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domenica 15 maggio 2016

Il traduttore cambia l’italiano

Cristina Taglietti, "Corriere della Sera", 15 maggio 2016

L’italiano cambia, anche attraverso le traduzioni dei romanzi. È uno dei temi che l’«Autore Invisibile», il ciclo di seminari curato da Ilide Carmignani, ispanista e traduttrice di autori come Gabriel García Márquez, Roberto Bolaño, Luis Sepúlveda, in questi giorni sta affrontando. Questa mattina il linguista Gianluigi Beccaria parlerà di «Italiano che va e italiano che viene» e in questi cambiamenti della lingua ha un ruolo anche quello che leggiamo, considerato che più del 60 per cento della narrativa viene dall’estero. «L’italiano è una lingua ancora vitale — dice Beccaria — che magari per strada perde pezzi ma ne acquista di nuovi. Una volta venivano dal basso, oggi vengono soprattutto dalla lingua imperiale, l’inglese. In generale, un tempo la nostra narrativa poggiava su basi molto tradizionali, oggi anche la lingua si va globalizzando, forse anche si appiattisce un po’. Lo sanno bene i nostri narratori, che infatti scrivono in un italiano già pronto per essere tradotto. Diciamo che, forse, oggi, un Gadda non potrebbe esserci nella nostra letteratura».
Quando si parla di italiano letterario la traduzione è un punto di riferimento fondamentale, anche se spesso sottostimata. «Quindi — dice Ilide Carmignani — la domanda è: quando traduco La gabbianella e il gatto di Sepúlveda a quale italiano faccio riferimento? All’italiano dell’uso? Ma io sono toscana e ogni casa editrice ha una sua idea di italiano letterario. Per esempio: come traduco cool? Per la casa editrice romana dovrei usare fico, per quella milanese figo. Io metterei ganzo. Se faccio una traduzione fedele e letterale, non uso un buon italiano, ma un incrocio tra la mia e l’altra lingua». Le regole di revisione delle case editrici e la loro provenienza contano più di quanto si creda. «Il passato remoto si sta indebolendo per esempio — continua Carmignani —. Contribuiscono le traduzioni da una lingua come l’inglese che ha una sola forma di passato e l’editing di molte case editrici del Nord, dove è usato molto meno rispetto ad altre zone d’Italia. Per me è un impoverimento, si perdono sfumature».
A cambiare l’italiano non sono solo le traduzioni dei romanzi, ma anche quelle delle serie tv. Lo spiega Stefano Arduini, docente di Linguistica generale all’Università di Urbino dove organizza, con Carmignani, le Giornate di traduzione: «L’italiano che usiamo passa anche da lì. Anzi, sui giovani è forse quello che ha più influenza. Ora sta andando in onda Il Trono di Spade, in contemporanea con l’America. È chiaro che la traduzione dei sottotitoli e del doppiaggio non può essere così accurata e infatti si nota la differenza con le precedenti serie. Oltretutto parliamo di un programma che ha creato un suo sistema linguistico. Comunque, è certo che la letteratura non ha più la funzione di riferimento culturale che aveva in passato».
Le serie, ma anche i romanzi di genere, soprattutto i noir, sono alla base di certi calchi dall’inglese. «“Assolutamente”, “rilassati”, “dacci un taglio”, “fottuto”, “dannato” — aggiunge Ilide Carmignani — provengono da lì. Così come l’uso di frasi molto brevi, paratattiche. Si ritrovano nei testi di molti scrittori italiani, da Ammaniti a De Carlo. Una semplificazione che non è necessariamente un male, dipende da quanto l’autore la integra in uno stile personale». Quando viene male, il linguista Giuseppe Antonelli la chiama «traduttese»: «Era molto diffusa una decina di anni fa, adesso mi sembra che sia un po’ diminuita». Antonelli ieri ha parlato di punteggiatura ai partecipanti del seminario di traduzione. Perché anche in quel settore la lingua dei romanzi ha esportato qualcosa: «Come l’uso del trattino che non si chiude. In italiano se ne usano due a indicare un inciso. È curioso che il primo ad accorgersene sia stato Leopardi che se la prende con il traduttore di Byron, paragonandolo a un ciarlatano di piazza che, in quel modo, vuole dirci: guardate quanto sono bravo. D’altronde anche Sandro Veronesi, in un libro del 2001 tutto dedicato alla punteggiatura, ha scelto il trattino. La grammatica italiana non lo accetta, ma lui ne fa un manifesto». Certo non si può parlare di un’unica lingua. «L’ultimo bestseller — aggiunge Arduini — non può avere lo stesso tipo di traduzione di un lavoro autoriale. Si va dal linguaggio sofisticato dei grandi traduttori, attenti a riprodurre la voce degli scrittori, a quello rivolto a un mercato di consumo più immediato e veloce, su cui, magari, lo stesso editore non investe molto. Lo scrittore interessante è quello che prende i materiali, anche più bassi, di una lingua e li tempra, cambiandone il valore».
Paolo Nori, che ieri ha animato uno degli incontri dell’«Autore Invisibile», è diventato traduttore, dal russo, dopo aver pubblicato i suoi primi romanzi. È convinto che la traduzione debba parlare ai lettori di oggi con il loro linguaggio, per cui i contadini delle Anime morte di Gogol imprecano in dialetto modenese. «Molti amici russi mi dicono: ma perché traduci Tolstoj? L’hanno già fatto molti altri. È vero, però se un russo lo legge trova una lingua contemporanea, invece la traduzione di Landolfi, per esempio, è datata. Ma questa è proprio una caratteristica della nostra lingua. Se un bambino russo legge il romanzo in versi di Puškin Evgenij Onegin, capisce tutto. Io ho letto a mia figlia il 5 maggio di Manzoni e lei ha capito che qualcuno giocava a memory respirando».

domenica 5 luglio 2015

La lingua della scienza. Non può essere Babele


Dopo la scomparsa del latino per un lungo periodo
 gli scienziati usarono varie lingue per comunicare finché non prevalse l’inglese

Arnaldo Benini, "Il Sole 24 ore - Domenica", 5 luglio 2015

«Per quanto inevitabile, la scomparsa del latino come linguaggio universale della scienza - scrisse l’allora direttore della rivista Endeavour Trevor Williams nel 1977 (Interdisciplinary Science Reviews 2, 165-172, 1977) - è stata una grande sventura». Deleterio fu l’intervallo fra il declino del latino e la prevalenza dell’inglese, perché, fra la fine del ’700 e gli anni ’70 del secolo scorso, prevalse la Babele di scrivere di scienza in diverse lingue. Michael D. Gordin, dell’Università di Princeton, storico della chimica, della scienza russa e della guerra fredda, in un geniale e vastissimo studio di storia della comunicazione scientifica, che è anche un saggio di politica culturale, racconta la fine molto deplorata («a monument to human folly») del latino come lingua universale e la lenta marcia verso l’egemonia, ora incontrastata, dell’inglese. Perché non si è continuato col latino, che era la lingua scritta della cultura in Europa, nel medio Oriente, in Russia (introdotto con la scienza, non essendoci tradizione cattolica), nella quale si leggevano anche traduzioni di testi greci e arabi? La ragione principale potrebbe essere che da secoli era scritto e non più parlato. Inoltre il latino classicheggiante degli umanisti del Rinascimento non si prestava ad esprimere i rapidi e radicali cambiamenti della scienza e della tecnologia. Il latino, dice Gordin, fu la vittima più illustre della rivoluzione scientifica, anche se testi di Galilei e Newton sono in latino. Ancora nella seconda metà del ’700 il latino resisteva come lingua della scienza. Giambattista Morgagni, ad esempio, pubblicò nel 1761 la prima grande opera di anatomia patologica De sedibus et causis morborum e il medico napoletano Domenico Cotugno nel 1779 De Ischiade Nervosa Commentariis, il primo studio sulla sciatica come malattia dei nervi e non delle vene delle gambe. Carl Linnaeus, che scriveva in latino e svedese, a metà del ’700 introdusse la nomenclatura binomiale latina per tutte le piante, in uso universale e obbligatorio fino al 2012. Al latino non giovò, nel XIX secolo, d’essere identificato col dogmatismo della Chiesa cattolica. Nel XIX e fino alla metà del XX secolo le lingue più usate nella comunicazione scientifica furono il “triunvirato” di inglese, francese e tedesco, ma nessuna ebbe il ruolo che era stato del latino. Il russo, che fuori dalla Russia pochi conoscevano, fu rilevante nella chimica di fine ’800.
Gordin racconta per esteso una delle più furibonde dispute nella storia della scienza del XIX secolo. Essa scoppiò per un errore nella traduzione tedesca, di un chimico bilingue russo-tedesco di Gottinga, del testo russo di Dmitrii Mendeleev (che aveva pasticciato alcuni lavori scritti in un francese approssimativo) del 1869 sulla tavola della periodicità degli elementi. La parola russa per periodico fu tradotta non con periodisch, ma con stufenweise, cioè graduale, progressivo. Il traduttore non aveva afferrato che la periodicità era la caratteristica cruciale e la scoperta della tavola. In Russia, nel XVIII secolo, le lingue in uso nella scienza furono francese e tedesco. Il francese ebbe difficoltà ad imporsi, anche perché, ancora nel XVII e XVIII secolo, era la lingua dominante solo in 15 degli 89 dipartimenti del paese, dove si parlava tedesco, occitano, basco, provenzale ed altre lingue. Uno dei compiti della Rivoluzione, dice Gordin, fu di rendere il francese lingua universale in tutta la Francia. Dal 1900 fino alla fine degli anni ’20, si pubblicarono nel mondo più lavori scientifici in tedesco che in inglese e il doppio e il triplo che in francese, nonostante l’avversione per la cultura e la società tedesche durante e dopo la prima guerra mondiale. In quegli anni la scienza tedesca, in particolare la fisica e la chimica, quest’ultima anche sul piano industriale, fu al culmine della creatività, testimoniata dal numero di premi Nobel. L’ignoranza del tedesco comportava, a quel tempo, di non essere al corrente di molto di ciò che scienza e tecnologia producevano.
Il declino della preminenza della lingua tedesca cominciò col nazifascismo, per l’esodo massiccio verso gli Stati Uniti e l’Inghilterra non solo di ebrei, ma anche di non ebrei ostili alla barbarie dei regimi in Italia e in Germania. L’inglese prevalse, sostiene Gordin, non per la preminenza economica e militare dei paesi anglofoni, ma perché l’Inghilterra e ancor più gli Stati Uniti avevano favorito il trasferimento nei loro istituti e università, che ebbero uno sviluppo enorme, di scienziati, umanisti e artisti dall’Europa, anche se molti di loro sapevano poco o niente inglese. L’inglese prevale non perché è la lingua dei padroni, ma perché è la lingua di paesi che hanno creduto nella cultura.
La preminenza dell’inglese fu favorita anche dalla decisione delle colonie britanniche di mantenerlo come lingua ufficiale dopo l’indipendenza e dall’occupazione di parte della Germania sconfitta di inglesi e americani. In Germania il bilinguismo nelle aree occupate era diffuso. L’inglese è oggi non solo la lingua delle pubblicazioni scientifiche e delle comunicazioni in conferenze, congressi e laboratori, ma è corrente nelle istituzioni scientifiche, anche nei paesi dell’Europa dell’est. Dagli anni ’70 del secolo scorso in poi quasi tutte le riviste scientifiche pubblicano in inglese e, in molte Università di paesi non anglofoni, insegnamenti, interrogazioni, tesi di laurea e pubblicazioni si tengono in inglese. Così si evita la Babele che si ebbe dopo il tramonto del latino. Per i non anglofoni sapere solo la lingua madre è una mutilazione culturale e professionale, per gli anglofoni è più la regola che l’eccezione. Sono comunque avvantaggiati.
Il neuroscienziato sudtirolese Valentino Braitenberg sostenne, molti anni fa, che chi non è anglofono, nei congressi e nei rapporti con i colleghi non deve lasciarsi intimidire. Impari l’inglese basico della scienza, prepari la conferenza, si eserciti nella pronuncia corretta e parli senza remore. Verrà ascoltato con interesse, se quel che dice lo merita. Oggi spesso non è così: chi, in una discussione, non interviene in un fluent English, è spacciato in partenza. È un bene che ci sia una lingua sola? È un bene per la scienza, perché la Babele nella scienza è inimmaginabile. Sta agli anglisti giudicare se è un bene per l’inglese. Gordin sospetta che l’egemonia dell’inglese non durerà a lungo e specula sulla successione. È probabile invece che l’inglese come lingua della scienza durerà più del latino perché è parlato, scritto e letto come lingua madre in paesi di tutto il mondo. Circa la successione: nessuno, nell’Europa del XV o XVI secolo, poteva prevedere che il latino sarebbe stato sostituito dalla lingua di un’isola dell'Oceano Atlantico.
Michael D. Gordin, Scientific Babel How Science Was Done Before and After Global English, The University of Chicago Press, Chicago and London, pagg.415, € 30,00

