenza e di paralisi relazionali di cui scriveva e quelle che viveva. Difficile attenersi alle prime, come se le seconde non vi fossero impigliate intrinsecamente. Paolo Giordano ha raccontato in un saggio come la propria devozione a Wallace gli aveva dapprima consigliato di stare alla larga dai racconti su di lui e poi, però, di ribaltare i propri propositi alla prima occasione e di acquistare e leggerne subito la prima, vera biografia, quella che viene ora pubblicata in traduzione italiana: D. T. Max, Ogni storia d'amore e una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace (traduzione italiana di Alessandro Mari, Einaudi Stile Libero, pagg. 512).
Informatissimo, asciutto eppure struggente, il libro di D. T. Max (collaboratore del New Yorker di cui nessuno conosce generalità più complete) mostra come Wallace sia stato autore anche di sé stesso. In effetti un personaggio di nome David Wallace compare nel cruciale racconto "Caro vecchio neon", addirittura due nel romanzo incompiuto Il re pallido. Ma Wallace è stato un personaggio inventato da David Foster Wallace anche in molti altri sensi: con le proiezioni, bugie, debolezze, nascondimenti, appropriazioni che ritroviamo nell'"altra" sua opera, composta di lettere, conversazioni, apparizioni pubbliche, lezioni universitarie.
Uno scrittore dai talenti così sorprendenti, dallo stile così sfaccettato e dalla capacità tanto estrema di entrare in relazione diretta con i suoi lettori (riuscendo, come si proponeva, a far loro «palpitare le teste come cuori») è quasi inevitabile sia promosso post mortem a santino, o santone. Max evita dissacrazioni brutali, ma pure non tace vizi, bugie, comportamenti in parte artificiali del suo eroe, che usualmente era invece sincero, onesto e generoso. È stato leggendo questa biografia che l'anno scorso Bret Easton Ellis ha sbroccato: ha puntato sui lati deboli di Wallace per vendicarsi delle critiche che Wallace gli aveva mosso in vita, twittando con brutalità i sensi della propria disistima letteraria e umana per il collega, oramai morto da anni. È forse un paradosso, ma sono invece proprio quei lati deboli a farci riconsiderare la potenza della scrittura di Wallace e a farcelo (e farcela) ammirare se possibile ancor più di prima. Fosse stato un nerd, nato in una famiglia agiata e benestante, formato in scuole esclusive, di psiche pacata e abitudini salubri, sarebbe più facile accettare la cultura enciclopedica, la scrittura impeccabile, la profondità di analisi, lo humour irresistibile, la genialità di un'inventiva e di un pensiero che in solido hanno rivoluzionato la scena letteraria occidentale. Ma Wallace, al contrario, ha fatto scuole normalissime, la sua famiglia ha vissuto anche traversie dolorose (seppure non straordinarie), è stato a lungo dipendente da marijuana, alcool, forse anche sesso, e al secondo anno di università (quando era già riconosciuto come uno studente eccezionale) ha avuto la prima crisi depressiva di quella serie che gli avrebbe concesso pochi intervalli di serenità, artistica e personale. È a un uomo così travagliato che dobbiamo un'opera tanto splendente.
L'indagine di Max si è avvalsa soprattutto dell'imponente documentazione di parenti, amici, conoscenti (anche Don DeLillo ha messo a disposizione i carteggi che aveva intrattenuto con il suo più giovane collega e amico). Ma Max ha anche saputo sia leggere bene l'opera di Wallace sia delineare il ruolo che ha giocato nei confronti della letteratura e della società americana. Dai primi racconti e dal romanzo d'esordio La scopa del sistema ai saggi di "creative non-fiction" e al Re pallido, l'intero arco della produzione di Wallace viene ordinatamente tracciato dal suo bio-bibliografo: progettazione, vicende contrattuali ed editoriali, infine svolte stilistiche che quasi ogni singolo libro (non ce n'è uno davvero simile a un altro) ha impresso al percorso letterario dell'autore.
Wallace ha ripudiato le angustie del minimalismo e del realismo più dimesso a lui contemporaneo, ma ha anche superato le ironie metanarrative del romanzo postmoderno che era venuto prima (e che pure lo ha grandemente influenzato agli esordi, soprattutto nelle opere di Pynchon, Barthelme e Barth). A un certo punto della sua maturazione artistica, fra la superiorità consolatoria dell'ironia e la più pervasiva e misteriosa umiltà del luogo comune, Wallace ha scelto la seconda, calandosi sino ai fondamenti ultimi della banalità e della solitudine occidentale. Ha così prosciugato la scrittura e arginato volontariamente il proprio talento comico debordante; ma ha anche continuato a frammentare ed eludere i meccanismi della piacevolezza romanzesca, convinto com'era che sia cruciale non ricadere nell'equivoco dell'intrattenimento e che lo sforzo che uno scrittore chiede ai lettori non è per sé: lo chiede proprio per loro. Né la mancanza di soluzioni esplicite dei suoi enigmi narrativi è incompiutezza: è, piuttosto, la rappresentazione assieme letteraria e metaletteraria di un buco, del vuoto che ogni arte d'intrattenimento finge di riempire, ottenendo solo di sviluppare una nuova dipendenza per l'intrattenimento stesso. Oltretutto le soluzioni ci sono e l'esegesi di Swarz lo ha dimostrato: però sono fuori dal testo e per raggiungerle e almeno intravvederle bisogna seguire piste indiziarie.
È allora opportuna e bella la coerenza con cui il biografo non si sogna di poter offrire una soluzione all'enigma aggiuntivo e ultimo, incarnato dal protagonista del suo libro: l'autore che ha sempre usato le armi della reticenza e del taglio improvviso per sottrarre il destino dei suoi personaggi dalla disponibilità immediata dei lettori (ma non dalla loro possibile comprensione), e infine, autore anche del suo personaggio, se n'è servito per interrompere la sua stessa vita.

