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mercoledì 27 gennaio 2016

Lo sforzo autolesionista di demolire la nostra lingua


Adolfo Scotto di Luzio

"Corriere della Sera", 27 gennaio 2016


Join the Navy, «entra in marina». L’invito non viene da Annapolis, Maryland, dove ha sede la più importante accademia navale degli Stati Uniti d’America. Più domesticamente, da Roma. Lo slogan compare sui manifesti che in questi giorni annunciano nelle nostre città la nuova campagna di reclutamento della Marina militare italiana. Dopo il «Be cool and join the Navy» del 2015, qualcosa che in italiano suona come «Fai il fico ed entra in marina», lo Stato maggiore insiste con un giovanilismo di maniera che si pretende dinamico e internazionale ma che, riferito a un’istituzione militare della Repubblica italiana, suona alquanto privo di senso.
Non c’è dimensione pubblica del nostro Paese, ormai, che non sia affidata a pubblicitari e creativi di ogni risma per i quali l’uso dell’inglese è diventato una specie di tic nervoso. Clamoroso è lo slogan inventato per Roma, RoMe & You, «Roma, Io e Te», che ha finito per renderne irriconoscibile finanche il nome. Un paradosso non da poco per chi, dovendo vendere un marchio, lo confonde sotto un gioco grafico e linguistico buono, forse, per una paninoteca dalle parti di Campo de’ Fiori.
Non fa eccezione a questo andazzo sciatto e autolesionistico il ministero della Pubblica istruzione. Da tempo nella scuola italiana circola un nuovo latinorum che mescola alle vecchie formule della burocrazia un gergo monotonamente ripetitivo degno di un call center. Basta prendere il piano della scuola digitale del Miur e aprirlo a caso. È un succedersi di Acceleration Camp, percorsi di accelerazione per stimolare lo spirito di intrapresa nei giovani. Ci sono i Contamination Lab, luoghi di contaminazione interdisciplinare. Le studentesse patiscono i confidence gap, il pregiudizio di genere in ambito scientifico e tecnologico. Il ministero risponde con «Girls in Tech & Science». Su questo linguaggio c’è poco da dire, se non che è refrattario a qualsiasi elaborazione intellettuale.
Ma che dire, invece, dello obbligo d’insegnare in lingua straniera una materia non linguistica imposto nelle scuole superiori, in quinta? È il famigerato Clil, acronimo inglese, che sta per apprendimento integrato di lingua e contenuto. Nasce dalle escogitazioni multilinguistiche di un esperto di origini australiane che fa base in Finlandia. Si prefigge il conseguimento di un livello di estrema generalizzazione linguistica al di sopra delle differenze «dialettali» fra cittadini europei. Un progetto di vasta portata, per chi lo ha concepito; un’idea, invece, da pezzenti culturali a ben vedere. Non si danno più ore alle lingue straniere. Né si assumono insegnanti specialisti. Niente di tutto questo.
Si sottraggono, invece, al dominio dell’italiano contenuti culturali importanti e insieme si svilisce il valore di questi stessi contenuti, riducendoli a mero supporto della lingua straniera. Soprattutto, se il ministero presuppone negli insegnanti certificazioni linguistiche che di fatto non posseggono, dà per scontato che gli studenti siano in grado di prendere attivamente parte a lezioni in lingue che non padroneggiano. Gli effetti semplificatori sui contenuti saranno, inevitabilmente, disastrosi.
La lingua, tanto quella straniera che l’italiano, qui è concepita come un mero strumento e non come un terreno sul quale sorgono, nel tempo, pensieri e idee, sentimenti. In questo modo gli italiani vengono educati, fin dalle aule scolastiche, a formarsi un’ immagine opaca del mondo per mezzo di parole generiche e vuote.
Da qualche tempo si sente ripetere che l’Italia è tornata protagonista. Per il momento sembra più che altro sommersa dalla fuffa.

domenica 5 luglio 2015

La lingua della scienza. Non può essere Babele


Dopo la scomparsa del latino per un lungo periodo
 gli scienziati usarono varie lingue per comunicare finché non prevalse l’inglese