lunedì 30 marzo 2015

Traduttori, nobil razza dannata


Come in un memoir, Massimo Bocchiola racconta gioie e dolori del suo lavoro: tradurre, come scrivere, significa sconfiggere la morte attraverso la parola

Giuseppe Culicchia

"La Stampa", 30 marzo 2015


Che cosa hanno in comune, a parte naturalmente la professione, Stephen King e Samuel Beckett, Martin Amis e Irvine Welsh, Thomas Pynchon e Paul Auster? Semplice: in molti li abbiamo letti nelle traduzioni di Massimo Bocchiola, che dopo il romanzo Il treno dell’assedio (Il Saggiatore 2014) e le raccolte di poesie pubblicate per Marcos y Marcos e Guanda, ha scritto per Einaudi Stile Libero Mai più come ti ho visto, saggio sotto forma di scorribanda, o volendo di memoir, nel quale ripercorre passo passo le tappe del suo percorso di traduttore, raccontando il dietro le quinte di un mestiere bellissimo, difficilissimo e per certi versi impossibile - trattandosi ogni volta di inseguire per decine, centinaia, migliaia di pagine le parole altrui senza raggiungerle davvero mai -, eppure piacevole. 
Un mestiere sfibrante
«Tradurre testi letterari è molto bello», scrive Bocchiola. «Consente di impossessarsene a proprio uso, e nel contempo - se lo vogliamo, se ne siamo capaci - di farne dono ad altri». Già: in Italia com’è noto si traduce tantissimo, eppure è piuttosto raro che il lavoro del traduttore venga menzionato se non di sfuggita in una recensione; quanto al compenso, che di norma viene stabilito «a cartella», da noi si attesta sui dieci o dodici euro, mentre in Paesi come la Germania - dove i traduttori hanno un loro sindacato in grado di trattare con gli editori - arriva anche a trenta e oltre; per tacere del resto del lavoro editoriale, ovvero delle revisioni e delle eventuali correzioni che almeno in teoria dovrebbero competere alla redazione della casa editrice: non da oggi, ma oggi più che mai, queste mansioni sono spesso appaltate all’esterno per ragione di costi, e sempre per ragione di costi si dà addirittura il caso che una traduzione non venga né rivista né corretta, ma pubblicata in fretta e furia così com’è, di modo che a farne le spese sono naturalmente innanzitutto l’autore e il lettore, ma anche il traduttore, che vede mortificato in questo modo il lavoro di mesi. 
Un lavoro duro, a tratti perfino sfibrante, che richiede una grande concentrazione e che talvolta non conosce orari. «Tradurre è un po’ come spalare carbone», scrive non a caso Paul Auster, citato da Bocchiola e ripreso nella quarta di copertina. «Lo sollevi con il badile e lo rovesci nella fornace. Ogni pezzo è una parola, ogni palata è una nuova frase, e se hai la schiena abbastanza forte, e la resistenza che serve a continuare per otto o dieci ore al giorno, riuscirai a tenere acceso il fuoco». Tutto vero, posso confermare: da parte mia, malgrado i dieci anni trascorsi in libreria ad aprire scatoloni e fare rese, non ho mai faticato tanto come quando ho tradotto i Racconti dell’età del jazz di Francis Scott Fitzgerald.
Dare nuova vita
Ma Bocchiola non si limita a mostrare più che generosamente l’officina del traduttore, con tutta una serie di esempi pratici ed escursioni in territori quali il cinema, il calcio o la guerra, nonché ammissioni di richieste di consulenza a esperti delle varie discipline, tra cui suo padre, medico, per una scena di Stella del mare di Joseph O’Connor in cui viene diagnosticato un caso di sifilide, e un ex compagno di scuola diventato agronomo per venire a capo di una parola usata in una poesia da Blake Morrison. In questo saggio densissimo, assai divertente e sempre interessante, prova anche a ragionare sul legame tra la traduzione e il tempo, a partire dal fatto che la traduzione di un testo letterario contribuisce a dare nuova vita, oltre che alle parole, anche a quella che è a tutti gli effetti un’esperienza passata, trasformandola e perciò stesso dandole una seconda occasione, restituendone l’eco infinita. Per arrivare alla conclusione che tradurre, come scrivere, corrisponde in un certo senso a sconfiggere la morte attraverso la parola. 
I due Moby Dick
Può darsi che le cose stiano davvero così, se non altro quando le parole sono destinate a rimanere: vedi l’Infinito di Leopardi, che a un certo punto Bocchiola decide di ritradurre dalla traduzione in inglese di Tim Parks anche per il gusto di sfidare se stesso. Sta di fatto che almeno su una cosa non posso dirmi d’accordo con lui, quando scrive che «ogni scrittore può ricevere critiche, attacchi, insulti ben peggiori di chi traduce, e su un terreno oggettivamente più personale. Ma al traduttore è statutariamente negato il diritto primario di ogni artista, cioè quello di produrre un’opera che piaccia prima di tutto a lui stesso. Forse è proprio per questa ragione, come per nessun’altra, che non si può definire un artista». Beh: senza tirare in ballo qui il caso del Moby Dick tradotto da Pavese, che bene o male da generazioni fa sì che ci siano due Moby Dick, quello di Melville e quello appunto di Pavese, ci sono al contrario traduttori che meritano senza dubbio tale definizione. E credo di poter dire che l’autore di Mai più come ti ho visto - un testo che certo sarà adottato in ogni corso di traduzione che si rispetti e che comunque andrebbe letto da chiunque ami leggere - possa essere annoverato tra questi.

domenica 2 novembre 2014

Tradurre gli scrittori italiani


Primo Levi l’Americano

Mentre negli Stati Uniti è attesa la traduzione delle sue opere complete, 
oggi a Torino l’annuale Lezione dedicata allo scrittore 
affronta la difficoltà di volgerlo in un’altra lingua

