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domenica 24 settembre 2017

Storia letteraria dell’odio


Il sentimento più diffuso sui social raccontato dai Grandi di ogni tempo. A partire da Dante


Stefano Massini, "La Repubblica", 23 settembre 2017

Che il cannibalismo sia un hobby dei giorni nostri, è un dato acquisito. I social sono diventati ormai una tavola calda per antropofagi, dove le carni altrui vengono allegramente squartate e servite in spezzatino come nel “Tito Andronico” di William Shakespeare. Se possibile, siamo un passo avanti rispetto all’insulto e alla denigrazione: la miasmatica epidemia d’odio che ci avvolge sembra rispondere a un bisogno fisico, a un istinto come quello della fame, quasi i nostri metabolismi necessitassero ormai di una regolare dose di selvaggina umana. In tempi di diete vegane, riaffiora insomma l’homo carnivorus e dunque cacciatore, sprovvisto di fucile ma armatissimo di account. E nelle foreste del web, il bottino può essere assai lauto, soprattutto se ogni pretesto è buono (dai vaccini all’immigrazione) per travestire odio e invidia dietro uno scudo di apparente legittimità dialettica.
Nella sua scientifica analisi dell’odio, Erich Fromm — in tempi non sospetti — sosteneva d’altra parte che questo passaggio fosse il più furbo per chi voglia moralmente assolversi, nobilitando i propri travasi di bile in diritti d’opinione. Per cui benvenuti nel grande mattatoio: c’è posto per tutti, e l’odio è la vera password del nostro vivere connessi. Ma nel grande archivio della letteratura, ci sono segnali che possano aiutarci a non perdere la rotta in questa bufera di coltelli? In effetti — saltando indietro di un bel po’ di secoli — un primo efficacissimo ritratto delle nostre risse tutte sbraiti e fiele, lo troviamo nientemeno che nell’Inferno di Dante, canto VIII, dove chi in vita fu adepto dell’odio sta in eterno a sguazzo in una palude fetida, dilaniandosi in una bolgia chiassosa. Non bastasse, traghettati da Flegiàs (becero a sua volta), Dante e Virgilio inorridiscono alla vista di un bullo di quartiere come Filippo Argenti, ora straziato nella broda e infine costretto a mordersi da solo.
A tentare una risposta ci provò senz’altro Shakespeare, cominciando ad aprire qualche porta fra la stanza dell’odio e quella della frustrazione: Iago visceralmente detesta Otello, trama contro lui tutto il male del mondo, ma è chiaro che tutto nasce solo da un suo complesso d’inferiorità, cosicché la chiave di tutto sta nel fatto — per dirla con Cesare Pavese — che noi odiamo gli altri perché odiamo noi stessi. Tutto insomma — piaccia o meno — ci nasce sempre dentro, anche se poi lo sbraitiamo fuori contro altri (magari in forma anonima sulla app Sarahah): per quanto ci sembri superato, diamoci atto che la fucina dell’odio 4.0 è sempre quel torbido sottosuolo dove Dostoevskij faceva agglomerare la rabbia dei suoi inetti. Se dunque il signor Iago avesse guardato un po’ di più fra i propri rovelli, si sarebbe risparmiato tempo e fatica, persi invece a sfuriare contro il Moro. Già, perché in effetti c’è il dettaglio non secondario che Otello era di carnagione scura, fattore che ti candida da sempre a intercettare gli sbraiti degli irrisolti (ed è impossibile non pensare al monologo impressionante dell’immaturo Monty Brogan che ne La venticinquesima ora, il romanzo di David Benioff diventato un film di Spike Lee, sciorina davanti allo specchio tutto il catalogo dei suoi odi newyorkesi, dai coreani puzzolenti di fritto agli italiani mafiosi, dagli ebrei con la forfora ai negri di Harlem).
Nelle pieghe della differenza (di religione, di cultura) si annida da sempre il virus dell’invettiva facile, peraltro rafforzata dal suo essere un collante sociale, cioè un invito a gridare insieme. E se v’è da gridare, niente è pretesto migliore che un odio comune o una comune lotta per la sopravvivenza (la definizione è di Lev Tolstoj). Il fatto è che di questi cori beceri non sono però depositarie solo le taverne, bensì ogni punto di ritrovo (anche virtuale) di una borghesia spaesata: già Flaubert nel 1867 si diceva allibito di come i benpensanti vomitassero fiele contro certi bohémien. Pertanto, laddove i conflitti sono stati più forti, ecco nascere un odio cieco, identitario, come quello di miss Quested contro Aziz nel Passaggio in India di Forster. Non stupirà allora che dalla letteratura afroamericana provengano fior di libri su cosa sia l’esperienza non solo di un odio subito, ma anche — per paradosso — di un odio talmente radicato da tradursi in unico metro possibile per misurare le distanze sociali: il giovane protagonista di Paura (spietato romanzo scritto nel 1940 da Richard Wright) è di fatto incapace di vivere senza odiare, e si domanda lui stesso da dove gli nasca questa irresistibile tendenza al male. È il cancro di un odio che genera odio, unendo vittima e carnefice in un tutt’uno, come ci racconta con inaudita crudeltà il grande Herman Melville in Benito Cereno — un libro certamente da riscoprire — in cui è ricostruita la vera vicenda del veliero carico di schiavi il cui equipaggio (bianco) fu interamente massacrato da una rivolta degli africani.
Fu un’ordalia, fu un tripudio di sangue, fu una mattanza disumanamente compiuta da esseri umani in risposta alla disumanità di altri esseri umani, in quell’assurda pretesa di vendetta che nella spirale dell’odio rende progressivamente spettri (si pensi a I miserabili di Hugo o al Conte di Montecristo di Dumas). È un utile promemoria, per un’epoca come la nostra in cui tutto sembra giocarsi su infinite reazioni ad attentati altrui: la parabola del male che alimenta ulteriore male è più che presente in più di un capolavoro, a partire da Moby Dick in cui la ferocia distruttiva del mostro nutre la sete di morte prima del solo Achab, e quindi dell’intero Pequod. Ed eccoci a un punto decisivo: troppo spesso non ci rendiamo affatto conto di cosa stiamo realmente odiando. L’odio di cui ci riempiamo le bocche è simile a quello descritto da Heinrich Mann nel 1918 nel suo indimenticabile Il suddito: come in quella goffa Germania pre-hitleriana, anche oggi l’odio urlato garantisce una rendita di posizione, da spendersi al mercato delle vacche della comunicazione.
Questo per i toni. Ma i contenuti? Irrisori. Quel che vale è che in assenza di un’identità, niente illude più che il sentirsi costantemente schierati contro. Contro chi? Boh. Contro cosa? Boh. Conrad descrisse portentosamente questo paradigma di un odio gratuito: ne I duellanti, i due protagonisti trascinano il loro scontro per anni e anni senza che vi sia in realtà un motivo del contendere. Il loro è un odiarsi per odiarsi, un volersi sentire impegnati in una gara di sopravvivenza che dia un senso al loro esistere, indipendentemente dalla posta in palio. Sguainano le spade, si abbandonano all’odio, reclamano per l’altro il puro male. Perché? Boh, intanto duelliamo. Temo che purtroppo siamo noi, davvero.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 7 luglio 2015

Noi, travolti dall’ossessione di restare connessi.


Le luci e le ombre del web
 Una riflessione di Bauman

Uno spettro del nostro tempo si fa meno minaccioso:
sentirsi esclusi da tutto
 Ma trapiantare le procedure dell’online all’offline produce alti costi etici e sociali

