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domenica 6 novembre 2016

Spari del poeta innamorato



La mattina del 10 luglio 1873 Verlaine compra un revolver a Bruxelles. Alle 14.30 fa fuoco contro Rimbaud
È l’apice di una tormentata, tragica, chiacchierata storia di passione e passioni
Il prossimo 30 novembre la sede parigina di Christie’s metterà all’incanto la pistola. La stima è intorno ai 60 mila euro

Vanni Santoni

"Corriere della Sera - La Lettura", 6 novembre 2016

Se la letteratura avesse mantenuto la propria preminenza nell’immaginario popolare, esisterebbero forse nelle città turistiche dei «café» simili a quelli in cui si espongono memorabilia del rock, ma con le bacheche consacrate agli oggetti di scrittori e poeti. Il mondo è andato in un’altra direzione, e il feticcio letterario trova rilievo solo quando riguarda gli autori massimi. Raramente, tra dipinti e preziosi, le grandi case d’aste ne vedono passare uno, quasi sempre destinato a collezioni private: nel 2010 Christie’s batté la macchina da scrivere di Kerouac (20.296 euro); quattro anni fa da Sotheby’s passarono un anello di Jane Austen (169.322 euro) e il portasigarette di Agatha Christie (6.247 euro); lo scorso settembre Julien’s ha battuto le ceneri di Truman Capote (39.475 euro). Se, fra tutti, vi è un autore che viene facile considerare «massimo», anzi rispetto al quale si è sempre in ritardo, come se il suo grido «bisogna essere assolutamente moderni» si fosse posizionato oltre il tempo, quello è Arthur Rimbaud: non stupisce allora l’interesse intorno all’incanto, previsto il 30 novembre presso la sede parigina di Christie’s, della pistola con cui Verlaine, al culmine di una tragica storia d’amore, gli sparò contro.
Il revolver che Paul Verlaine acquistò la mattina del 10 luglio 1873 all’armeria Montigny di Bruxelles, per 23 franchi. L’arma con cui minacciò di uccidersi e poi fece fuoco due volte, cogliendo Rimbaud al polso sinistro (il secondo colpo andò a vuoto, prendendo il caminetto della camera dell’Hôtel à la Ville de Courtrai in cui alloggiavano durante l’ennesimo, tormentato incontro). L’arma alla quale, di nuovo, mise mano nel pomeriggio, portando Rimbaud a denunciarlo. Denuncia ritirata qualche giorno più tardi, ma sufficiente a portare il giudice a farsi qualche domanda circa la reale natura di un’amicizia così burrascosa, e costringere Verlaine a umilianti esami pseudoscientifici atti a scoprire se il suo corpo recasse i segni del vizio. La commissione stabilì di sì, e il poeta fu sbattuto in carcere per 2 anni e condannato a pagare un’ammenda di 200 franchi. La pistola fu sequestrata e se ne persero le tracce, finché non fu scoperta presso un privato ed esposta per la prima volta alla mostra Verlaine, cella 252 a Mons, in Belgio, nel 2015.
La pistola di Verlaine, dunque. Eppure, se desta immediato e globale interesse (e un’attesa minima di vendita intorno ai 60 mila euro) è certo per via di Rimbaud.
Rimbaud è sempre feticcio (chi non possiede una sua raccolta comprata negli anni del liceo per l’idea che egli incarnava, prima che per le poesie?); Rimbaud è sempre mito. «Si dice che Vitalie Rimbaud, nata Cuif, partorì Arthur Rimbaud» scrive Pierre Michon nella biografia più fortunata del poeta, Rimbaud il figlio , e con quel «si dice» lo posiziona subito nel campo della leggenda. Come tale, Rimbaud sfugge alle categorie, a ogni facile fissaggio, ed è per questo che ogni ritrovamento, ogni foto sbiadita che esce dal baule di un antiquario, finanche la scoperta di un singolo verso (nel 2009 l’ultimo: «L’eternel craquement des sabots dans les cours», riportato sul «Gaulois» del 23 febbraio 1885) è un evento. I memorabilia rimbaudiani hanno infatti un compito ulteriore: tentare di fermare, almeno nella storia, lo sfuggente. Il simbolo stesso dell’irriducibilità. Rimbaud non si fissa, non si categorizza, non si possiede. Non lo si può sottomettere — i parnassiani e gli zutisti, primi circoli poetici con cui entrò in contatto a Parigi, e lo stesso Verlaine, comunque «principe dei poeti», erano destinati a venire bruciati come dal passaggio di una cometa — ma neanche si riesce a bloccarlo posizionandolo all’apice di qualcosa. Definito, negli anni, padre del decadentismo, del simbolismo, del surrealismo («l’essere più straordinario che abbia solcato la terra» per Cocteau), del modernismo (per l’intuizione dell’intertestualità nel Battello ebbro ), della psichedelia (da Ginsberg, per la Lettera del veggente : «Bisogna essere veggente , farsi veggente , attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi »), antesignano del punk e del femminismo (da Patti Smith, per il suo rifiuto di ogni convenzione, inclusa la volontà di avere un futuro, e per le sue affermazioni circa la necessità di una liberazione di genere), inventore dell’identità gay moderna per il biografo Graham Robb (e sotto sotto anche per Edmund White, autore del godibile La doppia vita di Rimbaud ); precursore addirittura del postmodernismo per la fuga improvvisa e mai rinnegata dalla letteratura, intesa essa stessa come atto artistico, come scrive, tra gli altri, Jamie James nel Rimbaud a Giava, di recente pubblicazione per Melville Edizioni, e finanche della singolarità tecnologica («La scienza, la nuova nobiltà! Il progresso. Il mondo cammina! Perché non dovrebbe svoltare? È questa la visione dei numeri. Andiamo verso lo Spirito...»).
Ovunque lo si collochi, Rimbaud è già un passo avanti: il caso più stupefacente e insolubile della storia della poesia, come ebbe a scrivere Palazzeschi, fa parte a sé, senza le parentele che tutti i poeti hanno fra di loro, e sfugge quindi a ogni definizione che non sia iperbolica. Così è un attimo esagerare: ecco la critica Edith Sitwell a definirlo iniziatore della prosa moderna, ecco René Char che parla del primo poeta di una civiltà non ancora nata, e ancora Fénéon che lo mette «al di fuori e al di sopra di ogni letteratura», Mallarmé che parla di un «dio della mitologia», Camus di «oracolo sfolgorante»... Quasi senza accorgercene ci ritroviamo con Jim Morrison a definirlo «salvatore della razza umana», e senza sentirci esagerati.
Questo è Rimbaud. Se ha qualche parentela, sono quelle da lui stesso indicate: diciassettenne, riconosce un solo re, Baudelaire, e un solo vero poeta subito sotto, quel Paul Verlaine che lo avrebbe invitato a Parigi, certo del suo genio, che se ne sarebbe innamorato, che da lui avrebbe tratto lo strappo necessario anche alla propria grandezza, che invano avrebbe tentato di trattenere a sé. «Venite, cara grande anima, vi chiamiamo, vi aspettiamo», scrive Verlaine nell’agosto del 1871, in risposta alle lettere e alle poesie del diciassettenne Arthur. «T’insegno io a volertene andare» urla lo stesso Verlaine due anni più tardi, mentre fa fuoco. In mezzo si è consumata la loro storia d’amore, il cui scandalo avrebbe distrutto il matrimonio del primo e fatto odiare il secondo da quegli stessi circoli parigini che si erano inchinati al suo arrivo. Braccati dalle maldicenze (e dalla moglie di Verlaine, Mathilde, che, quando inizia la relazione con Rimbaud, gli ha appena dato un figlio), le loro fughe si sono fatte sempre più goffe e rocambolesche, e l’abuso di assenzio non aiuta. L’ultima li ha portati prima a Londra, poi a Bruxelles.
Sono le 14.30 del 10 luglio 1873 quando Verlaine, dopo l’ennesima lite, fa fuoco. Così si arriva alla pistola. Al revolver Lefaucheux 7 millimetri pet de lapin (ovvero «cucciolo di coniglio» — tutto, in Rimbaud, riverbera: il francesista penserà al coniglio dei versi di Festa galante , scritti da Verlaine e ricomposti in altra forma da Rimbaud; il biografo vedrà un lampo del destino di mercante d’armi del Rimbaud adulto; il visionario coglierà un segno nel fatto che si tratta dello stesso modello con cui 17 anni dopo si sarebbe ucciso Vincent van Gogh).
Due colpi esplosi, un terzo colpo minacciato. Verlaine usa l’arma per trattenere Rimbaud, per fissarlo. Il risultato è opposto. Rimbaud si separa dall’amante e si chiude in un granaio della natia Charleville per scrivere Una stagione all’inferno. Ha solo diciannove anni ma è il suo testamento: dopo di esso partirà. Lo troviamo scaricatore a Livorno, soldato e disertore a Giava, poi a Vienna, Colonia, Brema, al seguito di un circo a Amburgo, e ancora a Stoccolma e Copenaghen, a Cipro, nello Yemen e infine in Etiopia, dove si ferma ad Harar facendosi mercante. Ogni momento della sua vita è buono per irradiare storie e le moltissime biografie lo testimoniano, ma il momento dello sparo è quello decisivo — non ne manca infatti una, ottimamente documentata, che parte proprio da lì: Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro, uscita per Bompiani nel 2013 —, è la lacerazione da cui nasce l’abbandono, prima di Verlaine e poi della letteratura: «La mia giornata è compiuta — scrive Rimbaud in Una stagione all’inferno —: lascio l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni; i climi remoti mi abbruniranno». Così il poeta, artefice ultimo del proprio destino, si consegna al mito, all’impossibilità di qualunque irreggimentazione, e dona a ogni oggetto che lo riguardi, che sia testo autografo, fotografia o pistola d’amante, un’aura da cui si irradia la sua storia, ogni volta in modo diverso e atto ai tempi — e così sarà per chi si aggiudicherà la Lefaucheux 7mm, ma Rimbaud, a quel punto, sarà già altrove.

domenica 1 febbraio 2015

Arthur Rimbaud


«Illuminazioni» di Nouveau?

