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domenica 6 aprile 2014

Storia dell'arte in guerra


La sorte dei beni artistici durante i conflitti raccontata in sintesi da Sergio Romano
Un'epopea cominciata con Napoleone e culminata con la Seconda guerra mondiale

Marco Carminati

"Il Sole 24 ore - Domenica",  6 aprile 2014

Immaginiamo che uno spettatore un po' deluso dal film Monuments Men esca però dal cinema tutto infervorato dall'argomento e corra in libreria per approfondire il tema dell'arte messa in pericolo dalle guerre. Oltre al libro bellissimo di Robert M. Edsel Monuments Men (Sperling & Kupfer), da cui il film di Georges Clooney è tratto, sugli scaffali potrà trovare fresche di stampa due biografie di Rodolfo Siviero (di Francesca Bottari per Castelvecchi e di Luca Scarlini per Skira), assieme alle peripezie del tesoro di Montecassino brillantemente raccontate da Benedetta Gentile e Francesco Bianchini (Le Lettere), e forse trovare ancora disponibile l'avvincente Salvate Venere di Ilaria Dagnini Brey (Mondadori). In arrivo sugli scaffali sono, inoltre, libri come Operazione Salvataggio. Gli eroi sconosciuti che hanno salvato le opere d'arte dalle guerre di Salvatore Giannella (Chiarelettere, in libreria il 30 aprile) e il secondo volume dei Monuments Men. Missione Italia di Robert M. Edsel (Sperling & Kupfer in libreria il 27 maggio).
Sembra molto ma è ancora poco. Sul vasto argomento dell'arte messa in pericolo dalle guerre sono stati scritti libri memorabili, oggi di difficile reperibilità, come ad esempio I furti d'arte di Paul Wescher (Einaudi), dedicato alle spoliazioni napoleoniche, oppure The Rape of Europa di I.H. Nicolas, sulle razzie del Terzo Reich, o ancora Lost Treasure in Europe di H. La Farge, sulla situazione dell'arte alla fine del conflitto. A tutto ciò andrebbero aggiunti i diari di Rose Valland, Palma Bucarelli, Rodolfo Siviero e Pasquale Rotondi, editi tra il 1960 e il 2000.
Siamo scesi nel dettaglio. Ma chi volesse farsi velocemente un'idea generale sul tema, che cosa dovrebbe leggere? La risposta è facile: il piccolo, delizioso libretto appena pubblicato da Sergio Romano per la collana «Sms» di Skira con un titolo che va diretto al tema: L'arte in guerra.
Redatto con chiarezza e sintesi esemplari, quest'aureo libretto definisce subito il campo d'azione cronologico (dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni) mettendo a fuoco momenti e temi di particolare rilevanza, come l'Età napoleonica, il Risorgimento italiano, i saccheggi coloniali, la politica artistica di Hitler, la Guerra civile spagnola, la Prima e soprattutto la Seconda guerra mondiale, le restituzioni alla fine del conflitto. 
Dovendo lavorare di sintesi, il libro definisce subito anche i "moventi" che hanno scatenato la caccia alle opere d'arte durante le guerre. Sono sostanzialmente due, in forte contrapposizione: primo, la conquista dell'arte (amata e adorata) quale simbolo del potere e del prestigio di chi la detiene e dunque premio per la vittoria; secondo, la rapina e distruzione dell'arte in quanto simbolo (odiato e disprezzato) dell'esecrando nemico. 
L'arte in guerra è stata sempre una duplice vittima, di chi l'ha distrutta durante i conflitti e di chi, approfittando della vittoria, se ne è impossessata come simbolo del trionfo. E questo da sempre, come sottolinea Sergio Romano citando casi antichi ed emblematici quali la sottrazione della Menorah dopo la conquista di Gerusalemme o il furto dei cavalli di San Marco dopo il saccheggio di Costantinopoli.
