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domenica 18 maggio 2014

L’appello Il New York Times: salvate Venezia


Carlo Antonio Biscotto

"il Fatto", 13 maggio 2014

Che la salvezza di Venezia con il suo inestimabile patrimonio di storia, arte e cultura stesse a cuore della comunità internazionale era da tempo più che un sospetto. Ieri se ne è avuta l’ennesima conferma. L’edizione online del New York Times ha ospitato a centro pagina un pezzo a firma Jim Yardley che ricostruisce la storia del tentativo di distruggere uno degli angoli più preziosi e intatti della laguna veneziana: l’isoletta di Poveglia. 
Poveglia è da molti considerata l’altra faccia di Venezia. Quanto Venezia è affollata di turisti, chiassosa, piena di negozi di souvenir, altrettanto Poveglia è silenziosa, appartata, senza gondole né negozi. A pochi minuti da piazza San Marco, ha tutta l’aria di un luogo dimenticato: un campanile di mattoni che troneggia su alcuni edifici abbandonati. L’isoletta, di cui pochi fino a qualche tempo fa ricordavano il nome, è salita prepotentemente alla ribalta quando è stata inserita dal governo tra le proprietà demaniali da mettere in vendita per risanare i conti pubblici e ridurre l’enorme debito pubblico. Poveglia è così venuta a trovarsi al centro di un doppio problema: da un lato la necessità nazionale di fare cassa, dall’altro l’insofferenza dei veneziani nei confronti di un turismo asfissiante e inarrestabile che ha reso invivibile il centro storico della celebre città trasformando l’asta per l’isoletta in una questione di Stato. Nel timore che anche Poveglia finisca nelle mani dell’internazionale del “mattone 5 stelle lusso”, un gruppo di veneziani si sta battendo per una diversa destinazione dell’isoletta. I veneziani chiedono che Poveglia divenga il rifugio dal caos della città, il luogo in cui i veneziani potrebbero andare a cercare un po’ di pace passeggiando tra i giardini, imparando a veleggiare o facendo un pic-nic. 
IL MOTTO della neonata associazione è “Poveglia per tutti”. La dirige l’architetto Lorenzo Pesola che spiega quali sono gli obiettivi dei veneziani raccolti intorno a lui: “Che Venezia abbiamo in mente per il 21° secolo? Dobbiamo trovare un equilibrio tra coloro che vogliono vedere Venezia per la prima volta e quanti non vogliono vederla per l’ultima volta”. L’asta ha luogo sotto gli auspici del ministro per l’Economia, cerimoniere di una operazione di dismissione di beni pubblici che non ha precedenti nella storia del ”Bel Paese”. Nel caso di Po-veglia il governo sta vendendo l’usufrutto per 99 anni mantenendo la nuda proprietà dell’isola. Mercoledì scorso è stato comunicato il risultato della prima fase dell’asta. Le due maggiori offerte sono state quelle di una multinazionale rimasta anonima e quella dell’associazione “Amici di Poveglia” che ha raccolto donazioni private di cittadini veneziani. L’offerta della multinazionale è stata di 513.000 euro, quella dei veneziani di appena 160.000 euro. Una gara impari. 
Venezia è diventata una specie di museo a cielo aperto, una città fantasma con una popolazione residente scesa al di sotto delle 50.000 unità e orde di turisti (oltre 20 milioni l’anno) e navi da crociera che hanno sfregiato il volto della città lagunare. E la speculazione non si ferma. Uno dei progetti in cantiere prevede la costruzione di un parco divertimenti in stile Coney Island. Alberto Zamperla, promotore del progetto, afferma che la realizzazione creerà moti posti di lavoro. I critici la ritengono un’altra tappa verso la definitiva “Disneyficazione” di Venezia. Ma per qualche strana ragione Poveglia ha suscitato maggiore emozione, forse perché l’isoletta si trova ad appena tre chilometri da Piazza San Marco, è considerata l’ultima zona “vergine” della Laguna e per le numerose leggende che l’hanno sempre accompagnata nell’immaginario dei veneziani che da secoli la ritengono abitata dai fantasmi. “Ci venivo da giovane”, racconta Patrizia Veclani che partecipa alla campagna “Amici di Poveglia”. “Facevamo il bagno e organizzavamo grigliate all’aria aperta. Da ragazze ci venivamo con il ragazzo perché era un luogo appartato e romantico”. 
Quando il governo ha annunciato la vendita dell’isola, i veneziani hanno iniziato a raccogliere donazioni. Basta donare 99 euro per aspirare a diventare comproprietario di Poveglia. Antonio Cirillo, un maestro elementare, ha offerto 100 euro. ”L’ho fatto col cuore”, ha detto. Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia nato a Venezia, è rimasto colpito dall’impegno dei suoi concittadini e ha confessato che fa il tifo per loro.