PER APPROFONDIRE:

Ransom Center, University of Texas at Austin: l'archivio DWF online.

Archivio DFV Italia. CLICCA QUI.

The Howling Fantods. David Foster Wallace News and Resources Since March 97.

sabato 26 gennaio 2013

Gli agnostici dell'utopia digitale


Alessandro Delfanti
 
"Il Manifesto", 26 gennaio 2013 

L'antropologa Gabriella Coleman riapre, con il suo recente volume, il dossier sull'etica hacker. Ne sottolinea la critica al capitalismo contemporaneo, ma ne respinge la visione romantica di una rivolta contro il sistema che pone le basi di una società di liberi e eguali
Gli hacker stanno ridisegnando il volto delle società liberali contemporanee. Non solo perché sono protagonisti dell'evoluzione delle tecnologie digitali e della Rete, che hanno un ruolo cruciale nell'economia e nelle vite di miliardi di uomini e donne. Ma anche perché le azioni degli hacker sono in grado di portare una critica fondamentale all'interno della struttura politica delle nostre società basate sulla conoscenza e sull'informazione: una critica che seppur basata su di un pilastro del pensiero liberale, come la libertà di parola, è diretta ad altri fondamenti di questo stesso pensiero, come il diritto di proprietà intellettuale. 
Lo scontro tra questi due diritti è visibile in decine di avvenimenti della storia più recente, ed è uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni insite in un modello di società in cui il diritto relativo alla proprietà privata si è espanso a tal punto da condizionare le nostre possibilità di leggere, scambiarci una canzone o produrre e condividere cultura. È quello che sostiene Gabriella Coleman, antropologa e docente di studi sulla scienza e la tecnologia all'università McGill di Montreal, nel suo Coding freedom. The ethics and aesthetics of hacking, pubblicato da Princeton University Press e ancora in cerca di un editore in Italia (pp. 269). Coleman si basa proprio sui teorici del liberalismo, come John Stuart Mill o Jürgen Habermas, o su autori contemporanei come Yochai Benkler e il suo lavoro sulla produzione sociale online.

Artigiani o alternativi
Il lavoro di Coleman si basa su un decennio di etnografia a contatto diretto con i programmatori di diversi progetti di software libero, cioè software che viene scritto pubblicando anche tutti i dati del suo «codice sorgente» e permettendo quindi a chiunque di studiarlo, rielaborarlo, migliorarlo, e poi redistribuirlo. L'esempio più conosciuto è quello di Linux, un progetto che è stato in grado di riunire migliaia di programmatori sparsi per il mondo, pronti a cooperare online per scrivere un sistema operativo che oggi è alla base di molti servizi che usiamo quotidianamente, dai server del web che in stragrande maggioranza usano il software Apache basato su Linux, a quelli di Google, sino ad Android sui nostri cellulari. 
L'avvento del software libero ha dimostrato che una forma di produzione alternativa a quelle verticiste basate sul comando e l'organizzazione burocratica aziendale è possibile, e proprio su un prodotto così complesso come il software. Tuttavia il software libero e l'attività degli hacker sono stati spesso interpretati secondo due assi principali, come ricorda Coleman. Da un lato chi vede in queste nuove forme di cooperazione l'emergere di un artigianato digitale reso possibile dai computer e dalle reti e che riporta al centro della scena l'individuo e le sua capacità. Dall'altro chi vede nella collaborazione online dei programmatori di software libero un'alternativa radicale al capitalismo informazionale, la prefigurazione di un nuovo tipo di democrazia dal basso nel quale i mezzi di produzione e di informazione sono nelle mani dei produttori organizzati in nuove forme di cooperazione e mutualismo. 
Coleman critica queste due visioni in qualche modo semplicistiche per ricordare che come già notato da molti teorici della società dell'informazione, tra tutti Manuel Castells, il software libero è politicamente «agnostico», cioè rifiuta una chiara definizione politica, aprendosi all'utilizzo per scopi diversi e persino opposti. Nel libro Coleman porta esempi eterogenei di adozione del software libero e di quanto diversificate possano essere le basi culturali ed ideologiche su cui fondare il suo uso. Il gigante dell'informatica Ibm mise in campo una strategia di passaggio al free software per scopi ovviamente di profitto, con una campagna che insisteva sulle caratteristiche di flessibilità, scelta per i consumatori e libertà dalle burocrazie statali, seguendo la tradizione aperta da Apple nel 1984 con il famoso spot in cui i sui computer permettevano di sfuggire al controllo del Grande Fratello orwelliano. 