Armando Torno

"Domenica - Il Sole 24 ore", 1 febbraio 2015

Rimbaud sosteneva che dopo i greci la poesia si fosse dissolta in un gioco futile di versi e rime. Il vero poeta è chiamato a «farsi veggente con un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi, deve vivere ogni forma d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, assorbe in sé tutti i veleni per non serbarne che le quintessenze». Scrisse tali parole a sedici anni e qualche mese in una lettera a Paul Demeny, il 15 maggio 1871. Ora altre missive, riguardanti l’opera Illuminations, la cui composizione oscillerebbe tra la fine del 1872 e il 1874, entrano in gioco nel recente saggio di Eddie Breuil Du Nouveau chez Rimbaud e fanno da base a rinnovate indagini filologiche, grafologiche e testuali. La conclusione a cui lo studio giunge è sconvolgente: la celebra raccolta di poemi in prosa – pubblicata tra maggio e giugno 1886 sulla rivista «La Vogue», quindi in volume con la prefazione di Verlaine – si deve a Germain Nouveau.
La tesi di Eddie Breuil – svolge ricerche con Philippe Régnier nell’équipe di Lire (Umr 5611) – è discussa e ha già suscitato non poche reazioni; egli, comunque, ricorda che gli editori tendono a presentare Illuminations come un’opera compiuta, ma si tratta di una raccolta non autorizzata che ha riunito manoscritti non firmati di mano di Nouveau e Rimbaud, vergati tra il 1873 e il 1874: in essa nulla è sicuro, né il titolo, né il contenuto, né il «classement» dei testi (p. 15).
Propone un riesame completo dei manoscritti (dove rileva errori di trascrizione che un autore non avrebbe commesso), giacché la storia di quest’opera si basa su continue approssimazioni, su talune bugie di Henry de Bouillane de Lacoste (l’artigiano della versione attuale delle Illuminations), su tradimenti delle indicazioni di Verlaine (sovente, in tale materia, criptato o ignorato). Breuil riesamina le edizioni capillarmente, dalle due de «La Vogue» alla Vanier del 1895, dai nuovi elementi che emergono nel 1898 (Berrichon e Delahaye integrarono dei testi) a quella del 1914 del Mercure de France o all’apparsa nel 1949 («vers un statu quo») o alla Pléiade del 1971. Si chiede inoltre se le Illuminations siano veramente una raccolta di poemi in prosa o se tale sistemazione sia stata «forzata (p. 53). La parte centrale del saggio studia il ruolo di Rimbaud nella copie dell’opera, inoltre rilegge l’epistolario di Germain Nouveau. Le sue lettere sono la «sola testimonianza di prima mano» (p. 95).
È il caso di aggiungere che Nouveau (1852-1920), poeta che dopo la fase bohémien scelse di rinunciare a tutto e di vivere chiedendo la carità, è poco conosciuto in Italia.
Nel 1972 Einaudi pubblicò I baci e altre poesie, ora reperibile soltanto in antiquariato (la sua opera è leggibile in rete, in lingua originale: basta inserire in un motore di ricerca poèmes de germain nouveau en ligne). Eugenio Montale in un elzeviro del 1954 scrisse che Cézanne più volte negò l’elemosina al poeta mendicante, accovacciato sui gradini del Duomo di Aix-en-Provence. Il grande artista, probabilmente, soffriva di invidia per la sua libertà.

Eddie Breuil, Du Nouveau chez Rimbaud , Honoré Champion , Paris,


Piccolo genio infelice

Giuseppe Scaraffia

Un ragazzo timido e fragile dall’aria sognante, che lo fissava dal primo banco coi grandi occhi chiari. La testa sotto i capelli domati dall’acqua, sembrava piccola rispetto al corpo dinoccolato. Questa fu la prima impressione del supplente, il giovane professor Izambard di ventidue anni, sei più di quel primo della classe che arrossiva se veniva interpellato inaspettatamente.
Benché fosse molto diverso dai suoi compagni, Arthur Rimbaud era riuscito a farsi rispettare aiutandoli durante i compiti in classe. E proprio in una di quelle occasioni Izambard assistette all’unico episodio di violenza di quel mite alunno. Quando un compagno gli aveva fatto la spia durante la prova di latino, Rimbaud si era alzato senza scomporsi e aveva tirato il dizionario in testa al suo accusatore, prima di sedersi di nuovo, rassegnato.
Il professore non sapeva ancora che dietro la timidezza di Arthur e il suo terrore di sporcare i modestissimi abiti c’era la madre. Abbandonata dal marito, atterrita all’idea che il figlio seguisse l’esempio dello zio che si era dato al vagabondaggio, madame Rimbaud era severissima con il figlio, malgrado tutti i suoi successi scolastici.
Quando Izambard, affascinato dalla sua non comune intelligenza e dalla sua illimitata capacità di apprendimento, cominciò a trattarlo alla pari, Arthur si aprì e iniziò a confidargli i suoi sogni e le sue letture. Ma soprattutto osò fare vedere a quello che gli sembrava una sorta di padre i suoi straordinari versi. Per quell’insegnante, isolato dalla sordità e dalla meschinità della provincia, quella strana amicizia era un conforto insperato.
Qualche anno prima Rimbaud aveva avuto una crisi mistica. Stravedeva per la religione. Un giorno, in chiesa, quando gli altri allievi, approfittando dell’assenza del sorvegliante, avevano cominciato a schizzarsi con l’acqua dell’acquasantiera, il dodicenne, furibondo, si era buttato sui sacrileghi, incurante della superiorità numerica. Arthur era fiero di essere stato soprannominato «lo sporco bigotto» dai compagni stupiti e irritati dalla sua reazione.
Ben presto lo stesso slancio con cui aveva creduto si era rivoltato contro la divinità. «Io credo, credo in te, divina madre! / Afrodite marina! – Oh la strada è amara / da quando l’altro dio ci aggioga alla sua croce. / Carne, marmo, fiore, Venere è in te che credo!». Era così iniziato un lavorio intenso, tutto interiore, di demolizione della morale vigente.
«Che fatica!», si lamentava con un amico, stupito dalla strana maturità di quel coetaneo.
Malgrado l’avesse intuita, la durezza di Madame Rimbaud fu una sorpresa per Izambard che aveva cominciato a prestare libri all’adolescente. «Non potrei approvare un libro come quello che gli avete dato giorni fa, I miserabili... sarebbe certamente pericoloso», scrisse la donna al professore del figlio. Nel suo terrore che Arthur diventasse un “miserabile”, non si era accorta che il libro sotto accusa era invece Notre-Dame de Paris.
Quell’incidente raddoppiò l’affetto di Izambard per lo sfortunato ragazzo. Da allora Arthur andò ogni pomeriggio a casa sua per leggere e discutere di poesia. Poi il lento ritmo della vita di Rimbaud era stato interrotto prima dalla guerra franco-prussiana e dalla Comune di Parigi. Era iniziato il periodo delle fughe. Le prime erano solo inconsapevoli prove generali, poi sarebbe arrivato il distacco, anche se il legame con la famiglia non sarebbe mai stato reciso.
L’incontro con i poeti parigini e gli amori con Verlaine, di dieci anni più anziano, accentuarono la vertiginosa precocità poetica di un genio destinato a restare solitario. Nei Poeti maledetti Verlaine evoca quello che ormai era diventato un uomo dall’aria atletica, con «occhi di un azzurro pallido inquietante» nell’ovale «da angelo in esilio». Quando lo scrisse anche la sua vita era stata travolta da quella meteora, ma insisteva a dire: «Abbiamo avuto la gioia di conoscere Arthur Rimbaud».

lunedì 9 giugno 2014

La parabola di Rimbaud


Da poeta a mercante, il giro di boa di un artista
Un mistero della storia letteraria: 
Vito Sorbello prova a ripercorrere la strana «conversione» 
pubblicando nuove lettere e documenti