A questo punto si entra nell'alveo della storia. Durante la prima fase della Rivoluzione francese, le opere d'arte corsero pericoli gravissimi perché, caricate di forti valenze ideologiche, vennero sommariamente considerate simboli dell'odiato Antico Regime e pertanto brutalmente assaltate e distrutte (il volume racconta il caso tristissimo delle statue delle facciata di Notre-Dame a Parigi). Per fortuna, qualche anno più tardi, i rivoluzionari cambiarono radicalmente rotta ideologica: l'arte – seppur creata durante le odiate monarchie – doveva essere ora salvaguardata ed esposta in pubblici musei, a servizio dell'educazione del popolo e quale simbolo della conquistata libertà.
Napoleone si mosse in quest'ottica attivando il più grande trasloco di opere d'arte della storia. A seguito delle campagne militari, il generale convogliò su Parigi i tesori artistici delle nazioni "liberate" dalle antiche tirannie. Com'è risaputo, l'Italia e i suoi staterelli diedero un contributo enorme alla "bella idea", che però – tramontata la stella di Napoleone – venne ritenuta del tutto illegittima. Nel 1815 le nazioni europee si organizzarono per avviare la stagione dei "ricuperi", facendo tornare in patria le opere d'arte asportate dai francesi.
Nella seconda meta dell'Ottocento, l'Europa incrementò un tipo di saccheggio artistico finito oggi un po' in ombra, ma che il libro di Romano non dimentica: quello legato alle guerre coloniali. L'Asia e l'Africa sono state letteralmente setacciate dagli europei e il frutto di queste "rapine" si trova oggi tranquillamente esposto nei musei "orientali" e "etnologici" di Parigi, Bruxelles, Roma, Venezia, Lione, Londra eccetera.
Sergio Romano ci ricorda anche un'altra storia poco nota, quella delle rivendicazioni artistiche dell'Italia Unita nei confronti dell'Austria, che – ritirandosi dai nostri territori dopo il 1866 – si era portata via un sacco di opere d'arte importanti come, ad esempio, la Bibbia di Borso d'Este da Modena.
Il libro dedica spazio alle peripezie delle opere d'arte durante la Guerra di Spagna, indaga la fame patologica di prodotti artistici espressa personalmente da Hitler e da Goering, ricostruisce la nascita delle loro folli collezioni, frutto di vendite coatte e di furti a danno degli Stati occupati e delle comunità ebraiche decimate.
Durante l'ecatombe del secondo conflitto mondiale, anche sul fronte dell'arte si poterono distinguere due "eserciti" contrapposti: da un lato i tedeschi, con il loro "Kunstschutz", un corpo creato per "salvare" i capolavori dell'Europa e dell'Italia dalle mani dei "barbari" alleati trasferendoli in Germania e Austria e nascondendoli in tunnel ferroviari e miniere. Dall'altro i "Monuments Men" alleati, che salvarono a loro volta gli stessi capolavori andandoseli a riprendere nei nascondigli tedeschi e restituendoli ai legittimi proprietari. Al contrario dei russi, che ritennero i bottini artistici di guerra sottratti ai nazisti un loro sacrosanto diritto, per cui prelevarono molte opere d'arte dalla Germania e le portarono in Russia, nascondendole alla vista per decenni, come nei celebri casi della Madonna Sistina di Raffaello e del Tesoro di Priamo.
Oggi i pericoli sono finiti? No, dice Sergio Romano: laddove ci sono disordini e guerre (Siria, Irak, Egitto, eccetera) anche l'arte, purtroppo, è sempre in guerra.

