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venerdì 1 maggio 2015

Ipazia, la filosofa pagana uccisa dai talebani cristiani


A Rimini una mostra nel XVI centenario della morte
Una raccolta di firme per dedicarle una piazza di Roma

Silvia Ronchey

"La Stampa", 1 maggio 2015

Anche se non esiste un martirologio laico, da più parti e in più modi, discretamente, quasi sotterraneamente, il mondo ricorda quest’anno il sedicesimo centenario del martirio di Ipazia, la filosofa bizantina assassinata ad Alessandria d’Egitto dalle milizie fondamentaliste cristiane del vescovo Cirillo nella primavera del 415, poco prima di Pasqua. Una mostra al Museo del Calcolo di Rimini (Ipazia matematica alessandrina, fino al 30 agosto. Sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18) ricorda questa donna eminente, amata dai suoi discepoli pagani e cristiani, esponente di una moderazione di pensiero cui faceva riscontro «una franchezza di parola», narrano gli storici, per cui «si rivolgeva faccia a faccia ai potenti e non aveva paura di apparire alle riunioni degli uomini, i quali, data la sua straordinaria saggezza, le erano tutti deferenti e la guardavano con timore reverenziale».
Sulla Luna
Su Ipazia, maestra di scienza e di sapienza ma anche di impegno civico, icona della libertà di pensiero, la mostra di Rimini offre ai visitatori una documentazione essenziale: documenta la sua cultura scientifica (in esposizione, insieme ad antichi strumenti di calcolo astronomico, le opere di Euclide, Apollonio, Diofanto e soprattutto di Tolomeo, di cui commentò le Tavole semplici e rivide l’Almagesto) e testimonia la devozione che lungo sedici secoli le ha tributato l’intera cultura occidentale, dalla pittura (per esempio il celebre quanto discusso ritratto segreto di Raffaello nella Scuola d’Atene) alla letteratura (uno per tutti l’omaggio di Leopardi nella Storia dell’astronomia) fino alla scienza moderna, che le ha intitolato il cratere lunare Ipazia, non lontano dal punto di allunaggio dell’Apollo 11, come evidenzia l’ultima vetrina.
In questi tempi in cui il Medio Oriente è percorso dal terrore dell’integralismo islamico e insanguinato da episodi massicci e cruenti di persecuzione religiosa, non è facile ma è importante ricordare che la chiesa cristiana ai suoi inizi si macchiò di una violenza integralista per molti versi affine, come quella dei parabalani, i monaci-barellieri, di fatto miliziani clericali che massacrarono Ipazia, la fecero a pezzi e diedero i suoi resti alle fiamme. E’ unanime la testimonianza delle fonti coeve e poi bizantine secondo cui fu il vescovo Cirillo il mandante di quell’assassinio che rifletteva non tanto un conflitto religioso o una lotta per la supremazia confessionale, già assicurata dai decreti teodosiani (che avevano appena proclamato il cristianesimo religione di stato) quanto una precisa e circostanziata strategia di appropriazione del potere statale, in una prospettiva teocratica.
Il vescovo Cirillo
Il proselitismo armato di Cirillo contraddiceva in pieno l’idea di tolleranza propugnata cento anni prima dall’editto di Costantino del 313, così come la tendenza conciliatoria del cristianesimo con il paganesimo d’élite che il primo imperatore cristiano aveva appoggiato politicamente e sancito giuridicamente. Rivendicava l’accesso della chiesa alla conduzione della politica: un vero e proprio potere temporale, più affine al modello del papato romano che alla rigorosa separazione dei poteri sancita dal cosiddetto cesaropapismo bizantino.
Anche per questo, forse, la posizione ufficiale della chiesa di Roma, nonostante le scuse e le richieste di perdono dispensate un po’ a tutti tra la fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo, e malgrado la gravità e la natura quasi terroristica dell’antico assassinio di Ipazia, non ha mai voluto mettere in discussione Cirillo, la sua santità, la sua probità.
Ancora a fine Ottocento Leone XIII lo ha proclamato dottore della chiesa (Doctor Incarnationis). Nella celebrazione che ne ha fatto il 3 ottobre 2007 Benedetto XVI ha lodato «la grande energia» del suo governo ecclesiastico «senza spendere due righe», com’è stato osservato, «per assolverlo dall’ombra che la storia ha fatto pesare su di lui». Anche se alcuni intellettuali cattolici hanno invitato, se non alla decanonizzazione, alla cautela, una chiesa di San Cirillo Alessandrino è stata da poco edificata a Roma a Tor Sapienza.
Ed ecco che in questa Pasqua di milleseicento anni successiva alla sanguinaria quaresima del 415 in cui si consumò l’assassinio di Ipazia una sorprendente iniziativa è stata presa dall’Associazione Toponomastica Femminile e da un’ampia e diversificata serie di associazioni cittadine romane, che si sono costituite in comitato e hanno presentato all’ufficio toponomastico del comune di Roma una petizione per dedicarle un adeguato spazio urbano nella città di Pietro: «Una piazza per Ipazia» ha raccolto oltre 1500 firme, che si sommano a quelle di altre richieste già inoltrate e alla proposta di un’intitolazione proprio a Tor Sapienza, nell’area della nuova chiesa di San Cirillo.
Tolleranza laica
Non è una provocazione, al contrario, vuol essere una pacificazione. La tolleranza laica non impedisce certo di continuare a annoverare tra i santi del calendario il «terribile vescovo», come lo chiama la Storia ecclesiastica di Socrate. Ma anche i fedeli cristiani hanno il diritto di ricordare la sua antica vittima e l’insegnamento che la storia e ha da darci sui pericoli del fanatismo religioso, in questi difficili tempi di lotte e persecuzioni.

venerdì 17 ottobre 2014

Anfipoli. L’ultimo segreto di Alessandro Magno


Viaggio alla scoperta dei misteri di un miracolo archeologico, 
tra fascinose cariatidi, sfingi acefale e mosaici mai visti
Gli studiosi si dividono, giornali e tv si scatenano, i turisti si accalcano, 
la domanda è una sola: 
davvero questo mausoleo del IV secolo era la tomba del grande macedone?

Pietro Del Re

 “La Repubblica”, 16 ottobre 2014

AMPHIPOLIS. IL ronzio di un generatore è il solo indizio delle attività che fervono nelle viscere del tumulo Kastà, una collina argillosa tra i mandorleti dell’antica Amphipolis. A duecento metri dall’entrata degli scavi, ci ferma un poliziotto intirizzito dal vento gelido che scende dal vicino Monte Pangeo. L’ingresso al più grande monumento funebre mai rinvenuto in Grecia è ancora vietato ai più. Mezz’ora dopo, lo stesso cerbero in divisa bloccherà un ambasciatore che da Atene ha appena percorso 700 chilometri per visitare il ritrovamento archeologico, la tomba del Quarto secolo prima di Cristo che fa trepidare un intero Paese e che qualcuno sta già usando come antidoto patriottico contro le devastazioni della crisi economiche. Al momento, il solo non addetto ai lavori penetrato là sotto è stato il premier greco Antonis Samaras, che lo scorso agosto, con le scarpe ancora inzaccherate di fango, ha dichiarato che da questa straordinaria scoperta partirà il rinascimento della Grecia, «perché sono certo che qui sia sepolto un grande». LEGGI TUTTO...


La suggestione di Amphipolis, la terra dei sepolcri dei re

Paolo Matthiae

IL FASCINO avvincente della scoperta archeologica dipende dalla combinazione dell’attrazione derivante dalla concretezza materiale del ritrovamento e della suggestione imposta dal recupero della memoria del passato. Quel fascino è potenziato quando l’oggetto della scoperta è una tomba, è moltiplicato quando la tomba è di un personaggio regale, è al culmine se il titolare della tomba è un protagonista della storia. Di qualunque paese e di qualunque epoca.
La ricchezza, materiale o artistica, dei corredi e la grandiosità degli allestimenti funerari rendono queste scoperte leggendarie. La seconda metà del Novecento ha conosciuto almeno tre casi esemplari. Il rinvenimento, accidentale, in Cina nel 1974 di un settore della tomba di Qin Shi Huang, il primo imperatore della Cina, morto nel 210 a.C., presso Xi’an, con il suo spettacolare esercito di oltre 6.000 guerrieri di terracotta. La scoperta, tra il 1977 e il 1980, ad opera di Nicolis Andronicos, del grande tumulo di Vergina, non troppo lontano da Salonicco, dove si ritiene verosimile che sia stato sontuosamente sepolto Filippo II di Macedonia, il padre di Alessandro Magno, morto nel 336 a.C. Il ritrovamento in Perù nel 1987, da parte di Walter Alva della ricchissima tomba del cosiddetto Signore di Sipàn, un capo della cultura Moche, morto probabilmente nel III secolo d.C. LEGGI TUTTO...

