Il volume di Campbell e Pryce (architetto e fotografo)
spiega funzioni e possibili trasformazioni delle più belle biblioteche
Matteo Motolese
"Il Sole 24 ore - Domenica", 12 aprile 2015
Per scrivere questo articolo sono andato, come molte mattine della mia vita, alla Biblioteca Nazionale di Roma. La prima cosa che vedo, appena arrivo per lasciare la borsa, è un avvertimento stampato su un foglio di carta incollato con lo scotch sul bancone del guardaroba. Lo conosco già senza leggerlo, perché è affisso lì da mesi e viene ripetuto ossessivamente in ogni posto visibile della biblioteca. Avverte che, secondo quanto stabilito dalla legge, la biblioteca non si configura come biblioteca di pubblica lettura e dunque è vietato portare libri propri e fotocopie all'interno. Non è questo però il vero motivo dell'avviso. La novità è che «fino a nuova disposizione, la norma contemplata nel regolamento verrà rigorosamente applicata». Ci si chiede se un avviso del genere, per come è formulato, sarebbe pensabile nella biblioteca nazionale di un altro paese. Ma soprattutto ci si chiede il motivo di tanta ostruzione al lettore, il motivo per il quale non lo si vuole dentro. Perché viene qui a leggere anche libri propri? E allora? È così grave?
Non si tratta di una scelta individuale, ovviamente, ma di un modello. Se si vuole ragionare sul futuro delle biblioteche fisiche nel mondo delle biblioteche digitali è da qui che bisogna partire. Dai modelli. Dalle idee di biblioteca che, nel nostro paese, si sono avute negli ultimi decenni. Luoghi di conservazione prima di tutto, di mantenimento della memoria. Che è una cosa sacrosanta, intendiamoci, ma che mi pare abbia progressivamente fatto marginalizzare un'idea forse altrettanto importante, soprattutto nel cambiamento che stiamo vivendo: l’idea di condivisione, di promozione, di rilancio, di potenziamento. Che è stata delegata principalmente alle biblioteche minori mentre dovrebbe essere affidata alle massime istituzioni del paese preposte alla gestione della cultura scritta. Anche per questo ogni restrizione dei fondi, ogni accorpamento e chiusura – nonostante le continue lamentele degli addetti ai lavori – cade sostanzialmente nel vuoto. Non c’è, nella pubblica opinione, l’idea che la biblioteca sia un moltiplicatore di cultura. E invece un paese che investe su sé stesso, che punta ad aumentare la condivisione di cultura scritta, dovrebbe usare le biblioteche come dei simboli: riconoscibili, visibili, pronti ad accogliere.
Sono queste le riflessioni che suscita la lettura del libro, bellissimo, La Biblioteca. Una storia mondiale di James V. P. Campbell e Will Pryce (Einaudi). Il primo è uno storico dell’architettura; il secondo uno dei più apprezzati fotografi internazionali. Insieme hanno viaggiato nel mondo per descrivere ottantadue biblioteche in ventuno paesi.
Solo dieci anni fa l’idea di un libro del genere sarebbe stata puramente accademica; oggi assume il fascino di un reportage su una pratica a rischio estinzione, che occupa gli umani da millenni: conservare, tramandare e condividere la loro produzione scritta. Potrei dedicare il resto dell’articolo a riassumere il contenuto del libro. Dare conto dei modi nei quali – nel corso dei secoli – si sono trovate soluzioni per combattere nemici dei libri come muffe, animali, ladri: creando correnti d’aria, allevando piccoli predatori d’insetti, incatenando i volumi. Oppure come la trasformazione di banchi e scaffali racconti l’evoluzione delle modalità di lettura. O ancora come – ma sarebbe masochismo – le ultime biblioteche italiane degne di essere fotografate nel pantheon tracciato dal libro siano sei-settecentesche (due gemme romane: Casanatense e Angelica). Mi pare più interessante però spostare l’attenzione sulle biblioteche costruite quando era già chiara la mutazione in atto. Perché infatti uno stato dovrebbe investire enormi somme per costruire edifici che, tra un paio di generazioni, potrebbero perdere di senso?
Sono descritte nell’ultimo capitolo e sono state costruite dal 2001 a oggi in Europa (Paesi Bassi, Germania, Regno Unito), Asia (Giappone, Cina), America del Sud (Messico). Per quanto diverse, sono accomunate dall'idea di un'osmosi profonda tra l’atto singolo della lettura e il ruolo sociale della condivisione. Luoghi ben riconoscibili in cui i linguaggi si mischiano, come la nuova biblioteca multimediale a Cottbus, ex Germania dell’Est, che di notte si illumina come una lanterna. Con spazi pensati non solo per la lettura ma anche per lo scambio di idee. Edifici in cui la conservazione – sempre più complessa: oggi si pubblica più carta di ieri – è unita alla facilità di accesso e alla bellezza degli ambienti. È chiaro infatti che la biblioteca, in futuro, non potrà più essere solo il luogo in cui andare a leggere qualcosa che non si potrebbe trovare altrove. Anche oggetti unici, come i manoscritti, sono spesso ormai consultabili in digitale da casa (in Italia ci sono ottimi esempi in tal senso). Ma dovranno essere sempre di più luoghi di scambio, di lavoro, di accesso ai molti canali attraverso i quali viene veicolata la cultura di gruppi più o meno ampi di persone. Sarebbe bello che questo passasse attraverso forti interventi nel sistema delle nostre biblioteche, a partire da quelle nazionali, per trasformarle sempre più in piazze che attraggano chi è fuori: luoghi in cui valorizzare in modo visibile quell’atto comune e fondamentale in ogni società che non è solo il leggere ma il pensare.
L’Egitto di età romana come l’Italia d’oggi: secondo una storica americana non fu l’incendio a distruggere la più ricca raccolta di libri dell’antichità ma la decisione dell’imperatore Marco Aurelio di sospendere i finanziamenti
Vittorio Sabadin
“La Stampa - TuttoScienze“, 26 febbraio 2014
La Biblioteca di Alessandria, il luogo che custodiva la conoscenza nell’antichità, non ha finito eroicamente i suoi giorni in un incendio come i miti e i film di Hollywood ci hanno fatto credere. È deperita lentamente, quasi in modo meschino, distrutta come una qualunque biblioteca comunale dai tagli dei finanziamenti statali, dall’incompetenza e dall’instabilità politica. A rileggerne la storia, riscritta con argomenti convincenti in un saggio della storica Heather Phillips pubblicato dall’Università del Nebraska, sembra di guardare un ritratto dell’Italia di oggi, che è riuscita a fare in pochi decenni i danni che ad Alessandria hanno però impiegato secoli a produrre.
Realizzata intorno al 280 a.C. sotto il regno di Tolomeo II Filadelfo, figlio del capostipite della dinastia tolemaica ellenistica che governò l’Egitto alla morte di Alessandro Magno, la più famosa biblioteca del mondo rappresentava l’ideale greco della conoscenza universale. Poco tempo dopo l’apertura custodiva già 490.000 rotoli in pergamena e papiro di ogni lingua e cultura, e ospitava in modo permanente 100 studiosi di varie nazionalità, a cui offriva, oltre allo stipendio, anche ospitalità e esenzione fiscale. Erano tra i più eminenti professori dell’epoca, che si avvalevano dell’aiuto di decine di dipendenti statali assunti a tempo pieno per catalogare, tradurre, copiare, riscrivere, acquisire nuovi testi per la Biblioteca e per il vicino tempio delle Muse, il Museo.
L’edificio era aperto al pubblico, ma non tutti potevano accedervi: bisogna dimostrare di possedere una buona conoscenza delle cose e una attitudine a impararne altre prima di esservi ammessi. La Biblioteca non era solo un deposito di volumi ben catalogati. Era un centro di cultura e di diffusione del sapere unico nel mondo antico, che attirava a sé il meglio dell’intelligenza umana. Ma la sua epoca d’oro non durò che un paio di secoli, e i guai cominciarono come di solito cominciano per la cultura, con un cambio di governo e con l’instabilità politica.
Nel 48 a.C., quando Giulio Cesare impose Cleopatra come regina dell’Egitto, la popolazione di Alessandria non approvò la decisione e lo costrinse a bruciare le navi nel porto per evitare che cadessero nelle mani degli egiziani ribelli. L’incendio si propagò a 40.000 rotoli custoditi nei magazzini sul molo, appena arrivati per nave o destinati a essere spediti da qualche parte. È con queste fiamme che è nata la leggenda dell’incendio che ha distrutto la Biblioteca, che in quella occasione non patì invece alcun danno serio. Nemmeno Aureliano, che bruciò nel 270 parte di Alessandria nella sua battaglia contro la regina Zenobia, causò danni rilevanti ai testi. Sicuramente meno dell’imperatore Teodosio I, che nel 391 ordinò di mandare al rogo la «saggezza pagana» e fu in parte accontentato. Nel 639, il generale arabo Amr ibn al-As pose fine, in base alle ricostruzioni finora accreditate, all’opera di demolizione.
«Siamo abituati a pensare a un singolo evento catastrofico – scrive Heather Phillips – ma il declino è stato parallelo a quello della stessa città: è stato graduale, burocratico, per nulla eroico». La storica americana sostiene che un danno significativo venne fatto dall’imperatore Marco Aurelio Antonino (121-180), quello che nella finzione del film Il gladiatore viene ucciso dal figlio Commodo nell’accampamento di Vindobona, l’attuale Vienna. Marco Aurelio ordinò di sospendere i finanziamenti al tempio delle Muse, di bloccare gli stipendi dei docenti e di cacciare gli studiosi stranieri, operando il primo importante taglio alla cultura della storia deciso nei palazzi romani.