sabato 23 febbraio 2013

Il riscatto di Mrs Robinson


Natalia Aspesi

"La Repubblica", 20 febbraio 2013

Come tante mogli dell' età vittoriana, anche Isabella Robinson era disperata, prigioniera della sua inutilità e di un matrimonio degradato, non amata e ansiosa d' amore. Per trovare sollievo alla sua inquietudine, si era rivolta a George Combe, pioniere della frenologia in Inghilterra che, tastandole il cranio, l'aveva informata che, come il principino di Galles, 9 anni, anche lei aveva molto estesa la zona dell'Amatività, cioè dell'amore sensuale, anomalia resa più preoccupante dalla piccolezza della zona della Venerazione: il che la rendeva indifferente alla legge, alla religione e alla morale. Solo al suo diario segreto la signora confidava i suoi desideri erotici, i suoi innamoramenti, la sua depressione: e quel diario finì nella mani del marito, Henry Robinson, ingegnere civile di alterna fortuna, che aveva sposato Isabella, vedova con un figlio, per il suo denaro, senza rivelarle di avere già due figlie dalla sua amante; tutti quei quaderni erano la prova vergognosa di un adulterio che macchiava il suo onore di gentiluomo, la cui mascalzonaggine verso la moglie, diventata madre di suoi due figli, non aveva alcun peso né legale né sociale. Per sua fortuna si era appena costituito un apposito tribunale per i divorzi, (in Italia 112 anni dopo) che prima potevano essere accordati solo da un decreto parlamentare, con tempi e costi pazzeschi: una delle ultime persone ad averlo ottenuto, dopo anni di attesa e umilianti ispezioni corporali, era stata Effie Grey, ancora vergine dopo sette anni di matrimonio col celebre critico d'arte Ruskin, diventata poi moglie prolifica del pittore preraffaellita Millais. Con il nuovo tribunale il divorzio era più accessibile, dentro i confini della morale vittoriana. E per esempio nel giugno del 1858, negli stessi giorni in cui iniziava la causa di divorzio intentata dall' ingegner Robinson contro la moglie accusata di adulterio, lo stesso tribunale aveva concesso alla signora Fanny Curtis la separazione dal marito, violento soprattutto coi figli, ma non la custodia degli stessi; perché il bene dei bambini non poteva mettere in discussione l'autorità paterna, pilastro fondamentale della società, e perché «per quanto il marito possa essere crudele o duro, questo non giustifica in una moglie la mancanza della dovuta sottomissione a lui, come è suo dovere secondo la legge di Dio e la legge degli uomini». La rovina di Mrs Robinson di Kate Summerscale, eminente studiosa del periodo vittoriano (qui tradotta da Ada Arduini: Einaudi ha già pubblicato il suo appassionante Omicidio a Road Hill House), racconta la vita di questa signora benestante, intelligente, malmaritata; si sofferma su quel fatale diario che causò la sua rovina; riporta la cronaca umiliante e folle del processo di divorzio, e l' assalto violento e volgare della stampa esaltata dal connubio (ancora oggi) più eccitante: la donna e la trasgressione sessuale. Sul trono dell' ' Impero britannico c' era una donna, Vittoria, del resto massimamente conservatrice, per legge una moglie diventava proprietà del marito, come un mobile, era privata di ogni diritto politico e civile anche sui figli, il marito si impossessava della sua dote e a lui spettava anche l'eventuale denaro da lei guadagnato, per esempio come scrittrice. Per proteggere le esemplari e disperate spose britanniche, era stata proibita la traduzione dell' oltraggioso romanzo di Flaubert Madame Bovary, pubblicato in Francia nel 1857 dopo un processo per oscenità. La scienza temeva le donne e moltiplicava gli studi sui misteri del loro corpo e della loro psicologia, le immaginava capaci di ogni perversità soprattutto sessuale. Molti furono i medici chiamati a testimoniare al processo Robinson contro Robinson, allo scopo di chiarire se l'adultera ormai ultraquarantenne quindi priva di attrattive, soffrisse di quei "disturbi uterini", allora molto diffusi, che potevano fare di una donna una ninfomane, una erotomane, una pazza, una criminale. Era impossibile per i dignitosi studiosi, capire che donne come Isabella erano semplicemente infelici, private di una sessualità appagante che veniva sublimata in innamoramenti segretie mal ricambiati. L'inquieta signora era sprofondata anni prima in una specie d' amore per Edward Lane, genero di una sua nobile amica, di dieci anni più giovane (lei ne aveva 37), medico appassionato di idroterapia, che praticava in una sua elegante clinica privata molto alla moda frequentata da Isabella: ci andava anche Charles Darwin, per curare l' ansia che gli procurava la stesura del suo L'origine della specie. Il diario racconta di speranze e delusioni, di passeggiate romantiche e di indifferenza da parte di lui, di parole sussurrate, di baci: «Ricordo a malapena ciò che accadde dopo... Non avrei mai sperato di vivere questo momento, né che il mio amore fosse ricambiato, ma è successo». Al processo, iniziato il 14 giugno 1858, non erano presenti i protagonisti: oltre ai tre giudici, c'erano gli avvocati, i giornalisti, un pubblico da cui venivano spesso allontanate le signore per non tubarle con l' ignominia della lettura pubblica del diario. Gli avvocati di Henry Robinson non avevano che quelle pagine per dimostrare la colpa della sua signora; gli avvocati di Edward Lane, di cui Isabella aveva gridato l'innocenza mentre lui l'aveva definita "mentecatta e scriteriata", sostenevano che lei si era inventata tutto; gli avvocati di Isabella dichiaravano che la povera signora aveva troppa fantasia, che ogni tanto andava via di testa, che i suoi scritti erano l' abbozzo di un libro sotto forma di diario, come usava allora. La stampa insultava la peccatrice di cui non si riusciva a provare il peccato, ed elencava le varie cure escogitate da celebri luminari per placare le smanie sessuali femminili: sanguisughe sulla testa rasata, clisteri freddi e irrigazioni di borace, astensione dai rapporti e dalla lettura, via carne e brandy dalla dieta; anche elettrodi al bacino, sanguisughe all' inguine, alle grandi labbra, all' utero, oppure rimozione del clitoride. In tribunale il valore del diario rimase dubbio, ma secondo Kate Summerscale, la sua importanza fu grande, perché «dipingeva un ritratto della libertà a cui le donne avrebbero potuto aspirare se avessero rinunciato a credere in Dio e nel matrimonio; il diritto ad aver delle proprietà e del denaro, a ottenere la custodia dei figli, a sperimentare dal punto di vista sessuale e intellettuale». 

domenica 3 febbraio 2013

Siamo tutti un po' egiziani


La terra dove apparve il primo Stato organizzato ha sempre sedotto e assimilato i suoi conquistatori

