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martedì 14 ottobre 2014

Il grand Tour sotto il duce


La lungimiranza degli stranieri neutrali

La miopia degli osservatori antifascisti

L’arrivo al potere di Mussolini attirò l’attenzione di molti autori giunti dall’estero

Alcuni affermarono che il popolo si sarebbe presto ribellato alle camicie nere
altri invece capirono che la dittatura aveva basi solide ed era destinata a durare

Paolo Mieli

"Corriere della Sera", 13 ottobre 2014

Il primo osservatore straniero che seppe dare un giudizio severo del fascismo fu lo scrittore jugoslavo (futuro premio Nobel), Ivo Andric. Nel novembre del 1921, al momento del congresso fascista di Roma, vide «i cortei d’uomini in camicia nera adornati con una testa di morto, scarmigliati, sfilare a passo di parata per le vie tranquille della capitale» e individuò chiaramente «l’origine e il percorso del fascismo». «Fatta eccezione per alcuni entusiasti professori barbuti, figli di buona famiglia e studenti occhialuti», li descrisse l’autore del romanzo Il ponte sulla Drina , «tutti gli altri avevano visi poco intelligenti, brutali, da provinciali violenti… La testa scoperta, il viso illividito dal freddo intenso, con un entusiasmo arrabbiato, indossando fasce con caratteristiche parole d’ordine (“Me ne frego”, “Disperata”), brandendo manganelli nodosi, piuttosto che semplici bastoni di ferro o di piombo, evidentemente consacrati dalla tradizione di numerose risse». «È la provincia oscura, rozza, calata a Roma avida di battersi e assetata di potere… un’invasione di canaglie e di arrivisti». Lo scrittore rimase poi strabiliato dal comportamento dei politici del tempo: «L’organizzazione temibile di Mussolini, e il pericolo che ne deriva per i governanti, non distoglie affatto questi ciechi dai loro meschini intrighi parlamentari per rovesciare un governo e impossessarsi dei ministeri… Il parlamentarismo italiano marcia rapidamente verso la sua rovina». 
Uno tra i migliori eredi di Renzo De Felice, Emilio Gentile, già autore di testi fondamentali sul totalitarismo, ha raccolto in un volume denso di suggestioni, In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri (in uscita da Mondadori), osservazioni e riflessioni «da fuori» sul ventennio nero. Il venticinquenne giornalista marxista tedesco Hanns-Erich Kaminski giudicò Mussolini «un pagliaccio». Riferì di aver fatto vedere la sua foto a parecchie persone, chiedendo loro chi pensavano che fosse, e che le risposte furono pressoché unanimi: un tenore o un attore di cinema. Kaminski non ebbe dubbi: Mussolini era «un commediante», che valuta ogni atto «in funzione dell’effetto», «aspetta sempre l’applauso ed è pronto a prostituirsi per essere adulato». Nel febbraio del 1925, quando ormai Mussolini era saldo al potere, Kaminski scrisse che il Duce era «solo». «Il popolo italiano», aggiunse, «lotta oggi per la sua libertà, e poiché per il suo carattere e la sua storia può vivere esclusivamente come un popolo libero, esso combatte in verità per la sua stessa esistenza». Maliziosamente Gentile riproduce la previsione evitando di sottolineare come si dovettero attendere vent’anni perché essa si inverasse. 
Stessa malizia si intravede nella citazione di quel che scriveva il socialista americano Charles Edward Russel, secondo il quale già in quei primi anni Venti il sentimento generale contro Mussolini era così grande che «nessuno si sarebbe stupito di qualsiasi cosa gli fosse capitata», dal momento che «egli aveva commesso, o aveva permesso al suo governo di commettere, ciò che agli occhi degli italiani era la più grave delle offese: aver negato lo spirito della rivoluzione italiana, aver tradito la tradizione di Mazzini». Sulla base di questa percezione, Russel si diceva sicuro «che la fine della dittatura non era lontana dal momento che la maggioranza della nazione era manifestamente contro di essa». Il politico catalano Francisco Cambò, dopo l’uccisione del leader socialista Giacomo Matteotti, si disse certo del fatto che Mussolini non poteva «far altro che capitolare»: «si mantiene al governo perché, oggi come oggi, nessuno vuole sostituirlo». 
Più trattenuto (quantomeno per quel che riguardava le previsioni) fu il giornalista radicale inglese William Bolitho, secondo cui il Duce aveva «depredato il Paese della libertà e di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta». «Nel terzo anno del suo dominio», scriveva Bolitho nel 1925, «l’Italia è un mondo silenzioso e ombroso, dove gli uomini hanno paura di essere visti per le strade in compagnia della verità». Ma poi allargava le responsabilità di quel che stava accadendo da Mussolini ai suoi predecessori dell’Italia liberale: Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti. Loro «avevano usato la corruzione per dominare; il capo del fascismo oltre alla corruzione, faceva ricorso al revolver e al manganello» e questa «era l’unica differenza importante fra l’Italia sotto Mussolini e l’Italia governata dai liberali». Infine anche a lui il Duce appariva come «il sorvegliante di una prigione piena di carcerati» e il fatto che avesse imposto la censura gli sembrava essere «la prova più evidente dell’assenza di un reale consenso da parte dei suoi concittadini». Ma allora perché il Paese non si ribellava? Per la passività generale: «Passiva l’opinione pubblica, impaurita e ignorante; passive le Forze armate, che si mantengono neutrali, attorno a una monarchia circospetta; passiva e paralizzata l’opposizione politica; passiva la stampa ostile al regime; passiva la classe lavoratrice sottomessa». Unica, parziale, eccezione la Chiesa, passiva anch’essa, ma che «ha sollevato la protesta più alta da quando la libertà di stampa è stata soppressa». 
Rappresentazioni polemiche dell’Italia fascista diedero anche lo scrittore e giornalista francese Henri Béraud, l’americano John Bond e gli spagnoli Juan Chabas e Alicio Garcitoral. Quest’ultimo nel 1930 parlava delle «maschere» del Duce, che da agitatore antiborghese si era messo in tutto e per tutto al servizio della borghesia. Opinione simile a quella del comunista tedesco Alfred Kurella, che nel 1931 esultava perché a suo dire era caduta «la maschera di Mussolini» e «caduta la maschera, Mussolini è sparito e appaiono i brutti ceffi dei possidenti, degli industriali e dei banchieri, i veri padroni dell’Italia fascista». 
Il libro di Gentile non è e non vuole essere a tesi. Ma quel che viene fuori è che (tralasciati i non pochi simpatizzanti esteri del regime fascista, come il giornalista inglese Percival Phillips o l’ex ambasciatore americano a Roma Richard Washburn Child) gli osservatori neutrali, che sono la maggioranza, danno un giudizio più articolato di quello degli antagonisti su quel che accadde in Italia tra gli anni Venti e la metà degli anni Quaranta. Non di rado, un giudizio che contiene qualche concessione. 
È il caso di Edgar Ansel Mowrer, corrispondente in Italia del «Chicago Daily News», il quale incontrò Mussolini già nel maggio del 1915 e il 29 ottobre del 1922 fece con lui il viaggio in treno che portò il futuro capo del governo nella capitale all’indomani della marcia su Roma. Grande amico di Giuseppe Prezzolini, Mowrer, pur non avendo grande simpatia per il Duce, scrisse pagine assai acute sull’«inatteso risveglio» del nostro Paese. Mowrer era rimasto colpito da un’affermazione di Francesco Saverio Nitti: «Noi italiani non facciamo rivoluzioni, facciamo discorsi». Effettivamente, aggiungeva il giornalista americano, agli italiani piaceva annunciare intenzioni e «spararle grosse». Tale abitudine, aggiungeva, «sarebbe innocua se non fosse per il fatto che questo gas verbale è di gran lunga più micidiale di quelli usati in guerra, perché crea una cortina tra chi parla e la realtà, dando di questa un’immagine distorta; agli italiani accade di vedere ogni cosa attraverso una cortina fumogena di iperboli, retorica e semplici assurdità». 
Stesso discorso vale per lo scrittore inglese Richard Bagot. E per lo studioso francese Maurice Pernot, che attribuiva «la causa originaria del fascismo alla carenza dell’autorità dello Stato nel corso dei primi due anni del dopoguerra»; secondo lui era merito del fascismo aver fatto appello alla nazione affinché la smettesse di piangersi addosso e riacquistasse l’orgoglio assieme alla volontà di riaffermare il proprio ruolo nel mondo, come aveva fatto con l’interventismo, con la guerra e con la vittoria. L’americano Carleton Beals tenne un diario della marcia su Roma e fece acute notazioni su quanto il degrado dei servizi nel primo dopoguerra avesse contribuito all’affermazione del partito fascista: «Condurre affari pubblici richiedeva infinite complicazioni burocratiche, conoscenze influenti ed esborso di denaro… Telefonare era pressoché impossibile, le poste erano nel caos più completo». 
Benevoli furono in qualche modo Kenneth Roberts e il riformista George Herron, che deprecò il «sistema tirannico delle leghe rosse» e sostenne le ragioni degli italiani in merito agli esiti della Prima guerra mondiale. Così anche Paul Hazard che, riprendendo le osservazioni di Beals sulla burocrazia, vedeva come gli abitanti dell’intera penisola si attendessero dal fascismo il «miracolo più grande»: «Forse attaccherà i ministri e i burocrati dei ministeri; forse farà comprendere ai burocrati di Roma che “urgente” non vuol dire “sei mesi”; e farà capire agli italiani che le leggi sono fatte per essere osservate, qualunque cosa ne pensino». 
L’unica alternativa al fascismo individuata da questi osservatori stranieri, in viaggio per l’Italia all’inizio degli anni Venti, si trovava nel mondo cattolico. Hazard si disse molto favorevolmente impressionato dall’arcivescovo di Milano Achille Ratti (il futuro Papa Pio XI). E dal fondatore del Partito popolare, don Luigi Sturzo: «L’istinto delle realizzazioni pratiche è la sua passione», scrisse, «è dappertutto, vede tutto, prevede tutto, interviene al momento opportuno per proporre agli esitanti, agli indecisi, ai confusionari, le soluzioni opportune». E ancora: «Cosa sarebbe il Partito popolare senza di lui? Certamente senza di lui non sarebbe arrivato a un tale livello di prosperità… Don Sturzo lo domina: ne è il dittatore; so che si irrita quando lo si chiama così, e protesta… Diamogli questa soddisfazione e diciamo allora che don Sturzo è un soldato semplice come Napoleone era il piccolo caporale». Ma Hazard previde anche quel che stava per accadere nel nostro Paese. I fascisti, scriveva prima della marcia su Roma, consideravano l’Italia «gravemente ammalata» e «dopo averla salvata, volevano guarirla… spazzando via gli uomini al potere e installandosi al loro posto, ripudiando le istituzioni sorpassate, i metodi invecchiati, le abitudini timide». Ed era bene non farsi illusioni: «Essi vanno diritti a un colpo di Stato, profezia tanto più facile da farsi, dal momento che l’annunciano rumorosamente». 
Per il resto, fa notare Gentile, anche un osservatore poco sensibile al fascino mussoliniano come Beals si sentì in dovere di riconoscere che quella del Duce era «una personalità trascinatrice di primo piano» e notò la sua «determinazione calvinistica» che si univa a una sorta di «egoismo cromwelliano»; inoltre «questo leader energico, alquanto dogmatico eppure fantasioso, è diventato sempre più, col passare del tempo, un punto di raccolta attorno al quale può turbinare la corrente emotiva del popolo». 
Kenneth Roberts, pur assai critico nei confronti della deriva autoritaria mussoliniana («se tutti gli atti di Mussolini sono costituzionali, allora il monumento di Washington è fatto di caramelle alla menta», ironizzò), riconobbe l’effetto della sua «magia nera» che aveva salvato l’Italia mentre stava precipitando nel gorgo di un disastro finanziario «al cui confronto le cascate del Niagara sarebbero apparse come una placida pozzanghera d’acqua piovana». Gli italiani, osservava Roberts (sfavorevolmente impressionato dal peso che sull’amministrazione pubblica avevano «burocrati che non avevano mai udito il suono di una sveglia»), «non sono abituati a rispettare la tabella di marcia, specialmente (e siamo di nuovo a quel che aveva colpito Beals e Hazard, ndr ) quelli impiegati nell’amministrazione pubblica… Mussolini ha messo fuori dalla burocrazia statale migliaia di impiegati per migliorare l’efficienza degli uffici; il risultato è che ora tutti gli altri sono solerti. Sotto di lui, un ufficio statale italiano appare il luogo più indaffarato del mondo». Anche se, avvertì l’americano Clayton Cooper, in Italia «è più facile fare una rivoluzione che costruire un governo stabile». E, aggiunse Beals, «per quanto forte sia questo Stato, l’Italia è ancora un guscio di noce nel mare tempestoso d’Europa». 
Colpisce in questo straordinario libro di Emilio Gentile la diversità tra i giudizi più ingenui e ottimisti degli antifascisti e quelli ben più profondi e realistici degli osservatori che tenevano ben distinta l’analisi dalla battaglia politica. Ma colpisce altresì l’ampiezza di credito che, in virtù di queste analisi, fu dato in sede internazionale all’esperimento mussoliniano. Il che spiega anche i comportamenti non ostili delle supposte potenze antifasciste fino alla metà degli anni Trenta. E anche oltre, in qualche caso. 

