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lunedì 8 dicembre 2014

Il sesso dell'arte



Il Novecento ha ribaltato molti stereotipi
La Yourcenar si faceva chiamare scrittore e i suoi protagonisti sono uomini. 
Mentre il sito “Goodreads” ora attesta che le lettrici sono più libere di scegliere cosa leggere


Melania Mazzucco

"La Repubblica", 7 dicembre 2014

I LIBRI, i quadri, i film, hanno un sesso? E se sì, hanno il sesso del loro autore (della loro autrice)? Dall’origine dei tempi tutti gli artisti si considerano i genitori delle loro opere, essendo coloro che le mettono al mondo. Ma i genitori non possono determinare il genere delle loro creature — nemmeno l’ingegneria genetica sa farlo: può selezionarlo, ma è cosa diversa. Se i romanzi, i quadri e i film ripetessero meccanicamente il sesso del loro autore ciò costituirebbe un’eccezione sconvolgente che minerebbe lo statuto stesso delle opere, e dimostrerebbe che gli autori si sono sempre sbagliati. Essi non sono genitori ma gemelli delle loro creature. Queste non avrebbero alcuna autonomia, alcuna singolarità: sarebbero solo il loro specchio.
È ingenuo illudersi di riconoscere da una frase (un dettaglio, un fotogramma) l’identità dell’autore. La storia tramanda romanziere celate dietro uno pseudonimo maschile, pittrici che sono state confuse coi loro fratelli o padri, musiciste i cui spartiti sono stati usurpati dai loro maestri o mariti. Eppure questi equivoci riguardano soprattutto le epoche passate, quando le donne dovevano contentarsi di utilizzare modelli, esperienze, fantasie, tecniche e simboli considerati universali, ma in realtà elaborati dagli uomini. La domanda perciò non è retorica.
Da alcuni millenni i filosofi, e da qualche decennio anche le filosofe, si chiedono che cosa distingua il maschile dal femminile. E se questa differenza sia naturale (innata, essenziale) o culturale. Aristotele diede la risposta più duratura (i residui del suo dualismo, che ha improntato il pensiero occidentale, sopravvivono ancora adesso, in forma di luogo comune del discorso): il maschile è l’elemento attivo, portatore di forma; il femminile è materia, elemento inerte. Da questa contrapposizione originaria sono derivate una serie di dicotomie: al maschile si associano azione, razionalità, autocontrollo, efficacia, luce, innovazione; al femminile passività, irrazionalità, sensibilità, debolezza, oscurità, incapacità di invenzione e originalità. Questi stessi stereotipi sono divenuti anche categorie artistiche — stilistiche, tematiche.
“Virile” è analogo di “potente”, “forte”, “razionale”, “asciutto”, caratteristiche che si suppongono naturalmente proprie dell’uomo (e delle sue opere), in opposizione a “debole”, “sentimentale”, “emotivo”, “ridondante”: caratteristiche che invece si suppongono naturalmente proprie della donna (e delle sue opere). Gli aggettivi sottintendono un giudizio e una gerarchia di qualità. Che le donne hanno introiettato e fatto proprio. Dovevano ritenere un complimento essere considerate autrici di un’opera “virile” (come capitò alle pittrici Gentileschi, Valadon e tante altre).
Marguerite Yourcenar ribadì spesso il suo scarso interesse per il personaggio femminile (anche per il proprio: voleva essere chiamata scrittore e non scrittrice, questa parola implicando un disvalore). I protagonisti dei suoi romanzi, da Alexis a Adriano e Zenone, sono uomini. Diceva: le donne non fanno la guerra, non hanno potere. Il loro destino le costringe fra quattro mura — e costringe il romanziere che si occupa di loro a limitarsi a temi domestici, da interno: la famiglia, l’adulterio, il divorzio, la maternità. Una letteratura che ha per protagonista la donna è perciò antiepica, lirica, elegiaca, intimista. Non il romanzo — che presuppone un forte legame con la società circostante, l’esterno — ma la novella (e il diario o l’autobiografia) sarebbero la forma più adatta a narrare il personaggio femminile. Parallelamente, in pittura, il genere considerato congeniale alla donna era il ritratto (l’interno), non la pittura storica (che presupponeva, appunto, il mondo), e nel cinema il dramma sentimentale e non il western o il thriller.
I mutamenti sociali e antropologici avvenuti nel XX secolo hanno terremotato questi pregiudizi. Le donne hanno scritto romanzi assai belli e diretto innovativi film d’azione e di guerra (basti pensare alla regista Kathryn Bigelow). La crisi dello stereotipo vale anche al contrario: bei film intimisti e sui sentimenti li hanno girati registi uomini (i fratelli Dardenne, Todd Solonz, Alexander Payne, Asgar Farhadi).
E se le dicotomie sopra citate si sono rivelate culturali e non naturali, e perciò reversibili, resta il fatto che la fruizione artistica è un’esperienza cognitiva (leggere, guardare, ascoltare, significa comprendere un testo) e insieme emotiva (sperimentare gli effetti del testo), e perciò il genere del lettore (spettatore, ascoltatore) è determinante quanto il genere inscritto nel testo (non del testo).
Esperimenti condotti già negli anni Ottanta nelle università americane hanno dimostrato che uomini e donne leggono i romanzi in modo diverso. Gli uomini li ritengono il risultato di una costruzione, e perciò percepiscono con forza la voce che parla, le donne li sperimentano come mondo, senza soffermarsi su come questo venga narrato. Li riassumono anche in modo opposto: i primi selezionano trama e azione; le seconde atmosfera, contesto, relazioni tra i personaggi.
Inoltre le donne sono state educate a leggere i testi degli uomini, a vedersi riflesse nel loro sguardo e ad assumere sistema di valori, princìpi e punto di vista maschile: a sognare di essere Ettore piuttosto che Andromaca, Sandokan piuttosto che la perla di Labuan, Pinocchio e non la Fata Turchina. Mi rallegra apprendere dal sondaggio di Goodreads (di cui ha parlato su queste pagine Enrico Franceschini il 27 novembre scorso) che le lettrici (inglesi) siano ora libere di scegliere da chi preferiscano essere intrattenute, educate, spaventate, e che i condizionamenti culturali che le hanno afflitte per secoli si siano sbriciolati. Gli uomini, invece, non hanno dovuto farlo: con rare eccezioni i classici della cultura occidentale sono scritti da uomini. Gli uomini non sono abituati a vedersi riflessi nello sguardo dell’altro. Essi sono, per parafrasare un saggio di critica femminista di Judith Fetterley, «lettori che oppongono resistenza». Se accetteranno la sfida, potranno leggere per duemila anni libri col nome femminile sopra il titolo. Solo allora potranno scegliere con consapevolezza, e il risultato del sondaggio avrà davvero significato.
Ma anche il lettore (lettrice) è una figura immaginaria. La singolarità di ciascuno di noi non deriva solo dal genere, ma anche da altre differenze — la classe, la geografia, la razza, l’orientamento sessuale, la cultura, la politica — e dialoga con la società in cui viviamo. E se noi lettrici, lettori, scrittori, scrittrici, siamo plurali, allora anche le opere lo sono. Di sessi ne hanno più d’uno. Il proprio, quello di chi le crea e quello di chi le gode e se ne appropria.

sabato 6 settembre 2014

Appassionare i ragazzi ai grandi della letteratura si può


La ricetta? Dante, il web e un po’ di show
Così i classici si trasformano in un’avventura

Valerio Magrelli

"La Repubblica", 4 settembre 201414

Bisogna risvegliare l’energia negli studenti mostrare l’Odissea come se fosse L’Isola del tesoro

