Visualizzazione post con etichetta Lingua italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lingua italiana. Mostra tutti i post

domenica 15 maggio 2016

Il traduttore cambia l’italiano

Cristina Taglietti, "Corriere della Sera", 15 maggio 2016

L’italiano cambia, anche attraverso le traduzioni dei romanzi. È uno dei temi che l’«Autore Invisibile», il ciclo di seminari curato da Ilide Carmignani, ispanista e traduttrice di autori come Gabriel García Márquez, Roberto Bolaño, Luis Sepúlveda, in questi giorni sta affrontando. Questa mattina il linguista Gianluigi Beccaria parlerà di «Italiano che va e italiano che viene» e in questi cambiamenti della lingua ha un ruolo anche quello che leggiamo, considerato che più del 60 per cento della narrativa viene dall’estero. «L’italiano è una lingua ancora vitale — dice Beccaria — che magari per strada perde pezzi ma ne acquista di nuovi. Una volta venivano dal basso, oggi vengono soprattutto dalla lingua imperiale, l’inglese. In generale, un tempo la nostra narrativa poggiava su basi molto tradizionali, oggi anche la lingua si va globalizzando, forse anche si appiattisce un po’. Lo sanno bene i nostri narratori, che infatti scrivono in un italiano già pronto per essere tradotto. Diciamo che, forse, oggi, un Gadda non potrebbe esserci nella nostra letteratura».
Quando si parla di italiano letterario la traduzione è un punto di riferimento fondamentale, anche se spesso sottostimata. «Quindi — dice Ilide Carmignani — la domanda è: quando traduco La gabbianella e il gatto di Sepúlveda a quale italiano faccio riferimento? All’italiano dell’uso? Ma io sono toscana e ogni casa editrice ha una sua idea di italiano letterario. Per esempio: come traduco cool? Per la casa editrice romana dovrei usare fico, per quella milanese figo. Io metterei ganzo. Se faccio una traduzione fedele e letterale, non uso un buon italiano, ma un incrocio tra la mia e l’altra lingua». Le regole di revisione delle case editrici e la loro provenienza contano più di quanto si creda. «Il passato remoto si sta indebolendo per esempio — continua Carmignani —. Contribuiscono le traduzioni da una lingua come l’inglese che ha una sola forma di passato e l’editing di molte case editrici del Nord, dove è usato molto meno rispetto ad altre zone d’Italia. Per me è un impoverimento, si perdono sfumature».
A cambiare l’italiano non sono solo le traduzioni dei romanzi, ma anche quelle delle serie tv. Lo spiega Stefano Arduini, docente di Linguistica generale all’Università di Urbino dove organizza, con Carmignani, le Giornate di traduzione: «L’italiano che usiamo passa anche da lì. Anzi, sui giovani è forse quello che ha più influenza. Ora sta andando in onda Il Trono di Spade, in contemporanea con l’America. È chiaro che la traduzione dei sottotitoli e del doppiaggio non può essere così accurata e infatti si nota la differenza con le precedenti serie. Oltretutto parliamo di un programma che ha creato un suo sistema linguistico. Comunque, è certo che la letteratura non ha più la funzione di riferimento culturale che aveva in passato».
Le serie, ma anche i romanzi di genere, soprattutto i noir, sono alla base di certi calchi dall’inglese. «“Assolutamente”, “rilassati”, “dacci un taglio”, “fottuto”, “dannato” — aggiunge Ilide Carmignani — provengono da lì. Così come l’uso di frasi molto brevi, paratattiche. Si ritrovano nei testi di molti scrittori italiani, da Ammaniti a De Carlo. Una semplificazione che non è necessariamente un male, dipende da quanto l’autore la integra in uno stile personale». Quando viene male, il linguista Giuseppe Antonelli la chiama «traduttese»: «Era molto diffusa una decina di anni fa, adesso mi sembra che sia un po’ diminuita». Antonelli ieri ha parlato di punteggiatura ai partecipanti del seminario di traduzione. Perché anche in quel settore la lingua dei romanzi ha esportato qualcosa: «Come l’uso del trattino che non si chiude. In italiano se ne usano due a indicare un inciso. È curioso che il primo ad accorgersene sia stato Leopardi che se la prende con il traduttore di Byron, paragonandolo a un ciarlatano di piazza che, in quel modo, vuole dirci: guardate quanto sono bravo. D’altronde anche Sandro Veronesi, in un libro del 2001 tutto dedicato alla punteggiatura, ha scelto il trattino. La grammatica italiana non lo accetta, ma lui ne fa un manifesto». Certo non si può parlare di un’unica lingua. «L’ultimo bestseller — aggiunge Arduini — non può avere lo stesso tipo di traduzione di un lavoro autoriale. Si va dal linguaggio sofisticato dei grandi traduttori, attenti a riprodurre la voce degli scrittori, a quello rivolto a un mercato di consumo più immediato e veloce, su cui, magari, lo stesso editore non investe molto. Lo scrittore interessante è quello che prende i materiali, anche più bassi, di una lingua e li tempra, cambiandone il valore».
Paolo Nori, che ieri ha animato uno degli incontri dell’«Autore Invisibile», è diventato traduttore, dal russo, dopo aver pubblicato i suoi primi romanzi. È convinto che la traduzione debba parlare ai lettori di oggi con il loro linguaggio, per cui i contadini delle Anime morte di Gogol imprecano in dialetto modenese. «Molti amici russi mi dicono: ma perché traduci Tolstoj? L’hanno già fatto molti altri. È vero, però se un russo lo legge trova una lingua contemporanea, invece la traduzione di Landolfi, per esempio, è datata. Ma questa è proprio una caratteristica della nostra lingua. Se un bambino russo legge il romanzo in versi di Puškin Evgenij Onegin, capisce tutto. Io ho letto a mia figlia il 5 maggio di Manzoni e lei ha capito che qualcuno giocava a memory respirando».

mercoledì 27 gennaio 2016

Lo sforzo autolesionista di demolire la nostra lingua


Adolfo Scotto di Luzio

"Corriere della Sera", 27 gennaio 2016


Join the Navy, «entra in marina». L’invito non viene da Annapolis, Maryland, dove ha sede la più importante accademia navale degli Stati Uniti d’America. Più domesticamente, da Roma. Lo slogan compare sui manifesti che in questi giorni annunciano nelle nostre città la nuova campagna di reclutamento della Marina militare italiana. Dopo il «Be cool and join the Navy» del 2015, qualcosa che in italiano suona come «Fai il fico ed entra in marina», lo Stato maggiore insiste con un giovanilismo di maniera che si pretende dinamico e internazionale ma che, riferito a un’istituzione militare della Repubblica italiana, suona alquanto privo di senso.
Non c’è dimensione pubblica del nostro Paese, ormai, che non sia affidata a pubblicitari e creativi di ogni risma per i quali l’uso dell’inglese è diventato una specie di tic nervoso. Clamoroso è lo slogan inventato per Roma, RoMe & You, «Roma, Io e Te», che ha finito per renderne irriconoscibile finanche il nome. Un paradosso non da poco per chi, dovendo vendere un marchio, lo confonde sotto un gioco grafico e linguistico buono, forse, per una paninoteca dalle parti di Campo de’ Fiori.
Non fa eccezione a questo andazzo sciatto e autolesionistico il ministero della Pubblica istruzione. Da tempo nella scuola italiana circola un nuovo latinorum che mescola alle vecchie formule della burocrazia un gergo monotonamente ripetitivo degno di un call center. Basta prendere il piano della scuola digitale del Miur e aprirlo a caso. È un succedersi di Acceleration Camp, percorsi di accelerazione per stimolare lo spirito di intrapresa nei giovani. Ci sono i Contamination Lab, luoghi di contaminazione interdisciplinare. Le studentesse patiscono i confidence gap, il pregiudizio di genere in ambito scientifico e tecnologico. Il ministero risponde con «Girls in Tech & Science». Su questo linguaggio c’è poco da dire, se non che è refrattario a qualsiasi elaborazione intellettuale.
Ma che dire, invece, dello obbligo d’insegnare in lingua straniera una materia non linguistica imposto nelle scuole superiori, in quinta? È il famigerato Clil, acronimo inglese, che sta per apprendimento integrato di lingua e contenuto. Nasce dalle escogitazioni multilinguistiche di un esperto di origini australiane che fa base in Finlandia. Si prefigge il conseguimento di un livello di estrema generalizzazione linguistica al di sopra delle differenze «dialettali» fra cittadini europei. Un progetto di vasta portata, per chi lo ha concepito; un’idea, invece, da pezzenti culturali a ben vedere. Non si danno più ore alle lingue straniere. Né si assumono insegnanti specialisti. Niente di tutto questo.
Si sottraggono, invece, al dominio dell’italiano contenuti culturali importanti e insieme si svilisce il valore di questi stessi contenuti, riducendoli a mero supporto della lingua straniera. Soprattutto, se il ministero presuppone negli insegnanti certificazioni linguistiche che di fatto non posseggono, dà per scontato che gli studenti siano in grado di prendere attivamente parte a lezioni in lingue che non padroneggiano. Gli effetti semplificatori sui contenuti saranno, inevitabilmente, disastrosi.
La lingua, tanto quella straniera che l’italiano, qui è concepita come un mero strumento e non come un terreno sul quale sorgono, nel tempo, pensieri e idee, sentimenti. In questo modo gli italiani vengono educati, fin dalle aule scolastiche, a formarsi un’ immagine opaca del mondo per mezzo di parole generiche e vuote.
Da qualche tempo si sente ripetere che l’Italia è tornata protagonista. Per il momento sembra più che altro sommersa dalla fuffa.

martedì 7 luglio 2015

L’italiano dimenticato


Parole sbagliate, verbi usati male, forme inappropriate.
Tutti gli errori (anche) degli adulti

