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lunedì 3 marzo 2014

“Biermann, Christa Wolf e gli altri non capivano ma si adeguavano”


L’accusa del poeta Uwe Kolbe, 
che nel suo primo romanzo racconta gli anni della Ddr: 
erano gli intellettuali a legittimare Honecker

Tonia Mastrobuono

“La Stampa“, 2 marzo 2014

Della «dittatura dei piccoloborghesi» Uwe Kolbe non voleva riesumare soltanto la sua storia personale. Quella di un enfant prodige della poesia che con la caduta del Muro scopre, come milioni di tedeschi, di essere spiato da una persona amata. In questo caso addirittura dal padre, un alto ufficiale della Stasi. Come per prendere le distanze da quel passato, dal quartiere di Berlino Est, Prenzlauer Berg, che ha battezzato uno dei circoli letterari più famosi della Ddr e che lo ha cresciuto, Kolbe ci dà appuntamento in un famoso caffè dietro l’«isola dei bevitori furbi», come l’ha chiamata in una poesia recente, dietro Savignyplatz, nella parte occidentale della città. E il tema principale della nostra conversazione è una ferocissima resa dei conti con quegli ambienti, con gli intellettuali della Germania Est, anche con icone intoccabili come Christa Wolf, Heiner Müller e Wolf Biermann, che il poeta ritiene corresponsabili della lunga sopravvivenza del regime.
Kolbe vive ormai a Amburgo ed è nella capitale per presentare il suo primo, bellissimo romanzo, Die Lüge (La bugia, ed. S. Fischer), che effettivamente racconta un rapporto tra padre e figlio fatto di menzogne e tradimenti. Allude al conflitto sin dai nomi, Hildebrand e Hadubrand, presi in prestito dal primo poema della letteratura tedesca, dalla medievale Canzone di Ildebrando, dove i due eserciti di padre e figlio si affrontano in battaglia e il primo uccide il secondo. Ma nonostante le apparenze, le somiglianze anche biografiche – il padre è un comunista convinto, il figlio un artista che diventa famoso quando è ancora molto giovane – il romanzo tratta di altro. 
In alcune opere più vecchie, Kolbe aveva già fatto i conti con il suo passato doloroso. Qui si tratta piuttosto di raccontare il regime e i suoi corresponsabili, che agli occhi di Kolbe sono gli scrittori, i poeti, i musicisti «che ballavano sul Muro, che si giostravano tra roboante opposizione e adeguamento, che facevano i funamboli, sprecando le loro energie e le loro intelligenze critiche per qualcosa che non esisteva. Non hanno mai capito che non c’era un interlocutore, un destinatario dei loro messaggi. Avrebbero dovuto dire “il re è nudo”, come pochissimi hanno fatto. E anche quelli che andavano via, che andavano in Occidente, hanno continuato a fornirci le loro inutili analisi marxiste della realtà».
Il regime di Honecker, un personaggio talmente ridicolo, sottolinea Kolbe, «che Chaplin non avrebbe potuto neanche caricaturarlo in un altro Grande dittatore», aveva certamente degli aspetti raccapriccianti, «di cui abbiamo parlato mille volte, la repressione, la Stasi, eccetera». Ma il tema, sottolinea, «è anche che Honecker era una figura piccola, squallida, un borghesuccio, come si capì pure quando ci fecero vedere quelle ridicole villette dove viveva, a Wantlitz». La verità, «che molti ancora faticano a vedere, è che Honecker e i suoi avevano una paura tremenda. E presidiavano una zona di potere vuota. Il problema è: chi li legittimava? È chiaro: gli intellettuali. Ed è con loro che faccio i conti». Tanto è vero «che il primo impulso era stato di titolare il libro “Indolenza”».
L’indolenza è quella del suo alter ego, Hadubrandt – «perché è ovvio che con il libro non voglio soltanto far male ad alcuni di quella generazione, ma anche, in parte, a me stesso» –, che attraversa decenni di spensierata vita da artista, oscillando tra adattamento al regime – per non perdere il successo garantito in primo luogo dalla benevolenza dell’apparato – e accenni timidi di reazione. Ma che è dedito soprattutto «allo sfrenato edonismo tipico della Ddr, vietato ma diffusissimo», che colleziona donne, figli e colossali bevute. Il protagonista è «un marxista ribelle che si oppone a parole ma poi è attratto dalla sirena del successo. Per me Hudubrandt è una “pars pro toto”, è quel miscuglio di ribellione e adeguamento che disgraziatamente caratterizza ogni regime». Ecco perché il romanzo non è ambientato esplicitamente nella Ddr.
I personaggi, però, sono riconoscibilissimi. C’è il suo mentore, Franz Führmann, che fu un oppositore della dittatura e che nel libro è tra le rare figure positive, così come appaiono altri famosi intellettuali come Heiner Müller «colpevoli di essere ribelli riluttanti» o Wolf Biermann «che andò all’Ovest per diventare che cosa? Il più grande critico comunista dei comunisti». E Christa Wolf, che non è mai citata nel romanzo, ma che fu vittima, in uno dei più famosi romanzi sul Muro, Eroi come noi, di una lunga stroncatura da parte di un altro scrittore di Berlino Est, Thomas Brussig? «È l’esempio lampante dell’intellettuale che non prende posizione, che spreca energie per qualcosa che non esiste». Per Kolbe, «alla fine la riflessione vera è la seguente: come ha potuto durare 40 anni questo presunto “paradiso in terra”, che non era altro che un teatro dell’assurdo, un regime che aveva ereditato uomini e strutture del Terzo Reich? E perché gli intellettuali sono stati lì a difendere l’utopia contro il reale? Un fatto vero è che gli intellettuali tedeschi non erano anticomunisti, non erano liberali, non erano cattolici come Solidarnosc. E hanno cullato questo sogno assurdo della Terza via. Persino quando crollò il Muro, lo avrebbero voluto lì, per un altro po’, per fare esperimenti socialisti. Un popolo intero li ha giustamente mandati a quel paese».

domenica 3 novembre 2013

Il libro: In tempi di luce declinante


I Buddenbrook della Ddr sulla giostra del comunismo

Susanna Nierenstein

"La Repubblica", 27 ottobre 2013


Uno straordinario tuffo nel comunismo reale che si rivela pezzo a pezzo così come è stato nelle vite di chi l’ha abitato, abbagliante e cupo, fatto di visioni e convinzioni ferree quanto di parole vuote e tronfie, e di silenzi, e di cinismo, di coraggi inauditi e vigliaccherie senza fine mai confessate neppure a se stessi, di piccole normalità quotidiane, speranze, mistificazioni, tradimenti, miseria, privilegi, paura, morte. E di poche cose che rimangono in mano. Non c’è bisogno di troppi resoconti storici in questo bell’esordio — che ha vinto il German Book Prize 2011 — del cinquantaseienne Eugen Ruge, anche lui, come il protagonista del romanzo Alexander, fuggito a Berlino Ovest a pochi mesi dalla caduta del Muro, nell’89, per poi fare lo sceneggiatore e il regista. Bastano un’automobile Trabant, l’assassinio di Trotskij, un accenno a Stalin, Gagarin che sfreccia nel cielo, i cetriolini sott’aceto, i muri sbreccati, la notte bianca, il primo Sputnik che fa bip a immergerci Oltrecortina: l’invenzione è la saga, lo scorrere di quattro generazioni in una famiglia della Germania dell’Est, il linguaggio degli uni che diventa incomprensibile ai figli e ancor di più ai nipoti — come nei Buddenbrook — ,la “fede” che traballa sempre più mentre passano, tra un esilio e l’altro, la parola di Mosca, donne che imbracciano il fucile contro i tedeschi e sognano nuove piastrelle per il bagno, donne della nomenklatura che aspirano ad essere loro stesse dirigenti, gulag che ingoiano figli ed è meglio non parlarne, perenni medaglie d’oro a capostipiti - eroi che invece si sospetta non abbiano commesso che errori e delitti, ripensamenti e a volte vergogna sulla militanza svolta — anche questi mai ammessi — camminate nella neve in cerca di un ristorante senza code, litigate su Gorbaciov, passaggi all’Ovest...

In tempi di luce declinante: il titolo dice già molto.
Il romanzo è vibrante, vivo, intelligente, spiritoso, triste, tessuto con arte in un avanti e indietro cronologico, passando e ripassando a volte sulla stessa trama, perfino sugli stessi episodi, a seconda dei punti di vista, accendendo via via nuove luci, nuove prospettive, nuovi smarrimenti. Al primo posto Alexander, detto Sasha, che nel 2001 apre il racconto quando ha appena saputo di avere un linfoma incurabile e decide di abbandonare il padre, Kurt, un celebrato storico del passato regime (come il babbo di Eugen Ruge), ormai solo e demente: Sasha vuol fare un viaggio della memoria, cercare il quid della propria famiglia, trovare risposte alle mezze verità, stare al sole, vuole andare in Messico, dove i suoi nonni, Charlotte e Wilhelm — personaggi quasi mitici, fondatori del partito comunista tedesco negli anni Venti, coinvolti in chissà quali atti gloriosi e giustizie sommarie — hanno vissuto un lungo esilio, non proprio dorato ma quasi. Nel frattempo i figli sono stati in Russia, finiti in un gulag da cui solo uno, Kurt, tornerà. Siamo nel 1952 e un raggiante Wilhelm insieme alla brillante e timorosa Charlotte (li porteranno subito alla Lubjanka o le promesse di reintegrazione erano sincere?) tornano dal Messico in una Berlino Est ancora devastata dalla guerra, ed è sempre qui che nel 1961, a Muro costruito, intorno al tavolo da pranzo si dibatte di democratizzazione e stalinismo:senza Wilhelm però, lui non lo permetterebbe, a lui la divisione forzosa dall’Ovest va assolutamente a genio, lui ce l’ha sempre con i disfattisti. Va molto meno a genio a Alexander, invece: militare nel 1973 a guardia della frontiera, si dispera perché non ascolterà mai i Rolling Stones dal vivo. Sarà capace di andarsene solo nell’89, ironia della sorte, a pochi giorni dalla fine del totalitarismo. Alle spalle ha lasciato una moglie e un ragazzino di dodici anni, che vanno comunque al novantesimo compleanno di Wilhelm, il bisnonno comunista di ferro, un compleanno che vedremo e rivedremo perché riflette tutta la disintegrazione della famiglia e del sistema: per ora il piccolo Markus guarda come fosse «un party di dinosauri » la festa in cui niente funziona mentre si appuntano medaglie e si cantano canzoni nostalgiche sul Partito che non sbaglia mai. Per Markus quegli pterodattili non significano nulla, non gli stanno lasciando nulla: quando pochi anni dopo, nella Germania riunita, andrà via da casa dove sua madre si è risposata con un pastore (un pastore in una famiglia di atei!), non gli resterà che rifugiarsi in sostanze di vari colori.
Difficile raccontare una storia che ruota come una giostra e man mano mostra nuove figure, aspetti, le ambizioni sfrenate della nomenklatura, Berlino Est nel ‘52 senza luce né gas, Kurt nel gulag, Kurt traditore della moglie Irina che pare uscita da un ritratto di Cechov, le infinite discussioni di politica, la devozione ideologica, gli hippy alla deriva tra cui si trova Alexander, ormai alla fine, perso tra persi... Ruge, da buon regista, la scrive con una messa in scena complessa, accattivante, ipnotica. Speriamo che diventi un film.