I computer come strumenti di liberazione dalle pastoie burocratiche, per ampliare l'accesso alle opportunità aperte dalle reti e realizzare un mercato più libero. Non certo equo nei risultati dei processi di mercato, ma piuttosto nelle opportunità di ingresso - in fondo è la retorica di rimozione degli ostacoli alla libera competizione che è dominante negli Stati Uniti. Per le piattaforme di informazione dal basso di Indymedia, nate con le mobilitazioni di Seattle contro l'Organizzazione mondiale del commercio nel 1999, scegliere il software libero era al contrario una decisione in contrasto con la privatizzazione dell'informazione e tesa a fornire a chiunque uno strumento contro le corporation e i loro interessi. Nel libro sono analizzati anche gli scontri con il «Digital millenium copyright act», la repressione contro gli hacker negli anni Duemila, la nascita della licenza Gpl a opera di Richard Stallman e altri tra i principali avvenimenti che hanno fatto la storia delle ultime generazioni di hacker. Il mondo hacker è complesso e molto eterogeneo, e al suo interno vi sono molte sottoculture differenti, dagli hacker più politicizzati italiani e spagnoli a quelli più individualisti e orientati al mercato che sono maggioranza in altri paesi. 
Tuttavia Coleman sottolinea i tratti comuni. La meritocrazia compensata dall'adesione all'imperativo etico del rimettere sempre in circolazione il valore prodotto (il codice). La capacità di mettere le proprie competenze tecniche, sociali e giuridiche al servizio di un ideale di liberalismo individuale che tuttavia entra in rotta di collisione con i dogmi del neoliberismo che estende i confini della proprietà privata. L'attività degli hacker contribuisce in modi inaspettati a ridefinire il significato di termini come «individuo», «libertà», «trasparenza» o «proprietà». Per esempio contribuendo a smitizzare l'idea che la proprietà intellettuale, copyright e brevetti, rappresenti un incentivo in qualche modo «naturale» all'innovazione: il software libero e il copyleft dimostrano il contrario, cioè che altri incentivi possono funzionare come e meglio del copyright pur basandosi su ideali liberali come la libertà di espressione. La volontà di creare, comunicare e condividere può prevalere su quella di privatizzare i frutti del proprio lavoro.
Gli hacker sono capaci di innovare le forme politiche in azione all'interno dei mondi digitali. Ma scrivendo codice in contesti culturali e politici densi di attenzione alla questione della libertà di espressione, gli hacker hanno soprattutto costruito tecnologie che incarnano una politica precisa, che si tratti dei software che sviluppano, delle licenze per gestire i diritti di proprietà intellettuale che scrivono, come la licenza Gpl, o delle strutture decisionali che progettano e implementano per gestire sforzi collettivi complessi come il progetto Debian. Hanno, come dice il titolo del libro, programmato libertà.