Felice Piemontese

"l’Unità", 8 giugno 2014

QUELLO CHE RIGUARDA ARTHUR RIMBAUD È, CON OGNI PROBABILITÀ, IL PIÙ AFFASCINANTE MISTERO DI TUTTA LA STORIA LETTERARIA. Come sia stato possibile, cioè, che alcuni dei versi più belli e complessi della poesia francese, e universale, siano stati scritti da un ragazzo non ancora ventenne, che poi ha interrotto per sempre ogni attività letteraria, riducendosi a fare il mercante all’altro capo del mondo. Un mistero sul quale si sono interrogati storici e critici della letteratura, psichiatri e psicoanalisti, testimoni e compagni d’avventura, senza che nessuna delle risposte che hanno dato appaia soddisfacente. A riproporre la questione, ecco ora la pubblicazione, per Nino Aragno, di due volumoni di corrispondenza, curati da Vito Sorbello, col titolo Non sono venuto qui per essere felice (pp. 920). 
Naturalmente, la corrispondenza rimbaudiana è ampiamente nota agli studiosi. Sia l’edizione della Pléiade italiana che quella dei Meridiani delle Opere le riservano ampio spazio. La caratteristica del lavoro di Sorbello (cui dobbiamo, tra l’altro, la pubblicazione integrale del Journal dei fratelli Goncourt) è di pubblicare non solo tutte le lettere scritte da Rimbaud e arrivate fino a noi (alcune ritrovate abbastanza di recente) e quelle a lui indirizzate, ma anche documenti di cui il poeta non è né il destinatario né il firmatario ma che fanno luce su episodi e circostanze della sua vita. E insieme a documenti di varia natura - articoli di rivista, annunci di giornale, rapporti di polizia, atti giudiziari, dichiarazioni di confidenti - «che ricostruiscono il fondale storico in cui si svolse l’avventura esistenziale e artistica di Rimbaud». 
Un’avventura che si svolge sotto i nostri occhi increduli, nonostante i tanti libri letti, le biografie, le ricostruzioni più o meno romanzesche. Ecco il ragazzino quindicenne che chiede disperatamente libri che lo aiutino a uscire dalla soffocante atmosfera provinciale, e quello appena un po’ più grande che scrive parole destinate a incidere profondamente sull’idea stessa di letteratura («lavoro a rendermi Veggente», «si tratta di arrivare all’ignoto mediante lo sregolamento di tutti i sensi»). 
Ecco l’arrivo a Parigi (dopo i fermi per vagabondaggio e accattonaggio) con l’effetto di una bomba sui compassati poeti dei circoli letterari «perbene». Su uno in particolare, Paul Verlaine, che abbandonerà moglie e figlio per imbarcarsi nel più folle dei rapporti, tra Londra e Bruxelles, fame e grandi bevute, litigi furibondi e improvvise rappacificazioni, minacce di suicidio, fino ai colpi di pistola esplosi contro il giovanissimo amico e la prigione, comprensiva di degradanti esami corporali (va ricordato in proposito il recente Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro). 
Manca poco al più sorprendente degli sviluppi. Se non si può «cambiare la vita» (dopo Rimbaud motto di tutti i movimenti d’avanguardia dell’ultimo secolo) si può sempre cambiar vita, dice Sorbello, e non si può immaginare cambiamento più radicale di quello che Rimbaud apporta alla propria esistenza. Diventa viaggiatore - l’elenco dei posti in cui è stato occupa una pagina - prima di trasformarsi in mercante, in luoghi che ancora adesso sono tra i più remoti e «difficili » che si possano immaginare: Aden, l’Abissinia. 
Mercante di caffè, di spezie, di fucili, di qualunque cosa si possa commerciare. E non solo non scriverà più un verso, ma sembrerà aver rimosso completamente quel se stesso poeta, cui non dedicherà mai nemmeno il più piccolo cenno nella corrispondenza con i familiari, fitta di conti, di richieste di manuali pratici, di lagnanze («non stupitevi se scrivo poco: il motivo principale è che non trovo mai niente da dire. Che volete che vi si scriva da posti simili? Che ci si annoia, che ci si scoccia, che ci si abbrutisce, che se ne ha abbastanza ma non si può finire»…) 
La cosa paradossale è che mentre Rimbaud in Africa porta fino alle estreme conseguenze il suo processo di trasformazione in avido mercante deciso a non farsi sopraffare dai suoi occasionali compagni d’avventura, nella lontana Europa il suo mito comincia a svilupparsi e a crescere, grazie anche al mistero che ne circonda la scomparsa. Qualche lettera riguardante la sua poesia, che nonostante tutto lo raggiunge, rimane senza risposta e tutti lo credono morto. Morirà davvero, a 37 anni, dopo un drammatico ritorno in Europa, indifferente al fatto di essere considerato, con Baudelaire, il massimo poeta dell’800 francese.

domenica 13 aprile 2014

Ultima stagione all'inferno


Finalmente tradotta la corrispondenza del poeta maledetto che fuggì in Africa 
mentre a Parigi diventava un mito

Giuseppe Scaraffia

"Il Sole 24 ore - Domenica", 13 aprile 2014

«La nostra pallida ragione, aveva denunciato Arthur Rimbaud, ci nasconde l'infinito.» Ma, quando decise di esplorare il mondo, ne rimase deluso. Con il suo passaporto consunto il poeta passò dall'Egitto ad Aden fino all'Harar. Eppure neanche quella fuga doveva appagarlo. «Mi annoio molto, sempre. Non ho mai conosciuto nessuno che si annoiasse come me», ammette Rimbaud in questa magnifica prima edizione della sua corrispondenza, sapientemente tradotta e curata da Vito Sorbello, giustamente intitolata Non sono venuto qui per essere felice.
Il poeta passò dall'Egitto ad Aden fino all'Harar. Lo seguiva un pesante baule di pelle, zeppo di carte geografiche, di manuali da falegname e da idraulico. Rimbaud non era un disperato in fuga verso l'autodistruzione, ma un imprenditore attento alla fauna e alla flora. Finalmente era riuscito a diventare uno di quelli che "stringono la realtà rugosa".
Intanto, insieme ma più rapidamente della gloria di Rimbaud, nasceva la sua leggenda. A Parigi si diceva che fosse tornato allo stato di natura o che fosse diventato il re di un popolo selvaggio. "A parte Hugo, si vantava Arthur, nessun poeta francese della fine del XIX secolo ha guadagnato più soldi". Ma i coloni europei non apprezzavano l'abbigliamento trascurato di Rimbaud, i goffi abiti di pesante cotone bianco, che l'ex-poeta si cuciva da solo sostituendo ai bottoni dei legacci. Ad Harar contrasse la sifilide. Poi si comprò una snella schiava abissina, la trattò sempre con gentilezza e la mandò a scuola dai missionari. Quando dovette partire, le diede del denaro e la rimandò a casa.
Era lontano da quella madre scontrosa e autoritaria, dalla campagna e dalla vita opaca, da cui era fuggito la prima volta, approdando al festoso tumulto della Comune di Parigi. Nella capitale, Arthur si era goduto, nel 1871, il festoso tumulto della Comune di Parigi. Poi era tornato indietro. Prima di ripartire per la capitale, si era interrogato a lungo. «Cosa vado a fare laggiù?... Non so come comportarmi, non so parlare...».
Mentre sorprendeva la vita artistica parigina, tutto in lui continuava a parlare della madre amata e detestata, dai calzerotti azzurri sferruzzati a mano al viso paffuto da bambino e all'impronta dialettale della voce. La cauta solidarietà dei poeti parigini lo intimidiva e lo disgustava. «Voglio essere poeta e lavoro a rendermi veggente... si tratta di arrivare all'ignoto attraverso lo sregolamento di tutti i sensi», aveva annunciato. Per Arthur Rimbaud essere veggenti voleva dire non limitarsi alla scontata realtà, ma affidarsi alle onde impreviste del sogno e dell'incubo, alla luce spettrale della disperazione, a tutto ciò che sconfessava il desolante ottimismo del secolo.
Intanto sgomentava quei dandies raffinatissimi con la sua trascuratezza e le sue dissipate abitudini. La chioma irsuta di Rimbaud era piena di pidocchi che si divertiva a buttare sui passanti che gli sembravano antipatici. Chiunque lo ospitava era destinato a pentirsene amaramente.
Solo Verlaine si lasciò travolgere dal "volto perfettamente ovale da angelo in esilio e dagli occhi di un blu pallido inquietante" di quel profeta contadino. Per lui lasciò clamorosamente il tetto coniugale. Insieme i due poeti iniziarono a ubriacarsi e a girovagare per l'Europa, scandalizzando tutti con la loro omosessualità. A Bruxelles il timore dell'abbandono, le liti, la droga e l'alcool esplosero nella rivoltellata di Verlaine. Rimbaud fu ferito al polso. Prima sporse denuncia, poi ritrattò, ma l'amante venne condannato a due anni di carcere. Uscì di prigione pentito. «Verlaine è arrivato qui l'altro ieri, con un rosario tra le dita... Tre ore dopo aveva già rinnegato il suo dio», si vantò spietato Rimbaud.
Ma ormai per Arthur il tempo dell'Europa e della poesia era scaduto. Doveva evadere dalle "paludi dell'Occidente", dalle illusioni dell'arte. Del resto già nella "Stagione in inferno", aveva confessato: «Ora odio gli slanci mistici e le bizzarrie di stile. Ora posso dire che l'arte è una sciocchezza». Come una farfalla impazzita vagabondò per l'Europa. Finalmente in Belgio si arruolò nelle truppe coloniali in partenza per Giava, ma anche lì non resistette a lungo e finì per disertare. Lo attendeva un'altra serie di disordinate avventure, ma sempre, ogni volta finiva per tornare a Charleville, dove era nato e da cui fuggiva.
L'Africa gli sembrò il modo più assoluto di voltare le spalle all'Occidente, all'Inferno, ma anche lì lo raggiunse un eco del passato. "Vivendo così lontano da noi, non sapete, lo avvertì un viaggiatore, che a Parigi siete diventato per un ristrettissimo gruppo una sorta di personaggio leggendario. Questo piccolo gruppo vi chiama maestro." Lo ricorda G Furgiuele in Rimbaud come si difende un mito (Fontana di Trevi ).
L'ultima corsa del "poeta dalle suole di vento", con la gamba in cancrena, fu su una barella, trasportato dagli indigeni verso Aden. Dopo l'amputazione, Rimbaud non si fece illusioni. Non aveva fiducia nelle gambe meccaniche vantate dai medici. Sapeva di essere ormai un invalido, un tronco immobile. Nel 1873 aveva scritto: «Le donne curano / questi feroci infermi di ritorno dai paesi caldi». Fu un malato difficile e scostante, ancora una volta un ribelle. A volte la sofferenza era così insopportabile da strappargli urla di dolore, mentre picchiava il materasso, in attesa della morfina. Lo attendeva la tomba di famiglia, quella del paese da cui aveva sempre cercato di evadere. «L'unica cosa insopportabile, aveva scritto, è che niente è insopportabile».

