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domenica 15 ottobre 2017

Gli ideali di Michelangelo



L’artista andò a Roma per la sua fama, ma anche per la vorticosa politica di quei decenni in cui il volto di Firenze e della città eterna cambiò sotto i suoi occhi

Massimo Firpo, "Il Sole 24 ore - Domenica", 15 ottobre 2017

Fiorentino tutto d’un pezzo, come risulta anche dalla lingua in cui scriveva, grande ammiratore di Dante Alighieri, allevato alle arti sotto l’egida di Lorenzo il Magnifico, Michelangelo Buonarroti trascorse larga parte della sua vita a Roma, dove lasciò i suoi massimi capolavori: la Pietà scolpita per il cardinale francese Jean de Bilhères alla fine del Quattrocento, firmata «MICHELANGELVS BONAROTVS FLORENTINVS»; i grandiosi affreschi della volta nella cappella Sistina commissionatigli da Giulio II tra il 1508 e il 1512; il Mosè e i Prigioni per la tomba di quest’ultimo, i cui lavori lo tormentarono per anni; e poi sotto Paolo III il Giudizio universale dipinto ancora nella Sistina tra il 1536 e il ’41, la piazza del Campidoglio, palazzo Farnese, gli affreschi della cappella Paolina, la Pietà Bandini e la Pietà Rondanini, la basilica di San Pietro con il disegno della sua immensa cupola; fino ai progetti per la chiesa di San Giovanni dei fiorentini, per Porta Pia, per la risistemazione di Santa Maria degli angeli sotto Pio IV, prima di morire novantenne nel 1564.
Non v’è dubbio che a condurlo a Roma fu la sua precocissima fama artistica, ma fu anche la vorticosa politica di quei decenni, in cui Firenze e Roma furono al centro della storia europea, tra le «guerre horrende» d’Italia inaugurate dalla calata di Carlo VIII e l’esplosione della Riforma protestante, tra gli splendori del Rinascimento e le origini della Controriforma. Le convulse vicende di quei decenni mutarono profondamente il volto delle due città sotto gli occhi di Michelangelo. Firenze passò dal crollo del regime mediceo all’effimera repubblica savonaroliana, dal gonfalonierato a vita di Pier Soderini alla restaurazione medicea del 1512, quando a governare la città furono Leone X e Clemente VII, al secolo Giovanni e Giulio de’ Medici. E poi ancora la nuova stagione repubblicana seguita al sacco di Roma tra il ’27 e il ’30, il definitivo ritorno dei Medici con Alessandro, investito da Carlo V del titolo ducale, il suo assassinio nel 1537 e la precaria successione di Cosimo, capace tuttavia di estinguere in breve tempo le residue resistenze antimedicee, di costruire un potere assoluto fondato su un’efficiente macchina amministrativa, di conquistare Siena e di ottenere infine da papa Pio V la corona granducale di Toscana. Non meno convulse furono le vicende di Roma, dove la secolarizzazione del potere papale, la corruzione di una curia simoniaca, le sconcezze di papa Alessandro VI, la bellicosa politica di Giulio II, le dilapidazioni festaiole di Leone X furono bruscamente interrotte dalla calata dei lanzi nella primavera del ’27, con un seguito inenarrabile di orrori, violenze, stupri, saccheggi, in un provocatorio inneggiare a Lutero il cui nome fu inciso dalla punta di una spada sugli affreschi di Raffaello nella stanza della Segnatura. Solo vent’anni dopo, tra continue incertezze e aspri scontri interni si sarebbe infine imboccata la strada del concilio di Trento, apertosi nel 1547 e conclusosi nel ’63, l’anno prima della morte di Michelangelo, che in tutti questi eventi fu coinvolto in prima persona.
Di qui l’importanza del tema affrontato in questo denso saggio di Giorgio Spini, che a oltre cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione resta ancora fondamentale per capire gli orientamenti e le passioni politiche che animavano Michelangelo. La storia dei Buonarroti fra Tre e Cinquecento delineata in queste pagine aiuta a comprendere il senso di appartenenza al suo casato e alla sua città che animò quel sublime «scalpellino», che amava definirsi «cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene» e che tale si sentiva intus et in cute. Ad accentuare l’identità e orgoglio che egli ne traeva contribuiva la stessa decadenza, talora ai limiti della povertà, di una famiglia non più in grado come in passato di accedere alle risorse e al prestigio garantito dall’esercizio delle cariche pubbliche, e quindi dalla capacità di muoversi con sagacia tra regimi sempre instabili e frequenti rivolgimenti.
Quelle forti passioni politiche, del resto, hanno lasciato tracce profonde sulla produzione artistica di Michelangelo. Basti pensare al David posto nel 1504 (in età soderiniana) a guardia dell’antico palazzo comunale, così diverso dalle precedenti raffigurazioni fiorentine di Donatello e Verrocchio, con il giovinetto trionfante sul capo di Golia ai suoi piedi: un gigante che non ha ancora scagliato la sua pietra, ma si accinge a farlo contro chiunque si azzardi a violare la libertà repubblicana. O al tirannicida Bruto commissionato a Michelangelo da Donato Giannotti e destinato al cardinale antimediceo Niccolò Ridolfi. Ancor più significativo è il fatto che, dopo aver lavorato per i papi medicei alle tombe della basilica di San Lorenzo, alla notizia della nuova restaurazione repubblicana dopo il sacco di Roma Michelangelo accorresse nella sua Firenze per dedicarsi anima e corpo alla progettazione delle difese militari. Fu solo la sua ineguagliabile fama artistica a indurre Clemente VII a perdonarlo, per affidargli i lavori della Biblioteca Mediceo-Laurenziana. Ma dopo il ’34, quando ormai Alessandro de’ Medici era stato proclamato duca di Firenze, egli non mise più piede nella sua amatissima patria per lavorare invece per papa Farnese, nemico giurato di Cosimo de’ Medici e pronto ad accogliere a Roma ogni sorta di fuoriusciti fiorentini, ripagato di ugual moneta dal giovane principe mediceo, che non perdeva occasione di sfogare la sua collera contro «quel traditore del papa».
Inutilmente Cosimo sollecitò Michelangelo a lavorare per lui, desideroso di appropriarsi dei suoi talenti e della sua fama, nel quadro di una politica di conciliazione e riassorbimento della tradizione repubblicana. E quando morì ne fece trafugare il corpo a Roma e ne celebrò le solenni esequie in San Lorenzo, per affidare poi il compito di costruirne il monumento funebre in Santa Croce a Giorgio Vasari. Quest’ultimo nelle sue Vite ne fece il culmine dell’arte tosco-romana, presentandolo come il sommo artista che proprio con il David di piazza della Signoria era riuscito a raggiungere e superare la bravura degli antichi. Com’è noto, il pittore aretino si professò sempre ammiratore e amico di Michelangelo, ma quando arte e amicizia confliggevano con la sua vocazione cortigiana, il servile «Giorgetto Vassellario» (così lo definì Benvenuto Cellini) non aveva dubbi da che parte stare. Per questo quando gliene venne l’occasione, in un monocromo all’interno di palazzo Vecchio ormai diventato corte medicea, egli raffigurò quella statua in una scena con l’ingresso di Leone X a Firenze nel 1515. Ma la raffigurò con un basamento tanto alto che la testa (quella di David simbolo della libertà, non quella di Golia!) risultasse tagliata, e per di più con un cane che deposita placidamente i suoi escrementi davanti ad essa. Un insulto triviale, tale tuttavia da dimostrare come anche dopo la morte Michelangelo fosse coinvolto nei conflitti e nelle passioni politiche dell’età sua, sia pure degradato a strumento dell’adulazione vasariana.