sabato 26 luglio 2014

RONALD SYME, AUGUSTO E LA RIVOLUZIONE ROMANA VISTI DA OXFORD


Carlo FRANCO

"Il Manifesto - Alias", 20 luglio 2014

Molti sto­rici hanno inda­gato la crisi che a Roma tra­volse la repub­blica ari­sto­cra­tica fino all’instaurazione del regime di Augu­sto. E molti hanno rac­con­tato la vita del figlio adot­tivo di Cesare, che da lea­der di una fazione della guerra civile divenne ‘prin­ceps’. Nes­suno in età moderna lo ha fatto però con la forza e l’efficacia di Ronald Syme (1903–1989), sto­rico neo­ze­lan­dese tra­pian­tato a Oxford, in The Roman Revo­lu­tion. Il libro, che esa­mina l’ascesa dell’Augusto con lo sguardo rivolto ai dit­ta­tori dell’Europa nove­cen­te­sca, uscì nel set­tem­bre del 1939. La con­co­mi­tanza con lo scop­pio del con­flitto mon­diale poteva nuo­cere: la guerra avrebbe pre­sto impo­sto una dif­fe­rente agenda all’interpretazione dei governi tota­li­tari. Ma l’opera di Syme man­tenne la pro­pria forza, e pro­prio dal dopo­guerra ha eser­ci­tato un’influenza dure­vole sugli studi. Il libro fu tra­dotto in ita­liano nel 1962, su sug­ge­ri­mento di Arnaldo Momi­gliano. Lo sto­rico, costretto all’esilio in Gran Bre­ta­gna dal 1938, aveva pron­ta­mente recen­sito Syme in una delle sue prime pub­bli­ca­zioni all’estero e firmò la pre­fa­zione all’edizione ita­liana. Altre edi­zioni nelle prin­ci­pali lin­gue euro­pee segui­rono negli anni. Nel frat­tempo, dopo la pub­bli­ca­zione degli altri suoi libri, Syme era ormai «l’imperatore della sto­ria romana» (come lo definì Glenn Bower­sock). Ora oppor­tu­na­mente La rivo­lu­zione romana torna in libre­ria, com­plice il bimil­le­na­rio della morte di Augu­sto (morto nel 14 d.C.), con nuova intro­du­zione a cura di Giu­sto Traina, che ana­lizza effi­ca­ce­mente la rice­zione del libro (tra­du­zione di Man­fredo Man­fredi, «Pic­cola Biblio­teca Einaudi Ns», pp. XXXVIII-650).
Al suc­cesso così pro­lun­gato del lavoro di Syme ha con­tri­buito, oltre al sog­getto, lo stile par­ti­co­la­ris­simo dell’autore. La sto­ria di Roma dal domi­nio di Pom­peo alla fine del prin­ci­pato di Augu­sto è rac­con­tata in pagine ner­vose e taglienti, che con­sa­pe­vol­mente guar­dano a Tacito (lo sto­rico romano a cui l’autore dedicò, anni dopo, un grande stu­dio). Sec­che frasi liqui­dano miti e gran­dezze: le cele­ber­rime Filip­pi­che di Cice­rone appa­iono «un eterno monu­mento di elo­quenza, di ran­core, di tra­vi­sa­mento dei fatti», opera di un poli­tico vit­tima di una «costante illu­sione». La poli­tica è stu­diata nella sua forma più cruda, descritta com’è senza spe­ranza e senza ideali. L’oligarchia romana non era stata in grado di man­te­nere il con­flitto entro i con­fini della lotta per potere, ric­chezza o glo­ria: altri temi erano emersi, con la forza del denaro e delle armi. Cesare, ari­sto­cra­tico fino al midollo, si era appog­giato a sena­tori e cava­lieri, ma aveva pro­mosso anche uomini che veni­vano dalla peri­fe­ria, nuovi alla poli­tica. Come risul­tato, la fazione che sostenne poi il gio­vane erede di Cesare aveva com­preso per­so­naggi «privi di scru­poli, arric­chiti dalla guerra e dalla rivo­lu­zione», e il nuovo ordine seguito alla feroce lotta era di fatto plu­to­cra­tico. Non c’era solo Mece­nate con i suoi pen­sosi letterati.
Al cen­tro del rac­conto, oltre ai sin­goli pro­ta­go­ni­sti, stanno più in gene­rale la lotta di vari ‘par­titi’ e la crisi con­vulsa di una classe diri­gente. I nodi fami­liari e poli­tici che strin­ge­vano tra loro tutti i poli­tici di primo e secondo piano nella Roma della tarda repub­blica sono evo­cati con pre­ci­sione (secondo il metodo «pro­so­po­gra­fico») ma anche con una stra­bi­liante com­pren­sione «dall’interno», che ha fatto pen­sare per ana­lo­gia allo sguardo di Proust (cui Syme dedicò uno scritto, rima­sto ine­dito ma recen­te­mente pub­bli­cato). In que­sta foca­liz­za­zione sulle éli­tes è stato rico­no­sciuto da tempo il senso e il limite del lavoro: dav­vero, come scrisse Momi­gliano, la sto­ria di Roma si poteva ridurre alla lotta tra fazioni, allo stu­dio dei ristretti gruppi che si con­te­sero il potere per decenni, quando venne meno il pre­ca­rio equi­li­brio della repub­blica? Quale fu il ruolo degli eser­citi, delle pro­vin­cie e, su un altro piano, dei moventi eco­no­mici? Temi que­sti non estra­nei a Syme, che alle car­riere di per­so­naggi ‘pro­vin­ciali’ dedicò studi par­ti­co­lari di grande rilievo, ma che restano sullo sfondo nella sua opera mag­giore. La rivo­lu­zione romana non voleva essere un lavoro esau­stivo: molto lavoro c’era da fare ancora (come l’autore espli­ci­ta­mente ammet­teva), e molto da allora è stato fatto, in ricer­che impor­tanti e sol­le­ci­tate da spinte dif­fe­renti. Ad esem­pio, The last Gene­ra­tion of the Roman Repu­blic di Eric Gruen (1974) affron­tava la stessa crisi stu­diata da Syme, ma con inte­resse agli ele­menti di con­ti­nuità e alla resi­lienza delle isti­tu­zioni rispetto alle epo­che di inquie­tu­dine (i tur­moils dei tardi anni ses­santa e dei primi anni set­tanta negli Usa). Oggi, invece, nes­suna ricerca di sto­ria antica, nem­meno sull’Augusto, fa sen­tire l’urgenza di una que­stione viva: come ha osser­vato Andrea Giar­dina, «l’impero romano non suscita più pas­sioni attua­liz­zanti», ma genera al più mostre, con­ve­gni, o serie televisive.
Non era invece così negli anni trenta, dopo la fine degli imperi ari­sto­cra­tici e la liqui­da­zione dei governi libe­rali a van­tag­gio di regimi per­so­nali a base mili­tare: il bimil­le­na­rio augu­steo del 1937-’38 fu cele­brato in Ita­lia con fer­vore fasci­sta. Impres­sio­nato da quel con­te­sto, Syme non rac­contò la vit­to­ria dell’Augusto come l’ineluttabile e «giu­sti­fi­cato» esito di un pro­cesso sto­rico (la «crisi senza alter­na­tive» di Chri­stian Meier), e ancor meno come l’affermazione di un uomo cari­sma­tico: largo spa­zio è per con­tro dato a tutte le ambi­guità del pro­ta­go­ni­sta (un cama­leonte, un ipo­crita, una sfinge, secondo le suc­ces­sive defi­ni­zioni datene da Giu­liano Impe­ra­tore, da Gib­bon, da Syme stesso). Una certa com­pren­sione va piut­to­sto alle ragioni dei suoi avver­sari: l’apprezzamento di Syme per il punto di vista di Marco Anto­nio, più che una pro­vo­ca­zione, pare una scelta di campo. Ma senza con­ces­sioni a uto­pie «repub­bli­cane»: l’Augusto, un nuovo Cesare più paziente e meto­dico del primo, dopo essere stato un pro­blema (ossia una delle forze che lace­ra­rono defi­ni­ti­va­mente la com­pa­gine sta­tale) fu anche la solu­zione. Ria­dat­tando una effi­cace for­mu­la­zione di Plu­tarco (Vita di Cesare, 28,5), forse è vero che «il potere di uno solo era l’unico rime­dio ai mali della repub­blica, e allora era meglio che quella medi­cina venisse som­mi­ni­strata dal medico più umano», anche se non dal migliore.
Con La rivo­lu­zione romana Syme scrisse, con spi­rito ari­sto­cra­tico, la sto­ria della crisi di una ari­sto­cra­zia: la tra­sfor­ma­zione vio­lenta di una società tra­di­zio­na­li­sta, scossa da un lungo tra­va­glio e final­mente da una rivo­lu­zione. Il ter­mine, così discusso, si giu­sti­fica ampia­mente per il fatto che arrivò al ver­tice poli­tico un nuovo ceto diri­gente, uscito dalle feroci lotte che ave­vano deci­mato o emar­gi­nato le fami­glie che a lungo ave­vano tenuto stretto a sé il governo della repub­blica. La sto­ria di que­sti gruppi è stata nar­rata ana­li­ti­ca­mente da Syme anni dopo in L’aristocazia augu­stea (tr. it. Riz­zoli, 1993). I nuovi gruppi di potere non sono descritti da Syme con sim­pa­tia. Ai valori cui era legato il vec­chio ceto erano suben­trate altre ener­gie, altri mores: «Quando un par­tito ha trion­fato con la vio­lenza e si è impa­dro­nito del con­trollo dello stato, sarebbe pura fol­lia con­si­de­rare il nuovo governo come un’accolita di per­so­naggi sim­pa­tici e vir­tuosi». Del resto, il prin­ci­pato segnava la vit­to­ria di quanti ave­vano rinun­ciato alla libertà per avere la pace. I giu­dizi di Syme sem­brano sug­ge­rire che il libro guar­dasse a un pub­blico di let­tori soli­dali con le dif­fi­denze dell’autore: verso la folla inco­stante, verso gli eser­citi incon­trol­lati, verso gli avidi vete­rani smo­bi­li­tati, verso i nuovi poli­tici ambi­ziosi, verso gli uomini nuovi, spesso moral­mente impari alle sfide da fron­teg­giare, e privi di dignità. La pro­spet­tiva è libe­rale di fondo, ma con­ser­va­trice: un chiaro impulso anti­ti­ran­nico la dif­fe­ren­zia però net­ta­mente dalle posi­zioni degli amici di lord Dar­ling­ton, l’immaginario (ma non troppo) per­so­nag­gio di The remains of the day di Kazuo Ishi­guro (1989).
Pur segnate dall’esperienza degli anni trenta del secolo scorso, le pagine di Syme mostrano a più di sessant’anni di distanza dalla pub­bli­ca­zione, e oltre cin­quanta dalla tra­du­zione ita­liana, intatta forza. La tesi cen­trale, che la «rivo­lu­zione romana» portò al potere le classi apo­li­ti­che dell’Italia, escluse fino ad allora dal vero potere cen­trale, è stata discussa, sfu­mata o con­te­stata. Docu­menti sco­perti suc­ces­si­va­mente hanno modi­fi­cato l’interpretazione di taluni aspetti ammi­ni­stra­tivi. La piena foca­liz­za­zione sui dati della tra­di­zione let­te­ra­ria portò Syme a lasciare ridotto spa­zio ai temi ideo­lo­gici, dal con­senso alla pro­pa­ganda, e al «potere delle imma­gini», al quale Paul Zan­ker ha dedi­cato anni fa il suo libro su Augu­sto (tr. it. Einaudi, 1989, poi Bol­lati Borin­ghieri, 2006). La scelta di Syme, nata anche dalla presa di distanza rispetto a certi lavori apo­lo­ge­tici verso l’Augusto, ha gio­vato alla strin­ga­tezza del rac­conto, lucido e disil­luso ma impe­gnato a cogliere le moti­va­zioni pro­fonde, psi­co­lo­gi­che più che politico-economiche, degli attori. I fatti sono riper­corsi con sapienza nar­ra­tiva, entro un magi­strale domi­nio delle fonti anti­che. Scarno il ricorso alla biblio­gra­fia moderna, presso che nulle le con­ces­sioni alla teo­ria. E netto il rifiuto per le sot­ti­gliezze della for­ma­liz­za­zione giu­ri­dica, cara alla tra­di­zione ger­ma­nica del Momm­sen: lo sta­li­ni­smo aveva inse­gnato che le «costi­tu­zioni» pos­sono essere sem­plici fac­ciate, che poco o nulla dicono sul reale strut­tu­rarsi del potere, per­ché «qua­lun­que sia la forma di un governo, monar­chia, repub­blica o demo­cra­zia, in ogni tempo c’è, die­tro, una oli­gar­chia». Parole tor­nate oggi, per vie impre­vi­ste, di scon­cer­tante attua­lità: e certo, ogni età ha l’oligarchia che si merita.

lunedì 7 luglio 2014

Progetto Domus Aurea


La descrizione della dimora imperiale fatta costruire da Nerone nel cuore dell'Urbe
e qualche idea per il recupero 