Zygmunt Bauman, "La Repubblica", 6 luglio 2015

Il dizionario Merriam-Webster, che gode di grande considerazione, liquida il termine “ossessione” come «un’attività verso cui si nutre molto interesse o a cui si dedica molto tempo»; “compulsione” come «il sentirsi costretti a fare qualcosa»; e “dipendenza” come «un persistente consumo compulsivo di una sostanza di cui la persona che ne fa uso conosce l’effetto nocivo». Il rapporto che abbiamo con le nove ore o più che, stando a una ricerca attuale, l’individuo medio trascorre quotidianamente davanti a schermi grandi, medi o in formato tascabile (ossia nell’universo online) rispecchia tutte e tre le definizioni. (…) Lasciatemi cominciare dalla considerazione secondo cui le azioni nel mondo connesso sono nettamente più veloci e vantaggiose di quelle che impone invece la vita nell’universo disconnesso. In netto contrasto con il modo in cui una persona si aggira nel mondo offline, le imprese della vita di un individuo che naviga nell’universo online sono incomparabilmente più semplici (senza la necessità di abilità particolarmente complesse né di uno sforzo prolungato), più veloci (i risultati sono davvero immediati e si ha la sensazione di riuscire a ottenere qualcosa senza dover aspettare), più sicure (le iniziative che si intraprendono quando si è connessi possono essere annullate senza grossi problemi, ed è improbabile che le conseguenze di ciò finiscano per tormentare la persona che naviga incautamente in rete). Ma era proprio questo a cui mirava l’idea di progresso annunciata dai profeti, dai pionieri e dai promotori della modernità, così come i conseguenti affanni della modernizzazione. È esattamente ciò che “essere moderni,” o “condurre una vita moderna,” doveva significare: liberarsi, a una a una, di tutte le fatiche e i disagi della vita. (…) Considerate, ad esempio, il contributo che ha avuto nello scacciare lo spettro maligno della nostra epoca: la minaccia dell’esclusione, dell’estromissione, dell’abbandono e della solitudine. Su Facebook non ci si deve più sentire soli o abbandonati, rifiutati, eliminati – lasciati lì a cuocere nel proprio brodo senza la compagnia di nessuno se non di se stessi. C’è sempre, ventiquattr’ore al giorno e sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte pronto a ricevere un messaggio e persino a rispondere a esso o a confermare di averlo ricevuto. (…) Ma cos’è che è andato perduto – già accertato o che si prevede di perdere? Tanto per cominciare, i ricercatori riferiscono di danni che affliggono (o che si presume possano affliggere) le nostre facoltà mentali; innanzitutto, le qualità/capacità ritenute indispensabili per stabilire un ambito di cui la ragione e la razionalità hanno bisogno per essere utilizzate e dare piena prova di sé: attenzione, concentrazione, pazienza – e la loro durata. (…) Stiamo perdendo la pazienza, ma i grandi risultati si ottengono solo con molta pazienza. Bisogna tener testa agli ostacoli che si incontrano, alle probabilità inattese che tuttavia confondono i piani o interrompono la loro realizzazione. Sono stati condotti molti studi su questo problema, e la maggior parte dei risultati ha mostrato che la capacità di attenzione, di rimanere concentrati a lungo – e nel complesso la perseveranza, la tolleranza e la forza d’animo, le caratteristiche fondamentali della pazienza – stanno diminuendo, e rapidamente. (...) Oggigiorno, il “multitasking” tende a essere la strategia di gran lunga preferita nell’utilizzo della rete con le sue sempre più numerose app e gadget, contenendosi un attimo (per quanto fuggevole) di attenzione. (…) La prossima considerazione riguarda il probabile impatto sulla natura dei rapporti umani. Stringere o interrompere dei rapporti è di gran lunga più facile e meno rischioso nell’universo online che in quello offline. Il fatto di allacciare delle relazioni online non implica impegni a lungo termine, figuriamoci poi quelle in stile «finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte», né richiede il duro, logorante e prolungato sforzo che invece esigono i legami nel mondo disconnesso. (…) C’è un’altra questione, forse la più controversa tra quelle che emergono dal dibattito sui vantaggi e gli svantaggi della rete mondiale. L’esporsi in modo universale, facile e comodo agli eventi del mondo in “tempo reale”, abbinato a un’apertura analogamente universale, e all’affacciarsi con la medesima facilità e tranquillità al palcoscenico pubblico, è stato salutato da molti osservatori come un’autentica svolta nella breve seppur movimentata e burrascosa storia della democrazia moderna. Contrariamente alle previsioni piuttosto diffuse secondo cui Internet rappresenterà un importante passo in avanti nella storia della democrazia, chiamando in causa ognuno di noi nel plasmare il mondo che ci dividiamo e sostituendo la “piramide del potere” che abbiamo ereditato con politiche “trasversali” – si stanno accumulando le prove a sostegno del fatto che Internet potrà benissimo contribuire a prolungare e inasprire i conflitti e gli antagonismi, impedendo al contempo un reale dialogo a più voci e la possibilità di un armistizio e di un accordo conclusivo. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla tendenza della maggior parte degli internauti a rendere il mondo online una zona priva di conflitti, benché non venendo a patti sulle questioni alla base degli scontri di modo che vengano risolti accontentando entrambe le parti – ma sottraendo tali conflitti che tormentano il mondo offline alla loro vista e attenzione… (…) Va detto che il sopraccitato inventario dei vizi e delle virtù effettive e potenziali della suddivisione del Lebenswelt (“mondo della vita”) in un universo online e offline è tutt’altro che completo. (...) Nonostante tutto quello che al momento si possa sostenere, una delle conseguenze meno allettanti riguarda il prezzo da pagare per i risultati più grandi ottenuti dall’universo online in termini di comodità, facilità, assenza di rischio – e incoraggiando una tendenza a trapiantare le concezioni del mondo fatte a misura dell’ambiente online nel suo corrispettivo offline, a cui possono essere applicati a costo di un grande danno etico e sociale.

giovedì 18 giugno 2015

Non solo touch il riscatto della ragione superficiale


Dagli schermi dei tablet ai monitor negli aeroporti: 
così la nostra vita ha perso il senso della profondità

M. Niola

“La Repubblica”, 18 giugno 2015

La superficie non va mai trattata con superficialità. Lo dice Nietzsche nella Gaia scienza, quando riconosce ai Greci la superiore capacità di «arrestarsi animosamente alla superficie» delle cose.
Senza mai cadere nella trappola della profondità, della verità invisibile, del significato nascosto. La grandezza della civiltà di Omero stava insomma nel saper trovare il senso della vita arrestandosi all'increspatura, alla scorza delle cose. Forme, suoni, parole. Ovvero lo scintillante Olimpo dell'apparenza. Quell'Olimpo oggi riaffiora come un millenario fiume carsico in piena civiltà dell'immagine.
E, sospinto dalle correnti della tecnologia, si installa saldamente nel nostro immaginario. Aggiornando un'applicazione che la nostra cultura, a dispetto di duemila anni di Cristianesimo, non ha mai veramente eliminato dal suo menu cognitivo, etico ed estetico.
E che la crucialità della superficie torni ad essere un pensiero dominante, nel bene e nel male, lo prova perfino il fatto che l'Onu ha proclamato il 2015 anno internazionale del suolo. In altri termini, il vero problema del pianeta è la scorza, per dirla con Nietzsche. Che si tratti di terre vulnerabili, coltivabili, edificabili, riciclabili, accaparrabili è sempre questione di superfici. Estensioni sensibili. Non mere distese inerti, dunque, ma interfaccia comunicanti tra uomo e natura.
Il fatto è che oggi, forse per effetto della digitalizzazione della realtà, torniamo a pensare la vita come superficie e non come profondità. Come una dimensione orizzontale. Senza trascendenza. Una immanenza sconfinata, densa, porosa, connettiva. Insomma, ridiventiamo Greci, ma virtualmente.
E che la superficie sia una password per entrare nel presente lo dice a chiare lettere Giuliana Bruno, professore di Visual and Environmental Studies ad Harvard. Che dedica al tema un bellissimo libro, intitolato, Surface: matter of aesthetics, materiality, and media (Superficie: questioni di estetica, materialità e media, University of Chicago Press, pagg. 277 pagine, dollari 45) che sta avendo un grandissimo successo in tutto il mondo. Secondo Bruno, la nostra vita è tutta un gioco di superfici. Dalla pelle alla pellicola, passando per gli abiti che rivelano chi siamo a noi stessi e agli altri. Fino agli schermi, ormai onnipresenti nella nostra vita, pubblica e privata. Dal cinema alla televisione, dal tablet allo smartphone. E a tutti i monitor di cui sono pieni aeroporti, stazioni, supermercati, ospedali. Senza dire di quei dispositivi che portiamo addosso e che registrano tutto di noi, dai passi al battito cardiaco.
Questi schermi, grandi o piccoli, sono la vera superficie materiale della vita contemporanea. E adesso, con l'evoluzione del touch screen, la reificazione delle immagini smette di essere una metafora per ritrovare una dimensione fisica. Una concretezza magicamente tangibile. É l'avvento della svolta tattile, già annunciata da Marshall McLuhan negli anni Cinquanta, che fa dei sensi i drive dell'intelligenza e del tatto il supersenso.
Non è un caso che il tocco, come dicono molti scienziati cognitivi, sia il senso del presente, quello che ha l'immediatezza del pensiero nei polpastrelli, recettori che accendono simultaneamente sensazioni, rappresentazioni, visioni, passioni, emozioni. Con uno straordinario cortocircuito tra superficialità e profondità, tra finitudine del supporto e infinitudine delle funzioni, fra cosa e rappresentazione. Molto vicino a quello che i Greci chiamavano percezione aptica. Cioè il riconoscimento multisensoriale degli oggetti che passa attraverso la mano. E che, tiene a precisare Giuliana Bruno, «è molto più del tatto. È con-tatto». É comunicazione. Sinestesia che fa lavorare insieme tutti i sensi e apre nuove porte della conoscenza. Questo era vero per la scultura antica, che era tutta un trionfo della superficialità sensibile, dell'apparenza densa, della forma eloquente. Ed è altrettanto vero per l'architettura e le arti contemporanee, che lavorano sempre di più su lamine di cose, veli di luce, muri che diventano schermi e schermi che diventano muri, tessuti, textures. Andando al di là del limite tra animato e inanimato. Tra forma architettonica e forma vivente. Come nel caso della ristrutturazione del Lincoln Center di New York, realizzata da Elizabeth Diller, Ricardo Scofidio e Charles Renfro. Che hanno rivestito l'intero edificio della corteccia di un solo albero. Una pellicola inconsutile, una materia subtilis, una membrana schermo che si accende di luce soffusa e sembra quasi che arrossisca. E del resto, aggiunge Bruno, «sulla superficie della nostra pelle abbiamo sempre fatto affiorare sensazioni ed emozioni, affetti e sentimenti.
Non a caso i nuovi strumenti tecnologici fanno sempre più leva sull'interazione aptica. E perfino quando sfioriamo il simulacro di un tasto, gratificano la nostra aspettativa corporea, restituendoci la sensazione di una breve vibrazione.
Così vedere e toccare, sentire e pensare diventano una sola cosa. E le superfici si fanno sensibili come link, punti di connessione tra luoghi, storie, umanità. Mentre gli schermi trasformano il tempo in spazio, in cosa. Ne fanno una "materia che si consuma", come dicevano gli Inca. Stiamo assistendo insomma all'ultima metamorfosi della superficie. Che non è più il luogo sul quale proiettare le ombre del nostro pensiero. Come il fondo della caverna platonica. O come il cinema. Che, non per nulla, nasce negli stessi anni in cui Freud scrive L'interpretazione dei sogni inventando di fatto il proiettore dell'inconscio. Oggi invece le superfici retroilluminate dei nostri schermi invertono il fascio di luce della proiezione. E noi quelle immagini le introiettiamo. Sono loro a venire verso di noi.
Proprio come gli eidola del mondo antico, parvenze create dalla fantasia degli uomini che prendevano corpo per una sorta di magia. Al tempo della tecnologia gli eidola sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatti gli schermi. Superfici intelligenti che trasformano il pensiero in materia. La res cogitans in res extensa.