Di fronte alla prospettiva di uno stipendio risicato e incerto, e a una situazione politica instabile che vedeva la città al centro di continui scontri e lotte di potere, i migliori ricercatori dell’epoca si sono in seguito tenuti ben lontani da Alessandria, dai suoi libri e dai suoi studenti, determinando il progressivo degrado della Biblioteca.
Sembra strano che un imperatore come Marco Aurelio, il saggio filosofo autore dei Colloqui con se stesso, abbia deciso tagli alla cultura pur se in una provincia del regno. Forse è stato qualche suo zelante funzionario. Forse, in mancanza di controlli e nell’inerzia generale, anche ad Alessandria molti professori avevano ormai il doppio lavoro e alcuni dipendenti statali andavano sul molo a pescare, dopo avere timbrato la pergamena di presenza.
Quando nel 639 le truppe del califfo Omar entrarono nella Biblioteca, ha scritto lo storico Luciano Canfora nel libro La biblioteca scomparsa, negli scaffali c’era solo l’ombra della conoscenza di un tempo: i vecchi preziosi manoscritti erano stati distrutti dall’incuria e dal tempo, e restavano solo atti burocratici, letteratura «sacra» e testi di poco conto. Nessuno parlava più il greco, l’ideale della conoscenza universale era di nuovo svanito. Gli arabi alimentarono con i rotoli e i libri il fuoco dei loro bagni termali. Anche dopo secoli di decadenza, ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.
Chissà se nella biblioteca di Alessandria d’Egitto hanno finalmente risolto il problema acustico dovuto alle gambe delle sedie spostate dai lettori. Lettori che hanno a disposizione una sala immensa e molto ben illuminata, ma un numero di libri ancora limitato e con qualche esclusione “mirata”. Non ci sono, per esempio, I versi satanici di Salman Rushdie, che però, assicura la direzione, si possono leggere in traduzione, così come mancano altri libri sospetti di poca correttezza verso l’Islam. Fu costruita sul finire del secolo scorso, non senza qualche polemica perché le ruspe avrebbero sacrificato reperti della biblioteca antica: quella che secondo una vulgata Cesare avrebbe fatto bruciare con suprema indifferenza. Luciano Canfora attribuisce invece l’incendio al Califfo Omar nell’anno del Signore 640. La Biblioteca di Alessandria è nell’immaginario di molti la biblioteca per antonomasia, anche se nessuno ovviamente ha mai visto la biblioteca antica e quella nuova è bellissima ma nuova, appunto, e potrebbe essere dovunque nel mondo. Così la nuova Bibliothèque National di Parigi, intitolata a Mitterrand, criticatissima perché d’inverno si scivola su certe pendenze dell’entrata, non ha certo il fascino della Richelieu, antica sede ora in via di ristrutturazione, dove si conservano preziosi fondi antichi, documenti rari e molte carte di scrittori (tra le ultime acquisizioni ci sono anche quelle di Tabucchi). Quando la Biblioteca Nazionale di Roma era ospitata nei palazzi del Collegio Romano, frequentarla aveva un sapore ben diverso dal mettere piede nei saloni lucidi della nuova sede costruita in mezzo alle caserme di Castro Pretorio, ma — e lo sa chiunque abbia in casa anche una modesta biblioteca personale — gestire e aggiornare un patrimonio librario non è facile. E certo non è facile il compito delle biblioteche nazionali che devono per legge possedere e schedare ogni libro pubblicato, a costo di scoppiare e di essere costantemente in emergenza.
Comunque, Alessandria docet, c’è sempre qualcuno in qualche parte del mondo, che vuole incendiare i libri nemici e non è affatto vero che i roghi siano finiti con quelli dei nazisti. Nel 1992 i serbi hanno incendiato la biblioteca di Sarajevo e all’incirca dieci anni dopo sono state devastate le biblioteche dell’Iraq “liberato” dagli americani. Per paradosso il tiranno Saddam Hussein, con un gesto politico e non certo culturale, aveva staccato un assegno da ventun milioni di dollari (uno in più del principe degli Emirati Arabi, Feisal) per finanziare la costruzione della nuova biblioteca di Alessandria.
Confesso che frequento malvolentieri le biblioteche immense, anche se non manco mai di visitarle, magari solo per dare un’occhiata ai cataloghi. A Buenos Aires, per esempio, è inevitabile fare un salto alla Biblioteca Nazionale per rendere omaggio a Borges che ne fu il direttore. E Borges ci autorizza a dire che, dopotutto, anche le biblioteche immaginarie hanno una loro esistenza e una loro capacità di accogliere il lettore (sempre di lettore si tratta). Borges, con la sua biblioteca di Babele che poi è l’Universo, si qualifica subito come un estremista del libro. Elias Canetti destina al fuoco la biblioteca del sinologo dottor Kean, protagonista del romanzo Autodafè. Abbiamo assistito al suo ampliamento, visto che Kean ha eliminato le finestre per poter aumentare i suoi scaffali. Ma ha anche sposato, nel corso del romanzo, una incredibile tiranna popolana ignorantissima che se ne infischia dei suoi libri e del sapere e che lo ridurrà allo stremo. La cultura combatte con la barbarie, è un topos. Un’altra biblioteca immaginaria che ormai è divenuta leggenda è quella descritta da Eco neI Nome della rosa anche se qualcuno gli ha rimproverato di aver messo troppi volumi in una biblioteca medievale: ottantasettemila, mentre nel Trecento le biblioteche si potevano al più permettere venti codici e trecento manoscritti, come racconta Lucien X. Polastron nel suo Libri al rogo. Già, anche Eco fa bruciare la sua biblioteca.
Il nome della rosa, come si sa, ruota intorno a un’opera perduta di Aristotele. Non è facile che in una biblioteca si trovi un’opera perduta di un grande autore, ma non è nemmeno da escludere a priori. Chi frequenta una grande biblioteca non sa mai quali libri può trovare, mentre è escluso che possa fare scoperte sorprendenti nella propria biblioteca, dove tutto gli è noto. Così per esempio ragionava un grande studioso, Carlo Dionisotti, per lunghi anni insegnante di letteratura italiana a Londra e frequentatore della British Library.
In Italia abbiamo la fortuna di poter entrare in molte biblioteche più o me-no rimaste come erano quando furono fondate ed è un vero piacere per gli occhi muoversi, per esempio, nella grandiosa sala della seicentesca Biblioteca Angelica di Roma che ha un notevole patrimonio librario proveniente dai lasciti di vari cardinali e anche, dal 1940, il fondo librario dell’Arcadia di cui ora è praticamente la sede. L’Angelica fu una delle prime biblioteche a essere aperte al pubblico, così come la quasi coeva Biblioteca Ambrosiana fondata a Milano dal cardinal Borromeo, proprio quello citato dal Manzoni come un sant’uomo, mentre un recente studio di Edgardo Franzosini (Adelphi) racconta che proprio santo non era. Comunque la Biblioteca è lì e accanto c’è la Pinacoteca, sempre voluta dal Borromeo, dove si può ammirare tra l’altro (e l’altro è moltissimo) il famoso Cesto di frutta del Caravaggio. A Ventimiglia ho avuto modo di frequentare anni fa la Biblioteca Aprosiana, fondata appunto da Angelico Aprosio (siamo sempre nel Seicento) che oltre a sbrigare oggi l’ufficio di biblioteca pubblica, conserva anche un buon fondo antico, in gran parte dovuto al fondatore. Ci lavorò per qualche tempo lo scrittore Francesco Biamonti.
Quando tutto sarà digitalizzato e tutte le biblioteche saranno raggiungibili con il computer rischieremo di perdere lo spettacolo dei libri e delle cattedrali che li contengono? Mi auguro di no: per secoli i libri di carta ci hanno fatto una compagnia straordinaria. E poi la “birbioteca”, come la chiamava maliziosamente il Belli, è un luogo e non deve diventare un non luogo. Quando a marzo riaprirà al pubblico dopo la pausa invernale ci sarà una ragione in più per visitare il castello di Masino, nel Canavese, già della nobile famiglia Valperga e da oltre vent’anni proprietà del Fai che lo ha ristrutturato in modo mirabile. E la ragione sarà proprio la grande e antica biblioteca che il Castello contiene e che ora è stata riordinata e schedata. Il primo volume del catalogo è appena stato pubblicato da Interlinea, con magnifiche fotografie, a cura di Lucetta Levi Momigliano e Laura Tos. In quelle sale, amico dell’eruditissimo Tommaso Valperga di Caluso, che era il padrone di casa, circolava l’inquieto Alfieri. E le sue opere in varie edizioni sono ben presenti nella biblioteca del castello.