sabato 11 maggio 2013

San Marco I piedi in paradiso


Armonie e simmetrie 

Dietro la «grammatica» dei motivi colorati che decorano i pavimenti 
esiste una teoria matematica:
 i disegni dei mosaici hanno la stessa struttura dei cristalli 

Michele Emmer 

"L'Unità", 11 maggio 2013

«Guarda dove metti i piedi. Questi pavimenti geometrici scompaiono sotto la pesante camminata dei turisti, per l'umidità e l'oscurità della cupola. Questi mosaici sono così fragili che qualche tempo sono nascosti sotto dei grandi tappeti. Sono l'immagine della libertà. Quando il rigore è costruito da una mano inventiva, lungi dal meccanizzare l'Immaginazione, consente di sperimentare tutte le possibile sensuali avventure». Nel 1990 l'architetto e fotografo francese André Bruyère pubblicava il volume Sols. Saint-Marc, Venise in cui inseriva le fotografie che aveva realizzato dei mosaici che costituiscono il pavimento della Basilica. «Nascosti dai luoghi comuni sono i nostri antichi segreti. Pensiamo di conoscerli possedendoli. Sono dei volti, delle parole e delle opere. L'abitudine nasconde la conoscenza. Ma se sono visti come sconosciuti, allora sì impara qualcosa di bello: guardate il pavimento di San Marco». 
Potrebbe sembrare curioso che a questa grande meraviglia, i mosaici del pavimento della basilica di San Marco, non siano stati dedicati grandi studi. Restano in gran parte sconosciuti non solo ai visitatori occasionali ma anche agli studiosi di cose veneziane. Come scrive Xavier Barral I Altet «il pavimento di San Marco ha spesso impressionato i ricercatori, ma l'attrazione esercitata dai mosaici murali della basilica ha relegato il pavimento, in tutte le monografie dedicate alla basilica e ai suoi mosaici, in un livello secondario». Questo il motivo principale perché Barral I Altet ha dedicato un libro ai mosaici dei pavimenti medioevali di Venezia, Murano e Torcello, occupandosi anche della loro storia. Tra l'altro la basilica divenne cattedrale di Venezia solo nel 1807, essendo in precedenza la cappella ducale. Si ritiene che la basilica sia stata edificata a partire dal IX secolo dopo l'arrivo delle reliquie di San Marco nel 829. La ricostruzione totale della basilica dopo un incendio è degli anni 1042-1071. La consacrazione dovrebbe essere avvenuta nel 1094, anche se a quella data non era ancora completata. La datazione invece delle diverse parti del pavimento secondo Barral I Altet non risale a prima del XII secolo. 
A partire dal XV secolo si hanno molte maggiori informazioni sui lavori per il pavimento a mosaico e si conoscono anche alcuni dei nomi di coloro che vi hanno lavorato. Il mosaico del pavimento è del tipo sectile, l'opus sectile è considerato una delle tecniche di ornamentazione marmorea più raffinate e prestigiose, sia per i materiali utilizzati, marmi, che per la difficoltà di realizzazione, dovendosi sezionare il marmo in fogli assai sottili, sagomarlo con grande precisione, e utilizzare le più diverse qualità di marmo allo scopo di ottenere gli effetti cromatici desiderati. I motivi decorativi dei pavimenti della Basilica hanno ognuno una loro simmetria, i mosaici, come tutti i motivi periodici che riempiono una superficie, si basano sulla struttura dei cosiddetti 17 gruppi cristallografici. Ma nessuna paura per gli artisti del mosaico. 