Cecilia Zecchinelli

"Corriere della Sera",  3 febbraio 2013

«I suoi cieli imbottiti di placida polvere d'oro, l'immobile andare delle dune gialle, gli alti triangoli imperativi delle Piramidi e le palme serene che benedicono il grasso padre Nilo…». Frasi sorprendenti scoprendo che a scriverle fu Marinetti, padre del Futurismo e nemico di ogni «passatismo», archeologia compresa. Tornato nel 1930 nella natale Alessandria, anche lui cadde (o ricadde) nel Fascino dell'Egitto, come Mondadori titolò il reportage. Non fu, e non è, il solo. Se ora il Paese evoca caos politico e violenza, se è oggetto di analisi che spesso lo riducono a luogo di scontro tra Islam e laicità, l'importanza di questa terra e l'attrazione da essa esercitata hanno resistito ai millenni. In quello che gli arabi chiamano Mashreq o Levante, e noi Vicino Oriente, nel Mediterraneo e oltre questi confini, l'Egitto ha sempre occupato un posto speciale. E non tanto per le palme o le dune, non solo per le Piramidi.
All'inizio di tutto fu il Nilo, che per gli egiziani ancora oggi è al bahr, il mare, nonostante la piena annuale che per mesi inondava ogni cosa sia oggi un ricordo lontano. Evento unico, sorprendente, rituale (la prima ondata era una lacrima di Iside, Dea Madre per eccellenza), che rese necessario un forte potere centrale per piegare quell'acqua ai bisogni dell'uomo. Fu così che nel 3150 a.C. qui nacque il primo Stato unificato, che si svilupparono più che altrove le scienze e le arti, un pensiero religioso orientato al monoteismo. Dalla Libia alla Siria di oggi, l'impero dei Faraoni si estese politicamente ma la sua influenza culturale fu più vasta: mercanti fenici, pirati dell'Egeo, mercenari greci ne divulgarono le meraviglie. Nel 450 a.C., quando era sotto i persiani, Erodoto lo visitò e fu incantato. Poi vennero altri invasori: greci, romani, bizantini. Ognuno lasciò qualche segno, anche negativo, come il rogo della biblioteca d'Alessandria con i romani o l'abbandono definitivo dell'antica scrittura quando Teodosio I impose il cristianesimo e la fine dei riti pagani. Ma l'Egitto ogni volta resisteva, si piegava ma conservava un'anima distinta, assimilando piuttosto che venir assimilato. Un esempio? Il grande Iskàndar, Alessandro il Macedone, che fondò la sua città alla fine del Delta e nel remoto deserto di Siwa, dall'oracolo seppe di esser figlio di Amon, supremo dio egizio.
Lo stesso avvenne con l'arrivo degli arabi nel 640, l'evento più incisivo. Negli ultimi 14 secoli molti uomini chiave venivano da lontano. Ma qui arrivati si piegarono al Paese, ne presero la cultura. Successe alla dinastia illuminata dei Fatimidi, gli sciiti venuti dalla Tunisia e dominanti per un secolo anche in Sicilia; al grande curdo siriano Saladino; a Baibars l'ex schiavo turco, primo sultano mamelucco. Accadde a Mohammad Ali, il khedivè riformatore che a inizio Ottocento fondò lo Stato moderno: più egiziano di molti egiziani, era nato in Albania.
Ma l'Egitto attira ed emana. I suoi figli di oggi, discendenti dagli antichi camiti (solo il 5% ha antenati arabi) trasmettono tendenze, pensieri. Ispirano l'intero mondo arabo-musulmano fino alle comunità di immigrati in quell'Europa che, chiusa la fase orientalista apertasi nel XVII secolo (l'incanto per le Mille e una notte, le scoperte e i saccheggi archeologici, l'omaggio di Napoleone con la Description de l'Égypte), ora più che subirne il fascino li guarda con sgomento e spesso con sufficienza. Giustificati, certo: il Paese è nel caos, il ristagno destinato a durare, perfino la mitica Alessandria cosmopolita di Marinetti (e Ungaretti, Kavafis, Durrell) non esiste più.