Dall'introduzione a Surface: matter of aesthetics, materiality, and media, di Giuliana Bruno
There exist what we call images of things,
Which as it were peeled off from the surfaces
Of objects, fly this way and that through the air. . . .
I say therefore that likenesses or thin shapes
Are sent out from the surfaces of things
Which we must call as it were their films or bark.
T. Lucretius Caro, De rerum natura
For Lucretius, the image is a thing. It is configured like a cloth, released as matter that flies out into the air. In this way, as the Epicurean philosopher and poet suggests to us, something important is shown: the material of an image manifests itself on the surface. Lucretius describes the surface of things as something that may flare out, giving forth dazzling shapes. It is as if it could be virtually peeled off, like a layer of substance, forming a “bark,” or leaving a sediment, a veneer, a “film.” This poetic description and its philosophical fabrication go to the heart of my concern in this book as I approach materiality in the virtual age, seeking to show how it manifests itself on the surface tension of media in our times. What is the place of materiality in our contemporary world? In this age of virtuality, with its rapidly changing materials and media, what role can materiality have? How is it fashioned in the arts or manifested in technology? Could it be refashioned? These are some foundational questions asked in this book, which investigates the surface as it embodies the relation of materiality to aesthetics, technology, and temporality.

giovedì 2 aprile 2015

Le cinque leggi di Internet che cambiano l’informazione



John Lloyd

"La Repubblica",  2 aprile 2015

LA RETE, che continua a rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana, sta trasformando il giornalismo in una professione nuova. Per iniziare, ha stabilito una serie di “leggi” fondamentali che al momento appaiono sufficientemente solide da durare nel futuro. Elenco di seguito le cinque più importanti — sia per il giornalismo che per coloro che ne fruiscono o vi lavorano.
Primo. La Rete scardina i “pacchetti” giornalistici tradizionali, a cominciare dai quotidiani e dalle riviste di attualità. I quotidiani sono costituiti da una raccolta di elementi tra loro assai diversi: notizie del giorno, vignette, analisi, lettere, recensioni di libri, musica e film, sport, giochi enigmistici e non, fotografie, grafici e orari della programmazione televisiva. La Rete ci consente di isolare ciascuno di questi contenuti, così che se si desiderano le notizie del giorno basta andare su un sito di attualità, per informarsi di sport ci si rivolge a un sito specializzato, e via dicendo. Il variegato pacchetto rappresentato dai quotidiani si trasforma in diversi pacchetti dai contenuti specifici. Lo stesso accade per i notiziari televisivi o radiofonici. Perché aspettare venti minuti per una notizia che potrebbe essere ultima in scaletta, quando basta digitare una parola-chiave su un motore di ricerca per trovarla istantaneamente?
Secondo. La Rete distrugge il modello di business su cui si basa il giornalismo, e in particolare i quotidiani. Gli utenti più (o meno) giovani disertano i quotidiani e le riviste di attualità a favore della Rete, con conseguente calo della distribuzione. Gli inserzionisti si mostrano meno interessati ad acquistare spazi pubblicitari. I giornali sono costretti a ridurre il personale e il numero di pagine, causando un ulteriore calo nella distribuzione. La pubblicità sta sulla Rete — ma nel caso in cui un giornale abbia sviluppato un proprio sito molto frequentato, il costo di una pubblicità sulla Rete è molto inferiore rispetto a una su carta. Le pubblicazioni si trovano così intrappolate in un circolo vizioso. Anche la televisione può risentire di questa dinamica, sebbene in misura minore, dal momento che nella maggior parte dei casi i canali televisivi attraggono spettatori grazie ai programmi di intrattenimento e non giornalistici.
Terzo. Le necessità economiche obbligano tutte le testate a scendere a compromessi un tempo impensabili con gli inserzionisti e le agenzie di Pr. I grandi giornali, come ad esempio il New York Times, il Guardian, Le Monde e non solo, pubblicano supplementi pubblicitari e promozionali il cui aspetto emula in tutto quello dei giornali, e nei quali un piccola dicitura annuncia la sponsorizzazione di una compagnia o un ente. Le agenzie di Pr e le corporation producono in proprio canali e programmi, senza dover ricorrere ai canali televisivi tradizionali. Si tratta di programmi e video che sono spesso altrettanto o più gradevoli di quelli proposti dalle testate tradizionali, rispetto ai quali ricevono un maggior numero di visite su siti come YouTube. I confini che un tempo separavano il contenuto editoriale da quello pubblicitario sono sempre più labili.
Quarto. La Rete è una strada a doppia percorrenza. Il giornalismo non detiene più il monopolio sulle notizie e non è più il solo canale attraverso cui poter raccontare ad un pubblico quali eventi accadono, e perché. Attraverso blog, Facebook, Twitter e altri mezzi, milioni di utenti oggi possono far conoscere la propria versione dei fatti. I “cittadini giornalisti” sono i primi a diffondere informazioni ed opinioni riguardo a incidenti, guerre e disastri, e riescono a farlo con molto anticipo rispetto ai “giornalisti di Le testate giornalistiche si vedono costrette ad intavolare una serie di scambi con il proprio pubblico. Sempre più spesso i giovani prediligono i social media ai mezzi di stampa tradizionali, e vengono a sapere di fatti e storie attraverso i propri amici anziché le prime pagine dei giornali o la scaletta di un notiziario tv. Personaggi famosi e marchi assumono una grande importanza, dal momento che i lettori tendono a rivolgersi a nomi e volti che considerano familiari.
Quinto — la Rete ha reso più accessibili, più rapidamente che mai, articoli e informazioni di ogni tipo. Se vogliamo sapere qualcosa su un argomento specifico, possiamo confezionare un pacchetto su misura per le nostre esigenze, attingendo a quotidiani, riviste, siti televisivi, ma anche da materiale pubblicato da università, enti pubblici e governativi, musei e gallerie, blogger, persino da libri che si pubblicano gratuitamente o possono essere scaricati per una somma modica da Internet. Se oggi voglio saperne di più sulla vittoria di Nicolas Sarkozy nelle elezioni regionali francesi, in pochi secondi posso trovare un centinaio di siti dedicati a questo argomento — in francese, inglese, italiano e altre lingue. Anche se desidero approfondire la mia conoscenza riguardo a un pittore, il Beato Angelico, i cui quadri conservati a Firenze e Roma sono tra le maggiori opere del XV secolo, posso trovare un centinaio di siti: ufficiali, professionali e amatoriali, a lui dedicati, con decine di foto delle sue opere.
Disponiamo di una scelta mai avuta prima. La sfida per il giornalismo è di conservarla e approfondirla — guadagnandosi ancora da vivere.
(Traduzione di Marzia Porta)

domenica 14 settembre 2014

Mezzo e messaggio quei cortocircuiti al tempo delle mail


Una riflessione su quanto il modo di comunicare 
influenzi il contenuto della comunicazione
Da McLuhan a oggi

Umberto Eco

"La Repubblica",  13 settembre 2014

Il testo di Umberto Eco è un capitolo dell’intervento tenuto a Camogli, al Festival della Comunicazione e intitolato “Comunicazione: soft e hard”. 

