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mercoledì 1 aprile 2015

Biografia della statua «maledetta»


Il progetto di un monumento a Giordano Bruno
 divise per anni l’Italia tra clericali e laici

Corrado Stajano

"Corriere della Sera", 21 marzo 2015

Dopo quattro secoli (e 15 anni) si parla ancora, come se fosse accaduto appena ieri, dell’«abbruciamento dell’eretico impenitente» e della statua che con fatica e coraggio fu posta e dedicata a Giordano Bruno nel luogo del rogo al quale fu condannato dai cardinali dell’Inquisizione. A quell’evento di follia che seguita a suscitare angoscia e incredulità e al monumento in onore del frate, Massimo Bucciantini, professore di Storia della scienza all’Università di Siena, ha dedicato un rigoroso saggio: Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi). (Quel «maledetto» fu l’aggettivo usato dai clericali; il bronzo ha voluto rappresentare piuttosto la volontà dei posteri di rendere onore alla libertà di pensiero: che almeno la memoria sia segno di giustizia).
Purtroppo la storia non insegna mai nulla, il tragico Novecento ne è un atroce esempio di massa, con milioni di morti bruciati nei lager nazisti, colpevoli soltanto di essere ebrei o di avere un differente credo politico.
Ma il rogo fiammeggiante di Campo dei Fiori, il mostruoso sonno della ragione di quei carnefici assolutisti della fede resta un indimenticato modello per gli spiriti creativi: anche un giovane musicista pisano che vive a Parigi, stimato in tutta Europa, Francesco Filidei, sta lavorando proprio ora a un’Opera sul frate nero che sarà rappresentata al Piccolo Teatro di Milano.
Le ultime parole del frate domenicano ai suoi persecutori — «Forse voi giudici pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanto io ne abbia nell’ascoltarla» — sembra che seguitino a risuonare in quella piazza allegra, tra le bancarelle del mercato, con il pesce madreperlaceo che sembra appena uscito dalle reti, la frutta colorata che sembra invece appena uscita da un dipinto cinquecentesco, in un gran vociare. Mentre il droghiere, il fornaio, il salumiere sull’angolo di via de’ Balestrari, dove fu effettivamente bruciato Giordano Bruno, invitano i turisti nelle loro botteghe: il frate nero dal suo piedistallo di marmo osserva severo. Una spina nel cuore e nelle coscienze, la vita e la morte.
Durò 13 anni — dal 1876 al 1889 — la furibonda lotta tra i fautori e gli oppositori del monumento. Massimo Bucciantini, con cura meticolosa, tra storia e narrazione, ha ricostruito, attraverso la biografia della statua, un agitato pezzetto della vita politica postrisorgimentale. Senza tralasciare nel racconto l’apologetica cattolica che difese l’indifendibile con il negazionismo e la retorica anticlericale che rammenta spesso le reboanti orazioni di certi avvocati di provincia e degli urlanti politici ottocenteschi.
L’idea del monumento a Giordano Bruno non nacque dall’alto, non fu l’espressione di un sottile disegno politico antivaticanesco. A provocar la polemica e la faticata posa del monumento fu il discorrere di un gruppo di studenti universitari che si incontravano all’Osteria del Melone, vicino alla Sapienza, e facevano notte bighellonando nelle vie della città. Adriano Colucci, di Jesi, e Alfredo Comandini, di Faenza, entrambi studenti di giurisprudenza, furono a capo del movimento nascente. Poi presero ognuno, col passare degli anni, la sua strada, professore, deputato al Parlamento, scrittore, poeta, Colucci; deputato anch’egli, direttore di diversi giornali, anche del «Corriere della Sera», dal settembre 1891 al novembre 1892, Comandini. Furono i due giovani a guidare il primo comitato, a raccogliere fondi, a propagandare il progetto che tanto inquietava al di là del Tevere. Ma in effetti la vera mente fu un ebreo francese, Armando Levy, profugo della Comune di Parigi, filosofo, patriota, filantropo, «rivoluzionario romantico», più tardi massone, a innamorarsi del monumento e a farne una ragione di vita.
Il movimento della statua a Giordano Bruno si diffuse con rapidità in Italia e al di là delle Alpi. Non fu la massoneria, come si disse, la sua nutrice, anche se poi molti massoni furono ardenti sostenitori dell’idea. Ma con loro mazziniani, ex garibaldini, repubblicani, radicali, anarchici, liberali che si ribellavano al Sillabo papale, anticlericali senza etichette e, nell’altra fazione, i seguaci del Papa Re, i gesuiti di «Civiltà Cattolica», le figlie di Maria, la destra politica timorosa di un nuovo corso moderato, infuriata con la sinistra, i cattolici più intolleranti al riparo da ogni tentazione di autocritica, del tutto privi dell’arma del dubbio, senza un pizzico di vergogna o, almeno, di rammarico, indignati soltanto dall’oltraggio che quel monumento recava al Papa e al Vaticano.
L’idea dei due giovani studenti — fu poi un loro coetaneo bolognese, Giuseppe Vernazzi, a prendere la guida del movimento — ebbe consensi autorevoli e di gran nome, Victor Hugo, Ernest Renan, Rudolf von Jhering, Antonio Labriola, Andrea Costa, Cesare Lombroso, Giustino Fortunato, ma anche Garibaldi e gli eredi del «Risorgimento tradito».
Il saggio di Bucciantini è anche un trattato di scienza della politica italiana dopo la breccia di Porta Pia. Appaiono ben documentate le meschinità della classe dirigente dell’epoca, non troppo diversa da quella di oggi, le compromissioni, le prudenze, i timori di turbare la curia vaticana e anche il coraggio ribelle, la testardaggine di portare a compimento la statua scolpita da Ettore Ferrari. Due mondi, due Italie inconciliabili.
Il conflitto coinvolse segretari di Stato vaticani, presidenti del Consiglio, sindaci della capitale, Gran maestri della massoneria, cardinali, predicatori, studiosi di Giordano Bruno filosofo, allora quasi del tutto sconosciuto, e cittadini senza nome che parteciparono con fervore a manifestazioni, raccolte di denaro, pubblicazioni di libri e di pamphlet, polemiche pubbliche, cortei che i giornali dell’epoca documentarono.
La svolta liberatoria arrivò con Francesco Crispi presidente del Consiglio che rimosse ogni ostacolo. Vinse con lui la laicità «provvisoria» dello Stato. Fu un gran giorno di festa il 9 giugno 1889. Ne scrisse Émile Zola nel suo Diario .