Eppure è in Egitto che sono nate le due grandi utopie arabe moderne: il panarabismo e l'Islam politico. Gamal Abdel Nasser è stato il leader della regione più amato, nonostante la sconfitta del 1967 e il partito unico. Il suo sogno di un mondo arabo unito è svanito, ma ha lasciato un germoglio: tra i giovani di oggi, quelli di Tahrir in prima fila, l'idea di un'unione dei popoli, non dei governi, è stata un fil rouge delle primavere arabe, i social network l'hanno resa possibile se non (ancora?) vittoriosa. Più fortunata pare la sorte del pensiero della Fratellanza musulmana, nata a Ismailiya 84 anni fa e ora al potere dal Cairo a Tunisi, fortissima ovunque e ispiratrice, nelle sue deviazioni, perfino di Al Qaeda.
Nella teologia, che in terra d'Islam ha un peso enorme, in Egitto non c'è solo Al Azhar, eterna guida dell'ortodossia sunnita. C'è Nasr Abu Zaid, il maggiore esegeta liberale del Corano, condannato come apostata e scomparso nel 2010, ma ancora maestro di migliaia di musulmani. Ed Egitto significa femminismo arabo, nato al Cairo cento anni fa, di cui simbolo non dimenticato fu il gesto con cui Hoda Shaarawi, nel 1923, si tolse in pubblico il velo. Oggi, nella galassia delle attiviste arabe, la veterana è ancora un'egiziana, Nawal Saadawi.
Nella cultura sono tantissimi gli egiziani eccellenti. Nagib Mahfouz, unico letterato arabo a vincere il Nobel, ha lasciato eredi come Gamal Ghitani o il più internazionale Alaa Al Aswani. Il cinema arabo è stato a lungo sinonimo di Egitto, con i registi dell'età dell'oro come Shadi Abdel Salam e Yusuf Shahin, e oggi mantiene il primato. Lo stesso per la musica: «nessuno eguaglierà mai l'eccelsa Umm Kalthum» (parole di Mahfuz), il cui feretro nel 1975 fu seguito da quattro milioni di egiziani per le vie del Cairo e la cui voce risuona ancora dalla Striscia di Gaza alle banlieu di Parigi. Ma tra le star attuali gran parte è egiziana, a partire da Amr Diab. E poi la tv, la danza (del ventre), il teatro, l'arte in generale. Diffusi grazie ai satelliti e alla Rete: l'unico «dialetto» compreso da Rabat a Bagdad è ancora l'egiziano.
«In realtà l'Egitto non è più l'indiscusso motore culturale arabo, dagli anni 80 molti Paesi hanno sviluppato una loro produzione seppur spesso rivolta al consumo locale», dice Andrew Hammond, da 20 anni in Medio Oriente, autore di Pop Culture: Arab World. «Ora è in primo piano il Golfo, ma non tanto con una produzione autoctona, piuttosto come facilitatore di quella degli altri Paesi. Artisti, registi, creativi vanno a Dubai o in Qatar, sedi dei grandi network come Al Jazeera, dei grandi e ricchissimi musei».
Nell'era del «glocal» e con la rivoluzione incompiuta la tradizionale affermazione degli egiziani che il loro Paese sia la «madre del mondo» crea dubbi, in effetti, perfino sul Nilo. Ma di fasi buie l'Egitto ne ha già viste tante, molti «Faraoni» sono emersi e caduti. E la convinzione generale, o almeno la speranza, è che sia solo questione di tempo.