Altre recensioni:

venerdì 31 maggio 2013

L’editore di Brecht verso il fallimento


La “Suhrkamp Verlag”, protagonista del rinascimento culturale 
della Germania post nazista, rischia la chiusura


Carlo Antonio Biscotto

"il Fatto",  30 maggio 2013

La notizia non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma ha comunque messo a soqquadro le redazioni dei principali giornali tedeschi e il mondo degli scrittori e degli intellettuali che per oltre 60 anni hanno considerato la casa editrice Suhrkamp Verlag un imprescindibile punto di riferimento del dibattito culturale. Il management dell’editrice ha deciso di chiedere il concordato preventivo, una sorta di fallimento pilotato, e il tribunale fallimentare di Berlino ha dato tre mesi di tempo alla dirigenza per presentare un piano di risanamento e rilancio.
LA REAZIONE dei maggiori giornali tedeschi non si è fatta attendere. La Bild parla di “dramma per la cultura tedesca”; la FAZ punta sullo “sbalordimento e l’incredulità” mentre il Die Zeit titola “lutto per la cultura tedesca”. Il vero dramma – se di dramma vogliamo parlare – va ricercato non tanto nella situazione di dissesto finanziario quanto nel feroce scontro tra le due anime del colosso editoriale venute allo scoperto prima nel 2002 alla morte di Siegfried Unseld, successore di Peter Suhrkamp, poi nel 2010, anno in cui la sede è stata trasferita a Berlino in coincidenza con il 60° compleanno dell’editrice. Da allora la casa editrice non ha avuto più pace perdendo anche molte sue firme prestigiose. Il conflitto tra chi voleva conservare la vocazione elitaria dell’azienda editoriale e chi, temendo la crisi del settore, puntava a incrementare i profitti dando un taglio più commerciale al catalogo, è stato senza esclusione di colpi e con abbondanza di carta bollata e si è concluso, almeno per ora, senza vincitori né vinti e con il probabile fallimento di Suhrkamp. La casa editrice è stata fondata nel 1950 da Peter Suhrkamp, nato nel 1891 a Kirchhatten e morto a Francoforte nel 1959. Subito dopo la prima guerra mondiale, combattuta in un reparto d’assalto, Suhrkamp era tornato all’insegnamento e aveva conosciuto Bertolt Brecht la cui amicizia lo aveva incoraggiato a scrivere e a lasciare l’insegnamento. Nel 1936, dopo essere stato redattore capo della rivista letteraria “Die Neue Rundschau”, divenne amministratore fiduciario delle edizioni Fischer in sostituzione degli eredi di Samuel Fischer costretti a fuggire dalla Germania a causa delle leggi razziali. Nel 1944 Suhrkamp, per essersi rifiutato di adeguarsi alle direttive del regime mantenendo contatti con gli artisti antinazisti e pubblicando libri di autori ebrei sotto pseudonimo, fu arrestato dalla Gestapo e rinchiuso nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Fu una esperienza durissima che lo segnò per sempre nel corpo e nello spirito.
Dopo la guerra Suhrkamp decise di seguire la sua strada abbandonando le edizioni Fischer e fondando la Suhrkamp Verlag. Nel 1945 era stato il primo editore tedesco ad ottenere il permesso di pubblicare nella zona americana. Dei 48 autori di cui aveva curato la pubblicazione durante il periodo in cui era stato alla guida delle edizioni Fischer, 33 decisero di seguirlo in questa nuova avventura. Tra questi, i primissimi furono Brecht – “voglio essere pubblicato solamente da Suhrkamp”, dichiarò – Herman Hesse, suo grande amico, Walter Benjamin e Max Frisch.
L’anno seguente uscì Viaggio in Oriente di Hesse, primo volume della leggendaria collana “La biblioteca Suhrkamp” che esiste ancora oggi. La casa editrice divenne nel giro di pochi anni quello che la Einaudi è stata per l’Italia del dopoguerra e la Gallimard per la Francia nello stesso periodo. “Qualcuno riesce ad immaginare la Germania post-nazista senza la presenza dell’editrice Suhrkamp? ”, chiese una volta provocatoriamente Günther Grass.
LA SUHRKAMP Verlag è stata al centro di tutti i fermenti letterari e culturali che hanno attraversato la Germania ponendosi come un volano della rinascita morale e intellettuale del Paese dopo la tragedia del nazismo. Quella che tutti finirono per definire “cultura Suhrkamp” incise in profondità nella vita intellettuale della Germania occidentale, in particolare negli anni 60 e 70. L’editrice pubblicò gli scritti degli esponenti della cosiddetta “Scuola di Francoforte”, in particolare le opere di Theodor W. Adorno e Jürgen Habermas le cui teorie furono decisive nel mettere in moto i moti studenteschi del 1968. Anche la maggior parte dei membri del “Gruppo 47”, vero e proprio laboratorio per altre avanguardie letterarie tra cui quella italiana del “Gruppo 63”, figurano nel catalogo della Suhrkamp Verlag.
Oggi dinanzi al pericolo del fallimento della più prestigiosa casa editrice tedesca, non c’è in Germania chi non ricordi il modo del tutto personale che ebbe Peter Suhrkamp di fare l’editore. “Noi non pubblichiamo libri, pubblichiamo autori”, era solito ripetere. Ed infatti ebbe sempre rapporti strettissimi e sovente di grande amicizia con i suoi autori. Il germanista Raimund Fellinger, redattore capo della casa editrice dal 1979 al 2000 e direttore generale dal 2006, ha ricordato in una recente intervista che la filosofia editoriale di Peter Suhrkamp è proseguita anche dopo la sua morte tanto che egli stesso è solito fare lunghe passeggiate in montagna con Peter Handke prima della pubblicazione dei suoi libri.
“Ricordatevi” – diceva sempre Peter Suhrkamp ai suoi collaboratori – “che anche il più modesto dei nostri autori è una persona creativa e quindi vale più di noi tutti messi insieme”. Già da qualche anno la Suhrkamp aveva perso la sua posizione dominante nel panorama letterario tedesco, malgrado gli sforzi di Ulla Unseld-Berkewicz, vedova di Siegfried Unseld. Dieci anni di tensioni e conflitti si sono per il momento conclusi con la richiesta di fallimento.

domenica 26 maggio 2013

La professoressa vuol essere giraffa


Nell'ex Germania Est la fede nella ragione genera folli desideri darwiniani

Cinzia Fiori

"Corriere - La Lettura",  26 maggio 2013

Rischiare la caricatura perché un personaggio estremo possa dire la sua verità e centrare in primo luogo l'obiettivo di una voce riconoscibile, che resta con il lettore anche quando ha terminato il libro. La voce sarcastica e scorretta appartiene a Inge Lohmark, professoressa di biologia in un liceo dell'ex Germania Est. Da sempre convinta che la selezione naturale sia l'unica legge del mondo, non incoraggia gli studenti meno portati né si preoccupa dei più emotivamente deboli. Ciò che insegna è per lei scuola di vita, e se quella fuori dalle finestre è dura, Lohmark prepara i suoi allievi con verifiche a sorpresa, come sorprendenti sono gli eventi che si abbattono in successione sull'esistenza. Incurante di «parassiti» e «perdenti» in aula, nonché dei mutamenti socioculturali fuori, da trent'anni procede con le lezioni. Intorno, la cittadina si spopola, malerbe e arbusti fagocitano quel che rimane dell'edilizia socialista e il liceo Darwin, dove insegna, è in via d'estinzione causa denatalità. Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky, tedesca alla seconda prova, avanza al seguito del monologo interiore della protagonista, intervallato dalle voci di studenti e colleghi, puntualmente commentate con ironia. Lohmark è caustica, giudica tutto e tutti, è una fustigatrice di costumi, ma il suo sguardo sugli adolescenti e su ciò che accade o la circonda è divertente perché, per quanto spietato, contiene elementi di verità. Ogni evento, nel suo mondo psichico, ha un paragone e una risposta nella natura, e questa maniera di rappresentarsi la vita è il tratto peculiare del romanzo. L'uomo è un animale imperfetto e problematico, un episodio a base di proteine che come molti altri finirà. Sarebbe bello secondo Lohmark avere i cloroplasti e sintetizzare da sé le energie per vivere; meglio ancora essere una giraffa, con la testa, e tutti i problemi che dà, a due metri dal cuore. Lei stessa, a ben guardare, pensa molto. Non è stupida Lohmark, ha fede nella ragione, e se da simili convinzioni discendono i guai della sua vita, conduce comunque il lettore a una riflessione su se stesso come membro della specie umana. Così come il suo disprezzo per la docente d'arte (troppo accondiscendente) impone, per estremi, una meditazione più che mai attuale sulla trasmissione del sapere e sul ruolo dell' insegnante. Schalansky usa una prosa ossessionata dai punti, che sostituiscono le virgole nell'elencazione. L'effetto telegramma è in agguato, ma ottiene frasi icastiche a comporre uno stile che ben s'adatta alla protagonista e alla sua fabbricazione di certezze. Anche quando qualcosa dentro di lei s'incrinerà, e le emozioni che suo malgrado accompagnano i pensieri cominceranno a prenderla di sorpresa.