ESCHER «Non vi è pericolo che le risorse dell'autore di pattern, di motivi, siano esaurite dai vincoli della geometria, perché ognuno dei gruppi e degli strumenti descritti dai matematici può essere combinato con altri in un'infinità di combinazioni e permutazioni. Sono infinite le possibilità!» Parole scritte dall'artista olandese Maurits Cornelis Escher nel 1958, parole di un grande esperto di motivi che riempiono l'intero piano in modo periodico. Come sanno bene i decoratori, non tutte le forme possibili di mattonelle si possono usare per ricoprire senza vuoti una parete o un pavimento. Dalla combinazione dei diversi tipi di mattonelle e dalle simmetrie dei disegni inseriti nelle mattonelle stesse, si hanno diversi tipi di simmetria, utilizzando i movimenti simmetrici del piano, le traslazioni, le riflessioni, le rotazioni e le glissoriflessioni. Utilizzando tutti questi movimenti si ottengono precisamente 17 tipi diversi di simmetrie. Naturalmente non si sta dicendo che nel corso dei secoli coloro che realizzavano le decorazioni fossero consapevoli della struttura di gruppo, delle possibili varianti delle simmetrie del piano: essi utilizzarono quelle proprietà in modo empirico, senza sapere che vi era una teoria, una struttura matematica che li comprendeva tutti (non ne avevano alcuna necessità, peraltro). Sarà solo alla fine dell'Ottocento che un matematico russo si accorgerà che alcune strutture - i cristalli in particolare - avevano le proprietà dei gruppi, e che le decorazioni di pareti e pavimenti avevano le stesse proprietà. Non potevano mancare, in
quella grande enciclopedia dei motivi decorativi che è The Grammar of Ornament di Owen Jones del 1856, uno dei primi libri a colori ad essere stampato, motivi bizantini e quindi mosaici e tarsie della decorazione della Basilica di San Marco; del pavimento in particolare ne sono riportati una decina dei più interessanti. Dopo venti anni di lavoro è stata portata a termine una ricerca fondamentale sui pavimenti di San Marco. Sotto la spinta della Procuratoria di San Marco, è stato realizzata una lunga ricerca fotografica ad altissima definizione del pavimento sino ad arrivare ad ottenere una pianta in 3D in scala 1:1 ed uno studio delle altimetrie del pavimento stesso, in perenne movimento non solo per il fenomeno dell'acqua alta. In questo modo oltre ad avere le immagini complete del pavimento, è possibile eseguire restauri e prevenire danni avendo a disposizione uno strumento utlilissimo. Il lavoro è stato realizzato da Carlo Monti e Luigi Fregonese del Politecnico di Milano. Tutte le immagini sono state poi riportate su un Dvd, in definizione molto buona, ed è quindi possibile effettuare una visita virtuale del pavimento. Il Dvd è allegato al primo numero dei quaderni speciali della Procuratoria di San Marco, con scritti del Proto (architetto responsabile) Ettore Vio, di Lorezo Lazzarini e Raffaele Paier. Titolo: Il manto di pietra della basilica di San Marco: storia, restauri, geometrie del pavimento (Cicero editore, 2012). Un libro assolutamente unico. Non dimenticando quanto ha scritto André Bruyère nel suo citato libro: «Guardate dove mettete i piedi ma non smettete di sognare».