Giorgio Spini, Michelangelo politico, prefazione di Tomaso Montanari, presentazione di Valdo Spini, Edizioni Unicopli, Milano, pagg. 148


martedì 6 ottobre 2015

Gadda svelato da Caravaggio


L’autore del «Pasticciaccio» era un grande esperto d’arte. E nell’alludere 
a «Giuditta e Oloferne» offre una chiave per risolvere il delitto di via Merulana

PAOLO DI STEFANO, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2015 

Un commento necessariamente enciclopedico per un’opera necessariamente enciclopedica. Quasi 1.200 pagine per spiegare un romanzo di poco più di 300 che è un concentrato di riferimenti criptici, di allusioni, di citazioni sotterranee, di rimescolamenti e garbugli stilistici che solo l’ingegner Carlo Emilio Gadda poteva concepire. Un laboratorio tenuto aperto, all’Università di Basilea, con un’équipe variabile di studenti e ricercatori, per oltre sei anni sulle pagine del romanzo più noto di Gadda, uscito nel 1957 per Garzanti e subito ristampato con successo, diventando un bestseller assurdo se si pensa che si tratta di un giallo talmente complesso da non trovare soluzione (il secondo volume promesso all’editore non sarebbe mai stato consegnato), di un intrigo più mentale che materiale su cui indaga il commissario-filosofo don Ciccio Ingravallo.
È stata Maria Antonietta Terzoli, uscita dalla scuola di Dante Isella, a immaginare e poi a guidare questa opera-mondo al quadrato, dopo tanti studi dedicati al Gran Lombardo. È nell’arte della contaminazione che si gioca l’idea gaddiana di letteratura. Nella consapevolezza che lo scrittore non è mai solo con se stesso, ma «per simpatia o per contrasto, per imitazione o per avversione», lavora sempre in compagnia di altri, quelli che sono venuti prima di lui: dunque, la sua opera è il risultato di una selezione nella gamma infinita delle opere precedenti, letterarie e non solo. Il fatto incontestabile è che Gadda è un autore iperletterario, che in modo più o meno esplicito accoglie, rimescolandole, tessere visive, lessicali, stilistiche provenienti da fonti molteplici e diversissime. Ecco perché un commento applicato al Pasticciaccio era non solo auspicabile ma necessario, come lo è stato quello della Cognizione del dolore, elaborato per anni da Emilio Manzotti. Stessa necessità che riguarda in genere i capolavori letterari, le cui risorse non cessano di sorprendere.
E infatti le sorprese con Gadda sono infinite. Uno degli aspetti più notevoli di questo Commento è la messa in rilievo dei fittissimi rapporti con le arti figurative. Già critici come Ezio Raimondi e Salvatore Silvano Nigro se n’erano occupati: «Nella biblioteca di Gadda conservata al Burcardo - ricorda Terzoli - abbiamo trovato molti volumi di storia dell’arte e cataloghi postillati, in cui Gadda annota, contesta o concorda, rivelando in materia una competenza straordinaria». Il secondo volume del Commento contiene un inserto significativo di immagini di opere d’arte firmate dai maggiori e dai minori, dagli italiani agli stranieri: dal Botticelli a Scipione, da Tiziano a Boldini, dal Signorelli al Correggio, dal Melozzo a Everett Millais, dal Mantegna al Bellini a Pietro Longhi a Picasso, e si potrebbe continuare con (quasi) l’intero scibile dell’arte figurativa. Tutto materiale presente nel romanzo, in ecfrasis più o meno occulte, cioè in una interminabile serie di traduzioni verbali da opere d’arte visiva. Ecco, per esempio, un quadro del romantico monferrino Eleuterio Pagliano che raffigura il pittore greco Zeusi a Crotone davanti a un quintetto di fanciulle da cui si propone di copiare i pregi migliori per dipingere la bellezza perfetta di Elena: eccolo, quel quadro, comparire, su una parete della bettola promiscua gestita dalla maga Zamira, un quadro erroneamente interpretato dai frequentatori come una sorta di ambulatorio medico. 

Non c’è da meravigliarsi che Gadda giochi di parodia o di deformazione. Ma l’oleografia, che apre la serie delle rappresentazioni pittoriche descritte nel romanzo, ha un valore emblematico. Gadda è Zeusi: «Allude implicitamente - osserva Terzoli - alla costruzione del suo proprio testo, che per rappresentare il reale recupera, selezionandole e contaminandole, le parti migliori di opere precedenti».
In altri casi non c’è parodia ma più che seria allusione occulta. È il caso - autentica scoperta critica di questo Commento - della pala caravaggesca di Palazzo Barberini raffigurante Giuditta che taglia la testa a Oloferne: da lì proviene, scrive Terzoli, «il tratto fisiognomico più significativo che suggella il Pasticciaccio, la ruga verticale tra le sopracciglia del volto adirato» dell’ultima cameriera della vittima Liliana Balducci, e cioè Assunta. Il cui identikit trova rispondenza in Giuditta anche per gli orecchini pendenti di perle. 