A un un certo punto del Quijote, Cervantes ci racconta di un suo viaggio a Toledo, dove incontra un ragazzo che vende scartoffie. E siccome lui ha una passione per carte e cartacce, le compra accorgendosi solo dopo che si tratta del Don Chisciotte di Cide Hamete Benengeli. E allora nel Quijote si apre una storia di “libro nel libro”: ecco dove porta l’amore per le scartoffie. Che talvolta diventa una passione borderline, ai limiti dell’ossessione. Comunque, un grande amore. Lo racconta in Lo scaffale infinito, storie di uomini pazzi per i libri Andrea Kerbaker (sì, il grande linguista dell’Ottocento, Michele, è il suo bisnonno), classe 1960: vive a Milano con la moglie e tre figli “che leggono di tutto, tranne i libri scritti dal padre”. Ma stavolta è imperativo cambiare abitudine, perché il libro non è solo una raccolta di episodi sugli uomini pazzi per i libri, ma anche una confessione. “Amo i libri” è il sottotesto di tutti i capitoli, dove incontriamo Francesco Petrarca nell’inedita veste di bibliotecario, ma anche Federigo Borromeo e il professor Eco (no, Marcello Dell’Utri non c’è). C’è un Leopardi, ma non è Giacomo, bensì Monaldo, il padre burbero che l’autore prova a riabilitare: fu lui a costruire la famosa biblioteca degli anni di studio “matto e disperatissimo” , per Giacomo. Ma non fu affatto un papà-aguzzino: Kerbaker ci racconta di aver trovato una lettera in cui il premuroso Monaldo cerca un trattato di astronomia per Giacomo ed è disposto a pagarlo qualunque prezzo. C’è il cardinal Mazarino, che qui non è ricordato per le gesta dumasiane ma per aver fondato la Bibliothèque Mazarine. Il cardinale era nato a Pescina, borgo di montagna in provincia de L’Aquila, dove ha trascorso l’infanzia anche il nonno di Andrea Kerbaker, che con Ignazio Silone aveva condiviso anni di amicizia e il triste destino di aver perduto la mamma nel terremoto del 1915: e questo è uno dei capitoli più riusciti. La chiave del libro sta proprio nel “frullato” di aneddoti sui grandi bibliofili e gli inserti – leggeri e molto godibili – di storie personali.
E POI C’È un grande tema di fondo, che è quello del senso delle raccolte di libri nell’età del libro digitale. Hanno ancora una ragion d’essere? La risposta per l’autore – folgorato dalla celebre frase di Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è come costruire granai pubblici. Ammassare riserve contro l’inverno dello spirito” – naturalmente è sì. “Se la Parodi finisse in eBook non sarebbe una grave perdita”, ha dichiarato Kerbaker in un’intervista. Ma come la mettiamo con l’Encyclopédie di Diderot? O con Il nome della rosa di Eco? Ci sono libri che vanno toccati, soppesati, sfogliati, “perfino fiutati”. E tuttavia il tema del “dove mettere i libri” è tremendamente attuale. Non solo per i comuni mortali, noi che abitiamo in case sempre più piccole, ma anche per i professori che si preoccupano di dove finiranno le loro collezioni. È quel che capita a Umberto Eco, che ha già deciso di donare i suoi volumi all’Università di Bologna, a patto che il procedimento d’accettazione non duri più di un anno. Il professore ha decine di migliaia di libri, disseminati tra la sua casa milanese, quella parigina e un ritiro in campagna. Sono troppi, “come spesso accade agli uomini di lettere contemporanei”, racconta Kerbaker. Ma Eco ha trovato il modo di farli andare nel mondo: li manda all’Università di Bologna, dove i suoi assistenti li espongono su un grande tavolo. Gli studenti li possono portare a casa, con la formula “prendi un libro e scappa”.
E’ la prima volta, nell’ambito di un’istituzione pubblica italiana che il libro, inteso come spazio fisico di ricerca, così come dimensione segnica e proiezione della memoria collettiva, diventa il protagonista di una rassegna trasversale di tale complessità che spazia da Claes Oldenburg a Michelangelo Pistoletto; da Anselm Kiefer a Pier Paolo Calzolari; da William Kentridge a Enzo Cucchi; da Jannis Kounellis a Candida Höfer; da Giulio Paolini a Dennis Oppenheim; da Mimmo Paladino a Airan Kang; da Enzo Cucchi a Emilio Isgrò, da Vincenzo Agnetti a Rashid Rana, da Michael Rakowitz a Ceal Floyer. Non manca, poi, una serie di spettacolari lavori site-specific realizzati per l’occasione come Idiom, l’installazione di 8 mila libri (i volumi sono stati forniti dalla casa editrice Rubbettino), alta quattro metri dell’artista slovacco Matej Krén dove un gioco di specchi crea una spirale infinita di volumi in un labirinto di colori e forme profondamente intimista.
Sull’esterno del museo, poi, viene collocata la cascata di libri ideata dall’artista spagnola Alicia Martín che coinvolge lo spettatore in un’esperienza fisica ed emozionale. Non manca nemmeno un libro danzante collocato in una soluzione di 800 litri d’acqua del coreano Kibong Rhee e una camera da letto interamente sviluppata intorno ai libri, alle copertine e ai segnalibri, specificatamente ideata dallo svizzero Peter Wüthrich come ipotesi ambientale non priva di un’ironica componente esistenziale e Hanging Book, l’installazione dell’americano Richard Wentworth che per l’occasione rielabora il proprio progetto realizzato nel 2009 in occasione della Biennale di Venezia. Da Documenta 13, arriva, invece, il libro in pietra di Michael Rakowitz che vuole essere una riflessione, non priva di speranza, sugli orrori della storia (dal Comunicato stampa).
Organisée par la Fondation Martin Bodmer en partenariat avec le Digital Humanities Lab de l’EPFL cette exposition expérimentale montre, à travers plusieurs siècles d’histoire de l’écriture, comment un texte est transformé par ses lecteurs. Elle propose un classement des manières dont ceux-ci, intervenant dans le livre, y inscrivent leur marque et lui impriment une allure nouvelle. Des premiers stades de la fabrication jusqu’à la diffusion et au delà, un texte passe entre les mains de plusieurs acteurs, chacun jouant un rôle différent : l’auteur qui se relit et se corrige soi-même, puis l’éditeur, l’illustrateur ou le traducteur, le savant qui inscrit ses commentaires, l’amateur qui annote son livre…Leggi tutto...
S. Salis, Con la complicità del lettore, "Domenica - Il Sole 24 Ore", 28 aprile 2013
Italiani popolo di navigatori, non di lettori: in trentenni dimezzate le copie di giornali dì
Maurizio Maggiani
"Il Fatto Quotidiano", 18 marzo 2013
Magari non sarà bello dirlo proprio qui, su questo i giovane e speranzoso supporto di cellulosa editoriale, ma, sono più che certo che la storia della carta in generale e di quella stampata nel particolare, ecco, ciò che gli appassionati definiscono come l'era, o addirittura la civiltà della carta stampata, è finita, conclusa, estinta. Faccio una semplice, ragionevole constatazione sull'oggi e sul domani mattina.
Innanzitutto e sopra ogni altra cosa perché imprimere informazioni su supporto cartaceo, e diffonderle con i collaudati mezzi di distribuzione perché giungano nei pressi dei potenziali interessati, è l'attività più straordinariamente antieconomica del sistema produttivo universale. La più dispendiosa e la più inefficiente.
La carta è un manufatto molto costoso, lo è sempre stato e continua ad esserlo, anche se non si usano più stracci ma cellulosa e sono stati inventati degli alberi apposta,per fare molta cellulosa in poco tempo. Riciclare la carta, poi, costa più che coltivarla vergine. Infatti la carta fa sempre più schifo. Chi legge libri e giornali da un po' di tempo, sa quanto sia peggiorata la sua qualità negli ultimi decenni. Ovviamente la carta non serve solo per stamparci sopra, e gli industriali del ramo, dovendo lavorare sulla qualità si orientano sui prodotti cartacei dove possono provvedersi di maggiore guadagno. Infatti, decennio dopo decennio, migliora ad esempio la qualità della carta igienica, un mercato incomparabilmente più aggressivo e lucroso, dove la clientela non è disposta a tollerare i difetti del prodotto come invece assai generosamente fanno gli acquirenti di carta stampata. Quando ascolto lo straziato lamento di quegli appassionati della lettura che inorridiscono all'idea che un giorno non potranno più godere dei sensuale piacere indotto dai libri cartacei, e non potranno più in particolare, così riferiscono, gustare l'odore della carta, mi chiedo se si rendano conto che oggi la carta da stampa odora di indicibili eiezioni corporali, visto che è praticamente con quella materia che è prodotta. A tal proposito, non credo che circa la carta igienica si rifletta con la dovuta ponderatezza. A quel prodotto che siamo ormai abituati a considerare di primissima necessità, è destinata una gran fetta della cellulosa prodotta nelle apposite coltivazioni, e tra la migliore; per quel prodotto nei mercati ricchi l'uso della carta riciclata è ridottissimo, e chi incidentalmente ne ha fatto l'esperienza ne conserva un duraturo, spiacevole ricordo.
OR DUNQUE, dei sette miliardi di umani abitatori del pianeta, a tutt'oggi almeno due non accedono a quel bene primario; Asia, sub continente indiano, Africa e persino America Latina, paesi sofferenti ma emergenti. Per quanto tempo ancora quei due miliardi di umani saranno disposti a provvedere altrimenti? Non è lecito pensare per molto. Un anno, tre anni, dieci? Poi, chi e come potrà negare loro il diritto a consumare carta igienica? Quanta? Essendo popolazioni di millenaria abitudine alla morigeratezza, non molta. Diciamo 5 segmenti giornalieri cadauno? Constatando le nostre abitudini di consumo, un metro al giorno è veramente un'inezia, ma facciamo che sarà così, magari con l'aiuto di apposite politiche repressive dei governi. Fanno venti milioni di chilometri di carta igienica da fabbricare in più ogni giorno. A questo ag giungerei la cellulosa necessaria alla fabbricazione di pannolini per l'igiene intima femminile e per neonati, a cui attualmente un miliardo di umani non ha costante e certo accesso, e anche se non è proprio giusto, lascerei al momento da parte, i fazzolettini per il naso, e le lacrime, a cui accede ancor meno umanità. E allora il giorno che il genere umano avrà finalmente accesso universale alla cellulosa per uso personale, il globo sarà interamente ricoperto da un manto di pioppi transgenici. E se mai volessimo conservare qualche boschetto e qualche parchetto, saremo chiamati a scegliere. Allora come sarà possibile contrastare chi vorrà tutelare i suoi a lungo vagheggiati cinque segmenti giornalieri e ci imporrà, a noi sperperatori di risorse, di scegliere tra boschetto e libretto? Tra brossura e parco? Non lo sarà, perché la carta da stampa è indifendibile.
