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venerdì 12 dicembre 2014

Il tramonto del corsivo


In Finlandia abolito dalle scuole: non serve per il pc
Gli studiosi: un errore, cambia il modo di pensare

Vittorio Sabadin

"La Stampa", 12 dicembre 2014

La capacità degli esseri umani di scrivere a mano sta scomparendo, non proprio nell’indifferenza generale, ma quasi. In Finlandia, lo Stato ha deciso che non è più necessario insegnare la calligrafia agli studenti: in un mondo nel quale tutti scriveranno sempre di più su tastiere elettroniche è tempo perso. Insegnare a usare bene un iPad è invece più utile per la vita di tutti i giorni. Anche in Indiana, negli Stati Uniti, la scrittura è diventata una materia facoltativa: i docenti hanno sempre più cose da fare e bisogna cancellare i programmi che non sono prioritari, concentrandosi su quelli più tecnologici. 
I difensori di penna e foglio di carta sono sempre meno e rischiano di apparire antichi come un papiro egizio. L’abitudine a scrivere a mano è ormai così deteriorata che in Gran Bretagna una persona su tre non è in grado di leggere la propria calligrafia e non ha scritto nulla a mano negli ultimi tre mesi. Rin Hamburg sul Guardian ammette che i suoi parenti hanno bisogno di aiuto per leggere i biglietti di auguri che ricevono da lei. Da anni tiene un diario, ma non lo nasconde più, perché nessuno sarebbe comunque in grado di decifrarlo. 
Anche chi ha imparato a scrivere copiando alle elementari migliaia di vocali e consonanti in bella calligrafia scopre oggi, dopo decenni al computer, di avere difficoltà a leggere i propri appunti scritti a mano. Meglio prenderli sul blocco note dell’iPhone: si fa più in fretta, sono più chiari e non bisogna cercare in tasca penna e carta. E’ tutto dunque così semplice? Stiamo assistendo all’ennesimo sviluppo tecnologico, al passaggio da un modo di fare le cose a un altro che ha sempre caratterizzato l’evolversi della civiltà?
Gli scienziati che studiano l’evoluzione del cervello umano sono molto più preoccupati, come gli insegnanti e i genitori avveduti, per la progressiva perdita della capacità dei ragazzi di scrivere a mano. La scrittura non è innata, non è genetica, va insegnata. Più di 6000 anni fa, i Sumeri crearono le prime scuole di scrittura: sulla metà superiore di una tavoletta di cera erano incisi alcuni caratteri cuneiformi; gli studenti dovevano ricopiarli sull’altra metà, usando uno stilo. Mentre facevano questo, il loro cervello cambiava. In Proust e il calamaro: storia e scienza del cervello che legge, la neuroscienziata Maryanne Wolf spiega i benefici dello scrivere a mano: «Il cervello diventa un alveare di attività. Una rete di processi si mette in azione: le aree di associazione visuali rispondono a modelli visivi o rappresentazioni; i lobi frontali e temporali e le aree parietali forniscono informazioni ed elaborano significato, funzione e connessioni».
Circa un terzo del nostro cervello si mette all’opera quando scriviamo a mano, molto di più di quando scriviamo sull’iPad. E’ forse per questo che ricordiamo meglio le cose scritte a penna: ogni ricerca ha confermato il legame tra la scrittura e la capacità di apprendere. Molti compositori, per affinare la loro arte, ricopiano a mano gli spartiti dei grandi maestri della musica: è l’unico modo per scoprire dove si nasconde la grandezza. Lo stesso fa a volte chi vuole diventare scrittore: ricopiare a mano un testo dell’autore preferito consente di comprenderne meglio la tecnica. 
Secondo il semiologo Umberto Eco, la fine della scrittura a mano è cominciata molto prima dell’era dei computer, addirittura con l’invenzione della penna a sfera. «La gente – ha rilevato - non aveva più interesse a scrivere in quanto, con questo prodotto, la scrittura non ha anima, stile e personalità. La mia generazione ha imparato a scrivere a forza di ricopiare in bella grafia le lettere dell’alfabeto. Può sembrare un esercizio ottuso, ma l’arte della scrittura insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano». 
Sembra non esserci più nulla da fare. Le scuole si sono arrese, o cominciano a farlo. I difensori della bella calligrafia si ritrovano ormai come una specie in estinzione nelle riserve loro destinate: le scuole private di scrittura, i club, i concorsi. Ma sarebbe bello, almeno a Natale, almeno per un altro po’, e finché sappiamo ancora farlo, spedirsi un caldo biglietto di auguri scritto a mano, invece del gelido «copia e incolla» frettolosamente inviato senza distinzione a tutta l’agenda dello smart phone.


“È la scrittura più simile al fluire del pensiero”
La calligrafa: “Aiuta a concentrarsi Ci caratterizza, è diverso per ognuno”

intervista di Lorenza Castagneri

«Agghiacciante». Così Francesca Biasetton, artista e calligrafa, autrice di Unique. What it says, how it looks, commenta la decisione delle scuole finlandesi di non insegnare più il corsivo. «Una follia. Questo è proprio il tipo di scrittura più importante nella fase dell’apprendimento. Abbandonarlo è controproducente». 
Perché?
«Nel corsivo, le lettere hanno le legature e si scrivono tutte unite tra loro: una rappresentazione grafica che, per prima cosa, facilita molto la vita del bambino, che non deve staccare di continuo la penna dal foglio a differenza dello stampatello. Non solo: ciò aiuta ad abbinare meglio i segni ai suoni, a sillabare, e, di conseguenza, si impara a leggere più facilmente». 
E le abilità di composizione del testo?
«Anch’esse vengono favorite con il corsivo, perché è il modo di scrivere che più si avvicina al fluire del pensiero umano. È lo stile a noi più familiare, anche se è diverso da persona a persona. E ciò ci caratterizza». 
Eppure, anche in America alcuni Stati hanno abolito da anni questo tipo di grafia. Non ha l’impressione che la scrittura a mano sia sempre meno importante?
«Assolutamente sì e questo è un male. Mettere per esteso dei concetti attraverso la penna o la matita sviluppa, innanzi tutto, la capacità di organizzare gli spazi sul foglio e impone il rispetto di determinate regole. Inoltre, potenzia la motricità fine e migliora la coordinazione tra il cervello e la mano». 
È vero che scrivere a mano aiuta anche a immagazzinare meglio le informazioni?
«Ci sono ricerche che lo dimostrano. Prendendo appunti in modo tradizionale siamo più concentrati e interiorizziamo di più quello che si ascolta. Tuttavia, ciò non vuol dire che non si debba imparare a scrivere con la tastiera. Anche questo è importante».
Che cosa intende?
«Tecnologia e tradizione non si escludono a vicenda. Nella comunicazione quotidiana di oggi è normale darsi un appuntamento via sms, eppure le lettere d’amore e le condoglianze continuano a essere scritte a mano. Insomma, tutto dipende dal messaggio che dobbiamo trasmettere». 
Steve Jobs, ex studente di calligrafia e poi fondatore di Apple, sintetizza questo legame?
«Esatto. Jobs ha sempre ammesso che senza aver frequentato quel corso non avrebbe potuto creare il Mac. Ciò dimostra che passato, presente e futuro sono complementari. E che il corsivo merita di essere ancora insegnato».