Voci antagoniste e simpatizzanti nella rassegna di Emilio Gentile
Esce in libreria domani il volume In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri (Mondadori, pagine 360, e 20), nel quale lo storico Emilio Gentile offre un’ampia rassegna dei giudizi che autori esteri di vario orientamento formularono sul fascismo e sul suo capo. Nato a Bojano, in provincia di Campobasso, nel 1946, Gentile è stato allievo di Renzo De Felice. Studioso del fascismo e più in generale del totalitarismo, si è occupato a fondo anche dello sviluppo dell’identità nazionale italiana dal Risorgimento in poi. È uno dei più autorevoli sostenitori della tesi secondo cui il fascismo fu un regime pienamente totalitario. Un saggio di Gentile sul primo conflitto mondiale, L’apocalisse della modernità , uscirà in edicola con il «Corriere della Sera» l’11 dicembre prossimo nella collana «La Biblioteca della Grande guerra».

sabato 6 settembre 2014

La nostra Africa nascosta sotto i cliché


Esotismi e immagini romanzesche 
coprono una realtà economica in continua espansione

Remo Bodei

"La Stampa", 4 settembre 2014

Nel giudicare altri popoli e culture i pregiudizi e i luoghi comuni sono frequenti e quasi inevitabili. Eppure, quelli nel tempo che si sono accumulati sull’Africa, specie sulla sua zona subsahariana, superano di gran lunga quelli che pesano su altre parti del mondo.
Sappiamo generalmente assai poco, a livello di senso comune, di un continente così disomogeneo, esteso su una superficie di trenta milioni di chilometri quadrati, composto da cinquantaquattro Stati, in cui si parlano quasi duemila tra lingue e dialetti, ora abitato da oltre un miliardo di persone, ma che, per effetto del più alto tasso di crescita demografica, raggiungerà entro il 2050 un miliardo e ottocento milioni, un quarto dell’intera popolazione del pianeta. Sebbene l’Africa sia il continente in cui poco meno della metà della popolazione è colpita dalla povertà, grazie all’aumento del prezzo delle materie prime e al ritorno degli investimenti stranieri, conta oggi nella sua parte subsahariana sei dei dieci Paesi che, nel mondo e nel primo decennio di questo secolo, hanno raggiunto i maggiori tassi di crescita.
Nel nostro immaginario occidentale l’Africa possiede sostanzialmente due volti, uno positivo e uno negativo, dove la realtà si intreccia con la fantasia e i racconti degli esploratori, dei colonizzatori, dei missionari e dei mercanti del passato, che hanno forgiato le nostre idee, si scontrano con i dati economici, politici e sociali del presente. Nel primo caso, essa è caratterizzata, fin dall’antichità, dalla presenza dell’oro, dalla varietà e dalla maestosa grandezza degli animali, dai deserti e dalle foreste ostili all’uomo e dall’essere stata per millenni un luogo misterioso, in gran parte inesplorato dagli europei (ha quindi suscitato curiosità, sogni e progetti avventurosi di esplorazione e di ricchezza). Nel secondo caso, essa evoca fame, miseria, siccità, clima insalubre, malattie tropicali, corruzione dei governi, conflitti etnici. Appare spesso, in sostanza, come un continente senza speranza di riscatto.
Fino a non molto tempo fa il ricordo di antichi episodi di barbarie si sommava a stereotipi razzisti di vario tipo, da quelli truci che mostravano il negro come l’anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo a quelli edulcorati in forma di vignette con esploratori bianchi in un pentolone, pronti per essere divorati dai cannibali, indigeni in costume tribale ma con la sveglia al collo oppure di canzonette degli Anni Cinquanta del secolo scorso che oscillavano tra l’irrisione di «Quando io vedere buccia di banana / me venire in mente Africa lontana», le allusioni oscene di «Il tucul è una capanna in cui Bongo fa la nanna» e la condiscendenza paternalistica di Angelitos negros, le cui parole suonavano così in italiano: «Non sono che un povero negro, ma nel Signore io credo / e so che Egli tiene d’accanto tanti negri che hanno pianto» […].
Siamo abituati poi a immaginare l’Africa come soggetta da secoli agli Europei, ma in realtà – si pensi all’impero medioevale del Mali, all’Etiopia o alla Liberia, una piccola nazione fondata nel 1821, voluta dagli Stati Uniti e composta da schiavi liberati – gli Africani, a prescindere da alcune enclaves nelle coste, rimasero sostanzialmente indipendenti dagli Europei fino ai primi decenni dell’Ottocento. Solo alla fine del Settecento cominciò, infatti, l’esplorazione e la penetrazione all’interno del continente. Si può anzi stabilire una data precisa: il 1795, quando lo scozzese Mungo Park raggiunge le foci del Niger. Da allora inizierà la fase dell’esplorazione sistematica e della colonizzazione, con la conquista francese dell’Algeria nel 1830 e la successiva accelerata spartizione del continente con il Congresso di Berlino del 1884-1885, voluto da Bismarck anche come effetto della crisi economica mondiale del 1873, che aveva spinto alla ricerca di nuovi mercati e di materie prime. Tale congresso stabilisce le zone di appartenenza o di influenza della diverse nazioni europee e dà luogo fino al 1914 a una corsa in vista della sistematica occupazione dei territori («scramble for Africa»). La parte del leone, è il caso di dire, la fanno la Francia e l’Inghilterra, ma zone consistenti spettano al Portogallo, al Belgio, alla Germania e all’Italia.
In rapporto alla millenaria storia dell’Africa, il dominio coloniale è relativamente breve: dura sostanzialmente una ottantina d’anni ed è seguito, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, da ondate successive di processi di decolonizzazione […].
La fame e la povertà sono dovute al sovrapporsi di fattori naturali e socio-politici. Il terreno è in gran parte poco fertile (non solo perché è povero nelle savane e negli altipiani, ma anche perché il deserto avanza attualmente a velocità impressionante) e il dominio coloniale ha sostituito le tradizionali colture miranti alla sussistenza con quelle richieste dai mercati di esportazione. Inoltre, le disparità tra nazione e nazione (si va, secondo le stime, dai 26.000 ai 38.000 dollari pro capite della Guinea Equatoriale ai 396 della Repubblica Democratica del Congo) e tra ricchi e poveri sono enormi, anche perché le risorse locali e gli aiuti internazionali vengono intercettati sul piano politico. Non è, infatti, l’economia a dominare, ma la politica, rappresentata da governanti che si impossessano personalmente delle risorse e le distribuiscono alle loro clientele, spesso nelle regioni della loro etnia di provenienza. Se la corruzione è diffusa, va anche aggiunto che ben otto Stati africani (compresi la Namibia, il Ghana e il Rwanda) sono considerati dall’Indice di percezione della corruzione di «Transparence International» meno corrotti dell’Italia.