PARLIAMO DEI LIBRI, degli adorati volumi cartacei. Tanto per dire, il 15% del loro costo è dovuto alla carta e alla sua stampa, il 40% al sistema di distribuzione del prodotto stampato. Dopodiché, una volta distribuiti, l'80% di quei volumi viene reso all'editore e avviato al macero. Il solo fatto di dover tenere nei magazzini quella montagna di carta prima di essere distribuita e dopo che è stata resa, costa quanto il compenso che riceve l'autore delle parole che ci sono scritte dentro. Che senso economico ha tutto questo? Dov'è l'affare? E dove il rispetto delle limitate risorse? Non ce n'è. C'è solo un'industria tipografica e una editoriale, un sistema distributivo e di vendita destinati allo spreco, nutriti da costi intollerabili.
Ma non tutto è materia, c'è anche lo spirito. Ed è disumano sottrarre allo spirito il nutrimento della saggezza libresca. Dunque non aboliamo i libri, e a tal fine, ringraziando Iddio, abbiamo a disposizione la sezione elettronica dell'editoria, l'estensione digitale"
RISCHIO ESTINZIONE Prima i computer. Poi internet. E oggi il colpo quasi di grazia di app e tablet, sottili quasi come fogli. Ecco allora che la carta, ma soprattutto i libri e i giornali, sono entrati in crisi e devono ormai dividersi tra siti internet, edizioni cartacee e altre cosiddette pdf consumabili dal computer.
È di pochi mesi fa la notizia che uno dei più noti giornali del mondo, il settimanale americano Newsweek, ha cessato di uscire in edizione cartacea per comparire soltanto online. È soltanto l'ultimo più clamoroso caso. Prendete l'inglese Guardian, quotidiano tra i più prestigiosi del mondo: le copie vendute in edicola sono calate da 380 mila (nel 2008) a 210 mila nel 2012. In compenso gli utenti unici dell'edizione online sono passati da 15 a 70 milioni nello stesso periodo. Calano i lettori e, in un circolo vizioso, anche la pubblicità (-8,7% in un anno in Italia). Il giornale più famoso del mondo, il New York Times ha registrato recentemente il sorpasso delle entrate da vendite rispetto a quelle prodotte dalla pubblicità: 233 milioni l'anno contro 220. Un segnale non positivo, ma almeno si registra un aumento degli abbonamenti, soprattutto online. Non accade a molti altri giornali. La situazione in Italia non è certo migliore che altrove. Basti pensare che negli ultimi trent'anni le copie di quotidiani vendute ogni giorno sono più che dimezzate. Nel 1983 gli italiani compravano ogni giorno oltre otto milioni di copie di giornali. Oggi sono scesi a meno di quattro milioni, ma si prevede che nel giro di altri cinque anni si assisterà a un ulteriore dimezzamento: due milioni di copie. Così qualcuno si aggrappa a proposte singolari: Grimsby Telegraph, giornale britannico, viene stampato su una carta che, grazie agli additivi chimici, dovrebbe profumare di pane. circondariale. Nel 1995 con "II Coraggio del pettirosso" ha vinto il Premio Mareggio e il Premio Campiello; nel 1998 con "La Regina disadorna" il premio Alassio e nel 1999 il premio Stresa di narrativa e il Letterario Chianti. Nel 2005 il premio Strega con il romanzo "II viaggiatore notturno" tutti editi da Feltrinelli. Oltre all'attività di scrittore collabora con "II Secolo XIX" e "La Stampa". La grande invenzione cinesi DAL PAPIRO ALLE TAVOLETTE Gli antichi inventarono molti mezzi per riuscire a scrivere: dai rotoli di papiro alle tavolette di cera. La carta arrivò dopo. Secondo la tradizione, il primo a produrre la carta fu Ts'ai Lun, eunuco della corte cinese Man dell'imperatore Ho Ti. Correva l'anno 15 avanti Cristo. Il materiale usato dagli inventori della carta era molto verosimilmente la corteccia del gelso da carta (Brussonetia papyrifera) trattata e filtrata in uno stampo di bastoncini di bambù. Recenti ritrovamenti hanno portato alla luce enormi quantità di carta risalente al II secolo avanti Cristo. Dopo sei secoli, intorno al 610, la carta fu introdotta in Giappone e, intorno al 750, nell'Asia centrale. La carta comparve in Egitto all'incirca nell'800. della pagina scritta, gli e-books. Una gran fortuna che li abbiano inventati in tempo. Personalmente sono anni che acquisto e leggo quella roba lì. Ed è come essere rinati, per diverse e straordinariamente felici e infelici ragioni.
Ho cominciato a leggere sullo schermo a Ied del mio ipad senza avere un'ideologia alle spalle, ma spinto dalla necessità di vederci meglio. I miei occhi sono troppo poco specializzati per stare al passo con la politica di riduzione dei costi, e del nitore e del corpo di carattere, dell'editoria cartacea. A parte il disgusto per la polta cellulitica a cui sono ridotte le edizioni "dure" al pari delle molli, non avevo più occhiali buoni per una lettura anche solo decente. Adesso non solo mi scelgo il corpo che meglio mi conviene, ma, usando le opzioni tipografiche a disposizione, mi compongo sullo schermo l'edizione che più mi aggrada; adesso torno ai bei tempi delle edizioni da nababbi che manco mi potevo permettere, nell'età d'oro di Millenni e compagnia. Dire che anche l'occhio vuole la sua parte è un po' troppo riduttivo: la lettura è prima di ogni altra cosa, prima ancora di una faccenda dell'anima, una questione dell'occhio. E con l'acuirsi dei fatti artrosici, pure una questione di dolenti giunture degli arti superiori, che trovano non secondario sollievo dal peso assai ridotto di un lettore digitale rispetto alle suntuose edizioni di cui si diceva.
NATURALMENTE più si riempie la memoria dell'ipad e più faccio spazio in casa mia. Non sono mai stato un esibizionista di interessanti librerie, affascinanti cataste di libri nel cesso, dotti cumuli di dispense sull'acquaio, ma adesso posso davvero pensare che quello che leggo è affar mio, nutrimento dello spirito e non delle relazioni sociali. Ora la mia biblioteca si sta facendo dovutamente interiore, custodita nel mio cuore e nel ben protetto cip di memoria dell'ipad. Non è poca cosa nell'epoca che ci consegna alla sobrietà come all'ultima delle virtù. Dopodiché, rinascendo, sono tornato ignorante, ma parecchio ignorante. Il fatto è che, così come parlo e scrivo, parimenti leggo in lingua italiana. È un limite, ma non arrivo al punto di ritenerla una colpa. Certo, è una magagna, visto che, differentemente dai parlanti e leggenti in inglese, tedesco, spagnolo, cinese, giapponese, coreano e francese la mia biblioteca digitale non può che essere ridicolmente limitata, appena sufficiente ad una frettolosa alfabetizzazione; non avessi letto qualcosina al tempo della carta ora non saprei quasi niente del mondo. Il fatto è che l'editoria nazionale non si è arrischiata ad investire capitali in un settore così incerto. Riferendo l'espressione di uno di loro, di uno dei lungimiranti, seppur avveduti, industriali dell'editoria: "abbiamo fatto i conti della serva". Non mi giunge nuova; gli industriali italiani dovrebbero farla incidere sul frontone della sede del loro sindacato la frase "Abbiamo Fatto i Conti della Serva". Fatto sta che i titoli digitali a disposizione in italiano sono pochi o niente. Zero in saggistica, zero virgola uno nei classici. Tanto per capire come suonano in moneta i conti della serva, si sappia che digitalizzare un libro a stampa, fosse pure Guerra e Pace, costa a voler esagerare un migliaio di euro, se il lavoro è eseguito a regola d'arte. E così ciò che si trova nel net sono le novità, dei maggiori editori, e un pochino di catalogo che era già disponibile sotto forma di file, ovvero, adatto per la versione digitale senza doverci spendere. In verità non è che sia disponibile tutto quanto ciò che sarebbe facilmente digitalizzabile. Non è disponibile, ad esempio, Infinite Jest di Wallace, mentre gli altri suoi titoli sì, come mancano alcuni dei titoli migliori di Philip Roth, e manca il mio amato Stephen King. Gli editori danno la colpa agli agenti italiani degli autori, che sarebbero smodatamente famelici. Non stento a credere cjje gli agenti letterari nazionali siano di indole predatoria, privi come sono per deontologia professionale di senso delle proporzioni, ma oso pensare che la battaglia che ingaggiano con gli editori sia una Ardenne delle serve. Ovviamente, nel solco dei conti serveschi, le edizioni digitali italiane costano mediamente di più, e anche molto di più, di quelle delle più fortunate e rifornite lingue già citate. Perché? Forse per la stessa ragione per cui in questo paese il latte per neonati o l'arnica per i dolori costano il doppio che in Germania? Forse. Oltre al tema della particolare venalità degli agenti letterari e dei loro autori, gli editori aggiungono che hanno investito parecchio nel settore, e ritengono che l'investimento non se lo devono tenere sul groppone solo loro, ma anche un pochino la spettabile clientela. COMUNQUE io