Paolo Di Stefano, "Corriere della Sera", 6 luglio 2015

Qualche settimana fa il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa ha annunciato di voler avviare, per l’anno prossimo, una serie di corsi di grammatica italiana per i propri studenti. Come mai? Perché la competenza della lingua, indispensabile alle professioni forensi, va calando in modo vertiginoso. È noto, secondo i famosi (o famigerati) rilevamenti Invalsi, che la gran parte degli studenti che escono dalle scuole superiori non sa scrivere, manca dei fondamenti testuali, grammaticali, lessicali, sintattici: dopo le scuole medie, si disimpara l’italiano, e la tendenza verso il basso continua negli anni dell’università e poi in età adulta. Un fenomeno di regressione, il cui primato europeo spetta all’Italia, come ha dimostrato un anno fa anche la ricerca internazionale Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies). Dunque, c’è poco da meravigliarsi se l’editoria si attrezza per rimediare all’analfabetismo di ritorno che concerne il leggere e lo scrivere, oltre al far di conto.
In questa linea si inserisce l’esigenza di riproporre un vecchio manuale voluto nel 1954 da Adriano Olivetti per le dattilografe, Piccola guida di ortografia (pubblicato ora da Apice libri), a cura di due grandi studiosi come Bruno Migliorini e Gianfranco Folena. E, dopo l’uscita del pamphlet semiserio di Andrea De Benedetti La situazione è grammatica (Einaudi), il nuovo saggio del linguista Vittorio Coletti, Grammatica dell’italiano adulto (Il Mulino). Non un vero e proprio prontuario, ma un libro più articolato che segnala e affronta, analizzandone le ragioni anche storiche, i dubbi e le tante eccezioni che mettono in difficoltà parlanti e scriventi. Non solo l’eterna questione del congiuntivo, che sembra in via di estinzione da quando è nato, ma ben altro. La pronuncia e la grafia: perché scuola e non squola, le doppie z, la d eufonica («ed ecco»), gli accenti e gli apostrofi (perché e qual è), la punteggiatura, vera piaga scolastica... I plurali dei nomi composti (lo sapete il plurale di girocollo e di pescespada?) e dei tanti forestierismi; il mistero dei doppi plurali (braccia, bracci) e quello dei plurali dei nomi in –io (principio); le sottigliezze che fanno litigare su ciliegie o ciliege (una regoletta malefica vuole la i per i sostantivi che al singolare terminano in –cia e –gia).
Poi ancora il genere dei pronomi personali: gli / le la cui distinzione va rispettata almeno nello scritto; la spinosa diatriba sul femminile nelle professioni, per esempio presidente e vigile, che dovrebbero ormai valere per i due generi, e delle forme non ancora accettate da tutti, come sindaca e ministra. Le sfumature di significato che riguardano la posizione di certi aggettivi (non è la stessa cosa dire «un pover’uomo» e «un uomo povero», ma forse neanche «un amico caro» e «un caro amico»); il codesto in disarmo, sostituito da quello ; le ambiguità da evitarsi («il fratello dell’amico di Carlo che è arrivato ieri»); l’invasività del pronome ci; il piuttosto che usato a sproposito in luogo di oppure; così come assolutamente, diventato un avverbio passe-partout (positivo o negativo). Il grande capitolo dei verbi, compresi i dubbi sugli ausiliari con il verbo servile («è dovuto partire» e non «ha dovuto partire»). E il lessico, con l’eccesso di usi stranieri: delle 305 parole nuove entrate nell’uso tra il 2000 e il 2013, ben 124 sono puri anglismi, spesso sostituibili da forme italiane perfettamente omologhe (Jobs Act , spending review...).
Ma quel che conta più delle regole e delle eccezioni, si sa, è la sensibilità verso i registri da utilizzare in rapporto alla situazione testuale: in certe condizioni l’uso del congiuntivo è d’obbligo, in altre si può soprassedere. Evviva dunque le grammatiche come quella di Coletti (leggibile da tutti e non prescrittiva), anche se la responsabilità maggiore per rimediare alle lacune linguistiche, che sono poi lacune cognitive e sociali, dovrebbe spettare alla scuola e all’università. Le riforme finora hanno voluto guardare altrove, inglese e internet su tutto, raramente affrontando le carenze del parlato e della scritto nella lingua madre. Ma il paradosso è che la vera emergenza è la lingua italiana: sarebbe utile affiancare la storia della letteratura nei licei con lo studio continuo della lingua; sarebbe indispensabile una formazione ad hoc per gli insegnanti, eccetera. Perché la situazione è davvero grammatica, e c’è poco da ridere.

sabato 21 marzo 2015

La peste, il mugnaio, i mercanti. E la storia creò la lingua italiana


Dal Cinquecento abbiamo un lessico comune. Che l’inglese non distruggerà

Paolo Di Stefano

"Corriere della Sera", 20 marzo 2015

La Storia della lingua italiana nasce, come disciplina universitaria, nel 1938, quando viene istituita a Firenze l’omonima cattedra, affidata a Bruno Migliorini. L’anno successivo Roma attiva un insegnamento per Alfredo Schiaffini: poi, fino agli anni Cinquanta, le sole nomine sarebbero state quelle di Gianfranco Folena a Padova nel 1956 e di Maurizio Vitale a Milano nel 1957. Eppure gli studi di storia della lingua in Italia hanno avuto, fino a oggi, esponenti di sommo rilievo, capaci di spaziare tra la dialettologia e la stilistica letteraria, tra la filologia e la critica tout court . Ora, con la Prima lezione di storia della lingua italiana (Laterza, pp. 176), Luca Serianni, erede a Roma del grande Schiaffini e autore di saggi e manuali tra i più importanti degli ultimi decenni, si propone di tracciare le grandi linee della disciplina a beneficio di un ampio pubblico, con ammirevole chiarezza argomentativa e per quanto possibile senza troppi tecnicismi (quelli indispensabili vengono spiegati in un utile indice conclusivo).
«Come è ovvio — dice Serianni — la storia della lingua, non avendo riferimenti scolastici, è poco nota, dunque può capitare che anche le persone colte la confondano con altre discipline, come la glottologia oppure la storia della letteratura, mentre il suo campo di interesse non riguarda soltanto i testi letterari». I vari passaggi di continuità e discontinuità, a cominciare dal rapporto genetico tra latino (nella varietà parlata del «latino volgare») e italiano, sono illustrati con una molto essenziale serie di esempi. Senza dimenticare la presenza, nell’italiano come nelle altre lingue romanze, di un lessico dotto direttamente attinto dal latino, che ha lasciato un ricco deposito lessicale non solo nella lingua ma anche nei dialetti.
C’è una storia interna e una storia esterna. La prima riguarda gli sviluppi, strutturali, della fonetica, della morfologia, della sintassi, dovuti al succedersi delle generazioni di parlanti e alle interferenze di altre lingue. Quelli esterni provengono da fattori fisici, storici, antropologici o culturali. Si sa che le catastrofi naturali, le migrazioni, gli eventi bellici determinano più di altri il cambiamento delle lingue. Un esempio? La peste del 1348, con il conseguente spopolamento di Firenze e il successivo inurbarsi di persone provenienti dal contado, ha finito per provocare sensibili innovazioni linguistiche. E basti pensare alle conseguenze del sacco di Roma del 1527 ad opera dei lanzichenecchi, che con l’ondata migratoria giunta dal Centro-Nord portò numerosi tratti settentrionali in un dialetto che fino ad allora registrava elementi tipicamente meridionali. E non si allude solo alle evidenze del lessico, ma anche alla fonetica.
«Si può sostenere — scrive Serianni — che la storia di una lingua altro non sia che una particolare declinazione della storia generale, alla stregua della storia dell’arte o delle istituzioni sociali». Un filo rosso che Serianni insegue con particolare attenzione e che non dovrebbe sfuggire agli storici tout court riguarda il rapporto tra cultura alta e «gente comune»: secondo studi ormai consolidati, l’acquisizione della lingua scritta è avvenuta, in passato, attraverso canali non istituzionali. Il caso del mugnaio friulano del Cinquecento Domenico Scandella, detto Menocchio, ricostruito da Carlo Ginzburg in un libro divenuto un piccolo classico della storiografia, è particolarmente significativo: nonostante la sua distanza geografica e culturale dagli ambienti intellettuali, Menocchio, processato dall’Inquisizione e poi condannato al rogo nel 1599, era arrivato a conoscere l’italiano da autodidatta attraverso la lettura di libri d’avventura e di testi religiosi ottenuti in prestito. Si deve ai lavori di Francesco Bruni e di Enrico Testa su documenti privati come gli epistolari l’idea di un «italiano pidocchiale» diffuso ben prima dell’unità nazionale, della scolarizzazione estesa e dell’azione determinante della televisione. Un «italiano nascosto» che conviveva con i dialetti.
«La tradizione — osserva Serianni — sottolinea l’inesistenza dell’italiano nei secoli passati: nella percezione comune l’identità italiana è poco più che un’invenzione romantica o risorgimentale, ma un filo linguistico comune, sovradialettale, si può cogliere a partire dal Cinquecento anche fuori dal recinto della letteratura alta». Gli illetterati dialettofoni potevano imparare l’italiano «per pratica», arrivando ad averne una competenza passiva grazie all’azione, certo «preterintenzionale», svolta con il catechismo dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento. Insomma, l’idea che i dialetti abbiamo dominato incontrastati la comunicazione orale non sarebbe altro che «un solido pregiudizio», come ha scritto lo stesso Bruni.
È dimostrato, tra l’altro, che tra la lingua umile quotidiana e la codificazione letteraria è esistita un’area di mezzo rappresentata da un italiano scritto commerciale e diplomatico, utilizzato in ampie zone del Mediterraneo e dell’Europa orientale per almeno tre secoli, tra il XVI e il XVIII: l’italiano è stato, per esempio, la lingua super partes adottata nel testo ufficiale di un importante trattato bulgaro del 1774, quello di Kuüçüc Kaynarca, che pose fine a uno dei conflitti tra russi e turchi. Anche le cancellerie dei consolati francese e britannico a Tunisi, nel corso del Seicento, adottavano la nostra lingua. Una lingua veicolare simile all’inglese attuale? «Certo — risponde Serianni — ma in una proporzione più ridotta: l’inglese è oggi una lingua planetaria adottata sistematicamente in ambito scientifico, ma il meccanismo è simile». Fatto sta che oggi gli apocalittici parlano di decadenza dell’italiano. Solo luoghi comuni e errori di prospettiva, come fa notare ironicamente Giuseppe Antonelli in un recente libro? «Gli ultimi dati Istat dimostrano che l’uso dell’italiano rispetto al dialetto sta crescendo, mentre fino a qualche anno fa sembrava immobile. Gli aspetti di criticità si verificano semmai nella pratica scritta, soprattutto a scuola: i test mettono in evidenza la povertà del lessico e la scarsa capacità di comprensione di un testo complesso come un editoriale giornalistico. Questo è il dato più preoccupante, che ha anche ricadute sul piano civile, non certo la morte del congiuntivo, che tra l’altro non sta affatto morendo. Quel che sta morendo è la capacità di argomentare». Proprio all’argomentazione, Serianni ha dedicato un libro, uscito l’anno scorso da Laterza, che proponeva «prove ragionate di scrittura».
Se l’invasione dell’inglese è ormai un dato di fatto, Serianni non concorda con l’auspicio di Tullio De Mauro che l’inglese diventi la lingua veicolare della polis europea: «Se così fosse, l’inglese dovrebbe diventare la lingua della comunicazione politica, ma il discorso politico non trasmette solo informazioni tecniche, perché fa leva sui simboli, sulle emozioni, sui sentimenti. Pensare che la conoscenza dell’inglese sia così avanzata da cancellare le lingue nazionali sarebbe sbagliato. Sarebbe come decretare la perdita dell’identità plurilingue europea». Del resto, in Germania, per fare un esempio, la questione linguistica non si pone nemmeno: in ogni sede istituzionale il tedesco è inamovibile e un corrispondente di un giornale italiano che pensasse di stabilirsi a Berlino conoscendo solo l’inglese resterebbe rapidamente fuori gioco. Per non parlare della Francia, ancora saldamente ancorata alla propria identità linguistica a ogni livello.
Altra faccenda è la letteratura. Manzoni era convinto che l’italiano doveva scrollarsi di dosso la sua cultura letteraria e guardare piuttosto a quella parlata «viva e vera» capace di diventare lingua nazionale, e cioè il fiorentino. Graziadio Isaia Ascoli contestò il dirigismo manzoniano, rivendicando la portata della tradizione scritta e della cultura alta come motori del processo di costruzione di una lingua unitaria. Una vexata quaestio che rimane ancora attuale. Provando infine ad abbozzare una sorta di «certificato storico per l’italiano», sul modello dei documenti di residenza o di stato di famiglia rilasciati dai Comuni, Serianni si schiera con Ascoli: lo strumento che ha permesso di dare voce agli emarginati è la scrittura, quel modello super-regionale filtrato dalla Chiesa e diventato con la grande letteratura trecentesca e con la codificazione del Cinquecento «un esempio precoce di lingua sufficientemente stabile».