Ernesto Ferrero

"La Stampa",   30 ottobre 2014

«In un’altra lingua», la sesta «Lezione Primo Levi» che Ann Goldstein e Domenico Scarpa tengono oggi a Torino, coincide con l’annuncio di un doppio evento di speciale rilievo nella storia della ricezione delle opere di Primo Levi. Nell’autunno 2015 è attesa negli Stati Uniti la traduzione inglese delle Opere complete in tre volumi, presso la Norton Liveright. È la prima volta, non solo in America, che un’impresa del genere viene dedicata a un autore italiano, non a caso tra i più letti e tradotti, e in continua ascesa nella considerazione critica. La Goldstein, che firma la curatela complessiva, oltreché le versioni di singoli testi, è l’esperta traduttrice dell’impervio Petrolio di Pasolini, di Bilenchi, Calasso e da ultimo della Ferrante, e fa parte dell’eroico team che ha volto in inglese nientemeno che lo Zibaldone di Leopardi. Negli stessi mesi del 2015 esce presso Einaudi anche una nuova edizione delle Opere, ormai la terza in ordine di tempo, a cura di Marco Belpoliti, con un numero consistente di pagine disperse, non ancora riunite in volume.
Calvino diceva che scrivere è nascondere qualcosa affinché poi venga scoperto. Se Levi, maestro di understatement, nasconde, è per una sorta di pudore espressivo, per non esibire la ricchezza e complessità dei temi e dei riferimenti su cui lavora con la precisione di un orologiaio. Sotto la superficie di un dettato di cristallo, continuiamo a scoprire giacimenti che sollecitano indagini sempre più approfondite, di cui le «Lezioni» torinesi (che poi diventano altrettanti volumetti Einaudi, con traduzione inglese a fronte) hanno sin qui offerto delle campionature di grande valore.
La storia aggrovigliata della traduzione dei libri di Levi ha proprio negli Stati Uniti uno degli snodi essenziali. Le edizioni inglese e americana di Se questo è un uomo erano uscite nel 1959, un anno dopo la nuova edizione Einaudi, passando pressoché inosservate. Il titolo era stato banalizzato in Survival in Auschwitz, come se si fosse trattato di una sorta di «action movie» a lieto fine. Era un fraintendimento piuttosto vistoso anche il titolo americano di La tregua, diventato The Reawakening, «Il risveglio», che contraddice il timbro inquietante dell’originale: se guerra è sempre, la fine delle ostilità rappresenta solo un momento di requie. Invano Levi aveva proposto all’editore un diverso titolo, desunto da un verso dell’amato Coleridge: Sopra un oceano dipinto, dove l’oceano era quello della bizzarra navigazione del ritorno a casa.
Bisogna aspettare il 1984 perché con Il sistema periodico l’America si accorga che Levi è un grande scrittore, non solo l’insuperabile analista della Shoah. Saul Bellow ne parla come di un libro «necessario», dove tutto è essenziale e nulla superfluo, in cui si è immerso con «piacere e gratitudine». L’autorevole giudizio, corroborato da una serie di recensioni molto favorevoli, propizia una messe di nuove traduzioni. L’anno dopo esce la traduzione di Se non ora, quando? con un’introduzione di uno storico come Irving Howe; segue un viaggio promozionale (Boston, New York, Los Angeles), con incontri e conferenze in sedi universitarie. Nell’autunno 1986 Philip Roth viene a Torino per rendere omaggio allo scrittore che ha scoperto grazie a Claire Bloom, allora sua moglie. Una sua lunga intervista, sottesa da un’ammirazione affettuosa, esce sulla New York Review of Books e viene ripresa dalla Stampa. Roth vuol sapere tutto del nuovo amico, visita la fabbrica di vernici a Settimo e la casa di corso Re Umberto: «Bisogna saper restare ancorati alle radici come hai fatto tu: lavoro, città, famiglia», gli dice. A cena con lui al Cambio conversa allegramente, vuole farlo sorridere con le sue imitazioni del vecchio Singer. È l’ultima grande soddisfazione della vita di Primo.
Levi tradotto, Levi traduttore. È facile pensare subito alle pagine memorabili in cui ad Auschwitz si sforza di tradurre Dante per l’amico Jean Samuel detto Pikolo. La sua competenza linguistica è sistemica (padroneggia bene francese, inglese e tedesco, traduce Heine, Kafka, Lévi-Strauss), va ben oltre la pura sensibilità o il gusto delle etimologie: è nutrita di memoria storica, comporta un continuo raffronto tra sistemi differenti, si spinge sino a inventare codici con cui comunicare con il mondo animale. Osserva Domenico Scarpa, che contribuisce da par suo all’edizione Norton per la parte storico-critica: «Così come il linguaggio cambia peso e valore con la Rivoluzione industriale (civiltà di massa, metropoli, grandi numeri), allo stesso modo torna a cambiare dopo la comparsa di Auschwitz. Che è la morte moltiplicata dall’industria. Levi è il testimone più consapevole (e professionalmente ferrato) di questa natura industriale del Lager, e della necessità di farvi aderire un linguaggio. Scopre una nuova forma della modernità, che è difficile ma non impossibile convertire in espressione: sono queste le sue affinità con Baudelaire. Non inventa i fatti, costruisce la resa letteraria dei fatti, ma anche la loro resa acustica. Quando ribattezza Pikolo, con la kappa, Jean Samuel, vuole trasformare una gentile voce italiana in una consonante dura, violentemente intrusiva, per restituirci la barbarie anche fonetica di Auschwitz».
Così come è riuscito a riprodurre, reinventandolo, il «suono» barbaro del Lager, il Levi trasmutatore di linguaggi ha saputo consegnare alla grande letteratura l’italo-piemontese degli artigiani-artisti, i virtuosi della manualità come Tino Faussone; l’ebraico-piemontese dei suoi avi miti e tabaccosi, lo yiddish delle bande partigiane partite dal cuore della Russia per arrivare in Italia. Non c’è suono o parola che sfugga alla sua creatività di demiurgo anche verbale. Se ogni traduzione è un arricchimento per entrambe le parti, presto sapremo quanto - grazie ad Ann Goldstein e ai suoi sodali - l’inglese si sia arricchito del magistero anche linguistico di Primo Levi.


Intervista ad Ann Goldstein, 
da vent’anni la più importante traduttrice americana dei nostri scrittori 
“È un momento felice per il vostro Paese”

“Leopardi, Levi e la Ferrante così negli Usa si legge l’Italia”

Simonetta Fiori

"La Repubblica",  30 ottobre 2014

«PRIMA il successo di Elena Ferrante, ora la traduzione integrale di Primo Levi. È decisamente un momento felice per la cultura italiana a New York'. Per tirarsi un po’ su bisogna fare una telefonata al New Yorker, sofisticata icona della Manhattan intellettuale. All’altro capo del filo è Ann Goldstein, responsabile del Copy Department e voce americana di molti scrittori italiani. La settimana scorsa ha festeggiato i quarant’anni di lavoro dentro la rivista. La sua avventura tricolore cominciò nel 1992, quando Saul Steinberg portò in redazione il manoscritto di un suo amico ed Ann era l’unica capace di tradurlo.
Si trattava di Cecov a Sondrio di Aldo Buzzi. Da allora sono passati due decenni e migliaia di pagine tra lo Zibaldone e il Petrolio postumo, i romanzi di Baricco e Piperno, la fortunata polifonia della Ferrante. E ora l’opera multiforme dello scrittore chimico, a cui Norton dedica in primavera un’edizione in tre volumi, Complete Works, a cura della Goldstein.
Perché Levi? Cosa piace al pubblico americano?
«L’idea è stata di un editor di Norton-Liveright, Robert Weil, assai appassionato di Levi. Ci ha messo più di cinque anni per acquisire tutti i suoi diritti, e poi sono entrata io nel progetto. Quando abbiamo cominciato a leggerne le traduzioni inglesi, ci siamo accorti che non era stato rispettato l’assetto voluto dallo scrittore. Abbiamo deciso di risistemare i libri nella forma originale, rimettendo mano anche alle traduzioni ».
Nella sua prima apparizione, Se questo è un uomo fu presentato al pubblico americano con il titolo di Survival in Auschwitz e La tregua con Reawakening, il risveglio. Titoli molto rassicuranti.
«Titoli orribili, scelti dalle case editrici per vendere copie».
A Primo Levi non piacevano perché gli sembrava che annacquassero la tragedia nel lieto fine.
«Noi siamo stati fedeli all’originale: If this Is a Man e The Truce.
Per noi il criterio fondamentale è stato quello di seguire le indicazioni di Levi, anche nel tentativo di restituirne tutta la poliedricità. Vorremmo darne un’immagine più completa, non più schiacciata testimone dell’Olocausto».
Ad aprirgli il successo negli Stati Uniti, alla metà degli anni Ottanta, fu un’opera non solo testimoniale come Il sistema periodico .
«Sì, probabilmente influì anche il giudizio di Saul Bellow che presentò quei racconti come un capolavoro. “Non c’è niente di superfluo”, scrisse, “ogni cosa è essenziale”. Di questo parla lungamente Weil nel suo saggio sulla fortuna di Levi in America».
Racconta anche dell’amicizia con Philip Roth. Lo scrittore americano andò a trovare Levi a Torino nel 1986, poco prima della scomparsa.
«Sì, era stato incaricato dalla New York Times Book Review di farne un ritratto sullo sfondo della sua vecchia fabbrica. Roth rimase molto colpito dalla sua capacità di ascolto, dall’intensità dell’attenzione. E tra tutti gli artisti del Novecento, tra quelli intellettualmente attrezzati, gli appariva come il più adatto a cogliere la totalità della vita intorno a sé. Il suo saggio sarebbe uscito un mese prima della morte di Levi».
Domenico Scarpa, che l’ha studiato a lungo, fa notare un’eccezionalità: di solito, nel passaggio dall’italiano all’inglese, i testi si restringono. Nel caso di Levi succede il contrario. Il suo italiano risulta più sintetico dell’inglese.
«Sì, Mimmo dice questo, e forse ha ragione. Ma io non ho contato le parole!».
E con l’yddish di una banda partigiana? È vero che l’yddish usato da Levi è apparso agli americani poco convincente?
«Sì, sapevo anche io di queste perplessità. Forse perché abbiamo una memoria culturale più ricca, e molti termini yddish fanno parte della nostra lingua».
La sua radice ebrea ha inciso nella traduzione di Levi?
«Non credo. In realtà sono un’ebrea cresciuta senza alcuna educazione religiosa. La mia è una delle tante famiglie che si è voluta assimilare a tutti i costi».
Ma dar voce al dolore di Se questo è un uomo non l’ha toccata nel profondo?
«Forse sì, ma in modo del tutto inconsapevole».
Provare empatia per un autore facilita la traduzione?
«Per un verso sì. Se ami uno scrittore le cose vanno più speditamente… finché non ci si stufa. Ma anche nei testi più insidiosi c’è sempre qualcosa da imparare. Mi è capitato con Petrolio, che è stato il mio secondo lavoro di traduzione. E più tardi con Leopardi. Tradurre significa anche scoprire».
Con chi si è divertita di più?
«Con Elena Ferrante, specie in questo suo ultimo ciclo napoletano. Sono rimasta catturata dall’amicizia tra Elena e Lila narrata nella tetralogia — il terzo volume Storia di chi fugge e di chi resta è appena uscito a New York. Sul tema del sodalizio femminile non è stato scritto granché. E la Ferrante ha la capacità di analizzarlo con un’intensità incredibile, direi quasi con brutalità. In un’intervista a Vogue ha dichiarato che nella finzione è possibile spazzare via tutti i veli dell’ipocrisia. Scrivere è un modo per evitare di mentire».
Ma è per questo che piace così tanto ai lettori americani?
«Chissà, per me è un mistero. Certo conta la sua capacità di creare un mondo che tiene prigioniero il lettore. Una volta entrati, è difficile scappare. Le confesso una cosa: quando finisco di tradurre un suo libro, mi sento svuotata. Dov’è finita tutta quella gente? Mi manca l’amicizia tra Elena e Lila, in fondo sono diventata intima anche io».
Elena Ferrante potrebbe essere un uomo?
«No, impossibile. Escludo che un uomo possa capire con quella profondità i rapporti tra le donne, le loro emozioni. Uno scrittore che lavora al New Yorker, D. T. Max, ha detto che, se prima poteva anche pensare che si trattasse di un talento maschile, dopo aver letto la tetralogia napoletana non ha dubbi. È una donna».
Il suo stile è un po’ cambiato.
«Sì, ma non credo in un passaggio di mano: ritorna sempre il vissuto dell’autrice, soprattutto la sua verità emotiva».
Il successo della Ferrante e ora la traduzione di Primo Levi. È un buon momento per la cultura italiana a New York?
«Sì, mi sembra una stagione felice. È stata importante l’opera svolta da Europa Editions, la casa americana di Sandro e Sandra Ferri, che sono gli editori di e/o: oltre a Ferrante, hanno messo in circolo molti autori italiani. Così come si dà molto da fare l’Italian Academy dentro la Columbia University. E uno straordinario lavoro è stato fatto da Renata Sperandio, che dirigeva l’Istituto Italiano a New York».
A leggere il New Yorker si ha l’impressione che la cultura italiana sia ancora il Rinascimento, i grandi classici e l’alta moda. Con poche eccezioni tra gli autori contemporanei.
«Mettiamola così: per il grande pubblico l’Italia è cucina e turismo. Però per una ristretta cerchia di lettori sono importanti anche Italo Calvino e Umberto Eco. E più recentemente Andrea Camilleri: oltre alla trama poliziesca, non escludo che il pubblico apprezzi anche gli arancini di Montalbano».
Da voi c’è anche un problema di traduzione: gli editori sono abbastanza diffidenti verso la letteratura non in lingua inglese.
«Ha presente il quesito sull’uovo e la gallina? I lettori sono sospettosi verso le traduzioni. Così le case editrici — soprattutto i grandi gruppi — evitano di farle perché temono di non vendere. Ma finché non le proponi al pubblico, è impossibile creare la domanda. Per fortuna ci sono i piccoli marchi come Europa Editions, Archipelago, New York Review Books. Da giudice del premio Pen sono rimasta sorpresa dalla quantità delle loro traduzioni ».
Da quale parte del mondo arrivano oggi le idee più interessanti?
«Da Internet. Sembra che ormai tutto succeda lì. Anche il New Yorker ha abbracciato questa filosofia. E sul nostro sito c’è sempre qualcosa di nuovo, di cui io non so niente».