Il manto di pietra della basilica di San Marco a Venezia Storia, restauri, geometrie del pavimento, a  cura di Ettore Vio con Dvd pp. 160 Cicero Editore

sabato 9 marzo 2013

Il ritorno di Manet in Laguna


S. Natoli

"Il Sole 24 Ore", 7 marzo 2013


«Mostre: la cultura come strumento di crescita e investimento». A parlare di questo tema sono arrivati ieri nella sede milanese del Sole 24 Ore i rappresentanti di due istituzioni museali di fama internazionale: Guy Cogeval - direttore del Musée d'Orsay di Parigi - Walter Hartsarich - presidente della Fondazione Musei civici di Venezia - e Gabriella Belli, direttore scientifico della stessa Fondazione (nata nel 2008) che gestisce un complesso costituito da 11 musei con le loro ricchissime collezioni, 5 bibliotche specialistiche, l'archivio fotografico e un attrezzato deposito esterno che presto sarà anche laboratorio di restauro. 
Ad accoglierli e ad interloquire con loro c'erano Donatella Treu, amministratore delegato del Gruppo 24 Ore e Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 Ore, entrambi a rappresentare il gruppo editoriale che organizza l'evento e che proprio della cultura ha fatto da tempo un asset strategico. Come testimoniano, fra l'altro, il supplemento Domenica (che quest'anno compie 30 anni), le nuove pagine del mercoledì Anteprima Domenica e iniziative quali il Manifesto e gli Stati generali per la cultura. «Due eventi straordinari - ha detto Treu - che hanno raccolto lo scorso anno l'adesione di migliaia di persone, ottenendo l'attenzione delle istituzioni e dei diversi attori che operano nel mondo della cultura e suscitando un dibattito di altissimo profilo sul rilancio economico del Paese attraverso la cultura».
Due realtà museali, dunque, e una media company che hanno dato vita a partnership importanti come la mostra Manet. Ritorno a Venezia che la Fondazione Musei civici Venezia ospiterà dal 24 aprile al 18 agosto nelle monumentali sale di Palazzo Ducale (si veda la scheda in pagina).
A proposito di questa iniziativa, Cogeval ha sottolineato che «molto è stato detto e scritto sul ruolo dei modelli spagnoli nella formazione di Manet», ma che «mai prima d'ora erano stati indagati in maniera puntuale il legame stringente che ebbe su di lui la pittura italiana del Rinascimento e quella veneziana in particolare». LEGGI TUTTO...

