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domenica 7 febbraio 2016

Siamo tutti Don Chisciotte



Cervantes è morto quattrocento anni fa, 
il suo eroe invece è vivo e si nasconde nella nostra parte migliore
È colui che, lancia in resta, ogni giorno ha una nuova battaglia da perdere trasformando il quotidiano in epica e crogiolandosi nell’impossibile
Cavalca al confine tra visionarietà e illusione. 
E spesso trascina con sé nel fango uno scudiero che gli si mette appresso per fede

Gabriele Romagnoli, "La Repubblica",  7 febbraio 2016

Miguel Cervantes è morto quattrocento anni fa, ma Don Chisciotte, la sua creatura, è vivo e lotta insieme a noi, o contro di noi. Lo incontriamo ogni giorno: nei tg che parlano di politica, nelle cronache sportive, in tribunale, in chiesa e, inevitabilmente, allo specchio. È quello lancia in resta, ogni giorno una nuova battaglia da perdere. Sa definirsi solo attraverso gli avversari, ammassandone quantità e qualità con lussuria da combattimento. Trasforma il quotidiano in epica. Si crogiola nell’impossibile e ambisce, più di ogni altra cosa, alla sconfitta, nella cui nobiltà si riconosce e, seppur per poco, riposa. Cavalca al confine tra visionarietà (prodromo di grandezza) e illusione (sintomo di miseria). Trascina con sé nel fango (che proclama dorato) uno scudiero, anche più. Questo gli si mette appresso per fede, ci resta per pietà e, infine, perché non gli resta altra vita che all’ombra di quel sole spento: almeno di follia bruciò. Don Chisciotte non era un personaggio, ma un prototipo. Ha generato una filiera, gli epigoni sono qui, anche se nessun Cervantes li racconta perché in letteratura vale solo la matrice, il resto sono copie, imitazioni, realtà.
In politica esistono molti esempi, due tra tutti: uno in Italia e l’altro negli Stati Uniti. Il primo è Marco Pannella. Da decenni, armato di sigaretta, si batte per tutto e tutti. Protesta, digiuna, s’imbavaglia. Scioglie e ricostituisce. Battezza e scomunica. Mai che acconsenta o riconosca. Se all’inizio le sue cause erano chiare e condivise, con il tempo il fumo si è alzato anche lì e dai gloriosi referendum che hanno portato a vere conquiste nel campo dei diritti civili si è passati a terreni più friabili, sui quali era difficile seguirlo. È valso anche per gli scudieri che, a differenza di Don Chisciotte, si è divorato uno a uno, disconoscendoli, trasformandoli in nemici, attaccandoli, in attesa del duello finale con la propria ombra.
Il secondo, il fratello americano, è Ralph Nader, quello che si candidava alla Casa bianca per perdere e far perdere. Mister due per cento, felice e contento. Il leader della nicchia e guai se si allarga. Se avessero un inno sarebbe Figlia, la canzone di Roberto Vecchioni che dice: «Vincere significa accettare e questo, lo dovessi mai fare, tu questo non me lo perdonare».
Nudi e senza meta. Forse un po’ profeti di questo tempo rovesciato in cui tra i possibili candidati alla presidenza degli Stati Uniti l’eventuale indipendente (Michael Bloomberg) è un mulino a vento e il vero Don Chisciotte è quel democratico (Bernie Sanders) che pur di assicurarsi la sconfitta si dichiara socialista, come uno che ai controlli dell’aeroporto Kennedy, nell’apposito modulo, alla domanda «Intende svolgere attività terroristiche?» rispondesse barrando la casella del sì.
C’era un Don Chisciotte femmina davanti ai cancelli della Casa Bianca. C’è stata per oltre trent’anni: dal 1981 al gennaio scorso. Si chiamava Concepcion Picciotto, detta Connie. Le avevano portato via la figlia adottiva, almeno così sosteneva. E allora, «in nome di tutti i bimbi del mondo », protestava chiedendo il disarmo nucleare. Con un casco in testa, non ha mai mancato un giorno. Altri si sono uniti: il suo scudiero, tale William Thomas, morì dopo 25 anni di avanti e indietro sul marciapiede. Lei continuò. Alla sua morte un’agenzia di stampa ha scritto: «Molti la consideravano un’eroina, altri dubitavano della sua sanità mentale. La verità probabilmente sta nel mezzo». Esattamente dove cavalca Don Chisciotte.
Se si fosse fermato su una panchina avrebbe assunto le sembianze di Zdenek Zeman e si sarebbe lanciato contro l’invincibile, svelato magagne. Avrebbe comminato uno schema di gioco splendente e perdente, si sarebbe beato del 5 a 4, in favore o a sfavore, senza distinguere. Esattamente quel che ha fatto il boemo, senza mai cambiare una virgola di sé, mai adattarsi, continuando sempre ad attaccare, con o senza palla. Accusando, accusando. Spesso a ragione, ma come si faceva poi a distinguere il torto, l’infondatezza?
Non è un caso che un suo assist sia stato raccolto dal magistrato Raffele Guariniello della procura di Torino, il Don Chisciotte dei procedimenti penali. Dopo essersi dimesso, nel dicembre 2015, ha annunciato “donchisciottescamente” di voler fare l’avvocato «al fianco dei più deboli ». Di lui Wikipedia sobriamente scrive: «È spesso comparso sui giornali per eclatanti inchieste». Talora finite con archiviazione, prescrizione o trasferimento del fascicolo, ma lui non si è mai arreso: era già sul prossimo caso, su una nuova prima pagina. I suoi mulini a vento sono stati: la Fiat, le farmacie del calcio, la Sanità, il metodo Di Bella, il metodo Vannoni, la Thyssen, l’Eternit. Alcuni erano veri draghi, qualcuno è riuscito perfino a infilzarlo. Con lo stesso spirito con cui Erin Brokovich, legale dilettante, impersonata sullo schermo da Julia Roberts, infilzò la multinazionale che contaminava con il cromo le acque di una cittadina americana e da allora si dedica a questa battaglia ovunque nel mondo. È uno dei pochi casi in cui Don Chisciotte vince. Un altro è quello di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006 che ha osato sfidare addirittura il sistema bancario internazionale con l’idea del microcredito (manco una lancia, una forchetta). Poi l’hanno trascinato nella polvere ma questo accadde anche al paladino di Cervantes.
Se guardiamo la cronaca recentissima, quella della settimana appena trascorsa, non sarà difficile individuare i due sommi discendenti del cavaliere spagnolo. Uno è Julian Assange, anarchico, libertario, hacker in nome della libertà d’informazione, della trasparenza di tutti i poteri e rifugiato politico, confinato nel perimetro della sua esistenza digitale. L’altro è papa Francesco, il parroco che vuol cambiare la Chiesa di Roma, moralizzare chi parla in suo nome e per conto, diffondere nel mondo, addirittura, la misericordia.
Esempio alto, ma strada facendo non c’è lettore che non si sia identificato, per un tratto, una causa, una romantica disperazione, in Don Chisciotte. Incluso qualche Sancho Panza e molti, moltissimi mulini a vento.