giovedì 28 agosto 2014

Troppe parole intraducibili. L'Europa è lost in translation



Raffaella De Santis

 “La Repubblica”, 23 agosto 2014

ORMAI si tengono in inglese gli incontri ufficiali tra uomini politici e le conferenze scientifiche internazionali. L'inglese è il nuovo esperanto, la lingua ufficiale della comunità europea, ma ci sono parole che appartengono alle nostre culture nazionali difficili da tradurre. Ci sono concetti nati in determinate fasi storiche per i quali è complicato cercare equivalenti, e forse inutile. Il tentativo di rendere in altre lingue il tedesco Kitsch ha prodotto scarsi risultati. Tutti conosciamo la parola Pravda, certo. Sappiamo anche che ebbe un discreto successo nell'Unione Sovietica, ma poi ogni paese europeo l'ha tradotta a modo suo: verità o giustizia? Dieci anni fa in Francia la filosofa e filologa Barbara Cassin ha curato un Dictionnaire des intraduisibles per le Éditions de Seuil proprio per sondare affinità e differenze dentro i confini linguistici europei.
Ora questo vocabolario delle parole intraducibili ha la sua versione inglese, grazie al lavoro di Emily Apter, Jacques Lezra e Michael Wood (Dictionary of Untranslatables. A Philosophical Lexicon, Princeton University Press). Nell'introduzione Barbara Cassin spiega che "intraducibili" vuol dire "traducibili all'infinito", cioè suscettibili di tante versioni, tutte quasi esatte ma non completamente esatte. Il risultato mostra che anche da un punto di vista filosofico e concettuale l'Europa non è unita o meglio volendola mettere in positivo – che la sua essenza è nelle differenze, nelle contraddizioni, proprio a partire dalle lingue nazionali. Le voci di questa cartografia filosofica della nostra diaspora linguistica, affidate a oltre 150 collaboratori, tra cui Alain Badiou, Étienne Balibar, Remo Bodei, Rémi Brague, Judith Butler, Gayatri Chakravorty Spivak, partono dalle parole per mostrare come anche le più comuni (stato o governo, ad esempio) di paese in paese abbiano sfumature diverse di significato, legate al fatto che il linguaggio è l'espressione più immediata e sedimentata della cultura di un popolo: quanti tipi di "giustizia" incontriamo spostandoci nello spazio e nel tempo e qual è il concetto di bene legato a lemmi come good, right o bien? Quante facce può avere la verità (aletheia, vérité, truth)? Si può tradurre mind con mente o geist con esprit?
Perfino l'amore non è per tutti lo stesso, anche se la parola love imperversa nelle opere di Jeff Koons e sulle copertine dei bestseller. Naturalmente il modello di questo viaggio filosofico attraverso il lessico rimane il lavoro di Émile Benveniste, Vocabulary of Indo European Institutions. In Italia abbiamo invece il progetto dell'Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee-Cnr, diretto oggi da Antonio Lamarra ma fondato da Tullio Gregory con la collaborazione di Tullio De Mauro nel 1964, che ha dato vita a una collana arrivata oggi al volume numero 122 (edizioni Olschki).
Ogni traduzione è "tradimento" e "trasgressione": a volte per tradurre un termine bisogna ricorrere a una perifrasi perché non esiste un equivalente. Altre volte è difficile rendere parole cadute in disuso e appartenenti ad altri contesti culturali. Non solo da una lingua all'altra ma anche all'interno di una stessa lingua: complicato oggi parlare di "sprezzatura", un tipo di grazia che evita l'affettazione, per lo meno da quando l'eleganza di corte è stata sostituita dalla bellezza da copertina e Mona Lisa rimane solo un ideale da fotografare al Louvre. È vero, il globish, l'inglese semplificato diffuso a livello globale, è leggero, pratico, facilmente ma spesso così lontano dalla lingua inglese reale che i primi a non capirlo sono proprio gli anglosassoni. In rete impazzano i video con l'inglese dei nostri politici, tra cui l'intervento di Matteo Renzi al Digital Venice, che è diventato un video musicale sulle note di Surfin Bird di The Trashman. Ma fuori dai confini di questo inglese incerto continua a esistere una pluralità semantica ineliminabile, una molteplicità di lingue, ognuna portatrice di una visione. La sfida di un dizionario del genere è mostrare che la resistenza alla traduzione di alcuni lemmi può costituire un arricchimento. Scrive Michael Wood nell'Introduzione al Dictionary of Untranslatables : «La Babele può essere un'opportunità, fornendo più prospettive delle stesse cose». Un'Europa lost in translation può diventare dunque una ricchezza, se non pratica almeno cognitiva.

domenica 25 maggio 2014

Vi spiego perché Ovidio è un gioco da ragazzi


Il volume con la traduzione commentata delle “Metamorfosi”

Vittorio Sermonti

"La Repubblica", 19 maggio 2014


Guardiamoci negli occhi, amico mio: il problema non è perché mai io abbia tradotto le Metamorfosi di Ovidio, e le abbia tradotte proprio così. Ma il problema vero francamente mi sembra un altro: perché mai tu dovresti leggerle, queste Metamorfosi di Ovidio? Potrei dire: leggitele, e poi mi rispondi! Ma se tu mi chiedessi - richiesta più che ragionevole, data anche la stazza del volume - chi te lo fa fare, suggerirti una risposta su due piedi non sarebbe la cosa più semplice del mondo. [...]
Eallora? Allora mi prenderò il lusso di semplificare: le Metamorfosi sono un libro sull’adolescenza, un dizionario mitologico dell’adolescenza che canta il corpo dell’uomo in mutazione incarnandolo in figure letterarie. Vuoi che semplifichi ancora di più esemplificando? Prendi il famoso Narciso. Chi è, che cos’è “Narciso”? È, come saprai anche tu, il nome di un ragazzo bellissimo, figlio di un fiume e di una ninfa, che specchiandosi nell’acqua d’un laghetto si innamora della propria immagine; ma è anche quella categoria clinica, che consiste appunto in un esclusivo, maledetto amore di sé (mai sentito parlare di narcisismo? mai praticato?); ma è anche un fiore color zafferano con i petali bianchi. La metamorfosi si compie all’interno di un nome. Un ragazzo diventa una sindrome che diventa un fiore, restando disperatamente l’io che era. Innamorato, spaventato di sé.
Le Metamorfosi di Ovidio sono proprio il poema dell’adolescenza come esperienza della labilità e vulnerabilità dell’identità, mentre il tuo corpo non fa che cambiare, che cambiare te stesso sotto i tuoi stessi occhi. E tu non sai più chi sei. Vorresti amarti di più, ma non sai chi dovrebbe amare e chi vorrebbe essere amato. E senti il tremore della «inespugnabile solitudine» che punisce ogni bellezza, che ogni bellezza si merita. Ma l’illusione non demorde: il ragazzo Narciso sa bene di essere lui l’oggetto del proprio amore, e ne muore lo stesso; va nell’Ade e continua a specchiarsi nell’acqua del fiume Stige. L’illusione si illude.
Assumere però il bel Narciso a prototipo dell’eroe in mutazione è un arbitrio come un altro. Perché nel nostro libro le mutazioni ininterrottamente si accavallano ricorrendo il più delle volte a qualche inattendibile pretesto: una omonimia, un doppio innamoramento simultaneo, una coincidenza topografica... ed ecco sgranarsi un incredibile assortimento di storie, scandite da scarti di timbro, aritmie, modulazioni, tracciate talora da un’ironia micidiale, sull’orlo talora del gossip, dove dèi bugiardi ed erotomani ed eroi o eroine spesso assai discutibili ragionano le loro pulsioni cieche con cavillosità avvocatesca; dove però ad ogni passo può spalancarsi il crepaccio della tragedia o, comunque, una smorfia del racconto che assecondi il nostro bisogno segreto di mostri...
Ma ripensando l’impressione che mi fa la baraonda di queste favole a ripensarle tutte in una volta, vedo semmai il disordine che instaura un bambino quando, in una stanza dove ne ha fatte di tutti i colori, tenta di ripristinare l’ordine senza ricordarsi bene dove erano gli oggetti, né perché fossero lì: ordine mirato a realizzare puntigliosamente un “effetto ordine”, che rappresenta insieme la perfezione e la parodia di ogni perfezione. Come “effetto” passi, ma non scherziamo!
Alla resa dei conti, sia ben chiaro, tutta la strepitosa messinscena delle Metamorfosi di Ovidio non ha nulla di puerile, e tanto meno di adolescenziale. Anzi, è governata da un geniale uomo di mondo, che naturalmente non crede a quello che racconta (additandoli come responsabili di tutto quello che capita in cielo in terra e in mare, egli non manca di precisare che i suoi dèi è molto probabile non esistano affatto), ma gli piace far finta che tu ci creda (sapendo naturalmente che non ci credi neanche tu), e così con la leggerezza, con l’irresponsabilità di un canto spiegato, facendo onore al delicato nonsenso di essere sempre quelli stessi che siamo diventando continuamente altri, ci fornisce una scheggia di verità sottratta alla opacità del reale, alla pedanteria della verisimiglianza: cioè la famosa, inutile, insostituibile poesia. Finché, d’accordo, non arriva la Vecchia Falciatrice (che in un modo o nell’altro arriva comunque) a renderci definitivamente il ricordo animale, vegetale, minerale di noi stessi. E quella di diventare un ricordo concreto di sé, almeno fin tanto che goccioleremo resina o mirra nella memoria di qualchedun altro, non è detto sia la più lugubre delle metamorfosi.
Coraggio, amico mio, chiunque tu sia, qualunque età ti succeda di avere! Prova! e se cominci, c’è anche caso che il compito obsoleto della lettura si trasformi, annaspando in questo assurdo capolavoro, in un vizio ostinato e sottile per il te sconosciuto che sei. E se è troppo sperare che il poema dell’adolescenza interessi anche qualche adolescente, io spero lo stesso.