Attività aperte

Facendolo hanno dato vita a conflitti che sono decisivi per le sorti della società dell'informazione. Facciamo l'esempio di due casi non contenuti nel libro ma che aiutano a capire la posta in gioco negli scontri sulle libertà digitali. Uno dei casi più drammatici di questo tipo di conflitti è quello di Aaron Swartz, il programmatore e attivista per la cultura libera che si è tolto la vita pochi giorni fa negli Stati uniti e per il quale era stata chiesta una condanna a trentacinque anni di carcere e un milione di dollari di multa per aver scaricato dall'archivio digitale Jstor un database di milioni di articoli scientifici. 
Il caso di Swartz è paradigmatico dei conflitti esplosi con l'avvento delle tecnologie digitali, in cui le capacità di singoli programmatori o di gruppi di hacker di forzare l'accesso a un sistema svelano i meccanismi di potere al lavoro nelle nostre società. Il diritto individuale all'accesso, alla trasparenza, al diritto di espressione, come mezzo per svelare contraddizioni. Un altro caso è quello di Salvatore Iaconesi, l'artista e hacker di Art is open source che pochi mesi fa ha scoperto che i dati contenuti nella sua cartella clinica, cioè la immagini della risonanza magnetica e gli altri esami che avevano svelato il suo tumore al cervello, erano in un formato non leggibile dai personal computer. Per questo li ha crackati (aperti, in gergo informatico) e pubblicati online per condividerli con tutti gli utenti della rete. La sua richiesta di una «cura open source» ha attirato più di duecentomila risposte nel giro di due mesi, sotto forma di consigli medici ma anche opere d'arte. Il suo caso ha forzato il nostro paese a interrogarsi sull'importanza di rendere accessibili, standardizzate e riproducibili le informazioni mediche che il sistema sanitario fornisce ai suoi utenti. Tra le libertà di cui un individuo dovrebbe poter disporre rispetto al suo rapporto con la medicina vi è anche quella dell'accesso senza alcuna restrizione alle informazioni che lo riguardano.

L'etnografa di Anonymous 

Il lavoro di Gabriella Coleman è un punto di riferimento per chi è interessato a capire la politica degli hacker. Negli ultimi anni, mentre era in pubblicazione il suo libro sul software libero, Coleman si è occupata della rete hacker Anonymous, della quale è diventata una dei maggiori esperti a livello mondiale e in qualche modo una delle poche referenti pubbliche. Il suo incontro con Anonymous la ha portata anche a scrivere pagine interessanti sulla trasformazione dell'etnografia e del mestiere dell'antropologo ai tempi della comunicazione digitale, e quindi a innovare gli strumenti a disposizione delle scienze sociali per comprendere le culture che nascono e agiscono all'interno delle reti digitali. «Coding freedom» è stato pubblicato sotto licenza Creative Commons e quindi può essere copiato e distribuito senza fini di lucro. La versione pdf è scaricabile liberamente dal sito:

sabato 19 gennaio 2013

I ribelli della rete


CONDIVISIONE E LIBERTÀ ECCO LA LORO FILOSOFIA

RICCARDO LUNA

"La Repubblica", 18 GENNAIO 2013 

Un giorno lo capiremo e quel giorno ci decideremo finalmente a chiedere scusa a quelli come Aaron Swartz: gli hacker. E se il solo leggere una cosa così ci appare assurdo, questo dimostra l’enormità dell’equivoco collettivo che è stato generato negli ultimi trent’anni. Abbiamo fatto passare gli hacker per delinquenti. Criminali. Soggetti pericolosi per gli individui e persino per la pace mondiale. 
E’ vero, qualche hacker ha effettivamente commesso delitti, fatto danni, creato disagi, talvolta grandi disagi. Ma è come se avessimo preso una piazza piena di pacifici manifestanti e gli avessimo dato dei “terroristi” perché fra loro ce n’era uno. Gli hacker sono un’altra cosa: gli hacker vogliono cambiare il mondo per renderlo un posto migliore e sono convinti che un computer connesso a Internet sia la strada ideale per farlo.
Era un hacker il giovane Bill Gates quando nel 1975 scrisse BASIC, il primo programma che avrebbe dovuto rendere i personal computer usabili da tutti. Era un hacker (e lo è ancora) Steven “Woz” Wozniak, che fece praticamente a mano l’Apple II su cui il suo amico e socio Steve Jobs nel 1977 ha costruito un’azienda diventata impero. Si sente un hacker e ne va fiero persino Mark Zuckerberg al punto che quando a Facebook festeggiano qualcosa invece di sbronzarsi fanno una cosa che ci chiama “hackaton”, una maratona di hacking in cui per ore e ore si sta lì a scrivere righe di codice sperando che il prodotto finale in qualche modo ci cambi la vita. Ed erano hacker i primi anonimi volontari che sono intervenuti dopo che gli uragani Katrina e Sandy avevano colpito New Orleans e New York.
Insomma, non si può capire la rivoluzione dei computer in cui siamo immersi se non si capisce chi sono davvero gli hacker. Non si può capire, semplicemente perché non ci sarebbe stata. Ventinove anni fa un grande giornalista americano, Steven Levy, pubblicò un librone che ne raccontava le gesta, che risalgono addirittura agli anni ‘50 e proprio al Massachusetts Institute of Technology di Boston finito nella bufera per il suicidio di Swartz. Qui dei giovani ricercatori capirono per primi che un computer poteva servire a scrivere anche testi e fecero quello farebbe ogni hacker: scrissero loro stessi, non per soldi ma per il puro piacere di farlo, un programma che consentiva di farlo. Si chiamava Expensive Typwriter, macchina da scrivere costosa” (in effetti allora quella macchina costava 120 mila dollari).
Ma quello che davvero hanno in comune gli hacker, il dono più importante che ci hanno fatto e che ci fanno mentre involontariamente li denigriamo, non è un modello di computer o un software per lavorare meglio, ma una filosofia. L’etica hacker, ha scritto la giovane antropologa neozelandese Gabriella Coleman nel suo attualissimo report dal mondo hacker “Coding Freedom”, ci parla di valori come condivisione, apertura, delocalizzazione e di un approccio per cui abbiamo il dovere di mettere le mani sui computer per migliorarli e migliorare così il mondo intero. E per far ciò una cosa deve avvenire preliminarmente: l’informazione deve essere libera. Per questi valori è morto Aaron Swartz.