sabato 25 aprile 2015

Ecco perché siamo tutti Don Chisciotte


La finanza, l’ingiustizia, “il soccorso dei miseri”

 Il discorso di Goytisolo per il Premio Cervantes

In questi tempi di disuguaglianza siamo cavalieri erranti che raddrizzano i torti

Juan Goytisolo

"La Repubblica", 24 aprile 2015

IN TERMINI generali, gli scrittori si dividono in due gruppi: quelli che concepiscono il loro compito come una carriera e quelli che lo vivono come una dipendenza. Chi rientra nella prima categoria cura la propria promozione e visibilità mediatica, aspira al successo. Chi rientra nella seconda, no. Fare il proprio dovere rispetto a se stesso gli basta e se, come capita a volte, la dipendenza gli procura dei benefici materiali, passa dalla condizione di dipendente a quella di spacciatore o di rivenditore.
Chiamerò quelli della prima classe letterati e quelli della seconda semplicemente scrittori o più modestamente incurabili apprendisti scribacchini. Agli inizi del mio lungo percorso, prima di letterato, poi di apprendista scribacchino, incorsi nella vanagloria della ricerca del successo – attirare la luce dei riflettori, “essere notizia”, come dicono oscenamente i parassiti della letteratura – senza riflettere sul fatto che una cosa è l’attualità effimera e un’altra molto diversa la modernità senza tempo delle opere destinate a durare nonostante l’ostracismo che spesso dovettero patire quando furono scritte. La vecchiezza del nuovo si ripete nel corso del tempo con la sua illusione di freschezza avvizzita. La dolce lusinga della fama sarebbe patetica se non fosse semplicemente assurda. Estranea a qualsiasi manipolazione o teatro di marionette, la vera opera d’arte non ha fretta: può dormire per decenni o per secoli. Coloro che fecero calare il silenzio intorno al nostro primo scrittore e lo condannarono all’anonimato in cui viveva fino alla pubblicazione del Don Chisciotte non potevano nemmeno immaginare che la forza del suo romanzo sarebbe loro sopravvissuta e avrebbe raggiunto una dimensione senza frontiere né epoche.
«Porto in me la coscienza della sconfitta come un vessillo di vittoria», scrive Fernando Pessoa, e sono pienamente d’accordo con lui. Essere oggetto di lodi da parte dell’istituzione letteraria mi porta a dubitare di me stesso, essere persona non grata ai suoi occhi mi riconforta nella mia condotta e nel mio lavoro. Dall’alto degli anni, sento l’accettazione del riconoscimento come un colpo di spada nell’acqua, come un’inutile celebrazione. La mia condizione di uomo libero conquistata a fatica invita alla modestia. Lo sguardo dalla periferia al centro è più lucido di quello contrario e nell’evocare la lista dei miei maestri condannati all’esilio e al silenzio dalle sentinelle del canone nazionalcattolico devo almeno ricordare con malinconia la verità delle loro critiche e la loro esemplare rettitudine. La luce scaturisce dal sottosuolo quando meno la si aspetta.
La mia istintiva riserva rispetto ai nazionalismi di ogni genere mi ha portato ad abbracciare come un salvagente la nazionalità “cervantina” rivendicata da Carlos Fuentes. Mi ci riconosco pienamente. “Cervanteggiare” è avventurarsi nel territorio incerto dell’ignoto con la testa coperta da un fragile elmo bacile. Dubitare dei dogmi e delle presunte verità come pugni ci aiuta a eludere il dilemma in agguato tra l’uniformità imposta dal fondamentalismo della tecnoscienza nel mondo globalizzato di oggi e la prevedibile reazione violenta delle identità religiose o ideologiche che sentono minacciati il loro credo e la propria essenza. Invece di ostinarsi a disseppellire le povere ossa di Cervantes e di commercializzarle forse di fronte al turismo come sante reliquie fabbricate probabilmente in Cina, non sarebbe meglio riportare alla luce gli episodi oscuri della sua vita dopo il suo laborioso riscatto da Algeri? Quanti lettori del Don Chisciotte conoscono le ristrettezze e la miseria che patì, la sua richiesta respinta di emigrare in America, i suoi affari falliti, la permanenza nella prigione di Siviglia per debiti, la difficile sistemazione nel malfamato quartiere del Rastro di Valladolid con moglie, figlia, sorella e nipote nel 1605, anno della Prima Parte del suo romanzo, ai margini più promiscui e bassi della società?
Raggiungere la vecchiaia è avere la conferma di quanto le nostre vite siano vacue ed illusorie, quella “squisita merda della gloria” di cui parla Gabriel García Márquez riferendosi alle inutili imprese del colonnello Aureliano Buendía e dei rassegnati lottatori di Macondo. Il lieto giardino in cui si svolge l’esistenza di una minoranza non deve distrarci dal destino della maggioranza in un mondo in cui il portentoso progresso delle nuove tecnologie corre accanto alla proliferazione delle guerre e delle lotte mortifere, nel raggio infinito dell’ingiustizia, della povertà e della fame.
È impresa dei cavalieri erranti, diceva Don Chisciotte, «raddrizzare i torti e andare in soccorso dei miseri» e immagino l’ hidalgo della Mancia in sella a Ronzinante che si getta lancia in resta contro gli sbirri della Santa Confraternita che procedono allo sgombero degli sfrattati, contro i corrotti dell’ingegneria finanziaria o, traversando lo Stretto, ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorre degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.
Sì, per l’eroe di Cervantes e per noi lettori toccati dalla grazia del suo romanzo è difficile rassegnarsi all’esistenza di un mondo afflitto da disoccupazione, corruzione, precarietà, crescenti disuguaglianze sociali ed esilio professionale dei giovani come quello in cui attualmente viviamo. Se questa è pazzia, accettiamola.
Il panorama intorno a noi è oscuro: crisi economica, politica, sociale. Le ragioni per indignarsi sono molteplici e lo scrittore non può ignorarle senza tradire se stesso. Non si tratta di mettere la penna al servizio di una causa, per giusta che sia, ma di introdurre il fermento contestatore nell’ambito della scrittura. Inserire la trama romanzesca nello stampo di forme ripetute fino alla sazietà condanna l’opera all’irrilevanza e ancora una volta, al crocevia, Cervantes ci mostra la strada. La sua coscienza del tempo “divoratore e consumatore delle cose”, di cui parla nel magistrale capitolo IX della Prima Parte del libro lo indusse ad anticiparlo e a servirsi dei generi letterari in voga come materiale di demolizione per costruire un portentoso racconto di racconti che si spiega all’infinito. Come dissi ormai parecchi anni fa, la pazzia di Alonso Quijano sconvolto dalle sue letture contagia il suo creatore impazzito per i poteri della letteratura. Tornare a Cervantes e assumere la pazzia del suo personaggio come una forma superiore di lucidità, questa è la lezione del Don Chisciotte.
Nel farlo non evadiamo dalla realtà iniqua che ci circonda. Al contrario, vi mettiamo saldamente i piedi. Diciamo ad alta voce che possiamo. Noi, contaminati dal nostro primo scrittore, non ci rassegniamo all’ingiustizia. Traduzione di Luis E. Moriones

sabato 1 giugno 2013

Don Chisciotte e i magici espedienti per non morire



Un libro di Pietro Citati dedicato all'eroe di Cervantes.