TUTTO potrebbe partire da una splendida immagine di Montaigne: «Insegnare» — e qui cito a memoria, secondo l’esempio dello stesso autore — «non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco». Ecco, dovendo celebrare e riassumere le mie nozze d’argento con la didattica, non credo potrei trovare motto migliore. Nel giro di poche battute, gli Essais illustrano perfettamente la differenza fra due opposte concezioni del mondo scolastico. Da un lato sta una visione dello studente totalmente passiva; lo vediamo cioè ridotto a puro contenitore, semplice bacile, per quanto prezioso, che il docente dovrà limitarsi a riempire. L’immagine riprende un’idea di cultura primordiale, meccanicistica e unidirezionale (il che significa, purtroppo, anche tragicamente attuale).
È ciò che il Sessantotto condannava, peraltro in maniera alquanto ambigua, con l’espressione di “arido nozionismo”. Ma come far sì che lo studio di Dante, Manzoni o Leopardi appassioni gli studenti? Tenterò di rispondere unicamente sulla base della mia esperienza personale. Il primo punto consiste nell’evitare di contrapporsi ai nuovi media, ma, al contrario, nell’appropriarsene, allo scopo di puntellare, di spettacolarizzare lo studio. Un buon uso di internet potrebbe trasformare le lezioni in conferenze-spettacolo. Un buon impiego di YouTube concorrerebbe ad approfondire il senso, anzi il sentimento del tempo e dello spazio. Una volta determinati in maniera esaustiva e incontrovertibile i nessi cronologici, verrebbe spontaneo tentare di tracciare una specie di “genealogia del presente”, provando cioè a collegare la cronaca alla storia. Partendo allora dall’elogio leopardiano del suicidio, via Plutarco, Seneca e il solito Montaigne, si potrebbe innescare una discussione intorno a temi scottanti come quelli sulla «morte dolce» o sull’eutanasia.
In ogni caso, una volta deciso come insegnare, dovremmo obbligatoriamente affrontare la questione di insegnare cosa. E qui ci troviamo a trattare un’altra questione centrale, relativa alla definizione di “classico”. A questo proposito, risulta ineludibile il celebre saggio Che cos’è un classico?, di T. S. Eliot. Secondo il poeta e critico angloamericano, il «classico» è il prodotto di una «civiltà matura»; una «civiltà matura» è contrassegnata dalla «consapevolezza della storia»; proprio perciò il «classico» va oltre la storia, e oltre la civiltà che l’ha prodotto. Ma il grande studio appare alquanto datato. Oggi, disancorati come siamo da ogni rapporto mimetico, prescrittivo, normativo con i classici, abbiamo bisogno di ritrovare l’elemento vivifico ed energetico dell’ascolto. Dobbiamo riscoprire il carattere «elettrico» di certe letture classiche. Infatti il rapporto tradizionale con le nostre origini culturali si va perdendo, sia nella scuola, sia nell’intera società. Ad abbandonarci, in una parola, non sono stati gli dèi (secondo la lunga tradizione ripresa e rilanciata da Hölderlin), quanto piuttosto i classici. Grave perdita, certo, che tuttavia, almeno da un punto di vista storico, potrebbe rovesciarsi in una situazione privilegiata.
Per la prima volta, dopo quasi duemila anni, siamo di fronte a una generazione che può dirsi “libera dai Greci e dai Romani”. Malgrado le lacune che si spalancano nella preparazione degli studenti d’oggi, una mancanza simile può offrire loro, per la prima volta nella storia dell’Occidente, la possibilità di stabilire, con i Greci e i Romani, un rapporto finalmente libero, fondato sulla scelta. Occorrerebbe insomma riattivare canali di comunicazione oggi ostruiti, riaccendere fuochi nelle praterie, ovviamente senza far mancare esempi di poesia erotica, di fronte alla quale la reazione degli studenti sarebbe immediata: non sono forse classici, poeti dialettali come Porta o Belli? La curiosità è sempre un ottimo reagente. E se funziona, la si può e la si deve utilizzare come meccanismo di riconoscimento, di empatia. Bisognerebbe — la sto dicendo grossa — leggere l’ Odissea come L’Isola del tesoro, nei limiti funzionali di ciò che vogliamo ottenere da un giovane: la passione. Poter scegliere i grandi classici senza essere costretti a subirli, è un vero regalo, e senza precedenti.
Leggere Dante a uno studente italiano di oggi, è esattamente come spiegarlo a uno straniero. Io cercherei di farlo dicendo che l’essenza della sua poesia consiste nella necessità di massima concentrazione e immagazzinamento sillabico. Dante, cioè, procede a uno stoccaggio del senso. La fatica, la lentezza con cui io ho letto La Divina Commedia dipende proprio da ciò: ogni suo verso ha un peso specifico immenso, dovuto appunto alla spaventosa quantità di senso che contiene. Cosa fare, allora? Per quanto riguarda la mia personale esperienza, la Commedia mi si è dischiusa soltanto dopo l’incontro con Mandel’štam. Non ero mai riuscito a leggere Dante finché non compresi, ed è curioso, quanto mi andava mostrando uno scrittore russo. Io avevo il tipico odio dello studente che, imbattendosi nella barriera delle note a piè di pagina, reagisce come davanti a un impedimento, come a un ostacolo che sbarri l’accesso al testo. Ma ecco la soluzione proposta da Mandel’štam: «Il commento è parte integrante della Commedia.
[…] La Commedia, nave portento, esce dal cantiere con lo scafo già incrostato di conchiglie». La Commedia, insomma, è davvero fra le poche imbarcazioni che, sin dalla nascita, prevedono la presenza di concrezioni, remore, conchiglie, chiamate a ornare lo scafo. Il commento non viene dopo, ma fa tutt’uno con il testo. Quella di Mandel’štam, si sarà capito, è una critica inventiva, visionaria, e però indispensabile per prendere familiarità con questo vero e proprio mostro verbale della nostra lingua.
Ma torno al nostro tema. Per appassionarsi al libro, è indispensabile, nel caso della poesia, imparare dei versi a memoria. A questo punto sento un’obiezione. Ma come? È quello che in Italia si fa da sempre! Proprio così. Ed ecco il colpo di scena. Finora, infatti, ho taciuto la cosa più importante, ossia che molte, se non addirittura tutte le cose che ho detto, in realtà sono già da tempo applicate in quello che resta forse il migliore sistema di insegnamento pubblico esistente al mondo. Da Trento fino a Isernia, potrei citare tanti esempi di «eroi» della didattica — e quanti ce ne sono che io ignoro! Ma mi limiterò al caso di Napoli, dove, con un gruppo di suoi colleghi e amici, una insegnante liceale di italiano e latino ha ideato La pagina che non c’era . Un concorso nazionale per le superiori, che quest’anno ha vinto il primo premio del ministero dei Beni culturali come miglior iniziativa per la diffusione della lettura nella scuole. Un’esperienza che rende onore alla funzione e al senso della scuola pubblica.