VITTORIO ZUCCONI

Gli hacktivisti

MA GLI HACKER LAVORANO PER NOI O CONTRO DI NOI? È la quotidiana lotta tra privacy e trasparenza. Il confine tra creatività e illegalità rimane sottile. Resta una domanda di fondo: vuole abbattere ogni forma di protezione. Attivisti e cyber geni, militanti e guru. 

WASHINGTON. La battaglia del web, fra gli hacker e il sistema, è vecchia in America di almeno due secoli. Ci riporta al 1804, quando due uomini chiamati Lewis e Clark partirono su ordine del presidente Jefferson per esplorare e mappare l’oceano di terra americano. Percorsero duemila chilometri e la loro più grande sorpresa fu vedere che in quell’immenso territorio, dai Grandi Laghi fino al Pacifico, non c’erano un solo steccato, un muretto, un cancello, una barriera, qualcosa che definisse e quindi escludesse, il territorio.
Né Jefferson né i due viaggiatori avrebbero potuto immaginare che la loro avventura nel continente davvero nuovo avrebbe prefigurato quello che oggi sta accadendo nella Terra Nova della Rete. Dove tutto sembrava appartenere a tutti, gli stessi esploratori si trasformavano in colonizzatori e in proprietari.
Chi aveva sognato l’accessibilità all’intero territorio, chi credeva di potervi galoppare senza barriere, soffriva la parcellizzazione della terra come una negazione della libertà americana.
E qui, nel classico duello fra il rancher, il contadino/allevatore che cinta il proprio campo, e gli indiani prima e i cowboy più tardi che rivendicavano il diritto di transitare a piacere, che si riproduce la quotidiana, silenziosa, furibonda lotta fra un World Wide Web sempre meno vergine e coloro che vogliono hack, abbattere con l’accetta, spalancarla. Come individui, nella solitudine della propria missione od ormai sempre più organizzati in gruppi di hacktivist, di attivisti.
Nel discorso collettivo e nel lessico semplicistico dei media dove ancora sopravvivono formule ridicole come «il popolo della Rete» descritto come una entità a parte quando tutti siamo ormai popolo della Rete con una semplice mail o una fattura online, espressioni come hacker, cracker, hacktivist tendono ad acquisire una connotazione negativa. Chi apre con il grimaldello virtuale di codici, virus, “vermi”, phishing la serratura di banche dati, di siti protetti, di librerie riservate ad abbonati, di casseforti di banche, «è semplicemente un ladro, proprio come colui che usa una chiave universale o un piede di porco». Così aveva detto il procuratore del Massachusetts, Carmen Ortiz chiedendo l’incriminazione di Aaaron Swartz, il ragazzo prodigio che era riuscito a scardinare la cassaforte di Jstor, il fondo delle pubblicazioni accademiche, delle tesi, dei journal, per metterle a disposizione di tutti. E che ha chiuso la propria vita ucciso dal male di cui soffriva, la depressione acuta e acuita dalla angoscia di una battaglia che forse intuiva perdente.
La sua fine, che ha addolorato e toccato come una perdita personale tutti coloro che ne avevano amato non soltanto la genialità informatica, ma anche l’eleganza dei codici che componeva, la sua totale assenza d’interessi finanziari personali a differenza di altri cyber geni o presunti tali passati alla cassa come Jobs, Gates, Zuckerberg, o creatori di Twitter destinato presto all’esordio in Borsa, ha dunque inevitabilmente riscoperchiato il calderone del witches’ brew.
Il brodo di streghe della battaglia per la libertà assoluta contro la progressiva privatizzazione della Rete. Il New York Times ha affidato a un filosofo e linguista della Northwestern University, Peter Ludlow, il compito di interpretare linguisticamente l’uso di questa parola hacker e del nuovo hacktivism, l’hackeraggio organizzato e militante di gruppi come Anonymous, concludendo, con filosofico distacco, che sono i grandi media che piantano nella coscienza del pubblico le associazioni negative con queste formule.
Ma se i grandi media, i siti commerciali, i “for profit” hanno evidente interesse a proteggere i propri nuovi territori recintati, le notizie di penetrazioni di massa avvenute in database di carte di credito, di profili e attività private attraverso i social network, di archivi federali contenenti il sacro codice fiscale, di siti militari segreti, addirittura della setta Scientology, alimentano oggettivamente gli equivoci e le paure.
Tutti noi, “popolo della Rete”, vorremmo che tutte le porte fossero aperte, che i segreti di stato fossero scoperchiati, nella certezza aprioristica che essi nascondano ogni sorta di nefandezze e che la promessa di una nuova Biblioteca di Alessandria fosse reale. Dunque pubblica e non a pagamento, come quello Jstor che ossessionava Swartz perché raccoglieva materiale universitario già pagato con le tasse ma risottoposto a tariffa.