Arnaldo Benini, "Il Sole 24 ore - Domenica", 5 luglio 2015

«Per quanto inevitabile, la scomparsa del latino come linguaggio universale della scienza - scrisse l’allora direttore della rivista Endeavour Trevor Williams nel 1977 (Interdisciplinary Science Reviews 2, 165-172, 1977) - è stata una grande sventura». Deleterio fu l’intervallo fra il declino del latino e la prevalenza dell’inglese, perché, fra la fine del ’700 e gli anni ’70 del secolo scorso, prevalse la Babele di scrivere di scienza in diverse lingue. Michael D. Gordin, dell’Università di Princeton, storico della chimica, della scienza russa e della guerra fredda, in un geniale e vastissimo studio di storia della comunicazione scientifica, che è anche un saggio di politica culturale, racconta la fine molto deplorata («a monument to human folly») del latino come lingua universale e la lenta marcia verso l’egemonia, ora incontrastata, dell’inglese. Perché non si è continuato col latino, che era la lingua scritta della cultura in Europa, nel medio Oriente, in Russia (introdotto con la scienza, non essendoci tradizione cattolica), nella quale si leggevano anche traduzioni di testi greci e arabi? La ragione principale potrebbe essere che da secoli era scritto e non più parlato. Inoltre il latino classicheggiante degli umanisti del Rinascimento non si prestava ad esprimere i rapidi e radicali cambiamenti della scienza e della tecnologia. Il latino, dice Gordin, fu la vittima più illustre della rivoluzione scientifica, anche se testi di Galilei e Newton sono in latino. Ancora nella seconda metà del ’700 il latino resisteva come lingua della scienza. Giambattista Morgagni, ad esempio, pubblicò nel 1761 la prima grande opera di anatomia patologica De sedibus et causis morborum e il medico napoletano Domenico Cotugno nel 1779 De Ischiade Nervosa Commentariis, il primo studio sulla sciatica come malattia dei nervi e non delle vene delle gambe. Carl Linnaeus, che scriveva in latino e svedese, a metà del ’700 introdusse la nomenclatura binomiale latina per tutte le piante, in uso universale e obbligatorio fino al 2012. Al latino non giovò, nel XIX secolo, d’essere identificato col dogmatismo della Chiesa cattolica. Nel XIX e fino alla metà del XX secolo le lingue più usate nella comunicazione scientifica furono il “triunvirato” di inglese, francese e tedesco, ma nessuna ebbe il ruolo che era stato del latino. Il russo, che fuori dalla Russia pochi conoscevano, fu rilevante nella chimica di fine ’800.
Gordin racconta per esteso una delle più furibonde dispute nella storia della scienza del XIX secolo. Essa scoppiò per un errore nella traduzione tedesca, di un chimico bilingue russo-tedesco di Gottinga, del testo russo di Dmitrii Mendeleev (che aveva pasticciato alcuni lavori scritti in un francese approssimativo) del 1869 sulla tavola della periodicità degli elementi. La parola russa per periodico fu tradotta non con periodisch, ma con stufenweise, cioè graduale, progressivo. Il traduttore non aveva afferrato che la periodicità era la caratteristica cruciale e la scoperta della tavola. In Russia, nel XVIII secolo, le lingue in uso nella scienza furono francese e tedesco. Il francese ebbe difficoltà ad imporsi, anche perché, ancora nel XVII e XVIII secolo, era la lingua dominante solo in 15 degli 89 dipartimenti del paese, dove si parlava tedesco, occitano, basco, provenzale ed altre lingue. Uno dei compiti della Rivoluzione, dice Gordin, fu di rendere il francese lingua universale in tutta la Francia. Dal 1900 fino alla fine degli anni ’20, si pubblicarono nel mondo più lavori scientifici in tedesco che in inglese e il doppio e il triplo che in francese, nonostante l’avversione per la cultura e la società tedesche durante e dopo la prima guerra mondiale. In quegli anni la scienza tedesca, in particolare la fisica e la chimica, quest’ultima anche sul piano industriale, fu al culmine della creatività, testimoniata dal numero di premi Nobel. L’ignoranza del tedesco comportava, a quel tempo, di non essere al corrente di molto di ciò che scienza e tecnologia producevano.
Il declino della preminenza della lingua tedesca cominciò col nazifascismo, per l’esodo massiccio verso gli Stati Uniti e l’Inghilterra non solo di ebrei, ma anche di non ebrei ostili alla barbarie dei regimi in Italia e in Germania. L’inglese prevalse, sostiene Gordin, non per la preminenza economica e militare dei paesi anglofoni, ma perché l’Inghilterra e ancor più gli Stati Uniti avevano favorito il trasferimento nei loro istituti e università, che ebbero uno sviluppo enorme, di scienziati, umanisti e artisti dall’Europa, anche se molti di loro sapevano poco o niente inglese. L’inglese prevale non perché è la lingua dei padroni, ma perché è la lingua di paesi che hanno creduto nella cultura.
La preminenza dell’inglese fu favorita anche dalla decisione delle colonie britanniche di mantenerlo come lingua ufficiale dopo l’indipendenza e dall’occupazione di parte della Germania sconfitta di inglesi e americani. In Germania il bilinguismo nelle aree occupate era diffuso. L’inglese è oggi non solo la lingua delle pubblicazioni scientifiche e delle comunicazioni in conferenze, congressi e laboratori, ma è corrente nelle istituzioni scientifiche, anche nei paesi dell’Europa dell’est. Dagli anni ’70 del secolo scorso in poi quasi tutte le riviste scientifiche pubblicano in inglese e, in molte Università di paesi non anglofoni, insegnamenti, interrogazioni, tesi di laurea e pubblicazioni si tengono in inglese. Così si evita la Babele che si ebbe dopo il tramonto del latino. Per i non anglofoni sapere solo la lingua madre è una mutilazione culturale e professionale, per gli anglofoni è più la regola che l’eccezione. Sono comunque avvantaggiati.
Il neuroscienziato sudtirolese Valentino Braitenberg sostenne, molti anni fa, che chi non è anglofono, nei congressi e nei rapporti con i colleghi non deve lasciarsi intimidire. Impari l’inglese basico della scienza, prepari la conferenza, si eserciti nella pronuncia corretta e parli senza remore. Verrà ascoltato con interesse, se quel che dice lo merita. Oggi spesso non è così: chi, in una discussione, non interviene in un fluent English, è spacciato in partenza. È un bene che ci sia una lingua sola? È un bene per la scienza, perché la Babele nella scienza è inimmaginabile. Sta agli anglisti giudicare se è un bene per l’inglese. Gordin sospetta che l’egemonia dell’inglese non durerà a lungo e specula sulla successione. È probabile invece che l’inglese come lingua della scienza durerà più del latino perché è parlato, scritto e letto come lingua madre in paesi di tutto il mondo. Circa la successione: nessuno, nell’Europa del XV o XVI secolo, poteva prevedere che il latino sarebbe stato sostituito dalla lingua di un’isola dell'Oceano Atlantico.
Michael D. Gordin, Scientific Babel How Science Was Done Before and After Global English, The University of Chicago Press, Chicago and London, pagg.415, € 30,00

lunedì 20 ottobre 2014

Se la lingua di Dante conquista anche Pechino


Italiano

È il quarto idioma più studiato nel mondo. 