Paolo Mauri

"La Repubblica", 31 MAGGIO 2013



I capolavori si abitano: questa è, mi sembra, la scelta di fondo di Pietro Citati che ripercorre ora con invidiabile scioltezza la meravigliosa storia di don Chisciotte (Il Don Chisciotte, Mondadori, pagg. 147). Quello di Citati è in sostanza un omaggio che, dopo il lungo travaglio del saggio su Leopardi, sembra sgorgare improvviso da una rilettura. Ed è, lo si sente in ogni pagina, una rilettura che ha confermato il grande piacere del testo, il godimento per la comicità inesauribile delle mille situazioni che la strana coppia del Cavaliere dalla Trista Figura (la definizione è di Sancio Panza stesso) e del suo scudiero attraversano dialogando senza fine. O meglio: attraversano da quando si incontrano, perché c'è un momento in cui don Chisciotte è ancora senza scudiero e tutte le sue avventure (o disavventure) non hanno il conforto di un complice, come Sancio finirà con l'essere, pur continuando a vedere con i suoi occhi e a ragionare con la sua testa.
Citati organizza il suo viaggio in compagnia di don Chisciotte facendo perno su alcuni momenti chiave del gran romanzo, a cominciare da una premessa: l'identità dell'autore. Cervantes si inventa un autore arabo, Cide Hamete Benengeli, di cui lui stesso compra e si fa tradurre il manoscritto, diremmo oggi, per quattro soldi: nella fattispecie per le spese di traduzione l'investimento consiste in due sacchetti di uvette e due di grano. La vicenda è trattata «con garbo, discrezione, ironia, buffoneria, menzogna, verità», che è come dire che tutto avviene secondo i parametri dell'intera opera che appartiene a tutti e a nessuno, ma ha tuttavia una sua storia e un suo autore ben preciso, Cervantes, a cui piace infinitamente travestirsi e altrettanto infinitamente svelare i travestimenti. Così Citati può scrivere che Cide Hamete, lo "storico melanzana" (questo è uno dei significati di Benengeli) «è il segno della radicale ambiguità del Don Chisciotte, dove tutto è, al tempo stesso, assolutamente falso e assolutamente vero: dove il vero, senza cessare di essere vero, è assolutamente falso, e dove il falso, senza cessare di essere falso, è assolutamente vero». Non è un rompicapo, ma la celebrazione dell'immaginario letterario che nel Don Chisciotte arriva alla massima raffinatezza, e anche alla massima sfacciataggine, essendo la storia di don Chisciotte figlia della tradizione cavalleresca, ma rivissuta in chiave comico-farsesca e dunque con un passaggio continuo tra vero e falso che incanta il lettore, invitato a mettersi ora dalla parte del Cavaliere che scambia una locanda per un castello e i mulini a vento per temibili giganti, ora da quella degli altri protagonisti, Sancio compreso, che continuano a vedere locande e mulini e un vecchio pazzo con la celata di cartone pronto all'assalto.
Nella sua iniziazione al Don Chisciotte, Citati invita il lettore a riflettere sul nome stesso del cavaliere e su ciò che di lui sappiamo prima che si metta in via alla ricerca di gloriose avventure: «Colui che si chiamerà Don Chisciotte, ed è ora soltanto Quijada o Quesada o Quijana, era un hidalgo: dunque non lavorava, non pagava le tasse; e viveva una vita chiusa e monotona, come la moltitudine degli hidalgos che popolavano la Spagna nell'età di Filippo II». Di lui, una volta diventato cavaliere, l'autore non ci dice mai abbastanza e sempre aggiunge, nel corso del romanzo, qualche sfumatura. Si tenga presente che tra la pubblicazione della prima parte del libro e la seconda intercorrono dieci anni durante i quali un certo Avellaneda si impadronisce della storia e la continua a modo suo, sicché a Cervantes tocca intervenire per raddrizzare, diciamo così, la trama e le avventure di don Chisciotte e di Sancio, protagonisti di un romanzo che non solo interpretano ma potrebbero perfino leggere.
Nel terzo capitolo del suo Il Don Chisciotte, Citati punta su Dulcinea del Toboso, uno straordinario personaggio che esiste «soltanto come fantasia o ossessione, mai come realtà», ed è proprio su questo punto che, avendo letto la prima parte del romanzo, la Duchessa osserva che Don Chisciotte non l'ha mai vista e dunque l'ha partorita, come tante altre cose, nel suo cervello.
Alla fine, come si sa, don Chisciotte rinsavisce, detta il proprio testamento e in capo a tre giorni muore: si chiama ora Alonso Quijano el Bueno. Nelle Novelle esemplari che Cervantes scrisse tra la prima e la seconda parte del Don Chisciotte c'è il personaggio dell'avvocato Vetrata che, impazzito, crede di essere di vetro e dunque teme che chiunque, avvicinandolo, possa romperlo. Vetrata, dopo una vita difficile e piena di angherie viene guarito e reimmesso nella vita civile. Cambia nome e diventa l'avvocato Ruota, ma anche questo non basterà a salvarlo. Il nome cambiato è comunque un espediente quasi magico, un travestimento che consente di moltiplicare le identità e dunque le azioni. Don Chisciotte della Mancia dice alla fine di essersi meritato per i suoi costumi l'appellativo di "Bueno": potrebbe forse vivere un'altra vita, ma sa che sta per morire e questa volta seriamente.
Naturalmente don Chisciotte non muore: come ha osservato una volta Cesare Segre, Cervantes fa parte del gruppo ridottissimo dei creatori di personaggi senza morte: da Amleto a madame Bovary. L'omaggio di Citati è, ancora una volta, una conferma. 