lunedì 3 novembre 2014

«Sì all’inglese lingua europea. Allarme rosso per la scuola»

Tullio De Mauro

De Mauro: l’Italia ignora il tema dell’istruzione, specie quella degli adulti
intervista di Paolo Di Stefano

"Corriere della Sera", 3 novembre 2014

Punto primo: l’Europa è, storicamente, un’entità multilingue sia pure con importanti spinte di convergenza. Punto secondo: la questione della lingua in Europa non riguarda solo gli aspetti istituzionali e burocratici, ma è una questione di democrazia, perché è difficile costruire una grande comunità politica democratica se i suoi cittadini non dispongono di una lingua comune. Punto terzo: come tale, la questione linguistica è un problema che riguarda la cultura e che investe la scuola. Punto quarto: gli Stati e l’Ue nel suo insieme se ne disinteressano totalmente. Sono queste, a grandi linee, le tesi che Tullio De Mauro espone nel suo libro, In Europa son già 103, in uscita per Laterza. Sottotitolo: Troppe lingue per una democrazia?. Con i suoi 82 anni portati appassionatamente, in poco più di 80 pagine, coniugando leggerezza e profondità, De Mauro affronta cronologie, mutamenti, contaminazioni, aspetti geopolitici. Senza dimenticare il caso italiano, per molti aspetti esemplare. 
Professore, perché la questione della lingua in Europa è diventata cruciale? 
«Se la prospettiva verso cui vogliamo andare è quella di una federazione di Stati, bisogna che ci sia, come già Aristotele insegnava, un terreno linguistico comune. Non è possibile che uno svedese e un napoletano discutano di politiche finanziarie in lingue diverse. E non è possibile delegare la discussione a un’élite ristretta». 
Il guaio è che il multilinguismo, come lei mostra nel libro, è un tratto distintivo europeo. Come si può conciliare questa storia con l’aspirazione unitaria? 
«Le due cose non si escludono. Ricordo che l’aspirazione all’unità nazionale, statale, intorno all’italiano è stata un filo conduttore della nostra storia. Tanti, compreso qualche linguista, pensavano che l’unità linguistica, raggiunta negli anni Sessanta, avrebbe spazzato via i dialetti, ma non è successo: oggi, dopo cinquant’anni, i dialetti sono ancora vivi. Così, adottando diffusamente una lingua comune in Europa, non è prevedibile che vengano lese le lingue nazionali radicate nella storia e nella cultura». 
Lei si sofferma sulle affinità genetiche tra le lingue indoeuropee, sulla prossimità grammaticale e lessicale. Questo cosa significa? 
«Già il linguista francese Antoine Meillet diceva, a proposito del vocabolario, che a dispetto dei nazionalismi miopi, tra le lingue europee c’è un fondo comune molto superiore alle differenze, che si è creato grazie a una rete fitta di condivisioni. E lo stesso Leopardi nello Zibaldone scrisse che guardando al vocabolario della cultura intellettuale, ci si accorgerebbe che esiste una specie di “piccola lingua” che accomuna, nelle diversità, tutte le lingue europee e che deriva in gran parte dal latino e dal greco. Il vocabolario inglese oggi è composto al 75% di prestiti dal francese o direttamente dal latino. Ci sono consonanze profonde. L’inglese è tutt’altro che vuoto di spessore culturale, e qualcuno l’ha definito una lingua neolatina ad honorem. Anche per questo sostenere che la sua adozione cancelli le identità nazionali è sbagliato». 
Resta il problema della scuola, che in Italia ha già difficoltà a tenere un accettabile livello di formazione nella lingua materna. 
«L’insegnamento della lingua materna resta prioritario. Ma il dato più preoccupante riguarda la popolazione adulta. Anche in Germania o nei Paesi del Nord (e persino negli Stati Uniti) più della metà della popolazione ha gravi difficoltà nel leggere e capire un testo semplice o nell’adoperare banali strumenti di calcolo. In Giappone e in Finlandia si arriva al 38%, in Italia si supera il 70. Direi che è un dato costante l’alto tasso di problemi nell’uso completo delle lingue materne: appena uscite dalla scuola, le persone finiscono per perdere ogni capacità». 
Dal documento del governo sulla «Buona Scuola» si intravedono segnali in questo senso? 
«Semplicemente la “Buona Scuola” ignora il problema linguistico e non fa alcun cenno alla dimensione dell’istruzione degli adulti, che è cruciale per la vita produttiva e per la vita sociale, perché ricade necessariamente sui figli. Una cosa è sicura: il livello di cultura sostanziale in famiglia è determinante sull’andamento scolastico dei ragazzi. Di istruzione degli adulti parlava la legge Berlinguer del 1999, ma da allora è rimasto tutto sulla carta». 
La detrazione fiscale sui libri potrebbe servire? 
«Se ne parla da anni, i tecnici temono che diventi una fonte di microevasione, ma sarebbe certamente utile, anche se ormai una pizza costa più di un Meridiano». 
Al di là della questione lingua, la «Buona Scuola» come le sembra? 
«Lasciamo stare la sovrabbondanza di anglicismi persino ridicoli tipo “gamification”… In sé è un documento accattivante, c’è un’atmosfera scherzosa, nello stile di Renzi, piacevole, con contenuti bizzarri. Io non voglio buttarla sul tragico, ma i problemi della scuola purtroppo lo sono: le strutture edilizie, le lacune del personale tecnico, il rapporto con il mondo del lavoro, le prospettive didattiche… Bisognerebbe rimettere mano all’impianto della scuola media superiore, formare gli insegnanti, che hanno ancora una visione disciplinarista e che invece dovrebbero collaborare tra di loro in funzione di una prospettiva trasversale, sul saper ragionare, argomentare, parlare… La “Buona Scuola” tace su questi argomenti, ma in compenso ne parla la finanziaria, che continua a tagliare sulla scuola, per non dire dell’università che è prossima a defungere». 
Cosa pensa del Clil, cioè quel metodo che prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera? 
«Va usato con parsimonia. È già difficile avere dei buoni insegnanti di storia, figurarsi averne pure che parlino bene inglese. Diciamo che è un metodo auspicabile per alcuni insegnamenti universitari, ma per gli altri livelli mi pare poco realizzabile». 
La «Buona Scuola» vorrebbe estendere il Clil alle elementari. 
«La riforma Gelmini prevedeva corsi di formazione inglese, per insegnanti, di 30 ore faccia a faccia e 20 ore via internet: ma con 50 ore complessive non si arriva neanche all’Abc. Le primarie sono le scuole in cui si lavora meglio, in cui le discipline sono strumentali alla maturazione complessiva del bambino. Nei test internazionali i nostri si collocano al vertice: toccare le elementari sarebbe un delitto, perché i guai cominciano dopo. Le analisi Invalsi mostrano che tra i ragazzi usciti dalla media di base e i maturandi lo scarto di competenze è minimo».
L’iniziativa del Politecnico di Milano di adottare solo l’inglese per gli insegnamenti di master la convince? 
«No, neanche nei master si può rinunciare alla lingua materna. Nel mondo ci sono masse di studenti che si spostano, sono i nuovi clerici vagantes: ma è difficile pensare che dei giovani trovino suggestive le università italiane perché offrono corsi in inglese. Quel che conta sono altri fattori: la qualità scientifica e le condizioni dell’accoglienza, ma questi aspetti vengono ignorati». 
Tornando alla Babele europea, lei accenna al modello indiano e a quello del plurilinguismo svizzero. 
«Lo ripeto: sono contro l’immagine catastrofista secondo cui l’inglese diffuso come lingua standard metterebbe a rischio le lingue nazionali. In India, nonostante le diversità etniche e religiose, l’inglese è diventato negli ultimi 60 anni una lingua secondaria affiancata al sanscrito come lingua nazionale: questo però non ha comportato la morte delle parlate locali, l’urdu e l’hindi. In Parlamento si parla in inglese, nei comizi in una delle 45 lingue locali. L’esempio indiano è interessante per l’Europa». 