Al quadro di Caravaggio, di grande attualità negli anni 50, Roberto Longhi, il critico d’arte prediletto da Gadda, aveva dedicato un saggio su «Paragone» nel 1951: un fascicolo presente nella biblioteca dello scrittore. Ecco un elemento extratestuale che induce a pensare che oltre a Virginia, la nipote già pesantemente indiziata come colpevole dell’omicidio della povera Liliana (vittima di un taglio alla gola), ci fosse anche Assunta. Un altro quadro, ben noto a Gadda, che confermerebbe la doppia colpevolezza è la Giuditta di Artemisia Gentileschi, dove l’assassinio è compiuto da due giovani donne, la stessa Giuditta e la fantesca. Ecco, dunque, spiegato uno dei finali più misteriosi della letteratura italiana? Può essere, in attesa dell’indagine che sta portando avanti su alcuni inediti un altro gaddista doc, Giorgio Pinotti.


«Il Commento - dice Terzoli - illustra come lavorava Gadda: utilizzando cioè strumenti importanti per la costruzione del sapere della nuova Italia, elaborati a inizio Novecento». Tra questi non solo i classici latini (che l’Eneide sia uno dei grandi modelli è dimostrato, tra l’altro, dall’insistito gioco onomastico: Enea, Lavinia, Camilla...). E non solo i classici italiani: don Ciccio ha la stessa età, 35 anni, del Dante che si avvia nella selva oscura, ed è lui (controfigura dell’autore) che costruisce gran parte della narrazione. Non solo l’amato Manzoni, anche in questo caso con allusioni onomastiche (la diabolica Virginia porta lo stesso nome della monaca di Monza). Anche i richiami letterari, come quelli artistici, spaziano, dalle origini ai contemporanei (Moravia e Montale), passando per Dossi, Verga, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Svevo e Pirandello. Per non dire dei dialettali, Porta e Belli in primis, e persino il napoletano Giambattista Basile, il cui Cunto de li cunti fu letto da Gadda nella versione di Croce. Senza dimenticare la presenza della tradizione lirica. È per questo che Terzoli parla di un autentico «romanzo dell’Unità nazionale», diversamente dalla lombarda Cognizione, dove ovviamente mancano i richiami alle tradizioni romane e all’archeologia presenti nel Pasticciaccio. Nulla sfugge al Gadda pasticciante: neanche i grandi stranieri, dall’amatissimo Shakespeare a Goethe, all’adorato Balzac, ai russi (Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij).
Ma sul versante nazionale, ecco un’altra lettura trasversale che non può (e non deve) sfuggire: come può, il lombardissimo Ingegnere in blu, trasferitosi a Roma solo nel 1950, ma alle prese con il romanzo sin dal 1946, conoscere alla perfezione i tracciati della Capitale e in particolare dei Colli Albani (dove si svolge l’indagine degli ultimi capitoli), rispettandone le planimetrie e le topografie? Ricorrendo massicciamente alle guide del Touring, che, con l’Enciclopedia Treccani, sono il vero fondamento del romanzo (e del sapere italico).

domenica 5 ottobre 2014

Antiche lezioni di tolleranza

Greci e Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un'altra. È quello che ci suggerisce nel suo libro Maurizio Bettini