sabato 27 aprile 2013

Shakespeare e Cervantes un incontro da letteratura


Osvaldo Guerrieri


"La Stampa",  27 APRILE 2013

Nel 1605 William Shakespeare e Miguel de Cervantes si incontrarono a Valladolid. Detto così sembra vero. Invece è una fandonia inventata da Anthony Burgess nel radiodramma Incontro a Valladolid reso disponibile in italiano dalla succosa traduzione di Masolino d’Amico e collocato dalla regista Consuelo Barilari al centro di un piccolo festival dedicato proprio ai due sommi in occasione della Giornata internazionale del Libro. Lo strano incontro non è del tutto campato in aria. Will e Miguel hanno pubblicato nel medesimo anno (il 1600) due capisaldi della cultura occidentale quali Amleto e Don Chisciotte, sono morti nello stesso giorno, il 23 aprile 1616 che però, per la difformità del calendario inglese da quello spagnolo, cadeva con una settimana di differenza. Pur nella separatezza erano perciò contigui.
Dentro un fitto programma di tavole rotonde e di film, ecco dunque la fantasticheria di Burgess. Shakespeare arriva in Spagna con i King’s Men (i suoi attori) al seguito di una missione diplomatica che ha lo scopo di festeggiare la pace tra Spagna e Inghilterra nel nome della cultura. Il Bardo soffre moltissimo la trasferta e non nasconde la repulsione per i costumi forti locali (ad esempio per la corrida). Condotto al cospetto di Cervantes, prova per lo sconosciuto un’immediata antipatia. L’hidalgo ostenta una superiorità derivata dalla fede cattolica e dal fatto che Shakespeare sia un autore di tragedie, mentre tutti sanno che il massimo dell’arte sta nella finezza della commedia. Il dialogo finisce qui. Sempre più inorridito, Shakespeare fugge.
Il radiodramma ha un numero enorme di personaggi, salta da un’epoca all’altra, racconta una città pulciosa, beona, crudele. Consuelo Barilari lo colloca in uno studio radiofonico, finge una trasmissione in diretta con quattro attori che hanno avuto il testo all’ultimo momento e sono costretti a interpretare tutti i ruoli e a fare i rumoristi. I quattro malcapitati sono i bravissimi Roberto Alinghieri, Marco Avogadro, Francesco Bonomo e Adolfo Margiotta. Allo scoccare delle pause pubblicitarie fingono di scambiarsi opinioni su ciò che stanno facendo, si danno consigli e si correggono a vicenda. Recitano insomma al quadrato, finiscono per sovrapporsi a Burgess in una ilare falsificazione della Storia.
Lo spettacolo sarà in tournée italiana e il radiodramma replicato.

E. RASY, L'incantesimo Cervantes, "Il Sole 24 ore", 12 maggio 2013

PER APPROFONDIRE: 100 Incredibly Useful Links for Teaching and Studying Shakespeare

domenica 7 aprile 2013

Un vangelo secondo Don Chisciotte


GIORGIO MONTEFOSCHI

"CORRIERE DELLA SERA", 7 APRILE 2013 

Morire per redimere il falso e il ridicolo, così Citati rilegge Cervantes«Chi racconta il Don Chisciotte? Con garbo, ironia, buffoneria, menzogna, verità — scrive Pietro Citati proprio all'inizio del suo Il Don Chisciotte (Mondadori) — Miguel de Cervantes gira attorno a questo tema; e più insiste e gioca, più la risposta diventa segreta e misteriosa». Se la letteratura è anche gioco, mistificazione, specchio e interrogazione di se stessa, questo romanzo famosissimo nel quale avrebbero certamente sognato di entrare da coautori e protagonisti (non con un piccolo racconto) Borges e Pessoa, inventando altri nomi, altre finzioni, è uno dei romanzi più letterariamente complessi, doppi, «specchiati», veri, finti, della letteratura moderna — essendo stato scritto a cavallo fra la fine del sedicesimo e l'inizio del diciassettesimo secolo. E giustamente Citati parte da lì.
Le vicende del futuro Don Chisciotte, racconta Cervantes, dovevano essere ben note, vive nella memoria degli abitanti e custodite negli archivi della Mancia, racconta Citati (come in una pagina di Bernhard), ma a un certo punto, troppo presto, solo per consentire a Cervantes di arrivare all'ottavo capitolo del suo romanzo (con l'hidalgo e il «valoroso biscaglino» impegnati a darsele con le spade di santa ragione), sia la memoria che le carte degli archivi si fermavano come dinnanzi a un vuoto. Era possibile mai? No. Un giorno, Cervantes — che non era un sedentario e quanto a vita tumultuosa poteva stare alla pari di Caravaggio — si trovava a Toledo, quando vide un ragazzo che vendeva degli scartafacci. Uno di questi era scritto in arabo. Cervantes, curioso, chiamò un morisco, un musulmano convertito al Cattolicesimo, e gli chiese di leggerne un foglio. Il ragazzo lesse e si mise a ridere. Perché rideva? Per una nota in cui stava scritto: «Questa Dulcinea del Toboso, tante volte menzionata in questa storia, dicono che non ci fosse in tutta la Mancia una donna