Il rischio è perdere il patrimonio del latino
di P.D.S.

Anche le nuove ondate migratorie contribuiscono a cambiare le 103 varietà linguistiche presenti in Europa: gli arabofoni in Francia, i turchi in Germania, i romeni in Italia, i cinesi a Londra, a Manchester, a Parigi, a Berlino, a Prato... Il panorama linguistico europeo presenta una fisionomia eccezionale: i circa 740 milioni di persone dei 50 Stati dall’Atlantico agli Urali usano 62 lingue ufficiali. Di queste, 50 hanno lo status di lingue nazionali ufficiali, altre sono lingue di minoranza. Ricorda De Mauro che, al di là delle differenze, c’è un patrimonio comune che va valorizzato: «Mentre in India c’è una ripresa molto forte dello studio del sanscrito, mentre nelle zone arabofone resta importantissimo lo studio dell’arabo classico e in Israele c’è un rilancio dell’ebraico biblico, nei Paesi europei si tende a trascurare la tradizione latina. È un’autentica sciocchezza, perché la conoscenza del latino classico resta indispensabile per tutti, anche per gli anglofoni». In quella che De Mauro definisce l’«innovatività permanente» di ogni realtà linguistica, intervengono oggi, come si sa, i linguaggi tecnologici. A questo proposito, dal 6 all’8 novembre si terrà a Firenze, organizzato dall’Accademia della Crusca, la VII edizione della Piazza delle Lingue su «L’italiano elettronico». Per informazioni sul convegno www.accademiadellacrusca.it. (p.d.s.)

lunedì 20 ottobre 2014

Se la lingua di Dante conquista anche Pechino


Italiano

È il quarto idioma più studiato nel mondo. 

E in quel milione e mezzo di appassionati crescono russi e asiatici

Laura Montanari

"La Repubblica", 20 ottobre 2014

RALLENTA nei Paesi della vecchia Europa, la lingua italiana, cresce in aree che vanno dall’Est europeo, Russia in testa, al Magreb, fino ai Paesi arabi e al Vietnam. Cambia la geografia e forse si allontana un po’ dalle radici e dai luoghi della nostra immigrazione, che pure, vedi Germania e Stati Uniti, restano numericamente di gran lunga in cima alla classifica. L’italiano conquista terre nuove e il saldo, assicurano dal ministero degli Affari esteri, è positivo. «Siamo la quarta o quinta lingua più studiata al mondo, e in crescita» sostiene il sottosegretario Mario Giro. È lui che ha voluto il nuovo censimento delle scuole di italiano oltre confine. I risultati saranno presentati nel corso degli Stati generali della Lingua italiana nel mondo in programma domani e mercoledì a Firenze. Nel 2012 erano circa 570mila gli allievi che imparavano la lingua italiana all’estero. Secondo la nuova mappatura triplicano: si arriva a un milione e mezzo perché nei conteggi sono stati aggiunti scuole private, associazioni e istituti che prima sfuggivano al censimento.
L’italiano come risorsa, come veicolo culturale, turistico ed economico di promozione del Paese. È l’idea del ministero degli Esteri, che intende rilanciare e riorganizzarne lo studio. Sfida complicata in tempi di spending review, di tagli agli istituti di cultura e alle cattedre. Si punta al web: in agenda c’è la creazione di un portale dell’italiano che metta insieme l’offerta dei corsi, lezioni online, formazione a distanza per i prof e un osservatorio permanente. L’Indire, l’istituto nazionale di documentazione e ricerca del ministero dell’Istruzione ha già pronto un progetto i cui contenuti sono stati realizzati in collaborazione con l’Accademia della Crusca. «Finalmente ci si muove con decisione per promuovere la conoscenza della nostra lingua non soltanto come vettore culturale, ma anche economico» dice il presidente dell’Accademia Claudio Marazzini.
«Agli studenti che arrivano dalla Cina nei nostri politecnici adesso si impartiscono lezioni in inglese, io proporrei di offrire loro anche corsi di italiano e di arte. È un modo — sostiene — per legarli al ricordo del nostro Paese». A proposito di Cina, uno dei soggetti più attivi nella diffusione dell’italiano estero è la società Dante Alighieri (423 sedi): «Stiamo lavorando con l’istituto Confucio — dice il segretario Alessandro Masi — per potenziare gli scambi».
Va bene Dante e Michelangelo, ma non dimentichiamo il design, la moda, il cibo, la musica lirica, il turismo, quel pacchetto che va sotto la targa made in Italy e che può essere un richiamo: «La promozione linguistica — si legge in una relazione preparatoria della due giorni fiorentina — non avrà il successo sperato se non è connessa allo scenario culturale simbolico». Suggerisce Mirco Tavoni, presidente del consorzio Icon che riunisce diciannove atenei e organizza corsi di e-learning: «Usiamo come vettori per diffondere la lingua le grandi aziende italiane già impegnate all’estero e magari anche la Chiesa cattolica». C’è invece chi pensa di qualificare le cattedre puntando sugli italodiscendenti, «perché — sibila un prof — con tutti i tagli che ci sono, chi paga più un docente italiano per andare all’estero?».

venerdì 16 maggio 2014

Tutte le lingue degli italiani


Come si dice a Milano “sciapo”? Dite “sette e mezzo o mezza”? Usate “gli” o “le”?
Uno studio decennale, da nord a sud, migliaia di dati.
 Ecco come parliamo

Francesco Erbani

"La Repubblica", 12 maggio 2014

Qual è l’aggettivo usato per indicare che un cibo è senza sale? Stare in piedi o stare all’impiedi? Lei adopera il pronome gli indifferentemente per il maschile e il femminile? Senza nessuna intenzione normativa, quella che vuole stabilire se si dice così e non così, due storiche della lingua, Annalisa Nesi e Teresa Poggi Salani, hanno guidato per oltre un decennio un gruppo di colleghi, e anche di studenti, di giovani laureati e dottorandi, che in 31 città hanno cercato di documentare l’uso e la consapevolezza che si ha dell’italiano. È stato uno sforzo notevolissimo, sostenuto dall’Università di Siena e patrocinato dall’Accademia della Crusca. E non per compilare un dizionario, ma per sondare la diffusione della nostra lingua, la sua articolazione regionale e locale.
Dove, quanto e perché si predilige ora rispetto ad adesso e in quali contesti, invece, si va sul mo’. Emerge la sostanza reale dell’italiano, spiegano Nesi e Poggi Salani, «il suo sapore», il valore effettivo di certi fatti lessicali, sintattici e morfologici. Non l’italiano scritto, ma quello parlato, corrente, che si adopera quotidianamente a Torino e a Lecce, a Livorno e a Nuoro, a Verona e a Latina...
Nessuna fotografia potrebbe restituire una realtà tanto variabile, se non immergendosi e navigando in una banca dati che accumula 80 mila voci. E anche tentare una sintesi di un materiale così vasto è difficile. Convivono comunque due tendenze, segnalano le ricercatrici. Una all’uniformità, alla distribuzione ormai omogenea dell’italiano in tutto il territorio nazionale, senza significative differenze fra Nord e Sud, per esempio. L’altra tendenza consiste nel conservare, comunque, una certa quantità di varianti rispetto allo standard, varianti che a loro volta si standardizzano, prime fra tutte quelle dialettali, ma non solo, con buona pace di chi dei dialetti ha più volte annunciato la morte. L’italiano è insieme una lingua comune e differenziata, scrive nell’introduzione Francesco Bruni. E ne escono confermati gli accertamenti del linguista Tullio De Mauro sui dati Istat: solo nel 2006 coloro che parlano sempre in italiano diventano la maggioranza relativa (45,5 per cento), superando di pochissimo quelli che usano sia l’italiano che il dialetto (44,1) e distanziando nettamente quelli che si esprimono sempre in dialetto (5,4), i quali erano ancora la maggioranza non un secolo fa, nel 1982 (36,1).
Lo studio è fondato su un questionario di 230 domande. S’intitola La lingua delle città (la sua sigla è LinCi), è composto di due volumi, uno con tutti i dati raccolti in un cd, l’altro contenente saggi scientifici (edito da Franco Cesati). Il lavoro viene presentato domani all’Università di Siena dalle autrici, dalla presidente della Crusca, Nicoletta Maraschio e da De Mauro.
L’indagine si muove su terreni in gran parte inesplorati (un lavoro simile fu compiuto nel 1956 da uno studioso svizzero, Rüegg). I campi del sondaggio sono le forme di saluto, il corpo umano, i mestieri, gli oggetti domestici, i cibi… Non si registra solo il parlato: si chiede a un campione di 12 persone in ognuna delle 31 città esaminate («ma il lavoro procede, anche se su base quasi volontaria essendo esauriti i fondi», spie- ga Annalisa Nesi), un campione appartenente a fasce di età e formazioni culturali diverse, di riflettere sulla lingua che parlano. Di dare risposte secche, ma anche di ragionare, di sondare opzioni diverse. Di fare, come dicono gli studiosi, una riflessione metalinguistica.
Torniamo all’esempio del pronome gli. «L’uso polivalente, per maschile e femminile, è maggioritario», dice Nesi, «senza sensi di colpa, fino all’ammissione della sua correttezza ». Ma, sollecitati dai “raccoglitori”, da chi porge la domanda, le persone interrogate si spiegano meglio: «Correntemente molti usano gli per il maschile e il femminile; io ci sto attento », dice un intervistato a Milano. E c’è anche chi aggiunge che, scrivendo, non si riferirebbe mai a un’espressione femminile con gli. Sorprendente, sottolinea Nesi, che i meno criticamente riflessivi sull’esistenza di una regola che può essere violata siano i toscani, «per la loro pretesa di “saper di grammatica”».
L’uso polivalente, ma scorretto, di gli, mostra comunque che le variazioni dallo standard italiano non sono solo dialettali. Anche se queste sono le più consistenti. Un altro caso citato da Nesi: «se potevo venivo» usato invece del più proprio «se avessi potuto, sarei venuto». «Risponde all’obiettivo, tipico del parlato, di economizzare», insiste Nesi. «È un fenomeno non nuovo, già riscontrato nei testi dell’italiano antico, poi contrastato dalle istanze normative del Cinquecento».
La domanda 113 chiede di esprimersi su un cibo “scarso di sale”. Insipido, spiegano Nesi e Poggi Salani, è stabilmente accertato nelle regioni settentrionali, in Sardegna e a Lecce («84 informatori su un totale di 96 in queste aree»). A Milano sussistono varianti minoritarie: dissapito, poco salato, dolce. Un intervistato se la cava con manca il sale. Un altro ancora con «in milanese si diceva fat, fato». A Roma e in Toscana le resistenze sono più forti. Nella capitale domina sciapo, con una sola eccezione: poco saporito. La Toscana è compatta su sciocco, con la sola eccezione di Carrara, che ha influenze più settentrionali, dove torna a prevalere insipido.
«Sciocco è saldissimo e anche il parlante senese o livornese di buona cultura non sospetta neanche che questa minestra è sciocca si dice solo in Toscana».
Come per insipido si è poi fatto per fruttivendolo (che metà degli interpellati a Roma e tutti i reatini e i viterbesi chiamano fruttarolo), per livido e per l’alternativa bernoccolo, per sette e mezza opposto a sette e mezzo, per calorifero, radiatore o termosifone, per abbi pazienza o porta pazienza.
«Sempre meno il rapporto tra italiano e dialetti viene percepito come conflittuale», aggiunge De Mauro. «Causa ed effetto di ciò è stato il diffondersi di un atteggiamento mutato nei ceti colti o, comunque, più istruiti. Nella scuola è cessata la caccia alle streghe dialettali e le realtà dialettali hanno goduto di una più benevola attenzione a vari livelli della vita intellettuale». Nel Gradit, il Grande dizionario della lingua italiana dell’Utet, sono ottomila le parole diffuse sul territorio nazionale, ma di origine dialettale. Per contro l’italiano è diventata «la lingua del cuore “che da ciuchi l’impareno a l’ammente e la parleno poi per esse intesi”, come diceva il popolano di Giuseppe Gioachino Belli». Nonostante i limiti più volte segnalati sempre da De Mauro: quel trenta per cento scarso di italiani, tendente ancora a diminuire, che con sufficiente sicurezza si orientano fra libri, giornali, istruzioni di farmaci, informazioni bancarie, documenti legislativi.