sabato 26 luglio 2014

Marino Niola: luoghi e leggende dell'Italia pagana



La valle incantata che nasconde Madone in attesa

"La Repubblica", 16 luglio 2014

Le dee acquatiche sono ancora fra noi. E il loro ultimo rifugio è la Valtiberina. Da questo imponente anfiteatro che, inseguendo il cammino del Tevere, scende dalle alture del monte Fumaiolo fino a Città di Castello, le ninfe non sono partite. Con buona pace di T. S. Eliot sono ancora loro le testimoni delle notti d'estate, le signore di fiumi e sorgenti che scorrono nelle vene di questa terra in stato di grazia. Fonti sulfuree, laghetti incantati, polle fumiganti, ruscelli saltellanti, zampilli trasparenti. Una natura in stato di perpetua effervescenza. Dove nulla è immobile e tutto è vivo, animato da un soffio epifanico.
Sembra l'immagine del panta rei eracliteo. Non a caso Plinio trovava qualcosa di sacro in questo pendio che, passando per Sansepolcro e Anghiari, declina dolcemente verso valle. Come l'acqua che scorre. Un movimento fluviale interrotto solo da borghi, cappelle, sacelli, tabernacoli e pievi che sembrano essere stati messi lì apposta per separare le acque dalle acque. Uno scenario da Genesi che aiuta a capire perché in principio di tutto fu l'acqua, madre degli esseri e delle cose. E perché da queste parti la generazione è da sempre il culto per antonomasia, il tabernacolo liquido dell'immaginario.
Molto prima che il cristianesimo trionfante insediasse le sue Madonne in Maestà, qui regnarono le Grandi Madri italiche. L'etrusca Uni, creatrice della vita, la romana Cerere, dea delle messi, Lucina, colei che porta i bambini alla luce. E una miriade di divinità minori partorite dal ventre di una terra madre sempre gravida di forme. Come le cosiddette pietre della gravidanza, ex voto a foggia di utero, e le pietre lattaiole, chiamate anche "mamme longobarde", che venivano usate come amuleti da appendere al collo delle puerpere perché la montata lattea fosse abbondante. Ma anche per difendere il seno materno dalle dame bianche, quelle che rubavano il latte. Fino alla fine della Seconda guerra mondiale, le donne evitavano di portare nei boschi i bambini non svezzati per paura del sortilegio delle pallide silfidi. Mentre, per propiziarsi la pro- tezione delle antiche signore dell'acqua, le donne incinte immergevano gli abitini dei nascituri nelle fonti sacre. E offrivano pane, miele, spighe di grano. Ma anche gigli, i fiori di Giunone. E delle focacce di farro che venivano chiamate addirittura placente. Gli stessi doni che dopo la cristianizzazione vengono offerti alle Madonne del latte, che raccolgono il testimone delle dee pagane. Non a caso fino a pochi decenni fa in queste campagne si usava mettere le placente in vasi a forma di utero e calarle nei pozzi vicini alle chiese e alle fontane benedette per favorire la lattazione.
Una vera e propria archeologia della maternità che ha il suo perturbante epicentro sacrale a Monterchi, dove regna sovrana la Madonna del Parto di Piero della Francesca. La più enigmatica delle Vergini col pancione. Che in questa parte d'Italia erano numerosissime, fino a quando la Chiesa a fine Cinquecento non considerò sconveniente l'esibizione del ventre gonfio, cancellando la maternità vera di Maria in favore di un dogma senza corpo. Madre-bambina e matrona implume, la definì Pasolini, che fece della giovinetta dallo sguardo adulto e dalla cera impassibile l'archetipo della maternità.
Un affresco che non è un affresco. Ma piuttosto una reincarnazione della genitrice primigenia, della Grande Madre nascosta sotto il manto della Madonna. E non è un caso che Piero l'abbia dipinta per la cappella di Santa Maria della Selva, in quel luogo silvano abita- to da sempre dagli spiriti della natura. Perché anche il suo immaginario era abitato da quelle stesse potenze femminili, da quell'abisso materno che si riflette negli occhi di nostra signora del parto.
E proprio come una padrona della vita e della morte l'ha sempre trattata il popolo della valle del Cerfone. Il fiume che fu sacro a Cerfia, la dea italica che regolava i destini femminili. È dalla fine del Quattrocento che le donne qui hanno fatto di questa icona mariana la protettrice delle puerpere, la santa delle gravidanze impossibili, la suprema levatrice celeste. E quando nel 1944 Goering ordinò alla Wehrmacht di portare l'affresco in Germania, il soprintendente di Arezzo corse a murarla nottetempo per sottrarla alla razzia. Ma si trovò accerchiato da una schiera di donne armate di falci, roncole e forconi, decise a linciarlo perché lo avevano scambiato per un ladro. La stessa cosa nel 1954, quando si sparse la voce che la Madonna sarebbe andata in prestito a Firenze per una mostra sul Rinascimento, la popolazione muliebre insorse. E non ci fu verso di far muovere il dipinto. «Come facciamo noi senza di lei», si giustificarono le ribelli, «il parto è pericoloso e un conforto a noi non ce lo dà nessuno, è solo lei che ci protegge e che ci aiuta a sopportare il dolore».
Una volta le puerpere bevevano l'acqua di una fonte vicina alla chiesa e per scongiurare il taglio cesareo toccavano il vestito e la pancia di Maria. E ancora oggi le partorienti le offrono fiori e spighe, nonostante non si trovi più nella cappella originaria, ma in un museo ospitato in una ex scuola. Facendo cortocircuitare l'immagine di culto e il culto dell'immagine. Che da oggetto di devozione diventa oggetto d'arte. Eppure non tutto è perduto. Visto che qualche mese fa mi è capitato di vedere una visitatrice che ha estratto un bouquet di spighe e roselline dalla borsa e dopo averlo appoggiato furtivamente sulla sua pancia lo ha deposto ai piedi dell'icona. Una scena da Tarkovskij. Che proprio alla Madonna di Piero dedica la bellissima sequenza iniziale di Nostalghia . «Anche lei desidera un bambino? O vuole la grazia per non averne?», dice il sacrestano alla protagonista, Eugenia, che assiste attonita a un rito di fertilità che sembra sbalzato fuori dalla notte dei tempi. E poi aggiunge, «Purtroppo, quando c'è qualcuno che è distratto, estraneo all'invocazione, allora ‘un succede nulla!». E questo antico legame di pancia tra donne e madonne resta nelle pieghe del regolamento museale che, per disposizione di Comune e Soprintendenza, concede l'ingresso gratuito a tutte le signore in attesa. Evidentemente le antiche madri non si lasciano strappare le chiavi della vita.


 "La Repubblica", 19 luglio 2014

Medea salvata dal Dioniso dei cristiani

IL SALENTO è terra di incantesimi. Stretta tra il morso della tarantola e il rimorso di Medea. Dèi e demoni si fronteggiano da sempre in questa penisola sospesa tra due mari. Proprio come Ottavia, la città-ragnatela di Calvino, è sospesa tra due abissi. Le sue strade si congiungono, si separano e si attraversano senza mai spezzare quella linea nera che striscia in tutte le direzioni, come un'inesauribile bava di ragno. Ciascun paese è collegato a tutti gli altri in una tela infinita che si estende tra l'Adriatico e lo Ionio. Sopra arenili incastonati in trasparenze cristalline si levano cattedrali di roccia rose dalla salsedine e rovine calcinate dal sole.
Torri costiere che il tempo ha tagliato letteralmente in quattro spicchi, come cocomeri di tufo ingiallito. Questi fossili di una storia in stato di ossidazione sono l'ultimo rifugio di dèi in esilio. Acquattati nei simulacri androgini di vescovi rococò. O nascosti negli occhi senza fondo di Addolorate nerovestite come Demetra in lutto. Mimetizzati nel candore abbagliante di chiese seicentesche su cui piroettano statue di santi ballerini. Sopra tutti sta San Paolo. Il signore delle tarantole, l'apostolo ambiguo di questa regione di estri smarriti e di tormenti ritmici. Lu santu governa da sempre i tremori e i furori dei tarantolati. E li guarisce facendoli ballare, come baccanti invasati da un Dioniso cristiano. Scatenati dalle spirali sinuose del violino e dal battito ostinato del tamburello che intonano l'antidoto ritmico al male oscuro di una terra in trance. Contro il quale non c'era altra cura se non la pizzica, un ballo sfrenato, circolare che durava giorni e giorni, finché San Paolo non concedeva la grazia della guarigione. Fino al nuovo morso, che arrivava puntuale a un anno dal primo. Come un'irresistibile recidiva coreutica. Una invitation à la danse cui non si poteva che obbedire.
Morso e rimorso. Era questo l'inesorabile algoritmo del tarantismo. Che all'inizio degli anni Sessanta il grande antropologo Ernesto De Martino raccontò in La terra del rimorso , un libro destinato a iconizzare il Salento, facendone il simbolo di una faglia meridiana che divideva la nazione in due. Per l'Italia del miracolo economico fu uno shock culturale. In quegli anni il Belpaese, in piena euforia da benessere, scoprì scandalizzato l'esistenza delle spose di San Paolo - così venivano soprannominate le donne morse dal ragno - che, vestite di bianco, roteavano freneticamente come dervisci sull'asse smarrito della loro vita. O saltavano come menadi sulle note ossessive di una tarantella suonata da musicisti sciamani. O si arrampicavano sull'altare della cappella di San Paolo a Galatina con l'agilità spiritata di ragni equilibristi.
Oggi, per fortuna, in pellegrinaggio nella barocchissima Galatina non ci vanno più i tarantati ma i turisti in cerca di buone vibrazioni. Perché l'ombra dell'Aracne mediterranea non ha mai abbandonato questi luoghi. Resta tra le spighe del grano e le foglie del tabacco come una cifra nascosta, che si rivela nei bagliori visionari della campagna abbacinata dal sole. E risorge nel riverbero bizantino del tramonto, quando il cielo diventa un'iperbole scarlatta sospesa sopra un orizzonte di assoluti. O risuona nelle notti di tempesta a Punta Ristola, all'estremità del sacro finisterre di Leuca, dove i pescatori dicono di sentire il pianto dei figli di Medea - Mermero e Fere - fatti a pezzi e gettati in quel tratto di mare dalla crudelissima madre. I due innocenti si trasformarono in pietre. Gli scogli dannati. Li chiamano così le donne, che ti raccontano ancora questa terribile storia in grico, il melodioso dialetto greco che si parla da queste parti. E quando le loro voci acute e concitate si accavallano sembrano lamentatrici uscite da un coro tragico.
Proprio a due passi da questo tacco d'Italia, nella chiesa di Santa Maria del Vereto a Patù, si trova ancora un affresco sbiadito che rappresenta Santu Paulu de le tarante con in mano una spada intorno alla quale sono attorcigliati due serpenti. Mentre ai suoi piedi sta uno scorpione sormontato da due serpi intrecciati a forma di caduceo. Quello che gli antichi identificavano con il magico scettro di Hermes. Ma anche con il taumaturgico colubro di Esculapio, il dio medico. Quel bastone miracoloso è come un testimone che passa dalle mani degli antichi numi della medicina a quelle dell'Apostolo delle Genti che ne ereditò i poteri. E a Giurdignano, a due passi dallo scenario mediorientale di Otranto, c'è una minuscola cripta bizantina scavata sotto un menhir. Molti ci vanno nottetempo ad accendere lumini davanti a un affresco che raffigura San Paolo sullo sfondo di una ragnatela. È la fotografia di una storia andata in polvere, che lascia il posto a una sorta di archeologia vivente, o piuttosto sopravvivente.
In realtà il sottile filo del ragno non si è mai spezzato e anche oggi la taranta continua a tessere la sua tela. La differenza è che ora quello che fu il simbolo di un Mezzogiorno dell'anima, stretto fra emigrazione e possessione, religione e superstizione, è diventato un attrattore turistico. Ispirando negli anni Novanta la politica di giovani amministratori locali che invece di vergognarsi di quell'eredità e di seppellire il ricordo della tarantola hanno rovesciato il senso di quel passato trasformandolo in una chance di futuro. Un esempio per tutti. La Notte della Taranta, che ha fatto del ragno un simbolo positivo. Il logo antico di una nuova economia sostenibile. E la pizzica, che fu l'emblema del ritardo storico del Sud, è diventata il motore di un distretto culturale e produttivo capace di coniugare tradizione e innovazione, identità locale e marketing territoriale. Ecologia e benessere. La taranta insomma pizzica ancora. Ma adesso il suo morso fa fare salti di gioia. E finalmente in Salento si balla senza rimorso.