leggo giorno e notte, perché c'è tanto da leggere anche così; non leggo quello che vorrei ma solo quello che trovo. Anche il sommo Dante nei lunghi decenni dell'esilio non leggeva quello che gli sarebbe piaciuto ma solo quello che trovava in giro per le altrui scale. Compro gli e-books che leggo; non mi avvalgo della facoltà di sgraffignarli, se non altro per solidarietà con chi vive di diritti d'autore. Come il sottoscritto. Compro nei siti appositi. Quei siti sono la forma digitale delle odierne catene di librerie, e dunque brutti, scomodi, chiassosi, dispersivi, ignoranti. Si basano sul principio che vendere un libro o un videogioco sia la stessa menata, probabilmente perché i loro allestitori sono stati scelti tra i sagaci marketing dei video games. Un sito copia digitale di una bella, austera, confortevole classica libreria, ancora non l'ha costruito nessuno. Come a suo tempo le case discografiche, anche gli editori sono in preda alla paranoia per il pirataggio digitale, e se non trovano il modo di rilassarsi, sono destinati alla stessa dolorosa fine dei discografici. Perché i sistemi di protezione sono insultanti e creano un'infinità di contrattempi agli onesti, mentre sono sempre e comunque inefficaci con i ladri. Il più odioso e diffuso sistema di protezione consiste in questo capolavoro: io compro dall'editore e pago, l'editore consegna il mio acquisto alla ditta Adobe che lo critta ben bene e me lo restituisce, sempre se tutto funziona come dovrebbe, riservandosi di controllare i miei sistemi di lettura. Come se il mio libraio venisse a casa mia a controllare se per caso il libro che ho acquistato da lui lo stia%per.caso, leggendo anche la mia ragazza per^hiedermi qualcosina in più. Come è nei conti della serva,gli editori per le loro edizioni digitali non si son messi d'accordo per un unico standard e un'unica crittatura, cosicché mi devo arrangiare con almeno tre diversi programmi di acquisto. Come se dovessi entrare in tre diversi negozi, tenere in casa tre diverse librerie, leggere in tre diverse stanze con tre diverse serrature. Mah, è più facile e sicuro acquistate sul" net un'arma letale e per strada un etto di coca. EPPURE all'edizione digitale non c'è alternativa. È così, come è stato così quando si è passati, con tutto l'umanissimo sconcerto degli utilizzatori e la comprensibile angoscia degli addetti al ramo, dalle tavolette di argilla al papiro, dagli amanuensi di Granada agli stampatori di Magonza. Come accadde allora, qualcosa del vecchio sistema rimarrà ancora per anni, decenni, forse secoli. Lussuose edizioni in carta uso mano per nababbi bibliofili, qualcosa di un po' più economico per gli amatori del ceto medio, cose più tecniche per le biblioteche e gli archivi. Ma inutile negare che per gli addetti al ramo, dagli operai tipografici ai distributori, sarà una strage. Non sono invece convinto che debbano straziarsi i librai, quei librai che sono veri librai. A parte le grandi catene, che potranno mettersi a véndere qualunque altra cosa, perché mai dovrebbero sparire le librerie indipendenti, le piccole, leggiadre, amabili librerie con dentro dei bravi, colti, affidabili librai? A chi ha bisogno di leggere, a chi ha voglia di leggere, saranno necessari in eterno e in eterno faranno piacere un luogo e un umano che gli offrano un servizio che i siti di vendita non sono interessati a dare e non possono offrire. Il servizio esclusivo del libraio, che non è quello di andare a prendere un libro da uno scaffale, ma è la competenza e la sensibilità intorno alle necessità e ai desideri del cliente. Un tutore? Un confessore? Un prosseneta? Sì, un libraio è quella roba lì. E può fare benissimo, e magari anche meglio, il suo mestiere in una libreria dove, assieme ai pochissimi, esclusivi acquirenti di opere cartacee di lusso, ce ne saranno molti che andranno in ambienti, tradizionalmente amichevoli e accoglienti come nessun sito potrà mai essere, a scaricarsi i libri sui loro tablet, ben disposti a pagare qualche centesimo in più in cambio delle sue intellettuali cure e premure. E comunque sia, come ci spiega quotidianamente il governo più amato dagli italiani, di carta non ce n'è più per nessuno.
PUBBLICITÀ TORMENTONE La trovate ovunque su internet. Il manto che sbeffeggia la moglie basta post it sul frigo. Basta giornali. Basta libri a letto. C'è l'ipad. Ma poi, nel momento del bisogno, l'antica vecchia carta vince sulla tecnologia
IL PRIMATO ITALIANO La carta arriva tardi in Europa, soltanto nel XII secolo, oltre un millennio dopo l'invenzione del materiale che rivoluzionerà la comunicazione umana. Ma la prima cartiera europea nasce in Italia, nel 1268, a Fabriano che per secoli resterà uno dei luoghi specializzati nella lavorazione della cellulosa.
1268 SI APRE LA PRIMA CARTIERA D'EUROPA A FABRIANO IL RECORD AMERICANO L'Europa, nonostante la crisi, è ai primi posti nel mondo per il consumo della carta e dei suoi derivati con oltre 393 chilogrammi l'anno a testa. L'America anche in questo primeggia con 504 chili. Al terzo posto l'America Latina con 94 chili, quindi l'Asia con 90. In Africa il consumo è di 16 chili pro capite.
393 KG IL CONSUMO DI CARTA PRO CAPITE L'ANNO IN EUROPA "Mi dispiace dirlo, ma la storia della carta stampata è finita. Imprimere informazioni sulla cellulosa e diffonderle con i collaudati mezzi di distribuzione perché giungano ai potenziali interessati, è l'attività più antieconomica del sistema produttivo universale. La più dispendiosa e la più inefficiente. Oltre che inquinante".
È una delle più grandi collezioni di libri medievali al mondo: 25mila volumi che risalgono tutti a prima del 1600, tra cui numerosi papiri e veri e propri tesori. Fino ad ora, per vederli, bisognava venire di persona alla British Library di Londra. Ma da ieri la grande biblioteca pubblica ha cominciato a mettere online gratuitamente, i suoi gioielli del Medioevo, seguendo il mantra secondo cui niente (o quasi) in una biblioteca dovrebbe essere inaccessibile. Tra i primi titoli finiti sul web c’è un Vangelo secondo Luca del nono secolo in latino, un libro dell’Apocalisse in spagnolo, un Petit Livre d’Amour e l’unico manoscritto di Beowulf sopravvissuto a un incendio nel 1731.
Basta veder una biblioteca per innamorarsi della lettura.
Roberto Calasso
racconta come l’infanzia tra volumi antichi ha influenzato il suo lavoro di editore
"La Repubblica", 5 febbraio 2013
.L’Università di Perugia, che mi conferisce l’onore di questa laurea, è considerata, insieme a quella di Bologna, mater legum, luogo principe della civiltà del diritto. E una delle sue glorie fu quella di aver accolto l’insegnamento di Baldo degli Ubaldi, il quale a sua volta aveva studiato a Perugia con Bartolo da Sassoferrato. Alle mie orecchie questi due nomi evocano innanzitutto certe parole che, più di una volta, ho sentito da mio padre Francesco Calasso, studioso sia di Bartolo sia di Baldo. Ed erano queste: «Il Trecento italiano ha avuto tre vette: Dante, Caterina da Siena e Bartolo da Sassoferrato». Ma c’è anche un ricordo visivo che per me si collega a questi due nomi.
Da bambino, fino ai dodici anni, usavo fare i compiti in una lunga stanza che aveva alte librerie su due pareti. Poggiavo sul tavolo il mio sussidiario e, alzando lo sguardo, vedevo libri di grande formato – erano spesso degli in-folio – sui cui dorsi si leggevano nomi misteriosi e titoli generalmente in latino. Così mi apparvero Baldus Ubaldus e Bartolus a Saxoferrato, rispettivamente nei sette volumi dei Commentaria di Baldus, stampati a Venezia nel 1577, e negli undici volumi degli Omnia Opera di Bartolus a Saxoferrato, stampati a Venezia nel 1596. Nulla sapevo di loro – e troppo poco ne so tutt’oggi. Ma quei nomi, che soltanto su quegli antichi dorsi, di pergamena o di pelle, potevo incontrare, si incunearono nella mia mente, accanto ad altri non meno misteriosi: Azo, Alciatus, Accursius, Albericus de Rosate, Donellus, Cuiacius, Fulgosius, Vossius. I sentimenti del bambino verso quei testimoni muti di certi tediosi pomeriggi erano insieme di curiosità e di insofferenza. Non era facile immaginare che cosa si celasse di attraente in quelle lunghe colonne di stampa, spesso impeccabili e sempre indecifrabili. Ma oggi, a distanza di vari decenni, posso dire che molto devo a quei libri – anzi alla semplice visione di quei dorsi. Inoltre ho il sospetto che questa acuita sensibilità per i dorsi dei libri abbia avuto una parte anche nella mia attività editoriale. Ho sempre pensato che vivere circondati dai dorsi di certi libri fosse, in certi casi, poco meno importante che leggerli. Nessun grande editore, per quanto mi risulta, ha mai pubblicato libri con brutti dorsi, come se si trattasse di un punto decisivo, dove non è ammesso cedere.