venerdì 19 ottobre 2012

Unità e disunità d'Italia


Dossier a cura di Marco BelpolitiDoppiozero.com

Atlante storico dell'Italia

Ha scritto Luigi Ghirri che l’Atlante è il libro in cui compaiono tutti i segni della Terra, sia quelli naturali sia quelli culturali: monti, laghi, piramidi, oceani, villaggi, stelle, isole. C’è l’atlante fisico, con l’orografia dei territori, e anche quello politico, dove sono invece indicati i confini tra stati, nazioni, regioni, provincie, comuni, città. Sull’Atlante si viaggia con la fantasia: il viaggio è dentro l’immagine, dentro il libro, scriveva Ghirri. Ma se l’Atlante che si ha in mano è un atlante storico, cosa succede? Gli atlanti storici ripercorrono le vicende geografiche dei Paesi che vi sono rappresentati. Nel caso della nostra Italia si capisce com’eravamo divisi territorialmente, cioè politicamente, com’erano “governate” le varie parti della penisola nel corso dei secoli. Dalla dominazione romana ai giorni nostri. L’Italia è la stessa, ma non è la stessa. Il medesimo territorio è rappresentato in un modo nel 1540, e in un altro nel 1792, e ancora differentemente nel 1922. Si tratta delle stesse terre, ma la loro denominazione cambia. Questa è la storia, una materia che è bellissimo studiare a scuola, ma a patto che sia abbinata ai luoghi. Quante volte si è desiderato di andare a vedere cosa c’è ora nel luogo della battaglia di Canne? Oppure, dove correva il confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano? In questo caso il pensiero va a Renzo che fugge nei Promessi sposi: guardarlo sulla carta. La storia più la geografia. Purtroppo la geografia è diventata nelle nostre scuole una materia negletta. Quasi non la s’insegna più, salvo nelle scuole elementari e medie, quando si deve fornire ai bambini e ai ragazzi una cognizione generale di cosa è il mondo in cui vivono, che forma possiede la Terra su cui ci troviamo. Poi la geografia diventa un’ancella delle altre materie e discipline. Eppure è una disciplina (e materia d’insegnamento) davvero straordinaria. Ci aiuta a capire lo spazio in cui viviamo, ad analizzarlo con diversi metodi e strumenti. La geografia è in grande evoluzione anche nello spazio del web. Ma torniamo a queste cartine. Questo “Atlante storico” ci aiuta a viaggiare non solo nello spazio – quello intorno a noi – ma anche nel tempo. Soprattutto ci aiuta a capire chi eravamo, come ci chiamavamo, a quali identità passate siamo appartenuti, noi e i nostri antenati (padri, nonni, bisnonni, trisavoli…). Senza le cartine degli Antichi stati, precedenti all’Unità, non si capiscono le differenze attuali, le inflessioni dialettali, le identità locali, le tradizioni, le differenti cucine. I confini separano, ma anche uniscono, come si sa. E l’Italia, da queste mappe del passato, emerge come un territorio di tanti e diversi confini: nel tempo, non solo nello spazio. Guardarle aiuta a capire. L’immagine ha un potere incredibile, vale migliaia di parole. Prendete e guardate. LEGGI TUTTO...