che avesse una mano migliore per salare i porci». Al nome di Dulcinea — la dama che Don Chisciotte non aveva probabilmente mai visto, e alla quale aveva dedicato il suo amore assoluto — Cervantes ebbe un sussulto: quel manoscritto sbrindellato evidentemente conteneva la storia «scomparsa» di Don Chisciotte. Infatti si intitolava: Storia di Don Chisciotte della Mancia, scritta da Cide Hamete Bengeli, storico arabo. Il vuoto era riempito. E Cervantes, traducendo e interpretando il testo dello storico arabo — fitto di storie che si intrecciano e storie secondarie, storie che scompaiono e riappaiono come un fiume carsico — ne profittò a piene mani. Ma questo è nulla. L'hidalgo — sappiamo da Cervantes — era già di per sé un personaggio letterario: la sua misera vita nel paese della Mancia di cui non conosciamo il nome (nessun parente, una governante, per amici il barbiere e il curato), aveva l'immenso sfogo della lettura. Come Madame Bovary (che Citati ricorda con squisita raffinatezza a proposito di una vita scialba) leggeva da ragazza i romanzi d'amore, Don Chisciotte leggeva i libri di cavalleria. Con tanto gusto e tanta passione da farsene offuscare la mente. Fino a decidere di partire, diventare Cavaliere, e ripetere le gesta del Cid Ruiz Díaz, del Cavaliere dell'Ardente Spada, di Rinaldo di Montalbano.
Dunque — vediamo — l'hidalgo parte, si fa ordinare cavaliere da un misero locandiere scambiato per il proprietario di un castello, e trasforma la sua vita in un romanzo, nel quale la Cavalleria ormai estinta rinnova i suoi gesti eroici, e nostalgici. A costo di giganteschi inganni: quali quelli di scambiare per eserciti un gregge di pecore, per giganti dei mulini a vento. Suscitando, insieme, la pietà e il riso.
Ma non è finita. Perché — racconta Cervantes — nonostante sia brevissimo il periodo in cui l'hidalgo innamorato e assetato d'imprese (diventato nel mentre il Cavaliere dalla Triste Figura) e il suo scudiero Sancio Panza percorrono sul cavallo Ronzinante e sull'asino bigio le torride strade spagnole che non molti anni prima aveva percorso l'indomita Teresa d'Avila per fondare anche minuscoli conventi carmelitani, le loro avventure sono già diventate oggetto di un romanzo intitolato L'ingegnoso Hidalgo don Quijote de la Mancha, che moltissimi (per esempio il Duca e la Duchessa, personaggi di una lunga parte del romanzo di Cervantes dedicata alle più infami burle) hanno letto. Il Cavaliere dalla Triste Figura non si stupisce. Siamo, ora, quasi al culmine del prodigioso gioco letterario (quasi, perché ancora un imitatore deve entrare in partita). Ma qui sarà bene riaffidarsi alle parole di Pietro Citati. Che, conoscendo l'arte della sintesi, così spiega: «In realtà, Don Chisciotte comprende benissimo il meccanismo della sua opera. È stato un grande lettore di romanzi di cavalleria, e la sua vita è divenuta il riflesso dei libri che ha letto. Ora lui, il lettore-creatore, è diventato il personaggio che conosciamo in un libro che gli è dedicato… egli deve essere fedele al libro che è realmente diventato, proteggendolo dagli errori, dai rifacimenti, dai seguiti apocrifi». Quale meravigliosa magia. Una magia che supera le infinite magie, gli infiniti incantesimi che leggiamo nel romanzo. Una magia sovrana: quella di un romanzo che produce e legge se stesso.
Pietro Citati ricostruendo la complessa architettura del Don Chisciotte, inevitabilmente racconta il Don Chisciotte: toccando gli episodi salienti, descrivendo i personaggi fondamentali, le anime più esposte e quelle più segrete. Il suo libro è preciso, aereo e profondo. Introduce il lettore alla malinconia e al riso, alla interminabile declinazione della passione amorosa, all'enigma perenne del doppio. E restituisce momenti di straordinaria vitalità, in quelle campagne, in quei paesini spagnoli del Seicento. Persino il sapore e il gusto del cibo e del bere restituisce: come nel pranzo all'aperto con i pellegrini che divorano e spolpano tutto e, a un tratto, levano in alto gli otri del vino, li tirano quasi per aria, come in certi quadri folli di Goya. Resta da dire che in un romanzo non cristiano, che rifiuta qualunque definizione, Don Chisciotte muore pronunciando le parole di Cristo sulla croce: il Cavaliere dalla Triste Figura ha attirato su di sé tutte le possibilità di incantesimo, tutte le falsità, tutto il ridicolo e il malinconico del mondo, invoca Dio e muore. Pietro Citati, nel suo libro, non dimentica nessuna delle citazioni evangeliche che qua e là affiorano nel romanzo di Cervantes. Questa intuizione, con la quale le riannoda e conclude il racconto della vita di Don Chisciotte e del romanzo di Cervantes, è la sua intuizione più inattesa e più bella.