sabato 27 settembre 2014

Dal monastero alla Silicon Valley: parla il calligrafo Ewan Clayton


Un monaco amanuense a Palo Alto
Chi scrive a mano è sempre in vantaggio su chi preme dei tasti, per la memoria e per l’organizzazione del testo
Da bambino non sapeva scrivere, recuperò grazie alla nonna

Intervista di Simonetta Fiori

"La Repubblica", 27 settembre 2014


Ho imparato moltissimo da Steve Jobs. Aveva capito il valore della maestria artigiana 
E aveva studiato calligrafia
Si fece benedettino a causa della malattia. Poi lavorò alla Xerox

«SONO contento che il mio libro esca in Italia, paese cruciale nella storia della scrittura». Ewan Clayton è uno dei più famosi calligrafi del mondo, una figura senza tempo, capace di viaggiare con disinvoltura tra epoche remote e futuro tecnologico. Forse perché per cinque anni è rimasto chiuso in un monastero, «monaco amanuense del XX secolo» dice lui, per poi trovarsi catapultato nello Xerox Parc a Palo Alto, la famosa divisione di ricerca dove erano stati inventati i computer connessi in rete e le finestre di windows. «Entrambe sono state esperienze religiose», racconta dal suo studio nell’Università del Sunderland, in Gran Bretagna. La sua biografia ci aiuta a capire un’opera affascinante e ambiziosa come The Golden Thread ( ora tradotto con il titolo Il filo d’oro).
È una storia della scrittura che comincia sulle pareti rocciose nell’Alto Egitto e si ferma — al momento — nei laboratori della Silicon Valley. Tremila anni di parole scritte attraverso rotoli di papiro, tavolette di cera, marmi, pergamene, penne d’oca, pennini, penne a sfera, penne a biro, macchine da scrivere e schermi pixelati. La scrittura secondo Clayton è un atto fisico, non solo intellettuale. È il frutto di un movimento, che coinvolge dita, braccio e spalla. Possiede una dimensione artigianale e iconografica, a cui hanno lavorato moltissimi uomini per favorire la trasmissione di conoscenza. E le lettere dell’alfabeto veicolano sì suoni e significati, ma sono anche corpi sensuali, provvisti di “odore”, “consistenza”, “luminosità”, “colore”. Quello del calligrafo inglese è un inno al saper scrivere che oggi si trova davanti a una nuova sfida, forse la più difficile: scriviamo sempre di più, ma in che modo? «Le nuove tecnologie ci permettono di reinventare il nostro rapporto con la parola scritta, ma non sappiamo ancora a quali elementi affidarci. Ho pensato che la prima cosa da fare fosse raccontare in che modo la scrittura è arrivata a essere ciò che è».
Che cosa ha capito dopo aver scritto il libro?
«Oggi abbiamo bisogno di tutte le tecniche, quelle antichissime e le più innovative. Passato e futuro non sono in guerra. Al contrario, dobbiamo coltivare la ricchezza della scrittura nelle sue varie modalità, cartacee e digitali, evitando ogni fondamentalismo. E coloro che ora sono chiamati a intessere il filo d’oro della comunicazione scritta dovranno fare in modo che non si perda il senso di un’orditura secolare».
Sul futuro della scrittura lei appare molto ottimista.
«Sì, perché penso al suo ruolo che è irrinunciabile. Le tecniche vanno e vengono: ciò che oggi ci sembra all’avanguardia domani sarà superato. Ma ciò che non si esaurisce mai è la capacità inventiva dell’essere umano. Le generazioni future non smetteranno mai di provare piacere nello scrivere. E negli artefatti scritti cercheranno sempre la bellezza. In fondo è solo negli ultimi decenni che i giovani hanno sviluppato una loro cultura grafica autonoma».
Questo è vero, però non sappiamo più scrivere a mano. E non riconosciamo la nostra calligrafia.
«È anche questa la ragione per cui ho voluto scrivere questo libro. Credo che oggi la fascinazione digitale produca falsi dilemmi. Tendiamo a enfatizzare i benefici di una tecnica di scrittura a scapito di un’altra, ma se vogliamo insegnare ai ragazzi l’uso del computer non dobbiamo certo smettere di insegnare il corsivo. Chi sa scrivere a mano sarà sempre in vantaggio su chi sa premere dei tasti, sia sul piano della memoria che su quello dell’organizzazione del testo. Lo dicono anche le neuroscienze. Se durante una conferenza lei prende appunti sul taccuino, le sue note mostreranno una costruzione più strutturata rispetto a quelle del “suonatore di pianola”, che richiama i fatti più che i concetti. E chi scrive a mano tende a trattenere di più le informazioni».
Lei perché si è appassionato alla scrittura?
«Da bambino fui ipnotizzato dalla calligrafia di un dottore: pensavo che fosse la cosa più bella che avessi mai visto. Però a 12 anni cominciai a fare confusione tra le lettere. Mi avevano insegnato tre stili diversi in pochi anni e la mia grafia divenne illeggibile. Così fui rimandato in classe con i bambini di otto anni, davvero mortificante. Ma la mia fortuna è stata quella di crescere in un piccolo paese dove aveva vissuto il grande calligrafo Edward Johnson. Mia nonna andava a ballare con la signora Johnson, così mi diedero da leggere la sua biografia, e mia madre mi fece avere una tavola di prove calligrafiche. Rimasi incantato».
Imparò il mestiere di calligrafo, ma poi decise di chiudersi in un convento benedettino.
«A 28 anni mi ammalai di cancro, così pensai a tutte le cose che dovevo fare prima che fosse troppo tardi. La più folle fu senza dubbio quella di farmi monaco, una scelta ostinatamente contraria a quei tempi, l’Inghilterra di Mrs Thatcher. Restai al Worth Abbey per cinque anni. “Brother Ewan”, mi disse una volta il priore, “penso che la vita qui dentro ti stia stretta come una scarpa di un numero più piccolo”. Il giorno dopo fui investito da una macchina e pensai: “Ok, forse hai ragione”. Lasciai il convento. Per fortuna dopo pochi mesi fui chiamato in California come consulente del Palo Alto Research Centre, alla Xerox».
Dal monastero alla Silicon Valley. Come fu il passaggio?
«Fu uno shock, ma neppure tanto. Ebbi un colloquio con John Seelay Brown, direttore della Xerox, e capii subito che aveva gli stessi problemi del priore. I ricercatori si misurano con l’ignoto. Ed è come vivere una vita religiosa, che richiede contemplazione. Soprattutto bisogna convivere con ciò che ancora non si conosce, nella buona e nella cattiva sorte. John mi disse una volta che il suo principale lavoro consisteva nel fare di tutto per non sedersi davanti ai problemi. È questo che porta a nuove rivelazioni e scoperte».
Ha mai conosciuto Steve Jobs?
«No, non l’ho mai incontrato però ho imparato moltissimo da lui. Era un tecnico che aveva capito l’importanza della maestria artigiana. Ha creato oggetti bellissimi e io gli sono profondamente grato perché negli anni dell’università aveva studiato calligrafia. Fin da principio ebbe molto chiaro quanto fosse importante trasferire nel nuovo medium la tradizione della grafica e delle arti tipografiche ».
Ho letto che lei ha aiutato Apple a creare nuovi caratteri.
«No, il mio ruolo alla Xerox era più ampio. L’azienda aveva inventato molta della tecnologia che ha prodotto la rivoluzione digitale: i concetti di window, di desktop e mobile computer, la filosofia del “look and feel” che c’è dietro la Apple. Ma il management non aveva capito le potenzialità di queste invenzioni, lasciando che i loro artefici prendessero il volo. Poi la Xerox decise di puntare sulla gestione dei documenti, senza però sapere cosa fossero. Così fui assunto come calligrafo: dovevo offrire il mio sguardo d’artista a un team di scienziati».
Cosa significa essere alfabetizzati nel XXI secolo?
«Credo che si tratti di un work in progress. Le società evolvono in continuazione e la scrittura è un fenomeno sociale. Ci si chiede di scrivere in modo sempre diverso e noi dobbiamo padroneggiare non solo le diverse forme di scrittura ma anche le istituzioni che ci sollecitano a diversificare l’impiego delle nostre competenze alfabetiche. Emilia Ferreiro, allieva di Piaget, sosteneva la necessità di concepire l’alfabetizzazione come un continuum, un percorso che continua da grandi. Gli ultimi vent’anni ne sono una straordinaria conferma ».