Se una gran parte di ciò che ho scritto è dedicata a fatti e testi apparsi in luoghi remoti e in epoche altrettanto remote e se questo mi è apparso fin dall’inizio del tutto naturale, anzi consequenziale, posso riconoscere oggi che un impulso deve essermi venuto dalla constatazione che quanto ci è più vicino e si impone ogni giorno davanti ai nostri occhi può anche essere quanto di più lontano e difficilmente accessibile, pur presentandosi nella consueta forma di parole stampate, come accadeva con gli in-folio di Baldo e di Bartolo.
Un primo segno di quella inclinazione fu che, quando mi trovai a scegliere l’argomento della mia tesi di laurea, mi rivolsi senza esitare a Mario Praz, che si potrebbe definire un comparatista fisiologico, a tal punto le sue indagini consistevano nell’abbandonarsi al “demone dell’analogia”, mettendo in rapporto parole, vezzi, forme, temi, ossessioni, gusti che avevano le origini più disparate e gli permettevano di attraversare diagonalmente intere civiltà letterarie e artistiche. E non è certo un caso se l’autore a cui mi dedicai fu Sir Thomas Browne, insieme scienziato e letterato, che annovera fra i suoi scritti l’esile catalogo di una biblioteca immaginaria, dal titolo Musaeum Clausum ovvero Bibliotheca Abscondita: biblioteca così nascosta da poter essere consultata soltanto in sogno.
In ogni caso, un continuo gioco di rimandi e richiami fra vicino e lontano, che non è mai un gioco fra qualcosa di noto e qualcosa di ignoto ma fra due entità in linea di principio ugualmente ignote, deve essermi congeniale, se già nelle prime pagine della Rovina di Kasch, che apparve esattamente trent’anni fa, si passava dall’Ancien Régime di Talleyrand all’India dei veggenti vedici e alla Cambogia di Pol Pot. So bene che questo genere di tortuosi itinerari e azzardati accostamenti è stato fortemente avversato per tutto il Novecento, che pure è il secolo in cui questo gioco si è imposto. E anche di recente un grecista come Marcel Detienne ha dovuto ricordare che «ci saranno sempre certi storici pronti a difendere la tesi irriducibile secondo cui non si può comparare se non ciò che è comparabile». E Detienne poi mostrava come, per alcuni di tali storici, quel “comparabile” fosse circoscritto ai confini di una storia nazionale, con il suo supposto corredo di identità. A proposito di questo punto ho dovuto riconoscere che nei miei libri si applica, se mai qualcosa si applica, il principio opposto. Non solo si sottintende che tutto è comparabile, se non altro per fedeltà al “demone dell’analogia”, ma che talvolta le esperienze apparentemente più incomparabili, perché fattualmente irrelate, possono far scoccare la scintilla che illumina finalmente ciò che abbiamo sotto gli occhi e rischia di rimanere tenacemente opaco.
Dal Paleolitico a oggi, Homo Sapiens ha sviluppato un variegato ventaglio di culture, ma al tempo stesso è rimasto tremendamente monotono in rapporto ai facts of life. «Nascita, e copula, e morte » diceva lo Sweeney di T.S. Eliot. Al che si possono aggiungere pochi altri dati: respirare, dormire, mangiare, bere, sognare, uccidere, evacuare. Ciascuno di questi realia è rimasto costante, anche se soggetto a un turbine di varianti. Ciascuno è una potenziale inesauribile sorgente di storie e di intuizioni.
E mai questo si può verificare come nel materiale mitologico, sia greco sia indiano, a cui ho dedicato una larga parte di ciò che ho scritto. Il suo presupposto è stato enunciato nel modo più limpido non già da un antropologo degli anni di Lévi-Strauss, ma da un grande scrittore che lo precede di un secolo: Baudelaire. A proposito del Lohengrin di Wagner e del rapporto fra quella storia e il mito di Eros e Psiche, Baudelaire si era lanciato in una digressione sulle favole che non è stata eguagliata per concisione, eloquenza e giustezza: «Le nazioni e le razze si trasmettono forse certe favole, come gli uomini si legano eredità, patrimoni o segreti scientifici? Si sarebbe tentati di crederlo, a tal punto si è colpiti dalla analogia morale che contrassegna i miti e le leggende sorti in contrade diverse. Ma questa spiegazione è troppo semplice per sedurre a lungo una mente filosofica. L’allegoria creata dal popolo non può essere paragonata a quelle sementi che un coltivatore comunica fraternamente a un altro che vuole acclimatarle nel suo paese. Niente di ciò che è eterno e universale ha bisogno di essere acclimatato. Quella allegoria morale di cui parlavo è come la stampigliatura divina di tutte le favole popolari… Per riprendere la nostra metafora vegetale, il mito è un albero che cresce ovunque, in ogni clima, sotto ogni sole, spontaneamente e senza piantoni. Le religioni e le poesie delle quattro parti del mondo ci forniscono a questo proposito prove sovrabbondanti. Come il peccato è ovunque, la redenzione è ovunque. Niente di più cosmopolita dell’Eterno». Quest’ultima frase potrebbe essere l’epigrafe taciuta di tutto ciò che sono andato scrivendo.
Non è facile nascondere ottomila volumi, specie con gli zeloti di Al Qaeda alle porte. Bisogna avere nelle vene l'abitudine alle invasioni, sangue freddo e parecchi sacchi di tela. Così Ali Imam Ben Essayouti ha salvato un tesoro di manoscritti risalenti al quattordicesimo secolo. L'esperienza gli dice che è presto per riaprire le casse dove per un anno ha tenuto i libri, nel buio di qualche stanza sotterranea. Certo Timbuctù è salva, e con i liberatori francesi è volata in città anche la capa dell'Unesco, Irina Bokova, a promettere aiuto. I mausolei distrutti «saranno ricostruiti». Quanto alle antiche biblioteche, date per perdute, la buona notizia è che si sono salvate quasi tutte. Il merito va alle famiglie che le custodiscono da secoli. E che anche questa volta hanno beffato gli invasori.
Quando sono arrivati i miliziani barbuti di Ansar Dine e molti abitanti avevano già fatto le valigie, Konatè Alpha pensava ai suoi tremila libri. Ha indetto una riunione di famiglia, così ha raccontato al New York Times, con i fratelli e l'anziano padre: «Dobbiamo nascondere i manoscritti». Trasportarli lontano no: sono documenti delicati, più fragili delle Thanka tibetane (composizioni ricamate su lino e seta) che i monaci si portavano dietro e che costituiscono oggi uno dei pochi tesori artistici salvati dalle distruzioni cinesi. Meglio ricorrere ai rifugi della vecchia Timbuctù. La famiglia di Konatè ha trovato manoscritti nascosti all'interno di un muro dai precedenti proprietari: «Nascosti così bene che se li erano dimenticati lì».
Leggenda vuole che gli aztechi seppellirono i loro ori vicino a un lago al ritorno dei vendicativi spagnoli di Cortés, senza poi riuscire a ritrovarli (un sindaco di Città del Messico in anni recenti ha fatto persino dragare il lago invano). Konatè, come altri bibliotecari, ha messo i manoscritti in un rifugio collaudato, entro le mura domestiche o nel vicino deserto. I miliziani di Al Qaeda non sono passati casa per casa. Sono andati alla biblioteca più importante, l'Ahmed Baba Institute, allestita grazie a fondi esteri. I funzionari li hanno convinti che era un'istituzione islamica. Un capo fondamentalista ha dato la sua parola e il suo numero di cellulare: «Se qualcuno vi dà noia chiamatemi». Ma il direttore, Abdoulaye Cissé, non si è fidato. E ha deciso di spostare i manoscritti alla chetichella, cassa dopo cassa, giorno per giorno, piccoli viaggi per non destare sospetti. Ha spedito i volumi nelle zone governative. E ha fatto bene: i miliziani in ritirata hanno assaltato la biblioteca bruciando quanto trovavano. «Grazie a Dio solo il 5% del materiale è andato perduto».
Il valore storico è inestimabile. «I libri di Timbuctù parlano di tutto quanto c'è sotto il sole», dice Essayouti. Dalla Mauritania al Sudan, le biblioteche del deserto (spesso private) hanno sconfitto il tempo: libri religiosi, poesia, traduzioni di testi greci, trattati scientifici che fanno sorridere per la loro arretratezza ma sono testimonianza di una cultura globale che ha resistito a invasioni, sabbia e insetti. Un patrimonio preservato grazie allo sforzo o all'arguzia di singoli individui. In Mali e altrove. Al Museo Nazionale dell'Iraq si racconta che durante il caos della caduta di Bagdad alcuni dipendenti portarono a casa statuette e oggetti preziosi per la durata dei saccheggi. Come sono sopravvissute le collezioni del Museo Nazionale di Kabul alla furia iconoclasta dei talebani? Il direttore Omar Massoudi escogitò un singolare sistema antifurto per un bunker segreto nel Palazzo Presidenziale. Per aprirlo ci volevano sette chiavi. Ogni chiave fu data in custodia a una persona diversa, rendendo così più difficile il saccheggio. Un metodo che potrebbe servire ai bibliotecari di Timbuctù, alla prossima invasione.
Dietro la distruzione della cultura si cela l’odio di al Qaeda per l'Occidente
Roberto Tottoli
"Corriere della Sera", 29 gennaio 2013
Gli islamisti alleati di al-Qaeda hanno distrutto la Biblioteca Ahmad Baba di Timbuctu. I due palazzi che servivano alla custodia dei manoscritti sarebbero stati bruciati nel corso dell'avanzata dell'esercito francese e maliano. La notizia, diffusa dal sindaco Halle Ousmane, attende conferma nelle dimensioni e nei danni arrecati.