sabato 2 marzo 2013

Vita dell'eterno Don Chisciotte sognatore sempre ingannato


Personaggio universale che aiuta tutti noi a capirci meglio

Cesare Segre

"Corriere della Sera", 1 marzo 2013

Don Chisciotte è uno dei non moltissimi personaggi delle letterature moderne che s'è imposto universalmente. Non per la sua vicenda, che non è poi straordinaria, ma perché ha qualcosa di archetipico, aiuta tutti noi a capirci meglio. Il cavaliere della Mancia è pazzo, perché crede di vivere ancora nel mondo dei romanzi, tra sfide e duelli, salvataggio di damigelle indifese e fama gloriosa; ma per il resto è persona di alti sentimenti, quasi un maestro. È dunque una delle molte vittime che fa la letteratura, quando non si è capaci di distinguerla dalla realtà (tra i discendenti più famosi di don Chisciotte c'è Madame Bovary). Il romanzo a lui intitolato è uscito in due parti, nel 1605 e nel 1615, ma si può dire che il «tipo» di don Chisciotte è già disegnato perfettamente nella prima. Anziano e scalcagnato, il protagonista si fa armare cavaliere in una comica cerimonia, e cerca avventure degne dei leggendari cavalieri erranti. Siccome non sa leggere la realtà, ogni volta viene sconfitto e ridicolizzato. Ma intanto gira per la Mancia, e tutto si nobilita ai suoi occhi: le locande diventano castelli, le prostitute sono principesse, i mulini a vento giganti. E, eroe della libertà, scioglie le catene di un gruppo di galeotti in marcia verso la prigione. Il bello è che moltissime delle persone che incontra sono, anche se meno gravemente di lui, malate di letteratura, e altre svolgono acuti ragionamenti sulla loro arte prediletta: così il viaggio finisce per essere una rassegna delle idee letterarie dell'epoca. Don Chisciotte si è poi preso come scudiero un contadino ignorante e sentenzioso, Sancio, che in linea di principio smonta con il buon senso le fantasticherie del padrone, ma lentamente è attratto nel gioco e diventa una caricatura dello stesso don Chisciotte.
Il don Chisciotte della seconda parte è concepito da Cervantes in modo molto diverso, anche per mortificare un mistificatore, Avellaneda, che lo aveva anticipato con una seconda parte apocrifa. Il don Chisciotte autentico sa di essere ormai un personaggio, data la diffusione straordinaria che ha avuto la prima parte del romanzo. Si muove con passo sicuro, e sente in chi incontra l'ammirazione nei suoi riguardi. Però, nello stesso tempo, la sua inventiva si è esaurita, e sono gli altri che cercano di stimolarla. Così, mentre nella prima parte è don Chisciotte che cerca di trasformare la realtà secondo i suoi sogni, nella seconda si sente obbligato ad accettare e motivare a posteriori le trasformazioni apportate dai suoi interlocutori. I quali, onorandolo e coccolandolo, in realtà fanno di lui uno zimbello, quasi un buffone di corte.
Un'occasione per rileggere questo secondo, meno noto, don Chisciotte ce la dà l'uscita di una nuova traduzione del capolavoro, fondata sulla più attendibile ricostruzione critica del testo (Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, a cura di Francisco Rico, traduzioni di Angelo Valastro Canale, testo spagnolo a fronte a cura di F. Rico, Bompiani, pp. CXXIV-2162, € 30).
Per cogliere il diverso clima della seconda parte del romanzo, basta una lettura dei capp. XXXIV-XXXV. Vi si narra una macchinazione dei duchi di cui don Chisciotte è ospite. Essa ha come punto focale quella Dulcinea del Toboso che don Chisciotte ha trasformato nella propria dama, anche se è una rozza contadina appena incontrata, e forse nemmeno incontrata. Poiché don Chisciotte è convinto che Dulcinea sia vittima di un incantesimo, i duchi, instancabili nel progettare nuove avventure a don Chisciotte, fanno apparire nella foresta, dove la corte è impegnata in una caccia, nientemeno che il diavolo, accompagnato da musiche d'effetto. E poi, su un grande carro, il mago Merlino, il quale annuncia che per la libertà di Dulcinea è necessario che Sancio si frusti tremilatrecento volte «ambedue le chiappe».
E qui si possono notare almeno due cose. Anzitutto che sono stati messi in moto una grossa macchina teatrale, un gruppo di musicanti e complessi effetti speciali, per ottenere la fine, sempre fittizia, dell'incantesimo di una contadinella. E poi che il gusto dei nobili duchi scopre la sua volgarità di fondo nel prendere come bersaglio quel poveraccio di Sancio e le sue natiche. Questa volgarità ha già trovato un primo appagamento quando Sancio, fuggendo da un cinghiale, si arrampica su una quercia e rimane appeso a testa in giù ad un ramo, suscitando la grassa ilarità dei presenti.
Se nella prima parte don Chisciotte si ingannava, nella seconda viene ingannato, e la parabola da pazzia trasfiguratrice a pazzia organizzata, eteronoma, segue l'arco narrativo costituito dallo sviluppo fra prima e seconda parte. Ciò rende più complesso il rapporto fra realtà e follia e invenzione, in un gioco di specchi esasperatamente letterario. Il mondo che ora don Chisciotte attraversa è molto più ricco e variegato di quanto lo stesso don Chisciotte immaginasse, ma è anche tale da produrre una serie crescente di scacchi, come la sconfitta in duello da parte di un cavaliere più finto di lui, o la rovinosa caduta nel fango dopo che un'orda di porci lo ha travolto con Sancio. Don Chisciotte è diventato un personaggio tragico, e, prima di dichiararsi risanato e pentito, e dunque vinto, sul letto di morte, esclama, come un mistico: «io sono nato per vivere morendo».

