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venerdì 10 luglio 2015

Il sindaco della città dove nacquero i libri


Adriano Prosperi, "La Repubblica", 10 luglio 2015

LA VICENDA del sindaco leghista di Venezia Luigi Brugnaro, così preoccupato di proteggere i bambini delle scuole da far sequestrare libri ritenuti dannosi per loro a causa delle teorie di gender, è una storia che sembra anch’essa uscita da una fiaba. Forse un giorno in una diversa Italia, qualcuno si metterà a tavolino e la racconterà, cominciando magari così: «C’era una volta, in un paese lontano lontano un buon sindaco che amava tanto i bambini». Buono, certamente: voleva liberarli dalla paura. Impresa eroica, donchisciottesca: da sempre nelle fiabe esiste la paura. Senza paura non ci sarebbero le fiabe. È lei la protagonista che protende le sue ombre cupe sulla vita infantile e quasi sempre lo fa proprio dall’interno delle famiglie. Ripensiamo a come siamo cresciuti noi che non abbiamo avuto sindaci così attenti. Il mondo che abbiamo conosciuto attraverso le fiabe era un mondo terribile. Vi accadevano cose spaventose. E tutte con la collaborazione attiva di membri della famiglia. C’erano padri che abbandonavano ripetutamente i figli nel bosco (Pollicino), finte nonnette con tanto di cuffia che standosene in letto spalancavano all’improvviso una bocca enorme e divoravano la nipotina dal cappuccetto rosso, che poi era salvata da un cacciatore di passaggio grazie al coltellaccio con cui apriva la pancia della nonna-lupo (un parto cesareo?). Non augureremmo a nessuno di vivere le esperienze degli eroi delle fiabe, di quelle che hanno occupato le nostre fantasie infantili. I bambini vi attraversavano foreste oscure, erano a rischio di finire nella pentola dell’orco, venivano schiavizzati o condannati a morire da matrigne infernali come quelle di Cenerentola e di Biancaneve. I loro interni di famiglia erano quanto di più irregolare si potesse immaginare. Il capolavoro indimenticabile fu per molti di noi la storia di un burattino che chiamava “babbo” il falegname che lo aveva intagliato da un tronco di legno e incontrava poi una sorellina/mamma in una bambina dai capelli turchini — una crudelissima creatura capace di ignorare le invocazioni del povero burattino impiccato a un ramo della quercia grande. Chissà se quel sindaco lo ha letto. E soprattutto chissà se immagina quali messaggi sotterranei si intreccino nelle storie e nei simboli in apparenza più innocenti — per esempio il cappuccetto rosso di quella bambina. Speriamo che non legga le interpretazioni di Erich Fromm o le brillanti pagine scritte anni fa da Robert Darnton sulle diverse versioni di questa fiaba. Perché se ne avesse anche solo un’idea sarebbe costretto a spingere la sua campagna assai al di là dei confini che finora ha toccato.
Ma torniamo alla fiaba che un giorno sarà scritta su questa storia: quale parte toccherà al sindaco? Forse quella del cacciatore che libera Cappuccetto rosso dal ventre della nonna-lupo, o quella del Principe Azzurro che risveglia Biancaneve e la sposa. In realtà, il suo ruolo nella vicenda ricorda quello del Pifferaio magico: come il Pifferaio, anche il sindaco ha dato un segnale, ha emesso un ordine del piffero contro i libri ritenuti pericolosi: il suo piffero ha intonato una melodia e tutti, tutti li ha portati via. Evento strano, fiabesco: quel piffero del sindaco ha fatto sparire dalle scuole tanti libretti che a noi non sembravano minacciosi quando li scoprimmo nella bellissima fiera del libro per ragazzi di Bologna e poi li cercammo in libreria per regalarli a figli propri o altrui, e più tardi a nipotini e nipotine: libri coloratissimi, disegnati da maestri assoluti come Altan, popolati di esseri come il Guizzino inventato da Leo Lionni — un pesciolino nero, membro di una famiglia di pesciolini rossi (ma per quale via? inquietante quel nero fra i rossi, ora che ci pensiamo), sfuggito al grosso tonno che divora tutti i pesciolini rossi della sua famiglia ma pronto a farsi un’altra più grande famiglia per opporsi al tonno. Già, la famiglia. Sta sullo sfondo, irregolare, disforme e complicata, da sempre. Spesso pericolosa, quanto tranquillizzanti gli animali. Il popolo di animali umanizzati abita il paese delle fiabe fin dai tempi di Fedro. Cambia un po’ col tempo. Ai tempi del ciuchino di Pinocchio li si incontrava per la strada e nei campi, oggi c’è la televisione o lo zoo. Ma è sempre un messaggio tipico della fiaba quello di mettere in gioco tutte le forme di vita che ci circondano.
Un ultimo suggerimento all’autore futuro: non dimentichi di raccontare che quel sindaco governava una città speciale, davvero fiabesca, dove i libri erano stati sempre di casa. Vi affluivano da lontano come i pesci di Lionni e vi erano nati come gli alberi delle foreste di Pollicino e di Cappuccetto Rosso. In quella città vi erano stati concepiti tanto tempo fa, per la prima volta al mondo, i libri-bambini, bellissimi, così piccoli da poterli mettere in tasca: e infatti li hanno chiamati “tascabili”. Li aveva creati un mago venuto da lontano, di nome Aldo con l’aiuto di un altro mago di nome Erasmo che veniva anche lui da molto lontano. Potremmo chiamarli genitore uno e genitore due. Quella era stata una nascita senza madre. O forse la madre c’era, si chiamava Venezia. Chissà se nel futuro Venezia non sarà diventata anche lei solo il nome di una creatura magica, abitante solo nella fantasia — la fata Venezia. Perché è anche così, con la caccia ai libri, che Venezia muore.

lunedì 13 aprile 2015

Archivi che fanno il futuro


Il volume di Campbell e Pryce (architetto e fotografo)
 spiega funzioni e possibili trasformazioni delle più belle biblioteche

Matteo Motolese

"Il Sole 24 ore - Domenica", 12 aprile 2015

Per scrivere questo articolo sono andato, come molte mattine della mia vita, alla Biblioteca Nazionale di Roma. La prima cosa che vedo, appena arrivo per lasciare la borsa, è un avvertimento stampato su un foglio di carta incollato con lo scotch sul bancone del guardaroba. Lo conosco già senza leggerlo, perché è affisso lì da mesi e viene ripetuto ossessivamente in ogni posto visibile della biblioteca. Avverte che, secondo quanto stabilito dalla legge, la biblioteca non si configura come biblioteca di pubblica lettura e dunque è vietato portare libri propri e fotocopie all'interno. Non è questo però il vero motivo dell'avviso. La novità è che «fino a nuova disposizione, la norma contemplata nel regolamento verrà rigorosamente applicata». Ci si chiede se un avviso del genere, per come è formulato, sarebbe pensabile nella biblioteca nazionale di un altro paese. Ma soprattutto ci si chiede il motivo di tanta ostruzione al lettore, il motivo per il quale non lo si vuole dentro. Perché viene qui a leggere anche libri propri? E allora? È così grave?
Non si tratta di una scelta individuale, ovviamente, ma di un modello. Se si vuole ragionare sul futuro delle biblioteche fisiche nel mondo delle biblioteche digitali è da qui che bisogna partire. Dai modelli. Dalle idee di biblioteca che, nel nostro paese, si sono avute negli ultimi decenni. Luoghi di conservazione prima di tutto, di mantenimento della memoria. Che è una cosa sacrosanta, intendiamoci, ma che mi pare abbia progressivamente fatto marginalizzare un'idea forse altrettanto importante, soprattutto nel cambiamento che stiamo vivendo: l’idea di condivisione, di promozione, di rilancio, di potenziamento. Che è stata delegata principalmente alle biblioteche minori mentre dovrebbe essere affidata alle massime istituzioni del paese preposte alla gestione della cultura scritta. Anche per questo ogni restrizione dei fondi, ogni accorpamento e chiusura – nonostante le continue lamentele degli addetti ai lavori – cade sostanzialmente nel vuoto. Non c’è, nella pubblica opinione, l’idea che la biblioteca sia un moltiplicatore di cultura. E invece un paese che investe su sé stesso, che punta ad aumentare la condivisione di cultura scritta, dovrebbe usare le biblioteche come dei simboli: riconoscibili, visibili, pronti ad accogliere.
Sono queste le riflessioni che suscita la lettura del libro, bellissimo, La Biblioteca. Una storia mondiale di James V. P. Campbell e Will Pryce (Einaudi). Il primo è uno storico dell’architettura; il secondo uno dei più apprezzati fotografi internazionali. Insieme hanno viaggiato nel mondo per descrivere ottantadue biblioteche in ventuno paesi.
Solo dieci anni fa l’idea di un libro del genere sarebbe stata puramente accademica; oggi assume il fascino di un reportage su una pratica a rischio estinzione, che occupa gli umani da millenni: conservare, tramandare e condividere la loro produzione scritta. Potrei dedicare il resto dell’articolo a riassumere il contenuto del libro. Dare conto dei modi nei quali – nel corso dei secoli – si sono trovate soluzioni per combattere nemici dei libri come muffe, animali, ladri: creando correnti d’aria, allevando piccoli predatori d’insetti, incatenando i volumi. Oppure come la trasformazione di banchi e scaffali racconti l’evoluzione delle modalità di lettura. O ancora come – ma sarebbe masochismo – le ultime biblioteche italiane degne di essere fotografate nel pantheon tracciato dal libro siano sei-settecentesche (due gemme romane: Casanatense e Angelica). Mi pare più interessante però spostare l’attenzione sulle biblioteche costruite quando era già chiara la mutazione in atto. Perché infatti uno stato dovrebbe investire enormi somme per costruire edifici che, tra un paio di generazioni, potrebbero perdere di senso?
Sono descritte nell’ultimo capitolo e sono state costruite dal 2001 a oggi in Europa (Paesi Bassi, Germania, Regno Unito), Asia (Giappone, Cina), America del Sud (Messico). Per quanto diverse, sono accomunate dall'idea di un'osmosi profonda tra l’atto singolo della lettura e il ruolo sociale della condivisione. Luoghi ben riconoscibili in cui i linguaggi si mischiano, come la nuova biblioteca multimediale a Cottbus, ex Germania dell’Est, che di notte si illumina come una lanterna. Con spazi pensati non solo per la lettura ma anche per lo scambio di idee. Edifici in cui la conservazione – sempre più complessa: oggi si pubblica più carta di ieri – è unita alla facilità di accesso e alla bellezza degli ambienti. È chiaro infatti che la biblioteca, in futuro, non potrà più essere solo il luogo in cui andare a leggere qualcosa che non si potrebbe trovare altrove. Anche oggetti unici, come i manoscritti, sono spesso ormai consultabili in digitale da casa (in Italia ci sono ottimi esempi in tal senso). Ma dovranno essere sempre di più luoghi di scambio, di lavoro, di accesso ai molti canali attraverso i quali viene veicolata la cultura di gruppi più o meno ampi di persone. Sarebbe bello che questo passasse attraverso forti interventi nel sistema delle nostre biblioteche, a partire da quelle nazionali, per trasformarle sempre più in piazze che attraggano chi è fuori: luoghi in cui valorizzare in modo visibile quell’atto comune e fondamentale in ogni società che non è solo il leggere ma il pensare.