Ma noi stessi pretendiamo che i nostri dati, abitudini, avventure in Rete, conti finanziari usati nel boom dell’e-commerce, degli acquisti online, non siano esposti sulla piazza informatica.
È la contraddizione di fondo, e per ora insoluta, fra privacy e trasparenza, fra diritti a sapere e diritto a nascondere. Per la galassia degli “hacktivist”, il libero accesso a tutto è un diritto civile fondamentale che non può essere negato o limitato Neppure il mondo degli hacker, o dei cracker, parola che richiama la figura del safecracker, colui che cracca una cassaforte, ha risolto la contraddizione di fondo fra accesso e negazione. La stessa Anonymous pretende di restare appunto anonima, dunque negando a chi l’attacca il diritto che vuole applicare agli altri. Assange e il suo WikiLeaks, che pure vengono difesi come “cappelli bianchi” (opposti ai “cappelli neri” di chi apre le casseforti per lucro o per intenzioni criminali) della trasparenza e della accountability, della responsabilità, non sono visti come hacktivist puri, essendo più distributori passivi e coraggiosi di “fughe” generate altrove, che esploratori diretti di territori proibiti. Il che non trattenne gli anonimi da un assalto di rappresaglia dopo l’arresto di Assange. Swartz era un esempio venerato e ora rimpianto di “cappello bianco”, di genio che metteva la propria prodigiosa capacità di composizione e di lavoro, non diversa dal talento naturale e poi tecnico di un grande musicista davanti alla tastiera, non per guadagni, ma per fede profonda nella libertà universale del Web. Non aveva fatto soldi, pur avendo contribuito a Reddit, uno dei massimi strumenti per la lettura e per l’offerta di materiale e a Rss, il sistema preziosissimo di diffusione automatica di contenuti e notizie.
Naturalmente, i grandi provider di reti wifi e telefoniche, come la Verizon americana, conducono una guerra quotidiana tecnologica, propagandistica e psicologica, contro i gruppi e i singoli che vogliono sfondare i cancelli, quali che siano i cappelli che indossano e le intenzioni che hanno. La Verizon, colosso della fibra ottica, del 4G, della Adsl negli Usa annuncia: «Il 2011 — ha scritto la società di telefonia — è stato l’anno nel quale i cyber attivisti, gli hacktivist hanno superato i cyber criminali nella penetrazione illegale. Dei 174 milioni di dati illegalmente scaricati, 100 milioni sono stati rubati dagli attivisti. Improvvisamente, le zone grigie fra hackeraggio bianco, a fin di bene, e hackeraggio nero, con scopi criminali, spariscono. Sottrarre dati che non ti appartengono non è mai ok».
Ma quello che cifre e le statistiche di Verizon non dicono è l’intento e la finalità di quei dati sottratti. Gli hacktivist “ideologicamente motivati” spinti cioè da un’idea di Rete e di libertà, da una lotta che spesso si intreccia con battaglie ecologiste, antinucleari, anticapitaliste, sono cosa ben diversa dai cybercriminali che scassinano le casseforti di banche per utilizzare i risultati per sfruttare le vittime. Il colpo grosso dei gruppi come Anonymous nel 2011 fu svaligiare la banca dati di un istituto di credito che aveva ingaggiato una società specializzata nella sicurezza informatica promettendo di annientare proprio Anonymous. Fu dunque una rappresaglia dimostrativa, che non produsse danni, altro che alla faccia della società antihacking.
Una soluzione definitiva, un trattato di pace che portino alla convivenza e che risolvano la dialettica universale fra diritti di proprietà e diritti di accesso, fra l’odiato copyright sulle proprietà intellettuali, la pirateria, non è in vista e forse neppure possibile. Ogni tentativo di “legislare” un conflitto fondamentale come questo, eppure liquido e spesso impossibile da definire, ha portato a deformi normative che risultano inapplicabili nella pratica o sfacciatamente liberticide, alla maniera di Cina o Iran. Ma anche l’ideologia della Prateria senza steccati, come quella attraversata da Lewis e Clark nel 1804 è, nel caso degli hacktivist utopica e in parte ingiusta. La difesa dei diritti dei creatori di contenuti non è prepotenza, ma premessa perché la creazione avvenga. Tutto costa, a dispetto del mito della Rete gratis che gratis non è affatto, e dunque tutto deve essere remunerato per sostenere i costi. Ma anche l’istinto opposto è altrettanto forte: dove si chiude una porta, qualcuno cercherà di aprirla. La domanda resta: gli hacker lavorano per noi o contro di noi?