lunedì 9 giugno 2014

La cultura rende l’uomo libero


Enrico Berlinguer

"l’Unità", 8 giugno 2014

Le forze conservatrici hanno visto e vedono nella cultura soltanto uno strumento: nel migliore dei casi, per l’acquisizione del dominio sopra la natura e, nel peggiore, per il mantenimento del privilegio e del dominio dell’uomo sull’uomo. Per le forze progressiste e rivoluzionarie, per noi comunisti, la cultura è un’altra cosa. È risorsa indispensabile per lo sviluppo ed è anche e soprattutto una finalità del vivere sociale degli uomini. 
La cultura è per noi leva determinante ed essenziale non per il dominio, ma per la liberazione di ogni singolo individuo e della società nel suo complesso. Quanto più avanza la conoscenza scientifica e quanto più sofisticate si fanno le tecniche tanto più assurdo appare il ruolo marginale assegnato alle forze della cultura e del sapere. 
È ormai ovunque necessaria una capacità di previsione e di programmazione e tale capacità vuol dire rapporto continuo tra politica e conoscenza, tra istituzioni democratiche e mondo della cultura e del sapere. Senza una tale razionale capacità di previsione e di programmazione le stesse conquiste della scienza e della tecnica possono rivolgersi contro l’uomo, anziché a suo vantaggio. 
Il pensiero ancora oggi dominante è che la natura sia da considerare come una sorta di mezzo di produzione, da sfruttare in modo indiscriminato e quando, soprattutto fra le giovani generazioni, si diffonde un sentimento di ripulsa verso questa concezione si obietta da parte di molti che non si vuole tener conto della preminenza delle necessità economiche; ma è proprio qui l’arretratezza culturale. 
Oggi, al contrario, è perfettamente concepibile uno sviluppo che non avvenga facendo irrimediabile violenza alla natura. Oggi le tecnologie offrono straordinarie possibilità tra loro alternative. E se non si sarà capaci di scegliere tra le diverse tecnologie quelle che consentono di rispettare la natura come un valore da salvaguardare con ogni sforzo, saranno alla fine negativi anche i conti economici. 
L’ambiente è anch’esso una risorsa e la sua dissipazione è un danno anche economico. Deve essere messa sotto accusa la politica generale, ma anche l’ignoranza e l’incultura che l’hanno generata. Niente può giustificare l’incuria o peggio l’abbandono alla speculazione, al saccheggio, ai furti sistematici del più straordinario patrimonio culturale che esista nel mondo ereditato dalle grandi civiltà che, fatto pressoché unico, si sono succedute in Italia. 
In Italia in Italia, viviamo immersi in una ricchezza di testimonianze di epoche diverse, di civiltà che si sono succedute senza uguali, rispetto a tutti gli altri paesi dell’Europa. Questa ricchezza di beni esige tutela e valorizzazione già per il fatto che essa appartiene propriamente non solo a noi italiani, ma a tutta l’umanità. L’Italia ha verso gli uomini tutti, anche verso quelli che verranno dopo di noi, la responsabilità di salvare e conservare documenti che sono indispensabili a fare non appiattite ma alte, fornite di memoria storica, dotate di molti modelli ideali, le civiltà degli uomini di oggi e di domani. 
Certamente le regioni e gli enti locali più sensibili possono curare e curano questa ricchezza di valori e di testimonianze, come il comune di questo capoluogo. Ma per quanto siano efficaci gli sforzi e le iniziative loro, essi non possono bastare se manca il complessivo impegno dello Stato. Assurda appare la destinazione nel bilancio statale di somme tanto esigue ai beni culturali, zero venticinque per cento del totale: la cifra si commenta da sola. 
In primo luogo i beni culturali costituiscono una risorsa per tutto il nostro popolo, che può svilupparsi a contatto con gli universi del passato e della bellezza, così naturalmente aprendosi al senso della complessiva vicenda umana, al senso critico verso il presente. La cultura di un popolo che utilizza largamente la pagina scritta, il documento, è cultura che si predispone a essere riflessione, consapevolezza scientifica, spirito critico contro le sottoculture che minacciano di diffondersi all’insegna dell’evasione, dell’irrazionale con quanto ne può derivare di smarrimento dell’identità nazionale, sociale, umana. 
La nostra critica al bilancio dello Stato è fondata anche su un’altra ragione incontestabile da ogni parte. La nostra ricchezza di beni culturali rappresenta infatti la possibilità di acquisire altra ricchezza. Possiamo essere ben più che un polo del turismo internazionale e di un turismo meno frettoloso e culturalmente più qualificato. Possiamo nei diversi settori dei beni culturali porci all’avanguardia; possiamo essere una capitale internazionale della ricerca nell’architettura, nell’archeologia, nella storiografia, nella storia dell’arte, nella biblioteconomia. Il fatto è che tutta la questione della cultura, dai beni culturali alla scuola, alla ricerca scientifica, indica l’esigenza di una nuova concezione della spesa statale e della sua distribuzione; un’altra concezione, non solo della quantità, ma della qualità dell’intervento pubblico. 
Il bisogno di progettualità e di programma asserito fin dall’inizio dal pensiero socialista, si fa oggi stringente e diventa un bisogno assoluto e un programma per l’Italia deve intendere la centralità della questione culturale come grande questione nazionale. 
Non si rimane nell’area dello sviluppo senza un balzo in avanti nella ricerca scientifica, senza una più alta tecnologia, senza una più elevata e diffusa cultura. Noi abbiamo proposto misure specifiche in ogni settore della vita e dell’organizzazione della cultura e ci batteremo per esse, ma l’insieme di questo tema ci rimanda inevitabilmente ai problemi dell’orientamento generale della politica del paese.