lunedì 28 aprile 2014

Cosa vuol dire scrivere in italiano


La monumentale opera, curata da tre nostri giovani collaboratori, 
ci permette di conoscere meglio i meccanismi grazie ai quali la lingua italiana 
si è evoluta nei testi dei generi più diversi 

Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin

"Il Sole 24 ore - Domenica", 27 aprile 2014

L'italiano in cui sono scritte queste righe e le pagine di questo giornale è una lingua parlata e scritta, oggi, da milioni di persone. Una lingua varia nelle sue articolazioni interne – geografiche, sociali, culturali, stilistiche –, ma anche unitaria e ben riconoscibile nella sua fisionomia complessiva. Come molte lingue contemporanee, l'italiano quotidianamente prodotto, ascoltato e letto da tutti (o quasi) gli italiani è una lingua ormai desacralizzata nella sua dimensione scritta, proprio perché ormai (e finalmente) buona per tutti gli usi. Non più o non solo lingua del bel cantare o del dolce poetare, ma codice di comunicazione quotidiana, urlata, digitata, funzionale. 
Ciò ne fa, naturalmente, una lingua viva e (ne siamo convinti) complessivamente in salute. Ma ne fa anche qualcosa di diverso da ciò che è stata gran parte della sua storia, visto che almeno fino alla metà del secolo scorso tra lingua del parlato e lingua dello scritto c'è stata una separazione molto netta. Banale osservare che la dimensione parlata della lingua è di fatto irrecuperabile – per ragioni legate all'impossibilità di registrazione della voce – fino a un periodo tutto sommato recente. Banale, anzi falso; visto che molto del parlato "antico" ci è ancora oggi restituito, se pure in modo indiretto o distorto, proprio dai testi dell'italiano scritto. È nel "parlato trascritto" delle deposizioni dei testimoni negli atti giudiziari, a partire da quelle, formulari, con cui - prima dell'anno Mille - comincia la nostra storia linguistica: «Sao ko kelle terre …». Ma anche nelle scritture dei semianalfabeti (emigranti, mezzadri, monache, streghe: quanta sgrammaticata naturalezza parlata nei testi che oggi chiamiamo semicolti) o nelle estemporanee scritte disseminate sui muri del nostro Paese (nel 1977, in piena contestazione, in un'università si leggeva: «distuggiamo la grammatica», con chiosa autoironica nella stessa vernice spray: «come vedete da sopra, avevo spontaneamente cominciato»).
Ma una storia dell'italiano scritto, come quella che abbiamo tentato di proporre coordinando il lavoro di una trentina di autori, è prima di tutto la storia di una grande e non del tutto trapassata lingua letteraria. Proprio grazie al prestigio dei modelli letterari trecenteschi (Dante, Petrarca, Boccaccio), il fiorentino antico riuscì progressivamente ad affermarsi sulle altre parlate locali, imponendosi come lingua condivisa in un'Italia politicamente divisa (e trasformando, dalla metà del Cinquecento, il ruolo dei diversi volgari divenuti ormai dialetti). La costruzione di questa identità dell'italiano è un altro dei prodigi del Rinascimento: le Prose della volgar lingua (1525) dell'umanista Pietro Bembo, a cui si deve la codificazione della nostra lingua sul modello dei classici, sono figlie degli stessi ambienti in cui Raffaello reinventava l'antico. Questo senso del passato nel moderno costituirà uno dei punti di forza dell'italiano: è attraverso la sua storia letteraria che l'italiano – lingua di poeti e di scrittori (spesso tutt'altro che santi) – è diventata una lingua di cultura universalmente riconosciuta come tale. 
Oggi, dopo che abbiamo assistito – sia in prosa sia in poesia – alla sua radicale trasformazione, la lingua letteraria continua a essere vissuta con ammirazione mista a disagio. Ma soprattutto con scarsa attenzione per il suo valore storico, che non è semplicemente quello di uno strumento neutro per veicolare contenuti letterari o idee. Sempre più numerosi sono i tentativi di riscrittura dei nostri classici in italiano moderno. Ma Boccaccio, Machiavelli, Castiglione non sono anche, precisamente, la lingua del Decameron, del Principe o del Cortegiano
Al di là delle esigenze di leggibilità, negli esperimenti di chi mette tra parentesi la lingua in cui si sono espressi i nostri scrittori si coglie una difficoltà nel percepire la lingua letteraria – quella "difficile" e a prima vista "lontana" dei grandi autori del Medioevo, del Rinascimento o anche di età più vicine – come qualcosa che ha valore in sé. Un valore che non può essere rimosso, ma va semmai spiegato con paziente attenzione proprio perché possa essere apprezzato da un pubblico più ampio dei soli addetti ai lavori. Anche questo si propone di fare un'opera di sintesi non puramente manualistica come la nostra, altrimenti difficile da giustificare qui e oggi.
Alla base c'è l'idea che la storicità dei fatti linguistici sia qualcosa con cui bisogna misurarsi dal punto di vista culturale, prima ancora che estetico. Un punto di vista che accomuna tutti e tre i volumi di questa Storia dell'italiano scritto, dedicati rispettivamente alla Poesia, alla Prosa e all'Italiano dell'uso. Due terzi dell'opera come si vede (cioè circa un migliaio di pagine) sono dedicati ai generi della scrittura letteraria, ma lasciando spazio – accanto ai grandi istituti canonici (il romanzo, la poesia lirica) – anche a generi che forse siamo meno abituati a pensare come importanti nella storia della nostra lingua. 
L'epistolografia degli eleganti prosatori cinquecenteschi («le lettere s'hanno a scrivere con un certo nè troppo, nè poco di famigliarità», scriveva Stefano Guazzo), la poesia comico-realistica di tradizione municipale (come il Cecco Angiolieri di S'i' fosse fuoco arderei 'l mondo) o la prosa teatrale costantemente contaminata dai dialetti (come in tante opere di Goldoni e nei memorabili tic linguistici dei suoi personaggi: «Vegnimo a dire el merito»). E se oggi la storiografia e la trattatistica si sono semplicemente dissolte nell'àmbito non-letterario delle scritture scientifiche ("saggistica", negli scaffali delle librerie), per secoli sono state luogo di travaso di una sapiente retorica nel vivo dell'attualità, della natura, del cosmo: dalla grande prosa di Galileo – scienza e letteratura insieme – alla divulgazione piacevole declinata dagli scritti razionalisti e illuministi (basti pensare al Newtonianismo per le dame di Francesco Algarotti, 1737). Senza trascurare l'importanza di certe letture trasversalmente diffuse nella società, come i romanzi d'appendice o più di recente i fumetti: quella che gli specialisti chiamano "paraletteratura".
Tra letteratura, non-letteratura e para-letteratura, la Storia dell'italiano scritto ripercorre il retroterra di ciò che oggi identifichiamo con la lingua nazionale, sforzandosi di dargli una sistemazione complessiva. Nella convinzione che riordinare significhi – in un caso come questo – interpretare.

domenica 9 marzo 2014

Quello che le parole non dicono ce lo dice il loro odore


Non si può ridurre la lingua a un sistema “per capirsi”
Quali competenze servono per utilizzarla pienamente?