domenica 8 giugno 2014

Come il mondo vero finì per diventare pixel


Riccardo Falcinelli

minima&moralia, 7 giugno 2014 

versione integrale dell' articolo apparso su Pagina 99

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.
Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.
Si guardano film, dicevamo: magari in streaming o scaricandoli più o meno legalmente; su monitor, tablet o telefonino. Si frequentano mostre: e spesso, dopo averle viste, si ricercano in rete i dipinti più amati per eleggerli a sfondo del proprio monitor; oppure si frequentano mostre esclusivamente virtuali come le bacheche a tema di Pinterest.
E si osservano fotografie: e oltre alle infinite gallerie sul web, oltre Flickr e Instagram, i nostri telefoni abbondano di foto private o di grandi autori del passato. Lo schermo, come una finestra aperta su mille mondi esperibili, rimanda alla realtà là fuori da qualche parte. Non tutta la realtà: quella che ci interessa in un determinato momento; e questo non riguarda solo dipinti, film o libri ma anche la frequentazione delle altre persone, tramite i social network, o il sesso, tramite il dating online e la pornografia.
Marshall McLuhan anticipava cinquant’anni fa il peso che le tecnologie avrebbero avuto sulle nostre vite, individuando nei mass media un potenziale che amplificava le esperienze ma che, allo stesso tempo, le avrebbe frammentate. Non abbiamo smesso di interagire col mondo ma il mondo lo conosciamo sempre più spesso tramite filtri che influenzano il nostro punto di vista sulle presunte interazioni “reali”. Lo schermo è un medium ed è una mediazione: non abbiamo smesso di guardare dipinti o di leggere romanzi ma la loro disponibilità virtuale sta cambiando il nostro sguardo su queste forme.
Oggi, stesi sul divano di casa, si possono leggere dieci pagine di un romanzo o si può guardare un film; cercando nel frattempo su internet la biografia di un certo attore; finendo su facebook; per poi tornare al romanzo. Questa non è l’esperienza di un adolescente sregolato: questa è la norma nel mondo contemporaneo e le virtù – per chi sa cosa farsene – sono maggiori dei pericoli.
Le fruizioni molteplici e incrociate non erano di certo vietate in passato e, con un po’ di fantasia, possiamo immaginare un antico romano mentre legge e allo stesso tempo discute con gli amici dei dipinti esposti in biblioteca; è però la tecnologia che ha portato queste possibilità a maturazione, o – diranno gli apocalittici – a implosione.
Il lettore di Moby Dick che viveva in un mondo senza tv, radio o internet finiva per avere di Melville un’idea più compatta, delimitata e unitaria di quella che possiamo averne noi oggi. L’idea di “autore” formulata dalla cultura romantica era figlia di precise pratiche comportamentali e dei medium disponibili all’epoca; a quest’idea ancora facciamo riferimento eppure quelle pratiche e quei medium non esistono più. La tv prima, il computer poi, hanno moltiplicato le contaminazioni e le distrazioni frammentando l’esperienza del fruitore.
A guardare le cose in prospettiva, però, quell’unitarietà era solo apparente. I lettori forti hanno sempre finito per saltare con la mente di palo in frasca. Anzi: cos’è la critica letteraria o cinematografica se non un peregrinare con la fantasia mettendo in relazione cose lontane alla ricerca di un nuovo senso? McLuhan sosteneva che i medium sono “protesi”: non semplici strumenti, non semplici tecnologie, bensì estensioni dei nostri sensi. E oggi, tra le sensibilità amplificate dagli schermi, c’è appunto quella di tessere relazioni tra elementi eterogenei. Se un film, un libro o una foto mi scorrono davanti su uno stesso device, metterli in relazione non solo è facile, ma inevitabile.
La prima protesi – ma non riconosciuta subito come tale – fu la fotografia. Tutte le foto hanno fin dall’origine una caratteristica fisica comune: sono rettangoli, prevalentemente di carta. In principio, a queste si chiedeva di restituire la realtà “naturale”, quella del mondo intorno a noi; le cose presero una piega più complessa quando si cominciò a usare la fotografia per documentare altre immagini, ad esempio fotografando i dipinti del passato. Nell’Ottocento – per la prima volta nella storia – si poté poggiare sul proprio tavolo immagini dai contenuti eterogenei: affiancando il ritratto di un amico e un dipinto di Raffaello. A noi sembra un fatto banale ma gli uomini del passato non potevano farlo.
Fu Aby Warburg (1866-1929), fondatore dell’iconologia moderna, a cogliere in questo gesto un'enorme possibilità per la fantasia e per il ragionamento. Affiancando una venere di Botticelli e una foto presa da una rivista di consumo, Warburg cominciò a rintracciare alcune somiglianze visive tra le posture delle due figure, investigando quelle invarianti antropologiche che fanno sì che una donna si atteggi in modo simile in un dipinto fiorentino del ’400 e in una foto mondana di inizio ’900. Warburg chiudeva così con la vecchia storia dell’arte, preannunciando un nuovo modo di “guardare” di cui è debitore il nostro sguardo moderno. Anche il cubismo e il futurismo hanno risentito in maniere diverse del medium giornalistico e pubblicitario che ci pone sotto gli occhi oggetti disparati e eterogenei. Ancora oggi, quando si sfoglia una rivista illustrata o un giornale, è comune trovare una cruda foto di reportage affiancata a una foto di moda, ma senza la possibilità di rendere maneggiabili quelle due immagini – fisicamente maneggiabili e confrontabili – il salto dal palo alla frasca sarebbe rimasta una bizzarria e non avrebbe innescato un ragionamento sensato e proficuo. In questo senso, per Warburg, il medium ha permesso il messaggio.
Anche la televisione ha prodotto qualcosa di simile. Lo zapping, da almeno trent’anni, ci ha messo nelle condizioni di assistere a linguaggi diversi e giustapposti: la fiction con il reportage, la pubblicità con lo sport in diretta. La prima conseguenza è stata la perdita di verità del reale. La fiction somiglia ai fatti di cronaca, e la cronaca è raccontata con tutti gli escamotage narrativi della fiction. Più di un osservatore ha sottolineato come l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 si sia presentato ai nostri occhi (e alle nostre menti) assecondando tutti gli stilemi visivi di un film catastrofico. È dunque legittimo chiedersi: sono i terroristi a imitare il cinema americano per farsi “capire” meglio dai destinatari? O siamo tutti noi a proiettare sulle torri gemelle un’immagine psicologica che ci siamo formati guardando i film di fantascienza?
La tv è di certo responsabile del gusto per l’assemblaggio caratteristico della cultura postmoderna. In un saggio cruciale a questo proposito, Imparando da Las Vegas, l’autore Robert Venturi (1925) metteva sotto gli occhi dei colleghi architetti non le idee astratte e utopistiche del Modernismo ma una città reale e decisamente particolare. Las Vegas è una giustapposizione non tanto di muri e di strade quanto di testi, di scritte pubblicitarie, d’insegne, di nomi, di parole, di lampadine e di neon. Ma attenzione: Las Vegas è una città “limite”, non una città finta. Tutte le città in cui abitiamo hanno caratteristiche simili: anche in Italia i nomi delle strade – scritti nel marmo e spesso dedicati a personaggi famosi – si mostrano vicino all’insegna luminosa del supermercato, e di certo i cassonetti dell’immondizia (in colori diversi) non erano stati previsti dagli urbanisti che hanno disegnato i nostri quartieri. Ecco, dice Venturi: un architetto come Le Corbusier non ha mai pensato alla città reale, quella davvero “in atto”. L’urbanistica di Las Vegas è un medium che funziona come la televisione, non come l’Atene di Pericle. Imparare da Las Vegas vuol dire dunque imparare da una città in cui la sovrapposizione è la norma.
Chi ha imparato dallo zapping è invece David Foster Wallace (1962-2008), la cui scrittura risente, sotto molti aspetti, della logica del minestrone televisivo. Wallace preferisce alla “trama” un discorso libero e torrenziale che procede per digressioni continue: non si accontenta del respiro della pagina “da narrativa” e sfora di frequente nelle note al piede (anche più lunghe del testo principale), fino a prevedere note all’interno delle note. Con Wallace ci troviamo sempre nel mezzo di un continuum. Il racconto sembra non avere una fine precisa, né sembra mai iniziato ufficialmente, come fosse stato scritto per chi “si fosse messo all’ascolto soltanto adesso”, come amano ripetere gli anchormen della tv. Wallace inizia a scrivere prima di internet ma anticipa la logica infinita con cui si inseguono i link. Una scrittura entropica, come la società di cui parla, che restituisce l’immagine di un libro che non può più essere circoscritto, delimitato, salvato da distrazioni o contaminazioni. Non l’incapacità di scrivere il Moby Dick, bensì l’impossibilità di possederlo in testa come facevano i lettori del passato.
Ma in fondo tutto questo è un male? Muoversi tra i frammenti non comporta la rinuncia a una visione del mondo: dalla giustapposizione può scaturire uno sguardo sulle cose, e quindi una sensatezza. Warburg, attraverso la protesi fotografica, frammenta il Rinascimento per costruire un’idea più umana del ruolo che le immagini hanno nella nostra vita. Wallace allinea brandelli restituendoci un’immagine precisa (quanto paradossalmente unitaria) del mondo contemporaneo. Anzi procedere per analogia e per giustapposizioni sembra essere la condizione necessaria per qualsiasi conoscenza che non si fermi al risaputo. Il magma di contenuti che ci viene addosso ogni giorno è perciò allo stesso tempo causa di dispersione e occasione culturale. A saperle usare, le protesi ci permettono di afferrare nessi imprevisti tra le cose, andando più lontano; ma per attivarne gli elementi fecondi bisogna correre dei rischi, primo fra tutti quello di sporcare i propri convincimenti o di perdersi. L’idea che ci facciamo delle opere d’ingegno (libri, film, foto e dipinti) non prescinde mai dalle pratiche e dai mezzi con cui ci entriamo in relazione. In questo senso, oggi più che mai, il medium prima di essere un messaggio è un punto vista.

venerdì 21 marzo 2014

Il rapporto Nielsen sull’Italia dei libri


Crollano i lettori laureati

Raffaella De Santis

"La Repubblica", 21 marzo 2014

«Siamo di fronte alla più forte crisi del mercato del libro dalla Seconda guerra mondiale». È la fotografia di un’emergenza senza pari quella denunciata ieri da Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura, durante la presentazione a Roma di L’Italia dei Libri 2011-2013, l’ultimo rapporto Nielsen sull’acquisto e la lettura in Italia. I dati, ricavati su un campione di 9mila famiglie e organizzati per trimestri nell’arco di tre anni, mostrano una curva di discesa costante: dal 2011 al 2013 la percentuale dei lettori è scesa dal 49 al 43% della popolazione (da 25,3 a 22,4 milioni di persone) e quella degli acquirenti dal 44 al 37% (da 22,8 a 19,5 milioni). Molto meno della metà della popolazione italiana legge e compra libri. L’Italia si presenta inoltre come un paese spaccato a metà, dove i lettori sono perlopiù concentrati tra Emilia e Nord-Est. Le donne leggono più degli uomini (il 48% contro il 38%) e i giovani tra i 14 e i 19 anni costituiscono il 60% dei lettori. Ma l’elemento più interessante di questa ricerca disaggregata per fasce d’età, livelli d’istruzione e classi sociali, è che il crollo ha riguardato soprattutto persone tra i 35 e i 44 anni, laureate e di sesso maschile, la fascia più colpita dalla crisi economica. I grafici regalano un’altra sorpresa: sono gli over 65 la vera roccaforte della lettura, gli unici ad aver speso di più in libri negli ultimi anni.
Che fare? Per Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, la crisi è però più profonda: «Il fatto è che la lettura non è più considerata come un fattore di miglioramento. L’impoverimento complessivo della società va oltre la crisi del mercato». A reggere le fondamenta di questo palazzo pericolante sono i lettori “forti”, coloro che leggono almeno un libro al mese: sono il 4% dei lettori, ma da soli comprano il 36% di tutte le copie vendute (112 milioni nel 2013). Unica nota positiva gli ebook, con un incremento degli acquirenti del 14% e dei lettori del 17%. Aspettiamo i dati del primo triennio 2014 per capire se sperare in un’inversione di tendenza.

Lettori, una generazione persa
La speranza viene dagli ebook

"Corriere della Sera", 21 marzo 2014

«Ci siamo persi una generazione». Era questo lo stato d’animo, nell’austera sala della Biblioteca Angelica di Roma, che ha accompagnato la presentazione del rapporto sull’acquisto e la lettura di libri in Italia, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura all’agenzia di rilevamento Nielsen. Si legge sempre meno, in Italia (dal 49% al 43% della popolazione), si compra pochissimo (dal 44% al 37%). Sono dati riferiti agli ultimi tre anni, anzi per la precisione, dall’ultimo trimestre 2010 all’ultimo del 2013. Lo ha sottolineato in apertura proprio Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura: «È la prima volta che una ricerca consente di vedere le immagini in movimento del triennio 2011-2012-2013. E di cogliere così non solo le dimensioni, ma anche la dinamica della più drammatica crisi del libro dalla fine della Seconda guerra mondiale». 
La ricerca Nielsen si basa sulla rilevazione mensile su un campione selezionato di 9 mila famiglie: risultati che hanno fatto parlare Rossana Rummo, direttore Generale per le Biblioteche del Mibact, di una vera e propria «emergenza». Siamo un Paese in cui solo il 37% della popolazione (19,5 milioni) ha acquistato almeno un libro nel 2013 (112 milioni le copie vendute). Dove le donne leggono molto più degli uomini (48% contro il 38%), la fascia di età più forte è quella dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni (60%), ma sono gli over 65 a fare argine alla frana, essendo l’unica fascia in controtendenza. 
«Siamo partiti tre anni fa — ha detto Gian Arturo Ferrari — con i lettori che sfioravano la metà della popolazione, adesso siamo ridotti a poco più di un terzo». Confermata la distanza che separa il Nord dal meridione, dove più forte è la sofferenza, la novità riguarda il Centro Italia dove, Emilia esclusa, si registra una flessione (dal 52% al 42%). Crolla la spesa media (€ 57,4) per un valore di 1,1 miliardi, scesa del 14%. Ma è soprattutto preoccupante la concentrazione di questo dato: il 4% dei lettori acquista il 37% dei libri. «Purtroppo — ha aggiunto Ferrari — la favola del libro come bene anticiclico che si continuava a vendere anche nei momenti di crisi, è finita». Bene il settore degli ebook, in crescita (+14% nell’ultimo anno) ma tuttora con numeri marginali in un mercato che si conferma conservatore, qualche indicazione arriva dai canali di vendita: cedono le librerie di catena, in modo più marcato rispetto alle librerie tradizionali (che mostrano una inaspettata resistenza), cresce meno del previsto la vendita via Internet, reggono le edicole. 
Ma il dato che ha colpito di più è stato il crollo nel triennio dei lettori maschi tra i 35 e i 44 anni: meno 17% (dal 57 al 40), che corrisponde alla flessione dei laureati (dal 75% al 57%). Sembra quasi lo specchio di una generazione «perduta» che non trova lavoro adeguato agli studi. «Vuol dire che la cultura non è più considerata un fattore di miglioramento della propria condizione sociale — ha detto Lidia Ravera, assessore alla Cultura del Lazio — vuol dire che è crollata la fiducia nel futuro». 