COMUNICAZIONE è una parola di cui tutti credono di conoscere il significato e viene usata nelle circostanze più diverse… Per esempio, sin da tempi immemorabili, si è parlato di vie di comunicazione, come le strade romane, e di mezzi di comunicazione per quelli che si chiamano anche mezzi di trasporto, come i carri, le navi, i treni e gli aerei. Pensate alla sorpresa del turista che ad Atene vede grandi automezzi con sopra scritto metaphora. Dapprima si ammira la grandezza umanistica di quel popolo, poi ci si accorge che si tratta di automezzi che si occupano di traslochi: E infatti trasporto è stato chiamato nel mondo classico l’artificio metaforico che traspone il significato di un termine letterale a un termine figurato. Quindi si ha trasporto quando trasferisco una mia idea nella mente di qualcun altro e trasporto quando si trasferisce un pacco postale da Milano e Roma.
Si tratta soltanto di una semplice omonimia? Torniamo indietro alle prime teorie della comunicazione che potremmo riassumere come passaggio di messaggio da un emittente al destinatario lungo un canale, sulla base di un codice comune. In effetti il modello funzionava benissimo per la comunicazione di messaggi molto elementari come quelli in Morse — che possono essere decodificati e trascritti anche da un apparato meccanico. La teoria considerava anche il canale attraverso il quale passava il messaggio (come aria, fili elettrici o onde hertziane) ma il canale era una componente puramente meccanica che non incideva sulla natura dei messaggi, salvo casi accidentali di rumore… Oltre a varie altre complicazioni del modello iniziale, una rivoluzione è avvenuta all’inizio degli anni sessanta con la focalizzazione del problema del canale. Nel modello comunicativo elementare il canale era come un tubo attraverso il quale passava informazione. Era neutro. È stato McLuhan a concentrare le propria attenzione sul medium, che altro non era che un altro nome per il canale. Con la formula il medium è il messaggio McLuhan ha sostenuto che coi nuovi mezzi elettronici il medium poteva rendere il destinatario talmente dipendente dal canale da rendere irrilevante la natura del messaggio. La posizione di Mc Luhan è stata criticata, osservando che infinite volte l’informazione rimane costante e indipendente dal canale attraverso cui passa. Il 10 giugno 1940 il fatto che l’Italia avesse dichiarato guerra alle potenze alleate rimaneva indiscutibile sia che lo si fosse appreso per radio in diretta dal discorso del Duce sia che lo si fosse letto il giorno dopo su L’Osservatore romano. Ma rimane indiscutibile che la partecipazione emotiva del destinatario e quindi la valutazione dell’evento veniva influenzata dalla natura del medium.
McLuhan, generalizzando, usava dei paradossi, ma qualcosa aveva capito. Pensiamo per esempio alla polemica nata in Italia quando si doveva decidere se passare dalla televisione in bianco e nero a quella a colori. Le preoccupazioni erano allora di carattere economico, ma il risultato è stato di carattere psicologico. La televisione a colori ha dato inizio al riflusso degli anni ottanta, alla perdita d’interesse nei messaggi, e alla pura degustazione delle meraviglie del nuovo mezzo. E pensiamo al dibattito politico che infuria sui nostri teleschermi: tranne casi virtuosi, il pubblico non è interessato a quello che vi si dice, anche perché le voci sovrapponendosi l’una all’altra rendono irrilevante il contenuto delle affermazioni: il vero messaggio è il diverbio, il confronto quasi circense tra gladiatori, non si è conquistati dagli argomenti dei parlanti, ma dalle prodezze dei reziari.
Ho intitolato questo mio intervento agli aspetti soft e hard della comunicazione. Pensiamo che in principio sia hard il canale, la ferraglia, che può essere fatta da un corriere cavallo, da un vagone postale o da onde hertziane. In linea di principio la ferraglia non ha mai interferito con la natura del messaggio. Il messaggio dipendeva invece dal programma e soft era il rapporto tra tenore del messaggio e codice. E quello che caratterizzava la ferraglia era che essa prendeva tempo: di qui le lancinanti attese per una lettera di risposta e i lunghi intervalli comunicativi nel corso dei quali l’emittente si chiedeva se il destinatario avesse ricevuto e come avrebbe risposto, e il destinatario attendeva emozionato la lettera che tardava a venire.
Il rapporto ha iniziato a mutare col telegrafo senza fili, con la radio e con il telefono. Il telegrafo consentiva ricezione e risposta immediata, ma implicava delle istanze mediatrici (l’andata all’ufficio telegrafico, la trascrizione del telegrafista in partenza e la nuova trascrizione in arrivo, oltre ai tempi di consegna del messaggio — salvo ovviamente comunicazioni militari o marittime). La radio e la televisione consentivano una emissione immediata ma non consentivano risposta. Il telefono consentiva rapporti istantanei di azione-reazione tra emittente e destinatario, ma occupava solo parte della nostra giornata, e prendeva tempo se si doveva ricorrere alla mediazione di un centralino. La vera rivoluzione è avvenuta col computer, l’e-mail e i telefonini cellulari. In questi casi il rapporto è temporalmente immediato. Sia nel caso del nerd che passa le notti on line, che in quello dei telefonatori compulsivi che vediamo camminare per strada parlando a qualcuno, abbiamo un processo domanda-risposta che non prende tempo. In che modo questa modificazione della ferraglia viene a incidere sulla natura del messaggio?
Per il telefonino la situazione è intuitiva ed è stata ampiamente studiata. Tranne casi estremi il drogato del cellulare non parla o risponde per comunicare pensieri o fatti urgenti, ma per mantenere il contatto e quindi per mantenersi in contatto. Di solito parla a vuoto. Questo gli evita la solitudine ma lo relega a un rapporto meramente virtuale in cui la personalità di emittente e destinatario si vanificano sempre più... Altro accade con la e-mail. Mi limiterò a considerare un evento di cui sono stato testimone… Un tale (lo chiameremo Pasquale) ha passato alcuni anni in una azienda, stimato da superiori e colleghi per la sua cortesia e disponibilità. Magari covava delle insoddisfazioni, ma non lo lasciava capire. Pasquale viene inviato all’estero per una missione di fiducia, e si tiene in contatto con i colleghi via e-mail. Un amico gli comunica (via e-mail) che gli è stato fatto un torto: un suo progetto, che aveva lasciato prima di partire, è stato giudicato insufficiente e affidato a un altro che lo ha rifatto. Giusto o meno che fosse, è comprensibile che Pasquale si prenda una grande arrabbiatura.
Quando ci arrabbiamo per una presunta ingiustizia, nel momento dell’ira siamo disposti a dire che chi ci ha fatto il torto è un imbecille, che “quelli” non ci hanno mai capito, che ci hanno fatto passare davanti dei leccapiedi, e ci viene voglia di mandare tutti al diavolo. Poi di solito si lascia sbollire l’ira, si chiede un colloquio (a cui ci si prepara nel corso di alcune notti insonni) e, con tono fermo e dolente, si domandano spiegazioni. Se si è lontani si scrive una lettera, la si rilegge prima di spedirla, la si corregge più volte per ottenere il tono più efficace. Invece Pasquale ha ricevuto la notizia e immediatamente (come gli consentiva la e-mail) ha scritto al responsabile del presunto torto trattandolo da mascalzone, accusandolo di aver concesso favori aziendali in cambio di prestazioni sessuali, e quando quello ha risposto irritato (via e-mail), chiedendogli se era matto, Pasquale ha rincarato la dose, spiegandogli quali menomazioni fisiche gli avrebbe fatto subire se non fosse stato per la distanza geografica. E siccome un messaggio e-mail può essere inviato contemporaneamente a più persone, Pasquale ne ha inviato copia al capo dell’azienda e ad altri colleghi, aggiungendovi altre riflessioni sulla considerazione che egli aveva per quel luogo, da lui fermamente ritenuto non dissimile da una discarica di rifiuti organici. Era un modo originale di dare le dimissioni? Niente affatto, tutti sono convinti che Pasquale desiderasse continuare a lavorare, il subìto (presunto) non era drammatico, forse il suo informatore aveva esagerato. Pasquale si è probabilmente rovinato la carriera. Che cosa gli è successo? Ha ricevuto una notizia inquietante e l’email lo ha incoraggiato a reagire subito, nonché a dare eccessiva pubblicità alla sua reazione. Isolato dal mondo, lui e la sua rabbia, era solo di fronte allo schermo del computer, che aveva eccitato la parte più oscura del suo animo. Il messaggio ricevuto ha mandato in cortocircuito il suo inconscio, senza lasciargli il tempo di consultare il Superego, come di solito accade. La macchina lo metteva in contatto immediato con tutto il mondo, ma gli imponeva le sue regole di accelerazione, facendogli dimenticare che, nel corso dei secoli, il contratto sociale ha imposto tempi diversi di azione e reazione. Il che ci dice come anche la e-mail (invenzione grande almeno quanto i jet intercontinentali) ponga dei nuovi problemi di maillag al contrario, ai quali dobbiamo psicologicamente adattarci.
Ed ecco che possiamo tornare alla sinonimia apparente di cui ho detto all’inizio, quella tra rapporto comunicativo e trasporto: pareva che si trattasse di due fenomeni diversi, ma abbiamo visto come spesso il modo di trasporto del messaggio possa interferire con la natura del messaggio stesso e sulla forma della sua ricezione.