"Harar, 25 febbraio 1890
Care madre e sorella, non stupitevi se scrivo poco: il motivo principale è che non trovo mai niente di interessante da dire, perché in Paesi come questi si ha più da chiedere che da dire! Deserti popolati da stupidi negri, senza strade, senza posta, senza viaggiatori, che volete che vi si scriva da posti simili? Che ci si annoia, che ci si scoccia, che ci si abbruttisce, che se ne ha abbastanza ma che non si può finire, etc. etc. ... Ecco tutto, tutto quello che si può dire. Poiché questo non diverte nemmeno gli altri, bisogna tacere. In effetti da queste parti si massacra e si saccheggia un bel po'. Fortunatamente, non mi sono ancora trovato in casi del genere, e conto di non lasciare la mia pelle in questi posti – sarebbe da stupidi –. Del resto godo, nel Paese e sulla strada, di una certa considerazione dovuta ai miei modi umani, non ho mai fatto male a nessuno, al contrario, faccio un po' di bene quando se ne presenta l'occasione, ed è il mio solo piacere. Questi affari in fondo non sarebbero poi tanto cattivi, se le strade non fossero a ogni momento sbarrate dalle guerre. La gente di qui non è più sciocca né più canaglia dei negribianchi dei Paesi civilizzati; è tutt'altra cosa, ecco tutto; in fondo, sono anzi meno cattivi e possono, in certi casi, manifestare riconoscenza e fedeltà. Si tratta di essere giusti e umani con loro.
Arthur Rimbaud" 

domenica 19 gennaio 2014

Il supplizio del giovane Rimbaud divenne la verità di un veggente


Walter Siti

“La Repubblica“, 19 gennaio 2014
Mon cœur couvert de caporal :
Ils y lancent des jets de soupe
Mon triste coeur bave à la poupe :
Sous les quolibets de la troupe
Qui pousse un rire général,
Mon triste coeur bave à la poupe,
Mon coeur couvert de caporal.

Ithyphalliques et pioupiesques
Leurs quolibets l’ont dépravé.
Au gouvernail, on voit des fresques
Ithyphalliques et pioupiesques.
O flots abracadabrantesques
Prenez mon cœur, qu’il soit lavé.
Ithyphalliques et pioupiesques
Leurs quolibets l’ont dépravé !

Quand ils auront tari leurs chiques
Comment agir, ô cœur volé ?
Ce seront des hoquets bachiques
Quand ils auront tari leurs chiques
J’aurai des sursauts stomachiques
Moi, si mon coeur est ravalé:
Quand ils auront tari leurs chiques,
Comment agir, ô cœur volé ?

Arthur Rimbaud, Le Cœur Volé
Mai 1871

Il mio triste cuore sbava a poppa,
Il mio cuore è pieno di trinciato:
Gli lanciano schizzi di zuppa,
Il mio triste cuore sbava a poppa:
Sotto i lazzi della truppa
Che scoppia in una risata generale,
Il mio triste cuore sbava a poppa,
Il mio triste cuore è pieno di trinciato!

Itifallici e soldateschi
I loro lazzi l’han depravato!
Al timone si vedono affreschi
Itifallici e soldateschi.
Oh flutti abracadabranteschi,
Prendete il mio cuore, che sia lavato!
Itifallici e soldateschi,
I loro lazzi l’han depravato!

Quando avranno finito quelle cicche,
Che fare, o cuore rubato?
Ci saranno bacchici rutti
Quando avranno finito le cicche:
Avrò un voltastomaco
Se il mio cuore triste è svilito.
Quando avranno finito quelle cicche,
Che fare, o cuore rubato?

Arthur Rimbaud, Il cuore rubato
Maggio 1871

Non è che non voglia dire niente», scrive Rimbaud al suo professore di liceo inviandogli per lettera questa poesia; mette le mani avanti, teme che il testo possa passare per un giochino goliardico, con quei termini buffi o inventati e quel ritmo da filastrocca. Così infatti la prenderà il professore, che gli rimanderà indietro una parodia con la stessa metrica; il triolet era una forma medievale (strofe di otto versi su due sole rime, in cui il quarto verso ripete il primo mentre il settimo e l’ottavo ripetono i primi due) ripresa recentemente dai parnassiani, ultimo grido della moda poetica. Rimbaud non ha ancora compiuto diciassette anni, scrive poesie da quando ne aveva quindici e frigge dal desiderio di essere pubblicato. Questo testo lo invia anche a Paul Demeny, un poeta amico del suo professore, e a lui lo presenta come un esercizio anti-romantico, una fantasia bizzarra composta in antitesi ai cuoricini e alle sviolinate; vuole mostrarsi cinico, scafato, ma da adolescente aggiunge «non si arrabbi». Sa di avere in mano una bomba, la trascrizione di un’esperienza che quei due letterati non si sognano neanche; la superiorità che sente su di loro è tale che non vale la pena di dichiararla. Molti adolescenti snobbano gli adulti, ma in questo caso lui ha ragione.
Da quando ha sedici anni Rimbaud scappa di casa: la madre è anaffettiva, tratta il figlio con severità ottusa e lui parte da Charleville per Parigi ma non ha i soldi per il biglietto, sicché lo riportano a casa; allora riparte a piedi. Arriva a Parigi nel mese che precede lo scoppio rivoluzionario della Comune, per dormire si rifugia in una caserma. È un biondino di sedici anni curioso di tutto, i soldati sono eccitati e alticci, succede l’irreparabile e lo violentano. Quando lo ha inviato al professore, il titolo di questo testo eraIl cuore suppliziato, a Demeny l’ha spedito come
Il cuore del pagliaccio; solo per Verlaine, ricopiandoglielo, troverà il titolo Il cuore rubato (in francese volé, a un passo da violé, violentato). Trasforma il trauma in una recita grottesca: il cuore che sbava da dietro è l’osservazione precisa, crudele, dell’avvenuto stupro. Il “caporal” è il tabacco di pessima qualità che masticavano i militari: sono gli sputi, le derisioni, le cicche che gli danno il voltastomaco. Eppure non si tira indietro da niente, l’ottonario non dimentica una sillaba e gli occhi restano asciutti — è già il ragazzo che due anni dopo si proclamerà «della razza di chi cantava sotto i supplizi» e condannerà la vita come «una farsa universale».
Qualche accademico prudente dà al testo un’interpretazione simbolica: la nave sarebbe la società provinciale che il giovane Rimbaud detesta, la truppa sarebbero i buoni borghesi e lo sbavare a poppa sarebbe semplicemente il protagonista che vomita tutto il suo disgusto. Troppo pallido, tutta l’energia va perduta. Qui a essere un naviglio è lui stesso, come pochi mesi dopo sarà un battello ubriaco, ansioso che l’acqua penetri il suo scafo per lavarlo. Nelle caserme parigine era raffigurato lo stemma della città, un vascello con sotto il motto fluctuat nec mergitur; il latino può essere l’abracadabra dei flutti, da lì può venire la metafora marinaresca, i graffiti sporcaccioni dei soldati sulla parete dello stemma come affreschi accanto al timone. I “pioupiou” sono le reclute, o spine: inventando un aggettivo canagliesco che li riguarda si pone sul loro piano di scherzi, quasi sta dalla loro parte; musicalmente si identifica con gli aggressori senza smettere di sentirsi vittima — lo schifo del mondo (a Parigi viene denunciato perché scoperto a scrivere «merda a Dio» su una panchina) si confonde con una voglia oscura di autodistruzione; con un estremismo esistenziale e formale che può essere paragonato solo ai più violenti degli odierni gangsta rapper.
Ci sono dei testi-limite, dei testi-spartiacque;nella stessa lettera in cui gli spedisce questo, Rimbaud confessa al suo professore di volersi rendere veggente— «si tratta», scrive, «di giungere all’ignoto mediante lo sregolamento di tutti i sensi» e aggiunge «io è un altro». Come non vedere che proprio il trauma raccontato qui (e proprio perché ha saputo tenergli testa col ritmo) provoca in lui una scissione psichica, spingendo la sua poesia verso l’allucinazione e la droga? La visionarietà del Rimbaud maggiore sarà sempre materialista come solo certi mistici sanno esserlo: via verso un altro mondo perché l’esistente non ci merita ma senza spiritualismi nebulosi — concreti e brutali nella fantasia come si è saputo essere fantasiosi nella brutalità. La domanda finale, in quella caserma parigina, è stata «come agire?»; per lui la poesia è azione, ribellione spinta fino al bisogno di cambiare la vita.La lirica, presa alla lettera, conduce a un dissidio insanabile con la realtà, il sogno mostra la corda e la vita si vendica: spogliata dei suoi veli ambigui ebbene sì, «la poesia è una cretinata». Rimbaud a diciannove anni avrà già bruciato l’intercapedine di malafede che permette alla poesia di esistere e di volare, non scriverà più. Peregrinerà per l’Europa esercitando i mestieri più strani, lo scaricatore di porto e l’interprete in un circo, poi in Africa sarà commerciante e trafficante d’armi. Tornato in Francia con un tumore complicato dalla sifilide, muore a trentasette anni. Il mondo ha vinto, la poesia si è suicidata per eccesso di onestà.