domenica 8 giugno 2014

Scrittura. La rivincita della penna, chi la usa ha più memoria

Utilizzare le mani aiuta la creatività e la lettura nei bambini, ma anche negli adulti
Così perde terreno il computer, troppo presente nelle scuole americane

Maria Konnikova

"La Repubblica", 4 giugno 2014


NEW YORK. SCRIVERE a mano è importante? Non tanto, se dobbiamo dar retta a molti educatori. Gli standard Common Core, adottati nella maggior parte degli stati americani, prevedono l’insegnamento di una grafia leggibile, ma soltanto al kindergarten e in prima elementare. In seguito, l’importanza viene data soltanto all’efficienza che si acquisisce nell’uso della tastiera. Psicologi ed esperti di neuroscienze, però, affermano che è troppo presto per dichiarare che la scrittura manuale è superata.
Non soltanto, infatti, i bambini imparano a leggere più rapidamente non appena imparano a scrivere a mano, ma per di più se scrivono a mano restano maggiormente in grado di concepire idee e memorizzare informazioni. «Quando scriviamo, si attiva automaticamente un circuito neuronale particolare», spiega Stanislas Dehaene, psicologo presso il Collège de France a Parigi. «Nella parola scritta vi è un riconoscimento profondo del gesto, una sorta di riconoscimento che avviene tramite la simulazione mentale nel nostro cervello». La scrittura manuale nelle scuole pubbliche americane è stata pressoché eliminata, e questo potrebbe essere un male per le menti dei bambini.
Uno studio del 2012 effettuato sotto la guida di Karin James, psicologa presso l’Università dell’Indiana, avalla tale opinione: ad alcuni bambini che non avevano ancora imparato a leggere e scrivere sono state mostrate alcune lettere o figure su schede di archivio, ed è stato chiesto loro di riprodurle in un modo a loro scelta su tre disponibili, tracciandole su un foglio con un insieme di punti, disegnandole su un foglio bianco vuoto o scrivendole al computer. I bambini sono stati quindi sottoposti a scansione cerebrale e hanno rivisto la medesima scheda. I ricercatori hanno così scoperto che il processo di riproduzione iniziale aveva una grandissima importanza. Se i bambini tracciavano una data lettera a mano libera, evidenziavano un aumento dell’attività in tre aree cerebrali che negli adulti si attivano quando si legge e si scrive: la circonvoluzione fusiforme dell’emisfero sinistro, la circonvoluzione frontale inferiore e la corteccia parietale posteriore. Al contrario, questo effetto non si è presentato nei bambini che hanno scritto con una tastiera.
Karin James attribuisce le differenze alla difficoltà insita nella scrittura manuale libera: per scrivere non soltanto dobbiamo prima programmare e poi eseguire una data azione in un modo che non è richiesto quando si ha a disposizione un contorno da ricalcare o tracciare, ma oltretutto creeremo un risultato variabile. «Quando un bambino scrive una lettera in modo confuso» dice James, «ciò lo aiuta ad apprendere».
Sembra ormai evidente, inoltre, che possa esserci una differenza anche tra scrivere in stampatello e scrivere in corsivo, e si tratterebbe di una distinzione particolarmente importante, dato che sempre più spesso nelle scuole americane non si insegna più a scrivere in corsivo. Virginia Berninger si spinge a ipotizzare che la scrittura in corsivo potrebbe esercitare la capacità di autocontrollo con modalità non comuni ad altri tipi di scrittura, e alcuni ricercatori sostengono che questa potrebbe rappresentare una strada per trattare la dislessia.
Corsivo o no, i benefici della scrittura manuale si estendono ben oltre l’infanzia. Due psicologi, Pam A. Mueller di Princeton e Daniel M. Oppenheimer dell’Università della California a Los Angeles, hanno riferito che sia in laboratorio sia nelle classi vere e proprie gli studenti imparano meglio se prendono appunti a mano che non utilizzando una tastiera. Non tutti gli esperti sono convinti che i benefici a lungo termine della scrittura manuale siano significativi fino a questo punto, ma almeno uno di questi scettici, Paul Bloom, psicologo di Yale, dice che la nuova ricerca offre molto su cui riflettere. «Con la scrittura manuale l’atto stesso di mettere per iscritto qualcosa ti costringe a concentrarti su ciò che è veramente importante».
Copyright The New York Times. Traduzione di Anna Bissanti