venerdì 16 maggio 2014

L’ultimo inedito di Salinger si chiama "Il giovane Holden"


Matteo Colombo ha ritradotto il romanzo per Einaudi

Letizia Tortello

"La Stampa", 12 maggio 2014

Dimenticatevi l’Holden che avete conosciuto. La copertina è sempre quella. Tutta bianca, come voleva Salinger, perché è importante la storia, non l’immagine di facciata. Quanto al testo, invece, facciamocene una ragione (e teniamoci stretta la copia che abbiamo in libreria, diventerà introvabile): Il giovane Holden non è mai stato così giovane. Praticamente, un esordiente. Einaudi ha deciso di tradurlo una seconda volta. Aggiornarlo. Con il coraggioso lavoro durato due anni di Matteo Colombo, passato al vaglio di severe approvazioni da parte della famiglia dello scrittore, inizialmente contraria a qualunque intervento sul testo. 
Sono passati 63 anni dalla pubblicazione del longseller – era il 1951 – e 53 dalla traduzione che tutti abbiamo conosciuto di Adriana Motti. Per un classico che sembra scritto ieri, saper parlare alle nuove generazioni sul canale giusto è doveroso. Così, Einaudi si è fatta forza. Ha pesato sulla bilancia una perdita di copie importante, con il passare del tempo. E ha deciso di rischiare.
Ha affidato alle mani di Colombo, trentasettenne di Acqui Terme, ora residente a Berlino, faccia temeraria e rassicurante, l’impresa titanica. Niente più «infanzia schifa», o espressioni così. Un libro che è tutto il suo linguaggio, e che negli Anni 60 doveva fare i conti con la censura delle volgarità, oggi può dare spazio perfino alle parolacce. «Perché non ha più senso tradurre goddam con “dannazione” - spiega Colombo -. Holden ha un linguaggio povero, ristretto. Da quindicenne di forti opinioni condanna con disprezzo persone e situazioni che ritiene false. Usa la lingua in modo difensivo. È pieno di contraddizioni. Questo non risultava in tutta la sua pienezza». 
Rabbia, disagio di un giovane che si confronta con l’età adulta, eppure un animo sensibilissimo. Che il nuovo traduttore - all’attivo decine di titoli di narrativa americana contemporanea, da Don DeLillo a Palahniuk, dice di aver «tirato fuori meglio di chi mi ha preceduto. Anche se Adriana Motti ha avuto tanti meriti». La traduttrice di mezzo secolo fa non conobbe mai lo scrittore, gli fu vicino con un carteggio. L’Einaudi dovette fare i conti con le proteste accese dello scontroso Salinger. «Ho ritrovato - dice Colombo - due telegrammi, in cui si diceva disgustato e risentito per la sovracopertina del libro. La Motti parlò di questo, in lunghe lettere inviate all’Einaudi, con Calvino, Fruttero, Foa».
Ma quando si inizia la scalata, tornare indietro non si può. «Se sento il peso della responsabilità? Certo, di qui in poi Salinger passerà dalle mie parole. Ma è stato facile. Ho ascoltato il testo originale. Il mio Holden, oggi, è più fedele». Un salto notevole, tra la versione di ieri e quella lanciata da Einaudi al Salone del libro (con un reading a cui hanno partecipato Giuseppe Culicchia, Concita De Gregorio, Diego De Silva, Fabio Geda, Paolo Giordano, Maurizio de Giovanni, Joe Lansdale, Elena Loewenthal, Paola Mastrocola, Michela Murgia e Anna Nadotti), Colombo l’ha compiuto cambiando il tempo verbale con cui il protagonista racconta: «Dal passato remoto al passato prossimo». Osare per osare, perché non aggiornare anche il titolo? «Quello più autentico sarebbe “Il pescatore nella segale”, ma tutti continuerebbero a chiamarlo Il giovane Holden”. Ci sono anche questioni di marketing da considerare».
Ma c’è un trucco, che Colombo ha avuto a disposizione, e la Motti no: «Google. Nell’era di Internet, e della parola che può essere cercata per immagini», tradurre è quasi un altro mestiere che negli Anni 60. «Salinger oggi», modestia a parte, ma neanche troppo, «sarebbe più contento del risultato».