Mantova, luglio 1983

lunedì 18 febbraio 2013

17 febbraio 1600


17 febbraio: ricorre l’anniversario del martirio di Giordano Bruno nel 1600.
Così l’eretico Giordano Bruno anticipava Einstein


Piergiorgio Odifreddi

"La Repubblica",  17 febbraio 2013

Nel 1889 fu eretta a Campo de’ Fiori una statua, con la scritta: “A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse”. Nonostante le minacce di Leone XIII di andare in esilio se fosse stata eretta, e le richieste di Pio XI che fosse abbattuta alla firma del Concordato, Mussolini dichiarò nel 1929 alla Camera: «la statua, malinconica come il destino di questo frate, resta dove è». Per ritorsione, il papa santificò l’anno dopo il cardinal Bellarmino, grande inquisitore di Bruno. E neppure il perdono generalizzato richiesto durante il giubileo del 2000 ha riabilitato il nome dell’eretico. Ma quali erano le eresie di Bruno, che turba(va)no così tanto la Chiesa? Lungi dall’essere solo beghe di preti, alcune vertevano su delicate questioni scientifiche e matematiche. Nella Cena de le Ceneri un Bruno antitolemaico parla di uno spazio infinito, con infiniti mondi in evoluzione per un tempo infinito: una visione già anticipata da Lucrezio, e oggi divenuta parte del nostro immaginario cosmologico. Così come il cosiddetto “principio cosmologico” di Einstein, anticipato da Bruno in De la causa, principio et uno, secondo il quale l’universo appare nello stesso modo, da qualunque punto e in qualunque direzione lo si osservi. In De l’universo, universo et mondi Bruno propone addirittura una distinzione fra due tipi di infinito: il “tutto infinito” dell’universo, e il “totalmente infinito” di Dio. Egli aveva dunque percepito un barlume della cornucopia di infiniti che Georg Cantor avrebbe scoperto alla fine dell’Ottocento: per sua e nostra fortuna, quando ormai i roghi si erano spenti.


Giordano Bruno 1548-1600
Profeta on the road in cerca della libertà

Quella del nolano è una delle vite più avvincenti della storia della filosofia A 28 anni iniziò una fuga senza fine in cerca di un luogo in cui esercitare la propria libertà di pensiero

Massimo Bucciantini 

"Il Sole 24 Ore - Domenica",  17 febbraio 2013

Se c'è un filosofo che ha passato gran parte della sua esistenza on the road, questo è sicuramente Giordano Bruno. Perciò i libri che ne raccontano la vita sono sempre così avvincenti. Non c'è bisogno di inventarsi niente per renderla più attraente: la storia è lì, sotto gli occhi di tutti, e sembra fatta apposta per appassionare ogni tipo di lettore, fino a diventare oggetto di culto. Volete mettere il piacere di narrare le gesta del Nolano rispetto alle vite "normali" di un Kant o di un Newton? Oppure di un Darwin, con l'eccezione degli anni straordinari trascorsi a bordo del «Beagle»? Se il piacere di raccontare Kant, Newton, Darwin è tutto mentale, e l'emozione (grande, non c'è dubbio) sta nel ricostruire le grandi rivoluzioni del pensiero di cui furono protagonisti, per Bruno, la sua «nova filosofia» è inseparabile da una vita di migrante tutta avventura, lotte, conflitti: un bel drammone hollywoodiano come quelli che tanto piacciono oggi, e per di più con un finale di partita cupo e tragico. Non per nulla una vita così irregolare e "furiosa" è stata più volte romanzata e rappresentata a teatro. Soprattutto nell'Ottocento: in Germania, come in Inghilterra e, ovviamente, in Italia. Bruno eroe e profeta, immagine perfetta del filosofo ribelle che finisce per trovare posto nel Pantheon della nuova Italia accanto non solo a Dante e Machiavelli, ma anche a Garibaldi e Mazzini. La scoperta dei momenti salienti della sua vita, che avviene soprattutto a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta dell'Ottocento, provoca un crescendo di entusiasmi e di odi viscerali, e trova il suo culmine a Campo dei Fiori, quella mattina del 9 giugno 1889, quando intorno a mezzogiorno, dopo ben tredici anni di estenuanti battaglie, viene inaugurato di fronte a una folla di popolo venuta da ogni parte d'Italia il monumento dello scultore, repubblicano e massone, Ettore Ferrari.
Per avvicinarsi a Bruno, a quello vero, alla sua vita vagabonda e vertiginosa, e provare così a viaggiare con lui, occorre munirsi di una carta geografica dell'Europa. Ed è ciò che bisogna fare anche in questo caso, in occasione dell'ultima biografia a tutto tondo appena uscita in Italia e a lui dedicata.
Dal 1576, dall'età di ventotto anni, iniziava per Bruno una fuga senza fine alla ricerca di un luogo in cui poter vivere e filosofare liberamente. Deposto l'abito domenicano, eccolo prima a Genova e a Torino, poi a Venezia e Padova, infine – passando per Brescia, Bergamo, Milano e Savona – decideva di lasciare l'Italia per dirigersi a Lione e a Ginevra. Qui si fermò circa due mesi aderendo al Calvinismo, ma poco dopo, nell'agosto del 1579, veniva processato per diffamazione e scomunicato. Poi era la volta di Tolosa, dove per venti mesi insegnò filosofia e astronomia, e di Parigi, dove nel 1582 pubblicava le sue prime opere, il De umbris idearum, il Cantus Circaeus, il Candelaio. Poi di nuovo un'altra fuga, questa volta in Inghilterra (forse per la decisione del clero di applicare sul territorio francese le disposizioni stabilite dal Concilio di Trento contro la lotta all'eresia). L'obiettivo è sempre lo stesso: trovare una sistemazione universitaria che gli consenta di proseguire in piena libertà il proprio lavoro. Che però, anche questa volta, non riuscì a ottenere, come subito lascia immaginare un dispaccio di Henry Cobham, ambasciatore a Parigi, inviato a Francis Walsingham, primo segretario della regina Elisabetta: «Intende venire in Inghilterra il dottor Giordano Bruno, Nolano, professore di filosofia, la cui religione io non posso approvare». Del resto, si chiede Bertrand Levergeois, «perché mai un anglicano avrebbe dovuto provare una qualche benevolenza nei confronti di un domenicano apostata, accompagnato da una scomunica calvinista, il cui pensiero, che si tratti della teorie delle ombre, di mnemotecnica o della sua commedia, aveva preso le distanze dalla teologia?».
Chi leggerà questo libro apprezzerà quanto fecondo sia stato questo periodo della sua vita (con la pubblicazione di alcune delle sue opere più celebri: dalla Cena de le Ceneri al De la causa, dal De l'infinito, universo e mondi allo Spaccio della bestia trionfante), ma anche quanto aspra e violenta fu la reazione che l'accademia oxoniense riversò su questo filosofo di nessuna accademia. «In Oxonia», ricorderà Bruno nella Cena, domina una «costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e presunzione mista con una rustica inciviltà». E così dopo aver lasciato l'Inghilterra ritornava di nuovo in Francia, per passare in Germania e Boemia. Poi ancora in Germania, a Tubinga, a Helmstedt e a Francoforte, dove restò circa sei mesi, fino ai primi mesi del 1591, curando la stampa di tre poemi, il De minimo, il De monade e il De immenso: libri quasi "sacerdotali", e pieni di geometria "metafisica" e "qualitativa", che nulla hanno in comune con la matematizzazione della natura a cui si richiameranno di lì a poco un Galileo o un Kepler. Infine, arriva la decisione sciagurata di rimettere piede in Italia.
Gli ultimi capitoli sono ovviamente dedicati alle vicende processuali, venete e romane. Sono tra i più efficaci, dove il racconto si fa ancora più veloce e stringente, grazie anche all'impiego costante della documentazione sul processo raccolta da Luigi Firpo. E non c'è una pagina che non mostri attenzione e passione verso la vita e le opere del Nolano: un lavoro intellettualmente onesto, che si rivela un ottimo punto di partenza per chi vuole entrare nell'intricato e multiforme universo bruniano. C'è però una cosa che poteva essere considerata: e cioè che questa edizione italiana esce diciotto anni dopo l'edizione originale francese. Perché non si è sentita l'esigenza da parte dei direttori della collana (intitolata, tra l'altro, proprio «Campo dei Fiori») di procedere a un suo aggiornamento o comunque a una sua integrazione con un'ampia e nuova introduzione?