domenica 16 marzo 2014

Antica Roma, ogni luogo era buono per leggere


In mostra al Colosseo la civiltà greco-romana del libro: 
la lettura era un esercizio collettivo e diffuso ovunque

Silvia Ronchey

"La Stampa", 16 marzo 2014

La storia è un cimitero di libri. Come a Henry James, quando visitò le rovine dell’anfiteatro di Arles, parve di risentire «la fioca voce», spenta 150 anni prima, dei martiri sacrificati nel circo, così, visitando le rovine del mondo greco, latino, bizantino, il centro di Roma o di Alessandria d’Egitto, di Efeso o di Costantinopoli, chi si mette in ascolto può sentire il lamento dei libri. Distrutti dalle persecuzioni religiose e dalle guerre, immolati in massa sull’altare del progresso, inceneriti dalla folgorante traiettoria del carro trionfale del tempo, i libri sono martiri della storia: suoi testimoni, e perciò sue vittime. 
Dei loro sacrifici restano immagini indelebili. La distruzione della biblioteca del Serapeo di Alessandria da parte dei cristiani nel secolo di Ipazia. La devastazione della biblioteca imperiale di Costantinopoli a opera dei pii cavalieri della Quarta Crociata. La Holland Park Library di Londra scoperchiata dai bombardamenti nazisti, dove composti lettori, stretti in lunghi cappotti, sostano compulsando assorti gli scaffali. La biblioteca di Sarajevo bombardata e incendiata dai cetnici nella guerra di Bosnia, la biblioteca di Baghdad saccheggiata nella seconda guerra del Golfo. La memoria dell’antica o recente rovina delle biblioteche non può abbandonarci. Meno che mai in quest’epoca, in cui la biblioteca di Babele è realizzata nell’opera di archiviazione digitale del web, possiamo dimenticare che la meravigliosa disponibilità dei libri virtuali può estinguersi in un soffio: per il fanatismo di un regime o il nichilismo di un hacker, o per la crisi globale delle riserve energetiche. Non sappiamo quale sarà il prossimo capitolo, nella storia delle biblioteche.
La mostra «La biblioteca infinita» (fino al 5 ottobre al Colosseo, altra arena di stragi) si chiude teatralmente con una rassegna di foto del moderno bibliocausto e degli episodi esemplari della distruzione della memoria. Ad aprirla è una panoramica dei luoghi del sapere che gremivano il mondo antico a Nord e a Sud, a Est e a Ovest, nell’unica civiltà greco-romana del libro. Il percorso espositivo, lungo gli ambulacri dell’anfiteatro Flavio rivestiti di antichi scaffali, gli armaria, racconta il loro fato, la loro nascita e morte, lo splendore privato ma soprattutto pubblico, l’ancestrale sacralità, l’antico commercio dei libri con gli dèi. 
Dei luoghi della lettura - un esercizio non solitario, allora, ma eminentemente collettivo, se non altro per le recitationes ad alta voce che vi si tenevano e per la loro dislocazione nei luoghi d’incontro sociale, non solo musei o santuari ma anche palestre, ginnasi, terme, spazi polivalenti come il templum Pacis, intorno al quale crebbe nella Roma imperiale il quartiere dei librai - espone i minuti, preziosi reperti: i dittici, i rotoli di papiro, i codici di pergamena; gli stili di bronzo, le tabulae cerate, i calamai e gli altri strumenti di catalogazione e di copia dei libri, raffigurati nei tre affreschi di Nemi; e poi l’ara degli scribi dal Museo Nazionale Romano, la stele di Timocrate «amanuense capace di scrivere correttamente» dal Museo Archeologico di Atene, i nomi degli antichi bibliotecari incisi nel marmo delle epigrafi. In più di cento reperti archeologici rivive per frammenti la naufragata consuetudine degli antichi con i libri, in cui la cultura era commento, citazione, trasmissione, copia paziente del già scritto, non ambizione collettiva alla novità libraria. 
Statue, rilievi, affreschi raccontano prima le biblioteche ellenistiche, quei pensatoi di intellettuali dalla folle bulimia libresca, finanziati da autocrati gentili come gli Attalidi di Pergamo o i Tolomei di Alessandria, i cui bibliotecari erano poeti come Apollonio Rodio o Callimaco. Ma è Roma il fulcro della mostra, che agli scavi del templum Pacis di Vespasiano accosta quelli degli auditoria di Adriano, di recente scoperti durante i lavori per la metropolitana, proprio come profetizzato nella Roma di Fellini. E convoca, a completare il quadro, memorie di altre biblioteche pubbliche, dall’atrium Libertatis alla biblioteca ad Apollinis, dalla porticus Octaviae alla biblioteca Ulpia. Solo vederle stringersi sulla mappa a Est del Tevere, tra il Campidoglio e il Palatino, sopra il Circo Massimo e il Portico d’Ottavia, ci dà un’altra percezione della topografia della città. Percorrendo le antiche direttrici di quei vestiboli di pietra sentiamo, come Henry James, la voce fioca dei libri perduti, di un uso pubblico della cultura inabissato e andato in rovina.

La mostra «La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico», a cura di Roberto Meneghini e Rossella Rea, è aperta a Roma, nell’Anfiteatro Flavio, fino al 5 ottobre, dalle ore 8,30 alle 16. 

giovedì 30 gennaio 2014

Psicoanalisi per librai. Le cinque regole auree per far felici i lettori


Suscitare emozioni, capire il cliente e comunicare appassionatamente 
che in un libro c’è il mondo (ed è vero)
Un vademecum firmato dal celebre psicoanalista 
per la Scuola di Umberto e Elisabetta Mauri, oggi a Venezia