mercoledì 11 luglio 2012

Schadenfreude



Anna Meldolesi, Perché si gioisce delle disgrazie altrui, "La Lettura", 12 febbraio 2012
Gli americani a volte usano l’espressione «Roman holiday», con un chiaro riferimento ai crudeli giochi gladiatori. I tedeschi hanno un termine ancora più preciso per descrivere la gioia malevola che si può provare davanti alle sofferenze degli altri. Schadenfreude. È il rovescio della medaglia dell’empatia, e probabilmente il più vigliacco dei sentimenti. In italiano non esiste una parola del genere, ma non c’è dubbio che anche noi siamo capaci di avvertire un perverso piacere quando vediamo cadere qualcuno nel fango. Tanto più se era potente e riverito prima di finire in disgrazia, e se a difenderlo non c’è rimasto nessuno. È una miscela tossica di insoddisfazione di sé, risentimento e sadismo, che a volte sporca il più nobile dei sentimenti: il desiderio di giustizia sociale.
Pensiamo ai blitz della guardia di finanza a Cortina e nei luoghi della movida milanese. Erano utili e necessari, anche dal punto di vista simbolico. Ma quanti di noi, invece di limitarsi ad approvare l’operato dell’Agenzia delle entrate, hanno gongolato? Oppure prendiamo la tragedia della Costa Concordia. Davvero i balbettii di Schettino, mentre veniva strigliato dall’implacabile De Falco, andavano trasmessi e ascoltati tutte quelle volte, morbosamente, fino a diventare uno slogan da t-shirt? E la pioggia dimonetine fuori dal Raphael ai tempi di Tangentopoli, era isterica rivolta morale o linciaggio puro?
Storici e primatologi testimoniano che un maschio alfa può essere deposto da una coalizione di primati di basso rango. Gli psicologi sociali, d’altronde, sanno che i gruppi possono esprimere una violenza che moltiplica i tassi di aggressività individuali. Ma il piacere per le sventure altrui è già annidato nel cervello dei singoli, in ciascuno di noi. Soprattutto in chi ha una bassa autostima, come confermano diversi lavori scientifici, l’ultimo dei quali pubblicato a dicembre su «Emotion». I neuroscienziati che lo studiano hanno adottato la parola tedesca nata dalla fusione di avversità e gioia (Schaden più Freude) e hanno appurato che la Schadenfreude è parente stretta di uno dei sette peccati capitali: l’invidia. I meccanismi cognitivi dello shakespeariano mostro dagli occhi verdi sono stati rivelati sulla rivista «Science» da Hidehiko Takahashi, con l’aiuto della risonanza magnetica funzionale. Il gruppo giapponese ha scoperto che quando si è invidiosi del successo di qualcuno si attiva la corteccia cingolata anteriore, nel circuito neurale del dolore. Quando si gioisce della sfortuna altrui, invece, si attiva lo striato, che fa parte del circuito della ricompensa. Lo stesso che dispensa dopamina e piacere quando ci concediamo vizi e svaghi gratificanti. La sventura altrui rappresenta per l’invidioso ciò che la cioccolata è per il goloso e il sesso per il lussurioso. Il nostro cervello, infatti, tratta le esperienze sociali e quelle fisiche inmodo più simile di quanto si pensi. Chi ha sete chiede acqua. Chi ha freddo, un riparo. Chi non è soddisfatto di se stesso anela a sentirsi migliore attraverso la svalutazione degli altri. Quando sentiamo piagnucolare un comandante che ha abbandonato la nave per primo, chiunque può pensare: io valgo di più. Ma resta il fatto che non tutti ce ne compiaciamo allo stesso modo. I soggetti studiati da Takahashi mostrano gradi variabili di attivazione dei centri dell’invidia, una volta messi di fronte a un soggetto che possiede qualità superiori alle proprie, così come dei centri della Schadenfreude quando il loro termine di paragone cade in disgrazia. Chi più soffre nella prima fase, più gioisce nella seconda.
Spesso l’invidioso ha la sensazione di non poter raggiungere con le proprie forze ciò che vorrebbe per sé e per riportare l’equilibrio nel confronto sociale deve passare per la distruzione materiale o simbolica dell’altro, come spiega la neuropsicologa olandese Margriet Sitskoorn nel suo I sette peccati capitali del cervello, appena pubblicato da Orme. Se Otello è il simbolo universale della gelosia, l’invidia ha le sembianze di Iago. È invidioso del potere, delle virtù, della bella moglie del moro di Venezia, ed è invidioso di Cassio che è stato promosso al suo posto. Per salvare l’amor proprio, trasforma la felicità altrui in tragedia. Nella realtà, le dimostrazioni di questo perverso gioco di dolore e piacere possono essere ben più banali: piacciono le foto delle star immortalate senza trucco, piace vedere una multa sul cruscotto di un Suv. Ma non sempre l’invidia è così sciocca o così pericolosa. A volte l’attenzione ossessiva verso le qualità e i difetti degli altri diventa una molla per migliorare. Altre volte quella che sembra invidia è piuttosto un risentimento per le ingiustizie subite. Sono celebri gli esperimenti in cui Frans de Waal ha dimostrato che sia gli scimpanzé che le scimmie cappuccine si ribellano ai trattamenti iniqui. Se gli si offre un pezzo di cocomero come premio per aver svolto un compito, gli animali sono ben contenti. Ma se si accorgono che a un altro esemplare viene data dell’uva, non sono più disposti ad accettare una ricompensa che considerano meno appetibile.
Le ingiustizie sono ovunque anche nella nostra vita: c’è chi nasce ricco e ha la strada spianata, chi lo diventa con la spregiudicatezza, chi non paga le tasse, chi lavora meno di noi e ottiene di più. Infastidirsi è normale, soprattutto se il fortunato ci assomiglia: magari abita nell’appartamento vicino, ha fatto la nostra stessa scuola, ha scelto la nostra stessa carriera. Insomma ci ricorda quello che avremmo potuto essere e non siamo. Ma giornali e tv hanno allargato la nostra comunità di riferimento, aumentando esponenzialmente anche il numero di confronti sociali con persone di cui spesso non conosciamo né gli sforzi né le pene. E allora diventa facile pensare: quel politico non ha il mio curriculum e guarda dov’è arrivato. Se viene travolto da uno scandalo, non ce ne rammarichiamo più di tanto. Secondo Sitskoorn, comunque, l’invidia non ha a che fare tanto con l’ingiustizia quanto, più in generale, con la disuguaglianza. Scatta soprattutto quando l’altro possiede più di noi perché è migliore di noi, anche se non sempre siamo disposti ad ammetterlo. Attenzione, ammonisce la neuropsicologa, il travestimento dell’invidia con i panni dell’ingiustizia può risultare talmente perfetto che alla lunga finiamo noi stessi per crederci.
Anna Meldolesi