Andrea Carandini


"Il Sole 24 ore", 6 luglio 2014 

Nerone, ultimo grande aristocratico a diventare principe dell'Impero, è stato il più stravagante. Chi ne ha dato un'interpretazione meno perversa non ha letto Decline and Fall of British Aristocracy di D. Cannadine, dove si apprende cosa possono diventare i nobili quando dominano un mondo.
Tra tante sindromi, Nerone è stato affetto della cupido iungendi. Tra le domus Augustiana e Tiberiana sul Palatino (Palatium) – sede ufficiale del potere imperiale – e gli Horti di Augusto sull'Esquilino si interponeva una rilevante e fastidiosa porzione di centro storico. Nerone ha preteso congiungere le due proprietà tramite una domus intermedia, che per questo ha chiamato Transitoria, di difficile attuazione: la città era di intralcio. Nel 64 d.C. è giunto provvidenziale il massimo incendio, di cui sono stati incolpati i Cristiani (di qui il martirio di Pietro e Paolo). Così su Velia, Oppio e Celio distrutti ed espropriati da questa fine del mondo il principe ha potuto edificare la domus Aurea, senza difficoltà alcuna: come non ritenerlo colpevole? 
Comprendeva due enormi residenze di forma compatta, immerse in campi, vigneti, boschi, pascoli e specchi d'acqua, una per uso pubblico e una strettamente privata (due residenze analoghe comprendeva anche la domus Augustiana). Era come se Luigi XIV avesse edificato Versailles dentro Parigi! Si trattava di due quinte architettoniche, lunghe e strette, che somigliavano, più che ai palazzi compatti del Palatino, alle villae lungo il mare tra Lazio e Campania. 
Per attuare questa invenzione da megalomane, che occupava 44,3 ettari di Roma, Nerone ha depredato l'Impero.
Alla residenza principale, per uso pubblico, si perveniva tramite la Sacra via – trasformata in viale fiancheggiato da portici, largo venti metri. Dove era stata sul monte Velia la casa dei Domizi Enobarbi – la famiglia paterna del principe – Nerone ha costruito un gigantesco vestibulum, quadriportico al centro del quale doveva sorgere il colossus di Nerone-Sole (ci vorranno 11 anni per realizzarlo). Esso introduceva nella residenza lunga e stretta come una villa di Baia – gli atria di Marziale –, incentrata probabilmente su una cenatio principalis rotunda, la cui cupola emisferica ruotava come il cielo: un enorme planetario. È questo il complesso analiticamente descritto da Svetonio, rivestito d'oro, gemme e madreperla. Gli atria si affacciavano su uno stagnum rettangolare, mare che doveva ospitare imbarcazioni simili a quelle di Caligola rinvenute nel lago di Nemi. Il lago era circondato sugli altri tre lati da edifici di servizio: la città in miniatura per i servizi di corte.
Il complesso era il set in cui Nerone offriva al popolino festini, un tempo riservati soltanto ai nobili. Desiderava fondersi con la gente comune, come tanti tiranni e demagoghi , di cui è diventato il prototipo. Per questi ricevimenti serviva la porticus triplex lunga un miglio, distribuita probabilmente tra vestibulum, atria e stagnum. È facile immaginare Nerone e amici banchettare al sicuro in un naviglio al centro del lago, come già aveva fatto in Trastevere e in Campo Marzio, regista Tigellino. Applaudivano e acclamavano d'intorno gli Augustiani, guardia alloggiata nelle caserme intorno al lago. 
Siamo al culmine della politica-spettacolo nel mondo antico e bisognerà attendere più di 1600 anni per riavere qualcosa di simile, che in parte dura ancora. Di questo complesso, completato da Otone, Vespasiano salverà solo il vestibulum, dove nel 75 d.C. erigerà il colossus del Sole finalmente completato, distruggendo invece atria e stagnum per dare spazio al Colosseo e alla sua piazza. La reggia spropositata è durata solamente sei anni.

La domus Aurea disponeva di una seconda residenza, sull'Oppio, a carattere strettamente privato, anch'essa di forma lunga e stretta. Una unica facciata mascherava due edifici: il primo a ovest, intorno a un triportico, che era appartenuta alla domus Transitoria (56-64 d.C.) – unica sua parte sopravvissuta all'incendio – e il secondo a est, che rientrava nella domus Aurea (64-68 d.C.), dall'architettura assai più fantasiosa. Il corpo centrale includeva su due piani gli appartamenti imperiali. Era fiancheggiato da due corti pentagonali aperte sul fronte, dotate di appartamenti secondari. Ai piedi della residenza era lo xystus, una pista lunga e stretta per correre, oltre la quale era un lungo edificio di servizio, che aiuta a immaginare quello disposto intorno al lago dell'altra residenza. 
Questa seconda reggia, durata quarant'anni, è la sola a essere sopravvissuta, ed è quella che patisce danni a pitture e stucchi da quasi duemila anni. Infatti è stata incendiata (104 d.C.), il piano superiore è stato rasato e il tutto è finito sotto il giardino delle Terme di Traiano (109 d.C.), finite a loro volta sotto quello che è oggi il Parco dell'Oppio. Da allora radici, piogge e fori in cui sono penetrati gli artisti del Rinascimento – scoprendo e reinventando i "grotteschi" – hanno lentamente consunto gli ambienti decorati, già perfettamente conservati dalla sepoltura voluta da Traiano: il Vesuvio di questa Pompei romana.

Si è continuato per troppo tempo a restaurare le pitture quando da sopra pioveva, che è come ridipingere il pianterreno di casa quando il tetto è bucato. Ma ora si apre una più assennata stagione. Presupposto è stato consolidare il piano terreno, risarcendo i laterizi asportati, ma ora resta tuttavia da intraprendere l'operazione più costosa, rischiosa ed essenziale. Essa implica: a) asportare la terra sovrastante delle Terme e del Parco; b) mettere in luce il piano superiore, possibilmente da lasciare praticabile almeno per visite guidate; c) coprire e drenare questo piano superiore per evitare i danni atmosferici, conservando all'interno il grado di umidità che le sottostanti decorazioni richiedono; d) rivestire la copertura con un prato per conservare l'amenità del Parco dell'Oppio (isolare il monumento e ricoprirlo nuovamente di terra è impossibile, perché gli isolanti non durano oltre un certo tempo). 
Specialmente interessante è il corpo centrale della residenza, dove erano gli appartamenti imperiali, divisi tra l'appartamento di monsieur e quello di madame. Al piano terreno essi sono separati dalla grande cenatio pentagonale – non sembra la cenatio rotunda di Svetonio –, con salone principale, quattro triclini minori e un ninfeo. Gli appartamenti sono composti da un cubiculum con alcova per il letto e da una saletta o oecus. Sul retro buio sono appartamenti e stanze di servizio. Al piano superiore i due appartamenti imperiali si aprivano invece su un terrazzo triangolare, dove si poteva banchettare anche all'aperto, con vista sul teatrale ninfeo che ornava il retro del Tempio del Divo Claudio (il più grande monumento di Roma del tutto sconosciuto). Essi sono composti da cubicula, oeci, exedrae, piccoli peristili e corridoi. Dietro a essi erano due portici per passeggiare e una lunga piscina, che nutriva la cascata per il sottostante ninfeo. Se la cenatio al piano inferiore rappresenta la sala più importante, gli appartamenti di sopra svelano il modo di vista più intimo e piacevole del principe, per cui sarebbe importantissimo dar loro valore.

Privati e aziende italiane, partecipando al restauro, ai servizi e al racconto di questa meraviglia di Roma, potranno avvalersi del nuovo vantaggio fiscale da poco varato. Così renderanno sé stessi famosi nel mondo e compiranno un atto di straordinaria pubblica liberalità. La residenza della domus Aurea sull'Oppio potrà rappresentare un'attrazione culturale pari a quella del Colosseo, nell'anello superiore del quale potrebbe essere illustrata l'altra residenza, conservata solo per indizi, oltre la storia dell'anfiteatro stesso. Raccontare i propri monumenti non è la missione universale che la storia ha assegnato all'Italia?