La mostra
Curata da Stéphane Guégan, con la direzione scientifica di Guy Cogeval e Gabriella Belli e con il progetto allestitivo di Daniela Ferretti, Manet. Ritorno a Venezia - a Palazzo Ducale di Venezia dal 24 aprile al 18 agosto - si propone come un autentico evento. Attraverso capolavori assoluti come Le Déjeuner sur l'herbe (1863-1868), l'Olympia (1863), Le balcon (1869), Portrait de Mallarmé (1876 ca.), l'esposizione ripercorre tutta la vita artistica di Manet e si apre con una serie di libere interpretazioni d'antichi dipinti, affreschi e sculture che egli vide durante i suoi due primi viaggi in Italia, nel 1853 e nel 1857. Il catalogo sarà edito da Skira-Milano.
Il sito dedicato alla mostra: CLICCA QUI.

domenica 27 gennaio 2013

E Marinetti ricreò Venezia


Mario Andrea Rigoni

"Corriere della Sera", 27 gennaio 2013

In un romanzo inedito il suo odio-amore per la città 
Nella clamorosa protesta di Marinetti e dei futuristi contro il passato e, in generale, contro ogni romanticismo sentimentale, era naturale che Venezia, la Venere equorea, la «città anadiomene» del Fuoco di Gabriele d'Annunzio, il «sesso femminile dell'Europa» secondo Apollinaire, diventasse per la sua stessa singolarità un bersaglio privilegiato, come risulta da due noti proclami del 1910: Contro Venezia passatista e Discorso futurista di Marinetti ai veneziani. «Noi ripudiamo l'antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico. Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell'imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo» si legge nel primo di questi due testi, scritto da Marinetti insieme con i pittori Boccioni, Carrà e Russolo. 
Meno noto è che in una Venezia rinascimentale sia ambientato già un giovanile dramma storico scritto da Marinetti in francese; che il tema della distruzione e della riedificazione di Venezia compaia in una pièce comica, situabile tra gli anni Venti e Trenta, intitolata  Ricostruire l'Italia con architettura futurista Sant'Elia; infine che la città costituisca il soggetto di un «aeroromanzo» o «aeropoema» adesso meritoriamente recuperato e pubblicato per la prima volta con un esauriente commento di Patrizio Ceccagnoli e Paolo Valesio (Filippo Tommaso Marinetti, Venezianella e Studentaccio, Mondadori).
La data di composizione, che si situa tra il 1943 e il 1944, ossia nell'ultimo anno di vita dello scrittore, se da un lato lascia pensare a un frutto fuori stagione, dall'altro testimonia la persistenza di un «sogno nostalgico», la fedeltà a un fantasma senza dubbio rianimata dal soggiorno nella città lagunare dove, fuggendo da Roma, Marinetti aveva trovato rifugio dai bombardamenti. 
La drammatica cornice della guerra civile traspare per brevi accenni, ma non forma il contenuto né condiziona il tono del romanzo improntato a uno spirito fondamentalmente giocoso, come suggeriscono già i nomi, tra l'affettuoso e il canzonatorio, dei protagonisti. Studentaccio, accompagnato da un deuteragonista che si chiama Negrone, incarna l'ilare e ribelle spirito futurista. Giovane universitario reduce ferito dal fronte africano, egli insegue, innamorato, una crocerossina inafferrabile e introvabile, sorta di metamorfosi futurista di un'Angelica ariostesca sempre in fuga o di una leopardiana «donna che non si trova». Venezianella è nello stesso tempo un ente allegorico, il vago modello scultoreo e architettonico della costruzione di una «Nuova Venezia», che peraltro si sovrappone senza sostituirsi alla Vecchia, tramite un prevalente ricorso alla materia e all'arte del vetro. L'opera è contrastata, ma non impedita, sia dall'opposizione di Oscurantino (altro nome parlante) sia dall'eroicomico assedio di un ribollente esercito di pantegane. 
Questi e altri aspetti dell'incerta ed esile trama affiorano da una prosa che, avendo sovvertito la sintassi e abolito la punteggiatura non meno di quanto scompagini la logica in omaggio ai principi futuristici, rasenta e spesso travalica il limite dell'ordinaria leggibilità. Ed è ironico che nel calcolato delirio di un'«immaginazione senza fili», ma nutrita di tutte le risorse della cultura e di tutti gli artifici della retorica (giochi di parole, neologismi, prosopopee, inserti in francese e in dialetto veneziano, ecc.), l'autore rivendichi la parte di un'educata sobrietà, in contrasto con la moda del monologo interiore di Dujardin, Proust e Joyce (nel capitolo felicemente intitolato «Sedurre l'assoluto»): «Al troppo grossolano raccogliticcio minestrone letterario e artistico del subcosciente senza scelta né cura né analisi preferisco una bella trota rosea allessata e condita con crudo olio d'oliva e sugo di limone siciliano».
Ha ragione Paolo Valesio di sostenere, nella sua ricca introduzione, che Venezianella e Studentaccio sia «uno dei pochissimi romanzi veramente sperimentali nella storia della narrativa italiana moderna»: l'invenzione linguistica ne è forse il lato più interessante. È anche vero tuttavia che, sul piano poetico, il romanzo sembra vivere, oltre che per una certa temperie ironica e grottesca, soltanto per singoli sprazzi lirici (ora realistici, ora fiabeschi, ora surreali) che erompono da un sottofondo narrativo di eccessiva arbitrarietà.
Anche l'«ossessione lirica della materia», plausibilissimo principio dell'estetica futurista, resta più una mira che un risultato. Esso, indubbiamente, viene talvolta raggiunto, come nell'evocazione dei «gradini erbosi» della casa di Studentaccio che, in un lampo di fantascienza, «liquidandosi sognano di diventare prato» oppure nella descrizione estrosa e divertita, fitta di allitterazioni e di rime, dello «scafodolce», l'imbarcazione dei due protagonisti che alle foci del Po «centuplica i suoi sbuffanti furori di motori e come un attore di ventura e teatraccio provinciale si aggancia nel naso due berniniani mustacci di soldataccio ubriaco».

sabato 19 gennaio 2013

Das Venedig Prinzip



A Requiem for a still grand city.

An illustration of how common property becomes the prey of few.
An elegy to the last Venetians, their humour and their hearts.

Das Venedig Prinzip [Teorema Venezia], docufilm del regista altoatesino Andreas Pichler.