E in quel milione e mezzo di appassionati crescono russi e asiatici

Laura Montanari

"La Repubblica", 20 ottobre 2014

RALLENTA nei Paesi della vecchia Europa, la lingua italiana, cresce in aree che vanno dall’Est europeo, Russia in testa, al Magreb, fino ai Paesi arabi e al Vietnam. Cambia la geografia e forse si allontana un po’ dalle radici e dai luoghi della nostra immigrazione, che pure, vedi Germania e Stati Uniti, restano numericamente di gran lunga in cima alla classifica. L’italiano conquista terre nuove e il saldo, assicurano dal ministero degli Affari esteri, è positivo. «Siamo la quarta o quinta lingua più studiata al mondo, e in crescita» sostiene il sottosegretario Mario Giro. È lui che ha voluto il nuovo censimento delle scuole di italiano oltre confine. I risultati saranno presentati nel corso degli Stati generali della Lingua italiana nel mondo in programma domani e mercoledì a Firenze. Nel 2012 erano circa 570mila gli allievi che imparavano la lingua italiana all’estero. Secondo la nuova mappatura triplicano: si arriva a un milione e mezzo perché nei conteggi sono stati aggiunti scuole private, associazioni e istituti che prima sfuggivano al censimento.
L’italiano come risorsa, come veicolo culturale, turistico ed economico di promozione del Paese. È l’idea del ministero degli Esteri, che intende rilanciare e riorganizzarne lo studio. Sfida complicata in tempi di spending review, di tagli agli istituti di cultura e alle cattedre. Si punta al web: in agenda c’è la creazione di un portale dell’italiano che metta insieme l’offerta dei corsi, lezioni online, formazione a distanza per i prof e un osservatorio permanente. L’Indire, l’istituto nazionale di documentazione e ricerca del ministero dell’Istruzione ha già pronto un progetto i cui contenuti sono stati realizzati in collaborazione con l’Accademia della Crusca. «Finalmente ci si muove con decisione per promuovere la conoscenza della nostra lingua non soltanto come vettore culturale, ma anche economico» dice il presidente dell’Accademia Claudio Marazzini.
«Agli studenti che arrivano dalla Cina nei nostri politecnici adesso si impartiscono lezioni in inglese, io proporrei di offrire loro anche corsi di italiano e di arte. È un modo — sostiene — per legarli al ricordo del nostro Paese». A proposito di Cina, uno dei soggetti più attivi nella diffusione dell’italiano estero è la società Dante Alighieri (423 sedi): «Stiamo lavorando con l’istituto Confucio — dice il segretario Alessandro Masi — per potenziare gli scambi».
Va bene Dante e Michelangelo, ma non dimentichiamo il design, la moda, il cibo, la musica lirica, il turismo, quel pacchetto che va sotto la targa made in Italy e che può essere un richiamo: «La promozione linguistica — si legge in una relazione preparatoria della due giorni fiorentina — non avrà il successo sperato se non è connessa allo scenario culturale simbolico». Suggerisce Mirco Tavoni, presidente del consorzio Icon che riunisce diciannove atenei e organizza corsi di e-learning: «Usiamo come vettori per diffondere la lingua le grandi aziende italiane già impegnate all’estero e magari anche la Chiesa cattolica». C’è invece chi pensa di qualificare le cattedre puntando sugli italodiscendenti, «perché — sibila un prof — con tutti i tagli che ci sono, chi paga più un docente italiano per andare all’estero?».

domenica 14 luglio 2013

Perché non diciamo più per cortesia


Michela Proietti

"Corriere della Sera", 13 luglio 2013


Contate quanti tra di voi usano spesso parole o frasi come «prudenza», «virtù», «decenza», «per cortesia», «forza d’animo» e «gratitudine». Ora invece pensate a chi frequentemente dice «io», «personalizzata», «unico», «disciplina», «posso farlo io», «io vengo prima». Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.
La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal in un articolo dal titolo «What words tell us» («Cosa le parole raccontano di noi»), restituisce l’istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.
Parole come famiglia, collettivo, tribù, sono lentamente sfumate: il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata» oltre a inglesismi performanti come «standout».
La coppia di studiosi americani Pelin e Selin Kesebir hanno scoperto che l’uso di parole come «coraggio» e «forza d’animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l’utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato.