Paola Zanuttini

"Il Venerdì", 2 maggio 2014

Una nuova traduzione restituisce freschezza (e fedeltà all'originale) al romanzo cult di Salinger, e si scopre che la storica versione in italiano s'era presa un po' troppe libertà che, con il tempo, si vedono terribilmente.
Non ci si crede: Il giovane Holden è diventato vecchio. Non esattamente quello che parla inglese, ma il suo alter ego italiano. La gloriosa traduzione di Adriana Motti, con i suoi infanzia schifa, e compagnia bella, palloni gonfiati e bastardi che stanno sul gozzo al protagonista Holden Caulfield e col fischio che gli fanno un favore, risulta un po' datata. Un bel po' datata: 1961. E ai ragazzi non fa più l'effetto di una volta. 
Le vendite di questo long seller Einaudi (1,3 milioni in 53 anni) sono in calo; le 38-39 mila copie l'anno del recente passato sono diventate 30 mila. Bisognava fare qualcosa: ritradurre.
La notizia che Einaudi ha ritradotto Il giovane Holden è uno shock per generazioni di ex adolescenti ingrigiti nel ricordo inviolabile del loro romanzo di culto, ma basta riaprirlo, sebbene con tutta la deferenza e la tenerezza del caso, per constatare (amaramente, molto amaramente) che non regge più. Niente invecchia velocemente come lo slang giovanile e oggi il resoconto in italiano dei tre giorni di fuga, sbronze e straniamento del perturbato sedicenne newyorkese slitta nel lessico da centro anziani. D'alta parte Motti, defunta nel 2009, oggi avrebbe novant'anni.
Così al trentasettenne Matteo Colombo, già traduttore di De Lillo, Eggers, Wallace, Chabon, Palahniuk, Sedaris, Egan, Bukowski e compagnia bella, è stato affidato il delicatissimo compito di restituire al romanzo un tono e un linguaggio che non sia stantio, ma neanche impigliato in giovanilismi iperattuali e caduchi per definizione. Insomma: gli hanno chiesto una traduzione capace di durare vent'anni. Con due anni di lavoro, una buona dose di stress finale, ma anche di divertimento, Colombo ha eseguito brillantemente l'incarico più importante della sua carriera, restituendo a Holden la sua giovinezza e una voce pulita che parla a questo tempo. Ma non a questi minuti.
La prima cosa che Colombo ha scoperto leggendo il testo originale (elusivo fin dal titolo The Catcher in the Rye che, letteralmente, suona L'acchiappatore nella segale: da qui, la decisione di chiamarlo Il giovane Holden) è la modernità: «Sembra scritto l'altro ieri e ti fa riflettere su quanto fu dirompente quando uscì in America, nel 1951. Adriana Motti ha fatto un lavoro straordinario per restituire quello shock linguistico: non disponendo degli strumenti che hanno i traduttori di oggi per appurare quanto questo shock corrispondesse alla realtà linguistica quotidiana degli adolescenti, ha inventato una lingua. La differenza più rilevante fra le due traduzioni sta nel fatto che, oltre mezzo secolo dopo, io mi sono potuto permettere una maggiore fedeltà».
Tradurre, tradire: nell'antico dissidio, Colombo si schiera dalla parte della fedeltà e della sparizione totale del traduttore, che secondo lui, meno si vede meglio è. Ma, nella prima rapida stesura, stavolta si è preso più libertà del solito, salvo poi restiturle per ripensamenti suoi o in seguito alle numerose riunioni con lo staff di editor e traduttori Einaudi (coinvolti nell'operazione: Maria Teresa Polidoro, Anna Nadotti, Susanna Basso, Andrea Canobbio e Grazia Giua). «Ma, se non fossi andato così libero e veloce all'inizio, dopo avrei faticato molto di più, perché quella prima stesura ha costituito le basi del lavoro». In quella fase è stata presa una decisione drastica: il past simple inglese è stato tradotto col passato prossimo, via tutti gli andai, finii, dissi, della precedente traduzione, ed è già una boccata di aria fresca. 
Hanno resistito due e compagnia bella, marchio di fabbrica della versione Motti che traducevano gli ossessivi and all (ricorrono 222 volte), ma poi sono stati cassati e sostituiti con e via dicendo o e tutto quanto. Poi c'era il problema delle parolacce: Holden impreca parecchio: 156 goddam che non potevano diventare i dannazione o i dannato di un ammiraglio in ritiro. «Ho interpellato Mario Corona, il traduttore di Whitman, per avere il parere di una persona più anziana: mi ha confermato che all'epoca goddam era più forte di come lo percepiamo oggi, quindi abbiamo introdotto un bel po' di cazzo, che nel linguaggio contemporaneo ha lo stesso peso. Poi, nelle stesure successive, qualcuno lo abbiamo levato».
Un'altra parola su cui si è lavorato parecchio è phony (30 ricorrenze): «Motti la traduce in modi diversi: finto, pallone gonfiato, sbruffone, ma per un ragazzo che divide il modo fra bene e male - e tutto quel che è male è phony - serviva una parola unica, quasi ipnotica. Ho pensato a finto, ma non funzionava e ci ho rinunciato, a malincuore, perché è una traduzione precisa e fedele che va bene per le persone e le cose, ma poteva risultare troppo giovanilista. Allora ho scelto ipocrita che comporta una perdita di registro - perché ha un registro più alto - ma fino a un certo punto, dato che è un termine molto usato e non serve un vocabolario tanto vasto per conoscerlo».
Oltre alla gloriosa traduzione Motti per Einaudi, ce n'era stata una del 1952 uscita quasi clandestinamente a un anno dalla pubblicazione del romanzo in America: l'aveva fatta Jacopo Darca per l'editore Casini che scelse l'infelice titolo Vita da uomo: un flop dimenticato. Ma, alla Biblioteca Sormani di Milano, Colombo si è procurato una copia sbricolata di quella traduzione per fare i suoi confronti: forse era più fedele di quella Motti. Questo per dire che avvicinandosi a un cult da 65 milioni di copie conviene prendere ogni cautela. Anche perché Il giovane Holden è comunque un caso a parte: «Presenta una gamma di difficoltà abbastanza unica. Le lingue degli scrittori su cui ho lavorato negli ultimi quindici anni sono tutte uguali e con DeLillo o Egan i problemi sono riconducibili a una serie di macrogruppi, invece Holden è un ecosistema separato. Nell'approccio a un romanzo in cui non succede quasi niente, perché è fatto tutto di lingua, abbiamo tenuto presente il suo modo di usare il linguaggio come strumento di difesa. È tutto estremamente psicologico».
Ma perché le traduzioni invecchiano e i romanzi meno? «Non è sempre vero, anche i romanzi sentono gli anni. Ma le lingue sono organismi autonomi, la loro evoluzione è determinata da fattori così ampi e specifici dei Paese in cui sono parlate che i binari non viaggiano in parallelo ma in base a quel che succede nella cultura, nella politica e storia di ogni Paese, per ogni parola le divergenze sono incontrollabili. Holden è più soggetto all'invecchiamento perché è espressionista nella lingua, la lingua specifica di una precisa età anagrafica che si evolve molto più rapidamente».
If you really want to hear about it, the first thing you'll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don't feel like going into it, if you want know the truth. In the first place, that stuff bores me, and in the second place, my parents would have about two hemorrhages apiece if I told anything pretty personal about them. They're quite touchy about anything like that, especially my father. They're nice and all - I'm not saying that - but they're also touchy as hell. Besides, I'm not going to tell you my whole goddam autobiography or anything.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d'infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto - chi lo nega - ma anche maledettamente suscettibili. D'altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella.
(Traduzione: Adriana Motti)
 Besides, I'm not going to tell you my whole goddamn autobiography or anything. I'll just tell you about this madman stuff that happened to me around last Christmas just before I got pretty run-down and had to come out here and take it easy. I mean that's all I told D.B. about, and he's my brother and all. He's in Hollywood. That isn't too far from this crumby place, and he comes over and visits me practically every week end. He's going to drive me home when I go home next month maybe. He just got a Jaguar. One of those little English jobs that can do around two hundred miles an hour. It cost him damn near four thousand bucks. He's got a lot of dough, now. He didn't use to. He used to be just a regular writer, when he was home. 
E poi non mi metto certo a farvi la mia stupida autobiografia o non so cosa. Vi racconterò giusto la roba da matti che mi è capitata sotto Natale, prima di ritrovarmi cosí a pezzi che poi sono dovuto venire qui a stare un po' tranquillo. Ovvero quel che ho raccontato a D. B., che però è mio fratello, non so se mi spiego. Lui sta a Hollywood, quindi non lontanissimo da questo schifo di posto, e infatti viene a trovarmi praticamente ogni weekend. Dice che mi riaccompagna in macchina quando il mese prossimo torno a casa, forse. Si è appena comprato una Jaguar. Uno di quei gioiellini inglesi che fanno anche i trecento all'ora. L'ha pagata una sberla tipo quattromila dollari. È sfondato di soldi, adesso. Prima no. Prima, quando stava a casa, era solo uno scrittore normale.
 (Traduzione: Matteo Colombo)

venerdì 22 novembre 2013

Il traduttore è uscito dall’ombra. Bookcity celebra la nuova qualità


Quattro giorni per il mestiere più trascurato (e riscoperto)

Cristina Taglietti

“Corriere della Sera“, 21 novembre 2013

Il traduttore non è più un fantasma. Almeno per i quattro giorni di Bookcity, uno dei «mestieri del libro» più importanti (e trascurati) della filiera editoriale si prende il suo spazio. Sui palcoscenici milanesi si danno appuntamento i più noti e apprezzati traduttori italiani, da Ilide Carmignani a Daniele Petruccioli, da Martina Testa a Yasmina Melaouah. Si parlerà di come si diventa traduttori, di che cosa significhi tradurre i classici (con il poeta Milo De Angelis), delle sfumature (lessicali) del giallo. Mentre molti editori, da Einaudi a Voland, propongono classici della letteratura in nuove versioni, a Bookcity il traduttore risponde, racconta, insegna offrendo l’occasione di fare il punto sulla professione. Si comincia oggi, al Dipartimento di lingue della Fondazione Milano con la prima delle lezioni aperte. A condurla Bruno Osimo scrittore (Dizionario affettivo della lingua ebraica , Marcos y Marcos) , teorico della traduzione (ha scritto saggi e manuali, traduttore dal russo e dall’inglese: Cechov, Tolstoj, Steinbeck, Spender, da poco sono usciti da Voland Racconti di Odessa di Babel’). 
Osimo su questo mestiere ha un’idea precisa: «Credo che stia succedendo qualcosa di simile a quello che è successo in campo enologico. Fino a qualche tempo fa la maggior parte delle persone non sapeva distinguere un vino nel cartone da un Brunello di Montalcino. Allo stesso modo spesso gli editori pensano che il lettore non sia in grado di distinguere una buona traduzione da una cattiva e puntano soltanto a pagarla il meno possibile. Con il risultato che persone che lavorano da venti o trent’anni si vedono rimpiazzate da giovani, magari loro allievi, che, anche giustamente, accettano tariffe da fame. Rispetto a questo tema ci sono i lamentosi e quelli, come me, che invece pensano che si debba lavorare sulla qualità. Come i vinificatori sono riusciti a imporla anche per il vasto pubblico, così possiamo fare anche noi». Di certo di traduzione non si vive. «Era possibile quando io ho iniziato, nel ‘ 78. Ho mantenuto una famiglia con due figli, oggi non si può più. Io infatti insegno e scrivo libri, attività che, rispetto alla traduzione, è anche più remunerativa». 
Se dal punto di vista del riconoscimento economico la situazione è difficile, secondo Franca Cavagnoli, scrittrice e traduttrice dall’inglese (la indirizzò Pontiggia), in particolare di autori della letteratura post-coloniale (Coetzee, Naipaul, Mansfield, ma anche Francis Scott Fitzgerald) «oggi c’è un maggiore riconoscimento del nostro lavoro, da parte di critici e recensori. Siamo meno invisibili, anche se, per i più giovani, le condizioni di lavoro sono davvero difficili». Cavagnoli, che tiene corsi alla Statale e alla Fondazione Milano, crede molto all’insegnamento della teoria che, però, deve andare di pari passo con il confronto con il testo. Domenica parlerà della traduzione dei Racconti di Francis Scott Fitzgerald fatta per Feltrinelli: «Dopo Il grande Gatsby mi avevano chiesto Tenera è la notte , ma non riesco più a lavorare su testi molto lunghi, a tenermi dentro, per tanto tempo, tutti i rimandi, le isotopie. È come aver dentro un teatro molto affollato, è faticoso da un punto di vista psichico. Così ho controproposto questa raccolta che dovrebbe affiancare all’immagine classica di Fitzgerald cantore dell’età del jazz, quella, più malinconica, di cantore dell’età del blues. È un progetto a cui tengo molto, ho affidato la traduzione agli studenti migliori degli ultimi anni, di cui io poi ho fatto la revisione. È stato un modo molto utile e interessante di unire la pratica e la teoria». 
Quello che è certo è che oggi lo spirito delle traduzioni è cambiato e, come dice Osimo, lo slogan francese «belle e infedeli» che sostanzialmente promuoveva l’invadenza della voce del traduttore su quella dello scrittore, è superato. Rigore e attenzione estrema al testo è il punto di partenza indispensabile anche per Cavagnoli: «Io devo capire fino in fondo il testo, scavare nella lettera, cogliere l’intenzione. Per me è molto importante che sia il lettore ad avvicinarsi all’autore, non viceversa». 
Cercare un «punto di equilibrio tra fedeltà e bellezza» è quello che ha fatto anche Laura Frausin Guarino, da quasi quarant’anni traduttrice dal francese, mestiere a cui è arrivata attraverso Vittorio Sereni, suo professore di italiano al liceo, che la introdusse in Mondadori. Frausin Guarino ha cominciato con la saggistica (Foucault, Baudrillard) ma ha tradotto anche molta narrativa, soprattutto Simenon e ora Némirovsky. Con Adelphi ha un rapporto quasi esclusivo: «I loro tempi sono i tempi del traduttore, sanno quali autori sono nelle mie corde e quali no». Simenon è sempre una sfida: «Ha una scrittura apparentemente semplice, le sue frasi sono scandite, è capace di descrivere un’atmosfera, un personaggio, un odore, con una parola, un aggettivo,ma quando si tratta di trovare un equivalente sintattico in italiano è molto meno facile. Non è possibile sovrapporsi all’autore pensando di essere originali. Bisogna essere fedeli, anche alla punteggiatura, perché dietro c’è un pensiero».