sabato 26 luglio 2014

Il caos calmo del digitale che rivoluziona la lettura


Maurizio Ferraris

"La Repubblica", 24 luglio 2014

In La musa impara a scrivere (1986) Eric Havelock aveva analizzato, con lo sguardo del filologo classico, i cambiamenti epocali comportati dal passaggio dall’oralità alla scrittura: trasformazioni nei fruitori (che non avevano più bisogno di ricordare a memoria i propri testi preferiti) e nei produttori, che dovevano immaginarsi un pubblico insieme più distratto (si può leggere senza troppa attenzione, si possono saltare le pagine più noiose) e più severo (il lettore potrà tornare sul testo, e criticarlo). Pochissimi anni dopo l’uscita di quel libro, ci si è trovati di fronte a una svolta non meno radicale.
Caratterizzata dall’esplosione e diffusione capillare della scrittura (e delle registrazioni in generale) nel web. È la cosiddetta “quarta rivoluzione” — dopo il passaggio dalla oralità alla scrittura, poi dal rotolo al volume, e infine dai manoscritti alla stampa — che dà il titolo sia a un illuminante libro di Gino Roncaglia (La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro  Laterza 2010), sia, recentissimamente, a un libro di Luciano Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere is Reshaping Human Reality (Oxford University Press 2014).
In brevissimo tempo i nostri computer, tablet e smartphone hanno avuto accesso alla più grande biblioteca di tutti i tempi. Se nel passaggio dall’oralità alla scrittura il fruitore era diventato necessariamente un lettore colto, cioè alfabetizzato, nel passaggio dalla scrittura su carta al digitale il fruitore è diventato un potenziale autore. E un autore esigente, che se si annoia può aprire tutti i libri che vuole, visto che ovunque sia nella realtà fisica, in quella web dispone di una biblioteca sconfinata.
Non è vero, dunque, come sosteneva un po’ catastroficamente Nicholas Carr in Internet ci rende stupidi? (Raffaello Cortina 2011) che il passaggio al digitale è fonte di degrado culturale, anzi, un [sic] costituisce potenziale pericolo per l’intelligenza (era del resto la stessa obiezione di Platone contro la scrittura, e il capovolgimento della tesi, decisamente troppo ottimistica, di Pierre Lévy in L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996). Anche se è certo vero, come ha sostenuto Roberto Casati in Contro il colonialismo digitale (Laterza 2013) che è la lettura cartacea è concepita come un momento di concentrazione, mentre quella digitale ha luogo su un supporto in cui convergono mille altre sollecitazioni. Nessuno, mentre leggiamo un libro cartaceo, ci chiede di rispondere a una lettera, mentre quando leggiamo sul nostro tablet avviene in continuazione.
Questa trasformazione della lettura (e correlativamente della scrittura) è al centro di un articolo di Maria Konnikova sul New Yorker. La lettura online è diversa da quella su carta e la letteratura non può non fare i conti con questa circostanza. Se leggendo silenziosamente l’ Iliade su carta è bene presupporre che era un’opera originariamente orale e comunque destinata a una lettura ad alta voce, leggendo la Recherche su Kindle è bene non dimenticare che si tratta di un testo uscito in sette volumi tra il 1909 e il 1922. E chi oggi si mette a scrivere un romanzo deve essere consapevole del fatto che potrebbe essere letto in un modo molto diverso da come erano letti i romanzi tradizionali. Ad esempio, dati sperimentali citati dalla Konnikova dimostrano che leggere un romanzo su Kindle rende molto meno attenti alla trama, che dunque dovrà essere o semplificata, o resa meno rilevante rispetto ad altri effetti di scrittura.
Proprio la consapevolezza della centralità del medium nella produzione e nella ricezione delle forme narrative sta al centro anche del convegno dello Igel (International Society for the Empirical Study of Literature and Media) che si tiene in questi giorni all’Università di Torino (il programma e l’abstract delle relazioni si può trovare a questo indirizzo: http:// www.igel2014.unito.it/). Richiamandosi a Bourdieu, il principale organizzatore del convegno, Aldo Nemesio, ha osservato che quei filosofi e studiosi di letteratura che insistono nel considerarla come una forma espressiva ineffabile si rendono giustizia da soli (perché se è inesplicabile non c’è bisogno di loro), e soprattutto non tengono conto del fatto che, invece, moltissime caratteristiche del fatto letterario si possono spiegare proprio a partire dal medium di cui si serve. Insomma, come la comparsa della fotografia ha decretato la fine del realismo pittorico, così la comparsa di wikipedia e ha generato una letteratura tendenzialmente più precisa e prolissa (non ci vuol niente ad accumulare dettagli e informazioni).
Queste trasformazioni, ovviamente, non riguardano solo la produzione e fruizione di testi letterari. Andare in biblioteca ormai non risponde più, in molti casi, all’esigenza di accumulare informazione ma, semmai, alla speranza di trovare un luogo in cui si possa stare tranquilli. Una speranza che, del resto, il più delle volte è illusoria, visto che oggi in biblioteca ci si va con il computer e le biblioteche sono generalmente ben connesse.
I libri restano sugli scaffali, e buona parte della lettura avviene online, il che, di nuovo, non è la stessa cosa. A parità di contenuto, la lettura digitale è più veloce, perché sfogliare le pagine è una operazione che richiede più tempo che far scorrere verticalmente lo schermo, e soprattutto più faticosa, non tanto per le caratteristiche dello schermo, quanto piuttosto per il continuo navigare fra link che è ormai tipico della lettura digitale.
Questo procedimento si trasforma nella creazione di un nuovo testo: c’è chi leggendo una pagina web aprirà certi link, e chi ne aprirà degli altri. Alla fine del processo, di lettura cursoria e insieme di continuo ampliamento del campo, i due avranno letto, di fatto, due testi diversi. Con un’impresa che nel peggiore dei casi potrebbe ondeggiare tra l’apprendistato di Bouvard e Pécuchet e quello di Rousseau, tra la volontà di sapere ottusa e pedante e la disperazione nervosa, come quando Jean-Jacques scopre che a pagina 3 di un libro si trova un passo oscuro, cerca di chiarirlo con un altro libro, che risulta però indecifrabile a pagina 2, rinviando a un terzo libro, che a pagina 4 contiene un enigma, e alla fine si trova sconfortato in una stanza piena di libri aperti.
Ma la rivoluzione in atto nelle modalità di lettura ha conseguenze forti anche sull’apprendimento. Come testimonia la scienziata americana Maryanne Wolfe, la specialista delle tematiche cognitive e linguistiche citata nell’articolo del New Yorker: dalle centinaia di segnalazioni che le giungono da insegnanti e docenti universitari, si ricava che gli studenti che si formano solo su computer, tablet, Kindle e dispositivi analoghi hanno attitudini diverse. A volte lacunose. Architetti che giunti sul luogo fisico su cui agire sembrano non orientarsi. O specializzandi in neurochirurgia con una tendenza eccessiva al copia e incolla mentale. O ancora i tanti liceali incapaci di apprezzare i classici della letteratura. Di fronte a queste sfide, e a questi problemi aperti, la questione non è tanto demonizzare le novità. Quanto imparare a essere lettori (e scrittori) digitali migliori. 

domenica 8 giugno 2014

Come il mondo vero finì per diventare pixel


Riccardo Falcinelli

minima&moralia, 7 giugno 2014 

versione integrale dell' articolo apparso su Pagina 99

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.
Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.
Si guardano film, dicevamo: magari in streaming o scaricandoli più o meno legalmente; su monitor, tablet o telefonino. Si frequentano mostre: e spesso, dopo averle viste, si ricercano in rete i dipinti più amati per eleggerli a sfondo del proprio monitor; oppure si frequentano mostre esclusivamente virtuali come le bacheche a tema di Pinterest.
E si osservano fotografie: e oltre alle infinite gallerie sul web, oltre Flickr e Instagram, i nostri telefoni abbondano di foto private o di grandi autori del passato. Lo schermo, come una finestra aperta su mille mondi esperibili, rimanda alla realtà là fuori da qualche parte. Non tutta la realtà: quella che ci interessa in un determinato momento; e questo non riguarda solo dipinti, film o libri ma anche la frequentazione delle altre persone, tramite i social network, o il sesso, tramite il dating online e la pornografia.
Marshall McLuhan anticipava cinquant’anni fa il peso che le tecnologie avrebbero avuto sulle nostre vite, individuando nei mass media un potenziale che amplificava le esperienze ma che, allo stesso tempo, le avrebbe frammentate. Non abbiamo smesso di interagire col mondo ma il mondo lo conosciamo sempre più spesso tramite filtri che influenzano il nostro punto di vista sulle presunte interazioni “reali”. Lo schermo è un medium ed è una mediazione: non abbiamo smesso di guardare dipinti o di leggere romanzi ma la loro disponibilità virtuale sta cambiando il nostro sguardo su queste forme.
Oggi, stesi sul divano di casa, si possono leggere dieci pagine di un romanzo o si può guardare un film; cercando nel frattempo su internet la biografia di un certo attore; finendo su facebook; per poi tornare al romanzo. Questa non è l’esperienza di un adolescente sregolato: questa è la norma nel mondo contemporaneo e le virtù – per chi sa cosa farsene – sono maggiori dei pericoli.
Le fruizioni molteplici e incrociate non erano di certo vietate in passato e, con un po’ di fantasia, possiamo immaginare un antico romano mentre legge e allo stesso tempo discute con gli amici dei dipinti esposti in biblioteca; è però la tecnologia che ha portato queste possibilità a maturazione, o – diranno gli apocalittici – a implosione.
Il lettore di Moby Dick che viveva in un mondo senza tv, radio o internet finiva per avere di Melville un’idea più compatta, delimitata e unitaria di quella che possiamo averne noi oggi. L’idea di “autore” formulata dalla cultura romantica era figlia di precise pratiche comportamentali e dei medium disponibili all’epoca; a quest’idea ancora facciamo riferimento eppure quelle pratiche e quei medium non esistono più. La tv prima, il computer poi, hanno moltiplicato le contaminazioni e le distrazioni frammentando l’esperienza del fruitore.
A guardare le cose in prospettiva, però, quell’unitarietà era solo apparente. I lettori forti hanno sempre finito per saltare con la mente di palo in frasca. Anzi: cos’è la critica letteraria o cinematografica se non un peregrinare con la fantasia mettendo in relazione cose lontane alla ricerca di un nuovo senso? McLuhan sosteneva che i medium sono “protesi”: non semplici strumenti, non semplici tecnologie, bensì estensioni dei nostri sensi. E oggi, tra le sensibilità amplificate dagli schermi, c’è appunto quella di tessere relazioni tra elementi eterogenei. Se un film, un libro o una foto mi scorrono davanti su uno stesso device, metterli in relazione non solo è facile, ma inevitabile.
La prima protesi – ma non riconosciuta subito come tale – fu la fotografia. Tutte le foto hanno fin dall’origine una caratteristica fisica comune: sono rettangoli, prevalentemente di carta. In principio, a queste si chiedeva di restituire la realtà “naturale”, quella del mondo intorno a noi; le cose presero una piega più complessa quando si cominciò a usare la fotografia per documentare altre immagini, ad esempio fotografando i dipinti del passato. Nell’Ottocento – per la prima volta nella storia – si poté poggiare sul proprio tavolo immagini dai contenuti eterogenei: affiancando il ritratto di un amico e un dipinto di Raffaello. A noi sembra un fatto banale ma gli uomini del passato non potevano farlo.
Fu Aby Warburg (1866-1929), fondatore dell’iconologia moderna, a cogliere in questo gesto un'enorme possibilità per la fantasia e per il ragionamento. Affiancando una venere di Botticelli e una foto presa da una rivista di consumo, Warburg cominciò a rintracciare alcune somiglianze visive tra le posture delle due figure, investigando quelle invarianti antropologiche che fanno sì che una donna si atteggi in modo simile in un dipinto fiorentino del ’400 e in una foto mondana di inizio ’900. Warburg chiudeva così con la vecchia storia dell’arte, preannunciando un nuovo modo di “guardare” di cui è debitore il nostro sguardo moderno. Anche il cubismo e il futurismo hanno risentito in maniere diverse del medium giornalistico e pubblicitario che ci pone sotto gli occhi oggetti disparati e eterogenei. Ancora oggi, quando si sfoglia una rivista illustrata o un giornale, è comune trovare una cruda foto di reportage affiancata a una foto di moda, ma senza la possibilità di rendere maneggiabili quelle due immagini – fisicamente maneggiabili e confrontabili – il salto dal palo alla frasca sarebbe rimasta una bizzarria e non avrebbe innescato un ragionamento sensato e proficuo. In questo senso, per Warburg, il medium ha permesso il messaggio.
Anche la televisione ha prodotto qualcosa di simile. Lo zapping, da almeno trent’anni, ci ha messo nelle condizioni di assistere a linguaggi diversi e giustapposti: la fiction con il reportage, la pubblicità con lo sport in diretta. La prima conseguenza è stata la perdita di verità del reale. La fiction somiglia ai fatti di cronaca, e la cronaca è raccontata con tutti gli escamotage narrativi della fiction. Più di un osservatore ha sottolineato come l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 si sia presentato ai nostri occhi (e alle nostre menti) assecondando tutti gli stilemi visivi di un film catastrofico. È dunque legittimo chiedersi: sono i terroristi a imitare il cinema americano per farsi “capire” meglio dai destinatari? O siamo tutti noi a proiettare sulle torri gemelle un’immagine psicologica che ci siamo formati guardando i film di fantascienza?
La tv è di certo responsabile del gusto per l’assemblaggio caratteristico della cultura postmoderna. In un saggio cruciale a questo proposito, Imparando da Las Vegas, l’autore Robert Venturi (1925) metteva sotto gli occhi dei colleghi architetti non le idee astratte e utopistiche del Modernismo ma una città reale e decisamente particolare. Las Vegas è una giustapposizione non tanto di muri e di strade quanto di testi, di scritte pubblicitarie, d’insegne, di nomi, di parole, di lampadine e di neon. Ma attenzione: Las Vegas è una città “limite”, non una città finta. Tutte le città in cui abitiamo hanno caratteristiche simili: anche in Italia i nomi delle strade – scritti nel marmo e spesso dedicati a personaggi famosi – si mostrano vicino all’insegna luminosa del supermercato, e di certo i cassonetti dell’immondizia (in colori diversi) non erano stati previsti dagli urbanisti che hanno disegnato i nostri quartieri. Ecco, dice Venturi: un architetto come Le Corbusier non ha mai pensato alla città reale, quella davvero “in atto”. L’urbanistica di Las Vegas è un medium che funziona come la televisione, non come l’Atene di Pericle. Imparare da Las Vegas vuol dire dunque imparare da una città in cui la sovrapposizione è la norma.
Chi ha imparato dallo zapping è invece David Foster Wallace (1962-2008), la cui scrittura risente, sotto molti aspetti, della logica del minestrone televisivo. Wallace preferisce alla “trama” un discorso libero e torrenziale che procede per digressioni continue: non si accontenta del respiro della pagina “da narrativa” e sfora di frequente nelle note al piede (anche più lunghe del testo principale), fino a prevedere note all’interno delle note. Con Wallace ci troviamo sempre nel mezzo di un continuum. Il racconto sembra non avere una fine precisa, né sembra mai iniziato ufficialmente, come fosse stato scritto per chi “si fosse messo all’ascolto soltanto adesso”, come amano ripetere gli anchormen della tv. Wallace inizia a scrivere prima di internet ma anticipa la logica infinita con cui si inseguono i link. Una scrittura entropica, come la società di cui parla, che restituisce l’immagine di un libro che non può più essere circoscritto, delimitato, salvato da distrazioni o contaminazioni. Non l’incapacità di scrivere il Moby Dick, bensì l’impossibilità di possederlo in testa come facevano i lettori del passato.
Ma in fondo tutto questo è un male? Muoversi tra i frammenti non comporta la rinuncia a una visione del mondo: dalla giustapposizione può scaturire uno sguardo sulle cose, e quindi una sensatezza. Warburg, attraverso la protesi fotografica, frammenta il Rinascimento per costruire un’idea più umana del ruolo che le immagini hanno nella nostra vita. Wallace allinea brandelli restituendoci un’immagine precisa (quanto paradossalmente unitaria) del mondo contemporaneo. Anzi procedere per analogia e per giustapposizioni sembra essere la condizione necessaria per qualsiasi conoscenza che non si fermi al risaputo. Il magma di contenuti che ci viene addosso ogni giorno è perciò allo stesso tempo causa di dispersione e occasione culturale. A saperle usare, le protesi ci permettono di afferrare nessi imprevisti tra le cose, andando più lontano; ma per attivarne gli elementi fecondi bisogna correre dei rischi, primo fra tutti quello di sporcare i propri convincimenti o di perdersi. L’idea che ci facciamo delle opere d’ingegno (libri, film, foto e dipinti) non prescinde mai dalle pratiche e dai mezzi con cui ci entriamo in relazione. In questo senso, oggi più che mai, il medium prima di essere un messaggio è un punto vista.