Usando un immaginario contaparole durante le nostre conversazioni quotidiane potremmo probabilmente mettere al primo posto la parola «io» (incipit di molte conversazioni), seguita da avverbi perentori come «assolutamente» (sì e no, vale in ogni direzione). Con il risultato di rimanere sorpresi quando ci imbattiamo in parole come «compassione», «gratitudine», «cortesia» e «umiltà».
«Qualche sera fa ero al concerto di Cat Power ed è stato toccante sentire il mio vicino chiedermi, prima di accendere una sigaretta: “permette?”», racconta lo scrittore Mauro Covacich mentre passa in rassegna la scomparsa di altre parole cortesi. «C’è ancora qualcuno che quando risponde al telefono dice “pronto”? Riconoscendo già il nostro interlocutore dal nome che appare sul display abbiamo abbandonato quella formula di attenzione e esclusiva disponibilità che l’essere “pronti” prevedeva».
Dietro alla scomparsa di alcuni termini e delle formule cortesi, «che fanno tanto azzimato», c’è la logica efficientista. «È come se parlassimo un linguaggio “palestrato”, tecnofunzionale, un modo di esprimersi che somiglia a un corpo costruito in laboratorio: dobbiamo mostrare i muscoli e certi modi di esprimersi sono utili a questo», osserva lo scrittore triestino.
Al punto che anche l’uso di parole sconvenienti può diventare un modo incisivo di esprimersi. È fresco di stampa il libro della studiosa britannica Melissa Mohr (una laurea in letteratura inglese e a una specializzazione su Medioevo e Rinascimento) «Holy Sh*t», in cui si cerca di capire come le oscenità si siano impossessate del nostro modo di comunicare: la conclusione è a sorpresa assolutoria, l’imprecazione ha un suo scopo sociale e insultare una persona evita di canalizzare la rabbia in modi più gravi.
La parola colorita può imporsi anche in contesti più che formali: la cancelliera Angela Merkel parlando di una polemica ha usato pubblicamente la parola «Shitstorm» (tempesta di m…), appena ammessa anche nell’autorevole dizionario Duden, che registra i mutamenti della lingua tedesca.
«L’uso in politica di termini “giovani” è uno stratagemma per sembrare meno distanti, più alla mano», osserva Covacich. «Ma in realtà, quello che in ambito letterario può essere funzionale al tratteggio di un personaggio, nel colloquio di tutti i giorni è una caduta rispetto alla proprietà di linguaggio».
Anche nei salotti, cartina di tornasole del buon conversare, si prende nota dei cambiamenti. «Colpa dell’uso improprio della tecnologia: difficilmente vengo compresa quando dico “mi rincresce” a un adolescente, persino se educato al collegio Mondragone o al Lycée Chateaubriand!», nota Marisela Federici, animatrice di un noto circolo di conversazione. «Solo in Toscana ancora resiste l’italiano gentile ma paradossalmente un delizioso “ti garba?” viene confuso con una formula dialettale e buffa». Assicura che le bastano pochi minuti per scoprire un eloquio sciatto dietro una facciata contemporanea e efficace. «Certe persone sono come un grande pacco: si toglie un fiocco, poi una velina, poi un incarto, poi ancora una velina, alla fine dietro al loro bla-bla non rimane che una misera sorpresa».
Già nel 2010 lo Zingarelli denunciava l’estinzione di quasi 2.800 lemmi delle 120 mila parole presenti nel dizionario. Agiato, madido, ineffabile, ceruleo, blando: parole che secondo il curatore Mario Cannella potrebbero ancora essere in uso, ma di fatto stanno diventando desuete col rischio di andare perdute. Un linguaggio opportunista, figlio dei tempi, ma non così diverso da quello del passato: così il presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini invita alla cautela nel decretare la morte di un linguaggio a favore di un altro.
«Indagini come quelle di Google spesso non tengono conto della diversità delle fonti: la lingua del ’500 per esempio, ci è nota attraverso chi all’epoca scriveva libri, per la maggior parte religiosi, che sicuramente avevano un vocabolario ricco di parole come “pietà”, “umiltà” e “grazia”», osserva lo studioso, che rintraccia nei media e nelle molteplici fonti la causa della propagazione di certe espressioni aggressive e individualiste. «Esistevano anche una volta, ma rimanevano nelle cronache municipali. Mica vorremo immaginare una strage degli Ugonotti fatta a suon di “grazie” e “prego”… chissà che parole sono volate anche allora!».