martedì 24 giugno 2014

Erano sotterrati tra i rifiuti i segreti dell’Egitto romano


Così due studiosi inglesi trovarono i papiri di Ossirinco

Paolo Mieli

"Corriere della Sera", 24 giugno 2014

Per i prossimi anni è programmata la pubblicazione di ben quaranta volumi degli Oxyrhynchus Papyri . Fino ad oggi ne sono già stati pubblicati settantotto, il primo dei quali nel 1898. Di che si tratta? Tutto ha inizio in una discarica. È in una montagna di rifiuti coperta dalla sabbia che si è avuto il più importante ritrovamento di preziosi papiri dell’Egitto. Ritrovamento che ha consentito una svolta nello studio della storia del mondo antico. È questo, cioè il fatto che fossero sepolti come immondizia, quel che ha più colpito Peter Parsons e che fa da filo conduttore di un suggestivo libro, La scoperta di Ossirinco. La vita quotidiana in Egitto al tempo dei Romani, che l’editore Carocci si accinge a pubblicare, in un’impeccabile traduzione e curatela di Laura Lulli. In quella discarica, che era rimasta coperta dalla sabbia
per secoli e secoli, furono ritrovati a fine Ottocento «frammenti della letteratura greca classica, in particolare di opere altrimenti perse nella grande distruzione del Medioevo, e frammenti della letteratura cristiana delle origini, soprattutto di opere poi eliminate dal canone ortodosso». I rifiuti appartenevano al villaggio di el-Behnesa, centosessanta chilometri a sud del Cairo e quindici a ovest del Nilo. Fondata ai tempi di Ramses III nel XII secolo avanti Cristo, quella piccola città era stata poi, per mille anni — dai tempi di Alessandro Magno a quelli dell’arrivo dei musulmani, dal 350 a.C. al 650 d.C. (ma anche oltre) —, Ossirinco. Agli inizi del Medioevo vantava ancora un vescovo, trenta chiese, diecimila monaci, ventimila suore. Anche oltre, dicevamo, ben oltre la conquista araba dell’Egitto nel 642 d.C. Tant’è che testimonianze del 917 attestano che, all’epoca, in quel centro si producevano tende di broccato d’oro per il palazzo del califfo di Baghdad. Il declino vero e proprio iniziò molti decenni dopo, dal XIII secolo, allorché, sotto il dominio dei mamelucchi, la città cominciò a trasformarsi in un villaggio. 
Ma al centro di questo libro c’è la Ossirinco greca. Per i Greci del III secolo a.C. l’Egitto «era un po’ come il Nuovo Mondo, una California delle opportunità». La città egiziana era nata sotto il regno degli ultimi faraoni, poi divenne una provincia persiana fino a quando fu «liberata» da Alessandro Magno nel 332, quando, conquistate l’Asia Minore e la Palestina, il re macedone attraversò il Sinai (tre giorni di marcia senz’acqua) e fece il suo ingresso in Egitto, dove fondò la città che avrebbe preso il suo nome: Alessandria. Alla sua morte (323 a. C.) l’Egitto passò a Filippo III, ma in realtà al comandante militare Tolomeo, che fondò una dinastia, quella dei Tolomei, che avrebbe governato il Paese per tre secoli, fino alla morte dell’ultima discendente, Cleopatra, nel 30 a.C. All’epoca vivevano in quel Paese trecentomila Greci assieme a sette milioni di egiziani. Tolomeo I si era fatto largo come generale e aveva oltre sessant’anni quando ottenne il titolo di sovrano, «solo di un grado inferiore a quello di un dio». Fu uno stratega assai acuto. Prelevò il corpo mummificato di Alessandro il Grande e lo fece seppellire nuovamente prima a Menfi e poi nella nuova capitale, Alessandria (e «fu un modo, questo, per rivendicare il diritto di ereditare il carisma del conquistatore del mondo»). Ai tempi di Tolomeo Alessandria, pur essendo una città greca, era adorna di sculture egiziane. Le iscrizioni geroglifiche presentavano Tolomeo con tutti i titoli tradizionali e gli attributi del faraone. 
Ossirinco visse e prosperò poi a lungo. Allorché i Romani conquistarono l’Egitto, la cultura dei vincitori, scrive Parsons, «si faceva sentire qua e là: Ossirinco si era dovuta dotare di un campidoglio, di un tempio di Cesare e di diverse terme pubbliche». Non era la prima volta «che l’Egitto apparteneva a un impero più vasto, ma questo era un impero molto grande con un imperatore molto assente». I cittadini di Ossirinco affluivano in gran numero per celebrare le rare visite dell’imperatore; altrimenti continuavano «a pregare per lui e per la sua Eterna Vittoria, anche se molte di quelle vittorie erano conseguite a migliaia di chilometri di distanza, sul Reno o sul Danubio». Per sfamare gli abitanti della città di Roma si pagavano delle tasse; per fornire supporto alle operazioni belliche, contro la Persia o altre nazioni, potevano esserci requisizioni di bestiame. I dominatori romani non modificarono il sistema amministrativo che avevano trovato («e del resto non avrebbero avuto nient’altro con cui sostituirlo, dal momento che la Repubblica romana non si era dotata di strutture burocratiche su larga scala», precisa Parsons). In realtà l’impero, con il suo sviluppo, sotto la spinta del dispotismo sempre crescente e dell’urgenza di guerre totali, adottò la complessa burocrazia gerarchica di cui l’Egitto e altri regni del Vicino Oriente avevano fornito esempi precoci. Formalmente l’Egitto restò al di fuori da questo sistema fino a quando Diocleziano (divenuto imperatore nel 284 d.C.) non cominciò a «spingere per un’integrazione attraverso la quale l’impero ormai scricchiolante fu costretto ad una forzata uniformità». 
Ossirinco all’epoca era ancora una città di prima grandezza. Alla fine del I secolo d. C., Plutarco «rifletteva sul mondo» dalla sua biblioteca a Cheronea, nel cuore rurale della vecchia Grecia: in Egitto, scriveva, «ai nostri tempi la popolazione di Cinopoli e la popolazione di Ossirinco si sono massacrate reciprocamente, in quanto gli abitanti di Cinopoli avevano mangiato il pesce sacro di Ossirinco e gli abitanti di Ossirinco avevano mangiato il cane sacro di Cinopoli». Segno, questo, che Ossirinco era anche una piccola potenza militare. Poi fu compiuto un passo ulteriore. Gli Egiziani (quantomeno i Greci d’Egitto) divennero nel 212 cittadini romani e in quello stesso anno un «egiziano» divenne, per la prima volta, membro del Senato romano. Nel III secolo dopo Cristo, Ossirinco fu denominata Città Illustre e Illustrissima, a dispetto della peste che aveva prostrato l’Egitto nel 253. Ossirinco fu tra le prime città a riprendersi. Intorno al 255 la città assume un maestro di scuola pubblico, imitando così le istituzioni culturali delle città più grandi. Dal 265 istituisce un «sussidio di grano», una razione gratuita destinata ai singoli cittadini, sul modello di quel che faceva Roma. Nel 283 costruisce una strada centrale del tipo di quella che hanno le città più importanti. Nel 284-286 assume un rilievo tale che il prefetto vi tiene udienza. Nel 273 fu addirittura scelta come sede dei giochi capitolini mondiali; «fu così che i cittadini di un borgo egiziano ospitarono il mondo e le sue celebrità, in occasione del primo festival mondiale capitolino quinquennale sacro e trionfante di teatro, atletica e corsa di cavalli che fosse tenuto in quell’epoca», fa rilevare Parsons. 
In seguito «continuò a sopravvivere e a prosperare fino al Medioevo, mentre il mondo intorno era ormai completamente cambiato». L’impero romano pagano aveva poi, a partire dalla svolta di Costantino, ceduto il posto a quello cristiano, con la sua lingua e il suo alfabeto. La scrittura egiziana, ottocento segni, era di impedimento all’alfabetizzazione («un cinese non sarebbe d’accordo», osserva però Peter Parsons), mentre la semplicità dell’alfabeto greco rendeva questa lingua scritta molto più agevole; alla fine le antiche scritture egiziane si estinsero, per essere rimpiazzate nel III e IV secolo dopo Cristo da un adattamento dell’alfabeto greco, il copto. Gli Egiziani che avevano imparato il greco erano stati certamente più numerosi dei Greci che avevano appreso l’egiziano, persone di etnia egiziana potevano prendere i nomi greci, famiglie greco-egiziane potevano adottare nomi doppi, con un elemento tratto da ognuna delle due lingue. 
I conquistatori romani avevano poi stabilito una gerarchia quasi ufficiale: al vertice della scala sociale c’erano i dignitari inviati da Roma per occupare le più alte cariche di governo; poi c’erano gli abitanti di quelle città (Alessandria, Naucrati, Tolemaide, più tardi Antinoupolis) che avevano mantenuto le istituzioni basilari di una classica città Stato; quindi le classi dirigenti delle capitali locali che fossero in grado di dimostrare la loro discendenza sociale privilegiata facendo riferimento a un registro stabilito ai tempi di Augusto; infine, il grosso della popolazione. Successivamente, ai tempi dell’Islam, si sarebbe imposto l’arabo. Ma con gli stessi effetti. L’Egitto «rimase sempre uguale, nella sua essenza: i campi e i contadini, le piene e la mietitura, l’eterno problema di come guadagnarsi il pane e — preoccupazione, questa, che ha accomunato i maghi pagani, cristiani e islamici — tenere gli insetti lontani da casa». Gradualmente la «Città Illustre e Illustrissima» si trasformò in un semplice villaggio. 
Nel luglio 1798 Napoleone Bonaparte approdò in Egitto, portando con sé un esercito di soldati e una piccola armata (167 persone) di studiosi e artisti. Mentre l’esercito francese liberava il Paese dal potere militare in decadenza che lo controllava formalmente come una provincia dell’impero turco, gli scienziati conducevano ricerche sistematiche e disegnavano schizzi dei monumenti. L’intento politico della spedizione, ovvero attaccare l’impero britannico in India dalla porta posteriore, fallì: la sconfitta navale di Abukir tagliò fuori gli invasori dalla loro patria. Il generale corso lasciò infine l’Egitto nell’agosto 1799 per realizzare un colpo di Stato nel suo Paese, mentre le sue truppe furono battute e rimpatriate nel 1801. Così il Paese tornò sotto l’autorità del sultano e dei suoi viceré. 
Sotto il profilo culturale, comunque, quella spedizione fallimentare diede luogo ad una svolta. Che ebbe quasi subito i suoi cantori. Gli splendidi volumi della Description de l’Égypte, dati alle stampe tra il 1809 e il 1826, gettarono le basi della moderna egittologia. Un passo ulteriore fu compiuto in Francia, il 29 settembre 1822, quando Jean-François Champollion lesse la sua Lettre à M. Dacier al cospetto dei saggi dell’Académie Royale des Inscriptions et Belles-Lettres. Champollion, grazie alla stele di Rosetta, riuscì a dimostrare che la scrittura geroglifica era prevalentemente fonetica, in quanto «la maggior parte dei segni rappresentava lettere o sillabe» e che la lingua che trasmetteva (come si sospettava) era la stessa di quella usata dai cristiani egiziani d’Egitto, oggi chiamata copto. Alla fine il codice era stato decrittato e così dal 1822 l’umanità fu in grado di leggere quelle iscrizioni e quei papiri. In seguito una spedizione di Champollion e Ippolito Rosellini fu interrotta dalla precoce morte, nel 1832, dello stesso Champollion. Ma i clamorosi risultati di quell’impresa, raccolti nei Monumenti dell’Egitto e della Nubia , furono dati alle stampe da Rosellini a Firenze tra il 1832 e il 1840. La spedizione di Carlo Richard Lepsius, inviato nel 1842 dal re di Prussia per registrare i monumenti dell’Egitto, produsse un ulteriore resoconto in tredici volumi, pubblicato nel 1849, che resta, secondo Parsons, «un’opera di riferimento». 
Gli inglesi avevano vinto la guerra contro Napoleone, ma in Egitto furono i francesi a continuare a dominare. Quantomeno sotto il profilo culturale. Un intraprendente commerciante albanese di tabacco, Ali Mohammed, divenne a tal punto potente che il sultano fu costretto a nominarlo viceré nel 1805. Lui, Mohammed, e la sua discendenza governarono, prima come khedivè (viceré d’Egitto) e poi come re fino al 1953, anno della vittoria della rivoluzione nasseriana. Ma Ali Mohammed e i suoi successori non furono, quantomeno in principio, consapevoli del tesoro che custodivano. Nella prima metà dell’Ottocento, iniziò la stagione delle razzie. Un italiano, Giovanni Battista Belzoni, si servì di un ariete per entrare nella tomba di un faraone; nel 1836 il colonnello inglese Richard William Howard-Vyse fece ricorso alla dinamite per entrare in alcune camere inesplorate della Grande Piramide. Come collezionisti si distinsero l’italiano Bernardino Michele Maria Drovetti (in forza all’esercito francese), che portò a Torino gran parte di quel che aveva trovato, l’inglese Henry Salt e il console generale svedese-norvegese Giovanni d’Anastasi, che trasferì il suo «bottino» in parte a Leida e in parte al British Museum. Le cose cambiarono nel 1850, quando giunse in Egitto un giovane assistente curatore del Louvre, Auguste Mariette, nominato dal khedivè nel 1858 direttore generale di tutti gli scavi. Con Mariette, scrive Parsons, «ebbe inizio nel Paese una vera e propria archeologia sistematica; fu Mariette a concepire il Museo del Cairo, in modo tale che le antichità egiziane potessero avere una loro casa in Egitto… Solo Mariette aveva diritto di scavare e l’esportazione delle antichità fu dichiarata illegale». 
Le cose cambiarono ancora una volta nel 1869, al tempo dell’apertura del canale di Suez, collegamento fondamentale tra Inghilterra e India. Erasmus Wilson espresse allora pubblicamente l’auspicio che la Gran Bretagna prestasse maggior attenzione all’archeologia egiziana. E un duo, formato dalla giornalista Amelia Edward e dallo studioso Reginald Stuart Poole, mise in atto la direttiva Wilson. Ciò fu reso possibile dal fatto che nel 1881 Mariette morì e il suo successore, Gaston Maspéro, si rese più disponibile nei confronti degli inglesi. Alla fine, nell’aprile del 1882, fu fondata una nuova società, Egypt Exploration Fund, massima istituzione dell’archeologia britannica, i cui direttori onorari furono Poole e la Edwards. E che è sopravvissuta fino ad oggi, sia pure con una leggera variazione di nome (Society al posto di Fund). Il 1° luglio del 1897 l’Exploration Egypt Fund istituì una sezione speciale chiamata Graeco-Roman Research Account, «per il ritrovamento e la pubblicazione delle vestigia dell’antichità classica e della prima epoca cristiana in Egitto». E fu questa sezione speciale ad attrarre i due giovani studenti oxfordiani protagonisti della nostra storia, Bernard Pyne Grenfell e Arthur Surridge Hunt, che riportarono alla luce, da tumuli di spazzatura sepolta dalla sabbia nei pressi del villaggio di el-Behnesa, i resti di Ossirinco, la «città del pesce dal naso aguzzo». Nel 1895 i due decisero di mettersi alla ricerca di papiri egiziani negli antichi villaggi del Fayyum. Da quel momento trascorsero il resto della loro vita «come pionieri di un nuovo ramo degli studi classici: la papirologia». Si diffuse in seguito la leggenda che Grenfell era diventato cieco per aver violato il sito e aveva riacquistato la vista solo dopo che lo sceicco del luogo si era reso conto che i poveri abitanti del villaggio ottenevano un beneficio grazie ai salari pagati dagli scavatori. Grenfell dirigeva lo scavo, mentre Hunt si occupava di catalogare gli oggetti rinvenuti. «Controllare cento uomini che cercano papiri sotto un vento forte, mentre un miscuglio di sabbia e cenere colpisce il loro viso (questo è uno dei luoghi più ventosi dell’Egitto)», annotava Grenfell, «non è esattamente semplice; Hunt è stato molto occupato nell’ordinare e distendere i papiri, ma c’è ancora una lunga strada da percorrere e non ci sarà tempo per esaminare gran parte di questa regione». I due furono ancora a el-Behnesa negli inverni dal 1903 al 1907. 
Le sei stagioni di scavi, che costarono circa quattromila sterline, portarono alla luce papiri che sarebbero stati stipati in settecento scatole, «il cui contenuto può essere stimato in mezzo milione di pezzi e frammenti». Opere di Tucidide, Platone, Isocrate, Pindaro, Euripide, liriche di Saffo, Alceo, Ibico, le invettive di Ipponatte, l’epica lirica di Stesicoro, le commedie di Menandro, le «elegie postmoderne» di Callimaco. Anche se la letteratura rappresentava forse solo il dieci per cento di ciò che si trovava tra quei rifiuti. Il resto apparteneva a un campo allora difficilmente esplorato, la vita e la società dei Greci in Egitto. Finché Grenfell «dal carattere più instabile», nel 1920 soffrì di un esaurimento nervoso che pose fine alla sua vita lavorativa. Hunt andò avanti fino al 1934; i suoi ultimi anni furono resi cupi dalla morte prematura dell’unico figlio. Ma «la loro collaborazione aveva ottenuto risultati straordinari». Dopo la scoperta del tesoro nascosto nella discarica, nel 1897, tre mesi di scavi fornirono papiri per riempire ben duecentottanta scatole. Subito ci si rese conto dell’importanza della scoperta: la «Review of Reviews» paragonò quel ritrovamento ai filoni d’oro rinvenuti nel Klondyke. Successivamente si aggiunsero spedizioni italiane (Ermenegildo Pistelli, Evaristo Breccia) che continuarono a scavare nei primi decenni del Novecento. 
Ma torniamo alla fine dell’Ottocento e a Ossirinco. Quando, un secolo prima, era stata raggiunta dagli esploratori di Napoleone, Ossirinco era apparsa loro come «un sito reso pittoresco riconoscibile soltanto dalle palme, da una solitaria colonna antica e da una serie di cumuli». Proprio quei cumuli che avevano preservato, come si sarebbe appreso cento anni dopo, «l’intera storia della città, in una forma più piena di quanto possano fare le rovine di edifici e i monumenti». Il 29 luglio 1898 si poteva leggere sul «Times» di Londra che «la guerra ispano-americana sembrava quasi al termine, il caso Dreyfus era a un’altra svolta, il ginocchio del principe di Galles era stato trattato con i raggi X, nel cricket Rugby e Marlborough avevano pareggiato a Lord’s». Ma anche, nella rubrica «Libri della settimana», che era stato pubblicato il primo volume degli Oxyrhyrinchus Papyri. Cioè dei papiri che erano venuti alla luce, non da case o uffici, ma dalle discariche di rifiuti coperte da coltri di sabbia che erano intorno alla città. I due giovani scavatori di Oxford, Grenfell e Hunt, l’avevano rinvenuta mista a detriti dentro cumuli alti nove metri: tutta la vita di una città avvolta nei brandelli di scartoffie buttate via.
 Fino a quel momento non c’era stata un’esatta percezione dell’importanza dei papiri. Pochi anni prima del ritrovamento a Ossirinco, uno studioso danese, Niels Iversen Schow, aveva acquistato un rotolo di papiro originale scritto in greco ad un mercato egiziano in cui gliene avevano offerti altri cinquanta, che poi, una volta rifiutati da Schow, gli abitanti del posto avevano bruciato per «godersi il fumo che ne emanava». E pensare che nel 1847 l’antiquario inglese Joseph Arden aveva acquistato a Tebe un notevole rotolo di papiro che conteneva diversi discorsi dell’oratore Iperide (392-322 a. C.); scoperta che aveva provocato a Londra notevole sensazione: nella primavera del 1851 Arden fece conoscere quel che aveva acquistato in una riunione tra intellettuali a casa di lord Londesborough e successivamente quel papiro fu messo in mostra nelle stanze della Royal Society of Literature. Ma fino a Grenfell e Hunt non si era capito fino in fondo quanto fossero importanti i papiri. 
Quando Grenfell e Hunt cominciarono a scavare ad el-Behnesa nel 1897, quella che trovarono fu una «capsula del tempo» di un tipo molto speciale. Pompei conserva un’immagine della vita romana, così come si presentava nel giorno dell’eruzione del Vesuvio, fissata negli edifici e nei corpi di quelli che vivevano lì. Ossirinco offre l’opposto: non corpi o edifici, ma «il nastro cartaceo (un nastro gettato via dai suoi possessori) con la registrazione di un’intera cultura». 
Ossirinco, scrive Parsons, «esiste ancora oggi come una città di carte gettate via, un paesaggio virtuale che possiamo ripopolare con persone vive e parlanti: il teatro è svanito, ma abbiamo ancora alcuni dei copioni usati dagli attori; le terme sono scomparse, ma possiamo ricostruire le generazioni degli inservienti che vi lavoravano; il mercato è sparito, ma conosciamo il banco dove si vendeva la zuppa, i mucchi di letame importati e i funzionari seccati che riscuotevano la tassa sui bordelli». Gli abitanti morti da secoli «di cui non abbiamo né ritratto né pietra tombale, comunicano con noi attraverso i loro documenti; di alcuni sappiamo abbastanza per scrivere una soap-opera». E alla fine la loro memoria almeno «sopravvive proprio per una strana ironia della sorte, grazie a quei materiali scritti che essi avevano gettato via». Strani percorsi della storia. Che talvolta passano per una discarica.