Schalansky, gli studenti vampiri nel socialismo imperfetto

LUIGI FORTE

"TUTTOLIBRI", 23 maggio 2013 

Non manca di suggestioni il romanzo di Judith Schalansky, Lo splendore casuale delle meduse, tradotto ottimamente da Flavia Panzanella per Nottetempo. Sembra di aggirarsi per un museo di storia naturale, fra specie estinte, il dodo e l’alca impenne, o di vivere in una favola sulle origini del mondo ricoperto da foreste vergini piene di felci, licopodi altissimi e libellule giganti. A coinvolgere il lettore nell’avventura della filogenesi ci pensa la protagonista Inge Lohmark, insegnante di biologia nel liceo di una cittadina della Pomerania. Lei osserva e interpreta la realtà con gli occhi della scienza e i suoi dodici studenti fanno fatica a seguirla. Non cerca consenso né simpatia; anzi, è severa, scontrosa, indifferente. Agli alunni dà del lei e li considera sanguisughe che si nutrono del corpo dell’insegnante e del suo sapere, una razza affetta da puro vampirismo. Come seguace della teoria evoluzionistica di Darwin crede fermamente al meccanismo della selezione naturale e ritiene inutile incoraggiare i più lenti e i più deboli. 
Dietro le sue ferree convinzioni e la freddezza verso allievi e colleghi si cela una solitudine profonda incapace di infrangere i propri silenzi. Ma il libro va oltre e scava in un ampio disagio sociale nel mondo dei giovani e in quella lontana, spopolata provincia dell’ex Rdt, da dove proviene la stessa Schalansky nata a Greifswald sul Mar Baltico nel 1980. 
La storia di Inge Lohmark è il capovolgimento, la parodia di ogni romanzo di formazione: non c’è futuro in quella scuola destinata a chiudere per mancanza di allievi, non c’è ripresa e sviluppo in quel paese un po’ irreale dove la vegetazione selvatica s’insedia in vecchi edifici abbandonati, in crepe e interstizi minacciando di ricoprire ogni cosa. E’ una metafora che vale anche per Inge il cui cuore si è inaridito dentro la corazza della scienza. Anche la famiglia le è ormai estranea. Wolfgang, il marito, pensa solo al suo allevamento di struzzi; con la figlia Claudia, da anni in America, non ha di fatto più rapporti. 
«Tutto è imperfetto – confessa la docente – ma non senza speranza». Infatti qualcosa in lei riprende a vivere, si muove in profondità e la induce a cercare l’attenzione, la vicinanza della sua allieva Erika. Su di lei trasferisce forse la nostalgia, il rapporto mancato con la propria figlia. Eppure non ha il coraggio di guardare in se stessa, di oltrepassa- re la soglia del desiderio, di accettare quella tensione che riconosce in natura. Stanca di adattarsi alle circostanze, di allungare il collo come le giraffe nel corso dei millenni per raggiungere i frutti sui rami più alti. 
Con una scrittura dinamica, incalzante, arricchita da splendidi disegni di animali e vegetali, Judith Schalansky, affrancata da schemi ideologici, riflette sulle contraddizioni di un mondo alla ricerca di senso e prospettive, sulla problematica riunificazione del proprio paese, sui limiti di un sapere chiuso in se stesso. Oltre il quale Inge Lohmark sembra spingersi per un attimo, alla fine, osservando la natura con la felicità delle immagini negli occhi e forse la libertà nel cuore.

mercoledì 15 maggio 2013

Popstar!. Se Hitler rinascesse nella Germania di oggi


Un bestseller grottesco racconta il ritorno del Führer, che a Berlino diventa un'icona mediatica e finisce per rifondare il Partito Nazista. 
In una società che non lo capisce e lo scambia per un comico. 


Andrea Tarquini,


"Il Venerdì", 10 maggio 2013

Berlino. A metà tra sortilegio e fantapolitica, Adolf Hitler si risveglia nella Germania d'oggi. Non la riconosce, non gli piace, con al potere "quella donna tozza che ispira ottimismo come un salice piangente". Nessuno lo prende sul serio, quindi pian piano lui si crea spazi su giornali e tv e alla fine ricostituisce il suo partito. Dalla storia la Bundesrepublik odierna esce malissimo, eppure qui Lui è tornato, del giovane scrittore Timur Vermes, è da settimane in testa alla hit parade dei libri, con oltre 600 mila copie vendute. Ora, il 15 maggio, esce in Italia per Bompiani (pp. 448). Abbiamo incontrato Timur Vermes a Berlino.

Come le è venuta l'idea?
"L'idea mi venne in vacanza: su una bancarella che vendeva volumi usati in un villaggio trovai un libro in inglese, Hitler's Second Book. Svegliò la mia curiosità. E poiché avevo scritto molto da ghostwriter, pensai di scrivere in prima persona, per chiarirmi le idee sulla sua personalità. In Germania sappiamo tutto sul nazismo e l'Olocausto, ma su di lui tendiamo al rituale dell'anatema. Lui era il pazzo criminale, oppure era il folle sciocco, lui fu responsabile di tutto. Tendenza inconscia all'autoassoluzione da colpe collettive, a voler dimenticare che per prendere il potere, instaurare una tirannide, avviare il genocidio su base industriale, scatenare una guerra mondiale, è indispensabile un forte appoggio del Paese".

Si aspettava il successo in Germania?
"Un successo di tali dimensioni, no. Ma offrii il manoscritto a più editori, alla fine fu un'asta, con un prezzo abbastanza alto per un principiante come me. Speravo in 70-100mila copie, siamo a 600 mila".

Come spiega questo successo?
"È un libro di cui si parla, specie tra giovani, al di là della pubblicità e delle recensioni. Se lo passano di mano in mano".

Non c'è il rischio di una riabilitazione di Hitler?
"No. Tutti i suoi crimini sono raccontati nel libro. È sorprendente che molti pensino a una relativizzazione, perché il dittatore descrivendoli, in prima persona ovviamente, non li considera crimini, ma sue decisioni giuste. È solo realismo, in simbiosi col surreale di un suo ritorno. A molti lettori il libro piace perché Hitler appunto non è, nel libro, il folle responsabile unico di tutto, come ci piacerebbe per relegarlo nel passato. No, è un abilissimo personaggio capace di sedurre magari anche oggi, molto più di quanto non vogliamo immaginare".

In Germania, dall'asilo in poi, si insegna tutto su nazismo, crimini nazisti, Olocausto, seconda guerra mondiale. Sul personaggio Hitler e sul suo rapporto con le masse molto meno. È questo il problema?
"Sì. Si insegna molto, ma resta fuori la domanda: come è potuto accadere? Nell'immaginario collettivo tedesco oggi ci sono due Hitler: l'idiota goffo delle commedie satiriche, e il mostro, il più grande criminale della Storia. Ma un idiota lo riconosci subito. Dipingendolo come mostro ci si autoassolve: ci costrinse, ci sedusse, era una brutale dittatura, cosa potevamo fare? Troppo comodo tacere su milioni di fiancheggiatori: una macchina perfetta di genocidio e guerra non si reggono su un uomo solo. Ci siamo abituati alla voglia di autoassoluzione nel subconscio. Lo svantaggio dell'autoassoluzione è che la raggiungi raccontando una storia poco convincente d'un solo unico responsabile di tutti quei crimini unici. I giovani pongono domande spesso rimosse: perché tutti lo seguirono? Per questo non lo racconto come mostro, ma come abile seduttore, e seguirlo era facile e comodo per i più".

E nel libro, appunto, lui seduce...
"Sì, nessuno lo prende sul serio, nessuno crede che l'Hitler tornato sia il vero Hitler, lo vedono come un fenomeno interessante e comico, allora pian piano arriva nei salotti buoni, in tv, alla Bild, in politica. Con le sue idee, aggiornate al presente. I giovani capiscono molto meglio dei più anziani questo terribile meccanismo di seduzione e complicità, narrato nel libro".

Qual è il messaggio della fine del libro, quando i suoi conoscenti annunciano a Hitler che prepareranno manifesti elettorali per lui?
"Questo era il momento migliore per finire la Storia, lasciando al lettore pensare che poi la Storia vera, dura, comincerà dopo la parola fine. I coprotagonisti non capiscono che lui è davvero Hitler, i lettori sì, è il loro vantaggio. Ecco il nocciolo del libro: ovviamente nessuno crede in un viaggio nel tempo d'un personaggio di ieri, eppure ascoltando proposte e idee dell'Hitler del libro dovrebbero chiedersi dove lui voglia veramente arrivare. E invece non lo fanno. Nel frattempo lui li ha sedotti. Per sessant'anni abbiamo sviluppato rituali. Nel libro una donna dice al mio Hitler: "Sa, il tema ebrei non è uno scherzo". Lui risponde: "Ha perfettamente ragione!". La signora vuole solo mettersi la coscienza a posto, avendo alluso al tema. I tedeschi di oggi hanno elaborato rituali per mettersi la coscienza a posto e fuggire da problemi e sensi di colpa".

Vuole dire che la Germania postbellica e attuale non è vaccinata contro il pericolo?
"Appunto, non siamo vaccinati. Al contrario. Abbiamo un senso di sicurezza infondato, ma diffuso. Si manifesta anche con l'esitazione a ridere sul nazismo. Anche questo è un rituale. Si rimuovono risposte alla domanda: perché lo seguimmo in tanti, perché era attraente? Smentiamo e rimuoviamo".

E l'immaginario Hitler resuscitato del suo libro è un pericolo sottovalutato?
"Nel libro seduce in due modi. Primo, è un ottimo oratore. Non offre soluzioni migliori, ma intrattiene con efficacia. Un po' come il vostro Grillo. Poi molti sono felici del suo modo di guardare alla società attuale. Prende posizione, posizioni aberranti ma con opinioni ferme. In una società in cui la gente cerca sicurezza, e rifugge da opinioni e scelte chiare, lui è attraente perché a suo modo parla chiaro. Abbiamo una democrazia, ma siamo attratti da persone che parlano come i dittatori".

La società tedesca oggi è diversa da altre?
"Non credo. La democrazia è forte soltanto nella misura in cui la gente la vuole. E vuoi un sistema se sotto quel sistema vivi meglio. Finché stiamo relativamente bene la democrazia è sicura, se ci andasse male chi sa, guardi all'Ungheria, finiremmo per cercare un Viktor Orbán. Uno che, una volta al potere, smonta la democrazia pezzo a pezzo. Parlo di eventi nel cuore dell'Europa, i seduttori sono tra noi".

Quindi i tedeschi - come gli ungheresi di Orbán che riabilita il dittatore Horthy - non hanno veramente fatto i conti a fondo col passato?
"In Ungheria vivono nostalgie perché non si vive bene. Ma quando abbastanza persone desiderano un'altra forma di governo, la democrazia tramonta presto. Noi tedeschi ci comportiamo come se la nostra democrazia e l'Europa fossero dati di fatto scontati. Invece no, guardi Budapest. Se la gente comincia a credere di star male, guai per la democrazia. Purtroppo l'Europa che impone il rigore alla Grecia indebitata, contro un Orbán non fa nulla, non ha strumenti. Nel mio libro nessuno dei personaggi contrasta "lui" in nome della difesa della democrazia. Abbiamo 70 anni di democrazia qui, ma pochi o nessuno sanno dire perché la democrazia è migliore. La democrazia è vulnerabile, naïf , poco difesa. Nel mio libro Hitler parla male dei politici attuali, e nessuno gli ribatte che un dittatore seducente sarebbe ben peggio di una democrazia. La gente riflette poco su queste cose. E i politici di oggi non fanno pubblicità per la democrazia, per renderla più attraente o comunque mantenerla attraente. Ecco il messaggio. E poi la guerra traumatizzò e fece soffrire anche i tedeschi, ma i colpevoli, gli aggressori, fummo noi, dovremo sempre convivere con queste emozioni in conflitto, è inutile lamentarsi. E se la democrazia è accettata solo ripetendo il mantra rituale "l'alternativa è peggiore", allora la democrazia ha i piedi d'argilla. Il libro mostra che se "lui" tornasse non identificheremmo né "lui" né il pericolo che porta".

mercoledì 24 aprile 2013

Hannah e le sue sorelle nelle cicatrici del Novecento


Il nuovo libro di Nadia Fusini racconta gli intrecci tra Arendt, Weil e Bespaloff