sabato 29 dicembre 2012

Se tocca alla Francia salvare Venezia


Salvatore Settis

"La Repubblica",  28 dicembre 2012

La direzione regionale dei Beni Culturali, su parere dell’Ufficio legislativo del Ministero, ha dichiarato (27 novembre) che l’area è sottoposta ex lege a vincolo paesaggistico a tutela dell’ecosistema lagunare, ma secondo Orsoni il Consiglio comunale ratificherà comunque l’accordo, e per la cessione dei suoli Cardin verserà 40 milioni, indispensabili per «affrontare le imposizioni del patto di stabilità». Invano Italia Nostra stigmatizza le «distorsioni della prassi amministrativa » di un Comune che si arroga i poteri di autorizzazione paesaggistica, mentre le professionalità utilizzate (due geometri e un perito industriale) sono palesemente inadeguate. Intanto, le banche francesi rifiutano a Cardin il prestito di 40 milioni, e mentre lui giocando al ribasso propone di versare “a fondo perduto” solo il 3% (1.200.000 euro), il cardinal nepote Basilicati dichiara che il documento firmato «è solo una bozza».
In tanta confusione, qualche punto è chiaro: primo, i dati sull’inquinamento sono truccati. Nel documento Cardin presentato in Conferenza dei servizi, si vanta una bonifica delle aree destinate al grattacielo (ad opera della Provincia) che non è mai avvenuta, si parla a vanvera di valori nei limiti tabellari di legge, senza precisare che si tratta di valori previsti per le aree industriali e non per quelle residenziali, e si ignora che le fondamenta dovrebbero attraversare tre falde acquifere; intanto la stessa Direzione Ambiente del Comune assicura che farà rispettare le norme contro il dissesto idrogeologico, cioè condanna il progetto senza appello. Secondo: se non avrà i permessi, Cardin minaccia di trasferire in Cina il suo palazzo, con ciò mostrando con quanta attenzione a Venezia esso sia stato concepito, se può indifferentemente stare anche a Shanghai. Terzo: mentre un ex sindaco di Venezia dichiara cinicamente che «il progetto è orribile, ma a caval donato non si guarda in bocca», Cardin monetizza la vista su Venezia, mettendo in vendita a prezzi altissimi gli appartamenti dei piani alti, destinati ai ricchi, «perché ci saranno sempre ricchi e poveri ». Insomma, il suo “dono” è quello che Manzoni chiamerebbe “carità pelosa”, fatta non per amore del prossimo ma per proprio interesse.
Ma mentre il ministro dell’Ambiente Clini ed altri notabili esultano per l’imminente disastro, una dura mozione della massima accademia francese di scienze umane (Académie des Inscriptions et Belles Lettres) «esprime viva inquietudine per le minacce che pesano su Venezia e la laguna. Deplora che navi di grande tonnellaggio continuino a entrare nel bacino di San Marco, sfidando la fragilità di un sito unico al mondo e mettendolo alla mercé di possibili incidenti. Si stupisce che possano esser presi in considerazione progetti architettonici offensivi e assurdi, e osa sperare che il “Palais Lumière” previsto a Marghera, a causa della sua smisuratezza, non venga mai realizzato. Unisce la sua voce a chi disapprova queste iniziative e chiede che vengano respinte». Dalla Francia viene dunque un forte monito e una lezione di civiltà, coerente con la recente decisione, dopo un referendum popolare, di bloccare il progetto (non di un neolaureato, ma dell’archistar Jean Nouvel) di costruire cinque grattacieli sull’isola Seguin, già sede di stabilimenti Renault (sulla Senna, a 8 km dalla torre Eiffel), riducendolo a un solo edificio, e più basso. Ma perché Cardin, se davvero vuol dar lavoro ai veneti, non può edificare, nei 200.000 metri quadrati che avrebbe a disposizione, cinque torri da 50 metri, con la stessa volumetria totale? Perché l’inquinamento dell’area viene trattato con tanta leggerezza, proprio mentre il patriarca di Venezia Moraglia dichiara che «non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ambiente, come si è fatto a Taranto»? Perché si favoleggia di “risanare Porto Marghera”, quando l’area interessata è di soli 20 ettari su 2.200? Perché i notabili della città fomentano la frattura fra i contrari al progetto e chi con l’acqua alla gola (letteralmente) è pronto a svendere tutto? Perché non rispondere nel merito e passare agli insulti? Tra le non poche finezze di Basilicati c’è infatti anche questa: secondo lui, chi ha firmato contro l’ecomostro (come Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti) «usa il nome di Cardin per finire sui giornali». E lo zio Pietro, di rincalzo: «il mio palazzo sarà un faro che illuminerà la città, per giunta gratis». Questi segnali di degrado civile, particolarmente intensi a Venezia, si avvertono in tutta Italia sotto il giogo del “patto di stabilità”. Costringendo i Comuni agli stessi introiti che avevano prima dei drastici tagli dei contributi statali (nel caso di Venezia, anche della Legge Speciale), queste norme inique spingono dappertutto verso la svendita e la privatizzazione dei patrimoni pubblici. Anzi, secondo una fresca intesa tra Demanio e Confindustria, immobili pubblici «di particolare pregio» possono essere venduti «anche per utilizzi industriali» (Corriere della Sera, 20 dicembre). Abbiamo dunque dimenticato che i beni pubblici sono il portafoglio proprietario dello Stato-comunità, sono la garanzia della sovranità e dei diritti costituzionali dei cittadini, lo «strumento privilegiato delle grandi libertà pubbliche» (Gaudemet)? Il mostro della Laguna succhia a Roma i suoi veleni, e la sua vittima non è Orsoni, è Venezia. La vittima di una “stabilità” cieca che ignora i diritti è la nostra Costituzione. La vittima è l’Italia, che si pretende di salvare condannandola a mettersi in vendita, in balia di avventurieri e nepotismi. Le vittime siamo noi, i cittadini.