"La Repubblica", 16 luglio 2014

Quel lago fatato con vista sull'Ade

L'IMBOCCATURA dell'inferno si trova nei Campi Flegrei. A dirlo è Galileo Galilei che, nel 1588, dopo attenti calcoli matematici, comunica solennemente all'Accademia fiorentina che la selva oscura di Dante si trova proprio tra il Lago d'Averno, Monte Drago e la Solfatara di Pozzuoli. Mescolando scienza e fantascienza, l'autore del Dialogo dei massimi sistemi dimostra che quello scenario di fuoco e di acqua, dove tutto si mescola, ribolle, sbuffa, svapora è il vestibolo dell'Ade.
Del resto ne erano già convinti i Greci che, abbacinati dalla bellezza inquieta e dal tremore epifanico di questa natura, ambientarono tra i boschi sacri di Cuma e l'imponente falaise di Capo Miseno la battaglia cosmica tra Giove e i Titani.
Furono i coloni eubei a inventare il nome Campi Flegrei, da flegraios che significa ardente. Da allora gli dei dell'acqua e del fuoco, esiliati in questo perturbante underground, non hanno mai smesso di far sentire la loro voce. Certificata dall'expertise dei più grandi ingegni dell'Occidente. Da Omero a Virgilio, da Dante a Goethe, da Petrarca a Flaubert, da Boccaccio a Turner. Da queste parti ogni insenatura, bosco, fumarola, cratere segna un accapo nel mito. E in ogni sito echeggiano, come un mormorio lontano, le sorgenti remotissime dell'immaginario mediterraneo. Qui Omero avrebbe collocato il paese dei Cimmeri, eternamente avvolto dai vapori sulfurei, dove Ulisse, prima di calarsi nel regno delle ombre, viene a interrogare l'indovino Tiresia.
E sempre qui, sulle sponde di quello che ancor oggi si chiama lago d'Averno, sarebbe giunto Annibale per fare sacrifici a Plutone — re degli Inferi — e conquistarsi i favori delle tenebrose divinità del sottosuolo. Prima fra tutte Ecate, la regina della notte, cui Virgilio nell' Eneide attribuisce la custodia dei boschi che circondano tuttora questo specchio d'acqua, alimentandone l'aura soprannaturale. È dalle sue sponde che Enea scende nell'Ade, scivolando sulle acque plumbee identificate con quelle del mitico Acheronte, a causa delle esalazioni di gas che accrescevano l'aura infernale del luogo. «Ventum erat ad limen» — era giunto al limite — la scritta virgiliana che campeggia su una lapide ci ricorda che qui tutto è soglia. Ed è impossibile, anche per i più distratti, non accorgersi di esser giunti «al limitar di Dite».
L'ultima volta che ci sono andato, Ecate era di corta. Al suo posto c'era un vecchio bianco per antico pelo. Mi ha radiografato attraverso le sue lenti spesse come fondi di bottiglia e si è presentato come l'ultimo Caronte. Sono stato al gioco e dalle rovine del tempio di Apollo mi sono lasciato condurre attraverso l'intrico del bosco. Ci siamo infilati in un antro scavato nel tufo. Abbiamo attraversato un lungo corridoio appena rischiarato da una fila di lumini fino a una cisterna. Sul fondo mi è sembrato di vedere degli affreschi. A quel punto il mio accompagnatore ha detto che proprio lì la Sibilla pronunciava i suoi responsi enigmatici. E con lo sguardo perduto nel vuoto ha cominciato improvvisamente a declamare «Ibis redibis non morieris in bello ». La più celebre delle sentenze sibilline. Andrai e tornerai, non morirai in guerra. Ma basta spostare la virgola dopo il non, e significa l'esatto contrario. La metrica di Caronte era improponibile ma l'effetto irresistibile. Degno di Totò all'inferno.
In realtà, secondo gli archeologi, il vero antro della pitonessa si trova nell'acropoli di Cuma. Centotrentuno metri di cunicolo scavato nella roccia e illuminato da sei aperture laterali, senza altra funzione che guidare i passi e lo sguardo verso il profondo dello speco dove la profetessa, posseduta da Apollo, andava in trance e pronunciava i suoi oracoli. Che hanno guadagnato a Cuma la fama di Delfi italiana. E ne hanno fatto la meta di esoteristi, maghi, ghostbusters in cerca di buone vibrazioni. Fra Bacoli e l'Averno si celebrano dei veri e propri sabba di janare, o meglio di anare, le moderne adepte di Diana, che organizzano vere e proprie olimpiadi della mantica. La specialità più richiesta è la divinazione col setaccio, l'oggetto che separa la pula dal grano e, in senso figurato, il falso dal vero. Ne parla già Teocrito trecento anni prima di Cristo e nel Cinquecento il grande alchimista e filosofo tedesco Cornelio Agrippa di Nettesheim lo rilancia in tutta Europa. Il setaccio viene fatto ruotare sulla punta di una forbice, e consente alla medium di entrare in contatto con le potenze dell'aldilà. A Cuma raccontano ancora di un certo don Antonio, uno sciamano flegreo, che era capace di farsi così piccolo da entrare in una bottiglia. Come un diavoletto di Cartesio. E tra Miseno e Baia, dove nelle notti d'estate compare il fantasma di Agrippina, la dissoluta madre di Nerone, fino a pochi anni fa molti andavano a farsi leggere il futuro nei fondi di caffè da una donna misteriosa che tutti chiamavano semplicemente la Turca. L'ultima erede di quella genia di ottomane, berbere e siriane che dal tempo dei Normanni esercitavano la stregoneria nel Mezzogiorno.
Nonostante il cristianesimo abbia cercato in tutti i modi di congedare i geni pagani trasformandoli in spettri e in demoni, loro rifiutano di farsi sfrattare. E sopravvivono sotto mentite spoglie. Nei supermercati, ristoranti, spa, discoteche, stabilimenti balneari che portano ancora i loro nomi. Si nascondono perfino nelle chiese. Come quella dove fu decapitato san Gennaro, in mezzo ai bollori e ai vapori della Solfatara. Una cronaca del Seicento racconta che i frati durante la notte erano tenuti in scacco dagli dei spodestati, che scatenavano contro di loro le forze infernali. Per fronteggiare la ribellione dell'Averno, i cappuccini montavano la guardia h24. E ogni 19 settembre, quando nel duomo di Napoli il sangue più famoso del mondo ribolle prodigiosamente nelle ampolle, a Pozzuoli la pietra dove la testa del santo è caduta, risponde altrettanto prodigiosamente ravvivando le tracce ematiche del martirio. Come un display soprannaturale. Un allarme rosso, enigmatico quanto il responso della Sibilla.
Insomma qui il mito sopravvive in una sorta di presente remoto. Contaminato, plastificato. Anodizzato, come gli infissi delle costruzioni cresciute tra soffioni e fumarole. Villette abusive con vista sull'Ade.

lunedì 7 luglio 2014

Filosofia del camminare


Quei passi rispecchiano l'anima
Per Balzac i pensieri più segreti, le emozioni più nascoste 
si rivelano osservando il modo di muoversi delle persone 

Chiara Pasetti


"Il Sole 24 ore", 6 luglio 2014 

«Non si può pensare e scrivere se non seduti», affermava Flaubert. Nietzsche prenderà spunto da questa affermazione per criticare aspramente il padre di Emma Bovary, che definisce "nichilista", per il mancato (a suo avviso) riconoscimento del legame fra corpo-movimento e pensiero-scrittura: "Restare seduti è esattamente il peccato contro lo spirito santo. Solo i pensieri nati camminando hanno valore", scriverà nel Crepuscolo degli idoli. 
Questa diatriba sarebbe piaciuta molto a Honoré de Balzac, che prima di loro non solo aveva riflettuto sull'argomento del movimento umano, ma ne aveva addirittura composto un piccolo saggio psico-sociologico in cui, vestendo i panni dell'antropologo, si interroga sul significato profondo e, secondo lui, mai sondato, del camminare. La sua Théorie de la démarche, ora pubblicata dalle edizioni Elliot col titolo Teoria del camminare, comparve per la prima volta in cinque puntate, fra l'agosto e il settembre del 1833, sulle pagine de "L'Europe Littéraire", non casualmente nello stesso momento in cui Balzac stava lavorando a una delle sue opere d'elezione, la storia intellettuale di Louis Lambert, romanzo mistico, filosofico e profondamente rivelatore del pensiero più nascosto dell'autore, in cui il suo realismo visionario tocca le vette più alte, e che egli riprenderà ancora nel 1836 e nel 1842. Forse per distrarsi dagli incubi e dalle visioni del geniale e infelice Lambert, che farà sprofondare al termine della sua avventura nelle tenebre della follia (e nella Teoria del camminare, a un certo punto, scrive che egli si trova esattamente "nel punto in cui la scienza collima con la follia", e che soltanto un uomo sufficientemente audace, che senza timore sfiora "la follia e la scienza", poteva elaborare teorie sulle andature umane), forse per liberarsi dagli spiriti evocati da Swedenborg, genio (maligno) ispiratore del romanzo, Balzac passeggiava... e come tutti i grandi maestri dell'Ottocento francese, di cui lui fu il primo, osservava, per poi trarre dalle sue osservazioni materia di studio e di scrittura. Abituato a non vedere nella gente altro che "dei libri da scrivere", egli, aspettando una carrozza, guardava "spensierato" le varie scene che gli passavano davanti agli occhi, quando vide un uomo che cadde a terra e per mantenere l'equilibrio si appoggiò a un muro. 
Questo pretesto apparentemente banale, che lo induce anche a riflettere sul riso che genera sempre "un uomo che cade", accende in Balzac quella che definisce una sua "scoperta immortale", un "tesoro" in cui si è imbattuto e che prima di lui nessuno aveva visto, ossia la sua teoria del camminare. Preso dall'esaltazione febbrile che consegue ogni grande scoperta, tra l'ironico e l'enfatico dichiara che questa è davvero la sua scienza, e che per quanto si tratti in fondo dell'arte di "alzare e abbassare il piede", essa richiede un tono "epico", poiché "la dignità delle cose è inversamente proporzionale alla loro utilità": "non è davvero incredibile il fatto che, da quando l'uomo ha iniziato a camminare, nessuno si sia chiesto perché cammina, come lo fa, se potrebbe forse farlo meglio, cosa avviene mentre passeggia, se non esiste un modo per impostare, modificare e studiare la sua andatura? Domande che sono alla base di tutti i sistemi filosofici, psicologici e politici di cui il mondo si sia occupato". 
Domande alle quali lui decide di dare risposta, partendo dall'assioma per cui "la camminata è la fisionomia del corpo". Secondo questa formula i pensieri più segreti, le emozioni più nascoste, si rivelano all'occhio esperto di chi sa osservare il modo di camminare; non si tratta solo di rintracciare le leggi che presiedono a una bella andatura o i difetti delle andature sgraziate, ma di elaborare una semiotica del movimento che sappia differenziare l'andatura dei "tipi umani" a seconda delle classi sociali, dei mestieri, delle abitudini. 
La camminata è dunque articolazione espressiva, e attraverso i segni esteriori nasconde qualcosa che si cela nell'anima del marcheur. Questo breve saggio, a tratti ironico a tratti serissimo, è ancora una volta rivelatore del grande talento di Balzac, e gli fornisce anche l'occasione per sottolineare le caratteristiche del genio, del grande scopritore, di colui che, segretario della sua epoca, come Omero, Aristotele, Shakespeare, Tacito, e altri che egli cita, inventa e tramanda. Deve essere, insieme, un grande osservatore e un grande scrittore, deve possedere non solo la "vista morale", ma anche "un'eminente perfezione dei sensi e una memoria quasi divina", deve sapere guardare, come diceva Flaubert, "fin nei pori delle cose", e poi deve sapersi esprimere, deve sapere raccontare ciò che ha visto. E se qualche volta incontra momenti di sconforto, di noia o di scarsa ispirazione... può sempre camminare, per poi tornare, da seduto, a "vedere l'abisso e penetrare nei suoi segreti".