Roberto Esposito

"La Repubblica",  23 aprile 2013

A pochi mesi di distanza, nel 1939, due donne in fuga dall’uragano nazista, Simone Weil e Rachel Bespa-loff, si trovano al museo di Arte e storia di Ginevra, davanti alle opere di Goya, salvate per un soffio nella Madrid assediata dalle falangi franchiste. Esse guardano, probabilmente, la stesa tela, quella che rappresenta la fucilazione di alcuni patrioti spagnoli da parte delle truppe napoleoniche. Lo sguardo trascorre dal cranio spappolato di un uomo a terra, immerso nel proprio sangue, alla ottusa sincronia dei fucilieri allineati in procinto di sparare. Ma l’attenzione delle due donne sarà stata catturata dagli occhi spalancati del prigioniero in camicia bianca, braccia allargate a croce, che sta per essere colpito. Cosa grida quello sguardo allucinato fisso nel vuoto? Come vive gli ultimi attimi la vittima inerme di una violenza destinata a tramutarla in un grumo di carne senza vita? Quale enigma custodisce l’ultima vibrazione di un corpo che sta per diventare cosa? Intorno a tali domande ruota la straordinaria trama attraverso cui Nadia Fusini interroga la relazione “stellare” che unisce, a distanza, il destino di tre donne senza le quali il Novecento non sarebbe tutto ciò che è stato.
La terza protagonista, il cui nome dà il titolo al libro — Hannah e le altre, appena edito da Einaudi — è Hannah Arendt. A collegarle in una catena di corrispondenze sorprendenti non sono solo alcuni luoghi in cui i loro destini si incrociano — Parigi, Ginevra, New York —, ma anche amicizie comuni, come quella con Jean Wahl, vero “mediatore” delle loro esperienze e, soprattutto, testi decisivi che calamitano la loro scrittura. In particolare l’Iliade, cui Simone Weil e Rachel Bespaloff — ebrea di origine ucraina, la cui biografia spirituale è ricostruita da Laura Sanò (Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, introdotto da Remo Bodei e pubblicato dall’Istituto italiano per gli studi filosofici) — hanno dedicato due scritti di rara intensità. In entrambi, la forza «appare la suprema realtà e la suprema illusione dell’esistenza», come scrive la Bespaloff (il suo testo è ora riedito da Castelvecchi).
Suprema realtà, perché onnipresente — la forza lacera, penetra, schiaccia senza remissione, come sperimentano gli uomini travolti dalla guerra di Troia e da tutte le altre che l’hanno seguita. Ma anche suprema illusione perché, come ogni cosa umana, a sua volta destinata a essere annientata da una potenza ancora maggiore cui nessuno può sfuggire. «Su questa terra non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. — così Simone sembra rispondere, dalla più prossima delle lontananze, a Rachel — In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga a prezzo di un transito attraverso qualcosa che somiglia alla morte» (La prima radice).
Se l’Iliade sembra stringere in un unico destino l’ebrea francese, morta per denutrizione nel ’43, e l’ebrea ucraina, morta suicida nel ’49, Kafka è l’autore che le mette entrambe in rapporto ad Hannah. Certo diversa — assai più solare è la esperienza di questa, rispetto alle prime due. Come diversi sono il suo aspetto e il suo atteggiamento. Con la postura un po’ “marziana” — anche nel senso guerriero del termine — di Simone e la bellezza sfuggente di Rachel, contrasta il piglio, sicuro e sfrontato, di Hannah, pronta, sigaretta tra le dita, ad affrontare, scandalizzandolo, chiunque attivasse luoghi comuni. Al malheur che sembra perseguitare come una cattiva stella le prime due, risponde la fortuna della terza — salva per miracolo dai nazisti, amata dagli uomini, circondata, ancora viva, da una fama non attutita dalle polemiche innescate dalle sue opere, come il famoso reportage sul processo Eichmann. Ma non si tratta che del versante luminoso di una consapevolezza assai tesa del male da cui il secolo è stato preso alla gola. Di tale precipizio il Castello di Kafka porta, inscritte, tutte le cicatrici, come il corpo suppliziato del suo racconto Nella Colonia penale.
Cosa altro rappresenta l’incantesimo che incatena K. a una necessità inesplicabile, se non la prefigurazione della peste bruna che sarebbe penetrata di lì a poco nelle vene della civiltà europea?
In questo gioco di specchi incrociati Nadia Fusini entra con un’intelligenza e una forza di scrittura non inferiore a quella delle “sue” donne. Non solo Hannah, Rachel e Simone, ma anche Virginia Woolf e Irène Némirovsky, morta nel campo di Birkenau nell’estate del ’42, e, prima ancora, Katherine Mansfield e Rahel Levin, protagonista della biografia arendtiana. Non troppo, e a volte poco, lega le loro vite, e le loro morti, singolari come quella di ciascuno. Ma c’è qualcosa che Nadia definisce «the woman’s angle», l’angolo della donna, che appartiene a tutte loro. Si tratta di un asse prospettico, obliquo e profondo, capace di vedere qualcosa che di regola gli uomini non colgono nella violenza. Perché ne sono spesso i soggetti, prima o più che oggetti. Essi non guardano alle vittime dal punto di vista di queste. Perciò non riescono a leggere il messaggio, muto eppure vibrante, che libera lo sguardo stravolto del prigioniero fucilato di Goya. È esso che sa fissare, invece, senza indietreggiare, insieme alle sue donne, Nadia Fusini.

giovedì 11 aprile 2013

La terza alba della Mitteleuropa. Dopo gli inverni, una nuova sfida


Una civiltà più forte di nazismo, comunismo e capitalismo selvaggio

Claudio Magris

"Corriere della Sera",  9 aprile 2013

Mitteleuropa è una parola che assomiglia a un chewing-gum malleabile a piacere, dai significati ambivalenti e talora contraddittori, che si affidano più alla vaga suggestione che a una precisa definizione. Quando Marieluise Fleisser, la possente scrittrice amata e tartassata da Brecht, veniva definita «il più bel seno della Mitteleuropa», non era ben chiaro fin dove di estendeva quel suo invidiabile primato, quali Paesi o città potessero vantarsene come di una propria gloria: certamente Vienna, Praga, Cracovia, Budapest, Lubiana, Zagabria, forse Trieste; più difficilmente Berlino o Norimberga.
Come ha studiato Arduino Agnelli nella sua fondamentale Genesi dell'idea di Mitteleuropa, il termine nasce a metà Ottocento per indicare uno spazio politico-economico egemonizzato dagli austrotedeschi e dagli ungheresi. Quando si dice Mitteleuropa anziché usare l'espressione meramente geografica Europa centrale, si intende un mosaico plurilingue e pluriculturale attraversato da elementi comuni sottostanti alle diversità nazionali. A creare questa civiltà parzialmente comune è stato certo in parte l'Impero absburgico, ma sono stati soprattutto due elementi sovranazionali: la lingua tedesca, parlata anche in tutti i Paesi non tedeschi di quel mondo, e la civiltà ebraica, presente in ognuno di essi. La Mitteleuropa è stata essenzialmente la simbiosi ebraico-tedesca, finita con lo sterminio di una delle sue componenti da parte dell'altra, con quella Shoah che è stata non solo una inaudita barbarie ma anche un suicidio della Germania e del suo ruolo centrale in Europa.
La parola «Mitteleuropa» ha potuto indicare molte cose, anche opposte: ha potuto essere un programma nazionalista tedesco come nel libro di Naumann o addirittura un'Europa centrale unificata dal nazismo, come per Srbik. Ha significato soprattutto il contrario, ovvero una cultura sovranazionale contrapposta ai nazionalismi scatenati negli anni fra le due guerre mondiali, ai vari fascismi e in primo luogo al nazismo; un ideale umanistico, il senso di un'appartenenza a una cultura più ampia di ogni identità nazionale. È stata una metafora di resistenza: dapprima contro fascismo e nazismo, dopo la Seconda Guerra Mondiale contro il dominio sovietico e, più sfumatamente ma sempre, contro uno stile di vita capitalistico-americano. Il kafkiano Josef K o il santo bevitore di Joseph Roth si contrappongono ai Chicago-boys quasi come ai gerarchi fascisti o ai commissari del popolo sovietici.
La Mitteleuropa vive soprattutto nella sua letteratura, di cui un recente e ancor inedito saggio di Igor Fiatti illustra il ricchissimo panorama; letteratura che è insieme coro e dissonanza, «cacafonia», come scrive ironicamente lo svedese Daniel Hjorth giocando col termine Cacania, la definizione musiliana dell'Austria absburgica.
Questa civiltà, che ha tenacemente e ironicamente resistito a Hitler e a Stalin, rischia per la prima volta di scomparire, travolta da uno sgangherato anarco-capitalismo che imperversa in tanti suoi Paesi, accompagnato da violente regressioni nazionaliste e razziste che sono la più cupa e pacchiana negazione della Mitteleuropa. E invece oggi c'è bisogno più che mai di quella civiltà mitteleuropea così sensibile al disagio, così diffidente nei confronti di tutti i sistemi politici e filosofici totalizzanti che pretendono di far marciare il mondo come un esercito e di interpretare e guidare trionfalmente la marcia della Storia stessa. Ci sarebbe più che mai bisogno di quella cultura e di quella umanità così esperte dell'ombra della vita, dei frammenti in cui la nostra esistenza spesso si disgrega, di ciò che resta al margine del corso arrogante del progresso, di ciò che manca al cuore e della dolorosa e amorosa ironia di cui il cuore ha così bisogno.
La nuova collana «Gli anemoni», creata dall'editore Marsilio, diretta e garantita dalla competenza di Luigi Reitani e Annalisa Cosentino e dedicata ai classici centroeuropei, — di cui stanno per uscire i primi titoli — può essere salutata come un vitale antidoto all'uniforme appiattimento che, sotto l'apparenza di una caotica varietà, sta imponendo su scala planetaria più o meno gli stessi modelli e soprattutto il sentimento che le cose così come vanno sono l'unica realtà possibile, mentre Musil insegna che potrebbero benissimo andare altrimenti.
Non c'è troppo da illudersi, perché nessun Davide, contrariamente a quanto si dice, ha mai vinto nessun Golia, ma intanto si può tirare a quest'ultimo un bel sasso in testa. I nuovi «Anemoni» non faranno certo dimenticare l'insostituibile collana di classici tedeschi «Gli Elfi» — diretta per Marsilio sino a ieri da Maria Fancelli con particolare finezza di scelta, di gusto e rigore filologico.
Da molti anni c'è in Italia un forte interesse per la Mitteleuropa e la sua letteratura. Un contributo essenziale e meno noto di quanto sarebbe giusto è stato dato, qualche decennio fa, dalla casa editrice Marietti in una collezione diretta da Antonio Balletto, promotore pure di fondamentali traduzioni di testi filosofici religiosi ebraici e islamici, tra i quali La stella della redenzione di Franz Rosenzweig. In quella collana Marietti sono state pubblicate le prime dirette versioni dallo jiddisch di autori classici quali Shalom Aleichem, Mendele Moicher Sfurim o Schalom Asch, curate da Daniela Leoni; sono stati pubblicati ad esempio classici austriaci di Stifter o Lenau e romanzi austriaci notevolissimi e ancor oggi poco noti come L'uomo nel canneto di George Saiko, geniale fusione sperimentale di romanzo politico e psicologia del profondo o Tokeah e la rosa bianca di Charles Sealsfield, western ottocentesco di un bizzarro scrittore, prete cattolico e poi viaggiatore e narratore avventuroso in America; classici cèchi di Neruda o sloveni di Cankar. La Marietti, casa editrice soprattutto scolastica e religiosa, non ha avuto la forza sufficiente per affermarsi sul mercato e la letteratura mitteleuropea è stata diffusa, in una ricca varietà di scelta, specialmente dalla Adelphi, ma quei testi meriterebbero di essere ripresi.
La prima scelta offerta dagli «Anemoni» — autori di lingua tedesca, cèca, polacca — è estremamente stimolante, classica e insieme innovatrice: Il redentore di Musil, grande, originale e autonomo nucleo dell'Uomo senza qualità; le Lettere a Milena di Kafka; I racconti di Malà Strana di Jan Neruda; Maggio di Mácha, l'autore cèco la cui riesumazione pubblica nel 1939 fu una dimostrazione della libertà cèca schiacciata dai nazisti; Hotel Savoy, il primo romanzo di Joseph Roth e forse il suo capolavoro, storia errabonda di lontananza, di esilio e di ritorno, scevra del successivo pathos ideologico, e Il sale della terra di Józef Wittlin, quasi conterraneo di Roth e suo parallelo polacco, anch'egli rapsodo dei confini orientali dell'Impero.
Pure una collana di questo genere può essere un piccolo sale della terra.