domenica 13 ottobre 2013

La Babele democratica


Intervista allo storico dei libri Robert Darnton 
che spiega i collegamenti tra la cultura del Settecento,
 i testi digitali e le possibilità aperte dall’“open access”

Massimiano Bucchi

“La Repubblica“, 12 ottobre 2013

Le fiabe terrificanti della tradizione contadina; un massacro di gatti perpetrato da un gruppo di tipografi parigini; i rapporti di un ispettore di polizia su scrittori pericolosi per il regime; la classificazione e suddivisione dei saperi nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Queste le singolari chiavi di accesso che Robert Darnton sceglie per ricostruire i “modi di pensare” nella Francia del Settecento.
Il grande massacro dei gatti, ripubblicato in questi giorni da Adelphi e tradotto in una ventina di lingue, è uno dei suoi libri di maggior successo. Storico delle idee con un breve ma significativo background giornalistico – un’esperienza giovanile alla cronaca nera del New York Times che talora affiora nelle sue vivide narrazioni – Darnton insegna ad Harvard dove dirige anche la biblioteca universitaria, la più grande biblioteca accademica e sistema bibliotecario privato del mondo.
Come responsabile della biblioteca di Harvard lei si è espresso spesso a favore del cosiddetto open access. Vede un rapporto tra queste posizioni e il suo lavoro di studioso dell’Illuminismo e delle varie forme di circolazione del sapere?
«C’è sicuramente una connessione, anche se non è arrivata intenzionalmente. Come studioso dell’Illuminismo sono sempre stato attratto dall’idea di “Repubblica delle lettere”: una Repubblica senza confini, aperta a tutti, egalitaria. È un’idea che forse precede addirittura l’Illuminismo, centrale per il modo in cui l’Illuminismo vedeva se stesso. Oggi con i media digitali abbiamo la possibilità di realizzare quella che all’epoca era forse un’utopia. Così, quando mi sono trovato a capo della biblioteca di Harvard, con i suoi 17 milioni di volumi, ho cercato di fare il possibile per mettere a disposizione questo patrimonio non solo a docenti e studenti,ma a tutto il mondo, cercando di evitare che fosse monopolizzato da colossi come Google. Ci vorrà ancora molto tempo, e ci sono ancora molti problemi da risolvere, ma con il progetto Digital Public Library of America (www.dp.la) oggi siamo già in grado di offrire libero accesso a oltre 4 milioni di contenuti digitali».
Che cosa sono i modi di pensare, gli “stili culturali” che il libro cerca di ricostruire?
«L’ambizione è quella di far emergere i modi in cui l’esperienza è organizzata attraverso schemi concettuali, incluso il linguaggio. C’è una tonalità negli scambi sociali che è peculiare a una certa società o ad un gruppo sociale in un certo periodo e luogo, un certo “idioma” per così dire. Naturalmente la pretesa del libro non è quella di ricostruire definitivamente la “visione del mondo” dei contadini francesi dell’epoca attraverso le fiabe che si raccontavano, ma introdurre a un certo modo di fare storia, mettere insieme diverse informazioni in un disegno che si avvicini il più possibile all’originale».
Esiste dunque una specificità dei modi di pensare, degli stili culturali? Uno stile francese diverso da quello tedesco o italiano?
«Naturalmente non si possono sottovalutare le differenze regionali, a partire dal fatto che molti francesi dell’epoca che io studio non parlavano nemmeno il francese! Tuttavia già autori come Delarue parlavano di una “francesità” che emerge ad esempio confrontando le fiabe popolari con quelle tedesche dello stesso periodo. In un libro più recente mi occupo di come le forze dell’ordine francesi, a metà Settecento, davano la caccia agli autori di poesie e canzoni popolari ritenute sediziose, seminando di spie le sale da caffè. Queste composizioni si sentivano dappertutto e facevano probabilmente la funzione di notiziari per l’epoca; esse rivelano un tono, un inconfondibile idioma comune, anche nella parte musicale. Questi poeti e musicisti di strada, oggi completamente dimenticati, formavano una vera e propria subcultura che non era disconnessa dalla “cultura alta”; alcuni di loro erano amici di Diderot e lui stesso fa riferimento a questa tradizione, ad esempio in Jacques le fataliste.La cultura orale non era isolata da quella degli intellettuali, le correnti culturali si muovono continuamente verso l’alto e verso il basso…».
La specificità di stili culturali e modi di pensare resiste anche oggi, in un’epoca di intensa comunicazione globale?
«Direi di sì, seppure con prudenza… oggi è facile parlare di “villaggio globale” ma un’immagine scattata da uno smartphone in Egitto è un oggetto culturale mediato da una specifica sensibilità. Tutto il mondo può condividere un repertorio di immagini, suoni ed eventi; le correnti culturali viaggiano in tutto il mondo così come nel Settecento viaggiavano tra i caffè letterari e le campagne. Questo non significa che tutto si sia appiattito e certamente non cancella le specificità culturali…».
Pensa che il suo metodo possa essere applicato anche all’epoca contemporanea? Ad esempio, si può ricostruire l’ambiente e lo stile culturale della Germania orientale a partire dai documenti della Stasi?
«Per l’appunto ho appena terminato un libro sulla censura che prende in esame, tra l’altro, proprio il caso della Germania Est nel periodo comunista. L’idea è di comprendere che cos’era in effetti la censura dal punto di vista operativo, analizzando gli interventi materiali e i cambiamenti apportati alle opere da autori, editori e autorità, ad esempio ricostruendo come gli stessi poeti cercavano di negoziare con la censura. Noi tendiamo ad averne uno stereotipo astratto, ma nella pratica la censura è fatta di negoziazione, di complicità, di andirivieni tra produttori e controllori».
Da un certo punto di vista, quindi, si potrebbe parlare dei censori come coautori delle opere in questione?
«Esattamente, è proprio questo il punto. Un esponente della censura tedesca scrive: “Su questo manoscritto ci ho lavorato più io dell’autore!”. Un’opera come un libro è sempre il risultato della collaborazione di autori, tipografi, editori, e in certi casi perfino di censori».