domenica 15 settembre 2013

In punta di calligrafia



ROSSELLA MENEGAZZO 

"il manifesto", 7 settembre 2013

L'arte della scrittura è intramontabile. In Giappone sta conoscendo una nuova stagione, con mostre, sale di musei, collezioni rare e associazioni di cultori del genere. Fra i fenomeni più recenti, le «shodo girls», club femminili di calligrafia talmente popolari da battezzare un manga e una serie tv
Quando pensiamo al gesto dello scrivere, la prima immagine che ci appare è quella della mano che tiene la penna sulla carta, oppure delle dita che pigiano sui tasti, o ancora del dito che scorre veloce sul touch screen. Certo, esiste ancora qualcuno che ci tiene alla bella scrittura e esistono associazioni calligrafiche che promuovono corsi e incontri, ma i più in Italia (e non solo) credono che questa forma d'arte sia morta da quando non si insegnano più le aste a scuola, prima ancora che computer e tablet avessero il sopravvento. E così il calligrafare rimane prerogativa di pochi poeti e artisti eccentrici o di qualche romantico esteta, ma non fa più parte del nostro quotidiano, come avviene ad esempio in Cina, dove ancora si incontrano persone che al parco si esercitano calligrafando con l'acqua sulla pietra caratteri evanescenti. Tuttavia, può ancora capitare di passare una calda sera di luglio milanese chiacchierando per ore, amabilmente e senza divagazioni, proprio di calligrafia, di progetti concreti legati allo scambio internazionale con un rinomato calligrafo e direttore di un curioso istituto chiamato Characterism Art Institute di Xitang, Luo Qi, e un calligrafo di scrittura cinese ma autoctono, Silvio Ferragina, che sperimenta sul tema calligrafia-musica. Alla fine, ciò che emerge è la sensazione che parallelamente al rigore accademico, i confini della calligrafia contemporanea stiano allargandosi a est e a ovest abbracciando ogni espressione artistica, intrecciando epoche, stili, scritture, supporti come una sorta di ponte interculturale. La conferma arriva anche dal Giappone con le splendide opere esposte al Tokyo National Museum in una mostra dal titolo Calligrafia in stile giapponese (Wayo no sho) con i tesori di quell'arte dall'VIII al XIX secolo su tessuto, lacca, ceramica, paraventi e rotoli. Una collezione rarissima per quantità e qualità dei pezzi esposti, di cui si potrà godere di nuovo forse tra una trentina d'anni (al termine della mostra verranno richiusi nel buio dei caveau per essere conversati), che completa una serie di grandi mostre proposte dal Museo per divulgare la conoscenza della calligrafia cinese e giapponese.

I numerosi amatori 
Contemporaneamente, nel cuore alla moda di Tokyo, disposte sui tre piani del National Art Centre di Roppongi una selva di quindicimila opere calligrafiche contemporanee, perlopiù incorniciate all'occidentale, negli stili più disparati e con l'uso in qualche caso di inchiostri colorati, rappresenta la selezione itinerante della 65ma mostra dell'Associazione calligrafica del quotidiano Mainichi, una delle due associazioni più rappresentative del Giappone, insieme a quella del quotidiano Yomiuri , con circa 4mila aderenti tra amatori e professionisti. Intanto, giunge comunicazione dalla vicina Corea della Nona World Calligraphy Biennale di Jeollabuk-do nel sud del paese programmata per il prossimo ottobre e divisa in ben tredici sezioni che valorizzano ogni aspetto della tradizione calligrafica orientale fino alle sperimentazioni con nuovi materiali, media e forme tridimensionali che vanno nella direzione della word art . A giudicare dal fermento, sembra che non solo la calligrafia non sia morta ma che, almeno in Oriente, stia vivendo un periodo di grande popolarità e rinnovamento. Un rinnovamento che va gettando semi in tutto il mondo attraverso l'opera di personaggi come il grande artista cinese Xu Bing, chiamato in tutto il mondo per le sue installazioni calligrafiche tanto affascinanti e avvolgenti quanto visionarie, che trasformano lettere e caratteri in forme volanti, staccandole dalla carta fino a occupare lo spazio intero, o al fotografo giapponese Maruyama Shinichi che ispirandosi alla calligrafia zen trasforma le sue pennellate tracciate nel vuoto in performance e immagini fotografiche e video di alta precisione. Oppure, ancora, al fenomeno pop tutto giapponese delle shodo girls sviluppatosi all'interno dei club femminili di calligrafia scolastici, ma divenuto talmente popolare da aver giustificato la nascita di un manga e di una serie televisiva tematica intitolata con lo stesso nome Shodo Girls. 

Ibridazioni contemporanee 
Si tratta di performance calligrafiche, eseguite a più mani su fogli e con pennelli di enormi dimensioni e a ritmo di musica pop, creata su misura così come i costumi, da squadre di ragazze che si confrontano annualmente in veri e propri tornei nazionali tenuti in grandi palazzetti sportivi con giudici professionisti. Tutti fenomeni che, se da un lato allontanano la calligrafia dalla tradizione, dall'altra la rendono più avvicinabile all'Occidente facilitando il contagio e l'ibridazione. Di fatto, si assiste negli ultimi anni a un crescente interesse verso le forme calligrafiche, orientali e non solo, sempre più spesso fulcro di dibattiti, conferenze, lezioni, mostre, sperimentazioni artistiche promosse da università, musei, associazioni culturali a diverso livello. Un movimento lento ma dilagante, interculturale e interdisciplinare, che prende spunto dalla varietà e dalla complessità della scrittura cinese e giapponese per riscoprire le potenzialità della parola in quanto significato, segno e gesto. «La calligrafia, non importa saperla leggere, è bella lo stesso!»: questo il messaggio chiave che il vicedirettore del Tokyo National Museum e abile calligrafo, Hiroyuki Shimatani, riporta in copertina del suo recente volume La bellezza della calligrafia ( Sho no bi , Mainichishinbunsha, 2013), sottolineando come, anche non comprendendo il significato di un'opera calligrafica, la si possa apprezzare in quanto segno, per la sua forza di comunicare e mettersi in relazione con chi guarda. Non si spiegherebbe, altrimenti, il fascino che questi caratteri hanno da sempre esercitato sul pubblico occidentale, fino alla scelta definitiva da parte di alcuni di tatuarseli sul corpo. Porsi di fronte a un rotolo di carta colorata, impreziosita di polveri e scaglie d'oro o d'argento, dipinta con paesaggi e motivi della natura a fare da sfondo allo scorrere fluido e ritmicamente variegato di caratteri e spazi vuoti, equivale a porsi in ascolto di un bellissimo spartito musicale. Non importa saper leggere le note, la musica è per tutti. Nella calligrafia come nella musica esistono stili, strumenti, ritmi diversi e la parte scritta, siano tratti calligrafici o note, ha lo stesso peso dello spazio lasciato vuoto. Perciò chiunque si ponga in libero ascolto di un'opera noterà la differenza di ritmo, armonie, spessori, potenza, velocità. Ognuno troverà il proprio corrispondente, il segno più vicino al proprio carattere, al proprio gusto, alla propria sensibilità: elegante e sottile come nei componimenti poetici di epoca Heian (794-1185), quando tra le dame di corte si affermò lo stile calligrafico definito «a filo d'erba», oppure forte, vigoroso, austero come negli spessi ed enormi tratti calligrafici tracciati su paraventi destinati a residenze e castelli di potenti samurai, o ancora nelle semplici, veloci e istintive pennellate dei monaci-artisti zen che le utilizzavano come supporto per la meditazione, spesso affiancandole a veloci illustrazioni di parabole oppure in un'unica riga verticale che riassumeva in pochi caratteri una massima buddhista.