Per approfondire: Sabrina Corarze, Giordano Bruno, il rogo delle libertà, 30 Marzo 2012, Goleminformazione

sabato 26 gennaio 2013

Gli agnostici dell'utopia digitale


Alessandro Delfanti
 
"Il Manifesto", 26 gennaio 2013 

L'antropologa Gabriella Coleman riapre, con il suo recente volume, il dossier sull'etica hacker. Ne sottolinea la critica al capitalismo contemporaneo, ma ne respinge la visione romantica di una rivolta contro il sistema che pone le basi di una società di liberi e eguali
Gli hacker stanno ridisegnando il volto delle società liberali contemporanee. Non solo perché sono protagonisti dell'evoluzione delle tecnologie digitali e della Rete, che hanno un ruolo cruciale nell'economia e nelle vite di miliardi di uomini e donne. Ma anche perché le azioni degli hacker sono in grado di portare una critica fondamentale all'interno della struttura politica delle nostre società basate sulla conoscenza e sull'informazione: una critica che seppur basata su di un pilastro del pensiero liberale, come la libertà di parola, è diretta ad altri fondamenti di questo stesso pensiero, come il diritto di proprietà intellettuale. 
Lo scontro tra questi due diritti è visibile in decine di avvenimenti della storia più recente, ed è uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni insite in un modello di società in cui il diritto relativo alla proprietà privata si è espanso a tal punto da condizionare le nostre possibilità di leggere, scambiarci una canzone o produrre e condividere cultura. È quello che sostiene Gabriella Coleman, antropologa e docente di studi sulla scienza e la tecnologia all'università McGill di Montreal, nel suo Coding freedom. The ethics and aesthetics of hacking, pubblicato da Princeton University Press e ancora in cerca di un editore in Italia (pp. 269). Coleman si basa proprio sui teorici del liberalismo, come John Stuart Mill o Jürgen Habermas, o su autori contemporanei come Yochai Benkler e il suo lavoro sulla produzione sociale online.

Artigiani o alternativi
Il lavoro di Coleman si basa su un decennio di etnografia a contatto diretto con i programmatori di diversi progetti di software libero, cioè software che viene scritto pubblicando anche tutti i dati del suo «codice sorgente» e permettendo quindi a chiunque di studiarlo, rielaborarlo, migliorarlo, e poi redistribuirlo. L'esempio più conosciuto è quello di Linux, un progetto che è stato in grado di riunire migliaia di programmatori sparsi per il mondo, pronti a cooperare online per scrivere un sistema operativo che oggi è alla base di molti servizi che usiamo quotidianamente, dai server del web che in stragrande maggioranza usano il software Apache basato su Linux, a quelli di Google, sino ad Android sui nostri cellulari. 
L'avvento del software libero ha dimostrato che una forma di produzione alternativa a quelle verticiste basate sul comando e l'organizzazione burocratica aziendale è possibile, e proprio su un prodotto così complesso come il software. Tuttavia il software libero e l'attività degli hacker sono stati spesso interpretati secondo due assi principali, come ricorda Coleman. Da un lato chi vede in queste nuove forme di cooperazione l'emergere di un artigianato digitale reso possibile dai computer e dalle reti e che riporta al centro della scena l'individuo e le sua capacità. Dall'altro chi vede nella collaborazione online dei programmatori di software libero un'alternativa radicale al capitalismo informazionale, la prefigurazione di un nuovo tipo di democrazia dal basso nel quale i mezzi di produzione e di informazione sono nelle mani dei produttori organizzati in nuove forme di cooperazione e mutualismo. 
Coleman critica queste due visioni in qualche modo semplicistiche per ricordare che come già notato da molti teorici della società dell'informazione, tra tutti Manuel Castells, il software libero è politicamente «agnostico», cioè rifiuta una chiara definizione politica, aprendosi all'utilizzo per scopi diversi e persino opposti. Nel libro Coleman porta esempi eterogenei di adozione del software libero e di quanto diversificate possano essere le basi culturali ed ideologiche su cui fondare il suo uso. Il gigante dell'informatica Ibm mise in campo una strategia di passaggio al free software per scopi ovviamente di profitto, con una campagna che insisteva sulle caratteristiche di flessibilità, scelta per i consumatori e libertà dalle burocrazie statali, seguendo la tradizione aperta da Apple nel 1984 con il famoso spot in cui i sui computer permettevano di sfuggire al controllo del Grande Fratello orwelliano. 