giovedì 1 maggio 2014

I Greci e noi, in viaggio per scoprire


Omero ed Erodoto: due modi contemporanei di guardare l’altro
Utet pubblica Ippopotami e sirene della giurista e antichista Eva Cantarella

Nuccio Ordine

"Corriere della Sera", 29 aprile 2014

«Pensa a Itaca, sempre,/ il tuo destino ti ci porterà./ […]Non sperare ti giungano ricchezze:/ il regalo di Itaca è il bel viaggio,/ senza di lei non lo avresti intrapreso./ Di più non ha da darti./ E se ti appare povera all’arrivo,/ non t’ha ingannato./ Carico di saggezza e di esperienza/ avrai capito un’Itaca cos’è»: questi bellissimi versi di Constantinos Kavafis mostrano, a distanza di secoli, come il mito di Itaca e di Ulisse continui ancora a far vibrare le corde del cuore di poeti e di lettori. 
Certo, le peregrinazioni dell’eroe omerico narrate nell’Odissea hanno rappresentato uno dei modelli costitutivi della letteratura occidentale: metafora della conoscenza, dell’esplorazione dell’ignoto, dell’incontro con l’«altro», dell’autonomia della coscienza, dell’autodeterminazione, della sfida del limite, della punizione divina, il viaggio — attraverso il movimento continuo delle strutture linguistiche e narrative — ha finito anche per diventare esso stesso immagine della scrittura letteraria. 
Alle avventure cantate da Omero e alle esplorazioni «antropologiche» di Erodoto, ha dedicato recentemente un bel libro Eva Cantarella (Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto, Utet). Studiosa di fama internazionale, i suoi saggi sul mondo antico sono stati tradotti in varie lingue, ci offre ora, con la sua consueta chiarezza, un affascinante itinerario in sette capitoli, dove l’Odissea e le Storie vengono analizzate alla luce dei numerosi racconti elaborati dai due grandi autori, l’uno padre dell’epica e l’altro della storiografia. 
Alla lettura comparata dei due testi, balzano subito agli occhi le differenze. Omero fa del viaggio uno strumento per marcare il divario tra la civiltà greca e la barbarie degli altri popoli: Polifemo rappresenta una socialità pre-politica, priva di valori religiosi, dove mancano leggi e assemblee e dove è assente l’agricoltura; Circe e Calipso (entrambe dedite al canto e alla tessitura) incarnano modelli femminili negativi fondati sull’inganno, che nulla hanno a che vedere con le virtù greche della moglie, della madre e della sorella; i Lotofagi esemplificano il rischio di perdere nei paesi stranieri la memoria della propria patria (mangiare il loto significava, infatti, «scordare il ritorno»). 
Per Erodoto — nato in Asia Minore, probabilmente da padre persiano e madre greca — il viaggio diventa, invece, occasione di confronto con l’«altro» (con coloro che Greci non sono), senza aver paura di riconoscere i «debiti» contratti con le culture vicine: le descrizioni di Babilonia, per esempio, o le riflessioni sulla regina Nitocri o su Artemisia mostrano una sincera simpatia per alcuni aspetti della vita politica di questi popoli stranieri; le pagine dedicate agli animali conosciuti (i gatti) o a quelli sconosciuti (coccodrilli e ippopotami) rivelano un’attenzione per le tradizioni locali e per gli stretti legami intessuti con i riti religiosi; e, perfino, nella vendita all’asta delle mogli, l’autore riesce a cogliere gli aspetti positivi di una legislazione che pensava anche alla sopravvivenza delle donne brutte e storpie (i soldi ricavati, infatti, dalla vendita delle future consorti più belle andavano in dote a coloro che sposavano quelle destinate a restare senza marito). 
Dal raffronto tra i testi omerici e le Storie, insomma, appaiono due cartografie diverse dei viaggi: Omero, lasciando da parte le tanto discusse questioni sui possibili riferimenti a luoghi del Nord Europa, naviga in Occidente, tra la Sicilia e le coste tirreniche dell’Italia, e in Oriente, lungo le coste dell’Anatolia; mentre Erodoto esplora i territori dell’Iran orientale, del nord del Mar Nero, il basso Nilo e l’Africa. Ma appaiono, soprattutto, due concezioni pedagogiche opposte dell’ignoto: se per l’epos l’avventura tra popoli sconosciuti è destinata a compiersi nel «ritorno» (nostos), per il racconto dello storico si concretizza, al contrario, in acute riflessioni sulla grandezza del mondo e sulle diverse culture delle genti che lo abitano. 
Le pagine di Eva Cantarella invitano, a loro volta, a far viaggiare il curioso lettore tra luoghi reali e immaginari. E solo alla fine del libro si capirà che altri viaggi ci aspettano perché, come ricordava T. S. Eliot, ogni «finire è cominciare».

sabato 18 gennaio 2014

Da Hugo a Poe. L'elogio del Flâneur


Il saggio di Alberto Castoldi sulla raffinata figura letteraria

Benedetta Craveri

 “La Repubblica“, 16 gennaio 2014

Viaggiare, camminare, passeggiare, errare, vagabondare: ciascuno di questi termini d'uso corrente ha rivestito, a seconda delle epoche, significati molto diversi. Per secoli, prima ancora di indicare un percorso geografico, il viaggio ha rappresentato la metafora per eccellenza della condizione umana: il cammino periglioso che attendeva il cristiano nel corso della sua avventura terrena nella speranza di varcare un giorno le porte del regno celeste o, più laicamente, il processo di conoscenza attraverso cui ciascun individuo poteva elaborare le sue strategie di vita. Così, prima di indicare, in età romantica, il drammatico vagabondare dell'uomo diventato estraneo alla società come a se stesso, l'errance ha costituito per il cavaliere cortese la prova iniziatica necessaria a dimostrare il proprio merito. Mentre è Jean-Jacques Rousseau nelle Confessioni di un passeggiatore solitario a teorizzare per primo una nuova forma di sensibilità che trasforma la passeggiata da pratica sociale in simbiosi con la natura, meditazione interiore, incontro con il divino.
È alla rivisitazione di una forma di passeggiata di segno opposto a quella illustrata da Jean-Jacques che Alberto Castoldi dedica oggi il suo ultimo saggio, Il flâneur. Viaggio al cuore della modernità. Traducibile solo per approssimazione - un perdigiorno che passeggia senza una meta precisa in mezzo alla gente-, il flâneur è innanzitutto una figura letteraria tenuta a battesimo dai grandi scrittori francesi dell'Ottocento, da Hugo a Balzac, a Baudelaire, ma anche da Edgar Allan Poe, non a caso « il più francese degli scrittori americani». L'importanza del flâneur viene dalla sua capacità di osservare la città e la folla che la abita, ma la natura e le finalità del suo operato variano. Per Balzac «flâner è una scienza, è la gastronomia dell'occhio, significa vivere, godere...immergere i propri sguardi in fondo a mille esistenze», è insomma la metafora stessa della creazione romanzesca. In Poe, invece, il flâneur si spoglia della sua intelligenza critica, trasformandosi, come annuncia il titolo del suo racconto, ne L'uomo della folla di cui sposa le pulsioni più inquietanti.
È però con Baudelaire, come ricorda Castoldi, che il flâneur subisce una radicale metamorfosi e, alter ego del poeta, si investe della «missione di farsi testimone e quindi interprete di una Modernità che è da lui stesso creata perché, data la rapidità delle sue manifestazioni, richiede uno sguardo che la fissa senza snaturarla, testimoniando paradossalmente della sua «inattingibilità» e della sua frammentarietà ». E poiché questa modernità ha come habitat naturale la folla, «sposarsi alla folla», «prendere dimora nel numero, nell'ondeggiante, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito», appare a Baudelaire la condizione per eccellenza dell'artista.
Ottant'anni dopo sarà Walter Benjamin, nel solco tracciato dal poeta dei Fiori del male, a evocare materialmente e mentalmente, nei suoi celebri Passages di Parigi, i luoghi di memoria della capitale francese per meglio riflettere sulle metamorfosi della modernità. Questa volta non è più il flâneur a «possedere» la città ma ad essere prigioniero delle sue articolazioni labirintiche, mentre le strade sono diventate pure esposizioni di merci e la folla stessa si è trasformata in merce.
Se Baudelaire e Benjamin sono ovviamente al cuore del saggio di Castoldi, lo studioso, con l'originalità e la cultura che gli sono proprie, ce ne ripropone la lettura a partire dall'atto fondatore costituito dallo sguardo selettivo dell'artista. Facendosi egli stesso flâneur Castoldi ci invita a seguirlo, sul filo tipicamente baudelairiano dell'analogia, lungo un percorso che dall'Ottocento giunge ai giorni nostri. Una flânerie che rivisita romanzi, poesie, esposizioni universali, arti figurative, fotografia e cinema, sollecitando la nostra memoria, stimolando la nostra curiosità e suggerendoci nuove letture.