lunedì 13 maggio 2013

La lingua originaria


Gli idiomi euroasiatici nascono da un unico codice
La scoperta viene da uno studio britannico: gli scienziati hanno preso in esame sette «famiglie» linguistiche e trovato un gruppo di parole che hanno gli stessi suoni

Cristiana Pulcinelli

"l’Unità", 12 maggio 2013

«TUTTA LA TERRA AVEVA UNA SOLA LINGUA E LE STESSE PAROLE», COSÌ COMINCIA IL BRANO DELLA GENESI CHE RACCONTA LA STORIA DELLA COSTRUZIONE DELLA TORRE DI BABELE. Il seguito è noto: gli uomini decisero di costruire una torre alta fino al cielo per arrivare a Dio e non disperdersi sulla Terra, ma Dio li vide e pensò di confondere la loro lingua, in modo che non si capissero più tra loro e quindi che non riuscissero a portare a termine il loro ambizioso progetto. Così fu. La torre fu abbandonata e gli uomini si dispersero sulla Terra, parlando tante lingue diverse tra loro.
Il racconto è la spiegazione mitologica del perché noi esseri umani, pur appartenendo tutti alla stessa razza, non ci capiamo. Sotto la leggenda dell’origine delle differenze linguistiche, però, potrebbe esserci qualcosa di vero. In particolare, sembra che circa 15.000 anni fa gli uomini avessero davvero una sola lingua. Per dirla in modo più scientifico: le lingue che oggi vengono parlate da miliardi di persone in Europa e in Asia discenderebbero tutte da un’unica lingua.
La scoperta viene da un’analisi condotta da un gruppo di ricercatori guidati da Mark Pagel dell’università di Reading nel Regno Unito ed è stata pubblicata sulla rivista Proceedings of the national Academy of Sciences.
Gli scienziati hanno preso in esame sette famiglie di lingue dell’Eurasia: altaiche (tipiche dell’Asia centrale e orientale), ciukotko-kamciatke (dell'estremo est della Russia), dravidiche (parlate in India meridionale, Sri-Lanka, Pakistan e Nepal), eschimesi, indoeuropee (la quarta famiglia al mondo per dimensioni che comprende 430 lingue vive, tra cui molte di quelle parlate in Europa), kartvediche (o caucasiche meridionali) e uraliche. In breve, le lingue parlate in un’area che va dal Portogallo alla Siberia e dall’India alla Svezia. Quello che hanno visto è che tutte derivano da una lingua ancestrale usata da gruppi di persone che probabilmente vivevano nell’Europa meridionale alla fine dell’ultima era glaciale.
Per i linguisti non è un’idea nuova: da anni si discute di una possibile superfamiglia di lingue euroasiatiche. Ma la dimostrazione di questa ipotesi non è semplice. Il problema principale è che le parole evolvono troppo rapidamente per preservare i tratti dei loro antenati. La maggior parte delle parole ha il 50% di possibilità di venir rimpiazzata da un altro termine che non ha nessuna relazione con la parola originaria) ogni 2000-4000 anni. Tuttavia, alcune parole hanno una vita più lunga. In uno studio di qualche anno fa, la stessa équipe guidata da Pagel aveva dimostrato che alcune parole possono sopravvivere, come suoni che rimangono associati allo stesso significato, per oltre 10.000 anni prima di venir rimpiazzate. Pensiamo alla parola fratello, in inglese è brother, in francese frère, in latino è frater e in sanscrito bhratr. Come si vede sono collegate fra loro nonostante le distanze temporali. Tra le parole che cambiano di meno ci sono i pronomi usati più di frequente, i numeri e alcuni avverbi.
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno individuato un elenco di 23 parole ritrovate in almeno quattro delle sette famiglie di lingue analizzate. La maggior parte delle parole sono quelle più usate, come i pronomi io o tu o nomi come madre, ma ci sono anche sorprese come ad esempio il verbo sputare, to spit in inglese, che si ritrova con le dovute differenze in molte lingue moderne, o la parola verme, in inglese worm, e l’inglese bark che in italiano si può tradurre con corteccia ma anche con barca, un legame stabilito probabilmente dal fatto che le prime barche venivano fatte proprio con la corteccia. «La corteccia era davvero importante per i popoli primitivi ha spiegato Pagel al quotidiano inglese The Guardian -, la usavano per isolare, per accendere il fuoco e ne ricavavano fibre. Ma non mi aspettavo di trovare nella lista il verbo sputare. Non ho idea del perché sia lì».
La ricerca conferma anche un dato che era emerso già precedentemente: il rapporto tra frequenza di uso attuale e probabilità di conservazione nel tempo. Le parole che, nell’uso quotidiano, si presentano con una frequenza superiore a una su 1000 hanno una probabilità da 7 a 10 volte maggiore rispetto alle altre di avere un’antica antenata. Come si spiega questo fenomeno? Gli studiosi pensano a due possibili risposte: nel caso delle parole più frequenti, nuove forme fonologiche possono emergere più raramente perché gli errori di percezione o di memoria o di produzione del suono sono meno comuni. Oppure, la mutazioni avvengono tutte con la stessa frequenza, ma il maggiore uso di una parola fa abbassare la probabilità che le nuove varianti vengano adottate dalla popolazione. Alla base di tutte e due queste spiegazioni c’è comunque l’ipotesi della «mano invisibile», applicata da Adam Smith all’economia: nessuno di noi inventa nuove parole o forme grammaticali, ma l’uso che facciamo della lingua (errori di pronuncia o slittamenti di significato) influenza la trasmissione della lingua stessa. Insomma, siamo noi individui a fare la lingua del futuro.