I computer come strumenti di liberazione dalle pastoie burocratiche, per ampliare l'accesso alle opportunità aperte dalle reti e realizzare un mercato più libero. Non certo equo nei risultati dei processi di mercato, ma piuttosto nelle opportunità di ingresso - in fondo è la retorica di rimozione degli ostacoli alla libera competizione che è dominante negli Stati Uniti. Per le piattaforme di informazione dal basso di Indymedia, nate con le mobilitazioni di Seattle contro l'Organizzazione mondiale del commercio nel 1999, scegliere il software libero era al contrario una decisione in contrasto con la privatizzazione dell'informazione e tesa a fornire a chiunque uno strumento contro le corporation e i loro interessi. Nel libro sono analizzati anche gli scontri con il «Digital millenium copyright act», la repressione contro gli hacker negli anni Duemila, la nascita della licenza Gpl a opera di Richard Stallman e altri tra i principali avvenimenti che hanno fatto la storia delle ultime generazioni di hacker. Il mondo hacker è complesso e molto eterogeneo, e al suo interno vi sono molte sottoculture differenti, dagli hacker più politicizzati italiani e spagnoli a quelli più individualisti e orientati al mercato che sono maggioranza in altri paesi. 
Tuttavia Coleman sottolinea i tratti comuni. La meritocrazia compensata dall'adesione all'imperativo etico del rimettere sempre in circolazione il valore prodotto (il codice). La capacità di mettere le proprie competenze tecniche, sociali e giuridiche al servizio di un ideale di liberalismo individuale che tuttavia entra in rotta di collisione con i dogmi del neoliberismo che estende i confini della proprietà privata. L'attività degli hacker contribuisce in modi inaspettati a ridefinire il significato di termini come «individuo», «libertà», «trasparenza» o «proprietà». Per esempio contribuendo a smitizzare l'idea che la proprietà intellettuale, copyright e brevetti, rappresenti un incentivo in qualche modo «naturale» all'innovazione: il software libero e il copyleft dimostrano il contrario, cioè che altri incentivi possono funzionare come e meglio del copyright pur basandosi su ideali liberali come la libertà di espressione. La volontà di creare, comunicare e condividere può prevalere su quella di privatizzare i frutti del proprio lavoro.
Gli hacker sono capaci di innovare le forme politiche in azione all'interno dei mondi digitali. Ma scrivendo codice in contesti culturali e politici densi di attenzione alla questione della libertà di espressione, gli hacker hanno soprattutto costruito tecnologie che incarnano una politica precisa, che si tratti dei software che sviluppano, delle licenze per gestire i diritti di proprietà intellettuale che scrivono, come la licenza Gpl, o delle strutture decisionali che progettano e implementano per gestire sforzi collettivi complessi come il progetto Debian. Hanno, come dice il titolo del libro, programmato libertà.

Attività aperte

Facendolo hanno dato vita a conflitti che sono decisivi per le sorti della società dell'informazione. Facciamo l'esempio di due casi non contenuti nel libro ma che aiutano a capire la posta in gioco negli scontri sulle libertà digitali. Uno dei casi più drammatici di questo tipo di conflitti è quello di Aaron Swartz, il programmatore e attivista per la cultura libera che si è tolto la vita pochi giorni fa negli Stati uniti e per il quale era stata chiesta una condanna a trentacinque anni di carcere e un milione di dollari di multa per aver scaricato dall'archivio digitale Jstor un database di milioni di articoli scientifici. 
Il caso di Swartz è paradigmatico dei conflitti esplosi con l'avvento delle tecnologie digitali, in cui le capacità di singoli programmatori o di gruppi di hacker di forzare l'accesso a un sistema svelano i meccanismi di potere al lavoro nelle nostre società. Il diritto individuale all'accesso, alla trasparenza, al diritto di espressione, come mezzo per svelare contraddizioni. Un altro caso è quello di Salvatore Iaconesi, l'artista e hacker di Art is open source che pochi mesi fa ha scoperto che i dati contenuti nella sua cartella clinica, cioè la immagini della risonanza magnetica e gli altri esami che avevano svelato il suo tumore al cervello, erano in un formato non leggibile dai personal computer. Per questo li ha crackati (aperti, in gergo informatico) e pubblicati online per condividerli con tutti gli utenti della rete. La sua richiesta di una «cura open source» ha attirato più di duecentomila risposte nel giro di due mesi, sotto forma di consigli medici ma anche opere d'arte. Il suo caso ha forzato il nostro paese a interrogarsi sull'importanza di rendere accessibili, standardizzate e riproducibili le informazioni mediche che il sistema sanitario fornisce ai suoi utenti. Tra le libertà di cui un individuo dovrebbe poter disporre rispetto al suo rapporto con la medicina vi è anche quella dell'accesso senza alcuna restrizione alle informazioni che lo riguardano.

L'etnografa di Anonymous 

Il lavoro di Gabriella Coleman è un punto di riferimento per chi è interessato a capire la politica degli hacker. Negli ultimi anni, mentre era in pubblicazione il suo libro sul software libero, Coleman si è occupata della rete hacker Anonymous, della quale è diventata una dei maggiori esperti a livello mondiale e in qualche modo una delle poche referenti pubbliche. Il suo incontro con Anonymous la ha portata anche a scrivere pagine interessanti sulla trasformazione dell'etnografia e del mestiere dell'antropologo ai tempi della comunicazione digitale, e quindi a innovare gli strumenti a disposizione delle scienze sociali per comprendere le culture che nascono e agiscono all'interno delle reti digitali. «Coding freedom» è stato pubblicato sotto licenza Creative Commons e quindi può essere copiato e distribuito senza fini di lucro. La versione pdf è scaricabile liberamente dal sito:

sabato 19 gennaio 2013

I ribelli della rete


CONDIVISIONE E LIBERTÀ ECCO LA LORO FILOSOFIA

RICCARDO LUNA

"La Repubblica", 18 GENNAIO 2013 

Un giorno lo capiremo e quel giorno ci decideremo finalmente a chiedere scusa a quelli come Aaron Swartz: gli hacker. E se il solo leggere una cosa così ci appare assurdo, questo dimostra l’enormità dell’equivoco collettivo che è stato generato negli ultimi trent’anni. Abbiamo fatto passare gli hacker per delinquenti. Criminali. Soggetti pericolosi per gli individui e persino per la pace mondiale. 
E’ vero, qualche hacker ha effettivamente commesso delitti, fatto danni, creato disagi, talvolta grandi disagi. Ma è come se avessimo preso una piazza piena di pacifici manifestanti e gli avessimo dato dei “terroristi” perché fra loro ce n’era uno. Gli hacker sono un’altra cosa: gli hacker vogliono cambiare il mondo per renderlo un posto migliore e sono convinti che un computer connesso a Internet sia la strada ideale per farlo.
Era un hacker il giovane Bill Gates quando nel 1975 scrisse BASIC, il primo programma che avrebbe dovuto rendere i personal computer usabili da tutti. Era un hacker (e lo è ancora) Steven “Woz” Wozniak, che fece praticamente a mano l’Apple II su cui il suo amico e socio Steve Jobs nel 1977 ha costruito un’azienda diventata impero. Si sente un hacker e ne va fiero persino Mark Zuckerberg al punto che quando a Facebook festeggiano qualcosa invece di sbronzarsi fanno una cosa che ci chiama “hackaton”, una maratona di hacking in cui per ore e ore si sta lì a scrivere righe di codice sperando che il prodotto finale in qualche modo ci cambi la vita. Ed erano hacker i primi anonimi volontari che sono intervenuti dopo che gli uragani Katrina e Sandy avevano colpito New Orleans e New York.
Insomma, non si può capire la rivoluzione dei computer in cui siamo immersi se non si capisce chi sono davvero gli hacker. Non si può capire, semplicemente perché non ci sarebbe stata. Ventinove anni fa un grande giornalista americano, Steven Levy, pubblicò un librone che ne raccontava le gesta, che risalgono addirittura agli anni ‘50 e proprio al Massachusetts Institute of Technology di Boston finito nella bufera per il suicidio di Swartz. Qui dei giovani ricercatori capirono per primi che un computer poteva servire a scrivere anche testi e fecero quello farebbe ogni hacker: scrissero loro stessi, non per soldi ma per il puro piacere di farlo, un programma che consentiva di farlo. Si chiamava Expensive Typwriter, macchina da scrivere costosa” (in effetti allora quella macchina costava 120 mila dollari).
Ma quello che davvero hanno in comune gli hacker, il dono più importante che ci hanno fatto e che ci fanno mentre involontariamente li denigriamo, non è un modello di computer o un software per lavorare meglio, ma una filosofia. L’etica hacker, ha scritto la giovane antropologa neozelandese Gabriella Coleman nel suo attualissimo report dal mondo hacker “Coding Freedom”, ci parla di valori come condivisione, apertura, delocalizzazione e di un approccio per cui abbiamo il dovere di mettere le mani sui computer per migliorarli e migliorare così il mondo intero. E per far ciò una cosa deve avvenire preliminarmente: l’informazione deve essere libera. Per questi valori è morto Aaron Swartz.


VITTORIO ZUCCONI

Gli hacktivisti

MA GLI HACKER LAVORANO PER NOI O CONTRO DI NOI? È la quotidiana lotta tra privacy e trasparenza. Il confine tra creatività e illegalità rimane sottile. Resta una domanda di fondo: vuole abbattere ogni forma di protezione. Attivisti e cyber geni, militanti e guru. 