domenica 8 giugno 2014

L’enigma del vero Diocleziano. Imperatore geniale o persecutore


Risuscitò la grandezza di Roma ma fu durissimo con i cristiani

Luciano Canfora

"Corriere della Sera", 7 giugno 2014

Il nome di Diocleziano (il quale regnò dal 284 al 305 d.C.) è legato, nell’immaginario di chi serba ancora ricordi degli studi ginnasiali, all’ultima persecuzione anticristiana più che all’editto sui prezzi o al riordino amministrativo e militare dell’impero. D’altra parte, il governo di Diocleziano sul piano amministrativo, militare, economico ha suscitato in genere rispetto tra gli storici moderni, a parte qualche ironia fatuamente liberista verso l’editto sui prezzi. La trovata di «sminuzzare» l’estensione geografica delle province al fine di ridurre il potere militare dei singoli governatori era la risposta più razionale al caos prolungato del decennio successivo alla morte di Aureliano. La scelta di non chiedere nemmeno l’avallo - o la legittimazione - del Senato era un modo drastico, ma efficace, di far comprendere all’aristocrazia senatoria il cambio d’epoca in atto. Ormai era l’esercito - in tutta la sua amplissima estensione e articolazione - il fondamento politico-sociale del potere imperiale. I soldati restavano nel servizio per decenni: erano il ceto sul cui crescente peso e sulla cui lealtà si fondava lo Stato. Diocleziano veniva dal basso, suo padre era stato schiavo, poi liberto, di un senatore romano (fonte Giovanni Zonara); il suo culto e la sua assoluta dedizione all’impero e all’idea stessa di potere imperiale venivano proprio di lì, da quelle origini e da quella tenace e fortunata sua ascesa tutta all’interno dell’esercito e mai immemore del punto di partenza. La biografia scritta da Umberto Roberto, Diocleziano (Salerno, pp. 387), mette bene in luce questo aspetto. E si fa apprezzare per l’efficacia narrativa oltre che per la documentazione. 
Invece la svolta anticristiana ha sconcertato i moderni interpreti. «Non è ben chiaro - scrisse Luigi Pareti - per quale motivo, dopo ben diciotto anni di tolleranza per il Cristianesimo (285-303), Diocleziano a nome dei tetrarchi infierisse contro i cristiani con quattro editti fierissimi» (Storia di Roma, 1954). Il sovietico Kovaliov scelse un’altra strada: «Al suo Stato riformato - scrisse - Diocleziano volle assicurare, oltre che una base materiale, anche una base ideologica. Tuttavia la sua perspicacia non era sufficiente a scegliere tale base. Base ideologica della nuova monarchia poteva essere soltanto la nuova religione, il Cristianesimo, che a quel tempo era diventato un’enorme forza, soprattutto in Oriente» (Storia di Roma, 1948). Analoga la posizione di Momigliano: «L’essere caduto nell’errore di portare all’estremo inutilmente la persecuzione contro i cristiani indica quale fosse il difetto intrinseco al regime: una rigidezza che invano tentava di imprigionare il corso dei fenomeni» (Sommario di storia delle civiltà antiche , 1934). Per Mazzarino invece «il genio di Diocleziano aveva intuito l’inutilità della lotta» contro il Cristianesimo, ma «gli uomini di cultura d’intorno a lui pensavano che ancora si potesse e si dovesse tentare»; e indica nel Contro i cristiani di Porfirio il loro «Manifesto» (Trattato di storia romana. L’impero, 1956). 
Consideriamo più da vicino la cruciale vicenda. Una fonte insospettabile, il padre della Chiesa Cecilio Firmiano Lattanzio (250-325 d.C.) riversa soprattutto su Galerio, «Cesare» di Diocleziano, la responsabilità della persecuzione. Narra Lattanzio con dovizia di dettagli, nei capitoli 10 e 11 del De mortibus persecutorum, che Galerio - spronato a ciò da sua madre Romula, seguace di riti pagani degli «dei delle montagne» - si installò per tutto l’inverno del 303 presso Diocleziano, in quel momento nella sua residenza di Nicomedia (in Bitinia), e, nonostante la riluttanza del vecchio e malandato imperatore (senex vanus lo chiama), lo piegò, alfine, ad avallare lo scatenamento della persecuzione. 
Lo storico che più ha dato rilievo a questa scena onde ridimensionare le responsabilità di Diocleziano è stato Edward Gibbon, nel celebre capitolo XVI della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano: è il capitolo che tratta con spirito critico il problema delle persecuzioni, in contrasto spesso con le iperboli della «storia sacra» degli autori cristiani. Gibbon solleva anche la questione: come faceva Lattanzio a conoscere minuti e segreti dettagli dei colloqui tra l’«Augusto» Diocleziano e il suo «Cesare» Galerio? D’altra parte è significativo che Gibbon non tratti questa vicenda nel capitolo (il XIII), molto ammirativo, dedicato a Diocleziano, ma nel capitolo sulle persecuzioni, e nei termini che abbiamo ora ricordato. È una strategia narrativa che consente a Gibbon di non turbare con ombre sgradevoli il tono generale del capitolo su Diocleziano: lascia al lettore l’onere di connettere i due resoconti. 
La scena del lungo incontro di Nicomedia viene ripresa, con efficacia narrativa, dal testo di Lattanzio e inserita nel capitolo intitolato «La spirale dell’odio» da Umberto Roberto nel suo Dioclezian o . Egli non si pone però la domanda di Gibbon, semmai ribalta il racconto di Lattanzio asserendo che Galerio «appoggiò con solerzia le misure contro i cristiani». 
La vicenda della lunga persecuzione (durata ben oltre l’abdicazione di Diocleziano, avvenuta il 1° maggio 305, e protrattasi per altri sette anni, quando ormai Galerio da «Cesare» era diventato «Augusto») ha importanza soprattutto sul piano della storia politica. Soccorre il paragone, certo alquanto enfatico, di Gibbon, il quale accostava senz’altro Diocleziano ad Augusto. «Al pari di Augusto - scrisse Gibbon - Diocleziano può essere considerato come il fondatore di un nuovo impero». E soggiungeva, non senza un’accentuazione oleografica: «Questi due principi non impiegarono mai la forza ogniqualvolta potevano conseguire lo scopo con la politica». Se dunque nei confronti dei cristiani Diocleziano accettò di adottare la maniera forte, è necessario chiedersi perché ciò sia accaduto. 
La premessa fattuale è che il proselitismo cristiano aveva raggiunto la gran parte delle province dell’impero ed era penetrato in profondità nell’esercito, cioè nell’unica e fondamentale base del potere imperiale sotto la tetrarchia, dopo quasi un secolo di crisi e convulsioni dinastico-militari. Al pari di Augusto, Diocleziano era profondamente convinto della necessità di una salda unificazione religiosa dell’impero quale vero e stabile cemento della compattezza della compagine statale. L’azione svolta da Augusto su questo terreno è ben nota: essa poté dispiegarsi secondo il modello inclusivo caratteristico della prassi di governo romana, allora in grado di coniugare controllo e tolleranza. Ma all’inizio del IV secolo la questione si poneva, dal punto di vista dei rapporti di forza, in termini diversi rispetto a tre secoli prima: la repressione - già materia di discussione tra Plinio e Traiano al principio del II secolo - appariva ora lo strumento, certo aspro ma, si riteneva, pur sempre efficace, per riportare anche questo culto così pervasivo nell’alveo dell’unità imperiale. 
Non va trascurato un elemento che più d’ogni altro denota il cambio d’epoca: Augusto fa «dio» il suo padre adottivo (divus Iulius), Diocleziano pone ormai se stesso come «divino» di fronte a masse militari pronte a recepire una tale grossolana proiezione del potere. E dunque l’attrito con la componente cristiana diveniva inevitabile: a meno di non compiere il salto sommamente realpolitico dell’accettazione del nuovo credo da parte dello stesso imperatore. Ciò che farà di lì a poco Costantino dinanzi al fallimento dell’altra opzione.

Ipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata martirizzata dal fanatismo


Gemma Beretta ha ricostruito la vita, le idee e la fine orribile 
di una straordinaria caposcuola del pensiero neoplatonico nella tarda antichità

Massimiliano Chiavarone

"Corriere della Sera", 2 giugno 2014

Una donna su un carro percorre le strade di Alessandria d’Egitto per fare ritorno a casa. Un gruppo di monaci cristiani la sorprende, la tira giù dal mezzo, la trascina fino a una chiesa, fa del suo corpo macelleria, uccidendola con bastoni e cocci e poi smembrandola. Infine quegli stessi uomini, sulla carta di fede, prendono i miseri resti sanguinolenti e li bruciano per cancellare ogni traccia. 
È la sorte toccata a Ipazia, la filosofa e scienziata vissuta tra il IV e il V secolo. Il suo caso costituisce uno dei più efferati femminicidi di matrice cristiana della storia. La vicenda è raccontata da Gemma Beretta in Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti/University Press, pp. 320). Questo bel libro è una scrupolosa ricostruzione storica della vita e delle idee della martire del paganesimo e della libertà di pensiero, supportata da un uso approfondito delle fonti antiche. Beretta sottolinea che l’omicidio maturò nell’ambito della lotta per la supremazia tra pagani e cristiani da un lato e del prevalere del potere cosiddetto «spirituale» su quello temporale dall’altro, inteso come «scontro senza mediazioni tra il potere ecclesiastico locale e il potere civile cittadino». 
Il fulcro del conflitto nel V secolo fu Alessandria, centro della cultura pagana e dunque «laica», cioè un barile di polvere da sparo in cui bisognava solo innescare la miccia. In corso epocali cambiamenti geopolitici che porteranno alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche che riguardavano anche l’Impero romano d’Oriente (come la sconfitta di Adrianopoli, nell’odierna Turchia, del 378) e alla supremazia del Cristianesimo. 
Il primo evento che ne sancì l’affermazione fu l’Editto di Milano del 313, dell’imperatore Costantino I: stabiliva la libertà di culto, interrompendo le persecuzioni contro i cristiani, ma di fatto privilegiava la loro religione a scapito delle altre. Poi il Concilio di Nicea del 325 formulò i fondamenti dell’ortodossia cristiana. L’Editto di Tessalonica del 380 dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dello Stato nella forma definita «cattolica». Inoltre riconosceva il primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria in materia di teologia. E questo atto inaugurò una specie di «soluzione finale» per il paganesimo con i decreti teodosiani emessi tra il 391 e il 392 (il primo dei quali firmato da Teodosio a Milano) e ispirati da Ambrogio. Infatti, scrive la Beretta, «rientravano nella politica di scambio tra Chiesa e Impero» inaugurata proprio dai due. Cominciò la distruzione dei templi pagani insieme alle persecuzioni e prese slancio la filosofia cristiana con Agostino. 
Qui si inserisce la storia di Ipazia, nata ad Alessandria e figlia di Teone, uno dei più grandi matematici dell’antichità. Lei stessa, educata dal padre, divenne un punto di riferimento non solo nella filosofia, ma anche nell’astronomia, assurgendo a terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. 
Ma il suo insegnamento rivolto a tutti, la sua cultura, il fatto che a lei chiedesse consiglio il prefetto romano Oreste, la fecero emblema di un ideale di vita e di politica antitetico alla visione degli episcopi, basato «piuttosto che sul potere che viene dall’essere anello di una scala gerarchica, sull’autorità che viene dall’intelligenza sul mondo e dal coraggio nell’esporsi». La prese di mira il vescovo Cirillo, che la riteneva responsabile della sua mancata riconciliazione con Oreste. E di fatto ispirò lo scempio che nel 415 di lei fecero i monaci, in realtà «corpo di polizia degli episcopi». Un delitto atroce, rimasto impunito, e di cui sarebbe il caso ora, anche se a secoli di distanza, di riconoscere le responsabilità morali.

giovedì 1 maggio 2014

I Greci e noi, in viaggio per scoprire


Omero ed Erodoto: due modi contemporanei di guardare l’altro
Utet pubblica Ippopotami e sirene della giurista e antichista Eva Cantarella

Nuccio Ordine

"Corriere della Sera", 29 aprile 2014

«Pensa a Itaca, sempre,/ il tuo destino ti ci porterà./ […]Non sperare ti giungano ricchezze:/ il regalo di Itaca è il bel viaggio,/ senza di lei non lo avresti intrapreso./ Di più non ha da darti./ E se ti appare povera all’arrivo,/ non t’ha ingannato./ Carico di saggezza e di esperienza/ avrai capito un’Itaca cos’è»: questi bellissimi versi di Constantinos Kavafis mostrano, a distanza di secoli, come il mito di Itaca e di Ulisse continui ancora a far vibrare le corde del cuore di poeti e di lettori. 
Certo, le peregrinazioni dell’eroe omerico narrate nell’Odissea hanno rappresentato uno dei modelli costitutivi della letteratura occidentale: metafora della conoscenza, dell’esplorazione dell’ignoto, dell’incontro con l’«altro», dell’autonomia della coscienza, dell’autodeterminazione, della sfida del limite, della punizione divina, il viaggio — attraverso il movimento continuo delle strutture linguistiche e narrative — ha finito anche per diventare esso stesso immagine della scrittura letteraria. 
Alle avventure cantate da Omero e alle esplorazioni «antropologiche» di Erodoto, ha dedicato recentemente un bel libro Eva Cantarella (Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto, Utet). Studiosa di fama internazionale, i suoi saggi sul mondo antico sono stati tradotti in varie lingue, ci offre ora, con la sua consueta chiarezza, un affascinante itinerario in sette capitoli, dove l’Odissea e le Storie vengono analizzate alla luce dei numerosi racconti elaborati dai due grandi autori, l’uno padre dell’epica e l’altro della storiografia. 
Alla lettura comparata dei due testi, balzano subito agli occhi le differenze. Omero fa del viaggio uno strumento per marcare il divario tra la civiltà greca e la barbarie degli altri popoli: Polifemo rappresenta una socialità pre-politica, priva di valori religiosi, dove mancano leggi e assemblee e dove è assente l’agricoltura; Circe e Calipso (entrambe dedite al canto e alla tessitura) incarnano modelli femminili negativi fondati sull’inganno, che nulla hanno a che vedere con le virtù greche della moglie, della madre e della sorella; i Lotofagi esemplificano il rischio di perdere nei paesi stranieri la memoria della propria patria (mangiare il loto significava, infatti, «scordare il ritorno»). 
Per Erodoto — nato in Asia Minore, probabilmente da padre persiano e madre greca — il viaggio diventa, invece, occasione di confronto con l’«altro» (con coloro che Greci non sono), senza aver paura di riconoscere i «debiti» contratti con le culture vicine: le descrizioni di Babilonia, per esempio, o le riflessioni sulla regina Nitocri o su Artemisia mostrano una sincera simpatia per alcuni aspetti della vita politica di questi popoli stranieri; le pagine dedicate agli animali conosciuti (i gatti) o a quelli sconosciuti (coccodrilli e ippopotami) rivelano un’attenzione per le tradizioni locali e per gli stretti legami intessuti con i riti religiosi; e, perfino, nella vendita all’asta delle mogli, l’autore riesce a cogliere gli aspetti positivi di una legislazione che pensava anche alla sopravvivenza delle donne brutte e storpie (i soldi ricavati, infatti, dalla vendita delle future consorti più belle andavano in dote a coloro che sposavano quelle destinate a restare senza marito). 
Dal raffronto tra i testi omerici e le Storie, insomma, appaiono due cartografie diverse dei viaggi: Omero, lasciando da parte le tanto discusse questioni sui possibili riferimenti a luoghi del Nord Europa, naviga in Occidente, tra la Sicilia e le coste tirreniche dell’Italia, e in Oriente, lungo le coste dell’Anatolia; mentre Erodoto esplora i territori dell’Iran orientale, del nord del Mar Nero, il basso Nilo e l’Africa. Ma appaiono, soprattutto, due concezioni pedagogiche opposte dell’ignoto: se per l’epos l’avventura tra popoli sconosciuti è destinata a compiersi nel «ritorno» (nostos), per il racconto dello storico si concretizza, al contrario, in acute riflessioni sulla grandezza del mondo e sulle diverse culture delle genti che lo abitano. 
Le pagine di Eva Cantarella invitano, a loro volta, a far viaggiare il curioso lettore tra luoghi reali e immaginari. E solo alla fine del libro si capirà che altri viaggi ci aspettano perché, come ricordava T. S. Eliot, ogni «finire è cominciare».