Roberto Escobar

"Il Sole 24 Ore - Domenica", 5 ottobre 2014

sabato 26 luglio 2014

RONALD SYME, AUGUSTO E LA RIVOLUZIONE ROMANA VISTI DA OXFORD


Carlo FRANCO

"Il Manifesto - Alias", 20 luglio 2014

Molti sto­rici hanno inda­gato la crisi che a Roma tra­volse la repub­blica ari­sto­cra­tica fino all’instaurazione del regime di Augu­sto. E molti hanno rac­con­tato la vita del figlio adot­tivo di Cesare, che da lea­der di una fazione della guerra civile divenne ‘prin­ceps’. Nes­suno in età moderna lo ha fatto però con la forza e l’efficacia di Ronald Syme (1903–1989), sto­rico neo­ze­lan­dese tra­pian­tato a Oxford, in The Roman Revo­lu­tion. Il libro, che esa­mina l’ascesa dell’Augusto con lo sguardo rivolto ai dit­ta­tori dell’Europa nove­cen­te­sca, uscì nel set­tem­bre del 1939. La con­co­mi­tanza con lo scop­pio del con­flitto mon­diale poteva nuo­cere: la guerra avrebbe pre­sto impo­sto una dif­fe­rente agenda all’interpretazione dei governi tota­li­tari. Ma l’opera di Syme man­tenne la pro­pria forza, e pro­prio dal dopo­guerra ha eser­ci­tato un’influenza dure­vole sugli studi. Il libro fu tra­dotto in ita­liano nel 1962, su sug­ge­ri­mento di Arnaldo Momi­gliano. Lo sto­rico, costretto all’esilio in Gran Bre­ta­gna dal 1938, aveva pron­ta­mente recen­sito Syme in una delle sue prime pub­bli­ca­zioni all’estero e firmò la pre­fa­zione all’edizione ita­liana. Altre edi­zioni nelle prin­ci­pali lin­gue euro­pee segui­rono negli anni. Nel frat­tempo, dopo la pub­bli­ca­zione degli altri suoi libri, Syme era ormai «l’imperatore della sto­ria romana» (come lo definì Glenn Bower­sock). Ora oppor­tu­na­mente La rivo­lu­zione romana torna in libre­ria, com­plice il bimil­le­na­rio della morte di Augu­sto (morto nel 14 d.C.), con nuova intro­du­zione a cura di Giu­sto Traina, che ana­lizza effi­ca­ce­mente la rice­zione del libro (tra­du­zione di Man­fredo Man­fredi, «Pic­cola Biblio­teca Einaudi Ns», pp. XXXVIII-650).
Al suc­cesso così pro­lun­gato del lavoro di Syme ha con­tri­buito, oltre al sog­getto, lo stile par­ti­co­la­ris­simo dell’autore. La sto­ria di Roma dal domi­nio di Pom­peo alla fine del prin­ci­pato di Augu­sto è rac­con­tata in pagine ner­vose e taglienti, che con­sa­pe­vol­mente guar­dano a Tacito (lo sto­rico romano a cui l’autore dedicò, anni dopo, un grande stu­dio). Sec­che frasi liqui­dano miti e gran­dezze: le cele­ber­rime Filip­pi­che di Cice­rone appa­iono «un eterno monu­mento di elo­quenza, di ran­core, di tra­vi­sa­mento dei fatti», opera di un poli­tico vit­tima di una «costante illu­sione». La poli­tica è stu­diata nella sua forma più cruda, descritta com’è senza spe­ranza e senza ideali. L’oligarchia romana non era stata in grado di man­te­nere il con­flitto entro i con­fini della lotta per potere, ric­chezza o glo­ria: altri temi erano emersi, con la forza del denaro e delle armi. Cesare, ari­sto­cra­tico fino al midollo, si era appog­giato a sena­tori e cava­lieri, ma aveva pro­mosso anche uomini che veni­vano dalla peri­fe­ria, nuovi alla poli­tica. Come risul­tato, la fazione che sostenne poi il gio­vane erede di Cesare aveva com­preso per­so­naggi «privi di scru­poli, arric­chiti dalla guerra e dalla rivo­lu­zione», e il nuovo ordine seguito alla feroce lotta era di fatto plu­to­cra­tico. Non c’era solo Mece­nate con i suoi pen­sosi letterati.
Al cen­tro del rac­conto, oltre ai sin­goli pro­ta­go­ni­sti, stanno più in gene­rale la lotta di vari ‘par­titi’ e la crisi con­vulsa di una classe diri­gente. I nodi fami­liari e poli­tici che strin­ge­vano tra loro tutti i poli­tici di primo e secondo piano nella Roma della tarda repub­blica sono evo­cati con pre­ci­sione (secondo il metodo «pro­so­po­gra­fico») ma anche con una stra­bi­liante com­pren­sione «dall’interno», che ha fatto pen­sare per ana­lo­gia allo sguardo di Proust (cui Syme dedicò uno scritto, rima­sto ine­dito ma recen­te­mente pub­bli­cato). In que­sta foca­liz­za­zione sulle éli­tes è stato rico­no­sciuto da tempo il senso e il limite del lavoro: dav­vero, come scrisse Momi­gliano, la sto­ria di Roma si poteva ridurre alla lotta tra fazioni, allo stu­dio dei ristretti gruppi che si con­te­sero il potere per decenni, quando venne meno il pre­ca­rio equi­li­brio della repub­blica? Quale fu il ruolo degli eser­citi, delle pro­vin­cie e, su un altro piano, dei moventi eco­no­mici? Temi que­sti non estra­nei a Syme, che alle car­riere di per­so­naggi ‘pro­vin­ciali’ dedicò studi par­ti­co­lari di grande rilievo, ma che restano sullo sfondo nella sua opera mag­giore. La rivo­lu­zione romana non voleva essere un lavoro esau­stivo: molto lavoro c’era da fare ancora (come l’autore espli­ci­ta­mente ammet­teva), e molto da allora è stato fatto, in ricer­che impor­tanti e sol­le­ci­tate da spinte dif­fe­renti. Ad esem­pio, The last Gene­ra­tion of the Roman Repu­blic di Eric Gruen (1974) affron­tava la stessa crisi stu­diata da Syme, ma con inte­resse agli ele­menti di con­ti­nuità e alla resi­lienza delle isti­tu­zioni rispetto alle epo­che di inquie­tu­dine (i tur­moils dei tardi anni ses­santa e dei primi anni set­tanta negli Usa). Oggi, invece, nes­suna ricerca di sto­ria antica, nem­meno sull’Augusto, fa sen­tire l’urgenza di una que­stione viva: come ha osser­vato Andrea Giar­dina, «l’impero romano non suscita più pas­sioni attua­liz­zanti», ma genera al più mostre, con­ve­gni, o serie televisive.