mercoledì 13 novembre 2013

Chi non traduce rinuncia a pensare


Luciano Canfora

“Corriere della Sera - La Lettura“, 10 novembre 2013

Tradurre è la più vitale delle attività umane. Il cammino della civiltà è una incessante traduzione. Lo capì, ad esempio, un greco d’Asia, che si chiamava Erodoto, il quale vide quanto dal mondo religioso egizio fosse passato nel pantheon greco. I popoli che non traducono, in propria lingua, la civiltà (letteraria, artistica, filosofica, religiosa, scientifica) degli altri o diventano pericolosi o, se non possono essere aggressivi, si condannano al sottosviluppo. Prima o poi se ne renderà conto (al di là dell’attuale suo euforico monolinguismo) il mondo anglosassone, nonostante la forza economico-militare con cui impone agli altri il proprio idioma. Cioè il proprio modello. 
Ad Alessandria, nel III secolo a.C. convergevano le culture del mondo conosciuto e schiere di traduttori furono all’opera, come narra un bene informato dotto bizantino, per tradurre da ogni idioma in greco. Non si comprenderebbe la portata di quell’immenso fenomeno che fu l’Ellenismo — in cui si collocano le grandi «letterature di traduzione», da quella latina a quella araba — se non si tenesse conto dell’autentico «dialogo del genere umano» che è, da sempre, il tradurre. E non è un caso che «l’unità del genere umano» e la visione della Terra come «patria comune di tutti gli uomini» fossero i capisaldi delle principali filosofie ellenistiche, quantunque tra loro contrapposte su altri piani. 
Almeno dall’Umanesimo in avanti, il tradurre fu pratica fondativa e formativa non più solo nel contatto vivente tra «mondi» concomitanti e persino rivali, bensì, e in pari misura, verso i «mondi» del passato: cioè verso gli antichi e il formidabile loro lascito scritto, scampato all’usura del tempo. L’Umanesimo divenne moderno interrogando, e perciò traducendo, gli antichi greci e romani. Una interrogazione, tutt’altro che tranquilla e passiva, temprata nell’esercizio del comprendere a fondo ciò che l’attività di copia, sulla scala dei millenni, aveva portato a salvazione. Fu quella una interrogazione che, avendo generato e nutrito il Principe e i Discorsi del Machiavelli, il Novum Organum di Bacone e il Sidereus Nuncius di Galilei, può considerarsi a buon diritto l’architrave della modernità. Che ci riguarda tuttora, direttamente. 
Un tale imponente fenomeno non si sarebbe dato senza lo sforzo di attrezzarsi a comprendere — cioè a tradurre — quegli antichi nostri interlocutori. 
Ma dove nasceva la difficoltà? Non solo nella profondità del pensiero di cui appropriarsi, ma soprattutto nella lontananza . Ed è appunto tale lontananza che fece e fa tuttora di quell’esercizio, di quello sforzo di interrogazione, un cantiere sempre aperto, sempre provvisorio, sempre passibile di prospettive prima non viste. La lontananza infatti comporta che quel lavorio sempre provvisorio del tradurre, consistente nel «colmare i silenzi del testo» (per dirla con Ortega y Gasset), divenga — proprio in ragione della distanza epocale — di gran lunga più arduo e soggettivo che nel tradurre da un contemporaneo. Il quale condivide o combatte le nostre stesse passioni e convinzioni, ha con noi necessariamente tanti presupposti in comune, e perciò, pur in altro idioma, parla non di rado il nostro linguaggio. «Non si può comprendere fino in fondo quella stupenda realtà che è il linguaggio — scriveva Ortega — se non si parte dalla consapevolezza che la lingua è fatta soprattutto di silenzi. Un essere che non fosse capace di rinunciare a dire molte cose sarebbe incapace di parlare. Ogni lingua è una equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi ». E prosegue: «Ogni popolo tace alcune cose per poterne dire altre. Perché sarebbe impossibile dire tutto. Da questo deriva l’enorme difficoltà della traduzione: essa consiste nel dire in una lingua proprio ciò che l’altra tende a tacere. Ma allo stesso tempo si intravede quell’aspetto del tradurre che può costituire una magnifica impresa: la rivelazione dei mutui segreti che popoli ed epoche si nascondono reciprocamente». E perciò egli conclude il saggio, felicemente intitolato Miseria e splendore della traduzione, con le parole di Goethe: «Ciò che è umano è vissuto completamente soltanto da tutti gli uomini nel loro insieme». 
In questa straordinaria sintomatologia e diagnosi dell’atto del tradurre è racchiusa la spiegazione di ciò che vediamo così spesso sfuggire alla miopia utilitaristica dei falsi riformatori, da sempre protesi a scacciare «l’aoristo passivo» (vedi Andrea Ichino, «Corriere», 21 ottobre) dal Liceo: cioè dalla scuola più completa e perciò davvero utile. 
Non sarà sfuggito quel cenno di Ortega a «popoli ed epoche ». Lo sforzo di tradurre gli antichi, infatti, è quello che comporta il massimo di capacità intuitiva. Chi ha avuto, o per avventura tuttora conserva, una qualche familiarità col patrimonio scritto greco-latino, sa quanto il valore del singolo termine (spesso polisemico e passibile persino di sfumature opposte di senso) si chiarisca solo se si è prodotta l’intuizione di ciò che l’intera frase significhi. E per converso la frase prenderà piena luce soprattutto dalla comprensione delle parole principali che la compongono. È in questa circolarità che si produce il salto verso la comprensione-intuizione. È in questa circolarità che si comprende cos’è il conoscere. È grazie a questa circolarità che si approda al sapere scientifico. In questo senso un promettente linguista approdato alla militanza politica, Antonio Gramsci, scrisse nei Quaderni del carcere che si studia il latino non già per imparare a parlare latino ma per imparare a studiare. 
Chi ebbe la felice opportunità di cimentarsi nella comprensione del lascito scritto di quei remoti nostri interlocutori sa che un siffatto processo interpretativo non è mai dato una volta per tutte. Ovviamente è proprio nel cimento scolastico che si mette in moto quel processo. Nel suo nascere e man mano affinarsi nella testa degli scolari esso ha efficacia, forse incomparabile, per il continuo trapassare dall’intuizione alla sintesi. A questo «serve» il tradurre gli antichi a scuola.

Il vero Furore. Ecco il capolavoro di Steinbeck per la prima volta senza censure


Sforbiciato dal fascismo il romanzo simbolo della Grande Depressione 
non era mai uscito in versione integrale

Simonetta Fiori

“La Repubblica “, 9 novembre 2013

È considerato uno dei più bei romanzi del Novecento, ma in Italia ancora non lo conosciamo. Per settant’anni abbiamo letto un altro libro pensando che si trattasse di Furore, il capolavoro di John Steinbeck, l’opera che gli valse un Nobel e un mito lungo un paio di generazioni, oltre che una famosa canzone di Springsteen. L’odissea di Tom Joad e famiglia, ovvero l’esodo biblico dei contadini dell’Oklahoma rimasti senza terra e senza casa nell’America della Grande Depressione. Finora l’abbiamo letto in una versione tagliata che ne stravolge lo spirito e lo stile. Una riscrittura segnata da alterazioni, rimaneggiamenti e diluizioni che fa dire all’attuale traduttore Sergio Claudio Perroni: «Nella vecchia traduzione di Coardi non c’è traccia dell’originale di Steinbeck». Un epitaffio, che però appare sorretto da prove inoppugnabili.
Da oggi, dunque, chi non ha letto The Grapes of Wrath in lingua originale potrà ritrovarne la forza espressiva nella nuova edizione Bompiani curata da Luigi Sampietro, con la bella traduzione di Perroni che ha lavorato sui diversi registri del testo reintegrandone le pagine tagliate. Ma resta il caso clamoroso di una censura culturale lunga sette decenni, cominciata con la prima uscita di Furore in Italia, nel gennaio del 1940, XVIII anno dell’era fascista, e interrotta solo oggi. È anche la storia paradossale d’un testo che fin da principio fu accolto in modo ambivalente. Il suo debutto italiano contribuì ad alimentare quel mito americano che strappava un’intera generazione dalla palude autarchica voluta Mussolini. Il quale però acconsentì alla prima edizione Bompiani di Furore perché funzionale alla battaglia contro le «demoplutocrazie» borghesi. Finché nel luglio del 1942 il ministero della Cultura Popolare respinse una nuova ristampa dell’opera, «essendo il contenuto incompatibile con le nostre idee». Anche i censori incamicia nera erano arrivati a percepirne la forza d’urto. E tutto questo nonostante la cloroformia sparsa dal traduttore Coardi.
E qui arriva l’aspetto clamoroso del caso Furore. Proprio quell’edizione italiana che allora fece scalpore, indignando Prezzolini per il linguaggio scurrile o facendo innamorare Vittorini per il «mistero dell’uomo», era di fatto molto lontana dall’originale di Steinbeck. E tale è rimasta fino a oggi. Una versione, quella resa da Coardi, che non solo annacqua l’incisività del parlato in un giro di frase tipico della prosa d’arte, ma arriva a sopprimerne i contenuti più dirompenti. Un intervento censorio di carattere moralistico più che direttamente politico, anche se poi l’addomesticamento complessivo risponde al conformismo dell’epoca. «I tagli», ci dice Perroni, «sono dettati da remore cattoliche nei confronti della spiritualità anomala di Steinbeck. Non è un caso che la figura più manipolata sia quella di Jim Casy, le cui iniziali sono le stesse di Jesus Christ. È una splendida figura di profeta malgré soi che esprime un mix tra animismo e panteismo, che poi è lo spirito alla base di tutto il romanzo». Anche i riferimenti sconci vengono sforbiciati, ma solo se accostati a una figura religiosa. Nella prosa prudente di Coardi sparisce il sesso del predicatore («Pa’ sarà contento di vederti. Diceva sempre che avevi l’uccello troppo lungo per fare il predicatore» si traduce in un più pudico «Il babbo vi vedrà volentieri»). E quando Jim Casy dialoga con se stesso, «the screwing» («scopate») diventa «una malattia». «Tra l’altro», interviene Perroni, «nell’originale ci sono pochissime parolacce. E l’accusa di romanzo osceno può trovare un appiglio quasi esclusivamente nell’immagine finale della ragazza che allatta il moribondo». A un certo punto salta anche una pagina sugli effetti sciagurati prodotti da una lunga carcerazione: non può essere letta come la censura di un regime che in galera ci spediva i dissenzienti? «Può essere. Ma qui come altrove il taglio è ispirato da una sorta di ritorno all’ordine, principio informatore di tutto il lavoro di traduzione. Come se, più in generale, si volesse edulcorare lo spirito di ribellione ai soprusi».
I taccuini di Perroni sono pieni di annotazioni critiche. Tagli cospicui senza motivo apparente. Ribaltamenti di senso o incomprensione del testo. Riscritture con assurde dilatazioni, «rese ancora più incomprensibili dal fatto che i tagli dell’originale avrebbero dovuto ridurre la foliazione». Libere interpretazioni con sistematica distruzione del timbro biblico- retorico («Sarete ladri se tenterete di restare, sarete assassini se ucciderete per restare» diventa un elaborato «Non capite che, se v’ostinate a restare, contravvenite alla legge sulla proprietà, e che se fate uso delle armi siete dei delinquenti?»). In questo pasticcio di “straduzione” è difficile trovare una ratio,se non un dubbio espresso da Anna Tagliavini in un documentato saggio su Furore: forse Coardi – che probabilmente è solo uno pseudonimo – non capiva bene l’inglese? Non tutti tra gli americanisti di quella generazione avevano dimestichezza con la lingua. Ma l’insipienza non basta a spiegare il taglio più clamoroso, la pagina dell’ultimo dialogo con “ Ma’ ” che ha fatto di Tom Joad un mito dell’antagonismo («Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare, io sarò là. Dove c’è uno sbirro che picchia, io sarò là...»). Zac. Sparito. Eppure Bruce Springsteen ci avrebbe costruito sopra The ghost of Tom Joad («Now Tom said “Mom, wherever there’s a cop beatin’a guy//... Look for me mom I’ll be there”...»). Ma noi non ce ne siamo mai accorti.