Stefano Bolognini*

“l’Unità“, 29 gennaio 2014


OGNI CLIENTE È DIVERSO DAGLI ALTRI, E DEL RESTO OGNI LIBRERIA È DIVERSA DALLE ALTRE: per locazione, dimensioni, atmosfera, disposizione dei libri, metodologia di funzionamento commerciale e stile relazionale nel servizio al cliente.
Ciò premesso, è però vero che si possono distinguere (parlo appunto da cliente...) due grandi tipologie di libreria: quella di solito più grande in cui il cliente si aggira tra i banchi e gli scaffali in relativa autonomia, consultando i librai prevalentemente per la ricerca di un titolo ben predefinito, e quella più intima, di stampo più personalizzato, in cui il libraio viene interpellato per ricevere un’indicazione, un suggerimento, un consiglio non ben precisati a priori.
Il cliente, a sua volta, può essere corrispondentemente classificato in due grandi gruppi: clienti che sanno già cosa vogliono e chiedono aiuto per il reperimento di un oggetto ben preciso, e in questo caso la sequenza del contatto con il libraio è di regola piuttosto tecnica: «aiutami a trovare ciò che ho già scelto»; e clienti che non sanno già cosa vogliono, ma sentono di cercare qualcosa di non ancora definito chiaramente e che sono alla ricerca del loro «plancton» culturale.
Lo psicoanalista sa che questi ultimi non sanno di sapere già cosa vogliono, ma profondamente qualcosa già vogliono, anche se non lo sanno: sono inconsciamente indirizzati dai loro desideri e bisogni verso oggetti culturali che daranno rappresentazione descrittiva o narrativa a ciò che si muove dentro di loro senza una forma ben precisa, e che è in attesa di un testo che “li incontri” e li renda reali.
L’incontro in questione (tra il cliente «vagante» e il testo che darà rappresentazione ai suoi desideri e bisogni) necessita, per realizzarsi, di un campo relazionale appropriato: la libreria, i libri e il libraio possono costituirlo, in un insieme che favorisca il riconoscimento dell’oggetto adatto e il suo acquisto.
In generale, c’è una profonda equivalenza psicologica inconscia tra l’atto del leggere e il nutrirsi: si tratta di «prendere dentro» qualcosa di non materiale ma non poi così astratto, perché alle parole o alle figure corrispondono emozioni ancora non conosciute e pensieri che, una volta entrati, faranno parte del mondo interno della persona.
Questa analogia consiste non solo e non tanto nel senso di «incorporare» il cibo (cioè di introdurlo nella cavità orale), quanto nel senso di «farlo entrare dentro» in profondità, digerirlo e assimilarlo adeguatamente: noi chiamiamo questo processo «introiezione», e questa parola tecnica ci serve per distinguerlo appunto dall’ingurgitamento precipitoso e maldigerito.
Chi entra in una libreria entra, in un certo senso, in un vero e proprio ristorante della mente; può essere eccitato e attratto dalla ricchezza dell’offerta (in certi ristoranti che espongono i piatti più diversi verrebbe voglia di assaggiare tutto), ma può essere anche spaventato dall’eccesso spaesante di possibilità di scelta e può ricercare una dimensione più intima in cui poter valutare ed assaggiare ciò che sarà poi introdotto al proprio interno.
È però anche vero che la dimensione meno confidenziale di una libreria ampia e a libera circolazione senza assistenza immediata al cliente può favorire un senso di libertà esplorativa, e può preservare da effetti collaterali indesiderati come un certo disagio sperimentato da alcune persone quando, chiedendo un consiglio, sentono di dover mettere in mostra una loro incompetenza: non tutti sanno accettare di chiedere.
Questa difficoltà riguarda soprattutto i soggetti che definiamo «narcisisti»: sono gli uomini o le donne che «Non devono chiedere. Mai».
Per amor della clinica, vi devo anche segnalare che i clienti a funzionamento paranoide, invece, temono che il libraio possa intrudere nella loro mente e condurli a scelte pilotate, come se il libraio avesse in mente un piano diabolico volto a controllare i desideri o le scelte individuali; ma queste sono eccezioni che cito più per gusto narrativo che per reale incidenza statistica; né si richiede che il libraio faccia una valutazione psichiatrica dei suoi interlocutori!
Quello che invece si raccomanda è che nell’incontro anche di pochi secondi il libraio si renda percettivo verso alcuni specifici aspetti della relazione che si stabilisce di volta in volta con il cliente che lo consulta:
1. Evitare possibilmente la relazione «alto-basso»
In molti casi il libraio è oggetto di un transfert del tipo: «adulto (che sa) bambino (che non sa e che dunque è costretto a chiedere)». È molto importante che il libraio percepisca se la richiesta è rivolta con fastidio per questa temporanea micro-dipendenza o se al contrario il cliente gradisce di essere consigliato e «nutrito» (attraverso il consiglio tecnico) dalla persona competente.
Ovviamente, nel primo caso conviene ridurre il peso di tale dipendenza (vedremo come), mentre nel secondo caso è da evitare viceversa un sentimento di «abbandono» nel cliente bisognoso.
2. Dare valore alla personalizzazione della richiesta
Questo significa che la libreria non deve risultare simile ad una mensa che tende a rifilare a tutti un menu standard, ma dovrebbe piuttosto concedere qualche secondo di interlocuzione in favore del cliente per confortare la sensazione che qualcuno sia disponibile a «cucinare qualcosa di speciale per lui».
Questo riguarda, ovviamente, soprattutto il paziente sperduto che cerca un suggerimento o un’indicazione, che non è in contatto con i propri bisogni e sente di volere qualcosa ma non sa bene che cosa.
3. Comunicare il fatto (vero!...) che in un libro c’è un mondo
Per alcune persone un libro è un insieme rilegato di carta stampata; per altri, è la porta su un mondo che si dispiega nella mente dei lettori, veicolandovi scenari, temperature emotive, colori, storie, relazioni, e comunque parti già sperimentate o solo potenziali del proprio Sé.
Il libraio somministra qualcosa che può avere gli effetti trasformativi di un farmaco o, come dicevo, di un alimento; non dico che ad esso si dovrebbe accludere un “bugiardino” (compresa la descrizione degli effetti collaterali: l’ultimo libro che ho letto «Montenegro» di Bato Tomasevic, mi ha tenuto in una condizione piuttosto alterata di commozione per una intera settimana...), ma la seconda e la quarta di copertina possono essere intese come qualcosa di analogo.
Un libro può essere qualcosa che ti cambia la vita, o per lo meno che la arricchisce potentemente: è un mondo interno di altri che si mescola con il nostro e lo trasforma.
La libreria come farmacia della mente, come ristorante dello spirito, come officina delle idee, come apertura di porte su laboratori, giardini segreti, cattedrali silenziose, fiere di paese, stanze private, e via dicendo.
Ma io so che i librai queste cose le sanno, e sono certo che svolgono il loro lavoro più che altro per questo, oltre che per avere una professione che consenta loro di guadagnare e di vivere.
4. La dimensione «Timeless»
A differenza dei compratori su Internet, che di solito compiono acquisti ultra-mirati e programmati, e che non vogliono intermediari di sorta tra loro e l’acquisto, quelli che si rivolgono alla libreria abbisognano di una paradossale situazione: da un lato richiedono competenza, efficienza commerciale e rapidità nell’esaudire le aspettative del cliente; dall’altro, sembrano entrare viceversa in una dimensione «senza tempo», dove il vagabondare esplorativo tra un banco e l’altro induce a perdere il senso del tempo.
Per comprendere meglio questa realtà soggettiva dell’esploratore di libreria, è utile rifarsi alle sensazioni dell’infanzia quando non si era a scuola e ci si abbandonava al gioco o comunque a momenti sospesi, senza tempo appunto.
La libreria consentitemi un altro paragone apparentemente incongruo può diventare qualcosa di analogo ad un campeggio estivo, nel quale il tempo è scandito più da movimenti interni che da ritmi coscienti esterni: l’orologio, in libreria, perde la sua centralità, e questo va bene.
Si regredisce al punto giusto, e le difese si allentano, consentendo alla curiosità e al desiderio di emergere dal magma del non sentito e del non pensato (o non pensabile, fino a che non si crea la situazione adatta). Secondo me in nessuna libreria dovrebbe esserci alla parete un orologio.
5. L'importanza della dedica
E per finire, un dettaglio che non dovrebbe mancare: un libro destinato a costituire un dono dovrebbe sempre essere accompagnato da una dedica, non dovrebbe mai essere «sbolognato» anonimamente come un oggetto di pura rilevanza quantitativa.
Il destinatario del libro sta per ricevere qualcosa di potenzialmente molto significativo: è consigliabile che chi lo regala gli manifesti qualcosa di più personale e «pensato» che non la semplice consegna di un pacchetto più o meno costoso. Non so come si potrebbe favorire l’usanza della dedica, ma so che si dovrebbe.
*Psicoanalista

venerdì 3 gennaio 2014

THE AWKWARD ART OF BOOK TRAILERS



“New Yorker”, 19 dicembre 2013

L'esilarante booktrailer di Little Failure di Gary Shteyngart, con la partecipazione di J. Franzen nel ruolo dello psicanalista.  LEGGI TUTTO l'articolo...

FINZIONIMAGAZINE

Se inizi a guardarlo non smetti più. Almeno, a noi è capitato così e la sensazione è che se ne parlerà ancora per molto. Perché dentro c'è tutto: colpi di genio, ironia, autobiografia che si fa fiction e non ultimo, un cast d'eccezione. È il booktrailer probabilmente più bello del 2013, realizzato per il libro di memorie di Gary Shteyngart, Little Failure e in uscita a gennaio 2014 per la casa editrice Random House. LEGGI TUTTO...

sabato 28 dicembre 2013

Consigli ai liceali.


Cari ragazzi, leggete «Delitto e castigo»: dentro c'è tutta la vita

PIETRO CITATI 

“Corriere della Sera“, 28 dicembre 2013

Come hanno raccontato i giornali nei giorni scorsi, il ministro italiano della Pubblica Istruzione ha raccomandato agli studenti di leggere libri durante le vacanze di Natale. Niente di meglio che avere più di due settimane davanti a sé; e dedicarle alla lettura di un grande romanzo, affondando in esso, non lasciandolo mai, perdendosi completamente nella storia e nei personaggi. Questo è essenziale: imparare a perdersi in un libro; supporre, per qualche tempo, che nulla d'altro esista al mondo, e che il libro sia lo stesso mondo. Ciò è vero: non sono i libri che nascono dalla realtà, ma la realtà a nascere dai libri. Viviamo in Balzac, in Grandi speranze, in Flaubert, nella Recherche, nell'Uomo senza qualità; e solo allora scopriamo cosa sia verità e cosa sia felicità. 
Cosa possono leggere i ragazzi delle medie e dei licei? Non è semplice dirlo: nell'infanzia hanno letto alcuni capolavori: le Favole italiane di Italo Calvino, Pinocchio, L'isola del tesoro. Più tardi, devono entrare nella totalità della letteratura. Come è naturale, essi non sanno, e hanno bisogno di essere consigliati. Solo molto di rado, le famiglie sono in condizioni di consigliare: padri e madri non hanno letto, o non hanno letto abbastanza. I consigli devono venire soprattutto dalla scuola, come oggi già avviene. In generale, dubito dei consigli che da la scuola italiana. Un ragazzo di quindici, o anche di diciotto anni, non può leggere tutti i classici: alcuni non sono adatti, perché esigono una mentalità analitica estremamente complicata. Così, per esempio, non consiglierei mai La coscienza di Zeno a un ragazzo di liceo, come pure accade. Un ragazzo ha bisogno di grandi miti, grandi personaggi, eventi drammatici, che lo sconvolgano e lo facciano entrare nel cuore stesso della vita. Consiglierei Delitto e castigo di Dostoevski. Qualcuno mi obietterà: è troppo difficile, è troppo tragico. Ma un ragazzo ama, e capisce, la tragedia: vuole sentir parlare di vita, morte, passione, delitto; fantastica attorno a ciò che ha letto, e lo trasforma in se stesso. Una lettura come questa preannuncia e anticipa il suo futuro: lo segna in modo incancellabile, ed egli poi si rivolgerà indietro, comprendendo che con la lettura di quel libro è cominciata la sua vita. 

Best of...



NYT: 100 Notable Books of 2013 


The year’s notable fiction, poetry and nonfiction, selected by the editors of The New York Times Book Review. CLICCA QUI.