lunedì 8 dicembre 2014

Il sesso dell'arte



Il Novecento ha ribaltato molti stereotipi
La Yourcenar si faceva chiamare scrittore e i suoi protagonisti sono uomini. 
Mentre il sito “Goodreads” ora attesta che le lettrici sono più libere di scegliere cosa leggere


Melania Mazzucco

"La Repubblica", 7 dicembre 2014

I LIBRI, i quadri, i film, hanno un sesso? E se sì, hanno il sesso del loro autore (della loro autrice)? Dall’origine dei tempi tutti gli artisti si considerano i genitori delle loro opere, essendo coloro che le mettono al mondo. Ma i genitori non possono determinare il genere delle loro creature — nemmeno l’ingegneria genetica sa farlo: può selezionarlo, ma è cosa diversa. Se i romanzi, i quadri e i film ripetessero meccanicamente il sesso del loro autore ciò costituirebbe un’eccezione sconvolgente che minerebbe lo statuto stesso delle opere, e dimostrerebbe che gli autori si sono sempre sbagliati. Essi non sono genitori ma gemelli delle loro creature. Queste non avrebbero alcuna autonomia, alcuna singolarità: sarebbero solo il loro specchio.
È ingenuo illudersi di riconoscere da una frase (un dettaglio, un fotogramma) l’identità dell’autore. La storia tramanda romanziere celate dietro uno pseudonimo maschile, pittrici che sono state confuse coi loro fratelli o padri, musiciste i cui spartiti sono stati usurpati dai loro maestri o mariti. Eppure questi equivoci riguardano soprattutto le epoche passate, quando le donne dovevano contentarsi di utilizzare modelli, esperienze, fantasie, tecniche e simboli considerati universali, ma in realtà elaborati dagli uomini. La domanda perciò non è retorica.
Da alcuni millenni i filosofi, e da qualche decennio anche le filosofe, si chiedono che cosa distingua il maschile dal femminile. E se questa differenza sia naturale (innata, essenziale) o culturale. Aristotele diede la risposta più duratura (i residui del suo dualismo, che ha improntato il pensiero occidentale, sopravvivono ancora adesso, in forma di luogo comune del discorso): il maschile è l’elemento attivo, portatore di forma; il femminile è materia, elemento inerte. Da questa contrapposizione originaria sono derivate una serie di dicotomie: al maschile si associano azione, razionalità, autocontrollo, efficacia, luce, innovazione; al femminile passività, irrazionalità, sensibilità, debolezza, oscurità, incapacità di invenzione e originalità. Questi stessi stereotipi sono divenuti anche categorie artistiche — stilistiche, tematiche.
“Virile” è analogo di “potente”, “forte”, “razionale”, “asciutto”, caratteristiche che si suppongono naturalmente proprie dell’uomo (e delle sue opere), in opposizione a “debole”, “sentimentale”, “emotivo”, “ridondante”: caratteristiche che invece si suppongono naturalmente proprie della donna (e delle sue opere). Gli aggettivi sottintendono un giudizio e una gerarchia di qualità. Che le donne hanno introiettato e fatto proprio. Dovevano ritenere un complimento essere considerate autrici di un’opera “virile” (come capitò alle pittrici Gentileschi, Valadon e tante altre).
Marguerite Yourcenar ribadì spesso il suo scarso interesse per il personaggio femminile (anche per il proprio: voleva essere chiamata scrittore e non scrittrice, questa parola implicando un disvalore). I protagonisti dei suoi romanzi, da Alexis a Adriano e Zenone, sono uomini. Diceva: le donne non fanno la guerra, non hanno potere. Il loro destino le costringe fra quattro mura — e costringe il romanziere che si occupa di loro a limitarsi a temi domestici, da interno: la famiglia, l’adulterio, il divorzio, la maternità. Una letteratura che ha per protagonista la donna è perciò antiepica, lirica, elegiaca, intimista. Non il romanzo — che presuppone un forte legame con la società circostante, l’esterno — ma la novella (e il diario o l’autobiografia) sarebbero la forma più adatta a narrare il personaggio femminile. Parallelamente, in pittura, il genere considerato congeniale alla donna era il ritratto (l’interno), non la pittura storica (che presupponeva, appunto, il mondo), e nel cinema il dramma sentimentale e non il western o il thriller.
I mutamenti sociali e antropologici avvenuti nel XX secolo hanno terremotato questi pregiudizi. Le donne hanno scritto romanzi assai belli e diretto innovativi film d’azione e di guerra (basti pensare alla regista Kathryn Bigelow). La crisi dello stereotipo vale anche al contrario: bei film intimisti e sui sentimenti li hanno girati registi uomini (i fratelli Dardenne, Todd Solonz, Alexander Payne, Asgar Farhadi).
E se le dicotomie sopra citate si sono rivelate culturali e non naturali, e perciò reversibili, resta il fatto che la fruizione artistica è un’esperienza cognitiva (leggere, guardare, ascoltare, significa comprendere un testo) e insieme emotiva (sperimentare gli effetti del testo), e perciò il genere del lettore (spettatore, ascoltatore) è determinante quanto il genere inscritto nel testo (non del testo).
Esperimenti condotti già negli anni Ottanta nelle università americane hanno dimostrato che uomini e donne leggono i romanzi in modo diverso. Gli uomini li ritengono il risultato di una costruzione, e perciò percepiscono con forza la voce che parla, le donne li sperimentano come mondo, senza soffermarsi su come questo venga narrato. Li riassumono anche in modo opposto: i primi selezionano trama e azione; le seconde atmosfera, contesto, relazioni tra i personaggi.
Inoltre le donne sono state educate a leggere i testi degli uomini, a vedersi riflesse nel loro sguardo e ad assumere sistema di valori, princìpi e punto di vista maschile: a sognare di essere Ettore piuttosto che Andromaca, Sandokan piuttosto che la perla di Labuan, Pinocchio e non la Fata Turchina. Mi rallegra apprendere dal sondaggio di Goodreads (di cui ha parlato su queste pagine Enrico Franceschini il 27 novembre scorso) che le lettrici (inglesi) siano ora libere di scegliere da chi preferiscano essere intrattenute, educate, spaventate, e che i condizionamenti culturali che le hanno afflitte per secoli si siano sbriciolati. Gli uomini, invece, non hanno dovuto farlo: con rare eccezioni i classici della cultura occidentale sono scritti da uomini. Gli uomini non sono abituati a vedersi riflessi nello sguardo dell’altro. Essi sono, per parafrasare un saggio di critica femminista di Judith Fetterley, «lettori che oppongono resistenza». Se accetteranno la sfida, potranno leggere per duemila anni libri col nome femminile sopra il titolo. Solo allora potranno scegliere con consapevolezza, e il risultato del sondaggio avrà davvero significato.
Ma anche il lettore (lettrice) è una figura immaginaria. La singolarità di ciascuno di noi non deriva solo dal genere, ma anche da altre differenze — la classe, la geografia, la razza, l’orientamento sessuale, la cultura, la politica — e dialoga con la società in cui viviamo. E se noi lettrici, lettori, scrittori, scrittrici, siamo plurali, allora anche le opere lo sono. Di sessi ne hanno più d’uno. Il proprio, quello di chi le crea e quello di chi le gode e se ne appropria.