lunedì 23 settembre 2013

Nerval bracca la regina di Saba nei labirinti dell'orientalismo


Il viaggio dall'Egitto a Costantinopoli e il ritorno del mito
Finì errante e suicida dopo essere passato di clinica in clinica

Pietro Citati

“Corriere della Sera”, 23 settembre 2013

Il 1° gennaio 1843, Gérard de Nerval partì per l'Oriente. Voleva cancellare il ricordo delle crisi di follia che dal febbraio al novembre 1841 l'avevano rinchiuso in due case di cura per malattie mentali. Lo dicevano pazzo. Non era pazzo, sosteneva Nerval: o almeno, la sua cosiddetta pazzia, gli permetteva di scrivere, di lavorare, di viaggiare e di comprendere moltissime cose, che i cosiddetti «sani» non comprendevano. Scriveva al padre, Étienne Labrunie, lettere di un'intensissima tenerezza. Nel padre vedeva riflessa la madre, che era morta quando egli aveva due anni, nel novembre 1810, ed era stata sepolta nel cimitero cattolico di Gross-Glogau, in Polonia. Egli sognava di continuo la madre: la vedeva rispecchiata in Iside, Maria, la regina di Saba, nelle donne amate; andava a visitare la sua tomba; ed era rimasto «il Vedovo, l'Inconsolato … il principe di Aquitania dalla Torre abolita». Il padre non lo amava, e rifiutò sempre di prendersi cura di lui, nemmeno quando era poverissimo e disperato.


Il 16 gennaio Nerval arrivò ad Alessandria d'Egitto: il 7 febbraio al Cairo, dove rimase fino al 2 maggio, e di lì, attraverso la Siria, giunse a Costantinopoli il 26 luglio. Fu la rivelazione del sole: «Veramente il sole è molto più brillante in Egitto che nel nostro paese: mi sembra di aver visto questo soltanto nella prima giovinezza, quando gli organi erano più freschi». Se continuava a vivere sulle rive dell'Asia, risaliva il corso del tempo, e aveva soltanto vent'anni. Ma, per lui, non poteva esistere la pura visione del sole. Qualche volta il sole d'Egitto sembrava far fatica a sollevare le lunghe pieghe di un lenzuolo funebre grigiastro, e appariva pallido, come Osiride sotterraneo. Ricordava la stampa di Dürer: «Il sole nero della melanconia che versa dei raggi oscuri sulla fronte dell'angelo sognante di Alberto Dürer, a volte si leva anche sulla pianura luminosa del Nilo, come sui bordi del Reno, in un freddo paesaggio della Germania». Il sole nero della malinconia è il cuore del romanticismo tedesco e francese: discende da Jean Paul, a Gautier, fino a Nerval, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, per riemergere nella Recherche.
Il viaggio in Oriente si chiuse con una rinuncia all'Oriente. Alla fine dell'agosto 1843, tre mesi prima di ritornare in patria, Nerval scrisse una lettera a Théophile Gautier. «Tu, tu credi ancora all'ibis, al loto di porpora, al Nilo giallo; tu credi alla palma di smeraldo, al nopal, forse al cammello… Ahimè, l'ibis è un uccello selvaggio, il loto una cipolla volgare; il Nilo è un'acqua rossa dai riflessi d'ardesia, la palma ha l'aria di un piumino gracile, il nopal è soltanto un cactus, il cammello non esiste che nella condizione del dromedario». Il Cairo vero, l'Egitto immacolato, l'Oriente fuggitivo, Nerval li conosceva prima di averli percorsi: il vero Oriente lo portava in cuore e nei balletti dell'Opéra, che tanti anni prima aveva visto insieme a Gautier. Pagina meravigliosa che riassume Nerval e l'Ottocento.



* * *

All'inizio del 1851, sette anni dopo il ritorno da Costantinopoli, Nerval firmò un contratto con l'editore Charpentier per il Viaggio in Oriente. Voleva denari. Raccolse moltissimi articoli che aveva pubblicato sulle riviste e i giornali: pagine di viaggio, riflessioni, ricordi, racconti, pagine poetiche, romanzi. Ci lavorò sei mesi. Alla fine dalle sue cure amorose nacque un fittissimo e bellissimo libro, dove tutte le pagine si rispondevano e si richiamavano. Nel 1850 aveva pubblicato sul «National» la Storia della regina del mattino e di Solimano principe dei geni, attribuendola ironicamente ai narratori che declamano i loro racconti nei caffè di Costantinopoli. La inserì nel Viaggio in Oriente, e la ristampò nel 1853, sul «Pays», sotto il titolo: La regina di Saba. In questi giorni, la seconda redazione, molto simile alla prima, esce da Adelphi, con l'introduzione e la traduzione (entrambi eccellenti) di Giovanni Mariotti (pp. 200).
La prima fonte della Regina di Saba è la Genesi. L'autore della Bibbia disegna le due razze dell'umanità. La prima, quella di Adamo, genera Set, Enosh, Qenan, Lamec fino a Noè. La seconda, quella di Caino, genera Henoc, Irad, Jabal, Jubal, Tubal-Caino: tra di essi c'è il «costruttore di città», il «padre di tutti quelli che suonano la cetra e il flauto», il «fabbro, padre di quelli che forgiano il rame o il ferro»; dunque i creatori dell'architettura, della musica e della scultura discendono esclusivamente dal primo assassino della storia. Qualcuno ha supposto che, insieme a Caino, la Bibbia, nel sogno della pura agricoltura, condanni tutte le arti. Non è vero: i grandi artisti cainiti, Henoc, Jubal, Tubal-Caino sono innocenti. La razza di Caino non è segnata dalla terribile colpa del predecessore.
Secondo la Regina di Saba, le tradizioni sono diverse. I Figli del Fango discendono da Adamo ed Abele, e sono protetti da Geova: i Figli del Fuoco discendono da Eblis (il satana arabo), da Caino e da Tubal-Caino. I Figli del Fango hanno il potere e la gloria terreni: sono vanitosi, arroganti, senza sostanza, fintamente saggi; soltanto alla fine del racconto, Solimano diventa signore degli uccelli e dei geni. I Figli del Fuoco hanno una specie di apoteosi nella figura di Adoniram, un grande architetto e fabbro, una specie di Michelangelo orientale. Egli cerca di ripetere le sculture delle origini preadamite: guidato da Tubal-Caino, scende nel cuore della terra, dove si incontra la stirpe di Caino ed è possibile nutrirsi con i frutti degli alberi paradisiaci. Solo col suo genio, Adoniram incarna la solitudine, l'esclusione, la dispersione, il vagabondaggio, il sapere, il disprezzo, la speranza: il suo ultimo figlio è Gérard de Nerval, che intitola alla sua razza un libro di racconti, Le figlie del fuoco.
La regina di Saba, da cui il libro prende il titolo, aveva abitato tutta la vita di Nerval: egli aveva cercato di ritrovare l'immagine della divinità dei suoi sogni, rappresentandola su un foglio, impregnato del succo di una pianta. Era stata la madre, Iside, Maria, la donna dell'Apocalisse, pronta a salvare il mondo, e le sue amate misteriose e infantili. Ora, qui, la regina di Saba ha «una maestà di dea, la malia di una bellezza inebriante, e un corpo flessuoso». Mentre gorgheggia con Solimano e Adoniram e civetta mostrando il suo piedino, ci ricorda sopratutto un'attrice di teatro, che abbia salito le scene negli anni di Nerval. Ma tutto, nella Regina di Saba, sa di teatro. Come scrive Giovanni Mariotti, non è nella Gerusalemme di Solimano che ci troviamo, ma a Parigi, negli anni tra il 1840 e il 1850, al teatro dell'Opéra: in un capolavoro di Meyerbeer, con recitativi, arie, cori, balletti, bellissime scenografie pronte ad accogliere i grandi movimenti di folla.