Non era invece così negli anni trenta, dopo la fine degli imperi ari­sto­cra­tici e la liqui­da­zione dei governi libe­rali a van­tag­gio di regimi per­so­nali a base mili­tare: il bimil­le­na­rio augu­steo del 1937-’38 fu cele­brato in Ita­lia con fer­vore fasci­sta. Impres­sio­nato da quel con­te­sto, Syme non rac­contò la vit­to­ria dell’Augusto come l’ineluttabile e «giu­sti­fi­cato» esito di un pro­cesso sto­rico (la «crisi senza alter­na­tive» di Chri­stian Meier), e ancor meno come l’affermazione di un uomo cari­sma­tico: largo spa­zio è per con­tro dato a tutte le ambi­guità del pro­ta­go­ni­sta (un cama­leonte, un ipo­crita, una sfinge, secondo le suc­ces­sive defi­ni­zioni datene da Giu­liano Impe­ra­tore, da Gib­bon, da Syme stesso). Una certa com­pren­sione va piut­to­sto alle ragioni dei suoi avver­sari: l’apprezzamento di Syme per il punto di vista di Marco Anto­nio, più che una pro­vo­ca­zione, pare una scelta di campo. Ma senza con­ces­sioni a uto­pie «repub­bli­cane»: l’Augusto, un nuovo Cesare più paziente e meto­dico del primo, dopo essere stato un pro­blema (ossia una delle forze che lace­ra­rono defi­ni­ti­va­mente la com­pa­gine sta­tale) fu anche la solu­zione. Ria­dat­tando una effi­cace for­mu­la­zione di Plu­tarco (Vita di Cesare, 28,5), forse è vero che «il potere di uno solo era l’unico rime­dio ai mali della repub­blica, e allora era meglio che quella medi­cina venisse som­mi­ni­strata dal medico più umano», anche se non dal migliore.
Con La rivo­lu­zione romana Syme scrisse, con spi­rito ari­sto­cra­tico, la sto­ria della crisi di una ari­sto­cra­zia: la tra­sfor­ma­zione vio­lenta di una società tra­di­zio­na­li­sta, scossa da un lungo tra­va­glio e final­mente da una rivo­lu­zione. Il ter­mine, così discusso, si giu­sti­fica ampia­mente per il fatto che arrivò al ver­tice poli­tico un nuovo ceto diri­gente, uscito dalle feroci lotte che ave­vano deci­mato o emar­gi­nato le fami­glie che a lungo ave­vano tenuto stretto a sé il governo della repub­blica. La sto­ria di que­sti gruppi è stata nar­rata ana­li­ti­ca­mente da Syme anni dopo in L’aristocazia augu­stea (tr. it. Riz­zoli, 1993). I nuovi gruppi di potere non sono descritti da Syme con sim­pa­tia. Ai valori cui era legato il vec­chio ceto erano suben­trate altre ener­gie, altri mores: «Quando un par­tito ha trion­fato con la vio­lenza e si è impa­dro­nito del con­trollo dello stato, sarebbe pura fol­lia con­si­de­rare il nuovo governo come un’accolita di per­so­naggi sim­pa­tici e vir­tuosi». Del resto, il prin­ci­pato segnava la vit­to­ria di quanti ave­vano rinun­ciato alla libertà per avere la pace. I giu­dizi di Syme sem­brano sug­ge­rire che il libro guar­dasse a un pub­blico di let­tori soli­dali con le dif­fi­denze dell’autore: verso la folla inco­stante, verso gli eser­citi incon­trol­lati, verso gli avidi vete­rani smo­bi­li­tati, verso i nuovi poli­tici ambi­ziosi, verso gli uomini nuovi, spesso moral­mente impari alle sfide da fron­teg­giare, e privi di dignità. La pro­spet­tiva è libe­rale di fondo, ma con­ser­va­trice: un chiaro impulso anti­ti­ran­nico la dif­fe­ren­zia però net­ta­mente dalle posi­zioni degli amici di lord Dar­ling­ton, l’immaginario (ma non troppo) per­so­nag­gio di The remains of the day di Kazuo Ishi­guro (1989).
Pur segnate dall’esperienza degli anni trenta del secolo scorso, le pagine di Syme mostrano a più di sessant’anni di distanza dalla pub­bli­ca­zione, e oltre cin­quanta dalla tra­du­zione ita­liana, intatta forza. La tesi cen­trale, che la «rivo­lu­zione romana» portò al potere le classi apo­li­ti­che dell’Italia, escluse fino ad allora dal vero potere cen­trale, è stata discussa, sfu­mata o con­te­stata. Docu­menti sco­perti suc­ces­si­va­mente hanno modi­fi­cato l’interpretazione di taluni aspetti ammi­ni­stra­tivi. La piena foca­liz­za­zione sui dati della tra­di­zione let­te­ra­ria portò Syme a lasciare ridotto spa­zio ai temi ideo­lo­gici, dal con­senso alla pro­pa­ganda, e al «potere delle imma­gini», al quale Paul Zan­ker ha dedi­cato anni fa il suo libro su Augu­sto (tr. it. Einaudi, 1989, poi Bol­lati Borin­ghieri, 2006). La scelta di Syme, nata anche dalla presa di distanza rispetto a certi lavori apo­lo­ge­tici verso l’Augusto, ha gio­vato alla strin­ga­tezza del rac­conto, lucido e disil­luso ma impe­gnato a cogliere le moti­va­zioni pro­fonde, psi­co­lo­gi­che più che politico-economiche, degli attori. I fatti sono riper­corsi con sapienza nar­ra­tiva, entro un magi­strale domi­nio delle fonti anti­che. Scarno il ricorso alla biblio­gra­fia moderna, presso che nulle le con­ces­sioni alla teo­ria. E netto il rifiuto per le sot­ti­gliezze della for­ma­liz­za­zione giu­ri­dica, cara alla tra­di­zione ger­ma­nica del Momm­sen: lo sta­li­ni­smo aveva inse­gnato che le «costi­tu­zioni» pos­sono essere sem­plici fac­ciate, che poco o nulla dicono sul reale strut­tu­rarsi del potere, per­ché «qua­lun­que sia la forma di un governo, monar­chia, repub­blica o demo­cra­zia, in ogni tempo c’è, die­tro, una oli­gar­chia». Parole tor­nate oggi, per vie impre­vi­ste, di scon­cer­tante attua­lità: e certo, ogni età ha l’oligarchia che si merita.