domenica 9 giugno 2013

Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, amanti dolenti e vagabondi


Aldo Busi


"La Repubblica",  8 giugno 2013

Giuseppe Marcenaro ricostruisce con lettere e documenti inediti la relazione fra i due grandi scrittori 
Le donne, Parigi, il carattere impietoso e sfrontato della coppia cui si deve molto della modernità

Tempi duri per un lettore fortissimo come me! Mica è facile trovare un testo in italiano cui tributare riconoscenza perché di sicuro si lascerà leggere fino in fondo: uno di questi è fuor di dubbio Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro (Bompiani, pagg. 400) sulla “vita avventurosa di Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, poeti maledetti nella Parigi di fine ‘800”. Dico si lascerà, perché l’ho preso in mano tre ore fa e sono soltanto a pag. 145, ma mi fermo un necessario momento per rendere partecipi di questa meraviglia quanti nelle ultime due settimane sono arrivati, come me, a pagina 20 di almeno venti volumi, tra romanzi e saggi in lingua italiana di fresca stampa e tutti di nipotini di Liala a vario titolo, e li hanno impilati sul primo gradino delle scale in attesa del prossimo carico a beneficio del Mato Grosso, delle pesche di beneficenza, perfida, e delle prigioni.
Devo premettere che di Arthur Rimbaud (1854-1891) conosco vita e opere e memorabilia, parenti diretti e acquisiti e amici fresconi d’infanzia e servi africani, cialtronerie romanzate di travet minori, serissime pubblicazioni critiche poco conosciute, tra le quali la più memorabile, prima di questa di Marcenaro, resta quella di Françoise Lalande Madame Rimbaud, 1987, perché, documenti alla mano, ribalta tutto quanto di negativo e spregevole era stato scritto da un secolo in avanti sulla madre di Arthur ovvero la V. Cuif, e V. sta non per Vitalie, suo nome di battesimo, ma per vedova, bianca, una virago per necessità, e solo apparentemente arida e crudele, che sembra uscire da un’opera di Wagner con libretto scritto da Iginio Ugo Tarchetti; il libro di Lalande, temo ancora non tradotto in italiano, contiene anche le lettere, fino ad allora inedite, tra la veuve di forzata vocazione e Verlaine, e quelle di Vitalie hanno un fascino aggiunto, anche formale, che Verlaine nelle sue si sogna, tant’è vero che la figura del bigotto la fa lui, con i suoi sensi di colpa e il suo profondersi in giustificazioni non richieste, non lei, fiera, pragmatica, senza alcuna inclinazione al sentimentalismo, gallica infine, e invero poeticissima e struggente nel suo dolore rappreso, tenuto giù, molla ulteriore in lei per reagire agendo, senza piangersi addosso un solo istante e senza delegare, viva, vitale, un mostro terragno, sì, di abnegazione, di sacrificio di sé, di orgoglio nella rinuncia, di amore che non conosce le parole, no, nemmeno una, ma i fatti d’amore, tutti, muti, sordi, crudeli per sé per prima; e devo ammettere che ho tenuto tra le mie mani autografi di A. Rimbaud di inestimabile valore senza osare non solo rubarli… me ne era stata data facoltà: nessuna telecamera, nessuna guardia in giro, e quando, dopo un paio di ore, ritornò quel direttore di fondo nazionale che non nomino per non mettere nei guai, chiuse la cartella, la rimise nel faldone senza fare alcun controllo e, per la verità, senza neppure chiedermi che facevo per l’ora di cena… ma nemmeno sfiorarli con un polpastrello; e continuerò a premettere che ho visitato quanto resta, poco, delle varie abitazioni di Charleville-Mézières… compresa la cascina di Roche di cui non resta in piedi niente dei muri originali… in cui la madre paesana ripulita continuava di trasloco in trasloco a illudersi di migliorare almeno le apparenze del decoro borghese malgrado i quattro figli interamente a suo carico, figli del Frédéric Rimbaud militare cinque volte incintatore di passaggio e padre e marito assente del tutto e per sempre dopo sette anni di, si fa per dire, vita in famiglia.
Dico tutto questo per una sola ragione: non volevo nemmeno aprirlo il saggio di Marcenaro arrivatomi per corriere, temevo una delusione, temevo il risaputo condito di nostalgici arabeschi per fare foliazione, che poteva mai rivelare di nuovo a me, rimbaldiano di ferro, a parte, e per qualche istante, di avere una cattiva memoria? E invece quante sorprese, quanti soprassalti di stupore e di invidia, che bibliofila maniacalità esemplare quest’uomo! Un segugio dell’inedito impossibile e dato per perso solo dai pigri. E che ritmo, che luminoso, illuminato noir! Qui i documenti, anche di testimonianze di riporto fino al 1968, e i pettegolezzi inventariati dallo storico scivolano in modo naturale… certo, il colore delle facciate più rispettabili non sarà camoscio ma minimo chamois, niente corsivo, per carità, e poi ci sarebbero “i malemmi”… in una narrazione che ha la tempestosa ondosità sottomarina delle acque chete e bonarie in superficie e che ti tira giù in un’apnea di godimento un po’ strangolatore, e reale e subliminale avidità di abissi sempre più profondi. E le donne di Rimbaud e di Verlaine, la moglie, la suocera di quest’ultimo, e le madri di entrambi che affrontano le altre due che hanno attentato all’onorabilità sessuale dei loro rispettivi figli spargendo menzogne?
E la nascita del quadro più famoso della storia della letteratura francese, il ritratto degli otto poeti per mano di Fantin-Latour che dovevano essere nove e uno fu sostituito dal vaso di gerani bianchi? E la cricca dei fuoriusciti francesi in quel di Londra, una metropoli-ciminiera in cui si respira fumo e si espettora catarro e, ndr, non per niente dà il via a pieni polmoni ai sognanti e favolosi afflati dei Preraffaelliti? E i caratteri impietosi, scurrili, sfrontati torniti con una precisone da orafo maudit dei due dolenti amanti vagabondi ai quali si deve gran parte della modernità ben prima di Freud, di de Saussure e di Albert Hofmann, padre dell’LSD, anche se l’assenzio dei due dissoluti bevitori sta all’acido lisergico come la carabina ad aria compressa alla bomba atomica? E che libro chiederà il diciannovenne Arthur non appena riuscirà, falsando la propria data di nascita, a mettere piede alla British Library? Scopritelo da voi, se siete forti. Tanto non glielo daranno nemmeno lì, relegato com’è nell’Enfer… Bene, corro a riprendere la lettura di Una sconosciuta moralità, il mio dovere di lettore grato l’ho fatto.
Come faccio a sapere che lo leggerò fino in fondo? Semplice: sono andato a piluccare qui e là e ho scoperto che, poche pagine prima della fine, c’è una lettera niente di meno che di Georges, il figlio di Verlaine. Quante volte mi sono chiesto che fine avrà fatto! Chissà se Marcenaro ci dirà qualcosa anche sulla discendenza dei Rimbaud, perché quel gran puttaniere ubriacone del bellissimo Frédéric (1853-1911), il fratello maggiore di un anno di Arthur, due figli in regolare matrimonio li ha poi avuti…

Giuseppe Scaraffia


"Domenica .- Il sole 24 ore", 30 giugno 2013

Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro (pubblicato da Bompiani pagg. 400)

sabato 1 giugno 2013

Caro amico ti sparo


Nell'estate di 140 anni fa la famosa revolverata di Verlaine contro il compagno Rimbaud. 
Ora un libro ricostruisce quella vicenda, passando dalle carte processuali inedite 
e tracciando il ritratto di un'Europa bigotta.


Marco Cicala

"LA Repubblica -  Il Venerdì", 31 maggio 2013

La pistola era un revolver calibro 7 a sei colpi. Verlaine ne sparò due. Il secondo proiettile si perse nel muro; il primo s'era conficcato nel polso di Rimbaud. Succedeva alle 14 e 30 del 10 luglio 1873 in un alberghetto di Bruxelles. Il concierge neppure se ne accorse. Motivo dell'alterco: beghe tra poeti ubriaconi epederasti. Tutto qua. Finito l'articolo. Se della celebre revolverata ne avete piene le scatole, saltate subito al servizio successivo. Se invece quella bagarre ancora vi incuriosisce, restate sintonizzati. Ché ora un libro ne approfondisce i recessi. Si intitola Una sconosciuta moralitàL'ha scritto Giuseppe Marcenaro. Per metà è una vertiginosa ricostruzione delle personalità di Rimbaud e Verlaine. Per l'altra è un pozzo documentale di lettere, verbali, perizie, testimonianze... Materiali in larga misura inediti in italiano che - pur senza scoop - infiltrano una nuova luce nell'affaire, rendendolo frammento di specchio che riflette un'epoca. 
A cominciare dai comprimari. Su tutti il giudice istruttore Théodore t'Serstevens. Magistrato gessoso, uomo affabile e incolore. Gli si riconoscevano due uniche passioni: le calorie ("Tra un'udienza e l'altra usciva dal palazzo di giustizia per riempirsi di dolci in pasticceria") e "comprare oggetti d'uso domestico, farseli recapitare a casa per poi, meravigliandosi con la moglie, chiedere chi li avesse mandati". Bah. Contento lui. 
Ad ogni modo: se la sparatoria gonfiò il polverone che sappiamo lo si deve proprio a t'Serstevens. Ferito lievemente, Arthur Rimbaud - anni 19, dieci meno del compare - aveva ritirato la denuncia. Altrove, l'episodio si sarebbe "chiuso tutt'al più con una multa per porto d'armi abusivo e leggere violenze". Nel Belgio del controverso re Leopoldo andò altrimenti. Anche perché il giudice s'era intestardito su un teorema: gli premeva dimostrare che all'origine del reato non c'erano né il delirio etilico né il perenne caos mentale di Paul Verlaine, ma la pederastia (omosessualità era ancora termine poco diffuso). Come a dire: Vedete? Chi coltiva passioni contronatura non è soltanto un povero malato ma soggetto socialmente pericoloso. Un criminale in sonno. Non bastasse, dalla polizia francese era giunta pure la notizia che due anni prima, durante la vampata rivoluzionaria della Commune, Verlaine aveva conservato il suo posto di impiegato municipale a Parigi. Che non fosse stato epurato ne faceva in automatico un fiancheggiatore di sovversivi. 