* * *

Quando era giovane, i suoi amici — Alessandro Dumas, Théophile Gautier e Auguste de Belloy — parlavano di Nerval con un «ricordo dolce e leggero come un profumo». Aveva un viso bianco e rosa pronto a arrossire come una fanciulla, ravvivato da occhi grigi, che l'intelligenza animava di una scintilla dolcissima. La fronte alta, che si intravedeva sotto i bei capelli biondi ed esili, era levigata come l'avorio e la porcellana. Quando usciva, portava di solito una specie di finanziera di stoffa nera e lucida con ampie tasche, da cui straripava una biblioteca di libricini racimolati qua e là, cinque o sei taccuini di appunti, nei quali scriveva, con una scrittura sottile e fitta, le idee che gli balenavano durante le lunghe passeggiate. Nulla eguagliava la dolcezza del carattere di Nerval: la grazia, la distanza, la benevolenza, la modestia; il silenzio o, meglio, il silenzio sopra sé stesso. La sicurezza della sua parola era tale che nemmeno nei periodi di follia gli sfuggì mai una parola compromettente. Quando, negli ultimi anni, dovette lottare contro le necessità più crudeli della vita, il suo comportamento sorridente, la sua conversazione sempre lieta, mai distratta, non lasciavano trasparire le sue terribili angosce.
Gli anni si seguirono velocissimi, seguiti dal nome delle case di cura che proteggevano la mite follia o il «delirio furioso» di Nerval: febbraio-novembre 1841: maggio 1849: giugno 1850: settembre-novembre 1851: gennaio-febbraio 1852: febbraio-marzo 1853: agosto 1853-maggio 1854: agosto-ottobre 1854; spesso nella clinica del dottor Esprit Blanche e di suo figlio Émile. Il 19 ottobre 1854 riuscì a uscire dalla clinica Blanche di Passy, grazie all'intervento di alcuni amici. Sebbene fosse trattato come un famigliare, Nerval non sopportava l'isolamento e l'internamento, che lo rinchiudevano nel cerchio troppo stretto delle sue ossessioni. Aspettava un beneficio soltanto dai viaggi e dalle passeggiate: nell'estate 1854 fu in Germania e forse in Polonia. Il dottor Blanche lo raccomandò ai parenti. Il padre rifiutò di occuparsene. La zia Labrunie si impegnò a riceverlo a casa sua a Passy, fino a quando non avesse trovato casa. In realtà, Nerval fuggì qualsiasi controllo, abitando nei piccoli, miserabili alberghi di Parigi e di Saint-Germain.
La cosa straordinaria, e quasi incomprensibile, è che proprio negli ultimi mesi, passati tra un delirio e un altro, errante, vagabondo, dolcemente disperato Nerval abbia scritto il suo capolavoro: Aurélia, pubblicato in parte dopo la sua morte. L'inizio dice: «Il Sogno è una seconda vita. Non ho potuto oltrepassare senza fremere quelle porte d'avorio o di corno che ci separano dal mondo invisibile. I primi istanti del sonno sono l'immagine della morte»: pagina meravigliosa, da cui Proust trasse l'inizio, ugualmente meraviglioso, della Recherche. Aurélia è stato composto in una zona altissima, superiore alla ragione e alla follia, che domina e bagna di sé sia i campi beati e furiosi della Follia, sia quelli aguzzi e lancinanti della Ragione.
Degli ultimi mesi e giorni di vita ci è rimasto qualche ricordo, innocente e tremendo. Il 24 ottobre 1854, appena uscito dalla casa di cura, scrisse a Antony Deschamps, anche lui curato dal dottor Blanche: «Mio caro Antony, tutto è compiuto. Non ho più da accusare che me stesso e la mia impazienza, che mi ha fatto escludere dal paradiso. Ormai lavoro nel dolore». Il 24 gennaio, due giorni prima del suicidio, scrisse alla zia Labrunie: «Mia buona e cara zia dissi a tuo figlio che sei la migliore delle madri e delle zie. Quando avrò trionfato di tutto, tu avrai il mio posto nel mio Olimpo, come io il mio posto nella tua casa. Questa sera non mi attendere, perché la notte sarà nera e bianca». Il 20 gennaio Gautier e Du Camp lo videro alla «Revue de Paris» senza cappotto. Il 24 gennaio passò la sera da un'attrice e la notte all'aperto. Il 25 gennaio si fece imprestare sette soldi da Asselineau e si presentò al Théâtre-Français. Cenò in un cabaret delle Halles. C'erano diciotto gradi sotto zero. Sulle strade cadeva la neve, mentre Nerval attraversava la città senza cappotto.
Del suicidio di Nerval conosciamo sopratutto i luoghi reali e fantastici, come li raccontava Alessandro Dumas. La rue de la Tuerie, la rue de la Vieille-Lanterne: una scala vischiosa e stretta con una rampa: la bottega di un fabbro che aveva per insegna una grossa chiave dipinta in giallo, un corvo (certo, quello di Poe in Nevermore), che faceva sentire non il suo grido abituale, ma un fischio acuto: una fogna a cielo aperto, chiusa da due griglie: un losco hôtel garni (forse lì a mezzanotte, bussò Gerard, senza essere accolto): una scuderia, che durante la notte dava rifugio agli sventurati troppo poveri per dormire all'hôtel garni; la crociera di ferro di un seminterrato, a cui era legato un laccio. Lì il venerdì 26 gennaio 1855, alle sette e tre minuti del mattino, giusto nell'ora in cui si levava l'alba glaciale, qualcuno trovò il corpo di Gérard ancora caldo. Aveva il cappello in testa; e in tasca le ultime pagine di Aurélia.
L'agonia fu dolce, perché il cappello non gli cadde dal capo. Arrivò un commissario di polizia: un medico gli praticò un salasso; ma Nerval non aprì gli occhi né gettò un sospiro. Il luogo era vicino alla Morgue, dove il cadavere fu deposto accanto a quello di una ragazza, che si era lasciata cadere nella Senna per disperazione d'amore.
Il 1° gennaio 1856, la «Revue de Paris» pubblicò la prima parte di Aurélia. Qualche giorno dopo il redattore incaricato ricevette il manoscritto della seconda parte con l'indirizzo di un alberghetto di rue Saint-Honoré, dove inviare le bozze. Dopo il suicidio le bozze ritornarono alla «Revue de Paris», accompagnate da una nota secondo la quale il destinatario era sconosciuto in quell'albergo. Nerval avrebbe amato moltissimo questa storia, con la sua ultima apparizione-sparizione dalla terra.

lunedì 26 agosto 2013

Il corpo della montagna


ERRI DE LUCA

"La Repubblica", 11 agosto 2013 

Spuntano giorni che non me la sento, eppure mi sveglio lo stesso al buio, mi scaldo il caffellatte, inghiotto la fetta spalmata, faccio volare lo zaino sulla spalla e mi avvio. Penso che è comunque un giorno di libertà all'aria aperta e che da qualche parte esiste un contatore di queste giornate. Se rinuncio me ne tolgono due da quelle destinate.
Porto oggi in parete mio cugino. È già venuto un paio di volte, ha iniziato a scalare con me a cinquant'anni. Si affida alla mia scelta delle linee da percorrere. Si lega all'altro capo della corda per raggiungere una cima e ritornare più leggeri e illesi. È d'accordo con me che il punto più alto di una scalata è solo la metà del viaggio, che si completa in fondo alla discesa.
L'alpinismo vede nelle montagne sagome di torri, bastionate, muraglie: opere difensive da assediare. L'alpinista chiama attacco l'esatto punto d'inizio della scalata. La mia immaginazione invece scorge nelle montagne le parti di un corpo che si solleva: gobbe, gomiti, ginocchia, pugni chiusi, sessi femminili e maschili. Vedo l'anatomia di una folla di giganti emersi dal fondo del mare, incrostati di fossili e conchiglie. Le Dolomiti furono coralli.
Oggi punto a una parete simile a una schiena che termina con un collo, senza testa. Per estetica immagino che sia di donna. Andiamo in silenzio su per la salita di avvicinamento. Anche se luglio, stanotte ha nevicato. Mi spiace lasciare tracce del mio passaggio in montagna. Bastano e avanzano quelle su carta. Mi consola il pensiero che con l'arrivo del mattino le impronte sulla neve si dilegueranno. Il sole è uno spazzino bravo quanto il vento. I nostri passi scricchiolano pestando la cristalleria dei fiocchi irrigiditi. È il rumore del freddo e dell'azzardo festivo e volontario, opposto a quello del turno di lavoro. Spuntano giorni operai più duri, perché il corpo è svuotato e deve fare lo stesso l'opera di facchino fino a sera. Così pure in montagna vengono giorni che il corpo non vuole. Lo forzo per diversa ragione e salgo sentendo il suo peso contrario.

Mio cugino vorrebbe dire qualcosa per sciogliere la tensione di andare a giocare col vuoto. Non lo assecondo. Mi chiede: «Non è che troviamo la neve in parete? ». Rispondo: «Asciuga». Insiste: «Hai visto le previsioni del tempo per oggi?». Rispondo: «Non promette». Intanto sbiadiscono le stelle e si accende la cima di un monte con il primo sole. Coincide con il nostro primo sudore anche se la temperatura è ancora a zero. Il fiato ha perso l'affanno e ha preso il suo sbuffo regolare. La cassa di cuore e polmoni ha raggiunto il ritmo musicale che fa buona la marcia.
Più ci avviciniamo alla parete, più vasto è il suo fronte che esclude tutto il resto. Già da un'ora la cima è scomparsa oltre i salti di roccia. Raggiunta la base, cavo dallo zaino le due imbracature, la corda, i moschettoni e le scarpette di arrampicata. Mio cugino è scontento, oggi non mi esce una parola, peggio del solito. Finisco i preparativi, gli ricordo le manovre di corda che spettano a lui, infine gli volto le spalle e tocco la parete con le mani. Tolgo il primo piede da terra e così parto. Il primo metro di scalata è umile: bussa piano alle porta. È arrogante: vuole strisciare fino all'ultimo piano. La roccia è fredda, le dita perderanno sensibilità in pochi metri e dovrò scaldarle. Non soffiandoci sopra: il fiato umido le raffredda peggio. Vanno infilate nel collo. Il corpo è lento, rigido, fa attrito, solo la testa vuole scalare stamattina. Lo trascino come un cane al guinzaglio che s'impunta.
Da una parete vicina l'acqua si butta a precipizio, il suo tuffo copre ogni altra voce. Sì, l'acqua ha una voce, parla di neve sciolta a gocce che si accorpano in discesa e diventano folla di un corteo che grida in coro. Esistono in montagna ore di puro ascolto. L'acqua nei salti si pulisce da quello che trasporta, poi nel torrente brilla. Le ultime falangi delle dita sono le mie staffette per aprire il passaggio verso l'alto e sono intorpidite. L'alpinista su una parete a strapiombo va a tentoni, perciò sulla punta delle dita si concentrano i sensi. Con le falangi tocco ma anche vedo, e ascolto battendo l'appiglio per sentirne il suono prima di caricarci il peso. Con le falangi delle dita assaggio. In pochi metri sono fuori di vista di mio cugino che mi dà corda alla base della parete. Non voglio fargli vedere che stento a scalare, non per un orgoglio, ma perché se mi vede in difficoltà si scoraggia e dubita di riuscire. Intorno la fascia di sole si sta abbassando dalla sommità prendendo posto nel mondo di sotto. L'incontrerò a metà scalata. Mi fermo per infilare a turno le dita nel collo. Riparto per volontà di testa che si ostina. Salgo e non mi accorgo di sbagliare linea verticale. Seguo una serie di appigli che si riducono fino a quasi niente. Ho messo una protezione molti metri sotto e mi trovo in un punto nettamente al di sopra della scala di difficoltà prevista per la nostra scalata. Ho un minuscolo appoggio di piede che alterno tra destro e sinistro, in alto le dita toccano piccoli appigli svasati. Guardo di sotto e penso a come rifare all'indietro il muro che ho arrampicato. La testa non ce la fa a proseguire e preferisce l'azzardo di scalare in discesa.
Mentre mi sto decidendo, sento il corpo svegliarsi. Ha fiutato il pericolo, reagisce. Fa come il mare dell'alba quando piglia la prima brezza e investe a chiazze la sua superficie. Si contraggono i muscoli del bacino, dalla spina dorsale lungo la schiena arriva un calore alle scapole, alle spalle. La ghiandola ha spremuto la sua goccia di adrenalina che è nitroglicerina ed esplode nei tessuti. Il corpo è uscito allo scoperto, fuori dal guscio. La sua superficie non assomiglia più al mare sotto brezza, ma alla corrente ascensionale di una parete al sole. Ultimo segnale di prontezza è un desiderio di svuotare urina.
Il corpo ora costringe la testa a guardare in su e a tastare di nuovo le piccole prese svasate. Al tocco sento la spinta del corpo che vuole forzare il passaggio verso l'alto. «Aharai», dietro di me, è il comando del capo di un gruppo di soldati della scrittura sacra, quando si mette davanti ai suoi e avanza allo scoperto. «Dietro di me», questo fa il corpo e ordina alla testa di seguirlo. Il respiro soffia colpi di fiato secchi e si trascina dietro tutto il me stesso al seguito. Mi sposto verso l'alto, uso prese incerte, i piedi caricano il peso su aderenze invece che su appoggi. Ci sono punti di una scalata in cui conta il verbo tenere. Tengo quelle prese e mi tengo, questo è tutto.
Arrivo a una specie di ballatoio, faccio un ancoraggio per la sosta. Da lì mantengo tesa la corda con la quale aiuto mio cugino a scalare in sicurezza per raggiungermi. Mentre lui sale, penso al centimetro di appiglio che ho usato accanto al raponzolo di roccia, che col suo fiorellino viola se ne sta impettito in mezzo all'immensità minerale della parete a picco. Penso al vento di un branco di camosce che mi ha sfiorato in corsa su un ghiaione in discesa. Penso al vecchio maschio solitario accovacciato in pace sotto una cima, che non si è fatto disturbare dalla mia poca presenza e così mi ha fatto onore più di un invito a corte. Conosco un cirmolo che si sporge su un precipizio e che ha saputo ributtare dopo essere stato incendiato dalla folgore. Devo alle montagne i più insperati incontri con le sole creature degne del titolo di Vostra Altezza. Accanto a una croce di cima, a segnavia tra termine di suolo e inizio di universo, ho amato nostra madre terra come un figlio.
Intanto mio cugino annaspando e litigando con le prese mi raggiunge sul ballatoio. Posso ripartire verso l'alto, mi allontano di nuovo da lui che ripiglia fiato. Scalando faccio questo: mi allontano dal suolo, senza per questo avvicinarmi al cielo. Da qualunque cima raggiunta quello è rimasto remoto e vuoto. I costruttori della torre chiamata poi Babele, conobbero per primi lo sgomento di avere raggiunto nient'altro che il punto e a capo di un'altura. Il cielo che volevano abitare non poteva essere attinto dalle loro scale.
Il resto dell'arrampicata è un'aggiunta di metri all'abisso. Il corpo va con le falangi e i polsi sulla pista della salita a quattro zampe. La testa segue docile come una coda. Scalare le toglie la supremazia, non è più la sommità dello scheletro, ma una scatola ossea che accompagna e registra. In cima alla parete a forma di schiena, oltre l'ultima vertebra, c'è il risalto a forma di collo. È il percorso più facile e lo scaliamo insieme a corda corta. Dove finisce l'ultimo passo verso l'alto, la testa riprende il suo posto e il suo turno di sentinella sugli spalti. Guardo l'orizzonte dove altri corpi di montagne sono una folla di giganti imprigionati al suolo. Da un punto del perfetto angolo giro scatarrano tuoni e sputano fiammelle di saette. È invito a sgomberare in fretta. La montagna si spulcia della presenza di noialtri intrusi, ospiti di passaggio della sua bellezza.