Alessandro Perissinotto

“La stampa“, 6 marzo 2014

Che le parole abbiano un senso è fuori di dubbio, ma le parole hanno anche un gusto o, se si preferisce, un profumo. Sì, un profumo, un odore, come quello delle case. La casa dei nonni, con l’odore del cavolo e della minestra che impregnava le pareti; l’appartamento di quella zia, rimasta zitella, che profuma di lavanda; il sentore di umido di certe vecchie scale, la fragranza di cera del salotto buono. Nella nostra mente, quelle sensazioni olfattive caricano di sfumature i ricordi e ci rinviano a stati d’animo come malinconia, o gioia, o disagio. Con le parole è lo stesso. Le parole hanno un nucleo centrale di significato, ma, nel contempo, hanno la capacità di rimandare a sfere di senso più nascoste, come quelle che riguardano lo scorrere del tempo.
Facciamo tre esempi, tra i meno romantici e letterari che si possano immaginare, tre esempi automobilistici. «Adelmo mise in moto la sua giardinetta», «Mario salì sulla sua familiare», «Kevin chiuse la portiera della sua station wagon». Da un punto di vista puramente dizionariale, i termini «giardinetta», «familiare» e «station wagon», se applicati alle autovetture, sono perfettamente sinonimi e identificano un certo tipo di carrozzeria. È però evidente che, nell’immaginario collettivo, essi rimandano a vetture di foggia ed epoca diverse. Lo stesso dicasi per «Adelmo», «Mario» e «Kevin»; tutti e tre nomi propri di persona, maschili, che identificano però, almeno potenzialmente, uomini vissuti in periodi diversi.
Le parole dunque si rivestono della patina del tempo e hanno la capacità di farci andare con la mente non solo agli oggetti che esse designano, ma anche all’epoca che le ha generate. In linguistica si sostiene che i segni hanno un potere «denotativo» (quello di designare il loro significato) e un potere «connotativo» (quello di farci pensare al loro contesto di produzione), ma, più semplicemente, possiamo stabilire che le parole dicono una cosa e, contemporaneamente, fanno immaginare un «di più» che non è la cosa stessa.
Quando leggiamo «Adelmo mise in moto la sua giardinetta», noi immaginiamo, ad esempio, un uomo vestito secondo l’usanza campagnola degli anni 40 che avvia una Fiat Topolino e si mette in marcia lungo una strada sterrata. A guidarci verso questa interpretazione non è il significato delle parole, ma il loro gusto, o il loro odore, la loro capacità di farci immaginare ciò che, a rigore, esse non dicono. Stando ai puri significati, Adelmo potrebbe essere un neopatentato di oggi (ci sarà almeno un diciottenne in Italia che si chiama Adelmo) e la sua «giardinetta» potrebbe essere tale solo perché fino alle soglie degli anni Duemila la Motorizzazione Civile ha utilizzato quella dicitura sui libretti di circolazione, ma, a meno di non essere smentiti dall’evidenza, noi tenderemo a scartare queste ipotesi, perché la comunicazione non richiede quasi mai una pura decodifica, ma implica una partecipazione interpretativa.
L’esempio, assai banale, riportato qui sopra apre una questione fondamentale per chiunque debba occuparsi di educazione linguistica e di formazione dei giovani: quali competenze occorrono per poter utilizzare pienamente la lingua? Per rispondere dobbiamo prima soffermarci sul concetto di «competenza». Negli ultimi decenni, la didattica si è innamorata di questa nozione. Oggi, a scuola, non si parla più di programmi da svolgere, ma di competenze da raggiungere. La competenza sposta l’attenzione dal «sapere» al «saper fare», dalla conoscenza all’operatività. Nel campo linguistico, ad esempio, la conoscenza delle regole grammaticali passa in secondo piano rispetto alla capacità di utilizzare la lingua per operazioni quotidiane come compilare un modulo o leggere un manuale di istruzioni; scompare definitivamente l’idea del sapere come ricchezza personale e si afferma quella del sapere come strumento asservito a un qualche scopo più o meno pratico.
Il rischio è però quello di ridurre la lingua a un sistema «per capirsi» o per ottenere un risultato accettabile. Negli ultimi anni, i professori che hanno fatto notare ai loro allievi l’uso improprio di un certo termine (ad esempio «reticente» al posto di «riluttante») si sono spesso sentiti rispondere: «Ma tanto ci siamo capiti lo stesso». Se la lingua fosse solo un sistema per capirsi, per mettersi d’accordo, forse avrebbero ragione gli studenti svogliati, ma la lingua è un modo per trasferire emozioni e per creare immagini e sfumature. Per questo, se vogliamo continuare a seguire la strategia educativa che la comunità internazionale, non senza qualche leggerezza, considera vincente, vale a dire quella delle competenze, dobbiamo fare in modo che, anche a scuola, il sapere non venga subordinato solo alle finalità operative, ma venga reso funzionale anche alla sublime inutilità dell’atto creativo.


Quei refusi di 2500 anni fa sui palazzi imperiali di Persepoli

Anche nelle antiche iscrizioni di 2500 anni fa, sulle pareti dei palazzi imperiali di Persepoli, in Iran, c’erano errori di ortografia. Queste antiche iscrizioni della dinastia achemenide - pannelli in caratteri cuneiformi incisi su pietra grigia - erano manifesti propagandistici di grande importanza, redatti dagli scribi di corte, ma incisi da artigiani che a volte incorrevano in qualche refuso. Li ha scoperti il filologo Adriano Rossi, dell’Università Orientale di Napoli, che ha lavorato a lungo in Iran, dove ha illustrato ai colleghi locali il metodo di studio che gli italiani applicheranno alle iscrizioni dei palazzi imperiali di Persepoli-Pasargade (Ciro il Grande, Dario, Serse e successori, 560-330 a.C.). «Possiamo avere diversi tipi di errori nelle iscrizioni trilingui (antico-persiano, elamico, babilonese) achemenidi. A volte si tratta dell’omissione di un segno cuneiforme, in altri casi si tratta di segni scritti in modo che noi riteniamo “sbagliato” dal punto di vista dell’ortografia», dice Rossi. In quest’ultimo caso, per esempio, in un testo antico-persiano, il nome del grande dio della dinastia achemenide, Auramazda, è scritto come se Aura e Mazda fossero due parole separate, anziché una sola.

lunedì 10 febbraio 2014

Storia della lingua. L'italiano andò in America



Fu Lorenzo Da Ponte, autore dei libretti più celebri di Mozart, 
che all'età di 80 anni da innamorato dei nostri classici, 
li lanciò insieme all'insegnamento della lingua

Nicola Gardini

''Il Sole 24 ore - Domenica'', 9 febbraio 2014

Come certi grandi fiumi o imperi dell'antichità, anche le discipline accademiche possono formarsi da stente origini. È il caso dell'italianistica americana. Oggi, pur menomati dalla diffusa crisi antiumanistica, gli «Italian Studies» vengono praticati in decine di dipartimenti, per tutto il paese; alimentano carriere, spesso prestigiose e remunerative, corsi di laurea e dottorati, biblioteche, convegni, associazioni e riviste; e, a differenza dell'italianistica italiana, si danno gli oggetti più svariati: non solo Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Castiglione, Tasso, tolti comunque dalla patriottica bacheca della cosiddetta storia letteraria e riletti alla luce di ben altri paradigmi culturali, ma anche le mistiche medievali, le petrarchiste del Cinquecento, Michelangelo poeta, i teorici post-tridentini; e pure i romanzi di Calvino, di Levi e di Eco, il Gattopardo, Pasolini, e la storia dell'arte, i film (muti e no), la politica, la mafia, la storia (specie quella novecentesca, compresa la recentissima), la televisione, la cucina, l'opera lirica, la moda, eccetera. Sul principiare del diciannovesimo secolo, invece, all'Italia gli americani erano del tutto indifferenti, o quasi. Nessuno nel nuovo continente ne sapeva nulla né desiderava saperne alcunché. Nonostante il successo internazionale del melodramma, non attirava nemmeno la sua lingua, alla quale si preferivano quelle di Francia e di Spagna, considerate più utili per il commercio. 
Se a un certo punto il rigagnolo divenne fiume, gran parte del merito è stato di un uomo, Lorenzo Da Ponte, quello stesso Da Ponte che aveva firmato qualche decennio prima i libretti più celebri di Mozart, e che, non per niente, era convinto che il suo compito avrebbe avuto piena realizzazione solo quando avesse imposto sul suolo americano anche il teatro cantato. Quasi ottantenne, innamorato dei classici italiani e convinto che l'italiano fosse la lingua più bella del mondo e non avesse nulla che invidiare in flessibilità ed eleganze neppure al greco classico, promuoveva la tradizione del suo paese con un vigore e una ardore che avevano della frenesia apostolica. A New York, dove era arrivato fin dal 1805, importò migliaia di volumi, lanciò l'insegnamento dell'italiano e della sua letteratura, a livello privato e no, creò una biblioteca, tentò di aprire una libreria e finì per inaugurare, decrepito nel fisico, ma non nella mente, la prima cattedra di italiano di Columbia University. Questa straordinaria attività fu accompagnata dalla composizione di discorsi apologetici, pieni di proteste contro il disinteresse degli americani, uno dei quali, Storia della lingua e letteratura italiana in New York, del 1827, viene ora ripubblicato dal Polifilo in un volume delizioso, editorialmente esemplare, per le cure di Lorenzo della Chà, già curatore dei libretti di Da Ponte e di un'ottima biografia dello stesso. Leggendo questo centinaio di pagine, che propagandano i grandi libri italiani e proclamano fieramente il compito messianico del loro autore (temi che tornano nell'ultima parte delle stesse Memorie), non si può non pensare che la grande impresa di Da Ponte sia stata la fantasia di un emigrato. Insomma, i suoi giudizi sulla lingua e sulla letteratura italiana sono nati, oltre che dall'ammirazione per la bellezza, anche dalla nostalgia e dal confronto con i fantasmi della disidentità. Le esasperazioni della vecchiaia e un narcisismo missionario di entità byroniana diedero poi una mano. 
D'altronde, che razza di italiano poteva essere o pretendere di essere questo signor Lorenzo Da Ponte, nato a Ceneda, nel Veneto, uno dei tanti stati disuniti di quella penisola cui solo per fedeltà alla storia pristina si attribuiva ancora il nome latino? L'italianità per lui come per altri, non solo i dipartiti, era una proiezione della lettura. Leggo, dunque sono. Ma Da Ponte – ecco l'altro aspetto di questa ardimentosa Storia che colpisce il cuore e che gli italianisti, in particolare quelli che si formano e lavorano in Italia, dovrebbero far loro – non leggeva né proponeva agli americani di leggere soltanto poeti e letterati. La sua biblioteca ideale (ma pure reale, dato che per davvero la mise assieme, di acquisto in acquisto, e a caro prezzo) constava, oltre che di poesia e teatro, delle scritture dei più diversi ingegni e delle più varie materie: medicina, giurisprudenza, architettura, fisica, chimica, matematica, storia. I fari di tanto spettacolare canone sono Machiavelli e Beccaria, scrittori supremi, ma non certo bellettristici. E, come si apprende dalle Memorie, vi rientrano anche le migliori traduzioni dei classici latini e greci e volgari.
Questo, quando elogia le grandezze linguistiche e letterarie dell'Italia, ha ancora da insegnarci il bravo autore di Don Giovanni: a cercare nella tradizione italiana pensiero, impegno civile e scienza; a includere, ancora rinascimentalmente, nel concetto di «lettere» ogni ramo del sapere, non solo le melopee, abolendo l'atavica dicotomia tra letteratura e scienza, la quale, se continua a recare il nobilitante sigillo di Platone e di tanti suoi emuli, ha pur sempre la responsabilità di dar forma a pedagogie presuntuose e fuorvianti. 
Lorenzo Da Ponte, Storia della lingua e letteratura italiana in New York (1827), a cura di Lorenzo della Chà, Edizioni il Polifilo, Milano, pagg. 160

martedì 28 gennaio 2014

Il dibattito sulla lingua


Tullio De Mauro e la lingua salvata
«Troppi codici per comunicare L’incomprensione è più frequente»
Intervista al linguista: 
«Dobbiamo sintonizzarci non solo sulla grammatica ma anche sul contesto
Non è facile in un Paese che ha ancora percentuali altissime di analfabetismo»