domenica 8 luglio 2012

Nomadismi


Donald Sassoon, Naturalmente nomadi, “Il Sole 24 Ore”, 25 marzo 2012
George Duby, Atlante storico, SEI, Torino, 1992
Popoli in movimento da che mondo è mondo. Circa 60mila anni fa i nostri diretti antenati, Homo sapiens, lasciarono l'Africa iniziando così il nostro lungo viaggio verso la colonizzazione del pianeta. Non sappiamo perché. Era per spirito di avventura, ambizione di conquista, desiderio di vedere il mondo? Sono andati perché erano forti, disposti a cercare una vita migliore, cibo più abbondante? Oppure furono cacciati via da altri ominidi con i quali lottavano per spartirsi scarse risorse? O furono costretti ad andare via a causa di ostili condizioni ambientali?
Sono emigrati perché erano forti e potevano andarsene? O perché erano deboli e sono stati costretti?
I nostri antenati, che siano stati profughi, o conquistatori, o "migranti economici", risalirono la Valle del Nilo, attraversarono il Sinai e di là si diressero verso il Levante. Oppure, secondo un'altra ipotesi, attraversarono lo stretto di Bab el Mandeb (la "Porta del dolore") che separa il Corno d'Africa dall'Arabia. Erano in pochi e per lasciare l'Africa ci vollero 200 anni. La storia delle migrazioni spesso presenta due alternative. Gli emigranti sono a volte rappresentati come appartenenti alla parte più avventurosa della popolazione, quelli disposti a correre rischi. E questo spiegherebbe il dinamismo della società a forte immigrazione come gli Stati Uniti. In alternativa, gli emigranti sono i "losers", i perdenti, i dannati, come recitano le famose righe incise sulla Statua della Libertà scritte dalla poetessa Emma Lazarus: «Mandatemi le vostre povere ed esauste masse accalcate bramanti di libertà, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha dimora, squassato dalle tempeste... Pochi avrebbero lasciato case e campi se la vita fosse stata felice e rosea». Quello che i viaggiatori incontrano quando arrivano a destinazione è importante tanto quanto le cause della partenza. Arrivano in spazi disabitati o dove gli abitanti sono tecnologicamente inferiori e possono essere dominati, asserviti, spazzati via? Oppure arrivano dove c'è già una società evoluta e complessa e dove i nuovi arrivati sono costretti a iniziare la loro nuova vita dal basso? C'è una grande differenza tra arrivare in America come pionieri conquistatori, o come schiavi, o come poveri immigrati.
Sia come sia, i nostri antenati africani, nel corso dei successivi 30mila anni occuparono quasi tutto il nostro pianeta. All'origine dell'umanità c'è una "diaspora", una parola greca che significa Dispersione. La sua ideologia è il cosmopolitismo, un'altra parola greca: da cosmo (Universo) e la polis, la città. I nostri antenati erano cittadini del mondo, come siamo noi quando ci ricordiamo chi eravamo e non ciò che riteniamo di essere.
Nessun altro animale a noi prossimo (e cioè un mammifero) ha avuto tale straordinaria esperienza di dispersione. Non vi erano tigri in Africa, o cavalli in America, né mammiferi più grandi del lama in America Latina e nessuno in Nuova Zelanda. Solo gli uccelli, gli insetti e pesci sono stati diasporici come noi. Certo, abbiamo notevoli vantaggi rispetto agli altri animali, soprattutto possediamo capacità di usare il linguaggio. Non il pseudo-linguaggio animalesco, con le sue grida d'allarme, di dolore, o di piacere, ma un sofisticato sistema di comunicazione che ci ha consentito di conservare informazioni e il genere di storie che ci danno un senso di identità e di trasmettere tutto ciò ai nostri figli. Paradossalmente la lingua, come si è evoluta in vari modi, si è rivelata essere anche di essere una formidabile barriera tra di noi facilitando il formarsi di identità distinte. I nostri esploratori incontrarono "indigeni" che, come noi, erano stati essi stessi in movimento. Quando Cristoforo Colombo arrivò in quella che lui chiamò Hispaniola (l'isola che ora è divisa tra Haiti e Repubblica Dominicana) incontrò i Taino (un ramo del popolo Arawak). Ma loro stessi non erano stati abitanti dell'isola da secoli, come Colombo pensava. Erano arrivati di recente essendo stati cacciati da un'isola all'altra da altri Arawak (come noi furono forse cacciati dall'Africa). I Taino non erano un piccolo pugno di selvaggi, ma un popolo di, forse, due milioni di persone in grado di costruire canoe in grado di trasportare 100 persone. Non molto è rimasto di loro, tranne alcune parole che si usano ovunque: canoua, hamaca, tobago, batata. Per fortuna non ci si muove sempre. Quando gli uomini si fermarono e diventano sedentari inventano l'agricoltura, la divisione del lavoro, e svilupparono una cultura più complessa. Con l'agricoltura e l'invenzione della città emerge un nuovo tipo di migranti: i coloni. Essi si muovono per trovare un luogo dove mettere radici, come se un desiderio contradittorio animasse il loro cuore: stabilirsi una volta per sempre, finalmente soddisfatti, ma anche la voglia di andare altrove, nella speranza che ci sia qualcosa di meglio dietro l'angolo. 
Questi sono gli elementi che scandiscono la traiettoria dell'umanità: lo scontro costante tra conservatorismo e progresso, tra tradizione e modernità. Non sono questi i sentimenti che condividiamo con i nostri lontani antenati? Gli Europei, o meglio, i popoli del Mediterraneo sono stati colonizzatori, ma hanno dovuto affrontare popoli stranieri. Li abbiamo chiamati barbari. I nostri libri di scuola erano pieni di riferimenti alle invasioni barbariche. Barbaro è una parola greca, Barbaros, inizialmente utilizzata contro i Persiani. I Barbaros erano l'opposto dei cittadini della polis, e parlavano in quello che per i Greci era una lingua strana, in modo onomatopeico suonava come un balbettio incoerente: bar-bar-bar. La parola tedesca per le invasioni barbariche è meno insultante: Völkerwanderung (migrazione dei popoli), il che non dovrebbe sorprendere dal momento che molti Barbaros provenivano da quella che poi fu chiamata Germania. Questi "barbari tedeschi" erano quelli che furono fermati da Giulio Cesare e le cui storie sono state narrate da Tacito. Come al solito i vincitori scrivono la storia adoperando termini diversi da quelli che perdono.