mercoledì 17 luglio 2013

Lettere a Poseidon



"Cosa pensano gli dei di noi? Sono ancora interessati alle sorti umane? È possibile un dialogo tra il nostro mondo e quello che ha eretto templi di pietra e di poesia all’Olimpo? È una calma giornata invernale quando Cees Nooteboom si ritrova in un ristorante di Monaco che porta il nome Poseidon, il dio del mare cui rivolge un pensiero ogni sua estate a Minorca. Da questa coincidenza, forse un segno, un richiamo, nasce l’idea di scrivergli una serie di lettere, di invocare le radici della nostra civiltà per interrogarsi sul presente. Con la libertà di chi non si aspetta risposte e una curiosità indagatrice che si riempie di meraviglia e poesia per le piccole cose che racchiudono grandi domande, Nooteboom confida le sue scoperte di eterno errante ed esploratore di paesi e culture, condivide illuminanti riflessioni nate da scorci quotidiani, un dipinto del Prado, la cronaca di un brutale infanticidio, un pesce preistorico dell’acquario di Medellín, si addentra negli sforzi di scienza e filosofia per spiegare i misteri dell’universo, misura la distanza tra l’uomo e il divino. Romanzo epistolare sui generis che fonde esperienza, erudizione e fantasia, Lettere a Poseidon è libro di viaggi nella natura e nel pensiero, raccolta di mirabilia e rete di visioni che collega Omero e Kafka, Leonardo da Vinci e i cavallucci marini, l’ultimo viaggio di Ulisse e Brigitte Bardot. Ogni lettera ruota intorno al rapporto tra l’uomo e il mondo e non può che incontrare il silenzio del dio, specchio del desiderio di potere e immortalità che ispira l’epoca del mito come quella del disincanto".

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martedì 9 luglio 2013

Filosofia dei giramondo



"Domenica - Il Sole 24 ore", 19 maggio 2013

Sembra impossibile, ma una sosta particolarmente amata nel corso del Gran Tour settecentesco è Cento, un paesotto della bassa padana allora ammorbato dal tanfo delle marcite di canapa. Ma in quel luogo è nato il Guercino, il pittore più amato dai forestieri, e vi sono conservate molte sue opere. Goethe s'inerpica sul suo campanile per vedere chi sa che, mentre con la tipica iperbole del viaggiatore Anna Miller dice di avervi scoperto i dipinti più belli del mondo. Nell'ultimo scorcio del Settecento, altri inglesi battevano le campagne di Cento: erano mercanti di canapa che fornivano il cordame per la marineria britannica. Per cui, oltre che arricchire le quadrerie inglesi, Cento ha permesso a James Cook di veleggiare verso la barriera corallina e alla Gran Bretagna di «governar le onde», come canta l'inno imperiale.
I due generi di viaggiatori che s'incontrano a Cento segnano l'apogeo del secolo d'oro dei viaggi. I nipoti e i pronipoti di Anna Miller sarebbero diventati dei turisti pronti a rubare con gli occhi quei capolavori che gli antenati trafugavano con pochi soldi. Quelli di Cook avrebbero narrato le esplorazioni più ardimentose ammantandole di eroica follia. È forse un caso che le morti di grandi navigatori come Magellano o come Cook per mano dei nativi delle Filippine, il primo, e delle Hawaii il secondo, vengano tramandate sulla falsariga del dio che s'immola per la redenzione degli uomini? Con quelle morti salvifiche si metteva in scena l'apoteosi dell'europeo portatore della parola divina e della civiltà in un mondo selvaggio.
Il fascino autentico di ogni genere di viaggio nasce dalla sua ambiguità, dal propagandare un valore, materiale o immateriale che sia, lasciando simultaneamente balenare il suo contrario. Approdato a Tahiti poco prima di Cook con l'idea che le ricchezze del globo appartengono all'Europa in nome del suo primato scientifico, Louis-Antoine de Bougainville viene ricevuto con affabilità dal capotribù e dalle sue donne. Solo il padre del capo, un vecchio impassibile come un idolo, non risponde ai segni di amicizia dell'ospite inatteso. La sua aria trasognata e pensosa lascia forse intendere che i giorni felici dell'isola sono finiti per sempre con l'arrivo di una nuova razza di uomini? Nella scena rievocata da Bougainville, il vecchio assume su di sé le imbarazzate riflessioni dell'ospite venuto dal mare, come se sul suo immobile volto si rispecchiasse il senso di colpa di chi è consapevole di stare contaminando un lembo di paradiso.
Parlare dei viaggi di esplorazione e di quelli di commercio significa mettere a nudo non solo le responsabilità dell'Occidente europeo nella creazione di grandi imperi coloniali, ma le ideologie attraverso le quali vengono promulgate simili imprese. Quando gli spagnoli prendono brutale possesso del Nuovo Mondo a Occidente e, quasi negli stessi anni, i portoghesi impiantano il monopolio commerciale delle spezie a Oriente, nell'Oceano Indiano, invocano entrambi Santiago Matamoros, proiettando su popolazioni imbelli e perfino impreviste l'ombra dei Mori, gli antichi nemici contro i quali promossero un tempo la crociata della Reconquista. Ma con i loro viaggi, i mercanti sono pur sempre gli antropologi e gli etnografi del passato. Annunciando la fine dei viaggi, Lévy-Strauss ricordava con rimpianto l'Oriente «non ancora infangato» di Tavernier e del veneziano Manucci. Estromessi dai monopoli commerciali creati dalle potenze atlantiche, proprio gli italiani erano diventati, fra Cinquecento e Seicento, dei mercanti anomali, avventurieri capaci di progettare il giro del mondo per ricavarsi spazi commerciali autonomi con incredibile intraprendenza. Ma proprio il ruolo di liberi battitori, svincolati dalla politica degli Stati, permetteva a mercanti fiorentini come Filippo Sassetti e Francesco Carletti di cogliere la drammatica cancellazione del sostrato etnografico che la presenza europea aveva determinato nelle civiltà orientali e in quelle occidentali del pianeta. Essi sono forse i primi ad avere coscienza delle devastanti conseguenze che i processi di colonizzazione e i monopoli commerciali hanno provocato a livello globale. Inoltre essi appaiono non indegni compagni di quegli avventurieri, come Ludovico di Varthema o Gemelli Careri, che nello stesso lasso di tempo viaggiano per vedere il mondo e «strofinare il cervello» contro quello degli altri, mercanteggiando naturalmente alla bisogna.
Un residuo dell'istinto di colonizzazione condiziona lo sguardo del più disinteressato dei viaggiatori. Giunto travestito da afgano alla Mecca, la città proibita ai non mussulmani, Richard Francis Burton, principe degli esploratori, volge lo sguardo alla Kaaba, la "Casa del Signore" coperta dal drappo funereo. Ne rimane affascinato e annichilito allo stesso tempo, perché tutti i suoi parametri di riferimento si rivelano incongrui. Nulla che abbia a che fare con la maestosità dell'arte egizia, né con la barbarica magnificenza dell'India e tanto meno con la sublime armonia della Grecia e dell'Italia. Gli sembra addirittura che nessuno degli adoratori che premono il cuore pulsante contro la sacra dimora possa provare un'emozione più intensa della sua, del pellegrino venuto dal Nord. Il fatto è, riflette fra di sé Burton, che la loro è l'emozione intensa della fede, la sua è l'estasi arrogante della sfida vinta.
Solo la discrezione di Henry James può allora dare un senso al viaggio sollecitando il viaggiatore ad auscultare lo spirito del luogo e a fingersi la sua storia e le sue trame dimenticate. Esiste ancora un pellegrino appassionato, si chiedeva sulle sponde fatali del Trasimeno, il quale, muovendosi in questo luogo in un meriggio d'estate, sia in grado di percepire il languore della brezza carica di ossessivi fantasmi? Gli risponde Aldous Huxley per bocca di due americane che viaggiano fra Firenze e Roma. «Che bel lago! Come si chiama?» fa una, e l'altra risponde: «Non me lo ricordo, ma ci deve essere successo qualcosa!».