Finì in galera. E col conforto di una perizia medica disposta "al fine di constatare s'egli porti tracce di consuetudine pederastica". Visitandolo, i dottori Vleminckx e Semel appurarono che disponeva di un "pene corto e poco voluminoso - il glande soprattutto è piccolo, affilandosi verso la sua estremità libera, a partire dalla corona". Quanto all'ano: "Si lascia dilatare assai facilmente, attraverso uno scartamento moderato delle natiche, a una profondità di circa un pollice. Questo movimento mette in evidenza un infundibulum (imbuto) svasato, specie di cono tronco la cui sommità sia nel profondo". Dall'ispezione "risulta che P. Verlaine porta sulla sua persona tracce di pederastia attiva e passiva". Ergo: al gabbio. 
Due anni. Poi scorciati per buona condotta. Dapprima gli danno da ripulire chicchi di caffè, in seguito - essendo letterato - lo dispensano dal lavoro fisico. Lui si rimette a studiare l'inglese, legge Shakespeare, e - contemplando il crocifisso - riesuma una, seppur fosca, fede. 
Intanto, per riprendersi dai postumi della pistolettata, Rimbaud si è confinato nel granaio di una fattoria. Scrive come un invasato. Qualche giorno dopo torna giù con i fogli di Une saison en enfer, "l'unico libro della sua vita". Fu pubblicato in 500 esemplari da M.- J. Poot et compagnie, tipografi in Bruxelles. Produzione casereccia. La madre di Arthur versò l'anticipo, ma il resto della somma non fu mai corrisposto allo stampatore. L'autore ebbe diritto a sole sei copie. Poco male. Gli bastavano. Le spedì agli amici giusti, tra cui Verlaine, e dunque sparì. Nel gesto c'è tutta la sublime indifferenza di Rimbaud: lui ce l'ha messa tutta per centrare il capolavoro. Se la raccolta vale, se deve fare il botto, che lo faccia. Adesso il suo compito di scrittore è finito. Ora la palla passa ad altre forze - critica, gusto, mercato - con le quali un poeta non dovrebbe mai confondersi. Perciò Arthur abbandona il libro alle rapide della sorte e se ne disinteressa. Ha troppo da fare: vagabondare per l'orbe come se fosse un immenso appartamento. 
Rotterdam, Southampton, Gibilterra, Napoli, Suez, Aden, Sumatra, Giava, Città del Capo, Sant'Elena, Azzorre, Irlanda, Liverpool, Le Havre, Parigi... Lo avvistano ovunque. Ubiquo. Un fantasma. Ma il suo, ricorda Marcenaro, è "tutto un viaggiare per sentito dire e soltanto nelle lettere degli amici. Di lui in realtà nessuna traccia". Nessuna prova provata. Forse un filo di marketing fabbricato a posteriori. Che importa. Il vero segreto di Rimbaud si annidava in quella mezza dozzina di esemplari della Saison che già terremotavano la poesia moderna. Impagate e mai messe in circolazione, le altre 494 copie ronfavano dimenticate nei locali della tipografia di Bruxelles, in forma di "lurido pacco, macchiato, coperto di polvere". Dal libro di Marcenaro scoprirete chi, trent'anni dopo, fece tombola snidando per caso quelle giacenze e comprandole a prezzo di carta. E scoprirete anche altri rivoli di questa storia: ad esempio come visse e finì George, il disgraziatissimo figlio unigenito di Verlaine, che non poté assistere ai funerali del padre perché aggredito da "crisi di sonno letargico durate tre, quattro e anche cinque giorni". O quanto accadde al patron dell'hotel in cui scoppiò lo scandalo, tale Ivon Verplaets, che per negligenza, vuoi tirchieria nell'ammodernare i locali, morì ucciso dal suo stesso albergo.
Quando gli inquirenti gli chiesero Qual è la sua moralità? Verlaine rispose: Sconosciuta. 140 anni prima del Mariage pour tous, Paul e Arthur erravano da Parigi a Londra a Bruxelles, schiamazzando e litigando come "sguattere ebbre". Più che teorizzarla, praticavano una libertà extralarge che mai quell'epoca, pur rivoluzionaria, avrebbe potuto contenere. Anche se, presto, lo stesso maledettismo sarebbe stato recuperato. Diventando moda, posa, a sua volta accademia.
Subito i fan avrebbero imbalsamato Rimbaud venerandolo come un santino sacrilego. Un angelo dark. Ma fatta tara d'ogni lezioso demonismo fin de siècle, Arthur fu davvero un alieno, singolare neopagano, veggente arcaico, anarchico integrale, outsider antiborghese di cui la venale Modernità borghese ha disperato bisogno come contraltare. Nella perfida innocenza di Rimbaud, ogni legge di gravità sociale - patria, lavoro, famiglia, domicilio - sembra dissolta. E, per quanto paradossalmente, questo ne fa una figura a suo modo conciliata. Di rabbiosa saggezza (Visto abbastanza; Avuto abbastanza; Conosciuto abbastanza scriverà). Verlaine no. Con una moglie inviperita, un figlio, una mamma che bene o male lo mantiene, lui resterà fino alla fine un cristiano lacerato, fra tempestosi focolari domestici e bettole, lupanari, ospedali, gattabuie. Rimbaud muore a 37 anni, forse bestemmiando, a causa del tumore che gli divora il ginocchio. Da tempo aveva voltato le spalle alla poesia, ritirandosi in Africa a trafficare in tutto, fucili inclusi. Nella "stramba Europa" tornò solo per creparci. 
Verlaine campa invece fino a 52 anni. Il volto sempre più irsuto e silvano da "fauno tartaro", gli occhi sempre più cuciti dall'alcol, si aggira nella raggiunta fama come un monumento eternamente pericolante. Magari, come molti altri, beveva fino a lobotomizzarsi per silenziare lo stridore della propria omosessualità. 
Eppure non fu la spalla di Rimbaud, ma poeta altrettanto grande sebbene un po' oscurato dalla leggenda dell'altro. Leggenda che pare un enigma senza fondo. Prendi la vexata quaestio della Chasse spirituelle, il più misterioso ed esoterico fra i testi perduti di Arthur. Un Graal. Maxi-ricercato da quasi un secolo e mezzo. Ammesso che sia esistito veramente e non se lo sia inventato quel contaballe di Verlaine.
Nel 1949 fu pubblicato da due giornali di rango quali Combat e Mercure de France. Ma poi - tra vibranti denunce d'un imbufalito André Breton che aveva fiutato il raggiro - si scoprì che era una bufala (ben) confezionata da due teatranti. Il caso sembrava chiuso. E invece, pochi mesi fa, riecco spuntare la Caccia spirituale. In uno studio uscito dalle edizioni Leo Scheer, il biografo Jean-Jacques Lefrère assicura di aver raccolto indizi tali da confermare che quello scritto è esistito sul serio. Ma si tratta dello stesso inedito riemerso sessant'anni fa? Niente permette di affermarlo, ma nemmeno di negarlo, sostiene fumosamente l'esperto. E la caccia continua. Quanto le sia rimasto di spirituale, decidetelo voi.

giovedì 4 aprile 2013

Verlaine. Quella furia conservatrice che lo separò da Rimbaud


Escono i saggi politici del poeta “maledetto”, 
ma anche monarchico e ostile alle rivoluzioni
Le sue idee furono causa di violenti litigi con il compagno che lo chiamava “Loyola”