I giurati di "Repubblica" hanno premiato la storia emozionante dell'inglese Julian Barnes Al secondo posto Louise Erdrich, un'indiana d'America tra miti tradizionali e thriller 


LEONETTA BENTIVOGLIO

                                                    “La Repubblica“, 27 dicembre 2013 

Livelli di vita di Julian Barnes è il libro migliore del 2013 secondo i giurati di Repubblica. I quali sono, oltre all'autrice di quest'articolo, Stefano Bartezzaghi, Irene Bignardi, Paolo Mauri, Gabriele Romagnoli, Roberto Saviano e Benedetta Tobagi. Vincono le emozioni levigate di una storia che ci parla d'amore e perdita, di separazioni e abissi, dei rischi estremi e della gioia del volare, in ogni senso. Un potente mix di realtà e finzione dal quale emerge una tendenza già registrata l'anno scorso con la premiazione di Limonov di Carrère, costruito sui dati concreti di una biografia. Siamo alla riconferma di quanto oggi la letteratura privilegi (come il cinema) la cronaca e il documento rispetto all'invenzione pura. 
Respira su un versante radicato nel vero anche Questa libertà, al quinto posto nelle preferenze di Repubblica. Debutto in prosa del poeta friulano Pierluigi Cappello, è scandito da sei intensissimi memoir autobiografici. Inoltre sono decise e vigorose le connotazioni realistiche di Yellow Birds, scritto dall'esordiente americano Kevin Powers, e di Non temere e non sperare dell'israeliano Yehoshua Kenaz, rispettivamente settimo e ottavo libro in classifica. Il primo viaggia nel rosso sangue di una guerra a noi vicinissima, quella in Iraq; il secondo ripercorre con slancio epico e oggettività chirurgica la dura educazione bellica dei figli d'Israele. Due romanzi nutriti dalle dirette esperienze degli autori. 
Il demone della guerra nel ventesimo secolo pulsa al contrario ne Il declino della violenza (decimo posto), la sorprendente analisi di Steven Pinker che ci dimostra, con quantificazioni rigorose, perché la nostra è l'era più pacifica della Storia malgrado tutto. Tra i saggi votati da Repubblica svetta pure la straordinaria epopea sul rapporto tra l'uomo e il mare delineata da "Atlantico" di Simon Winchester, che ha conquistato il nono posto. La fiction straniera premiata dalla Top Ten include ancora (con un glorioso secondo posto) La casa tonda di Louise Erdrich e Dieci dicembre di George Saunders (che si aggiudica la quarta posizione). Due opere originalissime per motivi diversi: l'una ha un'identità di genere ibrida e fascinosa, oscillando tra il romanzo di formazione e il thriller riverberato da leggende e miti (l'autrice è un'indiana d'America); l'altra rivela con genialità kafkiana, nel suo collage di parabole d'immaginifica e surreale "normalità", un buon ventaglio di follie del nostro tempo.
Infine gli italiani. Nella Booklist 2013 di Repubblica figurano, oltre a Cappello, Elena Ferrante con Storia di chi fugge e di chi resta (numero tre) e Antonio Tabucchi (scomparso più di un anno fa) con il postumo Per Isabel (numero sei), un visionario gioco investigativo sulle tracce di un'entità femminile da ricomporre. Non sono i loro romanzi migliori in assoluto, ma l'attribuzione di merito (terzo e sesto posto) è soprattutto un omaggio a due grandi "classici" della contemporaneità. 


Eco, o'Brien e Pynchon. I consigli degli altri

Un giro fra le classifiche inglesi, americane, tedesche e francesi 

 RAFFAELLA DE SANTIS 

Uno dei divertimenti di fine anno, oltre agli oroscopi, è un giro tra le classifiche del best of. Quest'anno sono particolarmente varie: romanzi d'amore, storie di famiglia e racconti di guerra. Emerge una grande fame di realtà, di letture che parlino di noi. Agli anglosassoni, appassionati di elenchi, piacciono i romanzi di taglio sociale. Tra le scelte del New York Times svetta Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, per la capacità di descrivere la« tragedia e la commedia delle relazioni razziali» (sarà pubblicato in Italia da Einaudi). È la storia di una nigeriana trasferitasi negli States per studiare e che vuole ritrovare le sue radici. Guarda invece alle lotte degli anni 70 Flamerthrousers di Rachel Kushner, protagonista un'artista travolta dall'amore e dalla politica. Il libro, che uscirà per Ponte alle Grazie col titolo  I lanciafiamme, ha conquistato la stampa americana e britannica, insieme a The Luminaries della neozelandese Eleanor Catton, vincitore del Booker Prize (prossima pubblicazione Fandango): romanzo di stampo vittoriano, "scintillante" per il Guardian, ambientato nella Nuova Zelanda del XIX secolo. Ha un andamento dickensiano anche The Goldfinch (II cardellino) di Donna Tartt, atteso da Rizzoli, storia di un orfano che ha perso la madre in un attentato terroristico. Mentre Stoner di John Williams (Fazi) è stato scelto da Ruth Kendeil per la sua capacità di «raccontare le nostre passioni» ed è tra i preferiti di Julian Barnes, tra i libri dell'anno dell'Huffington Post con Livelli di vita (Einaudi).
 Ma la fame di realtà può trasformarsi in un'ossessione. Nelle liste dei best books ci sono The Circle di Dave Eggers e Bleeding Edge di Thomas Pynchon (uscirà per Einaudi), una distopia orwelliana, per il Guardian «verosimile e raccapricciante», e un thriller tecnologico. Mentre in Dieci dicembre di George Saunders (minimumfax, consigliato da Roddy Doyle e da Mohsin Hamid) c'è un racconto intitolato Fuga dall'Aracnotesta in cui si immagina la possibilità di controllare la nostra vita emotiva attraverso medicinali. Perfino il disco Modern Vampires of the City dei Vampire Weekend, palma d'oro per la rivista RollingStone, ha toni da Armageddon. 
In fondo è una distorsione della realtà pure la storia raccontata in Lui è tornato del tedesco Timur Vermes (Bompiani), in cui Hitler resuscita nella Germania della Merkel. Il bestseller è suggerito dallo Spiegel, insieme al romanzo afgano di Khaled Hosseini (E l'eco rispose, Piemme), il più votato su Goodreads. Ammorbidisce con il suo coraggio gli urti della vita Edna O'Brien, che ha saputo trasformarsi da ragazza di campagna in scrittrice glamour. La sua autobiografia Country Girl (Elliot) è da non perdere per Express e New York Times. Una curiosità: nella classifica personale di Edna c'è La Folie Baudelaire di Roberto Calasso (Adelphi). 
Ma è l'arte più della letteratura ad avere voglia di trasfigurare il reale. L'installazione Surveys del sudafricano Jane Alexander è per Holland Cotter, critico del New York Tïmes, tra i migliori eventi artistici del 2013. Testimoniano invece i fatti più significativi dell'anno le fotografie selezionate dai giornali: sul Wall Street Journal la protesta di Gezi Parkalstanbul, sul Time lo scatto di John Tlumacki dell'attentato alla maratona di Boston e quello di Emin Özmen di un uomo siriano mentre viene sgozzato. C'è poca Italia, però, in queste classifiche. Tra i film La grande bellezza di Sorrentino, scelto dai lettori del Guardian. E tra i libri La storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco (Bompiani), consigliato da El Pais: un omaggio all'immaginazione letteraria prima che alla realtà.