Un cammino spirituale 
La calligrafia in Oriente non è mai pura decorazione ma esercizio e disciplina del corpo e dello spirito. Esiste la cerimonia del tè che tutti conosciamo per la sua gestualità rituale, ma potremmo parlare anche di cerimonia della scrittura, perché la calligrafia comincia dalla preparazione degli strumenti stessi, considerati i «quattro tesori del calligrafo» e comprendenti pennelli, carta, panetto d'inchiostro e pietra per scioglierlo e diluirlo. Lo dicono i termini utilizzati per calligrafia in Cina, shufa «tecnica, arte della scrittura», in Giappone, shodo «Via della calligrafia», in Corea, soye «arte della scrittura». Tutti indicano una Via, un'arte a cui dedicarsi come cammino lento e costante, in cui lo spirito dell'individuo si forma e si esprime al meglio solo dopo aver preso pieno possesso delle regole fisse fino a renderle naturali. Solo allora lo stesso gesto compiuto infinite volte emergerà come proprio, originale, distintivo, come dicono chiaramente le parole del maestro Teshima Yuhkei (1901) riportate nella retrospettiva dedicatagli dall'Associazione Mainichi all'interno della 65ma rassegna annuale: «Che valore ha una calligrafia priva di eleganza? È come un fiore senza profumo». «La calligrafia può essere descritta come movimento e come forma, ma anche come respiro vitale». E mentre i classici affermano questo la scienza procede e all'università Keio di Tokyo il professor Seiichiro Katsura ha già sperimentato un robot che riesce a registrare forza, azione e movimento del calligrafo riproducendone la traccia del pennello sulla carta. Che profumo avrà?

sabato 26 gennaio 2013

Scrivere a mano arte dell’anima


La calligrafia come tecnica innovatrice per dare originalità alla scrittura

Nicla Vassallo

"L’Unità",  26 gennaio 2013

NEL «FEDRO» PLATONE FA AFFERMARE A SOCRATE: «C’È UN ASPETTO STRANO CHE IN VERITÀ ACCOMUNA SCRITTURA E PITTURA. LE IMMAGINI DIPINTE TI STANNO DAVANTI COME SE FOSSERO VIVE, ME SE CHIEDI LORO QUALCOSA, TACCIONO SOLENNEMENTE. Lo stesso vale anche per i discorsi scritti: potresti avere l’impressione che parlino, quasi abbiano la capacità di pensare, ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso, con l’intenzione di comprenderlo, essi danno una sola risposta e sempre la stessa. Una volta che sia stato scritto poi, ogni discorso circola ovunque, allo stesso modo fra gli intenditori, come pure fra coloro con i quali non ha nulla a che fare, e non sa a chi deve parlare e a chi no». Come dare torto a Socrate, specie di questi tempi, in cui ogni discorso circola ovunque, senza pudicizia alcuna?
Oggi non solo c’è chi straparla, ma anche la scrittura è stata stravolta: i più hanno cessato di scrivere a mano per digitare sui tasti di computer, smartphone, tablet. Certo, ben prima, Johann Gutenberg ha inventato la stampa: una rivoluzione (buona o cattiva) che ha reso la Bibbia un best-seller. E ora, da alcuni anni, un’altra rivoluzione ci sta frastornando, forse con maggior potenza di quella di Gutenberg: non solo non scriviamo più a mano, ma leggiamo meno carta, leggiamo e-book, grazie a cui la pessima trilogia di E. L. James ha dominato per mesi la scena letteraria mondiale.

LA MANO DI BARTHES

Lo scrittore Nicholas Carr ci avvisa da tempo dei pericoli della rete, dell’utopismo tecnologico e dell’amoralità del Web 2.0 (vedi il suo Internet ci rende stupidi?, Cortina Editore, nonché il suo blog Rough Type). Del resto, l’informatico Jaron Lanier (vedi il suo Tu non sei un gadget, Mondadori) si scaglia contro l’aberrazione del populismo web, nemico di qualità e creatività. Ancora, alcuni studi psicologici attestano le scarse prestazioni cognitive dei nativi digitali, in fatto di concentrazione e memoria, nonché in termini di pensiero critico. Eppure alla rete, al computer, agli annessi ammennicoli non possiamo, né dobbiamo rinunciare. Si tratta però di tecnologie da impiegarsi con oculatezza, senza esasperazioni e dipendenze. Abusare di loro e astenersi dalla scrittura a mano è una forzatura da evitare: «Pur giudicata un lusso, la scrittura a mano, oltre che accessibile a tutti, sostiene Francesca Biasetton (www.biasetton. com), calligrafa professionista e presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana è una competenza libera, familiare, affabile. Ogni scrittura a mano si rivela però originale e denota la preparazione e maestria di chi scrive. La penso come il Roland Barthes di Variazioni sulla scrittura: «Dalla parola scritta, potrei risalire alla mano, al muscolo, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento». Certo, non tutti si è calligrafi. Il calligrafo contemporaneo, vero e proprio, ha una professionalità specifica, derivata da anni e anni di studio, pratica, esercizio. Quando ci si affida a un calligrafo, lo si fa perché si desidera una scrittura unica, unica non solo dal punto di vista estetico strettamente contemporaneo». Così la calligrafia, lungi dall’essere all’antica, si presenta come una tecnica e, al contempo, un’arte innovatrice, progressista: viene impiegata per brochure, ceramiche, copertine di dischi e libri, inviti, lenzuola, lampade, loghi, menù, payoff, partecipazioni (di nozze e non), pubblicità, slogan, titoli di film, vestiti.
Se abbandoniamo la scrittura a mano, ci consegniamo a tipi di caratteri (font, per la precisione) che di noi rivelano poco o nulla. Un giorno impiego il Times New Roman e un altro giorno il Cambria: che differenza fa visto che molti altri individui impiegano i medesimi font? Nessuna, mentre la disponibilità di tanti tipi di caratteri non rende meno anonima la nostra scrittura digitale. Rimane pur sempre una questione di qualità, non di quantità, e la prima la riscontriamo nella scrittura a mano. Dunque, a differenza di Socrate, direi che sì scrittura e pittura sono di questi tempi accomunate, sebbene alcune scritture e immagini vivano, parlino, mentre altre tacciono.
Tacciono i tanti font che imitano la scrittura a mano. Li ritroviamo ovunque, specie sulle pagine pubblicitarie (così, almeno io, confondo un prodotto pubblicizzato con un altro), ma pure (a mo’ d’esempio) sui menù al ristorante. Sono tanti e si stanno moltiplicando provate anche solo a dare un’occhiata a quelli che vi offre il programma di scrittura del vostro computer. Con cosa abbiamo a che fare quando ci affidiamo a un font simil-scrittura-a-mano? Con un falso, o con un falsario, che depreda la nostre mani, cancella l’intimità del legame tra le mani, lo strumento di scrittura, il destinatario, invalida le nostre individualità. La tua scrittura non è la mia scrittura, e, tra l’altro, la tua, al pari della mia, muta in base allo stato d’animo in cui ci si trova, a cosa si sta scrivendo, a chi ci si indirizza. Sebbene esistano tanti modi di scrivere a mano quante sono le persone che a mano scrivono, non tutte queste ultime sono calligrafi, professionisti della bella scrittura. A dispetto di ciò, rimane pur sempre arido un font che imita la scrittura a mano, diffondendo in effetti una sorta di squallore che la grafia, anche quando goffa, non presenta. La scrittura a mano rimane un prodotto prezioso, e ciò vale in misura esponenziale per calligrafia. Tanto più in quanto la bellezza è in sé preziosa, mentre un falso non contiene né eleganza, né onestà. Del resto, Dante (memorabile il suo incontro con Mastro Adamo, falsario del fiorino, e quanto Virgilio apprezzi poco lo spettacolo) ha collocato la bolgia dei falsari all’Inferno. Eppure i falsi vanno di moda: li troviamo qui e là, ascoltiamo falsità, acquistiamo prodotti falsi.
F. Biasetton,Untitled, Gouache on cardboard, 2004