Giuseppe Montesano

"La Repubblica",  3 aprile 2013

Che siano state le dispute politiche a separare gli amanti e poeti Paul Verlaine e Arthur Rimbaud? Verlaine chiamava l’adorato Rimbaud il suo “micetto biondo”, gli scriveva cose come: «ancora indegno striscio verso di te, montami sopra e calpestami…», si era fatto trafiggere il polso con un coltello da Arthur, aveva scritto con lui poesie oscene irriferibili, e, per mantenere il ragazzo dagli occhi azzurri che si rifiutava categoricamente di lavorare, il lussurioso Paul aveva costretto sua madre a dissipare in pochi anni qualcosa come settantamila euro di oggi: un amore così poteva finire per delle noiose discussioni sul suffragio universale e la Rivoluzione francese? Impossibile.
Ma a leggere Viaggio in Francia di un francese, un libro di Verlaine inedito in Italia, curato magnificamente da Giancarlo Pontiggia e pubblicato da Medusa, si direbbe proprio di sì: il soprannome di “Loyola” che Rimbaud dette a Verlaine non era affatto un gioco. In queste pagine accese e ritmate Verlaine sostiene che la decadenza della Francia è dovuta alla fine del potere dei Gesuiti; sostiene che la Rivoluzione del 1789 è la massima sciagura del Paese; sostiene che i comunardi sono pazzi; e predica non solo il “ritorno” alle radici cristiane, ma proprio alla monarchia cattolica e legittimista. Figurarsi che discussioni tra i due innamorati! Paul e Arthur, per la noia, facevano un gioco: coprivano due coltelli con degli asciugamani bagnati lasciandone scoperte le punte, e poi si colpivano finché non usciva sangue, proprio come amanti sadomaso in anticipo sui tempi. Dopo, naturalmente, finivano a letto, e, con la regolarità di un orologio, Verlaine era afferrato dal pentimento. Rimbaud gli gridava allora che era solo un gesuita infame e ipocrita, Verlaine gli chiedeva di convertirsi alla fede degli avi e di Giovanna D’Arco, Rimbaud gli rispondeva con qualche atroce bestemmia, Verlaine lo accusava di essere un comunardo incendiario e un amico del suffragio universale, e alla fine i due, tra ingiurie e sbattere di porte, colpi di coltello e qualche colpo di pistola, ritornavano a sacrificare al dio Eros, a Parigi, a Bruxelles, a Londra e dovunque li portava il loro tentativo di trovare un luogo adatto ai loro sogni di poeti.
Una convivenza per niente facile, tra il ragazzo che voleva il massacro dei borghesi ricchi nella Comune e aveva elogiato i rivoltosi dell’89 per aver ucciso il Re e il Verlaine che sosteneva che la democrazia è il male assoluto della modernità e che si deve ritornare alla santità del passato. Senza qualche piccola ipocrisia come andare d’accordo con il ragazzo dagli occhi blu che la Francia ultracattolica sognata da Verlaine-Loyola la detestava al punto da andarsene tra gli arabi a vendere armi e a leggere il Corano? Verlaine scrisse il Viaggio in Francia solo quando Rimbaud partì per l’Africa, e probabilmente ci mise tutta la rabbia del deluso e del tradito, e tutto quello che da “Loyola” innamorato aveva in parte dovuto dissimulare per farsi accettare dal suo micio biondo e anarchico. Ma il manoscritto delle confessioni politiche di Verlaine restò tale, persino una rivista cattolica lo rifiutò, e il libro fu pubblicato dopo la morte di Verlaine: peccato, perché la prosa risentita e anomala di Verlaine, il suo furore dolce e la sua frivolezza retorica sono affascinanti. Del resto allora tutti sapevano che Verlaine, che scriveva poesie cristianissime e panegirici della Vergine, era però sempre l’uomo che conviveva con prostitute e ragazzi, e che pochi anni prima aveva sbattuto il figlio nato da poco con la testa sul muro e tentato di strangolare sua moglie perché si rifiutava di dargli i soldi da sperperare con Arthur.
Verlaine era questo, una contraddizione vivente e un cuore tortuoso, e a tratti un poeta che cantava come nessuno aveva cantato prima la vita “semplice e tranquilla” che è vicinissima ma che sempre sfugge, la leggerezza ebbra degli amanti vagabondi in fuga dal mondo, i trasalimenti magici e impercettibili della natura: «Nell’erba nera i Kobolds vanno; il vento profondo piange, si direbbe… ». E il suo inimitabile tono, come il brivido vocale di una Callas erotica, ci arriva al di là della sua catastrofe personale: e trafigge con dolcezza, ancora.

Viaggio in Francia di un francese di Paul Verlaine (Medusa, pagg. 80).


La Francia repubblicana è rimasta senza Dio
Parigi 1871: ritratto di un Paese dopo la fine dell’Impero

Paul Verlaine

Ahimè! tutto sembra finito, strafinito per la Francia di oggi! Le disfatte, così eloquenti, del 1870-71 sembrano aver parlato ai sordi ed è da allora che fa data questa recrudescenza del male e del peggio, che segnalerà la nostra epoca all’orrore della posterità. L’empietà fa progressi spaventosi, di concerto con l’idea repubblicana, come l’hanno intesa i più perduti uomini della prima rivoluzione; e mai la demagogia, per un attimo repressa – ferocemente e male – con la poca energia che restava alla borghesia, personificata da quel deplorevole Thiers, mai la bassa demagogia è stata sull’orlo di una tale vittoria. L’egoismo di chi ne gode attualmente al potere, in tutta l’irresponsabilità di un potere che disonora in primo luogo l’idea di autorità, la duplicità di giorno in giorno, la menzogna della moderazione e la sfrontatezza nelle contraddizioni (d’altronde tutte arbitrarie e dispotiche) che vanno sotto il nome impertinente di opportunismo, la violenza codarda, l’esitazione brutale, tutta la paccottiglia del machiavellismo, mentre terminano la distruzione degli ultimi avamposti di una società per tre quarti precipitata, snervando, stordendo, irritando un corpo elettorale formato tutto d’inferiori, mascherano per la massa degli stolidi, degli stanchi e degli infatuati, l’abisso ormai vicino, addormentano la memoria, uccidono la preveggenza, e infine perdono, corrompono, contaminano ogni facoltà, ogni spirito di condotta e ogni vestigio dell’antica virtù! Non c’è più rispetto, non c’è più famiglia, il piacere sfrontato – che dico, la deboscia è al vertice; nessun patriottismo, nessun ideale neppure negativo; nemmeno, se non presso certi diseredati, l’eroismo empio della barricata; lo studente “orgiastico”, l’operaio senz’altro “dissoluto”; la vile scheda elettorale che sostituisce, per le necessità della sommossa, il fucile infame, ma almeno franco; il denaro come unico argomento, come unica obiezione, come unica vittoria; la pigrizia e gli espedienti arraffano il pane dell’antico lavoro – e Dio tutti i giorni è bestemmiato, sfidato, crocifisso nella sua Chiesa, schiaffeggiato nel suo Cristo, espropriato, cacciato, negato, provocato! Che tribuna e che stampa! Che gioventù e che donne –, e che paese!
Tuttavia, dato che vive ancora questa Francia orribile che hanno creato per noi, questa Francia difficile, quasi impossibile da amare, finché c’è, perché vive ancora, anche con questi capi che non fanno una testa, anche con le membra in cancrena e il sangue marcio, anche in questa atmosfera pestilenziale che le fa male, perché ha ancora forma di nazione, perché il suo nome sussiste e la sua lingua è ancora la prima d’Europa, finché, grazie a Dio, c’è il cuore, e finché questo cuore batte, finché batterà, ci sarà una Francia che può tornare la beniamina tra le nazioni e il soldato di Dio, che le ha fatto promesse quasi altrettanto solenni come quelle alla sua Chiesa. Dunque si tratta di andare verso quel cuore, non solo con la memoria e l’immaginazione; al francese geloso dell’antico onore e della speranza sempre concessa, serve il coraggio di penetrare attraverso tutti gli ostacoli odiosi e crudeli, fino alla fonte pura e forte da cui esce questo bel sangue blu e rosso, nobili e popolo, la cui storia fu così bella, che batteva sulle tempie del genio come nei piedi della carità, come sul fianco del martire, e che poté scorrere su tutti i campi di battaglia e ovunque Dio voleva essere glorificato con una morte preziosa.
Traduzione di Luana Salvarani © 2013 by Edizioni Medusa