sabato 6 settembre 2014

Se non si può fare un romanzo, meglio l’oblio dei social network


Aldo Busi



Oggi, per scrivere un romanzo senza mirare al mercato dei non lettori che accorrerebbero in massa a comprarlo (come si augura il team degli addetti redazionali che hanno concorso alla sua farcitura equilibrando gli ingredienti bellamente contenutistici e delegando la firma conclusiva al più glamorous rappresentante di commercio letterario del momento vezzeggiato da media acconci alla raccolta pubblicitaria e basta) occorre ardore, costanza, coraggio, sacrifici, salute, ostinazione, spirito di non adattamento, spese vive e sprezzo del ridicolo tre volte di più che nell’Ottocento e dieci volte di più che fino al 2000. 
Perché chi lo scrivesse non può ignorare che qualsiasi simile opera di letteratura, la cui sedimentazione è durata magari trent’anni e una decina la sua stesura, non dura più di un tweet, e sarà numericamente infinitamente meno letta e presa in considerazione di un hashtag — per opera di letteratura si intenda una merce non intenzionalmente commerciale nemmeno a fini di trasposizione televisiva, e dico televisiva e non cinematografica perché tutto è tivù, internet compreso, e il cinema è morto, un po’ come l’arte contemporanea, la musica contemporanea, il teatro contemporaneo, morta è ogni cultura che non sia mangereccia, collettivamente partecipata e che non raggiunga il suo apice in un karaoke da social network o da sagra del cartaceo con incontro d’autore transeunte come un würstel a tutta birra dall’esofago al water. È possibile scrivere una simile opera di letteratura consapevoli dell’oblio incorporato, non in quanto risaputo fine di tutte le cose nel tempo ma immediato, anzi, sincronico allo scriversi dell’opera stessa? 
Come non voglio rispondere a una tale domanda, perché d’istinto sarebbe no, non è possibile, non è più possibile e con l’istinto soltanto non avrei mai scritto nessun romanzo nemmeno quando qualcuno ancora li comprava e li leggeva, così non voglio spendere una parola in più per ripetere che l’opera di letteratura non è mai un saggio o una narrazione storica, di fonte documentale o fittizia che sia, ma un romanzo, un romanzo contemporaneo, che può, tanto per mettere soltanto alcuni dei paletti etici ed estetici, essere scritto non solo da uno scrittore ma da un uomo che al contempo sia un uomo libero, libero da barriere di rispetto e da autocensure che non siano quelle inerenti l’estetica del linguaggio e dell’economia dell’opera in sé e per sé. Ditemi a quante servitù è sottoposto un uomo... accademiche, politiche, giornalistiche, televisive, economiche, famigliari e familiste, tossicologiche, mafiose, religiose, di spicciola ipocrisia da sopravvivenza: servitù di sistema, infine, di un sistema per quel che è in un dato Paese, e sottolineo un uomo per stendere una pietosa carta ricalcante su una donna che scrive... e vi dirò quanto è altamente improbabile, a) che sia uno scrittore, b) che scriva un’opera di letteratura. Cioè il romanzo del suo tempo. E un’opera simile non verrà mai scritta da uno schiavo di terrazze, da un portaborse, da un paggio, da un pubblicista, da un creativo, da un cretino con sponsor chiamato a suo tempo intellettuale organico, da, infine, un passacarte. 
Una volta si diceva a manovella, un decennio via l’altro, che il romanzo era morto, e chi formulava tale constatazione o preveggenza non avrebbe mai sospettato che la questione sarebbe stata scavalcata fino al punto di non porsi nemmeno più: il romanzo in quanto opera di letteratura (ripeto: non intenzionalmente a fini commerciali) è morto nella sua creazione perché ne è morta la ricezione. E, già che ci sono, non solo è morta la ricezione del romanzo non visivo, non televisivo, non sentimentale, non consolatorio, non qualunquista, non di propaganda di una qualche Fides, non commerciale, ma è morta la ricezione di qualsiasi prodotto non immediatamente e visivamente e fugacemente fruibile e, purtroppo, commentabile con un testo che diventa a sua volta prodotto da commentare, in un gioco di specchi ad alfabeto limitato in cui tutti appaiono al contempo produttori di riflessi romanzati e nessuno c’è, non una persona per come siamo abituati, antiquati come siamo, a considerarla tale, non uno scrittore dietro lo specchio di un testo che presuppone un lettore davanti (quindi non un non lettore) e, pertanto, nessun testo in assoluto riconducibile a una parvenza di letteratura secondo i classici canoni dati, rispettati o rimaneggiati, aggiornati che siano. 
La prima volta che andai in televisione a promuovere un mio romanzo fu nel 1985 per Vita standard di un venditore provvisorio di collant e mi fu chiesto quanti erano secondo me in Italia i lettori che avrebbero potuto leggerlo, s’intende fino in fondo e comprendendolo. Risposi di getto, «Diecimila», e il presentatore restò basito, si aspettava che sparassi una risposta tipo «Un milione» o addirittura «Chiunque», in fondo ero lì per fare promozione a man bassa, non per scoraggiare; a metà anni Novanta ebbi modo di dichiarare che erano scesi a cinquemila e che ormai si trovava difficile persino Seminario sulla gioventù, intendendo dire che persino gente laureata in lettere cominciava a trovare difficile, anzi, ostico, al di là della personale attrazione o repulsione, un testo che avrebbe potuto e saputo leggere fino in fondo, almeno capendolo se non proprio sentendolo, chiunque avesse fatto le scuole medie negli anni Sessanta; oggi, oggi che più a nessuno salterebbe in mente di porre una domanda simile a uno scrittore ospite a un talk show, risponderei «Seicentosessantasei», tanto per gradire e perché la televisione vuole le sue risposte un po’ a effetto, ma anch’io penserei, «Venticinque», e non uno di più. Ognuno sta solo sul cuore delle app, piove che ti trafigge, non è mai sera ed è subito oblio: il che avrà più vantaggi che altro, basta farsene una ragione, anzi, crearsi una nuova ragione, inventarsela di bel nuovo. Ma non fa per me: sono sicuro di averne avuta una, cosa già non da poco per un uomo, ed è più che sufficiente. Per il tempo che mi resta, e fra questi umani dello schermo, se proprio proprio, meglio perderla del tutto.

sabato 26 luglio 2014

Il caos calmo del digitale che rivoluziona la lettura


Maurizio Ferraris

"La Repubblica", 24 luglio 2014

In La musa impara a scrivere (1986) Eric Havelock aveva analizzato, con lo sguardo del filologo classico, i cambiamenti epocali comportati dal passaggio dall’oralità alla scrittura: trasformazioni nei fruitori (che non avevano più bisogno di ricordare a memoria i propri testi preferiti) e nei produttori, che dovevano immaginarsi un pubblico insieme più distratto (si può leggere senza troppa attenzione, si possono saltare le pagine più noiose) e più severo (il lettore potrà tornare sul testo, e criticarlo). Pochissimi anni dopo l’uscita di quel libro, ci si è trovati di fronte a una svolta non meno radicale.
Caratterizzata dall’esplosione e diffusione capillare della scrittura (e delle registrazioni in generale) nel web. È la cosiddetta “quarta rivoluzione” — dopo il passaggio dalla oralità alla scrittura, poi dal rotolo al volume, e infine dai manoscritti alla stampa — che dà il titolo sia a un illuminante libro di Gino Roncaglia (La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro  Laterza 2010), sia, recentissimamente, a un libro di Luciano Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere is Reshaping Human Reality (Oxford University Press 2014).
In brevissimo tempo i nostri computer, tablet e smartphone hanno avuto accesso alla più grande biblioteca di tutti i tempi. Se nel passaggio dall’oralità alla scrittura il fruitore era diventato necessariamente un lettore colto, cioè alfabetizzato, nel passaggio dalla scrittura su carta al digitale il fruitore è diventato un potenziale autore. E un autore esigente, che se si annoia può aprire tutti i libri che vuole, visto che ovunque sia nella realtà fisica, in quella web dispone di una biblioteca sconfinata.
Non è vero, dunque, come sosteneva un po’ catastroficamente Nicholas Carr in Internet ci rende stupidi? (Raffaello Cortina 2011) che il passaggio al digitale è fonte di degrado culturale, anzi, un [sic] costituisce potenziale pericolo per l’intelligenza (era del resto la stessa obiezione di Platone contro la scrittura, e il capovolgimento della tesi, decisamente troppo ottimistica, di Pierre Lévy in L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996). Anche se è certo vero, come ha sostenuto Roberto Casati in Contro il colonialismo digitale (Laterza 2013) che è la lettura cartacea è concepita come un momento di concentrazione, mentre quella digitale ha luogo su un supporto in cui convergono mille altre sollecitazioni. Nessuno, mentre leggiamo un libro cartaceo, ci chiede di rispondere a una lettera, mentre quando leggiamo sul nostro tablet avviene in continuazione.
Questa trasformazione della lettura (e correlativamente della scrittura) è al centro di un articolo di Maria Konnikova sul New Yorker. La lettura online è diversa da quella su carta e la letteratura non può non fare i conti con questa circostanza. Se leggendo silenziosamente l’ Iliade su carta è bene presupporre che era un’opera originariamente orale e comunque destinata a una lettura ad alta voce, leggendo la Recherche su Kindle è bene non dimenticare che si tratta di un testo uscito in sette volumi tra il 1909 e il 1922. E chi oggi si mette a scrivere un romanzo deve essere consapevole del fatto che potrebbe essere letto in un modo molto diverso da come erano letti i romanzi tradizionali. Ad esempio, dati sperimentali citati dalla Konnikova dimostrano che leggere un romanzo su Kindle rende molto meno attenti alla trama, che dunque dovrà essere o semplificata, o resa meno rilevante rispetto ad altri effetti di scrittura.
Proprio la consapevolezza della centralità del medium nella produzione e nella ricezione delle forme narrative sta al centro anche del convegno dello Igel (International Society for the Empirical Study of Literature and Media) che si tiene in questi giorni all’Università di Torino (il programma e l’abstract delle relazioni si può trovare a questo indirizzo: http:// www.igel2014.unito.it/). Richiamandosi a Bourdieu, il principale organizzatore del convegno, Aldo Nemesio, ha osservato che quei filosofi e studiosi di letteratura che insistono nel considerarla come una forma espressiva ineffabile si rendono giustizia da soli (perché se è inesplicabile non c’è bisogno di loro), e soprattutto non tengono conto del fatto che, invece, moltissime caratteristiche del fatto letterario si possono spiegare proprio a partire dal medium di cui si serve. Insomma, come la comparsa della fotografia ha decretato la fine del realismo pittorico, così la comparsa di wikipedia e ha generato una letteratura tendenzialmente più precisa e prolissa (non ci vuol niente ad accumulare dettagli e informazioni).
Queste trasformazioni, ovviamente, non riguardano solo la produzione e fruizione di testi letterari. Andare in biblioteca ormai non risponde più, in molti casi, all’esigenza di accumulare informazione ma, semmai, alla speranza di trovare un luogo in cui si possa stare tranquilli. Una speranza che, del resto, il più delle volte è illusoria, visto che oggi in biblioteca ci si va con il computer e le biblioteche sono generalmente ben connesse.
I libri restano sugli scaffali, e buona parte della lettura avviene online, il che, di nuovo, non è la stessa cosa. A parità di contenuto, la lettura digitale è più veloce, perché sfogliare le pagine è una operazione che richiede più tempo che far scorrere verticalmente lo schermo, e soprattutto più faticosa, non tanto per le caratteristiche dello schermo, quanto piuttosto per il continuo navigare fra link che è ormai tipico della lettura digitale.
Questo procedimento si trasforma nella creazione di un nuovo testo: c’è chi leggendo una pagina web aprirà certi link, e chi ne aprirà degli altri. Alla fine del processo, di lettura cursoria e insieme di continuo ampliamento del campo, i due avranno letto, di fatto, due testi diversi. Con un’impresa che nel peggiore dei casi potrebbe ondeggiare tra l’apprendistato di Bouvard e Pécuchet e quello di Rousseau, tra la volontà di sapere ottusa e pedante e la disperazione nervosa, come quando Jean-Jacques scopre che a pagina 3 di un libro si trova un passo oscuro, cerca di chiarirlo con un altro libro, che risulta però indecifrabile a pagina 2, rinviando a un terzo libro, che a pagina 4 contiene un enigma, e alla fine si trova sconfortato in una stanza piena di libri aperti.
Ma la rivoluzione in atto nelle modalità di lettura ha conseguenze forti anche sull’apprendimento. Come testimonia la scienziata americana Maryanne Wolfe, la specialista delle tematiche cognitive e linguistiche citata nell’articolo del New Yorker: dalle centinaia di segnalazioni che le giungono da insegnanti e docenti universitari, si ricava che gli studenti che si formano solo su computer, tablet, Kindle e dispositivi analoghi hanno attitudini diverse. A volte lacunose. Architetti che giunti sul luogo fisico su cui agire sembrano non orientarsi. O specializzandi in neurochirurgia con una tendenza eccessiva al copia e incolla mentale. O ancora i tanti liceali incapaci di apprezzare i classici della letteratura. Di fronte a queste sfide, e a questi problemi aperti, la questione non è tanto demonizzare le novità. Quanto imparare a essere lettori (e scrittori) digitali migliori. 