Il grande massacro dei gatti di Robert Darnton, Adelphi,  pagg. 422. Darnton, storico, è anche direttore della biblioteca della Harvard University

giovedì 22 agosto 2013

Ermes nostro che sei nel web

 
Silvia Ronchey

La Stampa, 31 luglio 2013

L’uomo in piedi, immobile contro la vetrata di un aeroporto, lo smartphone in mano, concentrato sui tasti, porta come Atlante sul collo inclinato il peso del globo del mondo: il world wide web. E’ l’eroe del nostro tempo, la sua icona, il monumento al suo milite ignoto. E’ lì, sull’interfaccia, alla frontiera, per accogliere o respingere, nel nome del logo del globo, centinaia di ospiti o invasori, l’esercito di messaggi che a ondate perforano il cyberspazio, anneriscono il display, tramiti di comunicazioni utili o inutili (ma è sempre più incerto il giudizio da emettere), termiti che divorano le opere e i giorni degli uomini.
Almeno tre ore della sua giornata, in ogni parte del mondo, sono dedicate ad arginare le mail. Nei momenti di pausa, l’uomo non si guarda più intorno: china la testa e liquida la spam, divide i messaggi meno urgenti dagli urgenti. Gli dà conforto temporaneo, un senso di controllo, metterli in attesa nella casella ‘da evadere’. Ma sa che, per evaderli, altre ore saranno sottratte alla sua vita. Se la sera, vinto dalla stanchezza, non arriva a farlo, si sente in colpa e cade nel sonno come un bambino che non abbia pregato l’angelo custode.
L’angelo, il messaggero alato, colui che mette in comunicazione il mondo, o i mondi. La vita di questo eroe di frontiera, di questo acrìta, è in realtà una continua preghiera a quell’angelo, che nella sua versione precristiana fu cantato da Omero e da Rilke: un incessante sacrificio a Ermes, il signore della comunicazione istantanea, il dio che ha le ali sull’elmo e nei sandali, l’interprete (da lui la parola ‘ermeneutica’), il mediatore d’affari, il protettore del commercio ma anche il patrono dei ladri. Ermes è senza dubbio il dio della Rete.
Altre icone, altri monumenti virtuali di arte locativa affollano il paesaggio del mondo lungo la griglia del Gsm. Lo studente alla vigilia dell’esame con accanto la pila di libri da ripassare, che aggiorna invece il suo status su FaceBook. La ragazza errante per l’Asia, che tiene sempre aperta la finestra di Skype. L’immagine postata prima che guardata. Il pensiero twittato prima che pensato. La vita caricata su YouTube prima che vissuta. Siamo sempre connessi ma non comunichiamo a noi stessi un’informazione cruciale — la condizione umana, la fuga del tempo — di cui dovremmo ma quasi mai riusciamo a tenere conto, intenti a condividerne infinite altre, urgenti, meno urgenti, non urgenti.
Sappiamo bene che gli antichi dèi non sono scomparsi. Come avrebbero potuto? Sono stati cacciati, rimossi. E, ha detto Freud, il rimosso torna sempre. Si sono nascosti nel profondo per riemergere, ha spiegato Jung, come sintomi della psiche, individuale o collettiva. Il sintomo è sacro, ha ribadito Hillman, e la psicologia è il luogo dove incontriamo gli dèi: non nei musei, ma nel rimosso che genera le nostre malattie collettive.
La nostra psiche collettiva soffre di un’intossicazione ermetica. Di un eccesso di Ermes. Si può eccedere nell’immolarsi a un dio? esiste un integralismo anche nel politeismo? uno squilibrio che genera il disturbo? O forse il peccato è un altro tipo di 
hybris: avere tentato di rubare a Ermes il suo primo appannaggio, la comunicazione istantanea. Ermes traduttore, spia, predatore di mandrie, disonesto mercante, Ermes ladro si vendica sottraendoci l’unico appannaggio che abbiamo: il tempo. O, più ancora, la cognizione di cosa sia il nostro tempo. Ermes dio dei confini, mediatore tra mondi, traghettatore di anime, offusca nella velocità il nostro rapporto con la caducità e con la morte, di cui è custode.
Ermes aveva il dono dell’ubiquità. Poteva essere in un luogo e istantaneamente dopo nell’altro. Anche noi. Una sera decidiamo di fare shopping nei magazzini di Shanghai, un’altra perlustriamo col mouse le 
brocantes di Provenza. Facciamo affari con Paypal, la nostra spesa vola con i corrieri e le poste. Stiamo onorando troppo Ermes? o gli abbiamo usurpato l’ubiquità, e anche di questo si sta vendicando?
Il mito è un dispositivo omeopatico, contiene in sé anche la cura al male che provoca. Ma può avere un effetto terapeutico, ha mostrato Hillman, solo se riusciamo a pensare miticamente, a realizzare che il nostro malessere personale rientra in un paradigma infinitamente più grande, che a operare in noi è un archetipo mitico.
Come ogni dio, Ermes è l’unico potenziale guaritore dei mali causati dai propri castighi. Come guarire l’intossicazione ermetica, come sanare la grande ferita di tempo aperta dalla tecnologia mediatica, Ermes lo sa. Ma il suo sapere è per eccellenza misterioso: ‘ermetico’. Ermes il mago, col suo cappello a punta, con il suo caduceo, il bastone su cui si accoppiano avvinghiati due serpenti, che ancora oggi campeggia nelle insegne delle farmacie, Ermes Tre Volte Grande, cioè Ermes nella sua qualità bizantina di Trismegisto, è anche il dio dell’alchimia: non solo e non tanto della farmacologia, quanto del principio della trasmutazione. Sa come un male può diventare un bene. Ermes Psicopompo, guida delle anime dal mondo dei vivi a quello dei morti, sa che i due mondi devono restare in connessione e che la morte dev’essere sempre presente perché la vita si possa dire tale. L’assoluzione dallo spazio e dal tempo, l’illusione di onnipotenza che ci danno la comunicazione istantanea, la connessione perpetua e la dislocazione ubiqua escludono dalla vita il senso della morte, il suo silenzio, la sua assenza di legami. Eppure presso gli antichi, quando Ermes arrivava in volo, il convivio si faceva improvvisamente muto. Moriva la conversazione, taceva la chat.
Ermes, il dio della velocità della parola, sapeva fin dall’infanzia che nulla può più della sua lentezza. Appena uscito dal grembo di Maia incontrò l’abitatrice del Tartaro, la tartaruga. Il dio della trasformazione usò il suo guscio come strumento musicale: inventò la lira e fu il primo a cantare le storie degli dei e degli eroi. Ermes, il primo poeta, insegna che l’arte nasce dalla lentezza e che solo la lentezza della tartaruga, che è all’origine dell’arte, può compensare la velocità della connessione — logica, analogica, tanto più digitale. Solo nelle risonanze profonde del suo guscio vibra il vero messaggio. 

sabato 27 aprile 2013

Dai lumi a Internet: è esplosa la conoscenza


Massimiliano Panarari

"La Stampa - TuttoLibri",  27 aprile 2013

È una sorta di opera mondo la Storia sociale della conoscenza scritta da Peter Burke, uno dei maggiori e più famosi studiosi di cultural history (e di storia dell’età moderna). Dopo aver pubblicato, alcuni anni or sono, la «prima puntata» ( Da Gutenberg a Diderot ), esce, sempre per i tipi de il Mulino, il «secondo episodio» di questa affascinante carrellata Dall’Encyclopédie a Wikipedia, consacrata all’organizzazione del sapere dell’epoca contemporanea, quella dell’«esplosione della conoscenza», in cui lo sviluppo (ordinato) della conoscenza cede il passo alla frammentazione e alla disseminazione. Ed è anche l’età della coesistenza, all’interno dei campi della conoscenza, tra processi antitetici e antagonistici, che, in talune fasi, vedono il generarsi di squilibri tra le spinte contrapposte alla nazionalizzazione e all’internazionalizzazione, tra il professionismo e il dilettantismo, tra la specializzazione e l’interdisciplinarietà, fra la standardizzazione e la personalizzazione, e tra la democratizzazione dei saperi e le attività volte a contrastarla.
La conoscenza si sviluppa secondo un processo articolato in quattro fasi (mutuate dalle procedure dei servizi segreti), ovvero raccolta e accumulazione, analisi, diffusione e azione, e vede il ruolo decisivo di varie istituzioni: università, biblioteche, archivi, musei, riviste scientifiche, società culturali e think tank, altrettanti spazi sociali dedicati in molti dei quali si «fa ricerca», una locuzione che diventa sempre più frequente nei titoli dei libri (e nelle varie lingue europee) a partire dalla metà del XIX secolo.
La storia culturale indagata dallo studioso britannico è quella della «seconda età delle scoperte» (1750­ - 1850), con una nuova ondata di esplorazioni che misero a disposizione dell’Occidente un impressionante accumulo di informazioni in precedenza sconosciute. Ed è quella dell’osservazione di ambiti che vanno dallo spazio profondo dell’astrofisica (guardato da telescopi sempre più potenti) al foro interiore scandagliato dalla psicanalisi, fino ai sistemi di televisione a circuito chiuso e di videosorveglianza.
Una storia di circuiti accademici, in primo luogo, e, più in generale, dei luoghi di interazione sociale tra intellettuali e produttori di conoscenze (dai cabinet sino agli istituti di ricerca avanzati degli Stati Uniti novecenteschi), senza i quali, per fare un esempio illustre, La ricchezza delle nazioni di Adam Smith (socio del Political Economy Club di Glasgow che trasse alcune idee dalle conversazioni con gli altri membri) non sarebbe stata la stessa.
Avendo sempre a mente, ci ricorda Burke, che le modalità di cambiamento di tecnologia, istituzioni e mentalità hanno un passo e seguono andamenti tra loro assai differenti. Velocità di crociera che dettano il ritmo della conoscenza e, oggi, andrebbero urgentemente riallineate, perché, come ebbe modo di dire il premio Nobel Herbert Simon, «una sovrabbondanza di informazioni crea una povertà di informazioni».