giovedì 26 giugno 2014

Così nella notte di Roma capitale si aggira il fantasma della cultura

Ambizioni perdute. Chiudono i musei, muore di degrado il patrimonio archeologico
Si smantella Cinecittà che una volta dava lavoro a 250mila persone.
 E poi i teatri, anche quelli in via di estinzione.
Il sindaco Marino ancora non nomina l’assessore e forse sogna un console


Si sono spenti almeno cinquanta schermi e il Festival del cinema vive nella mediocrità
Si cerca lo sceicco che investa nel restauro del mausoleo di Augusto, servono 18 milioni
Al Macro gli artisti portano via le opere perché temono i furti, 
è un bel luogo desolato e ci piove pure dentro
L’unico museo effervescente è in periferia nel rifugio degli immigrati: 
fuori i murales, dentro artisti di livello

Musei vuoti, tagli ai fondi: il fallimento della capitale

Francesco Merlo

"La Repubblica", 25 giugno 2014

CINQUE miserabili biglietti al giorno! Se volete capire il magnifico fallimento e sentire anche fisicamente la morte della cultura a Roma andate nel quartiere Ostiense al museo Montemartini che in Italia è forse il più bell’esempio di riuso, anzi di “rammendo”, per usare il tic linguistico alla moda. Le statue antiche nella vecchia centrale elettrica e il frontone del tempio d’Apollo in fondo alla sala macchine sono una convivenza magica e definitiva, come vedere la cupola di San Pietro posata, a cappello, sul Pantheon. Ma l’eccitazione è più potente perché non ci sono visitatori. Ci sono invece i fantasmi: l’archeologia industriale delle turbine e delle caldaie, l’archeologia classica delle Veneri senza testa e della barba di Lisippo, e poi io e quattro americani, archeologia del turismo museale.
La Grande Bellezza sfiorisce nel caos burocratico e nell’oblio dei depositi tra reperti invisibili al pubblico
Eppure qualche eccellenza spunta, come il Maam del Prenestino. Un miracolo di vitalità
E non basta il “sogno rock” dei Rolling Stones al Circo Massimo, peraltro con coda polemica, per riaccendere le luci della città
PIÙ frequentato è ovviamente il Mosè, in San Pietro in Vincoli, ma senza mai la folla che ti aspetteresti, la fiumana della Cappella Sistina, e chissà che direbbe Michelangelo di questa disparità di trattamento dei suoi capolavori. Magari chiederebbe al Papa di far pagare l’ingresso nella chiesa, come fanno (solo) a Venezia.
La Cultura che muore a Roma non è un taglio del bilancio, che in Italia è solo una banalità, ma un territorio fisico e mentale sterminato che parte dai 19 chilometri delle mura aureliane, che franano un tanto al giorno - l’ultimo crollo è quello di piazzale Ardeatino - e arriva sino all’industria del cinema che dava lavoro a 250mila persone. Si chiude a Cinecittà. Sono cancellate “Le Notti di Cinema” a Piazza Vittorio e la Rassegna dei film dei grandi festival (Cannes, Locarno e Venezia). Il sindaco si ostina a non nominare il direttore della Casa del Cinema. Vive nella mediocrità il Festival inventato da Veltroni (non più 17 milioni, ma ancora 12). È sparita la Film commission che una volta “vendeva” i luoghi di Roma alle troupe. «Ma Roma non è solo la città “del” cinema, è anche la città “dei” cinema» mi dice Massimo Arcangeli, segretario dell’Agis-Anec. «Si sono spenti almeno 50 schermi».
Per salvare Roma dal fallimento, il sindaco Marino ri-corteggia gli emiri, sogna una “soluzione Alitalia”, uno sceicco per restaurare il mausoleo di Augusto per esempio, 18 milioni per una ferita che fu aperta dal fascismo. C’è il progetto, approvato nel 2006, con l’esposizione del plastico dello studio Cellini ma, ogni volta che cambiano, i responsabili delle Sovrintendenze costringono il povero Cellini a nuove varianti: fino ad ora 20. E chissà a Caracalla cosa farebbe il sultano Mansour dei forni sotterranei dove l’amore divenne “fornicare”: sono «chiusi per mancanza di personale».
Nel prezzario dei monumenti (Economic Reputation Index) stilato dalla Camera di Commercio della Brianza, che Marino portò con sé in Arabia Saudita, la Fontana di Trevi vale 78 miliardi e il Colosseo 91. E però non solo gli emiri, ma anche il potente Emmanuele Emanuele, barone e marchese palermitano, avvocato e banchiere, califfo ed alcalde della Roma bizantina, che fa il bagno nel Tevere ogni mattina, dopo avere promesso di finanziare il restauro del centro barocco con i soldi della sua “Fondazione Roma” pretende ora lo sconto “Rolling Stones” (“il sogno rock” di Marino, come si sa, ha reso solo 7.930 euro per l’affitto del Circo Massimo).
È l’ennesima conferma che la cultura a Roma rimane romanesca - Belli, Trilussa e Rugantino - e le statue sono tutte Pasquino, e persino nelle mascherate ci sono i gladiatori e non i legionari.
E infatti l’assessore alla Cultura, che in teoria avrebbe il potere di un console, qui non ha mai contato nulla e perciò Marino non l’ha ancora nominato dopo avere, un mese fa, costretto alle dimissioni Flavia Barca, famosa sorella di Fabrizio, a sua volta famoso figlio di Luciano. La cultura a Roma è fatta anche di cognomi. Nella classicità erano le gentes: la gens Giulia per esempio. Un cognome è Carandini. «La terra ai Carandini» diceva Maccari in rima satirica con “la terra ai contadini”. Lui, Andrea, il grande archeologo, è l’uomo che Marino sogna alla Cultura. Più che un assessore, un Primo Console Alto Imperiale. Ed è da gens anche l’esposizione al Maxxi del pittore Andrea Boldrini, fratello.
Un altro sogno impossibile di Marino è l’unificazione di tutto, a partire dai musei capitolini che sarebbero forse 22, numero variabile come le 99 cannelle della fontana dell’Aquila che nessuno riesce a contare (il compianto Gianni Borgna nel suo libro scriveva in una pagina che i musei sono 45 e in un’altra pagina 39). E si comincia con i due musei del Campidoglio dove sono esposti la Lupa, il Gàlata Morente, il San Giovannino e la Zingara del Caravaggio. Sono i soli che hanno visitatori.
Tutti gli altri sono deserti, a partire da Palazzo Braschi, pittura, e, di fronte, lo stupendo Barracco con una collezione egizia; non lontano c’è quello napoleonico, e ancora il museo delle mura Aureliane e l’Ara Pacis, il Bilotti, il Canonica, la Galleria nazionale di arte moderna, le 4 sedi espositive di Villa Torlonia con la scuola romana. Non c’è mai nessuno, tranne al caffè del Bilotti: at- tira gli assetati di villa Borghese.
È chiuso lo stupendo museo della Civiltà Romana, all’Eur, un’eccellenza mondiale di plastici e ricostruzioni (è aperto solo il Planetario). E ci sono musei mai esistiti, scatoloni di oggetti come il “museo” degli strumenti medicali che giace in un sotterraneo della Sapienza (nessuno sa dove), e il museo del giocattolo che Veltroni acquistò per 4 milioni e mezzo da un collezionista danese e fu stipato in un capannone di Perugia.
A Villa Pamphilj c’è un museo di statue che non è mai stato aperto al pubblico. E il museo di zoologia è attaccato allo zoo ma senza la possibilità di passare dall’uno all’altro, perché si fanno la guerra di frontiera, come Giappone e Cina, zoologi e zoologisti, proprio come l’Opera e l’Accademia di Santa Cecilia, che sono i Romolo e Remo della musica “ab urbe condita”.
Forse la sola unificazione realizzabile è tra il Macro e il Palazzo delle Esposizioni, che comprende le splendide Scuderie del Quirinale, quelle della recente Mostra del Caravaggio, con più di seicentomila visitatori. Se si esclude la chiusura della Casa del jazz, usata per la festa dell’Unità pur essendo un bene pubblico e per giunta un’espropriazione antimafia, il Palazzo delle Esposizioni ha una gestione d’eccellenza, nonostante Marino l’abbia messa a rischio lasciando per troppo tempo il direttore generale Mario De Simoni solo, senza presidenza (ora c’è Franco Bernabé) .
E il sindaco non nomina il direttore del Macro, il museo di arte contemporanea, che già campicchiava con piccole mostre ma adesso ha perduto pure i soldi dell’Enel e dell’Associazione “Macro-Amici” di Beatrice Bulgari : chiusi bar e ristorante, non ci sono guardiani e gli artisti portano via le opere perché temono i furti. Il Macro è un bel luogo desolato e desolante. E ci piove pure dentro (c’è un drammatico video su youtube).
L’ambizioso Maxxi, che è statale (5 milioni di finanziamento), non è riuscito a diventare il Museo Nazionale dell’arte contemporanea e dell’architettura (i modelli erano la Tate, il Centre Pompidou, il Reina Sofia). Ma nella Roma depressa fa, comunque, molto traffico: incontri, lezioni, cicli, attività multimediali, canzoni, cinema, persino lo yoga. La presidente Giovanna Melandri, che sempre contesta e sempre è contestata, insegue l’idea di “un foro romano” che forse però è solo “la Roma garage” di Moravia o “la terrazza” di Scola che si nutre di materia umana mista e di eterno vernissage. Non è la Tate, ma è già qualcosa.