sabato 11 maggio 2013

Guarda come parli


Giuliano Aluffi 

"Il Venerdì", 10 maggio 2013

Secondo un docente di Manchester, Guy Deutscher, ogni lingua "dipinge" il mondo in un modo diverso, e chi ne usa due cambia additittura modo di pensare nel passare da un idioma all'altro. Con buona pace delle teorie di Noam Chomsky.
Se proprio dovete farvi tamponare, ricordate che con i testimoni per l'assicurazione vi andrà meglio a Londra che a Tokyo. I giapponesi infatti non hanno buona memoria nel ricordare i responsabili di eventi accidentali. Lo ha scoperto Caitlin Fausey, psicologa della Stanford University, mostrando video con vari incidenti a 49 inglesi e 70 giapponesi e interrogandoli poi su colpe e responsabilità. Il fatto è che in lingue come il giapponese, o anche lo spagnolo - ma non l'inglese - quando si descrivono eventi fortuiti, il soggetto della frase non è, di solito, chi li ha provocati. Per esempio, invece di "ho rotto il vaso" si dice "il vaso si è rotto". 
"La lingua non ci aiuta solo a esprimerci: le nostre parole - entro certi limiti - arrivano a plasmare i nostri pensieri" ci spiega Guy Deutscher, docente di linguistica all'Università di Manchester e autore di La lingua colora il mondo: come le parole deformano la realtà (Bollati Boringhieri, pp. 288). 
"Per quasi mezzo secolo l'idea teorizzata da Noam Chomsky che il linguaggio fosse innato, cioè in qualche modo inscritto nel nostro Dna, ha avuto grande seguito. I chomskiani considerano le lingue, in sostanza, come dialetti di un unico linguaggio universale. Oggi sempre più studiosi pensano invece che l'idea della lingua innata sia superata. Per Chomsky i bambini imparano la grammatica anche se nessuno gliela insegna, perché questa è "gia lì", nelle loro menti. Negli ultimi anni abbiamo al contrario accumulato milioni di ore di osservazioni su come i bambini apprendono, ed è sempre più chiaro che assorbono il linguaggio lentamente e quando sono esposti a tutte le informazioni di cui hanno bisogno".
Inoltre, se fosse vero che la struttura del linguaggio è codificata nel nostro Dna, tutte le lingue dovrebbero avere la stessa struttura. Ma ormai sappiamo che non è così.
La scienza della "tipologia linguistica", che studia e compara i linguaggi, inclusi quelli di piccoli gruppi umani che vivono in posti remoti, mostra che tra le lingue possono esistere differenze strutturali molto profonde. "E a ogni lingua corrisponde un modo di pensare e rapportarsi col mondo" dice Deutscher. "Per esempio, i membri della tribù amazzonica dei Pirahã, parlando una lingua dove non esistono i numeri ma si distingue solo tra "uno", "due" e "molti", hanno forti difficoltà nel tenere traccia delle quantità".
Lera Boroditsky, psicologa della Stanford University, ha compiuto esperimenti su soggetti bilingui mostrando addirittura che, quando passano da una lingua all'altra, pensano in maniera differente. E lo stesso ha fatto Shai Danziger, della Ben Gurion University di Negev: i soggetti bilingui arabo-ebraici che ha esaminato tendevano ad associare più facilmente qualità positive a un nome proprio israeliano quando parlavano in ebraico, rispetto a quando citavano lo stesso nome israeliano parlando in arabo. E viceversa.
Ma, implicazioni ideologiche a parte, in che modo le diverse lingue cambiano la percezione di uno stesso concetto? "Se in una lingua un oggetto è di genere maschile, come sole in italiano, gli vengono associate facilmente proprietà maschili, come la forza. Se lo stesso oggetto diventa femminile, per esempio Sonne in tedesco, gli si attribuiscono più spesso qualità muliebri, come la bellezza. I risultati di altri esperimenti appaiono persino ovvi: per esempio, psicologi dell'Università del Minnesota nel 2002 chiesero a gruppi di francesi e spagnoli di assegnare voci umane a oggetti protagonisti di un cartone animato. Per una forchetta, che in francese è la forchette e in spagnolo el tenedor, i francesi scelsero naturalmente una voce femminile e gli spagnoli una voce maschile".
A essere influenzata dal genere che attribuiamo agli oggetti, e dalla sua concordanza con eventuali nomi propri che assegniamo loro, è anche la memoria: gli psicologi - e forse anche i pubblicitari - sanno che, per esempio, ricorderemmo più a lungo l'espressione "la mela Patrizia" rispetto a "la mela Patrizio".
Le parole influenzano poi la nostra capacità di orientarci. "Gli aborigeni australiani Pormpuraaw non usano parole come "destro" e "sinistro". Esprimono tutto con riferimento alle direzioni cardinali secondo le quali sono orientati in un certo momento. Per esempio, possono dire: mi fa male la spalla di Nordest" spiega Deutscher. "Alcuni esperimenti hanno mostrato che questa abitudine culturale - che in pratica costringe tutti, sin da quando imparano a parlare, a prestare attenzione agli indizi nell'ambiente che indicano i punti cardinali, come la posizione del sole, le ombre, il vento - dota questo popolo di una vera "bussola interna"".
Persino nella distinzione dei colori, la lingua e la cultura giocano un ruolo. "Prendiamo concetti astratti e sofisticati come Schadenfreude e Fremdschämen: sono due termini che indicano rispettivamente il piacere per le sventure altrui e la vergogna che si prova per qualcun altro, ed esistono solo in tedesco. In questo caso però non è difficile capire che lingue diverse possano dare una diversa importanza a determinati sentimenti e quindi creare o no un termine ad hoc per indicarli" continua Deutscher. "I colori invece sono qualcosa di così naturale e autoevidente che si direbbe non abbiano nulla a che fare con la cultura. Ma allora come si spiega il fatto che gli antichi Greci non abbiano mai descritto il cielo come "azzurro"?". 
Fior di studiosi hanno risposto con le più svariate ipotesi. Arrivando perfino a sostenere, come l'inglese William Gladstone, che gli antichi vedevano meno colori di noi. "Ma è falso: i Greci distinguevano bene quanto noi l'azzurro, però non avevano ancora una parola per descriverlo. Studiando le lingue antiche si vede che i nomi per i colori emergono gradualmente. I primi sono il bianco e il nero, poi rosso, poi giallo e verde. L'azzurro è sempre l'ultimo, forse perché, con l'eccezione del cielo, poche cose in natura sono azzurre, e inoltre le tinture azzurre sono le più difficili da realizzare artificialmente".
Con l'azzurro, di recente, hanno avuto qualche problema anche in Giappone: "Il giapponese aveva un nome di colore, ao, che comprendeva sia il verde che il blu" spiega Deutscher. "Quando, negli anni Trenta, si importarono dagli Stati Uniti i primi semafori, le loro luci verdi vennero chiamate ao. Col tempo però è sorto un contrasto stridente, perché nella lingua moderna ao è passato a indicare soprattutto le tonalità blu, mentre per il verde si usa la parola midori. Pur di non cambiare il nome, i giapponesi hanno così cambiato la realtà e, non potendo fare a meno, per convenzioni internazionali, del verde per il segnale di via libera, lo hanno però virato verso tonalità più bluastre".
Detto tutto questo, Deutscher riconosce che il potere della lingua ha, comunque, dei limiti: "L'influenza del linguaggio esiste, come abbiamo visto, ma non chiude i nostri orizzonti e non è così forte da impedirci di capire un qualsiasi concetto per cui altre lingue hanno una parola e noi no". Così, se in italiano non abbiamo gli equivalenti di Fremdschämen e Schadenfreude, comprendiamo benissimo quelle emozioni. Con o senza l'aiuto di Fantozzi.

sabato 30 marzo 2013

La pagella mondiale dell'inglese


È stato pubblicato l’English Proficiency Index, uno studio condotto da EF – Education First che rappresenta una sorta di pagellone globale della conoscenza della lingua inglese tra gli adulti lavoratori. L’EPI calcola il livello medio di conoscenza della lingua utilizzando i dati provenienti da tre test sostenuti ogni anno da centinaia di migliaia di adulti, raccolti in un arco di tempo che va dal 2009 al 2011. LEGGI TUTTO...

venerdì 22 marzo 2013

Se i romanzi dimenticano di raccontare le emozioni


Test sui cinque milioni di libri di letteratura pubblicati dal 1900 al 2000.
Sempre più rare le parole come felicità, rabbia, disgusto. Resiste la paura.