I ribelli della rete

ANGELO AQUARO

NEW YORK. Ma il povero Aaron Swartz si poteva salvare o no? Benjamin Nugent tira un sospiro così lungo che t’immagini stia ripassando come in un film tutta la vita: l’infanzia difficile col fardello dell’autismo diagnosticato per sbaglio, l’adolescenza di smanettone tra computer e “anime” made in Japan, il riscatto nella sua prima band, il debutto da giornalista e saggista, fino a quella Storia naturale del nerd che l’ha reso un piccolo cult. A fine mese qui negli Usa esce il suo primo romanzo, Good Kids, una storia d’amore tra due ragazzi figli dei figli del baby boom, una storia che lui stesso riassume cosi: «Come fai a ribellarti quando i ribelli sono i tuoi genitori ». Ma adesso è la storia di un altro ribelle e di un altro nerd — I ragazzi con gli occhiali— a tormentarlo.
Si poteva salvare?
«Mi ha fatto subito venire alla mente David Foster Wallace. E non solo perché era stato lo stesso Aaron a riferirsi a lui nel suo blog».
Aveva anche suggerito una propria conclusione al quel capolavoro che è Infinite Jest.
«Aaron era una persona fantastica. L’unica che conosco che potesse frequentare il mondo letterario e quello tech. Due mondi che tendono incredibilmente a ignorarsi: quelli che amano crogiolarsi nei testi lunghissimi e quelli che il testo scritto ormai è morto. Aaron era un genio dei computer ma lavorava a un magazine letterario».
Perché pensa a Foster Wallace? Oltre al destino tragico che li accomuna.
«Viviamo in un’epoca che per un certo tipo di intelligenze, intelligenze più suscettibili, può condurre a reazioni bipolari, a reazioni maniaco-depressive. Per chi è sempre assetato di nuovo, l’era di Internet può trascinare alla mania: e condurre alla depressione».
Sta parlando di una correlazione tra Internet e depressione?
«Sto solo speculando sulle similarità di due personaggi eccezionali. Dico però che lo straordinario mondo di informazioni aperto da Internet ha una potenzialità liberante enorme. Ma al contrario può anche deprimere. Internet può dare un potere immenso a chi non dovrebbe averlo...».
Con quali conseguenze?
«Guardate ai percorsi intellettuali. Aaron diventa sempre più prolifico: è ossessionato dall’idea dell’utilizzo positivo di Internet e si scontra con una cultura che non è ancora pronta. È la stessa ossessione che guida Foster Wallace alla ricerca della scrittura perfetta».
Non c’è via di uscita?
«Non voglio generalizzare. Ripeto: stiamo parlando di casi eccezionali. E nel caso di Aaron stiamo parlando di un ragazzo che rischiava 35 anni di galera. Credo che alla fine abbia contato più questo che l’attaccamento ai computer, no?».
C’è chi accusa la magistratura Usa e il Mit, l’istituto utilizzato per scaricare i file illegali. Aaron rischiava la prigione per questo. La sua famiglia ha parlato di persecuzione.
«Io non voglio accusare nessuno. Però dalla forza giudiziaria messa in campo è evidente che si sia cercato di dare risonanza pubblica al caso: volevano fare di Aaron Swartz un esempio per tutti».
Il suo sacrificio servirà a ristabilre i confini di Internet? Legale e illegale...
«È una questione enorme. Certo è ridicolo che si possa rischiare di essere buttati in galera solo per aver scaricato dei file: è assurdo e sproporzionato. Però la proprietà intellettuale esiste e va rispettata. Pensate a quanti ragazzi dell’età di Aaron salgono su un pullmino e se ne vanno in giro a suonare rock’n’roll: ma non si possono mantenere perché c’è qualcuno che pensa che non pagare la musica è ok».
Lei stesso ha raccontato sul  New York Times l’infanzia difficile, la depressione.
«Abbiamo tutti provato qualche forma di depressione ».
Ma c’è qualcosa che possiamo fare? C’è una cura? Computer e Internet circondano tutti noi. Ormai siamo tutti nerd: siamo tutti smanettoni.
«Se metti il tuo libro davanti a tutto, come Foster Wallace ha fatto — se metti il tuo attivismo davanti a tutto, come Aaron Swartz ha fatto: col tempo diventa un peso sempre duro da sopportare. Sì, inseguire la tua passione di fonte a tutto e tutti comporta inevitabilmente sacrifici. Fino all’ultimo».