domenica 3 novembre 2013

La vita agra di un traduttore


Alessandra Benvenuto

"il Fatto"
, 23 ottobre 2013


Artefici di un incantesimo. Sono loro gli autori, non di ciò che traducono, ma della magia che consente al libro di rinascere mille volte. Attraversando frontiere spaziali e temporali. Etnologi attenti, linguisti puntigliosi e psicoanalisti raffinati, lavorano per il progresso intellettuale della nazione. Sarà per questo che – tra molti professionisti – la scelta è, ogni volta, spinosa e appassionante. In Italia sono circa 1.500: per il 70% donne. Molti, spiega Sandra Bertolini presidente dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, affiancano a questo altri mestieri.

PER ACCOGLIERLI, a Roma, è nata due anni fa la Casa delle Traduzioni che ospita insieme a colleghi stranieri, volumi, corsi e dibattiti. Finalmente si comincia poi a mettere il loro nome in copertina (o almeno) in quarta, come fa Feltrinelli per le nuove traduzioni di classici tascabili: “Ma non è certo una scelta di declassamento – precisa l’editor Fabio Di Pietro – solo di cambio di design grafico”.
Studi recenti come quelli del Ceatl (Consiglio europeo delle associazioni dei traduttori letterari) confermano però che l’Italia si attesta, accanto ai paesi dell’Europa del Sud e dell’Est, agli ultimi posti in termini di remunerazione. Tariffa a cartella: da 3 a 11 euro. Nonostante poi la traduzione sia ritenuta opera d’ingegno e attenga al regime del diritto d’autore, accanto al pagamento a cartella o a forfait – salvo rare eccezioni – non è contemplata percentuale sulle vendite. Formula che, da anni, permane in Giappone, Svizzera, Olanda, Francia e Germania. “Il discorso è biforcuto”, avverte Michele Sampaolo, decano del mestiere. Sul mercato esistono situazioni differenziate. Ma che i conti non tornano lo sanno meglio i signori dell’Associazione Italiana Editori. Pochi giorni fa presentavano, a Francoforte, i dati del loro ufficio studi: saldo negativo del settore per 91 milioni di euro. Tra le finalità dell'Aie: non solo tutela del diritto d’autore ma “lo studio di soluzioni idonee a migliorare nella filiera del libro i rapporti con gli altri operatori”. Eppure, interrogati riguardo la condizione del traduttore, non concedono risposte. O, come fa Alessandro Laterza, chiariscono tranchant: “La soluzione non è pagare meno i traduttori, ma tradurre (sempre) meno”. Infatti, calano anche le traduzioni: dal 24% dei titoli pubblicati nel 2003, oggi non si arriva nemmeno al 20.
Ma se i costi non sono più sopportabili è vero anche che sono i titoli stranieri a rendere di più in termini di copie vendute. La tiratura media dei titoli inglesi è tripla rispetto agli italiani. Non a caso la Francia stanzia ogni anno 1 milione e mezzo di euro per tradurre opere straniere. Qui, per nuove iniziative editoriali, la legge di Stabilità sembra prevedere 120 milioni di euro. Ma l’unica risorsa a cui gli editori italiani possono attingere rimane intanto il finanziamento di enti che promuovono la propria letteratura all’estero (Goethe Institute, Centre National du Livre, e il Pro Helvetia). Alla Buchmesse, si sono fatti così sentire anche i traduttori. Sostenuti da Strade, un sindacato giovane ed energico che dopo aver coinvolto la piattaforma degli editori indipendenti presto – promette
– inviterà intorno a un tavolo non solo l’Aie, ma anche i rappresentanti del Mibac.
Nelle relazioni ministeriali sulla performance per il 2012 si legge infatti di obiettivi strategici raggiunti “al cento per cento”. Tra questi vi sarebbero quelli di promozione della lettura di competenza del Centro per il libro e la lettura, presieduto da Gian Arturo Ferrari. Ma è che non si spiega come si coniughi il dato con quello Istat dei 165 volumi pubblicati ogni giorno (negli ultimi 3 anni) in rapporto al numero dei lettori (acquirenti): il 41% della popolazione (contro l’80% dei tedeschi, il 70% dei francesi e il 60% degli spagnoli). Impossibile – sul sito istituzionale – accedere ai dati “risorse” e “trasparenza”.
CERTO È che dei 153 milioni di euro stanziati nel 2012 per il sostegno del libro e dell’editoria, nessuna risorsa risulta investita a favore della traduzione. Solo due le recenti iniziative del Cepell. Il contributo di 30 mila euro per la traduzione parziale in inglese di 50 opere da promuovere al-l’estero. E una banca dati dei traduttori, cui si accede tramite un link attivato sul sito preesistente, costata (nel 2010) ben 56 mila euro. Sulla falsariga di altri paesi, la soluzione sarebbe dunque un Fondo nazionale per le Traduzioni e i Traduttori editoriali. Sulla petizione di Strade, che ne promuove la creazione, Marina Pugliano può già contare più di 2.500 adesioni. Tra i nomi noti, compaiono gli editori Archinto e Bompiani, gli scrittori Magrelli, Magris e Daniel Pennac: medaglia al valore per aver “girato” parte dei suoi diritti d’autore alla traduttrice italiana Yasmina Melaouah.
Intanto domenica si è chiusa, a Urbino, l’undicesima edizione delle Giornate della Traduzione Letteraria, curate da Ilide Carmignani. Occasione d’incontri e idee, tra cui Una Guida pratica per chi non vuole arrendersi. A conferma di quanto sia vero che il mestiere del traduttore è (linfa oltre che) sistema circolatorio delle letterature. E di come – proprio facendo leva sulla forza magica di questo mestiere – ci si debba decidere a utilizzare una tecnica vecchia quanto il mondo. L’apprendimento per imitazione. Osservando i paesi vicini, per cambiare rotta. Senza più piangersi addosso. Evitando di affondare.

Celebrità
Pavese, Bianciardi e gli altri 


Quelli che ci sono passati

Antonio Armano

Ma come Busi che ha tradotto per noi Joe Ackerlay, un libro molto arduo, ha un romanzo e non ce lo fa vedere? ” Quello di Aldo Busi, che esordisce con Seminario sulla gioventù (Adelphi) dopo avere tradotto testi per la stessa casa editrice, è il caso recente più noto e le parole sopra citate sono di Roberto Calasso. Ora che tutti scrivono, tradurre (il più misconosciuto e malpagato dei lavori culturali) ha assunto un tratto in più di nobiltà? E arrivare al romanzo dopo avere tradotto quelli altrui costituisce punto di distinzione. L’esercizio, ottimo per tenere la mano calda e l’anima e il corpo insieme, non pone, per uno scrittore, il problema della scarsa visibilità. Può darsi che in un secondo tempo l’attività autoriale prevalga. Pavese s’è fatto le ossa durante il Fascismo con gli americani e ha tradotto Moby Dick per mille lire prima di esordire come narratore. E Ripellino, slavista, è oggi conosciuto per Praga magica, più che per le traduzioni di poeti russi o cechi. Il numero dei poeti che traducono poeti è molto alto: Ungaretti si è cimentato coi lirici greci. Silvio Raffo, autore di numerosi romanzi, tra cui La voce della pietra, che diventerà un film di produzione hollywoodiana, è conosciuto soprattutto come traduttore del Meridiano della Dickinson, che sta per essere ristampato in edizione economica coi disegni di Pericoli.
Volgere versi, spiega Raffo, implica una perizia tecnica e una vocazione per la parola che il poeta ha più del prosatore. E se la poesia è tutto quel che si perde con la traduzione solo un poeta può sfatare l'equazione. Così ci sono poeti che traducono la prosa (Caproni, per esempio) ma viceversa? “Senza i traduttori non conosceremmo gli autori stranieri” nota Raffo. E questo potrebbe spiegare lo scarso riconoscimento: non vogliamo ammettere che l'esperienza delle più alte vette artistiche avviene per interposta persona. Lo scrittore italiano che ha sudato più sangue sulle traduzioni è forse Bianciardi che al “lavoro di sterro” ha dedicato La vita agra. Romanzo dove si sente il debito nei confronti dei Tropici di Miller, tradotti per Feltrinelli.
La prima edizione, per timore della censura, è stata stampata all’estero. Talvolta il traduttore che si trasforma in scrittore può finire in tribunale come Luigi Tenconi, che dopo avere tradotto molti classici francesi, ha pubblicato sotto pseudonimo Le memorie di una cameriera, condannato negli anni 50. Nei processi ai libri i traduttori, considerati dei cottimisti dell’arte, se la cavavano sempre. Faccia fede questo.