martedì 26 marzo 2013

Le ultime ore di Goethe «Più niente!» Sipario


La messa in scena beffarda e nichilista di Bernhard 

Pietro Citati

"Corriere della Sera",  25 marzo 2013

Appena apriamo il nostro album di ritratti ad olio, di disegni e di silhouettes, rivediamo Goethe ottantenne nella «sala gialla» della sua grande casa al Frauenplan, circondato da un gruppo di amici. Ad un tratto una maschera di noia appesantisce i suoi lineamenti. Vede intorno a sé sempre le stesse persone: il figlio, la nuora, i nipoti, il cancelliere von Müller, Eckermann, Meyer, Kraüter e non riesce a sopportare la loro devozione affettuosa. Nessuno lo contraddice: nessuno lo diverte. Ma lui non può vivere senza distrazioni ed eccitazioni: ha bisogno di passare da un interesse all'altro con la rapidità con cui si cambia un vestito; deve muoversi in una società vivace ed allegra, mentre lì, a Weimar, lo attende un lungo, insopportabile inverno... Così immagina di aprire la sua casa ogni giorno, all'ora del tè: «Ognuno verrebbe e resterebbe a suo piacere, e potrebbe portare con sé degli ospiti, quelli che preferisce. I saloni sarebbero sempre aperti e illuminati dopo le sette, e ci sarebbe del tè e tutto quello che ci vuole in abbondanza. Potremmo fare della musica, giocare, leggere ad alta voce, chiacchierare, secondo l'inclinazione e l'opportunità. Quanto a me, apparirei e scomparirei, come lo spirito mi suggerirebbe. E se qualche volta non comparissi affatto, questo non dovrebbe disturbare nessuno...».
Quando le porte della casa di Goethe si aprono, e gli amici si raccolgono lietamente a giocare, a leggere e a prendere il tè, altri umori regnano sopra la casa del Frauenplan. Una porta laterale della sala gialla si apre silenziosamente; e agli ospiti appare un vecchio signore incipriato e vestito di nero, che porta tutte le sue decorazioni sul petto e si muove rigidamente, come se dovesse celare un impaccio o fingere una maestà che non possiede. Il vecchio signore brontola, pronuncia tra sé qualche parola incomprensibile: regala ai suoi sudditi dei consigli di galateo; e ai suoi amici sembra che «un vento gelato e tagliente soffi sopra i nevai».
Questo vento gelido e tagliente sembra guidato da una volontà maligna, che vuole colpire, offendere e restaurare sopra il mondo il soffio del Nulla. Il vecchio incipriato abbandona le usanze da cortigiano, e assume i modi grandiosi e triviali di Mefistofele. I suoi occhi si incupiscono, la voce diventa acre, le parole scherniscono gli uomini, «questa genia assurda, bassamente e metodicamente assurda»: contraddicono, irridono, vituperano le cose più sacre. Poiché Mefistofele è il principe di tutti i conservatori, anche Goethe recita la parte del conservatore arrabbiato. Mentre i giovani studenti liberali si agitano nelle università tedesche, egli critica la libertà di stampa, si scaglia contro la legge che autorizza il matrimonio tra gli ebrei ed i cristiani; prende la parte dei turchi contro i greci, dell'ordine costituito contro chiunque, in Germania, in Spagna o in Italia, cerchi di rovesciarlo.
* * *
Nel 1982, centocinquant'anni dopo la morte di Goethe, Thomas Bernhard ebbe una idea divertentissima. Non aveva mai adorato Goethe; ed immaginò di volare segretamente a Weimar, assumendo la parte di un segretario o di un cliente sconosciuto. Voleva assistere agli ultimi tempi della sua vita. Portò con sé i suoi occhi beffardi e parodici; e il suo impagabile stile — con le parole che si ripetevano, il periodo-salsiccia o il periodo-lasagna, l'ilarità incontenibile, che trasformò Goethe, il suo mondo e se stesso in una farsa senza misura (Goethe muore, Adelphi).
Molte cose Bernhard riprodusse con fedeltà: altre inventò e parodiò con una sfacciata buffoneria. Il suo Goethe era un nichilista: preso da un accesso di basso pessimismo insultava tutti, il suo principe Ernesto Augusto, la un tempo amatissima Charlotte von Stein, Kleist, Hölderlin, Schiller, la giovane Ulrike von Levetzow, alla quale aveva dedicato versi meravigliosi, e sopratutto se stesso, un vero lestofante, che aveva ingannato i suoi cari tedeschi, annientando per due secoli la vita intellettuale della Germania. Diffamava, brontolava, scherniva i suoi segretari e clienti, in perenne litigio tra loro.
Sappiamo che, durante la vita, Goethe aveva risposto con prodigiosa precisione, come una specie di burocrate di se stesso, alle lettere che riceveva. Seduto al tavolino, prendeva i fogli di carta, lasciando da ogni parte un margine largo ed elegante; e cominciava a scrivere, intingendo delicatamente la penna nel calamaio, che non doveva essere mai troppo colmo.
Quante precauzioni doveva osservare! Le facciate delle lettere dovevano contenere lo stesso numero di righe: nessuna goccia di inchiostro poteva macchiare o adombrare il candore della carta; la lettera veniva lasciata asciugare per qualche minuto davanti alla stufa. Ma Thomas Bernhard, il nuovo segretario immaginario, ci assicura del contrario. Goethe non rispondeva mai o quasi mai a nessuna lettera: una volta scrisse a Edith Lafontaine, che gli aveva mandato alcune poesie per un giudizio, suggerendole di rivolgersi a Voltaire, il quale lo sostituiva nel ruolo di consulente letterario. Per il resto, le insulse segretarie catalogavano la insulsa corrispondenza; e poi Kraüter, Riemer ed Eckermann gettavano le centinaia di lettere giornaliere in enormi stufe, che riscaldavano la casa. Così il vecchio avaro risparmiava il prezzo della legna da ardere.
All'improvviso Goethe fu assalito -— Thomas Bernhard ci assicura con la consueta buffoneria — dalla passione per Ludwig Wittgenstein (che nacque nel 1889) e per il suo Tractatus logico-philosophicus. Lo ammirava moltissimo: certo si era accorto che molti dei suoi lampi, delle sue sentenze e dei suoi scorci si erano incarnati nella prosa del Tractatus. Ma Wittgenstein era andato molto più lontano di lui — insisteva Goethe; e lo eclissava. Il Tractatus era più bello e importante del Faust II, che aveva concluso da poco. «Sapere che la persona a lui più vicina era ad Oxford, anzi a Cambridge, e che a separarli c'era soltanto la Manica significava, per lui, Goethe, una gioia immensa».
Allora decise di invitare Wittgenstein a Weimar: non al vecchio albergo Elephant, dove scendevano tutti gli amici, ma proprio a casa sua, al Frauenplan, dove gli avrebbe fatto preparare due camere bellissime. Eckermann cercò di opporsi all'invito, ma lui lo insultò e lo cacciò, restando insensibile alle preghiere di tutte le donne e cameriere di casa, e al loro cicaleccio. Ordinò al segretario Kraüter di partire per Oxford o per Cambridge, coperto di un'enorme pelliccia, e di accompagnare Wittgenstein fino a Weimar.
Quando Kraüter fu in Inghilterra, a Oxford o a Cambridge, Wittgenstein morì improvvisamente di cancro. Così dobbiamo rinunciare al dialogo tra i due: dialogo che certo ci avrebbe riservato delle sorprese straordinarie. Goethe e Wittgenstein avrebbero parlato della tautologia, della contraddizione del dubitabile e del non dubitabile; e tutte queste parole sarebbero cadute nella prosa-salsiccia e nella prosa-lasagna di Bernhard, ripetute e variate fino all'ossessione.
Il 22 marzo 1832 — il giorno in cui Wittgenstein era atteso a Weimar — Goethe morì a mezzogiorno. Secondo la leggenda, pronunciò le più famose tra le sue parole: Mehr Licht! Più luce! Non sappiamo cosa significassero: forse non avevano nessun significato metafisico; ma erano soltanto un lieve cenno rivolto a un servo, perché spalancasse le finestre, mentre i suoi occhi si oscuravano, offuscati dalla prossima morte.
Secondo Thomas Bernhard, Goethe avrebbe detto invece Mehr nicht! Più niente! Bernhard giocava: ma queste erano certo le parole adatte a chi, negli ultimi anni, aveva ripetuto con la voce stridula di Mefistofele i mirabili versi:
«Passato! Una parola stupida.
Perché passato?
Passato è puro nulla, assolutamente lo stesso.
"È passato!". Che cosa vuol dire?
È come se non fosse mai stato,
eppure si agita in cerchio, come se esistesse».
* * *
Goethe morì seduto in una poltrona accanto al suo letto. Delirava: «Vedete quella bella testa di donna — con i capelli neri». Non poteva parlare, e così muoveva sulla coperta che gli nascondeva le ginocchia le sue grosse mani, che assomigliavano più a quelle di un contadino o di un artigiano che a quelle di un aristocratico. Disegnava nell'aria. Poi sentì le braccia diventare pesanti, e si mise a scrivere colle dita sulla coperta. Ogni tanto, faceva dei grossi e precisissimi segni di punteggiatura: virgola, punto, punto e virgola, punto esclamativo. Alla fine, disperse nell'aria una grande lettera, una W — la prima lettera del suo nome.
La sera del 6 novembre 1910, nella piccola stazione di Astapovo, dove Tolstoj era disperatamente fuggito, accadde qualcosa di simile. Il giorno prima della morte, Tolstoj era disteso nel letto del capostazione. La figlia Alessandra gli lavava il viso con ovatta ed acqua tiepida. Tolstoj sorrideva, socchiudeva gli occhi, aveva il visto tenero e tranquillo. Quando la figlia ebbe finito di lavargli una parte del viso, voltò l'altra parte e disse dolcemente: «Adesso l'altra, e non dimenticare di lavarmi le orecchie». Cominciò a delirare: credette di scorgere nella stanza una persona che non l'aveva salutato, scambiò un'amica di Aleksandra per Maša, la figlia morta, e col braccio magro e muscoloso prese per mano Tat'jana e non la lasciò andare.
Chiese che scrivesse sul diario i suoi pensieri, ma dettava soltanto delle parole incomprensibili. Poi volle che gli leggesse quello che aveva dettato. Non c'era nulla da leggere: ma lui insisteva disperatamente: «Leggimi quello che ho dettato. Perché taci? Cosa ho dettato?». Poi desistette; e passava inquietamente le mani sulla coperta, la sfiorava con le dita, avanti e indietro, avanti e indietro, senza fine, come se volesse incidere quello che nessuno capiva.
A un tratto disse: «Non posso addormentarmi, compongo sempre. Scrivo, e tutto si incatena armoniosamente».