Con i suoi ventimila manoscritti soprattutto arabi, risalenti fino al XII secolo, la Ahmad Baba era l'istituzione più significativa di Timbuctu, capitale di un patrimonio unico di collezioni sud-sahariane, da tempo a rischio di distruzione. Finanziamenti da tutto il mondo, anche da altri Paesi islamici come l'Arabia Saudita, e missioni di ricerca europee e americane da anni cercano di organizzare progetti di recupero. L'ultimo e più importante, in ordine di tempo, era quello dell'Università di Città del Capo, che annovera al suo interno anche alcuni ricercatori italiani e aveva da poco iniziato una sistematica digitalizzazione dei documenti.
Dopo l'occupazione islamista di Timbuctu, proprio Ansar al-Din, il gruppo radicale del nord del Mali, utilizzava il centro Ahmad Baba come propria base logistica. La decisione di dar fuoco rimanda tristemente alla distruzione dei Budda di Bamiyan da parte dei Talebani, ma solo in parte ne riflette la stessa logica. Là fu l'opposizione alla raffigurazione umana e la difesa inflessibile di un principio che in realtà le comunità islamiche non avevano rigidamente imposto. E anche questo si è visto in Mali: la distruzione delle tombe per preservare l'unicità del culto al solo Dio. Tuttavia in questo caso, come nel rogo dei manoscritti, vi è qualcosa di più: il desiderio di colpire un patrimonio culturale difeso dall'Unesco e da altri organismi «stranieri», visti come corpi estranei e da allontanare con ogni mezzo. Nessuna prescrizione religiosa consentirebbe di distruggere codici coranici o la memoria di autori e uomini di lettere. Ma bruciare manoscritti equivale purtroppo a distruggere tombe, quando l'occhio del mondo occidentale, ma non solo, riserva loro un'attenzione particolare.
La distruzione di questo patrimonio è un attacco contro l’identità di tutta l’umanità
Tahar Ben Jelloun
"La Repubblica", 29 gennaio 2013
TIMBUCTÙ è soprannominata "la Perla del Deserto", non perché splende sotto il sole, ma perché conserva un tesoro: migliaia di manoscritti in arabo, in peul e in altre lingue, testi di teologia, storia, geografia, botanica, astronomia, musica, poesia ecc. Migliaia di pagine scritte a mano, conservate in quella biblioteca che i barbari hanno appena dato alle fiamme. Le giudicavano "empie", dimenticandosi che l´età d´oro dell´Islam è stata coronata dall´esistenza di tesori culturali del genere che fanno parte del patrimonio dell´umanità. Fra questi libri ci sono dei diari intimi, scritti clandestinamente in un´epoca dov´era impossibile dire certe cose. Si dice che vi fosse un diario tenuto da una donna sposata a 15 anni a un vecchio impotente di 75, dove la ragazza raccontava il suo calvario. Altri libri fornivano la genealogia di certe famiglie, alcune di origini ebraiche che volevano tenerlo nascosto. Ma ora tutto, o quasi tutto, è stato inghiottito dalle fiamme, disperso nelle ceneri.
Da quando questi criminali, trafficanti di droga e corpi umani, si sono impadroniti di Timbuctù, non hanno fatto altro che distruggere. La distruzione è stata la loro unica parola d´ordine: distruggere e seminare il terrore. Più della metà dei 16 mausolei della città sono stati ridotti in polvere, senza parlare delle sepolture e delle tombe di santi musulmani. La distruzione di questo patrimonio è un attacco contro l´identità e la civiltà non solo dell´Africa e del mondo arabo, ma di tutta l´umanità.
Fondata nell´undicesimo secolo dalle tribù tuareg, Timbuctù era diventata la città della memoria della cultura arabo-africana. E ora dei bruti ignoranti hanno devastato ogni cosa, perché la dottrina del wahhabismo (dal nome di tale Mohamed Abd el-Wahhab, teologo saudita del XVIII secolo) dichiara empi i mausolei, i santi e la pratica mistica. L´Islam di cui si parla in quella biblioteca è un Islam della spiritualità. Dopo la morte del profeta Maometto, si contrapposero due correnti che avevano opinioni diverse su come andasse interpretato e praticato l´Islam. La prima è la dottrina "letteralista", vale a dire quella che afferma che il Corano va preso alla lettera, senza interpretazioni, senza simbolismi: quando nel Corano si parla della "mano di Dio", i letteralisti sostengono che si tratta di una mano fisica. La seconda corrente è quella dei kharigiti che interpretano il Corano con i suoi simboli e le sue immagini e attribuiscono al testo una dimensione più ampia e più profonda.
Sfortunatamente è stata la corrente letteralista, semplicistica e senza prospettive ad avere avuto la meglio. Oggi i salafiti si richiamano a quella corrente e vogliono il ritorno a un Islam immutabile, che pratichi una sharia senza giustizia e senza logica. Questa corrente è incoraggiata da Paesi che hanno adottato il wahhabismo, come l´Arabia Saudita.
Partendo dal fatto che nell´Islam non esistono né gerarchie né intermediari fra Dio e il credente, il wahhabismo ha dichiarato blasfemi i santi e i mausolei eretti in loro memoria. È per questo che nel 1991, quando vennero privati della loro vittoria elettorale, gli islamisti algerini del Fronte islamico di salvezza sono partiti in guerra contro lo Stato e contro la tolleranza diffusa nel Paese verso i santi: è in Algeria che sono stati distrutti i primi mausolei. Anni dopo, nel marzo del 2001, i Taliban hanno fatto saltare in aria le gigantesche statue del Buddha, nella parte nordoccidentale della valle di Bamiyan, in Afghanistan, statue che si trovavano là da tredici secoli. E ora l´incendio appiccato alla biblioteca dei manoscritti di Timbuctù.
Questa barbarie che non risparmia né gli uomini né il patrimonio culturale si diffonde nel mondo. Oggi l´esercito francese è riuscito a entrare a Timbuctù. I barbari sono fuggiti, ma prima hanno avuto il tempo di dare alle fiamme un tesoro dell´umanità. E hanno dato alle fiamme anche l´Istituto Ahmed Baba, creato recentemente dai sudafricani. Hanno approfittato della loro sconfitta per distruggere case, picchiare a sangue gli abitanti della città che uscivano in strada per manifestare la loro gioia e il sollievo nel veder arrivare le truppe francesi. Così i criminali del Nord del Mali hanno firmato la loro sconfitta, con il diluvio e l´annientamento dello spirito dell´Islam, della sua spiritualità, della sua poesia, della sua bellezza. Di tutto questo a Timbuctù rimangono solo ceneri e famiglie terrorizzate dal regno dei barbari.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
I francesi a Timbuctù. In fiamme la biblioteca
Roberto Arduini
"L’Unità", 29 gennaio 2013
Era già successo l’anno scorso, quando gli islamisti entrati a Timbuctù avevano devastato i suoi monumenti e la sua storia. La millenaria città sahariana, antico crocevia di commerci e di culture, mitizzata dagli europei e venerata come santa dai mussulmani è si nuovo sfregiata. Nella «città dei 333 santi» gli estremisti islamici hanno dato alle fiamme un edificio che conteneva antichi e preziosi manoscritti prima di fuggire all’arrivo delle truppe francesi e maliane. «Un vero crimine culturale è accaduto 4 giorni fa», ha denunciato il sindaco della città, Ousmane Halle, esprimendo la sua preoccupazione che molti libri e documenti antichi possano essere andati distrutti. Il sindaco ha riferito di aver ricevuto la notizia dal suo responsabile comunicazioni, fuggito nel sud del Paese un giorno fa. Ousmane non è stato in grado di quantificare l’entità del danno, ma «è davvero allarmante. È la storia di Timbuctù e della sua gente». Riconquistata ieri, Timbuctù era da nove mesi sotto il controllo degli estremisti.
LA PERLA DEL DESERTO
L’oro arrivava dal sud, il sale dal nord e la conoscenza da Timbuctù, recita un antico proverbio africano. La città si è ben meritata il titolo di «Perla del deserto»: a partire dal XIV secolo, divenne un importante centro di commercio, mettendo in comunicazione Mediterraneo e Medio Oriente con l’Africa sub sahariana. Aveva una popolazione di oltre 100mila abitanti, di cui 2500 studenti riuniti attorno alla moschea di Sankoré e alle altre 180 tra moschee, università, biblioteche e scuole coraniche. A Timbuctù, dove secondo la leggenda sarebbero sepolti 333 santi mussulmani, oggi si conservano quasi 100mila manoscritti conservati per secoli. «I ribelli hanno appiccato il fuoco all’istituto Ahmed Baba appena costruito», ha raccontato Ousmane. Il centro è intitolato al grande studioso locale del XVI secolo che scrisse, secondo le cronache, circa 700 libri e possedeva una biblioteca personale di 1600 volumi (che per sua stessa ammissione non era la più grande della città). Ospita 18mila manoscritti antichi, alcuni risalenti addirittura al 1200, fu fondato nel 1970 e dal 2009 era ospitato nella nuova sede di 4.800 metri quadrati. La maggior parte dei manoscritti, in arabo e in lingue africane, trattano di medicina, astronomia, diritto, storia, geografia, poesia e letteratura, molti dell’era preislamica, oltre ad alcune opere di Avicenna. La maggior pare dei volumi ha un valore inestimabile. Solo pochi erano stati digitalizzati, dunque si teme che la maggior parte di essi sia andata persa per sempre. In tutta la città sono anche innumerevoli le raccolte private antichissime, da sempre conservate dagli abitanti, alcune in grotte sotterranee.