sabato 22 marzo 2014

Antica Roma. I tagliatori di teste


I legionari romani? Altro che portatori di civiltà

Secondo un’autorevole rivista nella Britannia romanizzata del II secolo dopo Cristo i capi mozzati venivano ammucchiati in fosse aperte dove si decomponevano

Franco Rollo

"l’Unità", 22 marzo 2014

L’IDEA CHE I LEGIONARI ROMANI CHE ATTORNO AL I SECOLO DOPO CRISTO SI INSEDIARONO NELLA LORO ISOLA FOSSERO DEI BRUTI SANGUINARI, anziché dei portatori di civiltà, come amiamo ritenerli noi, fa, di tanto in tanto, capolino nell’immaginario collettivo inglese. Ricordo, era l’autunno del 1980, il clamore mediatico suscitato dalla rappresentazione di The Romans in Britain al National Theatre di Londra. Si trattava di una pièce che aveva come tema la sottomissione delle popolazioni autoctone celtiche da parte degli invasori. Per fiaccarne il morale i romani applicavano la sottile strategia psicologica di sodomizzare i druidi su cui riuscivano a mettere le mani. Lo stupro del druido, ripetuto sul palcoscenico ogni sera con impressionante realismo teatrale, fece scandalo in un’Inghilterra ancora puritana e contribuì grandemente al successo mediatico del dramma (l’avventurosa storia delle rappresentazioni di The Romans in Britain, è narrata da Mark Lawson in un documentato articolo, Passion Play, su The Guardian, Friday 28 October 2005). Nelle intenzioni dell’ autore, Howard Brenton, The Romans in Britain avrebbe dovuto costituire una metafora della occupazione inglese dell’Irlanda del Nord e, in generale, dell’imperialismo e abuso di potere in ogni epoca storica. Ho però il sospetto che solo alcuni cogliessero la metafora; negli altri prevalse l’interpretazione letterale e superficiale della sceneggiatura, da cui trassero l’opinione, un po’ goliardica, che gli antichi romani erano dei bruti sadici e che i celti, i druidi in particolare, avrebbero dovuto difendere con più determinazione il loro onore. 
Il dibattito sulla brutalità degli antichi romani sembra ora destinato, inaspettatamente, a rinfocolarsi ad opera, non più di un autore teatrale, ma di Journal of Archaeological Science. L’autorevole rivista scientifica ha pubblicato un articolo in cui si afferma senza mezzi termini che nella Britannia romanizzata del II secolo dopo cristo erano all’opera cacciatori di teste. Autori dell’articolo sono due giovani e preparate ricercatrici, Rebecca Redfern del Museum of London e Heather Bonney del London’s Natural History Museum. Esse ritengono di avere raccolto le testimonianze di una incetta di teste umane che venivano poi ammonticchiate in fosse aperte dove si decomponevano e venivano scarnificate dagli animali. Per la loro indagine hanno utilizzato 39 crani ritrovati nel corso di scavi condotti nel 1988 entro il perimetro della Londra romana, Londinium, in un’area archeologica interessata dal corso dello scomparso torrente Walbrook. Una volta recuperati i crani erano stati trasportati al Museum of London dove sono rimasti in deposito per anni; l’uso di metodi avanzati di antropologia forense ha ora permesso di scoprire che la maggior parte di essi appartiene ad individui adulti di sesso maschile che, poco prima di morire, furono feriti con vari tipi di armi. Sono state trovate anche tracce di vecchie ferite, riconoscibili per il fatto che l’osso ha avuto il tempo di rimodellarsi e cicatrizzarsi. 
La vicinanza del sito dove sono stati ritrovati i resti umani a quello dove sorgeva l’anfiteatro di Londinium ha fatto pensare a gladiatori sconfitti che sarebbero stati finiti con la decapitazione o le cui teste sarebbero state spiccate dal corpo dopo la morte per motivi ancora non chiari. Le tracce di ferite, vecchie e recenti, si accordano perfettamente con quello che comunemente si pensa fosse lo stile di vita di un gladiatore. Vi è anche una seconda ipotesi: sembra ragionevole supporre che, almeno in alcuni casi, i crani siano di delinquenti comuni; negli anfiteatri e nei circhi venivano eseguite le sentenze alla pena capitale. Vi è, infine, una terza ipotesi, che le autrici dell’articolo sostengono con convinzione. Questa è che i crani rappresentino trofei di guerra delle truppe che presidiavano il Vallo di Adriano. Lì avevano primariamente il compito di tenere tranquilli e sottomessi i locali. Secondo questa ipotesi le teste mozzate di quelli che, possiamo immaginare, erano dei ribelli catturati, sarebbero state trasportate o spedite a Londinium, la sede del comando supremo romano, come prova di missione compiuta e per riscuotere le taglie spettanti. Dopo essere state esposte in luoghi pubblici per l’edificazione della cittadinanza, le teste sarebbero finite nelle fosse comuni.

venerdì 28 febbraio 2014

La biblioteca di Alessandria uccisa dai tagli alla cultura


L’Egitto di età romana come l’Italia d’oggi: secondo una storica americana non fu l’incendio a distruggere la più ricca raccolta di libri dell’antichità ma la decisione dell’imperatore Marco Aurelio di sospendere i finanziamenti


Vittorio Sabadin

“La Stampa - TuttoScienze“, 26 febbraio 2014

La Biblioteca di Alessandria, il luogo che custodiva la conoscenza nell’antichità, non ha finito eroicamente i suoi giorni in un incendio come i miti e i film di Hollywood ci hanno fatto credere. È deperita lentamente, quasi in modo meschino, distrutta come una qualunque biblioteca comunale dai tagli dei finanziamenti statali, dall’incompetenza e dall’instabilità politica. A rileggerne la storia, riscritta con argomenti convincenti in un saggio della storica Heather Phillips pubblicato dall’Università del Nebraska, sembra di guardare un ritratto dell’Italia di oggi, che è riuscita a fare in pochi decenni i danni che ad Alessandria hanno però impiegato secoli a produrre.
Realizzata intorno al 280 a.C. sotto il regno di Tolomeo II Filadelfo, figlio del capostipite della dinastia tolemaica ellenistica che governò l’Egitto alla morte di Alessandro Magno, la più famosa biblioteca del mondo rappresentava l’ideale greco della conoscenza universale. Poco tempo dopo l’apertura custodiva già 490.000 rotoli in pergamena e papiro di ogni lingua e cultura, e ospitava in modo permanente 100 studiosi di varie nazionalità, a cui offriva, oltre allo stipendio, anche ospitalità e esenzione fiscale. Erano tra i più eminenti professori dell’epoca, che si avvalevano dell’aiuto di decine di dipendenti statali assunti a tempo pieno per catalogare, tradurre, copiare, riscrivere, acquisire nuovi testi per la Biblioteca e per il vicino tempio delle Muse, il Museo.
L’edificio era aperto al pubblico, ma non tutti potevano accedervi: bisogna dimostrare di possedere una buona conoscenza delle cose e una attitudine a impararne altre prima di esservi ammessi. La Biblioteca non era solo un deposito di volumi ben catalogati. Era un centro di cultura e di diffusione del sapere unico nel mondo antico, che attirava a sé il meglio dell’intelligenza umana. Ma la sua epoca d’oro non durò che un paio di secoli, e i guai cominciarono come di solito cominciano per la cultura, con un cambio di governo e con l’instabilità politica.
Nel 48 a.C., quando Giulio Cesare impose Cleopatra come regina dell’Egitto, la popolazione di Alessandria non approvò la decisione e lo costrinse a bruciare le navi nel porto per evitare che cadessero nelle mani degli egiziani ribelli. L’incendio si propagò a 40.000 rotoli custoditi nei magazzini sul molo, appena arrivati per nave o destinati a essere spediti da qualche parte. È con queste fiamme che è nata la leggenda dell’incendio che ha distrutto la Biblioteca, che in quella occasione non patì invece alcun danno serio. Nemmeno Aureliano, che bruciò nel 270 parte di Alessandria nella sua battaglia contro la regina Zenobia, causò danni rilevanti ai testi. Sicuramente meno dell’imperatore Teodosio I, che nel 391 ordinò di mandare al rogo la «saggezza pagana» e fu in parte accontentato. Nel 639, il generale arabo Amr ibn al-As pose fine, in base alle ricostruzioni finora accreditate, all’opera di demolizione.
«Siamo abituati a pensare a un singolo evento catastrofico – scrive Heather Phillips – ma il declino è stato parallelo a quello della stessa città: è stato graduale, burocratico, per nulla eroico». La storica americana sostiene che un danno significativo venne fatto dall’imperatore Marco Aurelio Antonino (121-180), quello che nella finzione del film Il gladiatore viene ucciso dal figlio Commodo nell’accampamento di Vindobona, l’attuale Vienna. Marco Aurelio ordinò di sospendere i finanziamenti al tempio delle Muse, di bloccare gli stipendi dei docenti e di cacciare gli studiosi stranieri, operando il primo importante taglio alla cultura della storia deciso nei palazzi romani.
Di fronte alla prospettiva di uno stipendio risicato e incerto, e a una situazione politica instabile che vedeva la città al centro di continui scontri e lotte di potere, i migliori ricercatori dell’epoca si sono in seguito tenuti ben lontani da Alessandria, dai suoi libri e dai suoi studenti, determinando il progressivo degrado della Biblioteca.
Sembra strano che un imperatore come Marco Aurelio, il saggio filosofo autore dei Colloqui con se stesso, abbia deciso tagli alla cultura pur se in una provincia del regno. Forse è stato qualche suo zelante funzionario. Forse, in mancanza di controlli e nell’inerzia generale, anche ad Alessandria molti professori avevano ormai il doppio lavoro e alcuni dipendenti statali andavano sul molo a pescare, dopo avere timbrato la pergamena di presenza.
Quando nel 639 le truppe del califfo Omar entrarono nella Biblioteca, ha scritto lo storico Luciano Canfora nel libro La biblioteca scomparsa, negli scaffali c’era solo l’ombra della conoscenza di un tempo: i vecchi preziosi manoscritti erano stati distrutti dall’incuria e dal tempo, e restavano solo atti burocratici, letteratura «sacra» e testi di poco conto. Nessuno parlava più il greco, l’ideale della conoscenza universale era di nuovo svanito. Gli arabi alimentarono con i rotoli e i libri il fuoco dei loro bagni termali. Anche dopo secoli di decadenza, ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

giovedì 12 dicembre 2013

Eroi. Perché il mondo ha bisogno di quegli uomini speciali


La figura di Nelson Mandela riporta d’attualità
 la questione dell’influenza delle singole personalità sul corso degli eventi storici

Marco Revelli

“La Repubblica”, 12 dicembre 2013

Le loro biografie narrano delle discese agli inferi prima dell’ascesa al cielo, 
delle cadute nella polvere prima della salita agli altari
Personaggi che con le loro straordinarie virtù individuali mostrano l’estensione dei vizi collettivi. E finiscono così per rappresentare l’infelicità pubblica

«Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi…». Anzi, per usare l’espressione originale, «Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi». È la frase che Bertold Brecht, nella Vita di Galileo, fa dire al grande scienziato – uno dei padri della nostra modernità – , subito dopo l’umiliante abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, in risposta all’“ingenua” osservazione del suo interlocutore, Andrea Sarti, il quale, deluso, aveva definito «sventurata la terra che non produce eroi». E non è una semplice autodifesa. È, in fondo, una delle più ficcanti rivelazioni della natura nuova dell’“eroe moderno”. Il quale, a differenza dell’eroe antico, o dell’eroe “classico” che con l’assurgere all’eternità della gloria rivelava un pieno della storia, ne mostra invece un vuoto. Non un punto alto (di apoteosi), ma un punto basso (di caduta). Portando alla luce una doppia infelicità. O una doppia miseria.
Un’infelicità storica, in primo luogo, come rivela il senso più esplicito dell’osservazione (un po’ banale) di Andrea, che intendeva alludere, evidentemente, a una condizione quasi disperata se solo un “eroe” – una figura straordinaria – può «riscattare l’umanità umiliata ». E in effetti, disperata doveva essere la condizione del popolo nero del Sudafrica, se fu necessaria la forza morale e fisica di un Mandela per trarlo dal pozzo in cui giaceva. Così come disperata doveva essere la condizione della Roma papalina cinquecentesca, se fu necessario il rogo di Giordano Bruno – quello che, contrariamente a Galileo, non abiurò – per dare il segno di una rivoluzione mentale. E, per venire alla nostra storia nazionale, ben infelice doveva essere la condizione nell’Italia pre-risorgimentale, se furono necessari uomini che offrirono le proprie sofferenze e la propria stessa vita in “sacrificio” per disincagliare la Storia che si era arrestata (tali sono gli eroi del nostro Pantheon, da Amatore Sciesa ai Martiri di Belfiore, dai fratelli Bandiera a Carlo Pisacane, fino a Mazzini e a Garibaldi, che se non morirono comunque patirono).
L’“eroe moderno”, prima di diventare tale, è stato un reietto. La sua biografia narra di unadiscesa agli inferi prima dell’accesso al cielo. Di una caduta nella polvere prima della salita agli altari, come se appunto la Storia pretendesse non solo le proprie vittime sacrificali per emendarsi dalla propria miseria, ma anche i simboli viventi della propria mutevole (ma alla fine in qualche caso trionfante) Giustizia. Sotto questo aspetto l’esempio di Nelson Mandela è perfetto: terrorista, proscritto, galeotto, prima di diventare materia di orazione funebre dei cosiddetti Grandi della Terra. Figura terribilmente “divisiva”, diremmo oggi, prima di unire nel proprio nome i rappresentanti di quelle stesse Cancellerie che fino a un ventennio prima l’avevano classificato tra i peggiori nemici pubblici.
Vi è poi, però, un secondo tipo di “infelicità” pubblica che l’eroe moderno è chiamato a rivelare. Un’infelicità – meglio una “miseria” – che potremmo definire morale perché quasi sempre queste figure dell’eccezionalità finiscono per mostrare – e misurare –, con le proprie virtù solitarie, l’estensione dei vizi collettivi. Sono uomini – e donne – che marciano “in direzione ostinata e contraria” (come canta De André) rispetto ai loro compatrioti. Questa è in fondo la sciagura delle terre che “hanno bisogno di eroi”: la mediocrità morale del conformismo di massa, resa visibile dalla testimonianza delle poche mosche bianche. Ed in ciò esemplare è la nostra vicenda nazionale. Pressoché tutti gli eroi nazionali novecenteschi appartengono alla striminzita schiera dei “pochi pazzi” che devono, in modo ricorrente, rimediare ai guasti dei “troppi savi”, come scrisse Francesco Ruffini, uno dei 12 professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo, salvando così almeno un brandello di dignità dell’Università italiana.
Si pensi, a questo proposito, a un titolo come L’intellettuale come eroe (di Marco Gervasoni), riferito a Piero Gobetti, interprete esemplare di questo ruolo rivelativo dell’“eccezione”. E a quel vero e proprio testamento precoce gobettiano che è l’Elogio della ghigliottina (1922) dove l’allora ventunenne torinese destinato alla morte in esilio scriveva: «siamo sinceri fino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito». O si leggano, le pagine splendide di Un eroe borghese, l’onore reso da Corrado Stajano alla memoria dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il silenzioso servitore dello Stato chiamato a liquidare la banca di Michele Sindona e assassinato dalla mafia politica l’11 luglio del 1979. Apparteneva alla piccola schiera di quelli che continuano testardamente a tener fermo il proprio dovere in un contesto di diffusa e prevalente corruzione, servilismo, illegalità. Come, dopo di lui, faranno (e pagheranno nello stesso modo) i giudici Falcone e Borsellino o il generale Dalla Chiesa, per fare solo i casi più ricordati.


A ben guardare, pressoché tutti gli “eroi civili” della nostra storia repubblicana sono morti in solitudine. Anzi, sono morti di solitudine. Ed è questa la ragione per cui la “figura eroica” dovrebbe, presso di noi che ci portiamo addosso questo peso, più che stucchevoli esercizi di retorica, sollecitare penosi esami di coscienza.



La funzione sociale del mito nella tradizione classica
Vite sospese tra cielo e terra

Maurizio Bettini

A essi si dedicava un culto come agli dei. Erano legati ad attività come il combattimento, la medicina, l’atletica la divinazione. Sovrintendevano al passaggio di età degli adolescenti, rappresentavano mestieri e professioni

Quando parlavano di eroi, i Greci li inserivano in una scala discendente: prima venivano gli dèi, poi gli eroi, infine gli uomini. Li definivano anche “semidei”, proprio per sottolineare questa loro posizione né divina né umana: a volte erano figli di un dio e di una donna, altre volte erano semplicemente uomini (guerrieri, fondatori) che dopo la morte erano assurti al rango di eroi per una certa comunità. Ad essi si dedicava un culto, come agli dèi, anche se ricorrendo a rituali diversi da quelli usati per onorare la divinità. Ma qual era il ruolo esercitato dagli eroi? In genere avevano connessione con una sfera particolare della cultura: erano legati al combattimento e all’atletica, si occupavano di divinazione e di medicina, sovraintendevano ai passaggi d’età degli adolescenti; oppure avevano fondato città, rappresentavano mestieri e professioni, erano capostipiti di famiglie illustri. Questa era la funzione sociale degli eroi, per dir così. Ma che genere di personaggi erano?
Si potrebbe pensare che incarnassero un ideale di assoluta perfezione – erano eroi dei Greci, i creatori della “kalogathía”, l’unione fra bellezza e bontà: che altro avrebbero potuto essere se non splendidi esempi di virtù e bellezza? Così in effetti hanno voluto vederli generazioni di studiosi e cultori dell’Ellade, e così essi continuano ad apparire nella percezione comune. Eppure già Angelo Brelich, straordinario studioso, aveva dimostrato che le cose stavano diversamente. Proviamo a prendere il più celebre fra gli eroi greci, Eracle. Egli fu certo un civilizzatore, che con le sue leggendarie fatiche ripulì il mondo dai mostri che ancora lo infestavano: ma fu anche noto per essere un mangione, un ubriacone, un violentatore di donne, e infine un pazzo che, nella sua follia, distrusse la propria famiglia. E Teseo? Anche lui uccisore di mostri e fondatore di una città come Atene, anche lui però tutt’altro che irreprensibile: visto che abbandonò su un’isola deserta Arianna, la donna che tradendo patria e famiglia lo aveva fatto uscire dal labirinto. Per non parlare di Giasone, il quale non si fece scrupolo di abbandonare Medea (anche lei sua salvatrice) semplicemente per contrarre un matrimonio migliore; o di Issione, che tentò di violentare una dea, Era, o di Tieste che violentò direttamente la propria figlia. E questo per quanto riguarda la virtù. Se si passa al piano della bellezza, poi,si scopre che gli eroi greci non sono tutti belli come Achille, ma possono essere affetti da gravi difetti fisici. Ve ne sono di giganteschi, e fin qui niente di strano, ma anche di nani. Lo stesso Eracle a volte è rappresentato alto “come un dito”. C’erano poi eroi zoppi, come Edipo, il “piede gonfio” che per giunta aveva i capelli rossi, un tratto fisico poco apprezzato dai Greci. Altri sono invece caratterizzati dall’avere membra di animali – come Cecrope, per metà serpente – oppure dal soffrire di sessualità smodata o di impotenza, così come sono esistiti eroi balbuzienti, gobbi, senza testa, perfino con il cuore peloso. Troppo spesso lontani da quei canoni di perfezione a cui spontaneamente vorremmo riferirli, gli eroi greci costituiscono una vera e propria sfida alla nostra comprensione.
Impossibile negare, infatti, che a dispetto di un’inarrestabile tendenza alla violenza – e nonostante le proprie deformità fisiche o morali – gli eroi costituiscono una presenza fondamentale all’interno della cultura greca. Essi non sono soltanto i meravigliosi personaggi dei racconti mitologici, ma stavano alle base della pratica religiosa, e quindi della vita sociale, di moltissime comunità, che attorno al proprio eroe si raccoglievano per onorarlo e chiederne la protezione. Perché dunque rappresentarlo a quel modo? Che cosa staranno a “significare” quei connotati mitici di violenza, prevaricazione, deformità? Per trovare una risposta a questa domanda occorre evitare di concentrarsi su questo o quel tratto dell’eroe, per osservare piuttosto il complesso della sua carriera. Che è marcata sì dall’omicidio o da altre azioni riprovevoli, ma anche da prove di carattere sovrumano, che egli supera accrescendo così i propri meriti e la propria gloria - salvo restarne a volte schiacciato, suscitando all’opposto dolore e compassione. Soprattutto però è sulla conclusione della sua carriera che deve cadere il nostro sguardo: una fine tragica, attraverso la quale si realizza l’effettivo passaggio alla condizione “eroica”. Ci accorgeremo così che personaggi come Eracle o Edipo ci mettono di fronte a un’esperienza ambigua e complessa, marcata da gloria e dolore, grandezza e miseria: proprio come avviene in qualsiasi vicenda umana che abbia i caratteri dell’eccezionalità. O almeno, questo sembrano aver pensato i Greci.


Eroi

 W. H. Auden

L’eroe è un individuo eccezionale che possiede un’autorità sull’uomo comune. Quest’autorità può essere di tre generi: etica, estetica e religiosa. L’eroe etico è colui che in ogni momento riesce a capire più degli altri. L’eroe estetico è l’uomo cui la fortuna ha concesso doni eccezionali. L’eroe religioso si dedica a qualcosa che per lui è la verità assoluta. L’eroe si riconosce in base all’interesse che suscita nello spettatore o nel lettore. Uno studio comparativo dei diversi tipi di individuo che scrittori di vari periodi hanno scelto come eroe offre spesso degli utili indizi sugli atteggiamenti e le preoccupazioni di ciascuna epoca. Perché l’interesse dell’uomo si focalizza sempre, consciamente o inconsciamente, su ciò che gli sembra il problema più importante e ancora irrisolto. L’eroe e la sua storia sono al tempo stesso una formulazione e una soluzione del problema.