martedì 29 gennaio 2013

La follia di Goethe per Wittgenstein


Giorgio Montefoschi

"Corriere della Sera",  28 gennaio 2013

Sul suo letto di morte, a Weimar, Goethe delira e a nulla valgono le pezze fredde che il suo segretario Eckermann e altri fedeli gli pongono sulla fronte. Il suo unico desiderio, prima di morire, è quello di incontrarsi con Ludwig Wittgenstein, l'autore del Tractatus logico-philosophicus, apparso nel 1922, poiché pensa che Wittgenstein sia di gran lunga la persona più intelligente che esista, un uomo degno di venerazione, l'unico che in eccellenza abbia oltrepassato l'eccellenza delle sue opere, e insieme a lui vuole discutere sul fondamentale argomento che ha per titolo: il dubitabile e il non-dubitabile.
Saldamente consapevole, pur nel delirio, di aver scritto le cose più grandi della letteratura tedesca (e dunque di aver paralizzato, al cospetto della grandezza delle sue opere, la letteratura tedesca); di aver distrutto ogni suo incauto avversario o competitore a cominciare da quel poveraccio di Schiller; infine, di aver annientato e imbrogliato i tedeschi che continuano a non capire di essere stati imbrogliati, Goethe è agitatissimo: devono andargli a prendere Wittgenstein a Cambridge a ogni costo e portarglielo a Weimar, perché alla fine della sua vita vuole conoscere il suo figlio filosofico, il suo erede. E non gli importa nulla che Wittgenstein non sia ancora nato (nascerà una cinquantina d'anni più tardi), che è inverno e i suoi assistenti dovranno attraversare la Manica nelle bufere: Wittgenstein dovrà essere al suo capezzale perché — in quel mondo di mediocri e dementi — guardandolo negli occhi, lui possa riconoscere un'ultima volta il Genio, vale a dire se stesso.
Fin da quando era bambino, un uomo che adesso ha quarantadue anni è stato torturato dai suoi genitori. Loro — i suoi genitori — sono convinti dell'esatto contrario: il torturatore, colui che ha distrutto le loro vite rifiutando caparbiamente di fare qualunque cosa gli venisse proposta, di imboccare qualunque strada gli venisse aperta e spianata davanti, è il ragazzino che non doveva nascere forse, e adesso ha quarantadue anni.
Chi ha ragione? Hanno ragione i genitori esasperati che hanno offerto al figlio restio alla vita ogni occasione di vita, o il figlio restio alla vita che ha vissuto tutto quello che gli veniva proposto come una mostruosa sopraffazione, si è sentito cavar l'anima di dosso, e pian piano si è ammalato, irreversibilmente come dicono i medici, perché i suoi genitori, e anche gli altri famigliari, al suo cuore non hanno dato tregua? Non lo sappiamo. Ma questa famiglia infelice vive in una casa di campagna che è collegata con una torre nella quale sono conservati dei libri (che naturalmente il perseguitato-persecutore ha sempre avuto il divieto di leggere), simile al castello di Montaigne. Un giorno, in gran segreto, l'uomo di ormai quarantadue anni riesce a penetrare nella torre e alla cieca trae un libro da uno scaffale. E' un libro di Montaigne.
Due amici che non si vedevano da quando erano ragazzini si incontrano sotto la pioggia nella stazione di un anonimo paese austriaco. Quando erano ragazzini facevano, insieme ai loro genitori, delle gite in montagna che entrambi odiavano.
Le odiavano perché i loro genitori volevano la quiete; perché i loro genitori suonavano la cetra e la tromba, al rifugio; perché erano vestiti da montanari; perché il sole accecava gli occhi; perché i genitori non trovavano la quiete e incolpavano loro (i ragazzini) di distruggere ogni possibilità di raggiungere la quiete. Mai sono state odiate tanto le gite in montagna! Adesso, uno dei due ex-ragazzini che si incontrano alla stazione: quello che si è ribellato al carcere dei suoi genitori, racconta tutto ciò; e incolpa l'altro della sua mancata ribellione. L'altro sta zitto.
Un uomo in fuga scrive a un amico raccontando la sua fuga per l'Europa. Non si ferma da nessuna parte. Non gli piace nulla. Finalmente, a Rotterdam, fa un sogno. Sogna che l'Austria, con tutti i suoi abitanti, brucia in un immenso falò. Si sveglia e è felice.
Questi quattro incantevoli racconti di Thomas Bernhard, raccolti sotto il titolo Goethe muore (Adelphi, pp. 109) sembrano i quattro vetri di una lanterna girevole. Dentro la lanterna, c'è tutto il sarcasmo, tutto il dolore, tutta l'ironia di Bernhard. E c'è la sua meravigliosa prosa, che sempre amiamo intensamente.

Le recensioni:
Luigi Forte, "La Stampa"
Paolo Mauri, "La Repubblica"

La lettura:
Goethe “muore”Goethe “schtirbt”], di Thomas Bernhard; 
Goethe dighs (traduzione in lingua inglese).

giovedì 22 novembre 2012

I nuovi scrittori tedeschi


Les nouveaux écrivains allemands


Julien Bisson, André Clavel, Philippe Delaroche et Alexandre Fillon 

"Lire", 21 novembre 2012 

La littérature allemande, ce n'est pas seulement Goethe et Schiller. 
12 écrivains allemands contemporains à découvrir.

De Günter Grass à Heinrich Böll, de Hans Magnus Enzensberger àChrista Wolf, la littérature de langue allemande de la seconde moitié du XXe siècle a imposé ses ténors à travers le monde, sans parler des grands Autrichiens - Peter Handke, Thomas Bernhard,Elfriede Jelinek - et, côté suisse, de Max Frisch ou de Friedrich Dürrenmatt
Mais quels sont ceux qui, dans les dernières décennies, ont pris la relève ? Et quels sont les nouveaux mousquetaires de la jeune garde ? C'est à ces questions que répond Lire avec ce panorama des auteurs qui, de Bernhard Schlink à Juli Zeh, se frottent presque tous à l'histoire de leur pays. Pour s'attaquer à des problèmes de société, poser la question de l'identité de l'Allemagne, interroger son passé douloureux et faire le bilan spirituel et émotionnel d'une réunification qui continue à les hanter. 

Ferdinand von Schirach

Né en 1964, Ferdinand von Schirach a passé sa jeunesse à Munich et a fait ses études chez les jésuites avant de devenir avocat au barreau de Berlin, spécialiste réputé du droit criminel. Un métier dont il s'est inspiré pour publier en 2009 un recueil de nouvelles basées sur des cas tirés des archives judiciaires : les très médiatisés Crimes, qui trônèrent pendant cinquante-quatre semaines en tête du palmarès du Spiegel. Au générique, onze affaires criminelles où le monstrueux fait soudain irruption dans le quotidien, tandis que von Schirach abandonne le registre du pur témoignage pour transformer son matériau en littérature : d'un récit à l'autre, il ne cesse de maquiller la réalité et de brouiller les pistes, tout en explorant avec un doigté d'analyste l'inconscient des criminels et la passion destructrice qui les a aveuglés. 
Ce qui frappe, sous la plume de l'avocat, c'est sa manière de décrire le sordide avec une prose totalement épurée, dénuée de tout effet de manche et de tout pathos, comme si l'assassinat devenait l'un de ces "beaux-arts" chers à Thomas De Quincey : les histoires de von Schirach sont autant de machines infernales qui, au-delà des affaires individuelles, dévoilent la violence larvée d'une Allemagne encore traumatisée par son passé, et incapable de panser les plaies de la réunification. 
Gallimard vient de publier Coupables,un second recueil de nouvelles où, une fois de plus, le monde de la justice est confronté à des destins saccagés. Pourquoi des êtres ordinaires peuvent-ils soudain basculer dans l'innommable ? Comment préserver une part d'humanité, malgré tout, lorsque l'inhumain fait irruption dans la vie du prévenu ? Et comment la machine judiciaire transforme-t-elle les êtres au moment où leur intimité devient affaire publique, sous le feu des médias ? A ces questions, von Schirach répond plus en moraliste qu'en pénaliste, ce qui explique sans doute son succès dans une Allemagne où ses livres dépassent le million d'exemplaires. 
Dernier livre paru : Coupables (Gallimard) 
A.C.

Judith Hermann

Il lui a suffi d'un livre pour marquer la littérature allemande contemporaine. En 1998, Sommerhaus, später connaissait un succès phénoménal outre-Rhin et récoltait plusieurs prix littéraires. Quelque chose de comparable à ce qu'a pu être Anna Gavalda en France, bien que leurs univers soient fort différents. Avec les neuf nouvelles de Maison d'été, plus tard(Albin Michel, 2001), vendues à plus de 200 000 exemplaires en Allemagne et traduites dans une vingtaine de pays, la jeune Berlinoise née en 1970 imposait une voix singulière et douce-amère. Tout en subtilité, portée par une prose à la maîtrise et à la beauté étonnantes. Une prose sondant notre rapport au monde et la difficulté d'avancer dans l'existence. 