giovedì 31 gennaio 2013

L’umano assoluto di Don Chisciotte


Giulio Ferroni


"L’Unità",  30 gennaio 2013

Nella collana di Bompiani dedicata ai Classici le gesta dell’hidalgo a caccia di mulini a vento diventano la sublime metafora di un mondo diviso tra l’utopia e la mediocrità della condizione reale

TUTTA LA VARIETÀ MOLTEPLICE ED ETEROGENEA DEL ROMANZO MODERNO, DI QUELLO CHE È STATO, DOPO, IL MONDO ROMANZESCO, SEMBRA come erompere e scaturire dal Don Chisciotte, un libro assoluto, uno dei pochi libri davvero assoluti: con le mille avventure che si dispiegano nelle pagine di Cervantes, nei volumi della prima e della seconda parte, messi a stampa nel 1605 e nel 1615, ma che da lì hanno viaggiato nell’immaginario, con il richiamo di quel tipo umano, di quel fallimentare eroe in cui spesso si riconosce anche chi il libro non l’ha letto o l’ha sfiorato solo da lontano.
In esso la realtà e l’illusione si intrecciano con i grovigli più diversi, bizzarri e pedestri, abnormi e quotidiani, negli atti e nei discorsi del cavaliere dalla triste figura e del suo scudiero Sancho Panza. Nella follia di don Chisciotte nel suo voler credere nella realtà dei romanzi cavallereschi di cui è ossessivo lettore e nella possibilità di partecipare direttamente, nel presente, al loro mondo si manifesta l’attrazione dell’illusione, l’aspirazione impossibile a vivere entro un mondo perfetto e assoluto, a cui l’individuo possa imporre senza limiti la propria forza, il proprio coraggio, per il trionfo e della giustizia, della verità, della bellezza, in cui abbiano campo reale tutte le favolose meraviglie sognate dalle fantasie romanzesche. Ma nella rappresentazione della sua follia si dà anche la critica a quell’illusione, messa a confronto con la volgarità quotidiana, con la mediocre piattezza di un mondo in cui è sempre in agguato l’inganno, la menzogna, la violenza, il sordido squallore, il più bieco egoismo (e, semmai, la giocosa disposizione a beffarsi di chi quel sogno lo prende sul serio).
Don Chisciotte è uno dei più grandi emblemi dell’umano, del nostro essere sospesi tra l’utopia (che forse sgorga da sogni favolosi di ricomposizione e conciliazione) e la mediocrità delle condizioni reale (il contraddittorio, confuso, banale, disgregato darsi dell’esistenza, dei caratteri del mondo). È tutto questo, formidabile immagine della contraddittorietà del nostro essere (anche dell’essere politico, di un essere politico che non rinuncia a cercare il meglio pur nella coscienza della crisi e dello sfacelo): ma nello stesso tempo ci gratifica con la sua indifesa testardaggine, simpatico e sinistro, allucinato e cordiale; è qualcuno a cui alla fine non si può non volere bene, come non si può non volere bene al suo scudiero Sancho e all’autore che lo accompagna ammiccando in un narrare dispiegato e cordiale, pure pieno di trabocchetti, di contorsioni, di manieristici avvolgimenti. Egli finge del resto di attribuire l’invenzione della storia ad un altro autore, l’arabo Cide Hamete Benengeli, e crea incredibili sovrapposizioni tra piani narrativi, come quelle della seconda parte, dove l’eroe e il suo scudiero incontrano personaggi già informati su di essi e sulle loro imprese, avendole già lette nella prima parte.
Per questo e per mille altri motivi il Don Chisciotte ha fatto da nutrimento alla più grande narrativa europea, agendo anche sugli scrittori da esso in apparenza più lontani: e si può avere l’impressione che una delle ragioni di debolezza della più recente narrativa italiana sia data proprio dalla scarsa presenza di questo capolavoro tra le letture correnti.
Allora può essere occasione di un ritorno più intenso di questo grande romanzo l’edizione appena apparsa nella nuova collana dei Classici della letteratura europea con testo integrale a fronte, diretta per Bompiani da Nuccio Ordine (a cura di Francisco Rico, traduzione di Angelo Valastro Canale, pagine 2182: il testo e la traduzione sono accompagnati da ulteriori apparati e puntuale annotazione).
Nella stessa collana appare contemporaneamente l’edizione di un ampio poema inglese del tardo Cinquecento, che ha molteplici tangenze con la letteratura italiana, finora mai tradotto integralmente nella nostra e in nessun’altra lingua, La regina delle fate (The Faerie Queene) di Edmund Spenser, a cura di Luca Manini, introduzione di Thomas P.Roche jr, pagine 2288: poema d’eroismo e di magia, che sembra proiettarsi ancora, pur se in un’esaltata messa in scena simbolica, su quel mondo di cui il Don Chisciotte registra contraddittoriamente la caduta.
Queste edizioni così appaiate fanno così incontrare simbolicamente questo grande e quasi dimenticato poema, che per la nuova cultura inglese sintetizzava modelli ormai rivolti verso il passato, con il capolavoro al cui seguito si svilupperà tutta la storia del romanzo moderno: e l’introduzione di Rico (a cui spetta anche la cura del testo critico, che riproduce quello da lui approntato per l’edizione critica spagnola uscita per il centenario del 2005) ritrova le ragioni della singolare modernità del Don Chisciotte nel suo radicamento nella realtà concreta della Spagna nel passaggio tra Cinquecento e Seicento, dove era diffuso uso di travestimenti e mascherate in abiti cavallereschi, di tornei e di recitazioni in costume.
Nella sua follia l’hidalgo di provincia, con la sua armatura bizzarra e la sua celata di cartone, porta in giro per la Spagna anche quegli usi spettacolari, quelle diffuse proiezioni teatrali di un orizzonte eroico in realtà sempre più lontano dalla vita quotidiana (a cui in fondo Cervantes, già combattente a Lepanto, non poteva non guardare con una certa nostalgia).
Rico, che è il maggiore studioso della letteratura classica spagnola (ed è anche uno dei maggiori studiosi del Petrarca e dell’umanesimo italiano) mette poi in evidenza la vera e propria semplicità della scrittura di Cervantes, il suo procedere in un flusso continuo, in una lingua che sembra seguire la veloce disponibilità di un narrare affidato alla voce (il che non solo spiega certe sviste e incongruenze, ma le giustifica, attribuisce loro un singolare valore); e indica come il narratore, ponendosi nella prospettiva morale del «giusto mezzo», sappia nel contempo mostrare attenzione a tutti i comportamenti estremi, positivi e negativi (appunto con un senso modernissimo della contraddittorietà dell’esperienza, dell’impossibilità di ricondurla a modelli di perfezione).
Davvero moltissimi sono gli spunti suggeriti da questa edizione e dal lavoro di Rico. Ma c’è una bizzarra possibilità di incontrare Rico, in questi giorni, in un altro libro, da poco uscito presso Einaudi, il bellissimo romanzo di Javier Marias, Gli innamoramenti: qui è Marías dà voce in prima persona ad un personaggio femminile, che si imbatte in Francisco Rico (proprio lui, col suo nome e cognome, con la sua sapienza, i suoi modi, il suo linguaggio di accademico atipico, poco formale), incontrandolo nel salotto di Luisa, vedova del personaggio intorno alla cui morte ruota la vicenda. E l’autore, tra l’inquieto interrogare su cui si sviluppa il romanzo, si diverte maliziosamente a dare una caricatura del grande studioso, della sua esclusiva passione per la letteratura del siglo de oro, della sua scarsa attenzione a tutto ciò che fuoriesce dal proprio universo.
Conosco di persona Rico, ben noto nel mondo universitario italiano, e non mi so decidere se la caricatura di Marías sia malevola o benevola: sono certo però che Gli innamoramenti sia un formidabile romanzo, uno di quelli che ancora stanno, così «da dopo» sulla scia di quel grande inizio che è Don Chisciotte, che sanno interrogare la contraddittorietà dell’esperienza nei termini del nostro presente; e forse proprio per questo non lo troviamo nelle classifiche, in mezzo a tanta narrativa vuota, trascritta da modelli di vita già fissati dall’apparenza mediatica.
Rispetto a questo orizzonte attuale, ci sarebbe qualche vantaggio ad avvicinarsi ancora e di più al Don Chisciotte: e davvero quella di Rico, a tutt’oggi la sola edizione italiana veramente completa, meriterebbe di sostare in permanenza su tanti tavoli, anche solo per occasioni casuali di lettura o rilettura di qualche capitolo (e non farà male, anche per il lettore poco esperto di spagnolo, qualche sguardo all’originale).