Ci si dovrebbe turbare - continua Francesca Biasetton - anche perché, per riprendere le parole di Roland Barthes, “la scrittura manoscritta resta miticamente depositaria dei valori umani, affettivi; introduce del desiderio nella comunicazione”. Tra questi valori umani e affettivi annovero le regole. Ogni calligrafo professionista conosce bene le regole della calligrafia e, impiegando queste regole, mostra rispetto e affetto per il proprio committente. Scrivendo a mano si comunicano non solo contenuti, ma pure segni che trasmettono armonia, grazia, eleganza, equilibrio, proporzione. E si riesce perfino a comunicare, senza comunicare contenuti. Parte del mio lavoro la dedico all'asemic writing, ovvero a una scrittura priva di semantica. È una scrittura illeggibile, se così ci può esprimere, che però non tace, anzi».
Dietro ogni scrittura si trova un pensiero. La sua creatività, genuinità, profondità, intelligenza dipende dal mezzo. Forse, le cose stanno ancora diversamente, almeno secondo Friedrich Nietzsche: «I nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri». Ciò non deve ineluttabilmente significare un’opposizione tra mondo calligrafico e mondo digitale. Pensiamo a Steve Jobs. Nel suo famoso discorso alla Stanford University, ha dichiarato di aver frequentato corsi di calligrafia al Reed College, nel cui campus ogni poster ed etichetta erano in calligrafia. Jobs ne rimase affascinato. Corsi e fascino inutili? Non per il pensiero, né per la creatività. Difatti, come ha sottolineato lo stesso Jobs, proprio a quei corsi e a quel fascino si deve la progettazione del primo Mac, «il primo computer dalla bella tipografia».

domenica 13 gennaio 2013

Riscoprire la calligrafia


Il computer sta uccidendo una pratica millenaria 
I mezzi elettronici andrebbero banditi dalle scuole


Guido Ceronetti

"Corriere della Sera", 13 gennaio 2013 




Approfitto di una lunga vacanza terapeutica in prossimità di un mare inodoro per tentare di migliorare la mia grafia manuale, con l'aiuto di un libretto che a dirlo aureo lo si segnala debolmente. Ecco qua: Scrivere meglio, edito da Stampa Alternativa & Graffiti nel 1998, autori Francesco Ascoli e Giovanni de Faccio, calligrafi. Quattordici anni fa appena, ma tra la sopravvivente comunicazione chirografica e l'uniformazione tecnologica totalitaria in atto, la distanza è già, irreparabilmente, senza misura. Come tardivo rimedio, cercate il prezioso volume sulle vie elettroniche (dai librai, figuriamoci) oppure richiedetelo a Archie Pavia, il recuperatore di «Novecento di Carta», in via Acqui 9 bis Roma, che vi trova tutto; mentre l'indirizzo mancante dell'Editrice ve lo surroga quello dell'Associazione Calligrafica Italiana, via Giannone 4 Milano, che dubito esista ancora. Pubblicava una rivista «Calligrafia» di cui possiedo un paio di numeri soltanto, ma chissà, buttiamo i dadi, se me ne arrivasse qualcosa?
Primo uso di Scrivere meglio: trarne istruzioni per rieducare i bambini in età scolare, stravolti, stuprati prematuramente da «compiuter» e telefonino e che gli sia vietato l'accesso alle morbosità digitali degli adulti. Imparare a scrivere una elegante d curvata e un riuscito accoppiamento di una doppia t, è molto meglio di un superbo videogioco d'abbrutimento. Mi ci sono messo perché, come per l'amore e il desiderio, per imparare a scrivere meglio l'età non conta. Io ho l'età di Fidel Castro, con la stilo a cartuccia avrò scritto più di diecimila lettere, eppure nel manuale Ascoli-de Faccio ho una quantità di grafie da invidiare e sperimentare. Godo anche della consulenza dell'amico svizzero Orio Galli, grafico satirico eccelso, che tiene corsi di scrittura per adulti dealfabetizzati in Ticino. 
Tuttavia, a diciotto anni, nel 1945, diplomato in stenodattilografia, battevo accanitamente su più tastiere con nove-dieci dita; con meno dita e velocità calante batto ancora libri e articoli su portatile, e la faccenda dura da sessantasette anni. (Lutero mi presti il suo Ich kahn nich anders di Worms). Dalla prima Remington all'ultimo resto in lire, la scrittura meccanizzata su portatili ed elettriche è stata via via obbligatoria dovunque, anche nelle tende dei Tuaregh, con il suo popolo di adorabili dattilografe, paesaggio sonoro del XX secolo migliore della sega elettrica e del trapano del dentista.
Finché arrivò l'ordine perentorio dall'Occulto: Alt! Nelle generazioni industriali la fretta del cambiamento è sempre più forsennata. Nell'ignoranza del buono, si schiantano una dopo l'altra contro l'utopia del meglio. Non contano più neppure il trascorrere di un anno, di un mezzo anno. La durata media di ciascuna è l'età delle meduse. Oggi l'estensione del predominio elettronico è capillarmente quella del pianeta insieme ai suoi satelliti artificiali, e in questo Maelstrom di Poe vorticano tutto ciò che è stampa, lettura, scrittura, lavoro di mani, apprendimento, percezione. La risposta dei cerebri stressati è da un lato una pecorile acquiescenza, dall'altro l'illimitatezza delle depressioni.
Urge, dunque, riappropriarsi della scrittura manuale, della lettera imbucabile, dell'alfabeto e dei suoi caratteri, prodigio della creatività umana, del calcolo eseguito mentalmente. C'è ancora qualcuno cui piacerebbe vincere sul serio una guerra? I rimbecilliti del videogame, forse; non certo gli strateghi del Pentagono o d'Israele! La guerra sèguita a vivere, nel mondo, ma una volta cominciata entra in un irreversibile impotente disperato coma nel brodo del suo disonore. Poco più di cento anni dal War of the Worlds tramato dal genio di Wells, neppure più la guerra interplanetaria attira gli scrittori del genere, il cinema... Nell'insegnamento elementare la comunicazione elettronica dev'essere responsabilmente bandita, il riappropriarsi della scrittura vera partire di là. Ma temo si contino, maestre e direttrici didattiche tanto illuminate. 
Il fondo della questione — vedo pensandoci — oltrepassa da un pezzo lo «scrivere meglio» magistralmente messo in luce dal libro, perché il problema essenziale è scrivere. Tenere corrispondenza, annotarsi tutto in un diario, amarsi scriventi (senza amore di sé non soffi neppure una candela), amarsi diversi proprio perché si scrive. Questo che faccio è un Sos disperato, perché senza l'uso costante della grafia manuale il regresso civile e umano delle nazioni può essere spaventoso. Il libro è aperto e indulgente anche per chi abbia pessima scrittura, e sia svogliato nel migliorarla, purché ne abbia una.