Depuis, Judith Hermann prend le temps de peaufiner ses livres. Elle en a signé trois en quatorze ans. Après Maison d'été, plus tard, il y eut Rien que des fantômes (Albin Michel, 2005), recueil de sept nouvelles ciselées dépeignant des personnages en suspens et leur questionnement intime. Puis vint Alice, sorti en France en début d'année, son plus beau livre à ce jour, couronné par le prestigieux prix Hölderlin. Il s'agit cette fois d'un roman composé de cinq nouvelles mettant en scène une femme à différentes étapes de sa vie. L'héroïne de Judith Hermann se prénomme Alice. Un hommage avoué à la grande nouvelliste canadienne Alice Munro, l'une de ses influences majeures. 
Née à Berlin un mois d'avril, Alice a une quarantaine d'années quand on la découvre. La voici d'abord face à un ancien amour. Un homme qui s'est marié après leur séparation, a eu un enfant et s'éteint lentement d'un cancer. Eblouissant d'un bout à l'autre, Alice est de ces romans que l'on sait qu'on va relire, que l'on a envie d'offrir autour de soi. Judith Hermann s'y montre un admirable peintre des sensations et des lumières. 
Elle arrive à faire ressentir le temps suspendu au-dessus d'êtres pris dans la tourmente, le quotidien qui continue malgré tout. Son sujet est l'un des plus essentiels et ardus qui soient. Quel est notre rapport à la mort ? s'interroge-t-elle. La mort que l'on prend de plein fouet, celle qui ne cesse de nous obséder, celle dont on est le témoin plus ou moins passif. L'écrivaine creuse l'absence, les souvenirs et l'attente avec un saisissant mélange de force et de beauté. 
Dominique Autrand, son éditrice et traductrice chez Albin Michel, parle d'elle mieux que quiconque. Et évoque "une personne rare, d'une grande qualité d'âme". Une femme "chaleureuse et attachante. Elégante. Fine, d'une sensibilité extrême, pudique, discrète, modeste", pleine d'humour aussi. Selon elle, Judith Hermann a besoin d'une longue maturation avant de se mettre à sa table de travail, après quoi la phase d'écriture à proprement parler est relativement courte. Son prochain livre est en cours. On sait juste qu'il devrait s'agir encore de nouvelles. Qui s'en plaindra ? 
Dernier livre paru : Alice (Albin Michel) 
Alexandre Fillon

Bernhard Schlink
A Berlin, Bernhard Schlink, né en 1944, est un juge réputé. Mais ce magistrat est aussi un brillant romancier, ce qui lui permet de jouer tous les rôles - aussi bien celui du coupable que celui de la victime - sans être jamais contraint de livrer un verdict puisque la littérature a horreur des jugements irréversibles. Dans ce domaine, Schlink a prouvé qu'il avait pas mal d'atouts, grâce à une oeuvre très intimiste qui ne cesse d'ausculter les blessures de son pays natal. 
Après un tour de piste du côté du polar, il a connu un succès phénoménal en 1995 - des centaines de milliers d'exemplaires à travers le monde - avec un roman magistral, Le Liseur, où il évoque l'inexpiable culpabilité de sa génération. Celle qui a grandi sur les décombres de la guerre avec, pour seul héritage, la monstruosité des crimes nazis. Et dans la foulée de ce livre emblématique, l'écrivain-juriste a signé un recueil de nouvelles - Amours en fuite - où il met en scène une Allemagne qui, malgré la chute du Mur, ne réussit toujours pas à digérer son passé : les personnages de ces récits sont des prisonniers des ombres, à cause de tous ces fantômes - ex-complices de Hitler, repentis de la dernière heure, anciens corbeaux de la Stasi - qui les empêchent de regarder vers l'avenir. 
C'est donc dans la chair de son pays que Schlink puise son matériau, et dans l'inconscient collectif de ses compatriotes. Une quête à la fois politique et psychologique que l'on retrouve dans Le Week-End, où il évoque les années noires de l'Allemagne : celles de la fureur terroriste qui transforma de jeunes idéalistes en assassins aveugles tout au long de la décennie Rudi Dutschke, une dérive tragique dont Schlink dresse un bilan sans concessions mais jamais manichéen. A lire, également, Mensonges d'été, un recueil de brefs récits où, cette fois, le Berlinois conjugue l'amour sous toutes ses formes, comme si son oeuvre s'ouvrait à une nouvelle quiétude. 
Dernier livre paru : Mensonges d'été (Gallimard) 
A.C.

Daniel Kehlmann
C'est sous le signe d'Umberto Eco - l'érudition revisitée par la fiction - qu'il faut ranger Daniel Kehlmann. Né en 1975 à Munich, il vit aujourd'hui entre Berlin, New York et Vienne, la ville où il a grandi et où il a ébauché une thèse sur Kant avant de caresser d'autres muses, celles de la littérature. Quatre romans modestes, d'abord, et puis, en 2005, les brillantissimes Arpenteurs du monde qui ont battu tous les records de vente outre-Rhin. Kehlmann y retrace l'épopée parallèle de deux mousquetaires du savoir, Alexander von Humboldt (1769-1859) et Carl Friedrich Gauss (1777-1855). 
Lumineuse idée, que de remettre en piste des personnages si différents puisque le premier fut un aristocrate bourlingueur et le second, un enfant du peuple casanier. Et pourtant Kehlmann parvient à les rassembler dans la même quête. Celle qui lança le géologue-botaniste Humboldt dans de rocambolesques périples à travers l'Amérique tropicale, dont il dévoila bien des mystères. Et celle qui poussa le génial Gauss à devenir "le prince des mathématiciens" : un virtuose de la physique et de l'astronomie qui, rivé à ses télescopes, déchiffra le cosmos et découvrit la fameuse courbe qui porte son nom. 
C'est encore de l'univers des sciences que s'est inspiré Kehlmann pour écrire Les Esprits de Princeton - sous forme de théâtre, cette fois. Il y ressuscite le mathématicien Kurt Gödel, un rationaliste bientôt rattrapé par une démence paranoïaque qui, à la fin de sa vie, le condamna à s'enfermer dans des mondes parallèles où il croyait tutoyer l'au-delà. A lire également, Gloire, un livre à la David Lodge où Kehlmann tisse plusieurs histoires autour d'un même thème - la foire aux vanités, dans le petit microcosme des lettres et du cinéma. 
Dernier livre paru : Les Esprits de Princeton (Actes Sud) 
A.C.

Uwe Tellkamp
Dresde est une ville fantomatique où est né - en 1968 - Uwe Tellkamp, qui fut d'abord commandant de char, passage obligé dans l'armée en RDA, avant d'entreprendre des études. Devenu médecin, il abandonna son métier en 2004, alors qu'il avait déjà publié des poèmes qui lui valurent le prix Ingeborg Bachmann. "Ma jeunesse s'est passée sous le signe du communisme, dit-il, un système dans lequel on écrivait plus qu'on ne parlait. Celui qui parlait trop était menacé et puis, d'un seul coup, le système s'est effondré et la parole s'est libérée." 
Elle coule à flots dans la monumentale Tour - seul roman traduit à ce jour -, une fresque qui a dépassé les 500 000 exemplaires en Allemagne après sa publication en 2008. Sujet : l'agonie de la RDA. Avec un scénario vertigineux, près de mille pages qui sont un document de premier ordre sur le naufrage de cette "terre engloutie". Ce sont ses ultimes soubresauts que décrit le romancier, entre la mort de Brejnev et l'automne 1989, en posant son zoom sur une famille bourgeoise des beaux quartiers de Dresde, les Hoffmann. Le père est chirurgien, il assiste sans broncher à la dégradation du système de santé et à celui d'une société gangrenée par la peur. L'oncle est éditeur, il doit se soumettre à la censure en se contentant, avec une ironie froide, de profiter des privilèges que lui octroie le Parti. Quant au fils, Christian, il aura à jouer le pire des rôles - celui de la victime expiatoire - lorsqu'il devra faire son service militaire : son goût pour la liberté et son insolence lui vaudront la prison, puis les travaux forcés. Tout est là : la main de fer de la police secrète, les combines, la pénurie, la propagande et la perfidie d'un régime où personne ne pouvait rester innocent. Pavane pour une Allemagne défunte, ce roman-fleuve résume le destin du communisme, sous la plume d'un héritier de Thomas Mann. 
Dernier livre paru : La Tour (Grasset) 
A.C.

Peter Schneider
Né en 1940 à Lübeck, le très remuant Peter Schneider a fait ses études à Fribourg, à Munich et à Berlin, où il vit depuis les années 1970. A cette époque, il devint l'un des leaders de la jeunesse révoltée, aux côtés de Rudi Dutschke, et il changea ensuite de terrain de chasse pour se frotter à l'écriture. Avec cette consigne : "Le vrai domaine de la littérature, ce n'est pas le monde extérieur mais le monde intérieur, celui des secrets, des passions et des angoisses." 
N'empêche, l'oeuvre de Schneider reste totalement chevillée à l'Histoire, à la politique et au destin complexe de l'Allemagne, depuis le nazisme jusqu'à la chute du Mur. S'ils analysent toujours ces événements du point de vue de l'individu, les livres de Schneider ne cessent de refléter des tourmentes collectives. Le mélange de dépit, de rage et de désenchantement qui a succédé à l'euphorie contestataire de Mai 68, dans le très autobiographique Lenz. La lourde suspicion et les multiples tracasseries professionnelles dont furent victimes les ex-gauchistes de la RFA, dans Te voilà un ennemi de la Constitution. Les excès de la chasse aux terroristes au sein d'une Allemagne livrée à la délation et à l'hystérie, dans Le Couteau dans la tête. Ou, dans Cet homme-là, le conflit éthique qui opposa deux générations tiraillées entre la culpabilité engendrée par le passé hitlérien et le désir de se libérer de ce fardeau inexpiable. 
Et, dans Le Sauteur de mur, un de ses livres les plus célèbres publié en 1982, Schneider pose la question de l'identité allemande, une identité bafouée dans un pays divisé jusqu'à la schizophrénie : il met en scène un écrivain de Berlin-Ouest qui passe à l'Est pour rencontrer aussi bien des dissidents que des anonymes, des personnages souvent fatalistes qui, à force d'avoir construit un mur dans leur propre tête, ne sont plus capables d'affronter les dérives de l'Histoire. Peter Schneider ? Un "écrivain-baromètre" dont l'oeuvre interroge quatre décennies allemandes, avec toutes leurs contradictions et leurs impasses. 
Dernier livre paru : Pour l'amour de Scylla (Grasset) 
A.C.

Herta Müller
La romancière est née en Roumanie en 1953, au Banat, dans un village isolé appartenant à la minorité germanophone du pays. Fille d'une déportée, elle a grandi dans la peur et le désarroi avant de suivre des études littéraires à l'université de Timisoara, où elle ne tarda pas à rejoindre les mouvements clandestins qui luttaient contre Ceausescu. Traductrice dans une usine de machines industrielles à la fin des années 1970, elle sera congédiée pour avoir refusé de collaborer avec la Securitate et, en 1982, son premier recueil de nouvelles sera censuré avant qu'elle ne quitte sa terre natale - en 1986 - pour se réfugier à Berlin, où elle vit aujourd'hui. Ce déracinement est l'une de ses hantises, en tant que romancière, de même que la question de la langue, cette langue allemande qui fut pour elle une sorte de refuge face aux paroles gelées d'un régime qui, dit-elle, "avait détourné les mots à son profit". Couronnée par le prix Nobel en 2009, l'oeuvre de Herta Müller (Le renard était déjà le chasseur, La Convocation, Animal du coeur) pose un regard particulièrement amer sur la vie quotidienne dans la Roumanie totalitaire, les manoeuvres machiavéliques de la police secrète, les humiliations liées à la pauvreté et au contexte politique. Face à cette oppression de tous les instants, les mots sont les seules armes de la romancière, un combat dont il est aussi question dans un de ses livres les plus poignants,La Bascule du souffle, confession d'un garçon de 17 ans qui, en janvier 1945, parce qu'il appartient à la communauté germanophone de Transylvanie, sera expédié dans un camp de travail en URSS. C'est le calvaire de ce garçon condamné à cinq ans de déportation que raconte Herta Müller : malgré le froid et la faim, les poux et les épidémies, il tiendra le coup parce que son imagination délirante lui permet de résister aux souffrances. Lire Herta Müller, c'est se heurter de plein fouet à l'Histoire, une Histoire qu'elle tente de réécrire pour offrir au tragique sa part de rédemption. 
Dernier livre paru : Animal du coeur (Gallimard) 
A.C.