«Il paradosso dell’arte contemporanea a Roma è che l’unico museo effervescente e attivo è il Maam sulla Prenestina» mi aveva suggerito Umberto Croppi, l’assessore che fu cacciato da Alemanno ma che gode di una rarissima stima trasversale. Sono dunque andato nello stabilimento ex Fiorucci (salumi, non vestiti) dove vivono circa duecento famiglie di immigrati: rom, sudamericani, nordafricani, Est europeo e pure italiani. Fuori ci sono i murales, alcuni molti belli, di Kobra e di Borondo. Dentro realizzano ed espongono artisti di ogni genere. «Vale la pena andarli a vedere — mi aveva detto Croppi — il livello è alto, e tra tutti gli esperimenti di integrazione attraverso l’arte, questo non è retorico ed è condiviso dalla comunità che ospita gli artisti».
Ho trovato straordinaria la trasformazione di un ghetto di rifugiati in un fenomeno sociale. Giorgio de Finis, antropologo, è il direttore artistico, e qui è forse tutto velleitario e naïve come lui; ma di sicuro è questa la periferia che piace a Renzo Piano, quella del pensiero laterale che costruisce razzi con i bidoni per raggiungere la luna. Sono, di nuovo, i poveri che volano di “Miracolo a Milano”, il più bel film di De Sica, proprio perché non neorealista. E ho pure visto cantare i bimbi rom: somigliano ai ladruncoli di Termini, ma sembrano più bimbi e più felici.
Ed è, questo Museo di squatter, l’uguale e il contrario dell’occupazione del teatro Valle che è invece un bene pubblico nel centro di Roma e dunque reclama una gestione pubblica. E infatti non c’è paragone rispetto al risultato artistico del Prenestino. Quando fu sciolto l’Ente teatrale italiano non venne fuori solo l’occupazione del Valle, ci fu anche il passaggio del Quirino ai privati. Ebbene, questo Quirino ha goduto dei finanziamenti del solito Emmanuele Emanuele e, non si capisce perché, anche della Regione Calabria.
Il direttore è un dandy napoletano, un attore con un nome strano, Geppy Gleijeses , di cui tutti mi dicono all’orecchio: «È lui il vero Gep Gambardella» un po’ come, una volta, si diceva del giornalista Victor Ciuffa «è lui il Mastroianni della Dolce Vita». Anche questo eterno ritorno romano, che tanto annoiava Flaiano, è un genius loci culturale: lo stravagante, la maggiorata e, appunto, il tardo vitellone che non riesce ad essere “quel flâneur che a Roma non può esistere” scrisse Benjamin.
Inutilmente a Marino hanno spiegato che i teatri non sono unificabili con i Musei e con le istituzioni musicali. Quelli di prosa sono più di cento, la loro vita è grama anche se le sale non sono mai vuote, forse perché questa è stata la città delle cantine, di Carmelo Bene e di Memé Perlini, ed è la città delle macchiette italiane più ancora che delle maschere: Albertone e Meo Patacca su tutti. Mi dice Massimo Monaci, direttore dell’Eliseo e presidente dei gestori: «Il pubblico di Roma vuole il divertimento e sa riconoscere, come nessun altro, il divertimento di qualità. E però negli ultimi due anni è calato del 20 per cento. Non garantiamo più per la prossima stagione».
Sono comunali l’Argentina, che è lo Stabile, e i 4 teatri di cintura, lottizzati politicamente, Quarticciolo, Ostia Lido, l’Elsa Morante sul Laurentino, e Tor Bella Monaca dove Michele Placido ha fatto un gran lavoro, non pagato. Per mancanza di teatro, chiude, dopo 28 anni, il “Roma Europa Festival”, che era l'unica rassegna di spettacolo contemporaneo (anche danza e musica) e alla quale la Regione ha ora negato l’uso del Palladium. E chiude, dopo 12 anni, il festival della fotografia. Collegato allo Stabile c’è l’India, che è il teatro sperimentale sul Lungotevere: da due anni è chiuso per lavori.
Anche allo Stabile, Marino ha perduto dieci mesi prima di nominare Marino Sinibaldi alla presidenza e, alla direzione, Ninni Cutaia che però è risultato incompatibile: si sa che il sindaco pasticcia con gli amati curricula. Alla fine ha nominato Antonio Calbi ma il teatro vivacchia malamente. Eppure i privati, come mi spiega Monaci, accusano il teatro pubblico di concorrenza sleale.
Ce l’hanno soprattutto con l’Auditorium, cioè con la Fondazione Musica per Roma, che fa solo spettacoli leggeri (l’ultimo è “Luglio suona bene” con Keith Jarrett, Stefano Bollani, Pino Daniele e Patty Pravo). La Fondazione, finanziata anche dal Comune con tre milioni e mezzo, da undici anni ottiene utili (quello lordo del 2013 è di 231.347 euro con 612.851 spettatori per 663 “eventi”). È dunque magnificamente amministrata da Carlo Fuortes, che è stato appena nominato sovrintendente dell’Opera, la Fondazione Lirica presieduta per legge dal sindaco, una nobile idrovora che riceve poco meno di 40 milioni pubblici (20 dal Comune), ha 490 dipendenti con 5 sindacati che scioperano persino per la pausa pranzo e fermano pure la bacchetta di Muti. Il deficit annuale è di 11 milioni, il debito patrimoniale di 30.
Marino ha minacciato di chiudere, non frequenta, non domanda. La sua strategia è «sol chi sa che nulla sa, ne sa più di chi ne sa». Adesso Fuortes, che dovrebbe scegliere tra le due cariche, vuol tenerle tutte e due e proprio mentre porta in scena il rigore, i bilanci, l’etica del lavoro.
«La Scala è Milano, la Fenice è Venezia, il San Carlo è Napoli» mi dice Croppi, «Roma invece non si identifica così immediatamente con il Costanzi, che è il nome del teatro dell’Opera», un goffo edificio sovraccarico: «Questa facciata è un’orrenda oscenità» diceva Bruno Zevi. «Quasi un quarto del bilancio comunale, che è di 70 milioni, va all’Opera» sottolineano ridacchiando gli avversari, i tifosi del Santa Cecilia, che si vanta di una maggiore rilevanza internazionale e prende dal Comune solo 4 milioni e 400mila euro. «Certo — ammette Croppi — due o tre volte l’anno all’Opera dirige il grande Muti, che non ha però cariche esecutive, anche se ha messo il nome e incide su alcune scelte». Si potrebbero unificare Opera e Santa Cecilia? «È giuridicamente molto difficile».