Leggi anche A lezione di calligrafia

domenica 9 dicembre 2012

A lezione di calligrafia: la bella scrittura come brand


Nell’era del web il lettering diventa ancora di più espressione dell’anima

Michele Boroni



"Corriere - La Lettura",  9 dicembre 2012


Scrivere con i segni, disegnare attraverso le lettere. Questa è, in estrema sintesi, l'essenza della calligrafia. In realtà, dietro una disciplina che a molti potrà sembrare desueta e ricordare l'opera paziente di antichi amanuensi o gli esercizi di bella scrittura d'altri tempi, si nasconde un universo multiforme e una pratica contemporanea che tutti noi possiamo frequentare. Dopo l'ubriacatura tecnologica e l'omologazione dei software, era inevitabile un ritorno alla manualità. In Italia e in tutta Europa nascono corsi sia per migliorare la scrittura manuale, sia per scoprire il proprio potenziale creativo.

«Con l'avvento della stampa si pensava che la scrittura a mano sarebbe scomparsa — racconta Monica Dengo, calligrafa e ideatrice di corsi di scrittura —. Invece è diventata uno strumento propulsore che ha dato vita a una moltitudine di scritture individuali desiderose di pubblicazione. Allo stesso modo, ora che stiamo gradualmente perdendo la scrittura manuale in favore di quella digitale, ci si rende conto che la calligrafia non serve solo a trasmettere un messaggio, ma anche un bisogno profondo di esprimere la propria specifica, inimitabile personalità». Cambiano le finalità: scrivere a mano porta alla riscoperta della funzione espressiva, al piacere del puro gesto. «Nei corsi si lavora persino sulla scrittura illeggibile: dunque non solo "bella calligrafia", ma una perlustrazione completa del mondo della scrittura manuale, vista anche come arte visiva personale», continua Dengo, che è anche presidente del Centro internazionale di Arti calligrafiche con sedi a Roma e Arezzo.

Stiamo assistendo alla rinascita di una disciplina che, specialmente in Inghilterra, è stata viva fin dagli inizi del secolo scorso, ma che negli ultimi vent'anni ha avuto un grande impulso anche nel resto dell'Europa grazie a molti gruppi di studi di calligrafia occidentale in Giappone, dove la scrittura a mano (shodo, letteralmente «la via della scrittura») è considerata al pari dell'arte figurativa. Solitamente si tende, piuttosto, ad apparentare il tratto intimo e meditativo dell'arte calligrafica alla danza: entrambe implicano il senso dello spazio, del ritmo, dell'azione e persino delle pause. Pratiche del corpo con uno spessore meditativo e corporale che si trova anche nello yoga.


La scrittura corsiva consente al nostro pensiero di arrivare fluido sul foglio, senza particolari cesure, fratture o intermediazioni; in un certo senso è la nostra lingua privata che permette di raccontarci meglio. Oggi però oltre il 40% dei giovani tra i 14 e i 19 anni non sa più utilizzare il corsivo, con il risultato che la fatica raddoppia a prendere appunti durante la lezioni. Quindi per molti è necessario iniziare il percorso da bambini, magari cambiando il metodo di insegnamento. Lo scorso anno la stessa Dengo, insieme con altri calligrafi, ha reintrodotto il corso di calligrafia (cessato nelle scuole negli anni Settanta) all'Istituto paritetico di Terranuova Bracciolini (Arezzo) con un metodo innovativo, in cui viene ripreso il corsivo italico — tipo di carattere a mano le cui semplici forme risalgono al Rinascimento e vengono eseguite con un unico tratto di penna — in una modalità facilitata e più divertente per i bambini rispetto ai quattro tipi di scrittura (stampatello e corsivo minuscolo e maiuscolo) imposti dai programmi ministeriali.

Dunque la voglia di scrivere a mano è un ritorno ai tempi antichi? Un fenomeno vintage? Non proprio. Semplicemente, come scrive anche il sociologo Richard Sennett nel suo L'uomo artigiano (Feltrinelli), un ritorno coscienzioso a saper fare bene le cose, all'apprendimento di una disciplina e all'utilizzo dell'intelligenza della mano. Per affermare la contemporaneità della calligrafia è uscito recentemente il libro Take Your Pleasure Seriously (Lazy Dog Press), dedicato alla figura di Luca Barcellona, classe 1978, nato come writer e graffitista e oggi tra i più stimati calligrafi di lettering artistico e commerciale. Brand e agenzie pubblicitarie sono, infatti, particolarmente attratti dalla grande forza comunicativa del lettering scritto a mano. Ma la rinnovata passione per la calligrafia non deve esser vista come una ribellione al mondo digitale. «In Italia — racconta Roberta Buzzacchino, che usa la calligrafia per realizzare mappe mentali, rappresentazioni grafiche del pensiero attraverso la scrittura radiale — i corsi di calligrafia sono stati promossi attraverso Twitter ideando l'hashtag #scriviamoamano, per dimostrare che anche un momento intimo e personale come la scrittura a mano può essere condiviso e social». La biografia di Steve Jobs, che iniziò la propria avventura proprio con l'iscrizione a un corso di calligrafia presso il Reed College di Portland, diventa un esempio paradigmatico. Come ricorda Jay Elliot in Steve Jobs. L'uomo che ha inventato il futuro (Hoepli) nei suoi appunti da studente, colui che ha ideato l'iPhone e l'iPad scriveva: «È la mano la parte del corpo che più di ogni altra risponde ai comandi del cervello. Se potessimo replicare la mano, avremmo realizzato un prodotto da urlo».

PER APPROFONDIRE: Corsi di calligrafia.


Da "Courriere International" (in lingua francese): 




A l’heure d’Internet, les cours de calligraphie se multiplient en Europe. 
Et les agences publicitaires s’arrachent les professionnels de la discipline.