Eugen Ruge
Lunettes vissées sur le crâne et barbichette blanche, il n'a plus guère l'allure d'un jeune premier. Le Berlinois Eugen Ruge a d'ailleurs déjà plusieurs pièces de théâtre et documentaires à son actif. Mais cet ancien physicien a attendu ses 57 ans pour publier son premier roman, Quand la lumière décline, largement inspiré de l'histoire familiale. Un pavé au style clair et à l'envergure rare, qui a enchanté ses compatriotes. Il a reçu, l'an passé, le Deutscher Buchpreis, équivalent allemand du Goncourt, avant de s'écouler à plus de 350 000 exemplaires. Et, de fait, il y a de quoi s'enthousiasmer à la lecture de cette imposante saga autour de trois générations d'intellectuels de l'ex-Allemagne de l'Est. 
Les premiers, Charlotte et Wilhelm, fervents communistes, décident en 1952 de rentrer de leur exil mexicain afin de participer à la construction de la jeune RDA. Leur fils, Kurt, les y rejoindra, après quelques années d'exil en Sibérie pour échapper au nazisme. Quant au petit-fils, Sacha, il grandit dans l'indifférence et l'ennui, rêvant bientôt de passer à l'Ouest... 
Roman-fleuve écrit sur les bords de la Spree, Quand la lumière décline est taillé pour le cinéma : construction en flash-back, prises de vues alternées, décors sublimés. Mais, loin d'observer avec distance le déclin de l'illusion socialiste, le récit colle au plus près des personnages, de leurs espoirs, de leurs doutes, des tabous qui enveloppent et condamnent une génération après l'autre. Sans céder à l'"ostalgie" ambiante, sans rien taire non plus des difficultés nées de la réunification, Eugen Ruge signe le portrait froid et décapant d'une poignée d'hommes et de femmes brisés par leurs utopies, écrasés par un système sans visage. Avec une seule consolation : si la lumière décline à l'est du Mur, ce n'est du moins pas le cas de sa littérature. 
Dernier livre paru : Quand la lumière décline (Les Escales) 
Julien Bisson

Juli Zeh
Fille d'une traductrice et d'un ancien directeur administratif du Bundestag, Juli Zeh - née à Bonn en 1974, aujourd'hui installée près de Berlin - est à l'évidence la principale figure de proue de la jeune littérature allemande. Après des études de droit international, elle a bifurqué vers l'écriture tout en prenant la relève des intellectuels qui, à la suite de Grass et de Böll, n'ont cessé d'intervenir dans le débat public : ce désir de s'engager l'a poussée à soutenir la coalition verte-rouge lors des élections de 2005, après avoir rapporté des Balkans - en 2001 - une enquête particulièrement amère sur le sort de ces populations abandonnées par la communauté européenne. 
C'est en 2004, avec l'effrayante Fille sans qualités, que Juli Zeh s'est définitivement imposée dans son pays. Elle s'y inspire de la tragique fusillade du lycée d'Erfurt - seize morts en 2002 - pour mettre en scène une adolescente qui sombrera dans la violence aveugle avec un cynisme déconcertant, une dérive qui permet à la romancière de souligner le profond désarroi d'une jeunesse tentée de choisir le camp du nihilisme, par désespoir et par peur de l'avenir. 
Juli Zeh a ensuite fait un détour par le polar avec L'Ultime Question et c'est au roman d'anticipation qu'elle s'est frottée en signant Corpus delicti, qui se situe en 2057 dans un pays dictatorial où les habitants doivent s'astreindre à une redoutable discipline hygiéniste, sous haute surveillance policière, avec Big Brother dans le rôle du législateur. C'est dans ce cauchemar aseptisé que débarquera une biologiste allemande qui n'a qu'un seul tort : refuser d'obtempérer et de "se soumettre aux contrôles sanitaires obligatoires, au détriment de l'ordre public"... Dans ce récit à la Orwell, Juli Zeh ausculte tous les maux de nos sociétés soumises à la tyrannie du bien-être, et gavées d'interdits. C'est dire que les débats soulevés par la romancière sont assez brûlants pour être au coeur de l'actualité littéraire, outre-Rhin. 
Dernier livre paru : Corpus delicti (Actes Sud) 
A.C.

Ingo Schulze
Ingo Schulze est né en 1962 en RDA, à Dresde, une année après la construction du mur de Berlin, ce mur dont les pierres allaient servir de matériau à certains de ses romans. Après des études de lettres à Iéna, il a travaillé comme dramaturge pour le théâtre d'Altenbourg - aux confins de la Saxe - et c'est là qu'il assista au séisme de l'automne 1989 qui déboucha sur la réunification allemande. Il profita aussitôt de ce vent de liberté pour créer un hebdomadaire, l'Altenburger Wochenblatt, et, trois ans plus tard, il fut chargé de mettre sur orbite le premier "gratuit" de Saint-Pétersbourg, où il put observer un autre séisme, celui qui venait de secouer l'ex-URSS. A son retour en Allemagne, il s'installa à Berlin, où il vit aujourd'hui et où il signa les nouvelles rassemblées dans 33 moments de bonheur, autant de chroniques d'une Russie en pleine ébullition après l'effondrement du communisme. 
Paru en 1998, le second livre de Schulze, Histoires sans gravité, est aujourd'hui considéré en Allemagne comme l'une des oeuvres les plus emblématiques de la réunification, une mutation de l'Histoire observée à travers le quotidien de citoyens tout à fait ordinaires de l'ancienne RDA. Pas de place, ici, pour les vieilles querelles politiques ni pour les règlements de comptes idéologiques : Schulze se contente de déployer un éventail de saynètes hyperréalistes - à la Perec ou à la Carver -, avec des personnages qui sortent de leur torpeur et retrouvent peu à peu le goût de la vie dans un pays rendu moribond par un régime essoufflé. 
Et, en 2005, Schulze reviendra sur ces événements dans Vies nouvelles, un roman épistolaire dont le protagoniste raconte comment "l'Ouest est entré dans sa tête". On y retrouve la même minutie narrative et les mêmes effusions du vécu à la suite de la destruction du "rempart antifasciste" mais Schulze montre aussi comment l'ex-RDA s'est brutalement ouverte aux lois du marché et au capitalisme. Un monde peut-être aussi dangereux que le précédent puisque le diable finit par y débarquer, sous la forme d'un sosie de Méphisto... 
Dernier livre paru : Adam et Evelyne (Fayard) 
A.C.

Iris Hanika
Prédestinée par son prénom - Iris, la messagère des dieux - à communiquer ou à surprendre les émotions, les paroles, les pensées et les humeurs des humains, Iris Hanika est une friponne. Elle brille par son génie de l'observation micro- sociologique, par sa sensibilité et son humour. Née le 18 octobre 1962 à Wizbourg (Franconie), qu'elle a quitté à 17 ans pour aller faire sa vie à Berlin, cette polyglotte tire sa subsistance de ses traductions de manuels d'informatique tout en poursuivant depuis dix ans une carrière d'écrivain. Sur ses cinq ouvrages publiés, un seul a été traduit en français à ce jour - paru chez Les Allusifs, Une fois deux a été heureusement repris en Livre de poche. 
Comme le suggère son titre, le roman campe deux personnages qui, au milieu de l'été berlinois, se sont rencontrés - exceptionnellement, car en général l'un et l'autre ne s'y rendent pas aux mêmes heures - dans un café de Kreuzberg. Voici Senta, une femme seule, employée d'une galerie d'art le plus souvent déserte qui, quoique lasse de ses échecs, ne cesse d'espérer la "félicité amoureuse", le mariage et les enfants. Et voilà Thomas, un homme seul, ingénieur système, qui ne s'autorise la félicité qu'après le travail, à raison de quelques chopes de bière. Dès l'instant où leurs regards se sont croisés, percutés, échangés, noyés, c'est comme si, sous la pression de ce désir tombé du ciel, chacun avait été brutalement dépouillé de son naturel, de ses réflexes ordinaires, de sa maîtrise familière. Emportée par son imagination, Senta est la plus déroutante des deux. A la violence du désir, elle oppose des comportements calculés pour paraître au maximum de son avantage. Au stade de l'exécution, sa stratégie échoue pitoyablement, au risque d'éloigner Thomas. Auteur d'une brillante variation, aussi grisante qu'un cocktail à base de Georges Perec, d'Anna Gavalda et de Michel Houellebecq, autour d'un thème pourtant rebattu, Iris Hanika a l'art de nous guider dans l'intimité de Berlin. Où, mieux que d'autres, certains quartiers inspirent d'éclatantes métaphores de la terreur ou de la félicité de l'amour. 
Dernier livre paru : Une fois deux (Les Allusifs) 
Philippe Delaroche

Christoph Hein
Né en 1944 en Basse-Silésie, Christoph Hein ne fut pas autorisé à faire ses études en RDA, parce que, comme Schiller et Hölderlin, il était fils de pasteur... Ses parents l'envoyèrent donc dans un lycée de Berlin-Ouest et, à son retour de l'autre côté du Mur, il dut se contenter de métiers improvisés avant d'être assistant à la Volksbühne, le théâtre alternatif berlinois où il verra plus tard jouer ses propres pièces. Dès la fin des années 1970, il se lança dans l'écriture de nouvelles, autant de diagnostics des carences de la société est-allemande qui obéit servilement à un pouvoir de plus en plus autoritaire. Un pouvoir avec lequel Hein devra sans cesse ruser afin de contourner la censure. 
Sa notoriété, il la doit à un roman emblématique, L'Ami étranger, écrit en 1982 sous le signe de Franz Kafka et de Robert Musil. Claudia, l'héroïne, est une femme sans ambitions, sans passions, presque sans qualités, dont la fadeur reflète un régime politique qui lamine tout, en condamnant les êtres à l'anonymat. Est-elle une simple victime du socialisme ou, au contraire, son indifférence est-elle une forme d'exil intérieur, seule résistance possible face à l'asservissement de son époque ? C'est sur cette ambiguïté que repose L'Ami étranger, remarquable mise en scène de la conspiration du silence derrière le rideau de fer. Une conspiration qui sous-tend un autre roman très célèbre de Hein, La Fin de Horn, où il montre comment la RDA a sournoisement censuré son passé, relié au IIIe Reich par une longue chaîne de compromissions et de lâchetés. 
Comptant une dizaine de romans, des essais et de nombreuses pièces de théâtre, l'oeuvre de Hein ne cesse de faire entendre une voix discordante et dissidente, une voix qui continua de déranger après la réunification : l'auteur de L'Ami étranger fut, en effet, l'un des premiers écrivains à mettre en garde son pays contre l'euphorie qui suivit la chute du Mur. De quoi s'inscrire dans la lignée des grands réfractaires d'outre-Rhin, sous la bannière de Günter Grass. 
Dernier livre paru : Paula T. une femme allemande (Métailié)