venerdì 21 marzo 2014

Il rapporto Nielsen sull’Italia dei libri


Crollano i lettori laureati

Raffaella De Santis

"La Repubblica", 21 marzo 2014

«Siamo di fronte alla più forte crisi del mercato del libro dalla Seconda guerra mondiale». È la fotografia di un’emergenza senza pari quella denunciata ieri da Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura, durante la presentazione a Roma di L’Italia dei Libri 2011-2013, l’ultimo rapporto Nielsen sull’acquisto e la lettura in Italia. I dati, ricavati su un campione di 9mila famiglie e organizzati per trimestri nell’arco di tre anni, mostrano una curva di discesa costante: dal 2011 al 2013 la percentuale dei lettori è scesa dal 49 al 43% della popolazione (da 25,3 a 22,4 milioni di persone) e quella degli acquirenti dal 44 al 37% (da 22,8 a 19,5 milioni). Molto meno della metà della popolazione italiana legge e compra libri. L’Italia si presenta inoltre come un paese spaccato a metà, dove i lettori sono perlopiù concentrati tra Emilia e Nord-Est. Le donne leggono più degli uomini (il 48% contro il 38%) e i giovani tra i 14 e i 19 anni costituiscono il 60% dei lettori. Ma l’elemento più interessante di questa ricerca disaggregata per fasce d’età, livelli d’istruzione e classi sociali, è che il crollo ha riguardato soprattutto persone tra i 35 e i 44 anni, laureate e di sesso maschile, la fascia più colpita dalla crisi economica. I grafici regalano un’altra sorpresa: sono gli over 65 la vera roccaforte della lettura, gli unici ad aver speso di più in libri negli ultimi anni.
Che fare? Per Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, la crisi è però più profonda: «Il fatto è che la lettura non è più considerata come un fattore di miglioramento. L’impoverimento complessivo della società va oltre la crisi del mercato». A reggere le fondamenta di questo palazzo pericolante sono i lettori “forti”, coloro che leggono almeno un libro al mese: sono il 4% dei lettori, ma da soli comprano il 36% di tutte le copie vendute (112 milioni nel 2013). Unica nota positiva gli ebook, con un incremento degli acquirenti del 14% e dei lettori del 17%. Aspettiamo i dati del primo triennio 2014 per capire se sperare in un’inversione di tendenza.

Lettori, una generazione persa
La speranza viene dagli ebook

"Corriere della Sera", 21 marzo 2014

«Ci siamo persi una generazione». Era questo lo stato d’animo, nell’austera sala della Biblioteca Angelica di Roma, che ha accompagnato la presentazione del rapporto sull’acquisto e la lettura di libri in Italia, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura all’agenzia di rilevamento Nielsen. Si legge sempre meno, in Italia (dal 49% al 43% della popolazione), si compra pochissimo (dal 44% al 37%). Sono dati riferiti agli ultimi tre anni, anzi per la precisione, dall’ultimo trimestre 2010 all’ultimo del 2013. Lo ha sottolineato in apertura proprio Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura: «È la prima volta che una ricerca consente di vedere le immagini in movimento del triennio 2011-2012-2013. E di cogliere così non solo le dimensioni, ma anche la dinamica della più drammatica crisi del libro dalla fine della Seconda guerra mondiale». 
La ricerca Nielsen si basa sulla rilevazione mensile su un campione selezionato di 9 mila famiglie: risultati che hanno fatto parlare Rossana Rummo, direttore Generale per le Biblioteche del Mibact, di una vera e propria «emergenza». Siamo un Paese in cui solo il 37% della popolazione (19,5 milioni) ha acquistato almeno un libro nel 2013 (112 milioni le copie vendute). Dove le donne leggono molto più degli uomini (48% contro il 38%), la fascia di età più forte è quella dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni (60%), ma sono gli over 65 a fare argine alla frana, essendo l’unica fascia in controtendenza. 
«Siamo partiti tre anni fa — ha detto Gian Arturo Ferrari — con i lettori che sfioravano la metà della popolazione, adesso siamo ridotti a poco più di un terzo». Confermata la distanza che separa il Nord dal meridione, dove più forte è la sofferenza, la novità riguarda il Centro Italia dove, Emilia esclusa, si registra una flessione (dal 52% al 42%). Crolla la spesa media (€ 57,4) per un valore di 1,1 miliardi, scesa del 14%. Ma è soprattutto preoccupante la concentrazione di questo dato: il 4% dei lettori acquista il 37% dei libri. «Purtroppo — ha aggiunto Ferrari — la favola del libro come bene anticiclico che si continuava a vendere anche nei momenti di crisi, è finita». Bene il settore degli ebook, in crescita (+14% nell’ultimo anno) ma tuttora con numeri marginali in un mercato che si conferma conservatore, qualche indicazione arriva dai canali di vendita: cedono le librerie di catena, in modo più marcato rispetto alle librerie tradizionali (che mostrano una inaspettata resistenza), cresce meno del previsto la vendita via Internet, reggono le edicole. 
Ma il dato che ha colpito di più è stato il crollo nel triennio dei lettori maschi tra i 35 e i 44 anni: meno 17% (dal 57 al 40), che corrisponde alla flessione dei laureati (dal 75% al 57%). Sembra quasi lo specchio di una generazione «perduta» che non trova lavoro adeguato agli studi. «Vuol dire che la cultura non è più considerata un fattore di miglioramento della propria condizione sociale — ha detto Lidia Ravera, assessore alla Cultura del Lazio — vuol dire che è crollata la fiducia nel futuro». 

giovedì 30 gennaio 2014

Psicoanalisi per librai. Le cinque regole auree per far felici i lettori


Suscitare emozioni, capire il cliente e comunicare appassionatamente 
che in un libro c’è il mondo (ed è vero)
Un vademecum firmato dal celebre psicoanalista 
per la Scuola di Umberto e Elisabetta Mauri, oggi a Venezia