Stefano Bartezzaghi

"La Repubblica", 21 MARZO 2013

«Scusa ma ti chiamo amore». È all’amore medesimo che lo scrittore Federico Moccia in persona dovrebbe rivolgere ora la sua famosa battuta di dialogo. Questo almeno a dar retta allo studio, appena apparso, che un pool guidato dall’antropologo Alberto Acerbi (Università di Bristol) ha condotto su romanzi inglesi e americani del Novecento, contenuti in un database di 5 milioni di volumi digitalizzati da Google.
La ricerca riguarda infatti la frequenza di parecchie centinaia di parole che si riferiscono a sei categorie di stati d’animo: rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa (colpisce l’assenza della noia). Nel corso del Novecento, contro quanto forse ci si poteva aspettare, le ricorrenze di tali parole diminuiscono sensibilmente. Eppure oggi tutto, e specialmente la letteratura, parla di emozioni, e di quel loro modo di propagarsi pressoché spontaneamente per il quale abbiamo adottato l’equivoca nozione di “empatia”. Possibile che Moccia sia in controtendenza?
Se escludiamo che nel decennio che ci separa dalla fine del Novecento la letteratura abbia radicalmente cambiato la sua rotta, si tratta di capire se siano sbagliate le nostre impressioni di lettori o se nei calcoli dello studio ci sia qualcosa che non va. Senza addentrarsi nella composizione del corpus dei romanzi e nella classificazione delle parole censite dalla ricerca, si può certo dire che tutti i tentativi di sottoporre il linguaggio e la letteratura a un approccio quantitativo un rischio di eccessiva riduzione lo fanno correre. Si può essere esatti solo su ciò che si può computare, e nel linguaggio computare tutto non si può. Le parole si possono conteggiare; almeno per ora le metafore e le metonimie vivono in nascondigli da cui l'algoritmo non riesce a stanarle. Dire d'amore, rabbia, sconcerto o schifo infatti non implica necessariamente dire “amore”, “rabbia”, “sconcerto”, “schifo”. In letteratura, men che meno.
L'ormai annoso precetto stilistico “show, don't tell” (invece che dire, mostra) basterebbe allora a spiegare il calo delle parole che si riferiscono direttamente ai sentimenti. «Vi mostrerò la paura in una manciata di terra», scriveva T.S. Eliot. E si sa che d'amore parlano specialmente i tùlipan.
Ma è anche vero che la curva delle frequenze conosce una piccola ripresa verso l'anno Duemila. In effetti tutte le attuali poetiche della sincerità, dell'esibizione di passioni e patemi, gioie e dolori non vanno tanto per il sottile e per il mass-marketing relativo i seguaci di Eliot costituiscono una nicchia poco interessante. Un'analoga ricerca sui nostri anni potrebbe magari convincerci che il precetto dell'epoca è: “Tell, don't show”. Ma continuerebbe a essere più utile per l'informatica che per la comprensione della letteratura. Le tendenze di quest'ultima sono spiegate meglio dalla lettura che dalla digitalizzazione, dalla comprensione che dall'aggregazione di dati. Anche perché quando si è detto che Achille era irato e Otello geloso non ci si è avvicinati neppure di un centimetro a quanto, di loro e di noi, hanno saputo dirci Omero e Shakespeare.

Aiuto, i nostri romanzi hanno perso le emozioni


Test sui cinque milioni di libri di letteratura pubblicati dal 1900 al 2000 

Sempre più rare le parole come felicità, rabbia, disgusto. Resiste la paura 

Elena Dusi

"La Repubblica", 21 marzo 2013

La ricerca riguarda la frequenza in letteratura di centinaia di parole riferite a sei categorìe di stati d'animo: rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa. 
Nel corso del Novecento le ricorrenze di tali parole diminuiscono nettamente. 
Nell'immenso archivio di Google 
la gioia ha il suo picco nei primi due decenni del secolo 

Lo "spirito del tempo" è ineffabile per definizione. Ma un motore di ricerca - anche in questo - può essere d'aiuto. Prendiamo Google e i cinque milioni di libri pubblicati tra il 1900 e il 2000 che sono stati digitalizzati e riposano nella sua pancia. In questi 500 miliardi di parole, nel corso del secolo, le espressioni legate alle emozioni sono diventate sempre più rare. I libri che trasudano sentimento non mancano certo, eppure pochi di noi esiterebbero a definire il nostro "spirito del tempo" come orientato verso un progressivo inaridimento. Le galassie di parole legate a rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa sono diventate sempre più rare nei nostri libri.Lo ha calcolato un gruppo di antropologi e informatici coordinato dall'università di Bristol. A resistere è solo la paura. La presenza della più ancestrale fra le nostre emozioni è scesa nel corso del secolo,ma si è ripresa dagli anni '80. E la curva della gioia - si legge nello studio uscito oggi sulla rivista Plos One - segue un andamento sorprendentemente vicino agli avvenimenti storici del '900. Le espressioni di felicità in letteratura aumentano nei primi due decenni del secolo per poi inabissarsi con la Grande Depressione e l'arrivo delle dittature fino al conflitto. Il dopoguerra segna una ripresa, annullata negli anni 70. Al ritorno di un certo ottimismo si assiste dagli anni '80 al 2000. «Abbiamo fotografato un andamento. Non ci azzardiamo a dare interpretazioni» spiega Alberto Acerbi, antropologo all'università di Bristol e coordinatore dello studio. «Le parole che esprimono emozioni hanno subito un calo eclatante. I dati sono nitidi, specialmente in corrispondenza degli eventi storici. Ma per legare le nostre osservazioni all'emergere di correnti letterarie avremmo bisogno dell'aiuto degli esperti». Lo studio è limitato ai libri pubblicati in inglese. Per quanto riguarda l'Italia, il linguista Tullio De Mauro ha un 'impressione diversa. «Studiare la frequenza dell'uso delle parole può aiutarci a capire come varia una cultura. Ma se dovessi dare un giudizio sulla lingua italiana, direi che è sempre più ricca di espressioni legate a sentimenti e di termini astratti. Crescono in maniera sorprendente le parole emotive e volgari insieme. L'"Antilingua" descritta da ltalo Calvino (l'italiano astratto e vuoto parlato dal brigadiere) ha preso il sopravvento sulla lingua concreta del portiere. È come se chi scrive in italiano fosse preda di una sorta di "terrore semantico"». Scavando in quella zuppa di parole che Google ha riversato nel suo database (i libri, pari al 4 per cento di tutti i volumi stampati nella storia, sono stati digitalizzati, ma non sono leggibili e l' elenco dei titoli è segreto per non violare i diritti d'autore), è emerso anche che la letteratura americana resta più emotiva rispetto a quella british. «Mentre in Gran Bretagna andavano le storie di spionaggio di Le Carré e Fleming, gli Usa avevano Vonnegut e Vidal» spiega Acerbi. In passato con metodi simili si era visto che T'umore" degli utenti diTwitter può essere usato per prevedere la borsa o i risultati elettorali. Che diventare famosi oggi è molto più facile rispetto a un secolo fa, ma la popolarità ha durata brevissima. Che Dio non è morto, ma appare un terzo delle volte nei nostri libri rispetto al 1850 e che le canzoni rock americane dagli anni '80 usano spesso la parola"io", poco il "noi" esono sempre più ricche di "odio", "uccidere" e "vaffanculo". Lo spirito del tempo, chiaramente.