Cristiana Pulcinelli

“L'Unità“, 26 gennaio 2014

IL FESTIVAL DELLE SCIENZE DI ROMA OGGI CHIUDE I BATTENTI E, in occasione dell’ultima giornata, Tullio De Mauro, decano dei linguisti italiani, sarà il protagonista di un caffè scientifico  dedicato al tema dell’incomprensione linguistica.
Professor De Mauro, sotto il profilo dell’esperienza quotidiana, l’incomprensione è qualcosa che ognuno di noi ha provato nella sua vita, ma che cos’è da un punto di vista tecnico?
«È il non tenere conto dei fattori che aiutano la comprensione di ciò che altri dicono o scrivono. Sono molti e diversi. Le parole, anzitutto, e il loro susseguirsi secondo la grammatica di una lingua, il che significa che dobbiamo sintonizzarci sulla lingua che supponiamo propria di chi parla o scrive. Se vedo scritto «I VITELLI DEI ROMANI SONO BELLI», per capire il senso devo capire se chi ha scritto voleva parlare, e parlava, latino o italiano. Se non conosco la lingua di chi parla o scrive, le possibilità di comprensione si riducono quasi a zero. Quasi: ci aiutano altri fattori di cui possiamo e dobbiamo tenere conto nel comprendere. Dati importanti sono conoscere o sapere chi è che parla o scrive, il contesto in cui si colloca. Una frase come “Il cane abbaia” ha un senso molto diverso se ce la dice un nostro familiare infastidito o preoccupato dall’abbaiare del cane di casa oppure se ce la dice chi sta insegnando ai bambini come si denominano i versi dei differenti animali o, infine, se la leggiamo in un testo di etologia animale. A capire ci aiutano molto le intonazioni del parlato e lo sfondo, l’impaginazione, nello scritto. Qualche anno fa Annamaria Testa ha scritto e illustrato un piccolo libro importante e istruttivo, Le vie del senso, per mostrare quanti sensi diversi assume la frase “Ma che bella giornata! ” a seconda degli sfondi su cui la vediamo scritta. Per capire una qualunque frase dobbiamo mobilitare, anche senza accorgercene, tutte le risorse delle nostre conoscenze ed esperienze. Se manchiamo di farlo, la comprensione delle parole altrui fallisce».Quando nel linguaggio comune diciamo che qualcuno non ci comprende, in effetti, non ci riferiamo solo alle parole, ma a qualcosa di più profondo. Ci riferiamo, magari senza saperlo, a questi fattori? «Altri linguaggi funzionano bene anche se non sappiamo chi ne usa i segni o non teniamo conto del contesto d’uso. Le parole invece non sono cifre, simboli matematici o chimici, ma si capiscono appieno solo capendone l’ancoraggio al loro contesto e alla persona che le dice o scrive».
Qualche tempo fa, lei riportava i risultati di un’indagine secondo cui il 71% della popolazione italiana non è in grado di leggere e comprendere un testo di media difficoltà. Ci può spiegare un po’ più nel dettaglio questo dato?
«Noi adulti italiani, molto più degli adulti di altri Paesi, abbiamo un pessimo rapporto con i testi scritti: libri, giornali, pagine internet e perfino cartelli e avvisi al pubblico (spesso, oltre tutto, formulati male). Non una, ma tre successive ricerche internazionali, l’ultima delle quali promossa dall’Ocse e svolta per l’Italia dall’Isfol, hanno stabilito che il 5% della popolazione adulta è in condizione di analfabetismo totale, ma in più il 66% ha gravi difficoltà dinanzi a un testo scritto. Del resto i dati sulla lettura di libri e di quotidiani ci portano a risultati simili».
Eppure in Italia ci si diploma e ci si laurea di più rispetto al passato (anche se siamo sempre agli ultimi posti in Europa), come spiegare questo fenomeno?
«La scuola fa quello che può. Proprio in questa materia sappiamo che alle elementari i bambini e le bambine arrivano a risultati di eccellenza nel confronto internazionale. All’inizio delle scuole medie superiori le cose già non vanno più bene. A mano a mano che vanno avanti nello studio pesano sui ragazzi le condizioni culturali delle famiglie e dell’ambiente. Le cose quindi nella media superiore non vanno bene, ma attenzione: i ragazzi sono poco sotto la media europea, le ragazze addirittura più in alto delle loro coetanee. Il complesso non è brillante, ma non è catastroficamente sotto le medie internazionali come avviene per gli adulti e le adulte. Quando usciamo dalla scuola e dalla formazione cadono bruscamente le sollecitazioni a leggere, tenersi informati, capire il nostro mondo con l’aiuto di pagine scritte. Gli stili di vita ce ne allontanano e solo una minoranza avverte importanza e fascino della lettura.
Oggi la comprensione è diventata più difficile? Pensiamo ai tanti linguaggi diversi: i social network, gli sms, i linguaggi sempre più specialistici delle scienze. Siamo costretti a imparare più codici? «Sì, abbiamo più strumenti, più codici che dobbiamo sapere usare. Il primo resta sempre l’abbiccì e la nostra lingua nativa. Ma non basta più. Per capire le etichette dei prodotti del supermercato o delle medicine, per orientarci nella vita anche quotidiana delle città, per lavorare e produrre abbiamo bisogno di notizie più sofisticate di un tempo, almeno dell’abbiccì di molti diversi campi del sapere. O ci rivolgiamo ai ciarlatani oppure, per campare, avremmo bisogno di un rialzo deciso delle nostre competenze individuali e collettive».


Italiano, la lingua di mezzo
Fin dal ‘500 esisteva una comunicazione d’uso pratico capace di unire le classi sociali e superare i dialetti locali

Paolo Di Stefano

“Corriere della Sera“, 26 gennaio 2014

La storia della lingua italiana, di solito, viene raccontata come la persistenza di una polarità tra lingua scritta, colta, letteraria da una parte e ricca varietà orale di dialetti dall’altra. Per un grande studioso come Carlo Dionisotti la letteratura è stata «il più forte elemento unitario»: l’italiano sarebbe stato per secoli una lingua, unicamente scritta e posseduta da pochi, pressoché impermeabile alla «selva» degli idiomi locali. Secondo l’idea più diffusa, l’avvenuta unificazione politica non era ancora unificazione linguistica, cui avrebbero contribuito numerosi fenomeni, tra cui la scolarizzazione, la crescita dell’industria e la conseguente migrazione interna, la diffusione della stampa e infine la forza attrattiva della televisione. È la tesi di tanti, tra cui Tullio De Mauro. Ma da qualche tempo si fa strada un’idea diversa, più sfumata e meno bipolare. 
L’italiano nascosto, il nuovo libro di Enrico Testa (Einaudi) interpreta questa visione nuova e la illustra con l’avallo di numerosi documenti, alcuni dei quali rari o inediti. «Il libro — dice Testa, docente di Storia della lingua all’Università di Genova, oltre che poeta di valore — propone un’interpretazione delle vicende dell’italiano completamente diversa da quella canonica che vedeva in epoca preunitaria una bipartizione tra letterati e rozzi parlanti dialettali. È impossibile non pensare che esistesse, nel corso dei secoli, una lingua intermedia d’uso pratico che permettesse una comunicazione tra scriventi e parlanti di luoghi e strati sociali differenti». È ciò che sosteneva Ugo Foscolo quando ipotizzava l’esistenza di una lingua comune, «corrente e vivissima in tutte le provincie intesa da Torino sino a Napoli, scorretta, deforme, ed era anche un po’ letteraria»: una «lingua d’espediente», suggerita dai bisogni primari quotidiani, «diversa in tutto da’ dialetti provinciali e municipali, e che serba alcune qualità bastarde di tutti». Insomma, un terzo polo: un italiano capace di stabilire contatti e scambi orizzontali tra le regioni e verticali tra i livelli sociali. Di questa varietà di mezzo, che Tommaso Landolfi chiamò «italiano pidocchiale», Testa va alla ricerca risalendo al Cinquecento. 
«È un italiano che per secoli ha una forte resistenza: ci sono alcune strutture-base di lunga durata che corrono come un filo nascosto e risalgono alla prosa del Duecento». Urgenza comunicativa e «passione di dirsi», secondo la definizione di Claude Hagège, spingono anche la grande massa dei semicolti, né analfabeti totali né arcadi, a prendere in mano la penna. Ai semicolti si deve quell’opera di messa di commistione tra oralità e scrittura che produce una lingua a metà strada tra l’italiano normativo e il dialetto. «È interessante chiedersi come si rivolgevano i semicolti alle autorità per superare la distanza intellettuale e fisica. Impossibile pensare a una netta paratia che divida la letteratura alta e le classi popolari. Abbiamo testimonianze di ciabattini che recitano Dante e di gondolieri che cantano le arie di Metastasio…». Si aprono altri interrogativi, socioculturali: «Che letture facevano i semicolti per impadronirsi di quel minimo di italiano utile alla comunicazione pratica e su che libri soddisfacevano le loro esigenze intellettuali e artistiche?». Con l’espressione «libri per leggere» si definiscono quelle opere, per lo più di paraletteratura, molto diffuse a livello popolare (equivalenti ai tanti titoli che oggi affollano le classifiche): libri devozionali, romanzi d’avventura, d’armi e d’amore, cronache, leggende, libri di viaggio eccetera. Testa ricorda la lista di undici titoli in volgare fornita dal mugnaio friulano Menocchio durante il processo che nel 1601 gli costò la condanna a morte per eresia: dal Decameron non purgato al Fioretto della Bibbia. Lo studio di Testa chiama a raccolta streghe e servitori, mezzadri, pescivendoli, mercanti, parroci, catechisti, maestri di strada, briganti e soldati, monaci: personaggi che portano alla penna (e probabilmente sulle labbra) un italiano capace di farsi capire ovunque ben prima che comparisse sulla scena Mike Bongiorno, assunto troppo spesso come fascinoso tramite dell’italianizzazione, con il maestro Manzi e le canzoni di Sanremo. 
«D’altra parte — continua Testa — che strumenti linguistici usavano, per esempio, le autorità religiose per trasmettere princìpi e ammaestramenti ai semplici?». È emblematica la figura di Alfonso Maria de Liguori, fondatore, nel Settecento, dell’ordine dei Redentoristi nel Regno di Napoli, i cui «brevi avvertimenti» e schemi predicatòriȋ erano destinati all’apprendimento dell’italiano dei suoi allievi, con l’invito a mitigare gli eccessi retorici della lingua della predica, adottando moduli più semplici e sintatticamente franti in direzione comunicativa. E i grandi letterati, i prìncipi della cultura classicistica, i notai, gli avvocati, i religiosi come si rivolgevano ai loro servitori? Un esempio è quello di Baldassar Castiglione, esponente autorevole della diplomazia tra Chiesa, Mantova e Urbino in epoca rinascimentale. Guardando al retroscena del laboratorio di scrittura privato, per esempio nelle lettere di carattere più domestico e familiare, si nota lo sforzo di adattamento al livello linguistico del destinatario. Quando scrive al suo fattore, il rustico Cristoforo Tirabosco, il Castiglione mostra di presupporre un terreno comune di comprensione e una competenza almeno passiva dell’interlocutore. Una dinamica analoga a quella che legava Vittorio Alfieri con il suo fedele servitore Francesco Elia, autore di un gruppetto di lettere che dimostrano una discreta familiarità con la scrittura, oltre a una «intelligente perspicacia e sottilissima avvedutezza», come segnalò Lanfranco Caretti. 
«È difficile pensare — dice Testa — che questo tipo di lingua non venisse utilizzato anche oralmente, quando si incontravano tra loro personaggi di diversa estrazione culturale o di diversa provenienza geografica. Il caso più clamoroso è quello dei frati itineranti o dei maestri irregolari che, pur conoscendo un solo dialetto, riuscivano a stabilire contatti con uditori linguisticamente distanti o si muovevano per insegnare l’abaco e i rudimenti della lingua». La dimensione orale rimane comunque necessariamente più oscura. «Per l'oralità, non avendo documentazione, è chiaro che dobbiamo affidarci a una sorta di procedimento indiziario, ma si può facilmente immaginare un panorama analogo a quello della lingua scritta. L’italiano ”pidocchiale” o d’espediente ha sempre una forte componente locale, soprattutto sul piano fonetico e lessicale, però al di sotto si scopre una condivisione sintattica e morfologica e una resistente continuità diacronica». Ci sono luoghi deputati in cui questo italiano «pidocchiale» viene coltivato più che altrove: officine, laboratori, botteghe, confraternite che utilizzavano l’italiano per statuti e verbali, monasteri femminili in cui le pratiche religiose si sposavano con l’apprendimento della lingua. «Paradossalmente, — ricorda Testa — persino il brigantaggio nell’Ottocento ha finito per diffondere l’italiano, perché anche per scrivere le lettere di riscatto a un ricco possidente bisognava farsi capire».