E di nuovo la qualità sbuca dove meno te l’aspetti. Ci sono centinaia di piccole associazioni musicali che organizzano scuole e concerti, qualche volta di ottimo livello. È il caso dell’Associazione “Orazio Vecchi” di Alessandro Anniballi, 31 anni di insegnamento di coro e composizione, esibizioni al Campidoglio, elogi dei critici, premi… Lavorava nelle aule della scuola E.Q. Visconti dove Anniballi insegna musica. Ma i tempi sono cambiati e la nuova dirigente ha disdetto il protocollo. Ora i coristi vagano nel quartiere, costretti nella chiesetta di San Bernardino dove padre Michele, un cinese, li ospita: «È come se avessero sradicato un albero che faceva frutti e fiori. Perché?». Un altro caso di qualità fuori luogo è l’Associazione “Rialto occupato”. Sono squatter che, in supplenza del municipio, propongono un progetto, “Urban Ground”, di riqualificazione dell’area che va da Porta Portese alla Piramide e comprende l’ex mattatoio e il quartiere Testaccio. Penso che i centri sociali si siano meritata la diffidenza che li circonda, ma ho girato questo loro stupefacente progetto alla Quodlibet, la raffinata casa editrice di Macerata specializzata in Architettura.
Roma è l’unica città del mondo che ha due sovrintendenze, una nazionale e l’altra comunale. E non è solo una moltiplicazione di burokrati, carte e bolli. C’è anche la p che diventa v. Quella di Stato si chiama infatti soprintendenza, quella comunale sovrintendenza. Ed è un gioco disperato di vanità. È una pacchia per il Cafonal di Dagospia l’archeologia come parodia di Indiana Jones, «a Roma se non conosci l’archeologia non riesci neanche a fermarti a uno stop» dice uno dei protagonisti del geniale film “Smetto quando voglio”. Dalle buche delle strade, che il Comune non ricopre mai, può sempre sbucare fuori, quanto meno, una lapide di Teodosio il grande. Il sovrintendente di Alemanno era Umberto Broccoli, archeologo e presentatore radiofonico, autore dei dottissimi libri “Voce del verbo amare” e “Telesogni dalla A alla Z”.
Marino, dopo otto mesi, ha nominato Claudio Parisi Presicce, già direttore dei Musei capitolini, che non è un semi vip come Broccoli però è un sovrintendente che dovrebbe puntare ad abolirsi, a perdere la v e a prendere la p. Qualche motivo? I mercati di Traiano e i fori imperiali sono del Comune, ma pochi metri più in là i fori romani, il Palatino e il Colosseo sono dello stato. La Domus Aurea è dello Stato ma le parti esterne, le grotte e il giardino sono del Comune.
Il ministro Franceschini, per completarne la restaurazione, ha fatto un appello ai privati, ma i giardini comunali sono depositi di spazzatura, accampamenti di barboni, un “non luogo” municipale che i soldi non basterebbero a recuperare. E ancora: al Teatro Marcello una parte della base è dello Stato, il corpo centrale è del comune, ma appartamenti e uffici sono privati. Sono comunali le 546 fontane, la trentina di torri medievali, i sedici obelischi egizi. È statale il Colosseo, che frutta 50 milioni l’anno, ma nessuno sa spiegarmi perché la metà dei profitti dei biglietti vanno a un gestore privato, la Coop Cultura associata alla Electa di Berlusconi, gestiscono anche Caracalla e il Palazzo Massimo, in proroga dal 1998, senza gara. È invece comunale il colosseo fuori dal Colosseo, quel posto senza legge degli accattoni-gladiatori e delle camionette dei porchettari, dove si mangia, si frega e se fa subito a cazzotti, come ai tempi del Belli, pe’ schiaffasse in saccoccia li quadrini.
Benché a Roma ci sia il maggior numero di case editrici d’Italia, 371, non ce n’è mai stata una veramente potente. Le più grosse sono comunque piccole: Newton Compton, e/o, Armando, Donzelli, Minimum Fax, Fazi, Nottetempo… E ogni dicembre all’ Eur c ‘è la fiera della piccola e media editoria, “Più libri, più liberi”, ed è la fiera del libro che funziona meglio in Italia e forse proprio perché non ci sono i grandi editori: “less is more”. E però Enrico Jacometti, che è il presidente dei Piccoli Editori, mi dice: «Dieci anni fa Roma era al primo posto, insieme a Milano, nell’indice di lettura, che è il rapporto tra numero di abitanti e numero di libri venduti. Oggi siamo al quinto; al decimo negli ebook ».
Chiudono le librerie anche a Milano e a Firenze, «ma il dato romano è clamoroso e drammatico» mi spiega Marcello Ciccaglioni, il geniale proprietario del gruppo Arion: «Negli ultimi cinque anni hanno chiuso almeno 50 librerie importanti».
Per ogni libreria che chiude si spegne una stella. Ma inaspettatamente c’è una lucciola, ed è il sistema delle biblioteche comunali. Ogni anno due milioni e trecentomila persone utilizzano queste biblioteche, che sono 42, e danno in prestito un milione e mezzo di libri. Sono cifre da capogiro rispetto ai 170mila lettori della Biblioteca nazionale, che è statale. Eppure il sindaco Marino da un anno non riesce a nominare il consiglio di amministrazione, il presidente e il direttore delle 42 biblioteche che rischiano di chiudere, come si legge nell’appello che i dipendenti gli hanno indirizzato.
Forza, dunque, signor sindaco: non spenga anche questa lucciola romana, che non è Pasolini ma è Trilussa: «Luna Piena minchionò la lucciola / - Sarà l'effetto dell'economia,/ ma quel lume che porti è deboluccio ...- / Sì, - disse quella - ma la luce è mia!».