Stefano Bolognini*

“l’Unità“, 29 gennaio 2014


OGNI CLIENTE È DIVERSO DAGLI ALTRI, E DEL RESTO OGNI LIBRERIA È DIVERSA DALLE ALTRE: per locazione, dimensioni, atmosfera, disposizione dei libri, metodologia di funzionamento commerciale e stile relazionale nel servizio al cliente.
Ciò premesso, è però vero che si possono distinguere (parlo appunto da cliente...) due grandi tipologie di libreria: quella di solito più grande in cui il cliente si aggira tra i banchi e gli scaffali in relativa autonomia, consultando i librai prevalentemente per la ricerca di un titolo ben predefinito, e quella più intima, di stampo più personalizzato, in cui il libraio viene interpellato per ricevere un’indicazione, un suggerimento, un consiglio non ben precisati a priori.
Il cliente, a sua volta, può essere corrispondentemente classificato in due grandi gruppi: clienti che sanno già cosa vogliono e chiedono aiuto per il reperimento di un oggetto ben preciso, e in questo caso la sequenza del contatto con il libraio è di regola piuttosto tecnica: «aiutami a trovare ciò che ho già scelto»; e clienti che non sanno già cosa vogliono, ma sentono di cercare qualcosa di non ancora definito chiaramente e che sono alla ricerca del loro «plancton» culturale.
Lo psicoanalista sa che questi ultimi non sanno di sapere già cosa vogliono, ma profondamente qualcosa già vogliono, anche se non lo sanno: sono inconsciamente indirizzati dai loro desideri e bisogni verso oggetti culturali che daranno rappresentazione descrittiva o narrativa a ciò che si muove dentro di loro senza una forma ben precisa, e che è in attesa di un testo che “li incontri” e li renda reali.
L’incontro in questione (tra il cliente «vagante» e il testo che darà rappresentazione ai suoi desideri e bisogni) necessita, per realizzarsi, di un campo relazionale appropriato: la libreria, i libri e il libraio possono costituirlo, in un insieme che favorisca il riconoscimento dell’oggetto adatto e il suo acquisto.
In generale, c’è una profonda equivalenza psicologica inconscia tra l’atto del leggere e il nutrirsi: si tratta di «prendere dentro» qualcosa di non materiale ma non poi così astratto, perché alle parole o alle figure corrispondono emozioni ancora non conosciute e pensieri che, una volta entrati, faranno parte del mondo interno della persona.
Questa analogia consiste non solo e non tanto nel senso di «incorporare» il cibo (cioè di introdurlo nella cavità orale), quanto nel senso di «farlo entrare dentro» in profondità, digerirlo e assimilarlo adeguatamente: noi chiamiamo questo processo «introiezione», e questa parola tecnica ci serve per distinguerlo appunto dall’ingurgitamento precipitoso e maldigerito.
Chi entra in una libreria entra, in un certo senso, in un vero e proprio ristorante della mente; può essere eccitato e attratto dalla ricchezza dell’offerta (in certi ristoranti che espongono i piatti più diversi verrebbe voglia di assaggiare tutto), ma può essere anche spaventato dall’eccesso spaesante di possibilità di scelta e può ricercare una dimensione più intima in cui poter valutare ed assaggiare ciò che sarà poi introdotto al proprio interno.
È però anche vero che la dimensione meno confidenziale di una libreria ampia e a libera circolazione senza assistenza immediata al cliente può favorire un senso di libertà esplorativa, e può preservare da effetti collaterali indesiderati come un certo disagio sperimentato da alcune persone quando, chiedendo un consiglio, sentono di dover mettere in mostra una loro incompetenza: non tutti sanno accettare di chiedere.
Questa difficoltà riguarda soprattutto i soggetti che definiamo «narcisisti»: sono gli uomini o le donne che «Non devono chiedere. Mai».
Per amor della clinica, vi devo anche segnalare che i clienti a funzionamento paranoide, invece, temono che il libraio possa intrudere nella loro mente e condurli a scelte pilotate, come se il libraio avesse in mente un piano diabolico volto a controllare i desideri o le scelte individuali; ma queste sono eccezioni che cito più per gusto narrativo che per reale incidenza statistica; né si richiede che il libraio faccia una valutazione psichiatrica dei suoi interlocutori!
Quello che invece si raccomanda è che nell’incontro anche di pochi secondi il libraio si renda percettivo verso alcuni specifici aspetti della relazione che si stabilisce di volta in volta con il cliente che lo consulta:
1. Evitare possibilmente la relazione «alto-basso»
In molti casi il libraio è oggetto di un transfert del tipo: «adulto (che sa) bambino (che non sa e che dunque è costretto a chiedere)». È molto importante che il libraio percepisca se la richiesta è rivolta con fastidio per questa temporanea micro-dipendenza o se al contrario il cliente gradisce di essere consigliato e «nutrito» (attraverso il consiglio tecnico) dalla persona competente.
Ovviamente, nel primo caso conviene ridurre il peso di tale dipendenza (vedremo come), mentre nel secondo caso è da evitare viceversa un sentimento di «abbandono» nel cliente bisognoso.
2. Dare valore alla personalizzazione della richiesta
Questo significa che la libreria non deve risultare simile ad una mensa che tende a rifilare a tutti un menu standard, ma dovrebbe piuttosto concedere qualche secondo di interlocuzione in favore del cliente per confortare la sensazione che qualcuno sia disponibile a «cucinare qualcosa di speciale per lui».
Questo riguarda, ovviamente, soprattutto il paziente sperduto che cerca un suggerimento o un’indicazione, che non è in contatto con i propri bisogni e sente di volere qualcosa ma non sa bene che cosa.
3. Comunicare il fatto (vero!...) che in un libro c’è un mondo
Per alcune persone un libro è un insieme rilegato di carta stampata; per altri, è la porta su un mondo che si dispiega nella mente dei lettori, veicolandovi scenari, temperature emotive, colori, storie, relazioni, e comunque parti già sperimentate o solo potenziali del proprio Sé.
Il libraio somministra qualcosa che può avere gli effetti trasformativi di un farmaco o, come dicevo, di un alimento; non dico che ad esso si dovrebbe accludere un “bugiardino” (compresa la descrizione degli effetti collaterali: l’ultimo libro che ho letto «Montenegro» di Bato Tomasevic, mi ha tenuto in una condizione piuttosto alterata di commozione per una intera settimana...), ma la seconda e la quarta di copertina possono essere intese come qualcosa di analogo.
Un libro può essere qualcosa che ti cambia la vita, o per lo meno che la arricchisce potentemente: è un mondo interno di altri che si mescola con il nostro e lo trasforma.
La libreria come farmacia della mente, come ristorante dello spirito, come officina delle idee, come apertura di porte su laboratori, giardini segreti, cattedrali silenziose, fiere di paese, stanze private, e via dicendo.
Ma io so che i librai queste cose le sanno, e sono certo che svolgono il loro lavoro più che altro per questo, oltre che per avere una professione che consenta loro di guadagnare e di vivere.
4. La dimensione «Timeless»
A differenza dei compratori su Internet, che di solito compiono acquisti ultra-mirati e programmati, e che non vogliono intermediari di sorta tra loro e l’acquisto, quelli che si rivolgono alla libreria abbisognano di una paradossale situazione: da un lato richiedono competenza, efficienza commerciale e rapidità nell’esaudire le aspettative del cliente; dall’altro, sembrano entrare viceversa in una dimensione «senza tempo», dove il vagabondare esplorativo tra un banco e l’altro induce a perdere il senso del tempo.
Per comprendere meglio questa realtà soggettiva dell’esploratore di libreria, è utile rifarsi alle sensazioni dell’infanzia quando non si era a scuola e ci si abbandonava al gioco o comunque a momenti sospesi, senza tempo appunto.
La libreria consentitemi un altro paragone apparentemente incongruo può diventare qualcosa di analogo ad un campeggio estivo, nel quale il tempo è scandito più da movimenti interni che da ritmi coscienti esterni: l’orologio, in libreria, perde la sua centralità, e questo va bene.
Si regredisce al punto giusto, e le difese si allentano, consentendo alla curiosità e al desiderio di emergere dal magma del non sentito e del non pensato (o non pensabile, fino a che non si crea la situazione adatta). Secondo me in nessuna libreria dovrebbe esserci alla parete un orologio.
5. L'importanza della dedica
E per finire, un dettaglio che non dovrebbe mancare: un libro destinato a costituire un dono dovrebbe sempre essere accompagnato da una dedica, non dovrebbe mai essere «sbolognato» anonimamente come un oggetto di pura rilevanza quantitativa.
Il destinatario del libro sta per ricevere qualcosa di potenzialmente molto significativo: è consigliabile che chi lo regala gli manifesti qualcosa di più personale e «pensato» che non la semplice consegna di un pacchetto più o meno costoso. Non so come si potrebbe favorire l’usanza della dedica, ma so che si dovrebbe.
*Psicoanalista

domenica 12 gennaio 2014

Il giro del mondo in biblioteca


Paulo Mauri

“La Repubblica“, 12 gennaio 2014

Chissà se nella biblioteca di Alessandria d’Egitto hanno finalmente risolto il problema acustico dovuto alle gambe delle sedie spostate dai lettori. Lettori che hanno a disposizione una sala immensa e molto ben illuminata, ma un numero di libri ancora limitato e con qualche esclusione “mirata”. Non ci sono, per esempio, I versi satanici di Salman Rushdie, che però, assicura la direzione, si possono leggere in traduzione, così come mancano altri libri sospetti di poca correttezza verso l’Islam. Fu costruita sul finire del secolo scorso, non senza qualche polemica perché le ruspe avrebbero sacrificato reperti della biblioteca antica: quella che secondo una vulgata Cesare avrebbe fatto bruciare con suprema indifferenza. Luciano Canfora attribuisce invece l’incendio al Califfo Omar nell’anno del Signore 640. La Biblioteca di Alessandria è nell’immaginario di molti la biblioteca per antonomasia, anche se nessuno ovviamente ha mai visto la biblioteca antica e quella nuova è bellissima ma nuova, appunto, e potrebbe essere dovunque nel mondo. Così la nuova Bibliothèque National di Parigi, intitolata a Mitterrand, criticatissima perché d’inverno si scivola su certe pendenze dell’entrata, non ha certo il fascino della Richelieu, antica sede ora in via di ristrutturazione, dove si conservano preziosi fondi antichi, documenti rari e molte carte di scrittori (tra le ultime acquisizioni ci sono anche quelle di Tabucchi). Quando la Biblioteca Nazionale di Roma era ospitata nei palazzi del Collegio Romano, frequentarla aveva un sapore ben diverso dal mettere piede nei saloni lucidi della nuova sede costruita in mezzo alle caserme di Castro Pretorio, ma — e lo sa chiunque abbia in casa anche una modesta biblioteca personale — gestire e aggiornare un patrimonio librario non è facile. E certo non è facile il compito delle biblioteche nazionali che devono per legge possedere e schedare ogni libro pubblicato, a costo di scoppiare e di essere costantemente in emergenza.
Comunque, Alessandria docet, c’è sempre qualcuno in qualche parte del mondo, che vuole incendiare i libri nemici e non è affatto vero che i roghi siano finiti con quelli dei nazisti. Nel 1992 i serbi hanno incendiato la biblioteca di Sarajevo e all’incirca dieci anni dopo sono state devastate le biblioteche dell’Iraq “liberato” dagli americani. Per paradosso il tiranno Saddam Hussein, con un gesto politico e non certo culturale, aveva staccato un assegno da ventun milioni di dollari (uno in più del principe degli Emirati Arabi, Feisal) per finanziare la costruzione della nuova biblioteca di Alessandria.
Confesso che frequento malvolentieri le biblioteche immense, anche se non manco mai di visitarle, magari solo per dare un’occhiata ai cataloghi. A Buenos Aires, per esempio, è inevitabile fare un salto alla Biblioteca Nazionale per rendere omaggio a Borges che ne fu il direttore. E Borges ci autorizza a dire che, dopotutto, anche le biblioteche immaginarie hanno una loro esistenza e una loro capacità di accogliere il lettore (sempre di lettore si tratta). Borges, con la sua biblioteca di Babele che poi è l’Universo, si qualifica subito come un estremista del libro. Elias Canetti destina al fuoco la biblioteca del sinologo dottor Kean, protagonista del romanzo Autodafè. Abbiamo assistito al suo ampliamento, visto che Kean ha eliminato le finestre per poter aumentare i suoi scaffali. Ma ha anche sposato, nel corso del romanzo, una incredibile tiranna popolana ignorantissima che se ne infischia dei suoi libri e del sapere e che lo ridurrà allo stremo. La cultura combatte con la barbarie, è un topos. Un’altra biblioteca immaginaria che ormai è divenuta leggenda è quella descritta da Eco neI Nome della rosa anche se qualcuno gli ha rimproverato di aver messo troppi volumi in una biblioteca medievale: ottantasettemila, mentre nel Trecento le biblioteche si potevano al più permettere venti codici e trecento manoscritti, come racconta Lucien X. Polastron nel suo Libri al rogo. Già, anche Eco fa bruciare la sua biblioteca.
Il nome della rosa, come si sa, ruota intorno a un’opera perduta di Aristotele. Non è facile che in una biblioteca si trovi un’opera perduta di un grande autore, ma non è nemmeno da escludere a priori. Chi frequenta una grande biblioteca non sa mai quali libri può trovare, mentre è escluso che possa fare scoperte sorprendenti nella propria biblioteca, dove tutto gli è noto. Così per esempio ragionava un grande studioso, Carlo Dionisotti, per lunghi anni insegnante di letteratura italiana a Londra e frequentatore della British Library.
In Italia abbiamo la fortuna di poter entrare in molte biblioteche più o me-no rimaste come erano quando furono fondate ed è un vero piacere per gli occhi muoversi, per esempio, nella grandiosa sala della seicentesca Biblioteca Angelica di Roma che ha un notevole patrimonio librario proveniente dai lasciti di vari cardinali e anche, dal 1940, il fondo librario dell’Arcadia di cui ora è praticamente la sede. L’Angelica fu una delle prime biblioteche a essere aperte al pubblico, così come la quasi coeva Biblioteca Ambrosiana fondata a Milano dal cardinal Borromeo, proprio quello citato dal Manzoni come un sant’uomo, mentre un recente studio di Edgardo Franzosini (Adelphi) racconta che proprio santo non era. Comunque la Biblioteca è lì e accanto c’è la Pinacoteca, sempre voluta dal Borromeo, dove si può ammirare tra l’altro (e l’altro è moltissimo) il famoso Cesto di frutta del Caravaggio. A Ventimiglia ho avuto modo di frequentare anni fa la Biblioteca Aprosiana, fondata appunto da Angelico Aprosio (siamo sempre nel Seicento) che oltre a sbrigare oggi l’ufficio di biblioteca pubblica, conserva anche un buon fondo antico, in gran parte dovuto al fondatore. Ci lavorò per qualche tempo lo scrittore Francesco Biamonti.
Quando tutto sarà digitalizzato e tutte le biblioteche saranno raggiungibili con il computer rischieremo di perdere lo spettacolo dei libri e delle cattedrali che li contengono? Mi auguro di no: per secoli i libri di carta ci hanno fatto una compagnia straordinaria. E poi la “birbioteca”, come la chiamava maliziosamente il Belli, è un luogo e non deve diventare un non luogo. Quando a marzo riaprirà al pubblico dopo la pausa invernale ci sarà una ragione in più per visitare il castello di Masino, nel Canavese, già della nobile famiglia Valperga e da oltre vent’anni proprietà del Fai che lo ha ristrutturato in modo mirabile. E la ragione sarà proprio la grande e antica biblioteca che il Castello contiene e che ora è stata riordinata e schedata. Il primo volume del catalogo è appena stato pubblicato da Interlinea, con magnifiche fotografie, a cura di Lucetta Levi Momigliano e Laura Tos. In quelle sale, amico dell’eruditissimo Tommaso Valperga di Caluso, che era il padrone di casa, circolava l’inquieto Alfieri. E le sue opere in varie edizioni sono ben presenti nella biblioteca del castello.