WASHINGTON. La battaglia del web, fra gli hacker e il sistema, è vecchia in America di almeno due secoli. Ci riporta al 1804, quando due uomini chiamati Lewis e Clark partirono su ordine del presidente Jefferson per esplorare e mappare l’oceano di terra americano. Percorsero duemila chilometri e la loro più grande sorpresa fu vedere che in quell’immenso territorio, dai Grandi Laghi fino al Pacifico, non c’erano un solo steccato, un muretto, un cancello, una barriera, qualcosa che definisse e quindi escludesse, il territorio.
Né Jefferson né i due viaggiatori avrebbero potuto immaginare che la loro avventura nel continente davvero nuovo avrebbe prefigurato quello che oggi sta accadendo nella Terra Nova della Rete. Dove tutto sembrava appartenere a tutti, gli stessi esploratori si trasformavano in colonizzatori e in proprietari.
Chi aveva sognato l’accessibilità all’intero territorio, chi credeva di potervi galoppare senza barriere, soffriva la parcellizzazione della terra come una negazione della libertà americana.
E qui, nel classico duello fra il rancher, il contadino/allevatore che cinta il proprio campo, e gli indiani prima e i cowboy più tardi che rivendicavano il diritto di transitare a piacere, che si riproduce la quotidiana, silenziosa, furibonda lotta fra un World Wide Web sempre meno vergine e coloro che vogliono hack, abbattere con l’accetta, spalancarla. Come individui, nella solitudine della propria missione od ormai sempre più organizzati in gruppi di hacktivist, di attivisti.
Nel discorso collettivo e nel lessico semplicistico dei media dove ancora sopravvivono formule ridicole come «il popolo della Rete» descritto come una entità a parte quando tutti siamo ormai popolo della Rete con una semplice mail o una fattura online, espressioni come hacker, cracker, hacktivist tendono ad acquisire una connotazione negativa. Chi apre con il grimaldello virtuale di codici, virus, “vermi”, phishing la serratura di banche dati, di siti protetti, di librerie riservate ad abbonati, di casseforti di banche, «è semplicemente un ladro, proprio come colui che usa una chiave universale o un piede di porco». Così aveva detto il procuratore del Massachusetts, Carmen Ortiz chiedendo l’incriminazione di Aaaron Swartz, il ragazzo prodigio che era riuscito a scardinare la cassaforte di Jstor, il fondo delle pubblicazioni accademiche, delle tesi, dei journal, per metterle a disposizione di tutti. E che ha chiuso la propria vita ucciso dal male di cui soffriva, la depressione acuta e acuita dalla angoscia di una battaglia che forse intuiva perdente.
La sua fine, che ha addolorato e toccato come una perdita personale tutti coloro che ne avevano amato non soltanto la genialità informatica, ma anche l’eleganza dei codici che componeva, la sua totale assenza d’interessi finanziari personali a differenza di altri cyber geni o presunti tali passati alla cassa come Jobs, Gates, Zuckerberg, o creatori di Twitter destinato presto all’esordio in Borsa, ha dunque inevitabilmente riscoperchiato il calderone del witches’ brew.
Il brodo di streghe della battaglia per la libertà assoluta contro la progressiva privatizzazione della Rete. Il New York Times ha affidato a un filosofo e linguista della Northwestern University, Peter Ludlow, il compito di interpretare linguisticamente l’uso di questa parola hacker e del nuovo hacktivism, l’hackeraggio organizzato e militante di gruppi come Anonymous, concludendo, con filosofico distacco, che sono i grandi media che piantano nella coscienza del pubblico le associazioni negative con queste formule.
Ma se i grandi media, i siti commerciali, i “for profit” hanno evidente interesse a proteggere i propri nuovi territori recintati, le notizie di penetrazioni di massa avvenute in database di carte di credito, di profili e attività private attraverso i social network, di archivi federali contenenti il sacro codice fiscale, di siti militari segreti, addirittura della setta Scientology, alimentano oggettivamente gli equivoci e le paure.
Tutti noi, “popolo della Rete”, vorremmo che tutte le porte fossero aperte, che i segreti di stato fossero scoperchiati, nella certezza aprioristica che essi nascondano ogni sorta di nefandezze e che la promessa di una nuova Biblioteca di Alessandria fosse reale. Dunque pubblica e non a pagamento, come quello Jstor che ossessionava Swartz perché raccoglieva materiale universitario già pagato con le tasse ma risottoposto a tariffa.
Ma noi stessi pretendiamo che i nostri dati, abitudini, avventure in Rete, conti finanziari usati nel boom dell’e-commerce, degli acquisti online, non siano esposti sulla piazza informatica.
È la contraddizione di fondo, e per ora insoluta, fra privacy e trasparenza, fra diritti a sapere e diritto a nascondere. Per la galassia degli “hacktivist”, il libero accesso a tutto è un diritto civile fondamentale che non può essere negato o limitato Neppure il mondo degli hacker, o dei cracker, parola che richiama la figura del safecracker, colui che cracca una cassaforte, ha risolto la contraddizione di fondo fra accesso e negazione. La stessa Anonymous pretende di restare appunto anonima, dunque negando a chi l’attacca il diritto che vuole applicare agli altri. Assange e il suo WikiLeaks, che pure vengono difesi come “cappelli bianchi” (opposti ai “cappelli neri” di chi apre le casseforti per lucro o per intenzioni criminali) della trasparenza e della accountability, della responsabilità, non sono visti come hacktivist puri, essendo più distributori passivi e coraggiosi di “fughe” generate altrove, che esploratori diretti di territori proibiti. Il che non trattenne gli anonimi da un assalto di rappresaglia dopo l’arresto di Assange. Swartz era un esempio venerato e ora rimpianto di “cappello bianco”, di genio che metteva la propria prodigiosa capacità di composizione e di lavoro, non diversa dal talento naturale e poi tecnico di un grande musicista davanti alla tastiera, non per guadagni, ma per fede profonda nella libertà universale del Web. Non aveva fatto soldi, pur avendo contribuito a Reddit, uno dei massimi strumenti per la lettura e per l’offerta di materiale e a Rss, il sistema preziosissimo di diffusione automatica di contenuti e notizie.
Naturalmente, i grandi provider di reti wifi e telefoniche, come la Verizon americana, conducono una guerra quotidiana tecnologica, propagandistica e psicologica, contro i gruppi e i singoli che vogliono sfondare i cancelli, quali che siano i cappelli che indossano e le intenzioni che hanno. La Verizon, colosso della fibra ottica, del 4G, della Adsl negli Usa annuncia: «Il 2011 — ha scritto la società di telefonia — è stato l’anno nel quale i cyber attivisti, gli hacktivist hanno superato i cyber criminali nella penetrazione illegale. Dei 174 milioni di dati illegalmente scaricati, 100 milioni sono stati rubati dagli attivisti. Improvvisamente, le zone grigie fra hackeraggio bianco, a fin di bene, e hackeraggio nero, con scopi criminali, spariscono. Sottrarre dati che non ti appartengono non è mai ok».
Ma quello che cifre e le statistiche di Verizon non dicono è l’intento e la finalità di quei dati sottratti. Gli hacktivist “ideologicamente motivati” spinti cioè da un’idea di Rete e di libertà, da una lotta che spesso si intreccia con battaglie ecologiste, antinucleari, anticapitaliste, sono cosa ben diversa dai cybercriminali che scassinano le casseforti di banche per utilizzare i risultati per sfruttare le vittime. Il colpo grosso dei gruppi come Anonymous nel 2011 fu svaligiare la banca dati di un istituto di credito che aveva ingaggiato una società specializzata nella sicurezza informatica promettendo di annientare proprio Anonymous. Fu dunque una rappresaglia dimostrativa, che non produsse danni, altro che alla faccia della società antihacking.
Una soluzione definitiva, un trattato di pace che portino alla convivenza e che risolvano la dialettica universale fra diritti di proprietà e diritti di accesso, fra l’odiato copyright sulle proprietà intellettuali, la pirateria, non è in vista e forse neppure possibile. Ogni tentativo di “legislare” un conflitto fondamentale come questo, eppure liquido e spesso impossibile da definire, ha portato a deformi normative che risultano inapplicabili nella pratica o sfacciatamente liberticide, alla maniera di Cina o Iran. Ma anche l’ideologia della Prateria senza steccati, come quella attraversata da Lewis e Clark nel 1804 è, nel caso degli hacktivist utopica e in parte ingiusta. La difesa dei diritti dei creatori di contenuti non è prepotenza, ma premessa perché la creazione avvenga. Tutto costa, a dispetto del mito della Rete gratis che gratis non è affatto, e dunque tutto deve essere remunerato per sostenere i costi. Ma anche l’istinto opposto è altrettanto forte: dove si chiude una porta, qualcuno cercherà di aprirla. La domanda resta: gli hacker lavorano per noi o contro di noi?