Per approfondire: RaiTre Fahrehneit (interventi del traduttore, Angelo Valastro Canale, professore all'Università pontificia Comillas di Madrid, di Antonio Moresco,  che ha scritto con Alessandro Sanna Don Chisciotte e la risoluta voluttà del sogno ed. Tre Lune e Guido Davico Bonino, curatore di: Fu vera gloria? Eroi ed eroismi. da don Chisciotte a Capitan America, ed. SEI).

Don Chisciotte: iconografia dell'opera.. "The archive provides free access to rare visual resources, restores the traditional connection between word and image, and facilitates a better appreciation and understanding of the impact of Cervantes’ masterpiece through 400 years, from several perspectives: textual, critical, artistic, bibliographical, and historical."


giovedì 24 gennaio 2013

Siamo tutti Don Chisciotte


Il filosofo spagnolo studiò per anni l’eroe di Cervantes

Unamuno e l’Hidalgo, il nostro viaggio verso la saggezza della follia

Roberto Esposito

"La Repubblica",  23 gennaio 2013

Quando, il 12 ottobre 1936, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Salamanca, un generale franchista pronuncia in maniera sprezzante il motto della Legione Spagnola «Viva la morte», Miguel de Unamuno, rettore di quell’Università, gli risponde a muso duro «Viva la vita». Così, dopo essersi opposto alla monarchia, e poi alla dittatura di Primo de Rivera, pagando queste scelte con l’esilio, egli rompe anche con il regime cui in un primo momento si era avvicinato. Ma tale riferimento alla vita, al di là del significato politico che assumeva in quel contesto, può essere assunto come l’epicentro semantico dell’intera attività di uno dei più significativi intellettuali europei del primo Novecento.
Narratore, drammaturgo, poeta, autore di testi filosofici come Del sentimento tragico della vita e Agonia del cristianesimo, egli è noto soprattutto per l’appassionato commento al Don Chisciotte, considerato il suo capolavoro. Mancava, però, ancora un volume che raccogliesse i suoi interventi, scritti lungo quasi un quarantennio, sul grande libro di Cervantes che egli stesso considerava come la Bibbia nazionale degli spagnoli. Questo vuoto è ora riempito dalla pubblicazione, egregiamente curata da Enrico Lodi per l’editore Medusa, di una ampia scelta di suoi saggi e articoli con il titolo In viaggio con Don Chisciotte.
Essa comprende un testo, come quasi tutti gli altri, mai tradotto finora, Il cavaliere dalla triste figura. Saggio iconologico — in cui l’autore confronta le descrizioni di Don Chisciotte presenti nel romanzo con i ritratti che i pittori gli hanno poi dedicato. Già in esso si profilano i tratti di un’interpretazione magistrale, che oltrepassa i confini tradizionali dell’ermeneutica, per configurarsi come un vero corpo a corpo con il proprio oggetto d’analisi. Egli stesso sempre in lotta con se stesso, diviso tra ricerca della concretezza ed aspirazione all’universale, Unamuno proietta questa contraddizione sul Cavaliere Solitario, facendone un simbolo vivente non solo dell’anima spagnola, ma anche dell’uomo contemporaneo, sospeso tra angoscia e fede. Contro l’accademismo erudito di quelli che chiama “masoreti” — come i rabbini interpreti delle Sacre Scritture persi dietro minuziose ed inutili ricerche filologiche — Unamuno cerca la perenne attualità del Chisciotte nel contrasto che lo oppone a se stesso, sdoppiando la sua esistenza tra la saggezza inerte di Alonso Quijano e la follia utopica del suo stralunato alter ego.
Contrariamente ai buoni propositi del primo, è proprio lo sguardo stravolto e allucinato del secondo a gettare un inedito fascio di luce sulle cose, riscattandole dalla loro insignificanza. Solo dimenticando la propria identità, sacrificata alla più sublime delle follie, egli ritrova il significato profondo della vita aldilà della linea del nulla che, prima o poi, è destinata ad avvolgerci tutti. È perciò che la sua figura allampanata, i suoi baffi spioventi, il suo naso aquilino, tutt’altro che emblemi luttuosi, traducono una estrema energia vitale. Lo stesso culto della morte, che si è voluto vedere nell’anima spagnola, piuttosto che attestare un distacco nei confronti della vita, ne determina la continua ricarica. Come appare dal sorriso tragico dell’hidalgo, quella malinconia non è che la faccia in ombra di una ricerca di immortalità destinata ad esser sempre delusa, ma perciò anche rinnovata. In questo senso Unamuno può richiamare perfino l’idea, diversamente declinata da Spinoza e Nietzsche, che la vita ha una inestinguibile tendenza a perseverare nel proprio stato ed anzi a potenziarsi. Nonostante le sconfitte che sperimenta, Chisciotte incarna questa potenza storica, capace di restituire alla Spagna un primato spirituale che da secoli ha perduto. Per cogliere il senso di tale affermazione, che Unamuno contrappone al parere di chi ne sottolinea la decadenza culturale e civile, bisogna attivare una doppia prospettiva, di tipo teoretico ed esegetico. Intanto intendere per storia non la semplice successione dei fatti, situati in maniera indifferenziata nello spazio e nel tempo, ma quegli eventi, anche di ordine intellettuale, capaci di modificare le coscienze lungo il filo delle generazioni. Qui Unamuno si rifà alla distinzione di Kierkegaard tra semplice memoria e ricordo di qualcosa che resta nel tempo. Si può avere memoria di un episodio senza ricordarne il significato pregnante.
L’altro presupposto, attuale al punto di richiamare una metodologia strutturalista, sta nel privilegio assoluto del romanzo rispetto al suo autore. La tesi di Unamuno è che Don Chisciotte sia molto più avanti di Cervantes. Che, una volta pubblicato, la sua proprietà sia sfilata di mano all’autore, per appartenere al suo popolo e all’umanità intera. Come la Bibbia, o l’Iliade, il Chisciotte ha una vita autonoma che sta appunto nella durata dei suoi effetti storici. Da questo lato Unamuno tocca un vertice della riflessione contemporanea. La vera opera d’arte, come quella del pensiero, è sempre impersonale, di nessuno perché di tutti. La genialità di Cervantes sta nel dileguarsi dietro la propria opera, mandando il suo protagonista avanti, nel tempo e nello spazio, fino a naufragare nell’oceano dell’impossibile. Ma non avevano fatto naufragio, in questo senso, anche i grandi condottieri spagnoli, da Cortes a Pizarro, quando, perdendo il contatto con la propria terra, avevano scoperto nuovi mondi?

Se avessimo il coraggio di uscire dal gregge

Miguel De Unamuno

Durante la stagione in cui Cervantes stette sotto le ali spirituali della sua patria, e fu da essa incubato, nella sua anima si formò Don Chisciotte, ovvero il suo popolo creò in lui Don Chisciotte, e così questi venne al mondo, abbandonò Cervantes al suo popolo, e Cervantes tornò a essere il povero scrittore girovago, preda di tutte le preoccupazioni letterarie del suo tempo. E così si spiegano molte cose e, tra le altre, la debolezza del senso critico di Cervantes e la povertà dei suoi giudizi letterari (...).
Tutto ciò che nel Chisciotte è critica letteraria è quanto di più povero e grossolano possa darsi e tradisce una vera e propria saturazione di senso comune.
Incredibile come un uomo così assennato e pieno di luoghi comuni, e della più grande grossolanità immaginabile, com’era Cervantes, abbia potuto generare un cavaliere così folle e così colmo di senso proprio.
Cervantes non ebbe altra scelta che consegnarci un folle per poter incarnare in lui l’eternità e la grandezza del suo popolo. E il fatto è che molte volte, quando l’intimo dell’intimo delle nostre viscere, quando l’umanità eterna che dorme nel profondo del nostro seno spirituale ci affiora nell’anima gridando i propri aneliti, allora o sembriamo pazzi o fingiamo di esserlo affinché ci venga perdonato il nostro eroismo. Migliaia di volte lo scrittore ricorre all’espediente di dire in tono scherzoso ciò che sente molto seriamente, o mette in scena un pazzo per fargli dire o fare quello che lui direbbe o farebbe molto volentieri e convinto, se solo la miserevole condizione di gregge degli uomini non li portasse a voler annullare chi esce dal recinto da cui vorrebbero uscire tutti, se solo avessero il valore o il coraggio per farlo (...).
Vedete quindi cosa c’è di geniale in Cervantes, e qual è la relazione intima che intercorre tra lui e il suo Don Chisciotte. E tutto questo dovrebbe spingerci ad abbandonare il cervantismo in favore del chisciottismo, e a curarci più di Don Chisciotte che non di Cervantes. Dio non ci ha dato Cervantes se non perché scrivesse il Chisciotte, e mi sembra che sarebbe stato un vantaggio non conoscere nemmeno il nome dell’autore, essendo il nostro libro un’opera anonima come lo sono il Romancero e, lo pensiamo in molti, l’Iliade. E dirò di più: scriverò un saggio in cui sostengo che non sia esistito Cervantes e sì, invece, Don Chisciotte. E visto che Cervantes non esiste più e che, al contrario, continua a vivere Don Chisciotte, dovremmo tutti lasciare il morto per seguire il vivo, abbandonare Cervantes e accompagnare Don Chisciotte.
(Traduzione di Enrico Lodi) © 2013 by Edizioni Medusa)