venerdì 3 gennaio 2014

THE AWKWARD ART OF BOOK TRAILERS



“New Yorker”, 19 dicembre 2013

L'esilarante booktrailer di Little Failure di Gary Shteyngart, con la partecipazione di J. Franzen nel ruolo dello psicanalista.  LEGGI TUTTO l'articolo...

FINZIONIMAGAZINE

Se inizi a guardarlo non smetti più. Almeno, a noi è capitato così e la sensazione è che se ne parlerà ancora per molto. Perché dentro c'è tutto: colpi di genio, ironia, autobiografia che si fa fiction e non ultimo, un cast d'eccezione. È il booktrailer probabilmente più bello del 2013, realizzato per il libro di memorie di Gary Shteyngart, Little Failure e in uscita a gennaio 2014 per la casa editrice Random House. LEGGI TUTTO...

sabato 28 dicembre 2013

Best of...



NYT: 100 Notable Books of 2013 


The year’s notable fiction, poetry and nonfiction, selected by the editors of The New York Times Book Review. CLICCA QUI.

I giurati di "Repubblica" hanno premiato la storia emozionante dell'inglese Julian Barnes Al secondo posto Louise Erdrich, un'indiana d'America tra miti tradizionali e thriller 


LEONETTA BENTIVOGLIO

                                                    “La Repubblica“, 27 dicembre 2013 

Livelli di vita di Julian Barnes è il libro migliore del 2013 secondo i giurati di Repubblica. I quali sono, oltre all'autrice di quest'articolo, Stefano Bartezzaghi, Irene Bignardi, Paolo Mauri, Gabriele Romagnoli, Roberto Saviano e Benedetta Tobagi. Vincono le emozioni levigate di una storia che ci parla d'amore e perdita, di separazioni e abissi, dei rischi estremi e della gioia del volare, in ogni senso. Un potente mix di realtà e finzione dal quale emerge una tendenza già registrata l'anno scorso con la premiazione di Limonov di Carrère, costruito sui dati concreti di una biografia. Siamo alla riconferma di quanto oggi la letteratura privilegi (come il cinema) la cronaca e il documento rispetto all'invenzione pura. 
Respira su un versante radicato nel vero anche Questa libertà, al quinto posto nelle preferenze di Repubblica. Debutto in prosa del poeta friulano Pierluigi Cappello, è scandito da sei intensissimi memoir autobiografici. Inoltre sono decise e vigorose le connotazioni realistiche di Yellow Birds, scritto dall'esordiente americano Kevin Powers, e di Non temere e non sperare dell'israeliano Yehoshua Kenaz, rispettivamente settimo e ottavo libro in classifica. Il primo viaggia nel rosso sangue di una guerra a noi vicinissima, quella in Iraq; il secondo ripercorre con slancio epico e oggettività chirurgica la dura educazione bellica dei figli d'Israele. Due romanzi nutriti dalle dirette esperienze degli autori. 
Il demone della guerra nel ventesimo secolo pulsa al contrario ne Il declino della violenza (decimo posto), la sorprendente analisi di Steven Pinker che ci dimostra, con quantificazioni rigorose, perché la nostra è l'era più pacifica della Storia malgrado tutto. Tra i saggi votati da Repubblica svetta pure la straordinaria epopea sul rapporto tra l'uomo e il mare delineata da "Atlantico" di Simon Winchester, che ha conquistato il nono posto. La fiction straniera premiata dalla Top Ten include ancora (con un glorioso secondo posto) La casa tonda di Louise Erdrich e Dieci dicembre di George Saunders (che si aggiudica la quarta posizione). Due opere originalissime per motivi diversi: l'una ha un'identità di genere ibrida e fascinosa, oscillando tra il romanzo di formazione e il thriller riverberato da leggende e miti (l'autrice è un'indiana d'America); l'altra rivela con genialità kafkiana, nel suo collage di parabole d'immaginifica e surreale "normalità", un buon ventaglio di follie del nostro tempo.
Infine gli italiani. Nella Booklist 2013 di Repubblica figurano, oltre a Cappello, Elena Ferrante con Storia di chi fugge e di chi resta (numero tre) e Antonio Tabucchi (scomparso più di un anno fa) con il postumo Per Isabel (numero sei), un visionario gioco investigativo sulle tracce di un'entità femminile da ricomporre. Non sono i loro romanzi migliori in assoluto, ma l'attribuzione di merito (terzo e sesto posto) è soprattutto un omaggio a due grandi "classici" della contemporaneità. 


Eco, o'Brien e Pynchon. I consigli degli altri

Un giro fra le classifiche inglesi, americane, tedesche e francesi 

 RAFFAELLA DE SANTIS 

Uno dei divertimenti di fine anno, oltre agli oroscopi, è un giro tra le classifiche del best of. Quest'anno sono particolarmente varie: romanzi d'amore, storie di famiglia e racconti di guerra. Emerge una grande fame di realtà, di letture che parlino di noi. Agli anglosassoni, appassionati di elenchi, piacciono i romanzi di taglio sociale. Tra le scelte del New York Times svetta Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, per la capacità di descrivere la« tragedia e la commedia delle relazioni razziali» (sarà pubblicato in Italia da Einaudi). È la storia di una nigeriana trasferitasi negli States per studiare e che vuole ritrovare le sue radici. Guarda invece alle lotte degli anni 70 Flamerthrousers di Rachel Kushner, protagonista un'artista travolta dall'amore e dalla politica. Il libro, che uscirà per Ponte alle Grazie col titolo  I lanciafiamme, ha conquistato la stampa americana e britannica, insieme a The Luminaries della neozelandese Eleanor Catton, vincitore del Booker Prize (prossima pubblicazione Fandango): romanzo di stampo vittoriano, "scintillante" per il Guardian, ambientato nella Nuova Zelanda del XIX secolo. Ha un andamento dickensiano anche The Goldfinch (II cardellino) di Donna Tartt, atteso da Rizzoli, storia di un orfano che ha perso la madre in un attentato terroristico. Mentre Stoner di John Williams (Fazi) è stato scelto da Ruth Kendeil per la sua capacità di «raccontare le nostre passioni» ed è tra i preferiti di Julian Barnes, tra i libri dell'anno dell'Huffington Post con Livelli di vita (Einaudi).
 Ma la fame di realtà può trasformarsi in un'ossessione. Nelle liste dei best books ci sono The Circle di Dave Eggers e Bleeding Edge di Thomas Pynchon (uscirà per Einaudi), una distopia orwelliana, per il Guardian «verosimile e raccapricciante», e un thriller tecnologico. Mentre in Dieci dicembre di George Saunders (minimumfax, consigliato da Roddy Doyle e da Mohsin Hamid) c'è un racconto intitolato Fuga dall'Aracnotesta in cui si immagina la possibilità di controllare la nostra vita emotiva attraverso medicinali. Perfino il disco Modern Vampires of the City dei Vampire Weekend, palma d'oro per la rivista RollingStone, ha toni da Armageddon. 
In fondo è una distorsione della realtà pure la storia raccontata in Lui è tornato del tedesco Timur Vermes (Bompiani), in cui Hitler resuscita nella Germania della Merkel. Il bestseller è suggerito dallo Spiegel, insieme al romanzo afgano di Khaled Hosseini (E l'eco rispose, Piemme), il più votato su Goodreads. Ammorbidisce con il suo coraggio gli urti della vita Edna O'Brien, che ha saputo trasformarsi da ragazza di campagna in scrittrice glamour. La sua autobiografia Country Girl (Elliot) è da non perdere per Express e New York Times. Una curiosità: nella classifica personale di Edna c'è La Folie Baudelaire di Roberto Calasso (Adelphi). 
Ma è l'arte più della letteratura ad avere voglia di trasfigurare il reale. L'installazione Surveys del sudafricano Jane Alexander è per Holland Cotter, critico del New York Tïmes, tra i migliori eventi artistici del 2013. Testimoniano invece i fatti più significativi dell'anno le fotografie selezionate dai giornali: sul Wall Street Journal la protesta di Gezi Parkalstanbul, sul Time lo scatto di John Tlumacki dell'attentato alla maratona di Boston e quello di Emin Özmen di un uomo siriano mentre viene sgozzato. C'è poca Italia, però, in queste classifiche. Tra i film La grande bellezza di Sorrentino, scelto dai lettori del Guardian. E tra i libri La storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco (Bompiani), consigliato da El Pais: un omaggio all'immaginazione letteraria prima che alla realtà.