La nuova vita della carta

Cristiana Raffa

"Corriere - La Lettura", 9 dicembre 2012



Nei Walt Disney and Pixar Animation Studios, in California, dove si va a lavorare in scarpe da ginnastica e si gioca a minigolf in sala riunioni, sono impiegati fino a quindici disegnatori per ogni produzione. Più avanza la tecnologia che rende verosimili le animazioni in pixel, più c’è bisogno di precisi schizzi a matita. I 27.555 disegni per A Bug’s Life sono raddoppiati per Alla ricerca di Nemo, triplicati per Ratatouille, quintuplicati per Ribelle. Quel che fanno dietro le quinte gli animatori lo vediamo ogni volta che viene allestita una mostra che ne celebra la magica attività; è stato così proprio per la retrospettiva sulla Pixar che ha girato il mondo passando anche per l’Italia, o per quella dedicata dal Moma a Tim Burton nel 2009. Ancora oggi, con gli storyboard, lavorano quasi tutti i registi, come ha ben documentato lo scorso anno il Museo del Film e della Televisione di Berlino.

È la carta il trait d’union tra ieri e domani: ieri c’era un mondo che «sulla pasta di carta ha fondato le sue rivoluzioni», come ha scritto il critico americano Clement Greenberg nella sua lettura dell’arte del XX secolo. E domani, forse, anche. La carta è ancora il materiale che consumiamo maggiormente, persino più del cibo. Non è pronta per entrare in un museo, come proponeva provocatoriamente qualche giorno fa Ian Sansom sul quotidiano inglese «The Guardian» (che continua a smentire le voci che ne danno per spacciata la versione cartacea a causa di perdite per 100 mila sterline al giorno), semplicemente perché non è ancora un pezzo da museo. Il processo creativo di chi produce per l’industria culturale e dello spettacolo — anche se il fine è un’interfaccia multimediale — passa ancora da lì. Si pensano su carta le applicazioni per smartphone, che siano giochi o servizi, partendo da strutture che sono trasferite più volte dalla mente al block notes. Spiega Pietro Saccomani, cofondatore di Fifty Pixel, start-up italiana a Londra fornitrice per Groupon e Apple: «Vivendo immersi nella tecnologia abbiamo provato soluzioni completamente digitali — un’ottima app per iPad si chiama proprio Paper — che offrono il vantaggio di rimediare facilmente a un errore o di ripercorrere a ritroso velocemente i progetti, ma nulla ha la flessibilità, la leggerezza e l’immediatezza della carta. Quando programmiamo per mobile o per un sito Internet disegniamo l’interfaccia con un pennarello, così non ci facciamo distrarre dalla tecnologia e ne discutiamo più agevolmente col gruppo di lavoro».

È nato così anche Arduino, l’hardware open source italiano per lo sviluppo di oggetti interattivi che ha cambiato la vita ai «makers» (gli artigiani del digitale) di tutto il mondo. Racconta il suo inventore Massimo Banzi: «Continuo a disegnare architetture e appunti su grandi fogli, anche se i giornali e i libri li leggo ormai solo sul tablet». Che la via stia dunque nella convivenza, magari nella cooperazione, tra i mezzi, senza che l’uno debba necessariamente uccidere l’altro? Per mostrare ai fan come prendono forma i suoi spropositati look, Lady Gaga pubblica su Instagram i bozzetti fatti amano per lei dai grandi stilisti (basta digitare «Gagapedia sketches» su Google). Giorgio Armani, che ha disegnato gli abiti più d’avanguardia per l’ultimo tour della popstar italoamericana, dichiara: «La tecnologia è un acceleratore utilissimo, ma un modellista lavora manualmente: la mano è molto diversa da un tasto, con matita e foglio io tengo fede alla mia origine di designer puro».
Generati da un fumetto analogico sono anche gli uccellini che hanno rivoluzionato la storia dei giochi digitali, gli Angry Birds della finlandese Rovio (lo scorso 8 novembre la versione Star Wars ha segnato un record di downloads sull’AppStore a sole 2 ore dal lancio): «È cominciato tutto quando uno dei designer ci mostrò lo schizzo su carta di un uccellino infuriato perché un maiale verde, probabilmente ammalato di influenza aviaria di cui si parlava in quel periodo, gli aveva rubato le uova», spiega Ville Heijari, vicedirettore della divisione Media Franchise. E cosa ha portato gli sviluppatori Nintendo a continuare la saga di Paper Mario (versione «di carta» dell’idraulico più amato del pianeta) con il nuovo gioco Sticker Star per la consolle 3DS? La «paperisation» dell’icona Super Mario e del suo mondo, col merchandising, ovviamente di carta, che continua ad appassionare i ragazzi.
Alla carta ha reso omaggio la scorsa estate il genio dell’architettura Frank O. Gehry con il grandioso allestimento di un Don Giovanni di Mozart a Los Angeles, fatto completamente di scartoffie. Lui, padre della «paper architecture», dice: «Non posso pensare a un processo creativo senza carta», e continua a insegnarlo ai giovani del suo studio. E se «The Daily», il primo quotidiano solo per iPad pubblicato da Rupert Murdoch, chiude dopo neanche due anni di attività, lontano dagli Usa e dall’Europa i giornali «di carta» stanno vivendo oggi la loro stagione d’oro: in India, Cina, Brasile, Sudafrica avanza una classe media desiderosa di notizie da sfogliare, magari mentre si sorseggia un caffè al bar.
Il nostro rapporto col materiale che più apre le porte alla mente è un bisogno pratico. Non c’è da stupirsi se il foglietto più pop della storia, il Post-it, regga sulmercato nonostante l’aspra concorrenza: oltre 4 miliardi di dollari di fatturato nel 2011, con un segno sempre positivo rispetto agli anni precedenti.
Un caso emblematico per capire quanto sia cieco ipotizzare un’apocalisse del mezzo cartaceo è stato raccontato dal «Wall Street Journal» che ha preso in esame l’iter produttivo di Paperless Post, una delle start-up di maggior successo a New York negli ultimi tre anni, fondata da due ventenni di Harvard. L’azienda, oggi 50 impiegati e 10 milioni di dollari di fatturato, produce dal 2009 biglietti di auguri digitali. Dalmese scorso la svolta: «Abbiamo iniziato a produrre cartoline di carta perché il 50% dei nostri clienti ce le chiedeva, disposti a pagarle 10 volte di più: 2 dollari per cartoline reali, 20 centesimi per quelle virtuali», spiega il fondatore James Hirschfeld, 26 anni, che prevede un futuro ancora ibrido. «Benché avessimo un’impresa che puntava tutto sul digitale — continua —, ci troviamo a invertire parzialmente la rotta. I consumatori ci hanno messo 15 anni per abituarsi all’e-commerce, ora vogliono soluzioni buone sia online che offline. Su questo stanno ora puntando anche grandi portali come Warby Parker, Bonobos, Piperlime».
Se dunque la fruizione prende l’inevitabile (seppure altalenante) strada della smaterializzazione, il processo creativo segue sempre le stesse puntuali logiche (analogiche): una palletta di carta che fa canestro nel cestino, fino al lampo di genio che ci avvicina al futuro.