Testa insegna Storia della lingua italiana all’università di Genova. Il suo ultimo volume è «L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale» (Einaudi, pp. 292, 20). Da Einaudi ha pubblicato anche: «Eroi  e figuranti. Il personaggio nel romanzo», l’antologia «Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000», e proprie raccolte di poesia. 

giovedì 23 gennaio 2014

Diversamente Italiano La lingua segreta che usiamo davvero


Lo studioso Enrico Testa ricostruisce la vicenda di un idioma parlato da “semicolti” 
a metà strada fra Dante e gli analfabeti ma che, per quanto povero, 
è utile alla comprensione reciproca

“La Repubblica“, 22 gennaio 2014


L’amministratore delegato che esordisce: «Innanzitutto vorrei fare una postilla»; il giornalista che dice «paventare» e intende «prospettare» e «schernirsi» al posto di «schermirsi»; l'innamorato che scrive su Facebook «Vorrei baciarti sulle tue dolcissime l'abbra»; il ministro dell'Istruzione che inciampa rovinosamente su un congiuntivo; i personaggi di Corrado Guzzanti e le persone reali (conduttori, politici, mafiosi, studenti) di cui sono la parodia. Tutti loro, tutti noi: che italiano parlano e parliamo? Forse Tommaso Landolfi, grande e coltissimo scrittore, lo avrebbe definito «italiano pidocchiale», come quello che in un suo romanzo del 1939 (Pietra lunare) uno studente universitario sente usare malamente dai suoi incolti famigliari. Solecismi, anacoluti, costruzioni per analogia, proposizioni sbilenche, che incominciano in un modo e finiscono in un altro, irruzioni del dialetto o della varietà regionale, parole mal scelte e peggio accozzate.
Un po' a sorpresa il linguista, e poeta, Enrico Testa non sarebbe d'accordo con la diagnosi. L'immagine della lingua «pidocchiale » si staglia proprio all'inizio del suo ultimo libro, ma nelle conclusioni una netta separazione viene posta fra le varianti più rozze dell'italiano del passato e quelle presenti. Queste sono sfacciate e degenerative e quello che dà il titolo al libro è invece L'italiano nascosto (Einaudi, pagg. 328) e generativo. Ma per fortuna il fulcro dello studio di Testa non è la deprecazione dei nostri tempi, bensì la riconsiderazione di cosa sia stata la lingua nei tempi andati.
Secondo l'ipotesi storiografica comunemente accettata (e anzi data spesso per pacifica), il volgare italiano è stato nobilitato da Dante, pulito e codificato come lingua letteraria da Petrarca, discusso nel Rinascimento e mantenuto come lingua dei colti, a fianco del latino, sino a Manzoni e poi all'Unità d'Italia. In questo quadro la vera unificazione linguistica avrebbe dovuto attendere la televisione. Testa si rifiuta con una certa nettezza di affiancare Mike Bongiorno all'Alighieri, fra i padri della lingua italiana, ma non sovverte del tutto questo modo di vedere le cose. La sua tesi centrale è che fra l'italiano dei colti (dotto, letterario e scritto) e i dialetti del popolo (incolti, pratici, orali) sia sempre esistito un italiano comune, «per quanto rozzo, povero e variegato». Una lingua senza alcuna mira estetica, riferita a circostanze molto concrete e rivolta a un interlocutore ben identificato. Italiano di mercanti, notai, mezzadri, artigiani, monaci e soprattutto monache di cui recano testimonianza lettere, diarie, scritti autobiografici, atti, cartelli, ex voto, scritte murali. A proposito di queste ultime, si può cogliere la continuità con il presente: «Un altro segno della diffusione dell’italiano è il proliferare a Roma di cartelli infamanti: scritti, epitaffi (talvolta in versi e spesso osceni) affissi pubblicamente e anonimamente per colpire qualcuno (soprattutto i potenti) descrivendone colpe, delitti o difetti» (da Pasquino a Twitter, ogni alfabetismo fa emergere il rimosso ostile del discorso popolare).
È la lingua dei «semicolti». Nati analfabeti, sono riusciti a entrare a contatto con l'insegnamento dell'italiano, per esempio tramite le scuole religiose (Testa dedica un capitolo a catechismo, predicazione e alfabetizzazione da parte della Chiesa), e hanno frequentato i libri, a diversi livelli di fruizione (dalla lettura vera e propria alla consultazione o all'ascolto di letture ad alta voce). I popolani trecenteschi che deturpano i versi di Dante nelle novelle del Sacchetti testimoniano quanto precoci fossero i contatti fra cultura alta e supposta incultura. Nel Cinquecento gli stampatori provvedevano edizioni povere, «in ottavo» dei libri che stampavano lussuosamente e«in quarto» per il pubblico di ceto alto. Praticamente, i tascabili: «onde hora tutti possono imparare», si rallegrava il poligrafo Tommaso Garzoni nel 1587. Invisa alla Chiesa, la letteratura cavalleresca incendiava fantasie popolari.
Di questo italiano nascosto si sono accorti gli stranieri prima che gli italiani. Il primo a studiarla fu il filologo austriaco Leo Spitzer. Durante la Grande Guerra era incaricato di censurare le lettere dei prigionieri italiani: la corvée militare non lasciò insensibile l'animus del ricercatore. Le trascrisse e nel dopoguerra pubblicò un'antologia di questi campioni di lingua né colta né analfabeta. Ma già Stendhal scriveva: «La lingua scritta d'Italia è anche lingua parlata a Firenze e Roma». E Ugo Foscolo, nell'esilio londinese definiva questo italiano comune («tal quale tanto da farsi intendere») una «lingua d'espediente». Quale lingua avrebbero dovuto usare i predicatori vaganti, per parlare ai fedeli di zone lontane dalla loro nativa? Non certo il latino. E i mercanti? E le monache costrette dai superiori a mettere per iscritto le loro visioni mistiche?
Se una lingua serve per comunicare con gli altri, deve mettere in comunicazione anche l'alto e il basso della società. Il servo di Vittorio Alfieri, Francesco Elia, scriveva ai ricchi parenti dello scrittore per informarli della vita che egli conduceva nei suoi viaggi: «Abiamo fatto più miglia per indare in una picola isola deserta, dove mi fece ancora suonare molto il violino, e faceva belisimo tempo, che in diffetto di questo non so come se ne saresimo tiratti noj due soli a remare, che sul principio indava molto male...». Ma Testa trova tracce di italiano comune o «pidocchiale» persino negli scritti di «backstage» di squisiti maestri dell'italiano letterario: nelle lettere di Baldassar Castiglione al suo fattore, persino in quelle di Pietro Bembo, il più classicista dei teorici della lingua, o in quelle di Ludovico Ariosto, rigettate perché «tirate di fretta» da Benedetto Croce, e a Testa utili per il medesimo motivo. Sono le «lettere rubate» dell'italiano comune: nascosto, e sotto gli occhi di tutti.