venerdì 13 dicembre 2013

Quelli che bruciano i libri. L’Ungheria brucia i poeti del ’900



Luigi Manconi

“l’Unità “, 13 dicembre 2013

Ci salveranno i poeti? Il dubbio è ricorrente nella storia della cultura, ma proprio per il paradosso che richiama (la fragilità della poesia/l’enormità del mondo) finisce con l’attraversare anche la vicenda sociale e politica dei nostri giorni. La conferma più inequivocabile viene dal fatto che oggi, in Europa, c’è chi brucia i libri dei poeti e che, a gettare l’allarme, siano proprio due poeti.
È successo appena qualche giorno fa, quando Edith Bruck e Nelo Risi mi hanno scritto per raccontare quanto segue.
Miklós Radnóti, uno dei più grandi poeti ungheresi del ’900, fu ucciso il 10 novembre del 1944 mentre, insieme ad altri 3000 prigionieri, veniva ricondotto in Ungheria dalla Serbia. Nato da una famiglia ebrea a Budapest, dopo gli studi in filosofia si era dedicato alla poesia, collocandosi fra i principali esponenti di una corrente letteraria di ispirazione popolare, formatasi in Ungheria negli anni 30. Dopo la morte, il suo corpo fu gettato in una fossa comune vicino al villaggio di Abda, nei pressi di Gyor. Qualche tempo dopo, tra i brandelli della sua giacca fu ritrovato un taccuino con le ultime poesie e alcuni fra i suoi versi più belli. Nello stesso taccuino furono trovate anche le istruzioni, scritte in varie lingue, da seguire nel caso di ritrovamento: consegnare al professor Gyula Ortutay. Tra i versi più intensi di Radnóti c’è la quarta strofa della poesia Razglednicák (Cartoline), nella quale il poeta descrive la fucilazione di un uomo e immagina la propria stessa morte. Sono tra i versi più emozionanti della letteratura della Shoah.
Qualche settimana fa, nell’anniversario della sua morte, che corrisponde a quello della Notte dei cristalli (tra il 9 e il 10 novembre del 1938), i suoi libri sono stati bruciati. Una settimana dopo, la notizia che la sua statua è stata distrutta. Si tratta di uno dei tanti, tantissimi segnali del clima che sembra dominare l’Ungheria contemporanea: xenofobia e manifestazioni di esplicito razzismo, persecuzione delle minoranze e antisemitismo, sciovinismo e omofobia.
Si potrebbe, in uno spericolato sforzo di ottimismo, provare a ridimensionare tutto ciò, attribuendolo all’iniziativa di gruppi minoritari, fatalmente irrobustiti dalla crisi economica e intenti a raccogliere tutta la paccottiglia delle peggiori ideologie del ’900. Ma, a preoccupare, c’è il fatto che quel clima cupo e avvelenato risulta potentemente incentivato da un apparato normativo e da politiche pubbliche che blandiscono e assecondano le pulsioni più torve. Ed è su questo che l’Europa democratica stenta a far sentire la propria voce, a battersi a viso aperto sul piano culturale, a condurre una serrata critica sociale, politica e ideologica.
Nel cuore del continente covano sentimenti e strategie che si rifanno ai totalitarismi del secolo scorso e ne vogliono rinnovare i programmi. Sono il primo a pensare che non accadrà, ma questo non è un motivo sufficiente per rassicurarci: il fatto che sia irrealizzabile in Europa un regime a qualsiasi titolo neo-nazista non significa che categorie e stereotipi, strumenti e armamentario che furono del nazismo non possano riproporsi qua e là, essere recepiti da norme e politiche, contaminare atteggiamenti e comportamenti. E tutto ciò, se pure fosse solo tutto ciò, sarebbe un autentico disastro (sempre che già così non sia). Da questo punto di vista, l’Ungheria è una minaccia per l’Ungheria ed è una minaccia per l’Europa. In altri termini, è un incubo annunciato da segni e sogni minacciosi che già gravano sulle nostre vite affaticate e sui nostri sistemi democratici sottoposti a dure prove. Dunque, l’infamia neonazista che, a distanza di quasi settant’anni, si incanaglisce ancora sulla memoria e sull’opera di Radnóti sembra rispondere alla domanda iniziale.
Sì, forse i poeti non salveranno il mondo, ma è certo che le loro opere fanno ancora paura. Tocca a noi che non abbiamo la fortuna di essere poeti, saper leggere i loro messaggi e saper ascoltare le loro grida di allarme. E saper cogliere anche le manifestazioni più minute, ma non per questo meno meschine e preoccupanti, del degrado in atto: compreso quanto è accaduto a Savona, dove un gruppo di cosiddetti «Forconi» ha intimato la chiusura di una libreria minacciando, in caso contrario, di «bruciare i libri».





Frammento

(Töredék - 1944)

Ho vissuto su questa terra in un'epoca 
quando l'uomo è diventato talmente vile
che di notte uccideva per puro piacere
e non solo al comando,
e mentre credeva in falsi miti, agitandosi,
sua vita fu intrecciata da deliri selvaggi.

Ho vissuto su questa terra in un'epoca 
quando fare la spia era un merito;
quando l'eroe era il traditore, il ladro, l'assassino,
e chi taceva magari
o era solo restio ad entusiasmarsi, 
era odiato, come l'appestato.

Ho vissuto su questa terra in un'epoca 
quando chi ha aveva osato protestare
si doveva nascondere,
mordendosi i pugni di vergogna.
Il Paese impazzì: ubriaco di sangue e luridume 
sghignava sul suo destino terribile.

Ho vissuto su questa terra in un'epoca 
quando per il bambino sua madre
era una maledizione,
era felice ad abortire la gestante, 
e, avendo il veleno spumeggiante sulla tavola,
i vivi invidiavano i morti nella tomba.

Ho vissuto su questa terra in un'epoca 
quando anche il poeta taceva
in attesa di poter parlare ancora,
perché una maledizione degna 
non potrebbe pronunciare nessun profeta
solo il sapiente delle parole terrificanti, Isaia.

domenica 13 ottobre 2013

La Babele democratica


Intervista allo storico dei libri Robert Darnton 
che spiega i collegamenti tra la cultura del Settecento,
 i testi digitali e le possibilità aperte dall’“open access”

Massimiano Bucchi

“La Repubblica“, 12 ottobre 2013

Le fiabe terrificanti della tradizione contadina; un massacro di gatti perpetrato da un gruppo di tipografi parigini; i rapporti di un ispettore di polizia su scrittori pericolosi per il regime; la classificazione e suddivisione dei saperi nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Queste le singolari chiavi di accesso che Robert Darnton sceglie per ricostruire i “modi di pensare” nella Francia del Settecento.
Il grande massacro dei gatti, ripubblicato in questi giorni da Adelphi e tradotto in una ventina di lingue, è uno dei suoi libri di maggior successo. Storico delle idee con un breve ma significativo background giornalistico – un’esperienza giovanile alla cronaca nera del New York Times che talora affiora nelle sue vivide narrazioni – Darnton insegna ad Harvard dove dirige anche la biblioteca universitaria, la più grande biblioteca accademica e sistema bibliotecario privato del mondo.
Come responsabile della biblioteca di Harvard lei si è espresso spesso a favore del cosiddetto open access. Vede un rapporto tra queste posizioni e il suo lavoro di studioso dell’Illuminismo e delle varie forme di circolazione del sapere?
«C’è sicuramente una connessione, anche se non è arrivata intenzionalmente. Come studioso dell’Illuminismo sono sempre stato attratto dall’idea di “Repubblica delle lettere”: una Repubblica senza confini, aperta a tutti, egalitaria. È un’idea che forse precede addirittura l’Illuminismo, centrale per il modo in cui l’Illuminismo vedeva se stesso. Oggi con i media digitali abbiamo la possibilità di realizzare quella che all’epoca era forse un’utopia. Così, quando mi sono trovato a capo della biblioteca di Harvard, con i suoi 17 milioni di volumi, ho cercato di fare il possibile per mettere a disposizione questo patrimonio non solo a docenti e studenti,ma a tutto il mondo, cercando di evitare che fosse monopolizzato da colossi come Google. Ci vorrà ancora molto tempo, e ci sono ancora molti problemi da risolvere, ma con il progetto Digital Public Library of America (www.dp.la) oggi siamo già in grado di offrire libero accesso a oltre 4 milioni di contenuti digitali».
Che cosa sono i modi di pensare, gli “stili culturali” che il libro cerca di ricostruire?
«L’ambizione è quella di far emergere i modi in cui l’esperienza è organizzata attraverso schemi concettuali, incluso il linguaggio. C’è una tonalità negli scambi sociali che è peculiare a una certa società o ad un gruppo sociale in un certo periodo e luogo, un certo “idioma” per così dire. Naturalmente la pretesa del libro non è quella di ricostruire definitivamente la “visione del mondo” dei contadini francesi dell’epoca attraverso le fiabe che si raccontavano, ma introdurre a un certo modo di fare storia, mettere insieme diverse informazioni in un disegno che si avvicini il più possibile all’originale».
Esiste dunque una specificità dei modi di pensare, degli stili culturali? Uno stile francese diverso da quello tedesco o italiano?
«Naturalmente non si possono sottovalutare le differenze regionali, a partire dal fatto che molti francesi dell’epoca che io studio non parlavano nemmeno il francese! Tuttavia già autori come Delarue parlavano di una “francesità” che emerge ad esempio confrontando le fiabe popolari con quelle tedesche dello stesso periodo. In un libro più recente mi occupo di come le forze dell’ordine francesi, a metà Settecento, davano la caccia agli autori di poesie e canzoni popolari ritenute sediziose, seminando di spie le sale da caffè. Queste composizioni si sentivano dappertutto e facevano probabilmente la funzione di notiziari per l’epoca; esse rivelano un tono, un inconfondibile idioma comune, anche nella parte musicale. Questi poeti e musicisti di strada, oggi completamente dimenticati, formavano una vera e propria subcultura che non era disconnessa dalla “cultura alta”; alcuni di loro erano amici di Diderot e lui stesso fa riferimento a questa tradizione, ad esempio in Jacques le fataliste.La cultura orale non era isolata da quella degli intellettuali, le correnti culturali si muovono continuamente verso l’alto e verso il basso…».
La specificità di stili culturali e modi di pensare resiste anche oggi, in un’epoca di intensa comunicazione globale?
«Direi di sì, seppure con prudenza… oggi è facile parlare di “villaggio globale” ma un’immagine scattata da uno smartphone in Egitto è un oggetto culturale mediato da una specifica sensibilità. Tutto il mondo può condividere un repertorio di immagini, suoni ed eventi; le correnti culturali viaggiano in tutto il mondo così come nel Settecento viaggiavano tra i caffè letterari e le campagne. Questo non significa che tutto si sia appiattito e certamente non cancella le specificità culturali…».
Pensa che il suo metodo possa essere applicato anche all’epoca contemporanea? Ad esempio, si può ricostruire l’ambiente e lo stile culturale della Germania orientale a partire dai documenti della Stasi?
«Per l’appunto ho appena terminato un libro sulla censura che prende in esame, tra l’altro, proprio il caso della Germania Est nel periodo comunista. L’idea è di comprendere che cos’era in effetti la censura dal punto di vista operativo, analizzando gli interventi materiali e i cambiamenti apportati alle opere da autori, editori e autorità, ad esempio ricostruendo come gli stessi poeti cercavano di negoziare con la censura. Noi tendiamo ad averne uno stereotipo astratto, ma nella pratica la censura è fatta di negoziazione, di complicità, di andirivieni tra produttori e controllori».
Da un certo punto di vista, quindi, si potrebbe parlare dei censori come coautori delle opere in questione?
«Esattamente, è proprio questo il punto. Un esponente della censura tedesca scrive: “Su questo manoscritto ci ho lavorato più io dell’autore!”. Un’opera come un libro è sempre il risultato della collaborazione di autori, tipografi, editori, e in certi casi perfino di censori».