sabato 2 marzo 2013

Tutta la verità sulla quarquonia




"Domenicale del Sole 24 ore", 17 febbraio 2013

A proposito di Alessandro Parenti, Parole e storie. Studi di etimologia italiana, Firenze, Le Monnier Università, 2012.

Il lavoro dell’etimologista è, si potrebbe dire, un po’ come il genio: per il 10% ispirazione e per il 90% traspirazione. Ci vuole fantasia, ci vuole inventiva, ma ciò che è veramente necessario è sapere le lingue, il maggior numero possibile, e leggere un’infinità di documenti. Nei tempi pre-scientifici, diciamo fino all’Ottocento, la fantasia prevaleva, anche perché non c’era una comunità di studiosi che aiutava, sorvegliava, correggeva; onde la sentenza, attribuita a Voltaire, secondo cui «l’étymologie est une science où les voyelles ne sont rien, et les consonnes fort peu de chose». Di fatto, i primi dizionari etimologici del francese e dell’italiano, opera dell’abate Gilles Ménage (o Egidio Menagio), sono il risultato di sforzi solitari e perciò eroici, ma sono anche pieni di etimologie campate in aria. Tutto cambia all’inizio del secolo XIX, quando gli indoeuropeisti introducono negli studi linguistici il metodo storico-comparativo. Collaudato in origine sulle lingue classiche, verrà adattato alle lingue neolatine da Friedrich Diez, autore di un Dizionario etimologico delle lingue romanze che fonda, in sostanza, l’etimologia moderna e apre la strada ai dizionari etimologici delle varie lingue nazionali.
Per quanto riguarda la nostra lingua, nelle biblioteche c’è l’imbarazzo della scelta, perché la linguistica italiana del Novecento ha lavorato molto e molto bene: ci sono, in ordine cronologico, il Migliorini-Duro, il Battisti-Alessio, il Cortelazzo-Zolli; e c’è il LEI (Lessico Etimologico Italiano), che è lo splendido frutto del lavoro d’équipe coordinato da Max Pfister, ma che è arrivato, per ora, soltanto alla lettera C. Data tanta abbondanza, spiace un po’ che il dizionario etimologico disponibile in rete (dunque senz’altro il più usato dall’utente medio:www.etimo.it), sia il Pianigiani, anno 1907, a inquadrare il quale è sufficiente l’opinione di Giuliano Bonfante: quanto all’«esecrando Vocabolario etimologico del Pianigiani [...], è inutile osservare che contiene sciocchezze, perché non contiene altro». Ecco un bel caso, anzi un brutto caso in cui il web non sostituisce la biblioteca, o non dovrebbe. LEGGI TUTTO...

PER APPROFONDIRE:


sabato 23 febbraio 2013

Un software resuscita le lingue ancestrali


Nel Pacifico gli indizi delle proto­parole

Gabriele Beccaria

"La Stampa - TuttoScienze",  21 febbraio 2013

Stella nel Borneo si dice biten, mentre nel­ le Fiji suona come kalokalo. E l’elenco va avanti inarrestabile per altre 635 lingue, finché un al­goritmo ideato apposta ha elaborato la «pro­to­parola» che dev’essere stata alla base dei suoni con cui i nostri progenitori indicavano, appunto, le stelle: bituqen.
Finora la ricerca dei mattoni ancestrali della comu­nicazione umana è stata un’impresa lunga e so­prattutto frustrante. Il metodo comparativo ideato da Franz Bopp nel XIX secolo, a partire da greco, latino e sanscrito, si è sempre arenato a un certo punto, a causa dell’immensità dell’indagine. Ecco perché uno statistico canadese, Alexandre Bouchard­ Coté della University of British Columbia, a Vancouver, ha deciso di ricorrere a tutta la potenza dei computer. «Penso che il nostro metodo rivolu­zionerà la linguistica storica», ha spiegato, pre­sentando il suo studio su «Pnas». Concentrandosi sulle lingue dell’Estremo Oriente e del Pacifico, ha «frullato» un archivio di 142 mila parole, scomponendole nelle loro unità fonetiche e poi riassem­blandole nei termini base da cui tutte dovrebbero aver avuto origine.
È emerso così un «albero filogenetico», dal quale è possibile delineare alcuni progenitori comuni a partire da un criterio enunciato già un cinquan­tennio fa: i suoni fondamentali per caratterizzare una parola sono anche quelli più allergici ai cam­biamenti. E proprio l’immersione nella massa del­ le 637 lingue ­ spiega lo studioso ­ conferma la vali­dità del principio. Nella sua esplorazione archeo­logica l’algoritmo ha portato alla luce modelli che erano rimasti sempre nell’ombra.
Da bravo statistico Bouchard­ Coté sostiene di aver raggiunto un successo senza precedenti, segnato da un’approssimazione dell’85%: la sua stele di Rosetta elettronica ha riavvolto il filo della storia a 7 mila anni fa, ma non solo. Ha anche delineato un metodo: dalle metamorfosi delle parole sarà presto possibile raccogliere indizi decisivi su come è avvenuta la colonizzazione del Pianeta.