Verlaine: niente lavoro di domenica

Bianca Garavelli

"L'Avvenire",  3 aprile 2013 

In effetti, per Paul Verlaine vivere controcorrente doveva essere una vocazione naturale. Lo era stata in gioventù, quando aveva dato vita alla stagione della "poesia maledetta", vivendo la trasgressiva relazione con Arthur Rimbaud, per il quale aveva abbandonato la moglie e il figlio. E lo fu ancora, paradossalmente, dopo la conclusione drammatica di questa stessa relazione, simbolica di una vita contro le regole morali, che segnò per lui anche la fine di un’epoca, e di una modalità di pensiero. Paradossalmente perché, dopo aver recuperato un equilibrio personale, soprattutto attraverso la fede, il poeta non riuscì a ritrovare il ruolo di maestro di pensiero che aveva in qualche modo ricoperto in precedenza, con i suoi testi poetici divenuti modello del simbolismo.
Nella Francia sconvolta dall’esperienza della Comune di Parigi, delle barricate e del passaggio definitivo dalla monarchia alla repubblica, il ritorno ai valori da lui perseguito e difeso non era una strada facile, e la sua stessa posizione non fu capita dagli addetti ai lavori del suo tempo. Ecco la ragione per cui il breve ma denso e labirintico libro, Viaggio in Francia di un francese, un po’ saggio, un po’ confessione personale, scritto tra il 1880 e il 1881, contemporaneamente al libro poetico Sagesse, non andò in stampa finché l’autore fu in vita, e fu pubblicato postumo a undici anni dalla sua scomparsa, nel 1907. Il ritorno all’ordine, dunque, diventa trasgressione, in una società i cui valori sono ormai lettera morta. Forse proprio perché Verlaine si rivela animato da una fede autentica, profonda, che non viene compresa, tanto è diventata la colonna vertebrale di un uomo fino a poco prima distrutto. Dunque, è una vera e propria scoperta per noi lettori italiani questo libro noto finora solo in Francia, per la prima volta tradotto integralmente (Viaggio in Francia di un francese, Medusa, pagg. 80, Euro 11,00, traduzione di Luana Salvarani): la scoperta di un Verlaine profondamente rinnovato dalla fede, anzi deciso a difenderne i benefici, di cui è diretto testimone, contro ogni possibile attacco del presente. Proprio come un severo «Giovenale cristiano», paragone che gli attribuisce il curatore francese del libro nell’edizione della Pléiade, Jacques Borel. O come una sorta di nuovo mistico, ispirato da una Musa d’eccezione: la Francia «monarchica e cattolica di Luigi IX e di Giovanna d’Arco», come osserva acutamente Giancarlo Pontiggia nella sua elegante prefazione.
Leggendo queste pagine, infatti, scopriamo che gli scenari degni di nota di questo "viaggio in Francia" riguardano soprattutto la storia del paese: la fine dell’identità fra senso dello stato e fede dopo i sovrani merovingi, la perdita di importanza dell’Ordine dei Gesuiti, la "presa di potere" del giansenismo, descritto come una dannosa deformazione del cattolicesimo, la Rivoluzione francese, da lui definita «abominevole». Il rito della Messa è raccontato come una gioia, una cura spirituale: «benedizione per l’anima, santificazione e nobile delizia dei sensi», come testimoniano gli occhi di chi esce dalla chiesa, in quanto «brillano più calmi e più profondi». L’osservanza della preghiera domenicale è anche l’incentivo al riunirsi finalmente sereno delle famiglie, che riposando in Dio cementano il loro legame e sciolgono almeno in parte la dura prigionia del lavoro, il più delle volte disumano. Nel dibattito odierno sul lavoro domenicale Verlaine sarebbe stato un sostenitore assoluto del riposo: non potrebbe essere altrimenti, visto che qui deplora «quegli operai senza Dio, che una spaventosa abitudine all’indifferenza spinge al lavoro proibito», mentre piange «la loro ignoranza di cosa sia la domenica». Per lo stesso motivo, non riesce a stimare certi suoi colleghi, gli scrittori naturalisti, pur riconoscendone il talento, specialmente a Flaubert. Mentre ammira senza condizioni soprattutto due autori, a cui rivolge il suo saluto, per lo «spirito gallico», ma anche per il loro «eroico cattolicesimo che brucia e fiammeggia»: Paul Feval e Barbey d’Aurevilly. 
Il culmine del libro è il capitolo dedicato al figlio Georges: proprio quel figlio che aveva un tempo abbandonato. Verlaine ora trema al pensiero che diventi soldato, perché combatterebbe per una democrazia che in realtà è «l’Invidia che ci governa». Viene in mente, leggendo questi passi, l’entusiasmo con cui Christine de Pizan, scrittrice italo-francese vissuta fra Trecento e Quattrocento, inneggia nel suo ultimo poemetto all’impresa di liberazione di Giovanna d’Arco, che salva la patria dal male incarnato dai corrotti inglesi. Là gli inglesi, qui la blasfemia di una democrazia anticristiana: in entrambi i casi, la motivazione a difendere la Francia viene dalla fede. E la certezza rassicurante di questo padre nuovamente preoccupato per il figlio è che sia «cattolico praticante» e sappia destreggiarsi tra gli astuti raggiri del Diavolo, ribellandosi se necessario a eventuali ordini «sacrileghi» contro il re e i suoi fedeli.

giovedì 14 febbraio 2013

Caro amico ti sparo


Il 10 luglio del 1873 Paul Verlaine esplose contro Arthur Rimbaud il colpo di pistola 
più celebre della letteratura. Parigi lo ricorda con una mostra


Alberto Mattioli

"La Stampa",  13  febbraio 2013


Il colpo di pistola più famoso della storia della letteratura francese fu esploso in Belgio. Siamo a Bruxelles, è il 10 luglio 1873, una giornata assolata, afosa e pesante. Paul Verlaine compra all’armeria Montigny, nella galleria Saint-Hubert, un revolver Lefaucheux calibro sette millimetri. Lo paga 23 franchi. Rientra in albergo, all’hôtel de la Ville de Courtrai, e lo mostra al suo amante Arthur Rimbaud, strillando: «È per te, per me, per tutti! ». Però i due escono a prendere l’aperitivo e vanno a cena. L’assenzio, la «fée verte», la fata verde che dà l’ebbrezza e brucia il cervello, cola a fiumi. Tornati in albergo, Verlaine perde definitivamente la testa e spara due colpi a Rimbaud gridando: «Prendi, ti insegno io a voler partire! ». Poi, a sua madre che accorre dalla stanza accanto, chiede di sparargli alla tempia.

Adesso una mostra al Musée des lettres et manuscrits di Parigi, Verlaine emprisonné, «Verlaine imprigionato», ricostruisce tutta la vicenda. Che prosegue all’ospedale. Rimbaud è leggermente ferito all’avambraccio sinistro, si fa medicare e racconta una storia qualsiasi. Potrebbe finire tutto lì. Ma annuncia di voler partire per Parigi. Sulla strada della stazione, Paul minaccia ancora, mostra la sua sette millimetri. Arthur si spaventa e scappa. Verlaine l’insegue. Finché Rimbaud si rivolge a un poliziotto, che li arresta tutti e due. Al commissariato, Rimbaud racconta. Segue denuncia e Une saison en enfer. La raccolta di poesie è di Rimbaud, ma il titolo si applica a Verlaine. La stagione all’inferno inizia il 13 luglio, quando per ordine del giudice t’Serstevens, i dottori Sernal e Vleminckx sottopongono il poeta a un umiliante esame corporale. Da un punto di vista sociale se non da quello legale, amare un uomo è ancora considerato più grave che sparargli. Referto: «P. Verlaine porta sulla sua persona delle tracce di abitudine di pederastia attiva e passiva».
Condannato a due anni di galera e 200 franchi d’ammenda, Verlaine resterà in prigione fino al 16 gennaio 1875, prima ai Petits Carmes di Bruxelles e poi nel carcere di Mons, cella numero 1. Lì scrive una serie di poesie sotto un titolo che dice tutto, Cellulairement, ma non pubblica mai il libro. Verlaine stesso ne distribuisce i brani in altre raccolte. Il manoscritto riappare nel 2004, a un’asta di Sotheby’s. Lo Stato francese lo compra per 299.200 euro, lo classifica «tesoro nazionale» e lo assegna al Musée des lettres che lo espone per l’occasione.
Intorno, una piccola ma curatissima mostra sviluppa la tesi che in realtà Verlaine fosse in prigione da sempre, ben prima di finirci fisicamente. Intanto, per il suo fisico ingrato, la sua bruttezza senza appello, la sua «maschera da vampiro». Poi, per l’atmosfera della famiglia. Il poeta nasce dopo tre aborti, troppo atteso e desiderato per non deludere. Incredibile ma vero, i tre feti dei fratelli mai nati sono conservati in boccali di vetro esposti in salotto, almeno finché Paul, completamente sbronzo, non li fracassa a colpi di bastone.
Ma Verlaine è prigioniero anche dell’alcol e soprattutto dell’assenzio, questa droga liquida che sta ai poeti maledetti dell’Ottocento come l’eroina ai rocker, non meno maledetti, del secolo seguente. Inizia a bere per sfuggire alla noia della sua prima vita da funzionario. E’ l’«heure verte», l’ora verde degli interminabili aperitivi al Café du Gaz di rue de Rivoli e poi, scendendo sempre più giù nella categoria dei locali e nella rispettabilità sociale, al Café du rat mort, a Pigalle, che in realtà non si chiamava così ma fu ribattezzato quando un avventore chiese, dall’odore che esalava della sala al primo piano, se c’erano dei topi morti.
Per Verlaine è davvero l’inferno. Picchia la moglie Mathilde che ha sposato senza amarla e il figlio piccolo. Il 9 maggio 1872, ubriaco come al solito, cerca di dare fuoco ai capelli di Mathilde e poi di pugnalarla. Intanto nella sua vita è entrato Rimbaud. Si incontrano per la prima volta il 24 settembre 1871: Arthur ha 17 anni, Paul è un vecchio di 27. Per Mathilde, Rimbaud è «un grande e solido ragazzo dalla figura rossastra, un contadino, gli occhi blu, abbastanza bello, ma con un’espressione sorniona». Sarà il grande amore di suo marito. Insieme, scrivono il Sonnet du trou du cul (evitiamo di tradurre): le due quartine sono di Verlaine, le due terzine di Rimbaud.

La relazione è tempestosa da subito. Rimbaud arriva a pugnalare Verlaine: cinque coltellate, tre in una coscia e due sulle mani. I due viaggiano, ma sono viaggi che sembrano una fuga: Bruxelles, Londra, di nuovo Bruxelles. Verlaine si mangia l’eredità di una zia, 30 mila franchi oro. L’ultimo atto a Bruxelles. Quando gli arriva in carcere la sua copia di Une saison en enfer, Paul ci legge una dedica gelida, quasi burocratica: «à P. Verlaine, A. Rimbaud».
Arthur morirà nel 1891, dopo una vita avventurosa e dopo che gli era stata amputata una gamba devastata dal cancro. Verlaine cinque anni dopo, trascinandosi in un’esistenza quasi da barbone, con l’unico conforto dell’assenzio. Esposti, in mezzo agli autografi delle poesie e ai verbali dei commissariati, ci sono due ritratti che valgono la visita. Uno è l’autoritratto che Verlaine si fece nel 1890, cubista prima del cubismo. L’altro il ritratto di Rimbaud di Cocteau, che in realtà è ispirato al Rimbaud malato dipinto da Jef Rosman dopo i famosi colpi di pistola. Ufficialmente, la mostra racconta un fatto di cronaca nera. In realtà, è una grande storia d’amore.