domenica 25 agosto 2013

LA PERSISTENZA DEI CLASSICI


ALBERTO MANGUEL

"La Repubblica", 11 agosto 2013

Forse è l' adolescenza l' età migliore per conoscere i classici. Ricordo la sorpresa con cui scoprii - avevo quattordicio quindici anni - nell'eclettica biblioteca di mio padre i dialoghi umoristici di Platone, le storie intrepide di Erodoto, i poemi infuocati di Catullo, i saggi riflessivi di Seneca. Senza che nessuno mi obbligasse a studiarli e senza che nessuno mi avvertisse che si trattava di classici, sfogliavo a Buenos Aires i piccoli volumi della collana Austral, domandandomi - come Socrate - come si fa a distinguere tra il sonno e la veglia, e meravigliandomi - come Erodoto - che gli sciti guerreggiassero sopra un mare di ghiaccio, e turbandomi - come Catullo - di fronte alla bellezza di Lesbia e di Giovenzio, e desiderando - come Seneca - un giardino appartato per sedermi a leggere in pace. Con l' età buona parte dei testi fondamentali si trasformano, nella memoria, quasi in luoghi comuni, forse perché la nostra esperienza fa sì che non ci appaiano più sorprendenti e illuminanti come quella prima volta. Man mano che passa il tempo, le riflessioni degli antichi saggi diventano nostre e le ripetiamo non più come rivelazioni eclatanti, ma come una trita conferma di verità, ahimè, troppo evidenti: la vita è breve, la felicità passeggera, la carne triste, i sogni di gioventù frustrati, la miseria del mondo costante. La vecchiaia ci trasforma tutti in piccoli filosofi di una mortificante banalità. 
A volte ci stuzzicano a leggere un classico coloro che lo rifiutano, come quando Sarkozy chiese a che serve leggere La principessa di Clèves, facendo impennare le vendite della contessa di Lafayette in Francia. A volte uno sconclusionato melodramma popolare cita un capolavoro e lo proietta nella lista dei bestseller, com'è successo, grazie a Dan Brown, alla Divina commedia in Spagna. Ma al di là di questi casi fortuiti, perché leggere i classici? Perché leggere Seneca, per esempio? Per consolarci, fra le altre cose, con quella che i tedeschi chiamano Schadenfreude, quella sorta di cupa allegria che si prova nello scoprire che nemmeno gli altri, i nostri antenati, sono stati felici, e che nelle epoche remote della cultura classica la vita non era né più facile né più giusta. A confronto dei lunatici imperatori, i nostri governanti attuali appaiono esseri quasi razionali; a paragone dei sanguinosi spettacoli che il popolo pretendeva, i videogiochi più violenti risultano di una candida innocenza; di fronte alle enormi ingiustizie della società romana, i capricci delle nostre dittature appaiono quasi democratici. Sembra miracoloso che in simili circostanze si sia potuta creare quella raffinatissima letteratura latina che ha dato origine a tante delle nostre culture. Per istruirci con aneddoti che consigliano, exemplum docet, come vivere meglio. Racconta Seneca, in Della tranquillità dell' anima, che Cano, condannato a morte, disse al suo consigliere che si era proposto di «osservare, in quel momento fuggevole, se l'animo avrà la sensazione di uscir fuori» e gli promise che se avesse scoperto qualcosa avrebbe fatto visita uno dopo l' altro a tutti i suoi amici per rivelare loro quale fosse la condizione degli spiriti nell'aldilà. (Diciotto secoli più tardi, in un continente che per Seneca non esisteva, Edgar Allan Poe avrebbe trasformato il nobile proposito di Cano nella terrificante storia intitolata La verità sul caso del signor Valdemar). Caligola, uno degli imperatori più dementi e sanguinari, fu assassinato nel gennaio del 41 d. C., «disgustatissimo», scrive Seneca, «se negli inferi sussiste qualche sentimento, a vedere che gli sopravviveva il popolo romano». (Videla e Pinochet hanno sicuramente condiviso lo stesso disgusto). Catone, spiega Seneca parlando dell' ira, un giorno ricevette un pugno in faccia; quando i suoi amici si sorpresero del fatto che non si fosse irritato e nemmeno offeso, Catone rispose loro: «Non ricordo che mi abbiano picchiato» (risposta ancora più sottile di quella proposta da un contemporaneo di Seneca su un monte della Galilea). 
Per continuare una stirpe di illustri lettori, Seneca fu letto e approvato dai primi cristiani: nel Medioevo, Dante lo collocò nel «nobile castello» insieme a Omero, definendolo «Seneca morale». Sant'Agostino, in modo più sottile, distingue tra lo scrittore e l' uomo: commentando le qualità morali della franchezza e del coraggio, Agostino segnala che Seneca le possedeva «anche se non pienamente. Intendo dire che le faceva proprie nei suoi scritti, ma non le dimostrò nella sua stessa vita». Nella sua vita, Seneca fu quasi il contrario di uno stoico. Si dedicò agli affari e all'usura, e in poco tempo accumulò un' enorme fortuna che gli consentì di accedere a incarichi pubblici. Sotto diversi imperatori (Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone) fu questore, console e consigliere imperiale. Dopo che Nerone fece assassinare la propria madre, Seneca redasse la discolpa dell' imperatore di fronte al Senato. Il suo comportamento servile non gli servì a nulla. Sulla base di prove inventate, fu accusato di cospirare contro l' imperatore e Nerone gli ordinò di suicidarsi. Secondo testimoni come Tacito (in generale per nulla generoso nei suoi giudizi), nel momento della morte il filosofo-affarista dimostrò quel degno atteggiamento stoico che raccomandava nei suoi libri. «Dove sono quei precetti filosofici, dov'è la logica che avete studiato tanto a lungo per questo istante?», domandò agli amici che lo circondavano piangendo. «Forse che la crudeltà di Nerone era un segreto? Dopo aver assassinato la madre e il fratello, non è naturale che vi aggiunga la morte del proprio guardiano e tutore?». Con queste parole, Seneca si aprì degnamente le vene nell'anno 65 d. C. Quella forse fu la sua ultima lezione. (Traduzione di Fabio Galimberti).

domenica 9 giugno 2013

Neuro letteratura. Nuove tecniche evidenziano le parti del cervello che leggendo, generano giudizi estetici

Perché tali indagini hanno tanto fascino?

C’è sudditanza degli umanisti agli scienziati?

Per capire dove si dirige l’attenzione quando si apre un libro, prima si registravano i movimenti oculari. Ora la risonanza magnetica permette di fare molto di più. 
Le stesse ricerche si praticano per la visione di immagini 
Robert Musil si sofferma sulla predilezione di alcuni “nell’attribuire i moti dell’animo alle secrezioni interne e la bellezza alla buona digestione” 
Ci sono i maniaci di queste indagini, ma sono stati filosofi e scrittori a dar loro man forte

Paolo Legrenzi

"La Repubblica", 9 giugno 2013

Natalie Phillips, giovane ricercatrice dell’Università del Michigan, sta per pubblicare una serie di ricerche che potremmo definire di neuro-letteratura. Durante la lettura di passi tratti da romanzi, come Mansfield Park di Jane Austen (1814), Phillips osserva le modificazioni del cervello dei lettori utilizzando le tecniche di risonanza magnetica. Il cervello è un insieme di aree specializzate e molte di queste aree sono attive mentre leggiamo, da quelle che recuperano i significati delle parole a quelle corrispondenti alle emozioni del lettore.
Natalie Phillips non è la sola a usare questa nuova tecnica che ci permette di esaminare le aree cerebrali responsabili delle più diverse attività, come leggere, far di conto, risolvere problemi, guardare figure o quadri o, più prosaicamente, avvisi pubblicitari. È una tecnologia duttile, da cui sono scaturiti campi d’indagine come la neuro-estetica, la neuro-etica e tanti altri neuro+, tra cui la neuro- letteratura.
Per capire dove si dirige l’attenzione mentre si legge un testo o si guarda un’immagine, tradizionalmente ci si limitava a registrare i movimenti oculari. Le tecniche di risonanza magnetica ci permettono di fare di più. Dato che conosciamo le specializzazioni delle varie zone del cervello, possiamo indirettamente misurare le variazioni dei livelli di attenzione e di coinvolgimento emotivo durante la lettura.
Altre università statunitensi, come Vanderbilt e Duke, stanno allestendo centri specializzati non solo di neuro-letteratura, ma più in generale di neuro-humanities.
Il principio è sempre lo stesso, sia che si legga un libro o che si guardi un quadro. Quando una determinata funzione mentale è in atto, le aree cerebrali corrispondenti sono attive. Se stiamo cercando un amico in un ambiente affollato, si attivano le aree cerebrali che presiedono all’orientamento dell’attenzione nello spazio (sono situate nel lobo parietale) e quelle che presiedono al riconoscimento dei volti noti (sono situate nel lobo temporale). Lo stesso potete fare con la visione d’immagini. Semir Zeki, dell’University College di Londra, dapprima ha studiato i correlati neurali delle caratteristiche percettive dei quadri, poi è passato a ricerche più vicine a quelle di neuro-letteratura. Per esempio, Zeki ha mostrato 300 dipinti e ha registrato le aree cerebrali coinvolte nei giudizi di bellezza o di bruttezza.
Nel numero della rivista Nation uscito il 27 maggio, Alissa Quart fa un bilancio critico di queste “avventure nelle neurohumanities” interpellando storici dell’arte e letterati. Todd Cronan della Emory University, insieme ad altri, si lamenta della subalternità degli umanisti agli scienziati. C’è del vero in queste critiche. Molte di queste rassegne, e Nation non fa eccezione, sono arricchite da immagini colorate che inducono a credere che gli scienziati siano davvero capaci di vedere il cervello al lavoro. In realtà i colori sono un artificio grafico. Gli scienziati si limitano a registrare le differenze segnalate dalla diversa risonanza nel campo magnetico degli atomi di idrogeno presenti nel flusso sanguigno. Conoscere queste differenze è decisivo per individuare quello giusto tra più modelli di una stessa funzione mentale. È meno utile per sapere se il passo di un romanzo provoca paura oppure no. Ve ne accorgete leggendolo. Inoltre la paura può dipendere dalla lettura di quel passo, ma anche dalle circostanze e dagli stati d’animo del lettore.
Come mai, allora, le neonate discipline del tipo neuro+, come la recente neuro-letteratura, piacciono tanto? Questa è un’altra storia. Carlo Umiltà ed io l’abbiamo raccontata in Neuromania (2009), un libretto che cerca di difenderci dal fascino dei neuro-riduzionismi. Va però precisato, a difesa degli scienziati, che il fascino eccessivo non è colpa loro. L’origine è antica, e la troviamo già ben formulata da Robert Musil, nel capitolo 72 del romanzo-saggio L’uomo senza qualità (1930). Musil si sofferma a lungo sulla «predilezione per le definizioni materiali alle quali è stato come cavato il cuore … attribuire i moti dell’animo alle secrezioni interne e la bellezza alla buona digestione … trovano sempre una specie di preconcetto favorevole». Questo preconcetto serpeggia anche nella letteratura popolare. Per il celebre investigatore Nero Wolfe, creato da Rex Stout, l’innamoramento si origina, à la Darwin, dagli «attributi delle giovani donne che costituiscono il principale appiglio della nostra specie nella sua coraggiosa lotta contro la minaccia degli insetti» (Prisoner’s Base, 1952). Ci sono scienziati neuromaniaci, ma sono stati filosofi e letterati a dar loro man forte, creando il gusto per le definizioni alle quali è stato come cavato il cuore. E tuttavia è troppo facile fermarsi qui, sorridere di fronte all’ingenuità di ricerche rese possibili dalla risonanza magnetica. Lo stesso Robert Musil alludeva con ironia al preconcetto volto a ricondurre i nostri stati d’animo alle condizioni del corpo. E Rex Stout vuol divertirci quando il suo investigatore dichiara che l’uomo non è altro che una tra le tante specie animali in lotta. È troppo facile dileggiare i tentativi di concentrare nel cervello l’origine di fenomeni apparentemente non riducibili ai segnali del flusso sanguigno. Finisce così che non ci accorgiamo che l’antico sogno dei naturalisti ha preso oggi nuova forza perché questa “concentrazione” della mente nel cervello si alimenta sempre più della materializzazione della mente all’esterno del corpo. L’estensione della mente è resa possibile da protesi tecnologiche, smartphone e reti di computer. L’interazione tra cervelli naturali e artificiali si deposita in miriadi di documenti, che ne sono messaggeri e testimoni. La mente umana, concentrandosi nel cervello, si frantuma in localizzazioni neurali indipendenti. E tuttavia, in parallelo, si espande nel mondo tramite le nuove protesi.
La prospettiva naturalista si afferma perché permette una sempre migliore comprensione dei meccanismi interni del cervello e delle sue estensioni. Se esaminate le opere dell’arte contemporanea non dal punto di vista dei fruitori, ma da quello dei creatori, esse vi appariranno come i prodotti di un sorprendente laboratorio, dove le immagini mentali vengono concentrate, frammentate ed estese prima di tradursi in oggetti o eventi che stupiscono lo spettatore e, poi, lo fanno pensare. Vi invito a visitare la Biennale che si è aperta questa settimana nella città da cui scrivo.