Il grande massacro dei gatti di Robert Darnton, Adelphi,  pagg. 422. Darnton, storico, è anche direttore della biblioteca della Harvard University

venerdì 11 ottobre 2013

Processo allo scrittore. Quando il libro è il corpo del reato


Dal Pasolini dei “Ragazzi di vita”, per i quali si spese il principe Carlo Bo, 
al Sartre trascinato in giudizio con l’accusa di “onanismo e pederastia”. 
Un saggio ricco di aneddoti e documenti 
racconta l’Italia del comune senso del pudore attraverso i suoi tanti casi letterari 
finiti in un’aula di giustizia

Simonetta Fiori 

"La Repubblica", 6 ottobre 2013

Il più intrepido si mostrò Giuseppe Ungaretti: non c' era processo che non lo vedesse accanto all'imputato, curvo e intabarrato, la testa candida pronta a scuotersi in difesa dell' insolito pregiudicato, sia che si trattasse di Schifano o Pasolini. In aiuto dell' autore di Ragazzi di vita si precipitò in tribunale perfino il principe Carlo Bo. E una memoria difensiva di Norberto Bobbio, che pure non stravedeva per Sartre, salvò dalla condanna il filosofo dell' esistenzialismo, trascinato in giudizio con la macchia di «onanismo e pederastia». 
Scrittori alla sbarra. È un modo nuovo di riscrivere la storia letteraria, la scelta di un punto di vista che non è critico, geografico o linguistico ma solo giudiziario. Il pantheon culturale visto da una procura. Antonio Armano, giornalista "informato dei fatti", ha raccolto oltre quaranta storie di Maledizioni in un documentatissimo saggio ora pubblicato da Aragno. Una galleria di narratori sciaguratamente finiti nelle mani di madri devote e di militanti del cattolicesimo più retrivo, quindi sottoposti al vaglio dei tribunali, cacciati dalle librerie, talvolta ripuliti da editor pudibondi, infine condannati o più spesso assolti nei vari gradi di giudizio. Da Arbasino a Moravia, da Bianciardi a Testori, da Malaparte a Morselli e Pasolini, l'elenco dei narratori "maledetti" include l'aristocrazia della cultura italiana, accanto ai classici Lawrence e Joyce, anch'essi trascinati postumamente davanti a un giudice per eccesso di ardore erotico. L'accusa? Quasi sempre la stessa. Oltraggio al pubblico pudore. Oscenità. Esibizione molesta dell' omosessualità. Motivo quest'ultimo che si rivelerà tra i più resistenti nelle carte processuali, l' unico che ancora permane in un paese che legge le Sfumature ma sogna la famiglia da Mulino Bianco. E forse non è un caso che gli ultimi due processi letterari più clamorosi, tra gli anni Ottanta e Novanta, abbiano coinvolto Busi e Tondelli, che non hanno mai fatto mistero delle proprie scelte sessuali. 
È il paese del "purché non diano fastidio" quello che affiora dalla ricca ricognizione su letteratura e codice penale. Un' Italia che non si stanca mai di mostrarsi arretrata, disposta a qualsiasi sacrificio - diceva Brancati - pur di rimanere vecchia. Ma prima di invocare il garantismo, occorre mettere le mani avanti. Nel corso di mezzo secolo, l'unico che possa vantare il primato della condanna definitiva porta il nome dimenticato di Piergiuseppe Murgia, cometa della scena culturale. Riuscì a scamparla - ma solo in appello - anche la scrittrice Milena Milani, passata alle cronache giudiziarie per aver introdotto nel ' 64 le prime mestruazioni nella letteratura italiana. «Ciao, avanzo di galera», la salutava Montanelli, che però aveva incoraggiato le manette per Aristarco e la sua Armata s'agapò. Generalmente trionfava l'happy end. E qualche volta l'assoluzione cum laude. 
Dal censore al recensore, il passo poteva essere breve. Per Il Muro di Sartre, il giudice Benedicti ottiene l'archiviazione citando Dossi. E la requisitoria del pm Cerrato sulla Vita interiore è giudicata da Moravia - grande habitué delle aule di giustizia - una delle cose migliori mai scritte su di lui. La magistratura, in sostanza, si rivela spesso più illuminata rispetto a una comunità ancora molto provinciale, bacchettona e almeno fino alla fine dei Sessanta facile a indignati rossori. La stessa che nel ' 52 trascina Arbasino nel Tribunale di Voghera per un raccontino satirico sui vezzi da parvenu d' una famiglia assai nota in città. «Pura goliardia», sentenziò la Corte che chiese il proscioglimento. 
Oggi può far sorridere quell'Italia in bianco e nero, più bigotta ma anche più colta, in cui il libro è ancora il centro del mondo e le librerie sono frequentate dai commissari Zappalà alla ricerca dei Chatwin messi all'indice. «Mbé, che ddici? ' O sequestriamo?», incoraggia la moglie d' un magistrato famoso per i provvedimenti restrittivi. E i tavoli delle preture vanno affollandosi delle fantasie sessuali di Molly Bloom e degli amplessi di Lady Chatterley. Un caso giudiziario quest' ultimo non solo italiano, come ci spiega il Nobel Coetzee, perché Lawrence trasgredisce almeno tre regole fondamentali: «è adulterino», «viola i confini di casta» e «a volte è contro natura». La battaglia legale impegnò a lungo editori inglesi e americani, tanto da indurre Anthony Burgess a una variante ingentilita della «boiata» di Fantozzi: «Ora che abbiamo sconfitto la censura possiamo dirlo: L'amante di lady Chatterley non era un gran libro». 
Non sempre lo sperimentalismo sessuale è pari a quello estetico. Un annoiato Italo Calvino, interpellato nel ' 61 su Nuovi Argomenti, puntualizza: «Nel Novecento l'erotismo non è un motivo poetico. Il nostro è il secolo di Kafka, scrittore casto». E rimprovera Fenoglio per aver ecceduto nella Paga del sabato. Una noia certo non condivisa dall'autore di Maledizioni, che con maliziosa dedizione inanella tutte le pagine erotiche setacciate dai giudici, dove il più delle volte l' immediatezza dell' anatomia prevale sul filtro della metafora. Non tutti mostrano la delicatezza d' un Dino Campana che con «misterioso maniero» alludeva all'origine del mondo ritratta da Courbet. Non certo scrittori come Kerouac e Ginsberg, liquidati nel ' 64 dal tribunale di Milano come una banda di «falliti, inetti, incapaci». E sarebbe toccato a una pazientissima Fernanda Pivano stemperare turpiloquio e bestemmie della beat generation in una estenuante contesa con la casa editrice Mondadori. Qualche volta ad avventarsi sul testo con le forbici non sono editori tremebondi né pie lettrici, ma i parenti più stretti dello scrittore. Accadde alla povera Antonia Pozzi, vessata sia nell' opera che nella vita dal padre podestà di Pasturo. Nel 1938 decise di farla finita, ma ancora oggi è oggetto di una controversia legale, attraverso la sua biografa Alessandra Cenni che non ne ha taciuto gli aspetti più trasgressivi, irritando più di un congiunto. Si deve invece a un pronipote molto attivo di Dossi l' edizione integrale delle Note azzurre. Tra i brani proibiti per oltre un secolo affiora un colorito ritratto di Vittorio Emanuele II, «il più illustre tra i chiavatori», scrive Dossi che si sofferma sull' episodio della vergine tredicenne comprata dal re. E a proposito dei padri della patria, un denso capitolo riguarda «la pederastia post mortem» di Settembrini, «uomo nato per essere un monumento» ironizzava Manganelli. Il suo romanzo omosessuale I neoplatonici è rimasto nella penombra per svariati decenni, ignorato anche da Benedetto Croce che celebrò «la vita purissima» dell' eroe, «consacrata all' ideale della nazione e della famiglia». La patriottica ipocrisia fece venire l' orticaria a Giorgio Manganelli, il quale trae pretesto dall'omoerotismo di Settembrini per una sua personale epica risorgimentale: «Può darsi che qualcuno sappia e taccia che Cavour fornicava con le capre, Mameli era un masochista - l' inno aveva funzione puramente erogena - e Nino Bixio un cocainomane che violentava le anatre mandarine». Siamo sul finire dei Settanta. La sessualità non fa più paura e cede il passo al grottesco. 
Man mano che ci avviciniamo al nuovo secolo, i processi agli scrittori diventano dagherrotipi sbiaditi, resi opachi dalla polvere dell' anacronismo. Più che maledizioni, una benedizione per l'ufficio marketing. All' udienza per Sodomia in corpo 11 Aldo Busi indossa lo smoking bianco, ravvivato all' occhiello da un narciso giallo. Alla fine del processo, mentre lo scrittore si gode il momento di gloria, telefona alla madre. «Com'è andata?», gli domanda lei preoccupata. «Male», risponde Busi. «Mi hanno assolto».