I ribelli della rete

ANGELO AQUARO

NEW YORK. Ma il povero Aaron Swartz si poteva salvare o no? Benjamin Nugent tira un sospiro così lungo che t’immagini stia ripassando come in un film tutta la vita: l’infanzia difficile col fardello dell’autismo diagnosticato per sbaglio, l’adolescenza di smanettone tra computer e “anime” made in Japan, il riscatto nella sua prima band, il debutto da giornalista e saggista, fino a quella Storia naturale del nerd che l’ha reso un piccolo cult. A fine mese qui negli Usa esce il suo primo romanzo, Good Kids, una storia d’amore tra due ragazzi figli dei figli del baby boom, una storia che lui stesso riassume cosi: «Come fai a ribellarti quando i ribelli sono i tuoi genitori ». Ma adesso è la storia di un altro ribelle e di un altro nerd — I ragazzi con gli occhiali— a tormentarlo.
Si poteva salvare?
«Mi ha fatto subito venire alla mente David Foster Wallace. E non solo perché era stato lo stesso Aaron a riferirsi a lui nel suo blog».
Aveva anche suggerito una propria conclusione al quel capolavoro che è Infinite Jest.
«Aaron era una persona fantastica. L’unica che conosco che potesse frequentare il mondo letterario e quello tech. Due mondi che tendono incredibilmente a ignorarsi: quelli che amano crogiolarsi nei testi lunghissimi e quelli che il testo scritto ormai è morto. Aaron era un genio dei computer ma lavorava a un magazine letterario».
Perché pensa a Foster Wallace? Oltre al destino tragico che li accomuna.
«Viviamo in un’epoca che per un certo tipo di intelligenze, intelligenze più suscettibili, può condurre a reazioni bipolari, a reazioni maniaco-depressive. Per chi è sempre assetato di nuovo, l’era di Internet può trascinare alla mania: e condurre alla depressione».
Sta parlando di una correlazione tra Internet e depressione?
«Sto solo speculando sulle similarità di due personaggi eccezionali. Dico però che lo straordinario mondo di informazioni aperto da Internet ha una potenzialità liberante enorme. Ma al contrario può anche deprimere. Internet può dare un potere immenso a chi non dovrebbe averlo...».
Con quali conseguenze?
«Guardate ai percorsi intellettuali. Aaron diventa sempre più prolifico: è ossessionato dall’idea dell’utilizzo positivo di Internet e si scontra con una cultura che non è ancora pronta. È la stessa ossessione che guida Foster Wallace alla ricerca della scrittura perfetta».
Non c’è via di uscita?
«Non voglio generalizzare. Ripeto: stiamo parlando di casi eccezionali. E nel caso di Aaron stiamo parlando di un ragazzo che rischiava 35 anni di galera. Credo che alla fine abbia contato più questo che l’attaccamento ai computer, no?».
C’è chi accusa la magistratura Usa e il Mit, l’istituto utilizzato per scaricare i file illegali. Aaron rischiava la prigione per questo. La sua famiglia ha parlato di persecuzione.
«Io non voglio accusare nessuno. Però dalla forza giudiziaria messa in campo è evidente che si sia cercato di dare risonanza pubblica al caso: volevano fare di Aaron Swartz un esempio per tutti».
Il suo sacrificio servirà a ristabilre i confini di Internet? Legale e illegale...
«È una questione enorme. Certo è ridicolo che si possa rischiare di essere buttati in galera solo per aver scaricato dei file: è assurdo e sproporzionato. Però la proprietà intellettuale esiste e va rispettata. Pensate a quanti ragazzi dell’età di Aaron salgono su un pullmino e se ne vanno in giro a suonare rock’n’roll: ma non si possono mantenere perché c’è qualcuno che pensa che non pagare la musica è ok».
Lei stesso ha raccontato sul  New York Times l’infanzia difficile, la depressione.
«Abbiamo tutti provato qualche forma di depressione ».
Ma c’è qualcosa che possiamo fare? C’è una cura? Computer e Internet circondano tutti noi. Ormai siamo tutti nerd: siamo tutti smanettoni.
«Se metti il tuo libro davanti a tutto, come Foster Wallace ha fatto — se metti il tuo attivismo davanti a tutto, come Aaron Swartz ha fatto: col tempo diventa un peso sempre duro da sopportare. Sì, inseguire la tua passione di fonte a tutto e tutti comporta inevitabilmente sacrifici. Fino all’ultimo».

Aaron Swartz, Open


Tiziano Bonini


www.doppiozero.com

“E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana. Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet.”

Questo non è Borges. Non è la Biblioteca di Babele. Questo è quello che scriveva nel 2007 Aaron Swartz per presentare Open Library, il progetto a cui stava lavorando all'epoca: una biblioteca digitale ad accesso libero, gestita da una fondazione non-profit, che oggi conta su un catalogo di più di un milione di libri, classici e moderni, disponibili in download in vari formati digitali. “Open library è tua. Navigala, correggila, alimentala”, recita il sottotitolo del sito, una specie di Wikipedia per i libri. Aaron Swartz aveva 21 anni nel 2007. Ne aveva 26 quando, l'11 gennaio del 2013, si è suicidato. Da allora, da sabato, la notizia ha rimbalzato sui social network e sui giornali di tutto il mondo. Perché? Chi era Aaron Swartz, al di là delle facili etichette di “genio ribelle della Rete” che i media di massa nazionali gli hanno frettolosamente attaccato addosso, e perché è importante ricordarlo?

Aaron Swartz, secondo le parole del suo mentore Lawrence Lessig – giurista di Harvard impegnato nella battaglia per una riforma del copyright nel nuovo ecosistema digitale - era un attivista per i diritti civili di Internet. Ma ancora non ci siamo. Non è questo dettaglio che ci permette di capire chi era Aaron Swartz e perché era così amato, discusso e ora rimpianto (la sua famiglia e i suoi amici hanno dato vita a un memorial online per condividere il ricordo di Aaron e Wikipedia lo saluta come “uno splendido essere umano”). Attivista, militante, “genio”, sono tutte parole usate in questi giorni per descriverlo ma che non gli rendono giustizia. Il rumore della notizia della sua morte, la ricorrenza della parola “genio” nel ricordarlo, le manifestazioni d'affetto da tutto il mondo, sono in parte analoghe alla scomparsa di David Foster Wallace. Per entrambi si piange, anche con rabbia, il genio e lo spreco di un talento immenso, come se credessimo che quel talento apparteneva a tutti noi, non solo a loro, e non avevano il diritto di farci una cosa del genere, privarci del loro talento. Aaron Swartz non era uno scrittore fragile e famoso, non era ancora un'icona pop, ma tra il pubblico dei geek di tutto il mondo si era guadagnato il rispetto e l'affetto che normalmente si tributa a uno scrittore fragile e famoso. Cory Doctorow, scrittore di cyber sci-fi, blogger e coeditore del blog geek più famoso al mondo – Boing Boing – lo ricorda così: “Lo conobbi quando aveva 14 anni. Aveva già scritto le specifiche del RSS 1.0 (una stringa di codice, ora diffusissima, che permette alle persone di ricevere notifiche automatiche di notizie online, ndr). Quando veniva a San Francisco ci prendevamo cura di lui, era solo un ragazzo. Fui io a presentarlo a Lessig. Divenne attivo nella squadra tecnica di Creative Commons e sempre più coinvolto nei temi di tecnologia e libertà di accesso. Sembrava sempre in cerca di un mentore, e nessuno di questi mentori sembrava riuscire a soddisfare gli altissimi standard da lui richiesti. Aaron ha ottenuto cose incredibili nella sua vita. Era un ragazzo mosso continuamente da nuove passioni, nuovi obiettivi.” LEGGI TUTTO...

martedì 15 gennaio 2013

Remembering Aaron Swartz


Aaron dead. 
World wanderers, we have lost a wise elder. 
Hackers for right, we are one down. 
Parents all, we have lost a child. 
Let us weep.

Tim Berners-Lee


Il regalo al mondo di Aaron Swartz:


If I get hit by a truck......please read this web page
I ask that the contents of all my hard drives be made publicly available from aaronsw.com.