Aaron Swartz, Open


Tiziano Bonini


www.doppiozero.com

“E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana. Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet.”

Questo non è Borges. Non è la Biblioteca di Babele. Questo è quello che scriveva nel 2007 Aaron Swartz per presentare Open Library, il progetto a cui stava lavorando all'epoca: una biblioteca digitale ad accesso libero, gestita da una fondazione non-profit, che oggi conta su un catalogo di più di un milione di libri, classici e moderni, disponibili in download in vari formati digitali. “Open library è tua. Navigala, correggila, alimentala”, recita il sottotitolo del sito, una specie di Wikipedia per i libri. Aaron Swartz aveva 21 anni nel 2007. Ne aveva 26 quando, l'11 gennaio del 2013, si è suicidato. Da allora, da sabato, la notizia ha rimbalzato sui social network e sui giornali di tutto il mondo. Perché? Chi era Aaron Swartz, al di là delle facili etichette di “genio ribelle della Rete” che i media di massa nazionali gli hanno frettolosamente attaccato addosso, e perché è importante ricordarlo?

Aaron Swartz, secondo le parole del suo mentore Lawrence Lessig – giurista di Harvard impegnato nella battaglia per una riforma del copyright nel nuovo ecosistema digitale - era un attivista per i diritti civili di Internet. Ma ancora non ci siamo. Non è questo dettaglio che ci permette di capire chi era Aaron Swartz e perché era così amato, discusso e ora rimpianto (la sua famiglia e i suoi amici hanno dato vita a un memorial online per condividere il ricordo di Aaron e Wikipedia lo saluta come “uno splendido essere umano”). Attivista, militante, “genio”, sono tutte parole usate in questi giorni per descriverlo ma che non gli rendono giustizia. Il rumore della notizia della sua morte, la ricorrenza della parola “genio” nel ricordarlo, le manifestazioni d'affetto da tutto il mondo, sono in parte analoghe alla scomparsa di David Foster Wallace. Per entrambi si piange, anche con rabbia, il genio e lo spreco di un talento immenso, come se credessimo che quel talento apparteneva a tutti noi, non solo a loro, e non avevano il diritto di farci una cosa del genere, privarci del loro talento. Aaron Swartz non era uno scrittore fragile e famoso, non era ancora un'icona pop, ma tra il pubblico dei geek di tutto il mondo si era guadagnato il rispetto e l'affetto che normalmente si tributa a uno scrittore fragile e famoso. Cory Doctorow, scrittore di cyber sci-fi, blogger e coeditore del blog geek più famoso al mondo – Boing Boing – lo ricorda così: “Lo conobbi quando aveva 14 anni. Aveva già scritto le specifiche del RSS 1.0 (una stringa di codice, ora diffusissima, che permette alle persone di ricevere notifiche automatiche di notizie online, ndr). Quando veniva a San Francisco ci prendevamo cura di lui, era solo un ragazzo. Fui io a presentarlo a Lessig. Divenne attivo nella squadra tecnica di Creative Commons e sempre più coinvolto nei temi di tecnologia e libertà di accesso. Sembrava sempre in cerca di un mentore, e nessuno di questi mentori sembrava riuscire a soddisfare gli altissimi standard da lui richiesti. Aaron ha ottenuto cose incredibili nella sua vita. Era un ragazzo mosso continuamente da nuove passioni, nuovi obiettivi.” LEGGI TUTTO...

martedì 15 gennaio 2013

Remembering Aaron Swartz


Aaron dead. 
World wanderers, we have lost a wise elder. 
Hackers for right, we are one down. 
Parents all, we have lost a child. 
Let us weep.

Tim Berners-Lee


Il regalo al mondo di Aaron Swartz:


If I get hit by a truck......please read this web page
I ask that the contents of all my hard drives be made publicly available from aaronsw.com.