Quella degli estremisti sarebbe una vendetta, l’ennesimo pesante colpo all’eredità culturale di una città inserita dall’Unesco nel patrimonio dell’Umanità e già sfregiata, a giugno, dalla distruzione di mausolei, santuari e tombe dei teologi sufi, quei «333 santi» venerati dagli abitanti. Per questi fondamentalisti votati a un’interpretazione falsamente ortodossa del Corano, l’Islam di Timbuctù è troppo tollerante e non è autentico. I fondamentalisti di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), formazione legata ai tuareg di Ansar Dine (contro l’Occidente), hanno spiegato che le tombe sono state distrutte perché incoraggiavano i mussulmani a venerare dei santi anziché Dio.
Le truppe locali e francesi sono entrate a Timbuctù, dopo aver preso il controllo la notte scorsa dell’aeroporto e delle strade che portano nella città. Il colonnello Thierry Burkhard ha spiegato che paracadutisti ed elicotteri francesi hanno sostenuto nella notte le forze di terra che avanzavano dal sud. Burkhard ha precisato che la conquista è avvenuta senza sparare un solo colpo. L’operazione militare arriva due giorni dopo la presa di Gao, l’altro bastione fondamentale degli islamici. «Poco a poco, il Mali viene liberato», ha spiegato il ministro degli Esteri francesi, Laurent Fabius. Anche secondo Hollande «stiamo vincendo la battaglia», ma ora «spetta agli africani permettere al Paese di ritrovare la propria integrità».
«Una catastrofe Distrutti per sempre tesori simbolo dei maestri dell’islam»
Domande a Malek Chebel filosofo
"La Stampa", 29 gennaio 2013
«Una catastrofe e un delitto. Come se a Parigi qualcuno bruciasse la Bibliothèque nationale». Il celebre antropologo franco-algerino Malek Chebel, teorico dell’«Islam des Lumières», è sconvolto dal rogo di libri perpetrato dagli jihadisti al centro Ahmed Baba di Timbuctù.
Professor Chebel, lo conosceva?
«Certo, l’ho visitato e anzi conservo dalla mia visita in Mali un bellissimo Corano antico. Ahmed Baba fu uno dei maestri dell’Islam africano e Timbuctù è stata, dal XVI secolo almeno fino alla colonizzazione francese, tre secoli dopo, un grande centro culturale: una città strategica, tappa fondamentale per le carovane del Sahara, punto di partenza per il pellegrinaggio alla Mecca».
Le fonti parlano di un patrimonio di 60-100 mila manoscritti.
«Questo è eccessivo. Le “biblioteche del deserto”, uso il plurale perché ne esistono anche altre, in Mauritania, in Niger e in tutta la regione, sono molto più piccole. Toglierei uno zero. È molto difficile farsi un’idea dei danni perché non c’è quasi mai un catalogo scritto dei tesori che ospitano. Questo non toglie che siano generalmente molto rilevanti, con manoscritti antichi spesso conservati in maniera un po’ precaria. Insomma, credo che non si saprà mai con esattezza cosa è andato perduto per sempre».
Ma perché gli islamisti se la prendono con i libri?
«Vi prego, non chiamateli islamisti. Si richiamano all’Islam, ma sono solo degli analfabeti religiosi. La realtà è che odiano queste testimonianze perché l’Islam della regione, una regione di commerci e di carovane, è sempre stato un Islam di scambi, libero, tollerante. Esattamente il contrario del loro. È la stessa ragione per cui avevano distrutto i mausolei del Mali che non erano solo tombe, ma luoghi d’incontro, simbolo di un Islam pacifico e pacificato, non dottrinario e al servizio del viaggiatore».
È la guerra di due Islam?
«No, perché un vero musulmano per definizione deve rispettare il creato, dunque anche la scienza, la cultura, il sapere, tutto il sapere, quindi in una parola l’Uomo. Non parlerei di due Islam, perché questi guerriglieri ignoranti non rappresentano affatto l’Islam. Parlerei dell’ennesimo, tragico episodio della lunga guerra dell’ignoranza contro i Lumi».
l sogno mancato della biblioteca di Google: tutti i libri per tutti
Una mattina del 2002 Larry Page, cofondatore di Google, chiese alla giovane product manager Marissa Mayer (oggi amministratore delegato di Yahoo!) di aiutarlo in un'operazione piuttosto tecnica per un «big boss»: scannerizzare le pagine di un libro. Le ore trascorsero con Mayer che girava le pagine del testo e Page che le «registrava». Alla fine della giornata il ceo di Mountain View ebbe l'illuminazione che cercava da tempo: l'utopia di Google — rendere l'informazione «accessibile e fruibile universalmente» — passava da uno scanner. Se solo con l'aiuto di un'assistente era riuscito lui stesso a «digitalizzare» in poche ore un libro, perché non provare a farlo con tutti i libri del mondo?
Parte da questa domanda Google and The World Brain, il documentario diretto dall'inglese Ben Lewis in concorso al Sundance Film Festival, che racconta il mastodontico progetto di digitalizzazione di biblioteche, centri culturali e librerie conosciuto come The Google Book Search. Il titolo è un omaggio ai racconti del 1937 del maestro inglese della fantascienza H. G. Wells. «Internet ha reso possibile il sogno che comincia nel III secolo a.C. con la biblioteca di Alessandria e arriva al "cervello del mondo" di Wells, quello capace di contenere tutta la conoscenza», racconta il regista collegato via Skype da Park City, dove il film è stato accolto con grande curiosità dagli esigenti critici del Sundance. Solo un colosso aziendale dotato della migliore tecnologia (e di tante risorse umane ed economiche) poteva trasformare la «Biblioteca di Utopia» del web, come l'ha definita il filosofo Peter Singer, in un progetto. «Il Novecento è stato il secolo dell'uomo sulla luna — afferma in video Brewster Kahle, fondatore dell'Internet Archive —, il nostro deve essere ricordato per l'universalizzazione della conoscenza».
L'entusiasmo e l'ingenuità del guru Kahle si ritrovano nelle parole dei direttori delle più importanti biblioteche del mondo, come lo storico Robert Darnton di Harvard o Reginald Carr della Bodleian Library di Oxford, che, nel 2004, anno di partenza del Google Book Search, accolgono la proposta di digitalizzazione di Mountain View come un miracolo. Fa tenerezza la testimonianza di Padre Damià Roure, custode del tesoro letterario del monastero benedettino di Montserrat, uno dei partner del progetto di Google: quando una voce fuori campo gli chiede se non avesse paura che un giorno l'azienda avrebbe potuto rivendicare la proprietà del materiale digitalizzato, il religioso — silente per cinque lunghissimi secondi (enfatizzati dalla macchina da presa di Lewis) — risponde che non aveva pensato a un tale eventualità.
«C'è un equivoco di fondo che riguarda il web — spiega Lewis —, l'idea che tutto quello che circola online debba essere gratis: come se l'economia della conoscenza potesse emanciparsi dal compromesso del denaro». Chi non crede alla buona fede di Google, anticipando una tendenza che caratterizzerà la politica francese verso l'industria hi-tech, è Jean-Noël Jeanneney, ex presidente della Bibliothèque nationale de France. L'autore di Google sfida l'Europa (editore Portaparole) è esilarante nel racconto della visita dei «due ragazzotti mal vestiti» sbarcati da Mountain View con l'offerta di digitalizzazione gratuita dei testi e un thermos in regalo. Jeanneney afferma di aver sentito subito «puzza di arroganza e di brutale commercio».
A compensare la reazione dello storico francese ci sono le immagini di una conferenza tenuta nel 2006 da Mary Sue Coleman, presidente dell'Università del Michigan, che difende la partnership con Google definendo l'operazione «legale e di profondo valore etico». Purtroppo (per Page e il cofondatore Brin) gran parte del mondo editoriale e letterario non la pensa come lei.
La vicenda è nota. Nel 2005 comincia l'odissea legale contro Google, accusata dalla Lega degli autori americani e dall'Associazione nazionale degli scrittori di aver digitalizzato sei milioni (su dieci) di libri protetti da copyright senza l'autorizzazione degli autori. Processo che terminerà con il rigetto da parte del giudice dell'accordo da 125 milioni di dollari proposto da Google e l'impegno di tutelare il copyright degli autori. «Possiamo considerarlo il primo grande processo della storia del web — commenta Lewis —. La decisione del giudice fu clamorosa: la giustizia americana, a discapito di una delle aziende più produttive del Paese, decise che il "cervello del mondo" non poteva avere proprietari». Il regista, che ha impiegato tre anni nella lavorazione del film, sottolinea come la vicenda Google Book Search sia rivelatrice dei danni del tecno-utopismo che ha accompagnato la nascita di Internet: «La difesa ideologica della libertà del web e l'idea di un cyberspazio "puro" ha permesso alla Silicon Valley di fare affari, nascondendo interessi economici dietro l'alibi della democrazia diretta e dell'universalizzazione della conoscenza».
Nel film le voci dei tecno-utopisti, come il fondatore della rivista «Wired» Kevin Kelly e il fondatore delle Creative Commons Laurence Lessing, si uniscono a quelle dei delusi, su tutti il pioniere della realtà virtuale Jaron Lanier, e dei «nuovi padroni», come il direttore della comunicazione di Baidu, il motore di ricerca di Pechino che ha emulato Google e fatto bottino digitale di milioni di libri cinesi, sapendo di poter contare sulla complicità del governo. Google and The World Brain è il racconto dettagliato e critico di una battaglia. Nella consapevolezza che la guerra per il controllo del web è appena cominciata.