sabato 5 gennaio 2013

L’overdose tecnologica che ci cambia il cervello



"La Repubblica",  5 gennaio 2013

OGGI la differenza culturale sopravvive nelle prese elettriche delle diverse zone del mondo, che ci costringono a munirci di curiosi adattatori prima di partire. Una volta superato questo ostacolo e ricaricato il nostro computer o tablet o telefonino, ci troviamo di fronte al più grande standard che mai l’umanità abbia conosciuto, ossia il web, l’anti-Babele per eccellenza.
PRIMA di preoccuparci della minaccia di un pensiero unico dovremmo considerare che con la standardizzazione del web abbiamo a che fare con una delle più grandi realizzazioni dell’umanità, in cui convergono due aspetti.
Il primo è che il pensiero ha al proprio interno un principio di universalizzazione, visto che l’uomo è un animale sociale, anche se non necessariamente socievole.
Dopotutto non è un caso se “idiota” indica originariamente chi vive per conto suo. Il secondo è che, tra tutti i sistemi di universalizzazione, il più potente è proprio quello che ci viene dalla tecnica. E che la tecnica delle tecniche, quella che non per caso trionfa nel web, è la scrittura, che intrattiene un legame particolarissimo con il pensiero, a cui fornisce non solo sostanza ma forma.
Quando si dice che un pensiero è “lineare” gli si fa un complimento, quando si dice che è “tortuoso” lo si critica. Bene, la “linearità” allude proprio al modo in cui si organizza la scrittura. In Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola (un libro di 30 anni fa, tradotto dal Mulino) Walter J. Ong ha mostrato che la scrittura rende il pensiero più astratto, più analitico, meno ridondante. E Rousseau diceva che prima dell’invenzione della scrittura il tempo passava ma l’umanità restava bambina. Senza scrittura, banalmente, non ci sarebbe scienza, e ogni generazione dovrebbe più o meno inventare le stesse cose.
Ci sono dei rischi? Indubbiamente sì. Ma sono gli stessi che si paventano a ogni svolta tecnologica. Se davvero la tv avesse avuto gli effetti nefasti che gli attribuivano gli educatori degli anni ‘60 (a partire dalla minaccia di un immane analfabetismo di ritorno), il fatto che qualcuno in questo momento stia leggendo questo giornale avrebbe del miracoloso. E buona parte delle accuse che vengono rivolte alle tecnologie informatiche, dal depotenziamento della memoria alla perdita dell’interiorità, sono identiche alle accuse che il faraone Thamus rivolge contro la scrittura nel Fedro di Platone. Ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche adesso.

domenica 25 novembre 2012

I nuovi analfabeti


OGGI SI PRIVILEGIA UNA CONOSCENZA EMOTIVA E FRAMMENTATA. 
E LA SCUOLA NON AIUTA A MIGLIORARE LE CAPACITÀ ARGOMENTATIVE

Spot, politica, articoli di giornale 
Un italiano su due fatica a capire

PAOLO DI STEFANO

“La Lettura – Corriere della Sera”, 25 novembre 2012

Ci sono gli analfabeti e ci sono gli «illetterati». Rimanendo nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, cioè tra i cittadini italiani considerati attivi, secondo il censimento del 2001, gli analfabeti sono 362 mila, gli alfabeti privi di titoli di studio sono 768 mila, le persone che vantano solo la licenza elementare sono quasi sei milioni e mezzo. Nel totale, circa il 20 per cento della popolazione è gravemente carente quanto al possesso degli strumenti culturali di base. Sono questi gli illetterati? Sì e no. Perché nella sfera che gli inglesi chiamano illiteracy si devono aggiungere coloro i quali, pur avendo percorso un regolare iter scolastico, rivelano una limitatissima capacità capacità di utilizzare la scrittura e la lettura, di comporre e comprendere testi semplici. LEGGI TUTTO...

La dittatura degli algoritmi


Fabio Chiusi

"La Lettura - Corriere della Sera", 25 novembre 2012

Gli algoritmi hanno conquistato il mondo, scrive il giornalista e ingegnere Christopher Steiner in Automate This (Portfolio Penguin), uscito recentemente negli Stati Uniti. Una dittatura silenziosa, partita da Wall Street e giunta fino ai confini della nostra quotidianità.
Così, se nel 1945 perfino un visionario come Vannevar Bush, precursore della nozione di ipertesto, poteva scrivere che «pensiero creativo e ripetitivo sono cose molto diverse», e argomentare che solo per quest’ultimo ci possono essere «potenti aiuti meccanici», oggi tutto è cambiato. Come racconta il volume di Steiner, infatti, sono gli algoritmi a decidere quali canzoni saranno le prossime hit radiofoniche o a valutare il successo al botteghino di un film prima ancora che venga realizzato. Anzi, subordinandone la realizzazione alle stime di incasso computerizzate. Non solo: in alcuni casi l’algoritmo diventa l’artista. Un artista che non soffre di blocchi compositivi, non invecchia. E non teme rivali. Già nel 1987 Emmy, ideato dal professore emerito alla University of California di Santa Cruz, David Cope, è stato in grado di creare 5 mila composizioni sulla falsariga di Johann Sebastian Bach in una pausa pranzo. Dieci anni più tardi, le sue opere erano talmente credibili da indurre un uditorio di esperti a considerarle umane — passando così una sorta di test di Turing musicale. Alcuni si sono chiesti: lo spartito era di Cope o di Emmy?
Ma anche questa domanda sarà presto consegnata alla storia, dato che il nuovo algoritmo di Cope, Annie, «impara a imparare». Certo, Steiner ammette che c’è ancora un dominio dell’umano dove l’automazione arranca. Il poker, per esempio: regno dell’infingimento, del bluff, dell’irrazionale che si rivela tutt’altro che irrazionale. Ma se sono righe di codice a studiare la personalità dei clienti così da fornire a ciascuno l’interlocutore telefonico adatto (grazie ai suggerimenti del software, i call center risolvono il doppio dei problemi nella metà del tempo), e se gli indici di influenza online iniziano a determinare le nostre chance di successo nell’ottenere un posto di lavoro, si comprende come quel dominio sia destinato a restringersi ulteriormente.
«Il nostro futuro sarà pieno di bot che ci giudicheranno, indirizzeranno e misureranno», scrive l’autore, sostenendo che «l’abilità di creare algoritmi che imitino, migliorino, e da ultimo rimpiazzino gli esseri umani è l’abilità di primaria importanza dei prossimi cento anni». E che, di conseguenza, gli studenti dovrebbero puntare sulla programmazione: «Questi posti di lavoro non scompariranno».
Se creare algoritmi serve a combattere la crisi, giova ricordare come questi ultimi siano anche sul banco degli imputati. Il tema è materia di dibattito, ma non manca chi fa notare che se oggi il mercato azionario statunitense è controllato per il 60% da algoritmi senza alcuna supervisione umana, e se il mercato fallisce, è impossibile considerare l’automazione del tutto innocente.
In un’epoca in cui si investono milioni e milioni di dollari e si squarcia il terreno per posare connessioni in fibra ottica che consentano un vantaggio competitivo di pochi millisecondi, il panico finanziario è questione di istanti. Come per il cosiddetto «flash crash» del 2010, quando pochi minuti sono bastati per far perdere, e poi altrettantomisteriosamente riguadagnare, circa 1.000 punti (il 9%) all’indice Dow Jones. All’epoca cinque secondi di stop alle transazioni furono sufficienti per fermare la spirale distruttiva, ma il problema è che — a distanza di due anni — non c’è ancora chiarezza su cosa sia realmente successo. È un aspetto imprevisto della dittatura dell’automatico: non necessariamente coincide con una perfetta conoscenza e prevedibilità delle sue conseguenze. Anzi, «stiamo scrivendo cose che non riusciamo più a leggere», ammoniva il consulente e imprenditore tecnologico Kevin Slavin a luglio 2011 durante una conferenza Ted in cui parlava dell’intrusione degli algoritmi nella creatività come della «fisica della cultura».

E se interagire con altri esseri umani dovesse diventare un problema da risolvere attraverso un numero finito, e prestabilito, di passi? La domanda non è peregrina, dato che la scuola, l’ospedale e perfino la politica, secondo Steiner, sono i prossimi territori di conquista dell’automazione. Non c’è il rischio di spersonalizzare i rapporti sociali? «Sarà una sfida», risponde l’autore alla «Lettura», immaginando il futuro: «Credo che finiremo per avere una società segregata non solo secondo fattori classici quali reddito e razza, ma anche secondo il crinale che separerà chi cercherà attivamente interazioni umane da chi non lo farà».
Comunque vada, il rischio è che l’offerta di prodotti culturali, alla mercé del giudizio di un codice, sia sempre più omogeneizzata. Steiner concorda. Perché, da un lato, è vero che «le nostre classifiche di musica pop traboccano già di musica assolutamente generica, a volte straziante». Ma, dall’altro, «dobbiamo chiederci: un algoritmo troverebbe i Nirvana?». Difficile, dato che parte della grandezza della band di Kurt Cobain è stata proprio portare alle masse ciò che prima si riteneva di nicchia. Più in generale, pensando alla quantità di funzioni svolte dagli algoritmi — dai motori di ricerca alla crittografia, dal riconoscimento facciale all’e-commerce — parrebbe corretto concludere, con l’imprenditore John Bates, che siano «i nuovi schiavi». Ma, all’alba di un’epoca in cui imparano ad autoregolarsi, il rovesciamento di prospettiva diventa un’ipotesi da prendere in seria considerazione. Senza necessariamente sposare l’assunto computazionalista — la mente è un calcolatore, quindi dal calcolo può nascere una mente — che aleggia in tutto il testo di Steiner. E che forse ne motiva l’unico difetto: la mancanza di approfondimenti critici.