Ma Joyce e l’Amleto non si apprezzano scrutando lobi parietali

Capire il legame tra il fisiologico e lo psicologico è utile 
Però la descrizione della mente non spiega una metafora 

Giuseppe Montesano

Signori che volete applicare le neuroscienze alla letteratura, vi prego, siate cauti, perché quando si scava il terreno iper-complesso di un sonetto di Shakespeare o di una pagina dell’Ulisse di Joyce, servono vanghe magnetiche agili e pensanti, e memorie le quali ricordino che la neuro- letteratura non sta al di fuori del labirinto della letteratura, ma va a tentoni in quello stesso labirinto. Cosa che sapeva Aleksandr Lurija, autore di Le funzioni corticali superiori nell’uomo e di The working brain, lui che con Vygotskij inventò la neuropsicologia ma trovò necessario scrivere romanzi neuropsichici come il meraviglioso Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla o come il drammatico Un mondo perduto e ritrovato: vale a dire che Lurija, per poter esprimere alcune “verità” scientifiche, raccontò delle vite vere in forma di romanzi. Del resto il signor Freud di Vienna aveva scritto già romanzi sublimi e intricati come L’uomo dei lupi o Il piccolo Hans: i casi clinici dove la psicanalisi, per giungere più a fondo nella mente, rinunciava ai concetti scientifici e usava la letteratura. E se i Maestri antichi vi potranno apparire troppo lontani e superati, cari neuro-studiosi letterari, allora basterà che vi rivolgiate a Maestri viventi come Oliver Sacks, alle storie degne di Edgar Allan Poe che troverete in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello e a quelle lisergiche che vi colpiranno in quel romanzone epico alla Kerouac che è Risvegli. Poi, resi cartesianamente dubbiosi da queste letture, converrà che diate un’occhiata all’Etica di Spinoza e all’Etica Nicomachea di Aristotele, in modo da accorgervi definitivamente che i vostri studi sono una branca all’interno di una mappa più ampia: quella della Letteratura Universale. Dite che la risonanza magnetica studia la zona corticale che regola l’orientamento? Ottimo! Ma quando qualcuno legge l’Amleto di Shakespeare e capisce che in Danimarca tutto è “rotten”, marcio, a pezzi, sfasciato, di cosa dà conto la risonanza magnetica alla parola “Danimarca”? Della funzione che si attiva quando devo cercare se via Turati è o no a Copenhagen? No, la mente che si attiva con l’Amleto si orienta nel tempo metaforico, e da lì nello spazio storico, e da lì in quello immaginativo: la Danimarca del principe Amleto si trova dovunque c’è marcio e sfascio, non nella Danimarca geografica. La letteratura opera attraverso il linguaggio, che è storico e culturale, e ha un grado di complessità massimo: si può applicarle la risonanza magnetica, ma purtroppo con essa non si scopre niente che scrittori e lettori attenti non sappiano molto meglio e molto più in profondità. Per non dire del fatto che la letteratura opera con categorie come la menzogna e la metafora, decisamente più complicate di ciò che sappiamo dei lobi parietali e frontali. Arrivare a toccare il legame tra il fisiologico e lo psicologico è essenziale per la conoscenza, lo sapeva già Spinoza quattro secoli fa, ed è ciò che tenta di fare la neurobiologia, forse la più importante delle scienze che studiano il cervello: ma la neurobiologia sa bene che la descrizione che dà del funzionamento mentale è uno schema riduttivo, e che persino la chimica del cervello adoperata dalla moderna pratica psichiatrica è un po’ come la pratica terapeutica per i primitivi: vi diamo questo psicofarmaco perché funziona sul sintomo, ma non sappiamo da cosa derivi il sintomo, dato che ignoriamo quasi tutto della mente e delle sue passioni.
Forse alla neuro-letteratura non resta che rassegnarsi a leggere con impegno Gli elisir del Diavolo di Hoffmann per sapere come un uomo possa essere insieme buono e malvagio, e a studiare Delitto e castigo di Dostoevskij per capire come funziona il senso etico. La logica matematica ci parla degli insiemi, e spiega che un insieme più vasto ha dentro si sé vari sotto-insiemi, ma che il sotto-insieme non può contenere l’insieme: la logica ci sussurra che è l’insieme Uomo senza qualità a contenere dentro di sé il sotto-sotto-insieme neuro-letteratura, e che è l’insieme Don Giovanni di Mozart a contenere il sotto-sottoinsieme neuro-estetica musicale, ed è l’insieme Simposio di Platone a contenere il sotto-sotto-insieme neuro-erotica. È chiaro e distinto, come direbbe Cartesio, no? Ma se per gli scienziati si spalancano baratri, per gli scrittori si spalancano le porte di una letteratura neuro-letteraria, con personaggi fantastici, abitatori di laboratori che si combattono per il predominio di un’idea come gli eresiarchi in un racconto di Borges. A quale nuovo Proust toccherà in sorte scrivere Alla ricerca del neuro- studioso di letteratura perduto? E chi sarà il nuovo Philip K. Dick che ci offrirà Ma i neuro-psicoletterati sognano risonanze magnetiche?

sabato 18 maggio 2013

Innamorato o Furioso, Orlando è qui accanto


Dal Boiardo ai Beatles, il classico non finisce mai di parlarci 

Carlo Ossola


"La Stampa", 17 maggio 2013 

II classico, ha scritto Italo Calvino, «è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»; di quando è, dunque, Dante? Di oggi e, molto più, di domani: di quel domani che è speranza, possibilità, redenzione, testo volto al futuro: «sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi» (Paradiso, XXIV, 6465). Nulla è più proprio all'incremento d'avvenire che la poesia: essa si dispiega - come definì Mandel'stam il percorso del poema dantesco - in futurum
La storia raccoglie in narrazione la scarsa traccia (leggi e cronache, testamenti e diari, archivi e registri) che ci è rimasta di eventi irrevocabili: non abbiamo visto e non vedremo Orlando e i paladini, Napoleone e le sue battaglie; ma sempre è presente, qui accanto, Innamorato o Furioso, il paladino del Boiardo e dell'Ariosto, ancora ci accompagna - «dall'Alpi alle Piramidi» - il condottiero del Manzoni (Il cinque maggio). La lettura dei classici ha bisogno di poco corollario di eventi: è, essa stessa, storia, quando il documento più non esiste, scomparsi i corpi, obliati i misfatti, cancellate le vite; avremmo ancora memoria, vergogna, lutto di Auschwitz e dei Lager di sterminio, se non ci fosse qui la parola, viva e dolente, di Primo Levi: «Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / II cibo caldo e visi amici: // Considerate se questo è un uomo / [...] / Che lotta per un mezzo pane / Che muore per un sì o per un no. / Considerate se questa è una donna, / Senza capelli e senza nome»?
La storia umana è un grande fiume di oblio: a che varrebbe conservare gli scontrini di acquisto dei tanti calzini usati, i biglietti dei tram, gli inserti dei quotidiani, già dimenticati la settimana dopo?
 Che cos'è la storia se non una narrazione «sopra» questi immensi detriti, dettagli, in cui si sono spesi opere e giorni? Che rimane dei singoli segni del progresso: dove la prima ruota, il primo carattere di piombo che con l'invenzione della stampa fece avanzare conoscenza e uguaglianza, ove la prima spoletta meccanica per i moderni telai, la prima mongolfiera? Nulla ci rimane di quei mitici oggetti: ma qui, eccola vivace e autentica, l'Ode al signor di Montgolfier, il «volator naviglio» di Vincenzo Monti. E come parlare ai figli degli idoli musicali, delle serate in discoteca, se in vent'anni sono spariti prima i dischi, poi le cassette, e tra poco i ed? Fortunata quella generazione che avrà letto Vittorio Sereni e quando nulla tornerà più di quelle musiche - potrà ancora leggere Giovanna e i Beatles: «Nel mutismo domestico nella quiete / pensando si inascoltata e sola / rida fiato a quei redivivi. / Lungo una striscia di polvere lasciando / dietro sé schegge di suono / tra pareti i beneamati Scarafaggi». 
La letteratura non è spiegata dalla storia, al contrario la raccoglie, la rappresenta, la restituisce all'universo: «Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo» (I. Calvino, Perché leggere i classici). La scuola, i libri, non debbono, non possono, tradire questo universo, che ci fa tutti uomini, e uguali, tutti in viaggio, senza sosta, senza frontiera: «Va / lui, dimentico della sua andatura, / perduto nelle sue creature» (M. Luzi, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini). La letteratura è l'universale e insieme l'unico, l'insostituibile: non ha pezzi di ricambio un verso di eternità d'istante» (E. Montale, La bufera). Il testo poetico consegna mondi possibili e restituisce a se stessi, nel ricordo d'una sera, d'un po' di fuoco, d'un silenzio: « Lasciatemi così / come una / cosa / posata [...] / Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare».