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domenica 11 ottobre 2015

Social solitudine


Siamo tutti schiavi di un Io idealizzato e virtuale, che oscura il nostro Io reale e ci allontana da ogni legame autentico pur di non rinunciare alla pigra “comodità” di Google o Facebook 
È la condizione umana dell’era digitale


Jonathan Franzen, "La Repubblica", 11 ottobre 2015

Sherry Turkle è una voce a sé nel dibattito sulla tecnologia. È una scettica con un passato da credente, una psicologa clinica in mezzo a imbonitori aziendali e cassandre letterarie, un’empirica in mezzo ad aneddotisti selettivi, una moderata in mezzo a estremisti, una realista in mezzo a sognatori, un’umanista ma non luddista: un’adulta. Ha una cattedra sovvenzionata al Mit e lavora a stretto contatto con gli esperti di robotica e affective computing che lavorano da quelle parti. A differenza di Jaron Lanier, che si porta dietro il pesante fardello di essere un dipendente Microsoft, o di Evgenij Morozov, che ha una prospettiva bielorussa, la Turkle è un’insider fidata e rispettata, e questo ne fa una sorta di coscienza del mondo high-tech.
Il suo precedente libro (Insieme ma soli: perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, pubblicato in Italia da Codice) era uno spietato rapporto sulle relazioni umane nell’epoca digitale. Osservando le interazioni delle persone con i robot, e intervistandole sul loro rapporto con computer e telefonini, raccontava come le nuove tecnologie rendano obsoleti i vecchi valori. Quando sostituiamo i badanti umani con dei robot, o parliamo attraverso i messaggini, cominciamo dicendo che i surrogati sono «meglio di niente», ma arriviamo a considerarli «meglio di qualsiasi altra cosa»: più puliti, meno pericolosi, meno esigenti. Parallela a questo mutamento corre una preferenza crescente per il virtuale rispetto al reale. I robot non provano sentimenti di affetto per le persone, ma i soggetti intervistati dalla Turkle arrivavano ad accontentarsi, con sconvolgente rapidità, della sensazione di essere accuditi, e allo stesso modo arrivavano a preferire il senso di comunità che i social media trasmettono, perché non è accompagnato dai rischi e dagli impegni di una comunità reale. Nelle sue interviste la Turkle osservava ripetutamente una profonda delusione nei confronti degli esseri umani, imperfetti, distratti, bisognosi, imprevedibili come le macchine sono programmate per non essere.
Il suo nuovo libro, Reclaiming Conversation, estende la sua analisi critica, spostando l’attenzione dai robot all’insoddisfazione verso la tecnologia espressa dalle persone che ha intervistato di recente. La Turkle interpreta questa scontentezza come un segnale di speranza, e il suo libro rappresenta una vera e propria chiamata alle armi: la nostra entusiastica sottomissione alle tecnologie digitali ha portato a un’atrofizzazione di capacità umane come l’empatia e l’introspezione, ed è arrivato il momento di riaffermare noi stessi, comportarci da adulti e rimettere la tecnologia al suo posto. Come in Insieme ma soli , la forza della tesi della Turkle deriva dall’ampiezza della ricerca e dall’acume delle sue osservazioni psicologiche. Le persone intervistate hanno adottato nuove tecnologie perché ricercavano un maggior controllo, ma hanno finito per sentirsi controllate dalle tecnologie.
L’io amabile e idealizzato che hanno creato con i social media lascia ancora più isolato il loro io reale. Comunicano incessantemente, ma hanno paura delle conversazioni faccia a faccia; sono preoccupati, spesso in modo nostalgico, di tralasciare qualcosa di fondamentale. La conversazione è il principio organizzativo della Turkle, perché gran parte degli elementi costitutivi dell’umanità è a rischio quando la sostituiamo con la comunicazione elettronica. La conversazione presuppone solitudine, per esempio, perché è nella solitudine che impariamo a pensare per conto nostro e sviluppare un senso stabile dell’io, elemento essenziale per accettare gli altri così come sono. (Se non riusciamo a separarci dai nostri smartphone, dice la Turkle, consumiamo le altre persone «a spizzichi e bocconi: è come se le usassimo alla stregua di pezzi di ricambio per sostenere il nostro fragile io».) Attraverso l’attenzione conversativa dei genitori, i bambini acquisiscono un sentimento duraturo di connessione e l’abitudine di parlare dei loro sentimenti, invece di limitarsi ad agire sulla base di essi. (Turkle è convinta che conversare regolarmente in famiglia contribuisca a «immunizzare» i bambini dal bullismo.) Quando parli a qualcuno di persona, sei costretto a riconoscere la sua piena realtà umana, ed è qui che inizia l’empatia. (Uno studio recente dimostra un drastico calo dell’empatia, misurato con test psicologici standard, fra gli studenti universitari della generazione degli smartphone.) E la conversazione si porta dietro il rischio di noia, la condizione che gli smartphone ci hanno insegnato a temere sopra ogni altra cosa, ma anche la condizione in cui si sviluppano la pazienza e l’immaginazione.
La Turkle esamina ogni aspetto della conversazione – da soli con se stessi, con parenti e amici, con insegnanti e partner, con colleghi e clienti, con la società in generale – e racconta l’erosione elettronica di ciascuno di essi. Facebook, Tinder, i Mooc, i messaggini compulsivi, la tirannia delle mail di lavoro e la vuotezza dell’attivismo sociale online finiscono tutti nel mirino dell’autrice.
Ma la parte più commovente e rappresentativa del libro riguarda la scomparsa delle conversazioni in famiglia. Il circolo vizioso funziona in questo modo, secondo i giovani intervistati dalla Turkle: «I genitori regalano ai figli il telefono. I figli non riescono a distogliere i genitori dal loro telefono e allora si rifugiano nel loro. Poi i genitori interpretano il fatto che i figli siano assorbiti dal loro telefono come un’autorizzazione a usare a loro volta il telefono quanto vogliono». Secondo la Turkle la responsabilità è tutta dei genitori: «Il modo più realistico per spezzare questo circolo è fare in modo che i genitori si assumano la loro responsabilità di mentori». Riconosce che può essere difficile, che i genitori hanno paura di rimanere tecnologicamente indietro rispetto ai figli, che per conversare con dei bambini ci vuole pazienza e pratica, che è più facile dimostrare amore genitoriale scattando tonnellate di foto e pubblicandole su Facebook. Ma a differenza di Insieme ma soli, dove si accontentava di diagnosticare, in Reclaiming Conversation la Turkle usa un tono terapeutico ed esortativo. Invita i genitori a capire cosa c’è in gioco nelle conversazioni familiari – «lo sviluppo della fiducia e dell’autostima», «la capacità di provare empatia, amicizia, intimità» – e a riconoscere la propria vulnerabilità rispetto agli incanti della tecnologia. «Accettate la vostra vulnerabilità», dice. «Rimuovete la tentazione».
Reclaiming Conversation può essere visto come un sofisticato manuale di autoaiuto. Sostiene con argomenti convincenti che i bambini si sviluppano meglio, gli studenti imparano meglio e i dipendenti hanno un rendimento migliore quando i loro mentori danno il buon esempio e ritagliano spazi per interazioni faccia a faccia. Ma suona meno convincente quando esorta all’azione collettiva. È convinta che sia possibile e doveroso progettare una tecnologia «che ci imponga di usarla in modo più consapevole». Invoca un’interfaccia per smartphone che «invece di incoraggiarci a stare connessi il più a lungo possibile ci incoraggi a staccarci». Ma un’interfaccia del genere metterebbe a rischio quasi tutti i modelli di business della Silicon Valley, dove capitalizzazioni di mercato smisurate sono fondare proprio sulla capacità di tenere i consumatori inchiodati ai loro apparecchi. La Turkle spera che la domanda dei consumatori, che ha costretto l’industria alimentare a creare prodotti più sani, possa alla fine costringere l’industria high-tech a fare altrettanto. Ma l’analogia è imperfetta: le aziende del comparto alimentare guadagnano vendendo cose essenziali, non inserendo pubblicità mirate in una braciola di maiale o sfruttando i dati che fornisce una persona mentre la addenta. L’analogia è anche politicamente inquietante: dal momento che una piattaforma che scoraggia il coinvolgimento è meno redditizia, per guadagnare dovrebbe far pagare un sovrapprezzo che solo consumatori benestanti e istruiti, del genere di quelli che fanno la spesa nei negozi di prodotti bio, sarebbero disposti a pagare.
Reclaiming Conversation si sofferma sugli aspetti politici della privacy e sui robot che fanno risparmiare lavoro, ma la Turkle si tiene a distanza dalle implicazioni più radicali delle sue scoperte. Quando fa notare che a casa di Steve Jobs tablet e smartphone erano vietati quando si cenava e la famiglia era incoraggiata parlare di libri e di storia, o quando cita Mozart, Kafka e Picasso sull’importanza di una solitudine senza distrazioni, sta descrivendo le abitudini di individui altamente efficaci.
E sì, la famiglia che se la passa abbastanza bene da comprare e leggere il suo nuovo libro forse riuscirà a limitare l’esposizione alla tecnologia e vivrà ancora meglio. Ma che ne sarà della gran massa delle persone, troppo ansiose o troppo sole per resistere alle attrattive della tecnologia, troppo povere o sovraccariche di impegni per sfuggire ai circoli viziosi? Matthew Crawford, in The World Beyond Your Head, mette a confronto il mondo di una sala aeroportuale per «poveri» (saturata di pubblicità, stracolma di schermi magnetici) con il mondo sereno e senza pubblicità di una sala d’aspetto business: «Per dedicarsi a riflessioni allegre e creative, e magari creare ricchezza per se stessi durante quelle ore inoperose trascorse in aeroporto, c’è bisogno di silenzio. Ma la mente degli altri, giù nella sala d’aspetto dei poveri (o alla fermata dell’autobus), può essere trattata come una risorsa, una riserva deambulante di potere d’acquisto». Le nostre tecnologie digitali non sono politicamente neutre. Il giovane che non riesce a stare o non sta mai da solo, non riesce a conversare con la famiglia, a uscire con gli amici, ad andare a una conferenza o a svolgere un compito senza controllare il suo smartphone è l’emblema di un’economia attaccata come una sanguisuga al nostro corpo. La tecnologia digitale è il capitalismo a velocità iperspaziale, che inietta la sua logica del consumo e della promozione, della monetizzazione e dell’efficienza in ogni minuto che trascorriamo da svegli.
È forte la tentazione di correlare l’ascesa della «democrazia digitale» con il forte incremento della disuguaglianza economica, di vederci qualcosa di più di un semplice paradosso. Ma forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità «gratuita» di Google, la confortevolezza di Facebook e la compagnia affidabile degli iPhone. Il fascino di Reclaiming Conversation sta nell’evocazione di un’epoca, non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy, le sfumature nelle discussioni non erano beni di lusso. Non è colpa della Turkle se il suo libro può essere letto come un manuale per privilegiati. Si rivolge a una classe media in cui lei stessa è cresciuta, evocando una profondità di potenziale umano che un tempo era diffusa. Ma il medio, come sappiamo, sta scomparendo.
© The New York Times 2015 (Traduzione di Fabio Galimberti)

domenica 18 gennaio 2015

L’età dell’interruzione


Immersi nei social network connessi con ogni device travolti dalle informazioni viviamo mettendo il pausa di continuo ciò che stiamo facendo,
 riducendo la nostra attenzione a pura percezione 

Ecco come le nostre vite sono diventate un eterno intervallo tra gli intervalli

Maurizio Ferraris

"La Repubblica", 18 gennaio 2015

Siamo in una situazione che è di fatto quella militarizzata della mobilitazione totale, siamo sottoposti a un senso di costante inadeguatezza e frustrazione, viviamo l’opposto speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna di solito al portare a termine un progetto

UN RECENTISSIMO studio della University of Southern California ha stabilito che viviamo nella “età della interruzione”: siamo perennemente connessi a molteplici apparati, e di fatto la nostra attività prevalente consiste nell’interrompere quello che stavamo facendo per incominciare a fare qualcos’altro, interrompendoci di lì a pochissimo e così via all’infinito. Una situazione inconcepibile pochi decenni fa. Nel giro di un secolo abbiamo avuto almeno tre età, diverse tra loro non meno che il neolitico e l’età del bronzo. Sino a metà del Novecento siamo stati nel pieno dell’età della produzione: si fabbricavano artefatti, quelli su cui, per esempio, si è costruito il “miracolo italiano”. La produzione avveniva in tempi scanditi e in spazi ben delimitati: otto ore, e poi finisce il turno, non si può esercitare ininterrottamente una funzione che richiede energia fisica e la disponibilità di grossi apparati meccanici concentrati nelle fabbriche. Poi siamo passati all’età della comunicazione: si trasmettono notizie, i tempi sono meno scanditi, e gli spazi anche. È l’epoca (1980) in cui Gillo Dorfles pubblica L’intervallo perduto: il nostro mondo, che è fatto di interruzioni e di spazi vuoti, si riorganizza nella forma di un continuum, e vien meno l’interruzione, la separazione tra un evento e l’altro.
Da quando il web e i suoi dispositivi hanno fatto irruzione capillarmente nella nostra vita, siamo entrati in una terza età, appunto “l’età dell’interruzione” oppure “della registrazione”: come nell’epoca della produzione si fabbrica, come in quella della informazione si trasmette, ma quello che viene fabbricato e trasmesso è un documento registrato, destinato a rimanere lì dove si trova e inoltre a circolare per un tempo e uno spazio indefinito sul web. Mi spiego: ogni utente è al tempo stesso un produttore di informazioni, postate sui social network. Al tempo stesso, ogni contatto sul web produce automaticamente informazioni e documenti sugli utenti. Si crea una situazione di indistinzione tra sociale e mediale (la vita sociale è quella che ha luogo sul web) e tra privato e lavorativo (gli stessi dispositivi servono per il lavoro così come per la gestione della vita privata e per l’intrattenimento).
Qui, piuttosto che con una perdita dell’intervallo, abbiamo a che fare con una interruzione universale. In una situazione che è di fatto quella militarizzata della mobilitazione totale, siamo sottoposti non a un flusso di informazioni (che poteva anche essere seguito con una attenzione distratta), ma appunto con un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso di costante inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.
Siamo perennemente in difetto e, nel lungo termine, questa situazione diviene strutturale. Sicuramente, chi ha inventato il web ha pensato a un veicolo di conoscenza più che a una catena di trasmissione di ordini e di azioni, proprio come chi ha inventato il telefonino non avrebbe mai previsto che si sarebbe trasformato in un archivio e in un terminale di una catena militarizzata.
Si tratta allora di mettere a fuoco la sindrome. Il moltiplicarsi delle interruzioni che ha luogo in un archivio infinito non ci porta, come ingenuamente si potrebbe credere, nel cuore dell’attualità, ma in una ucronia in cui tutto è contemporaneo di tutto. Più che il mondo in diretta, quello che ci si fa avanti attraverso il web è una montagna di giornali vecchi che circondano il giornale di oggi ponendo il quesito: qual è l’attualità? Dove siamo, oggi? Che cosa è successo? Sappiamo quando è iniziata e quando è finita la Seconda guerra mondiale, ma il confuso conflitto senza nome in corso almeno dall’11 settembre non sembra avere eventi o evoluzioni, è un continuum di cui non si riescono a prevedere gli sviluppi né meno che mai a trovare una identità.
Senza nulla togliere ai meriti e alle risorse del web, che appaiono irrinunciabili, anzi, proprio per dare senso e scansione alla ricchezza del continuum, i giornali, l’università, e anche quella istituzione in profonda trasformazione che è la televisione, possono giocare un ruolo essenziale. Difficile ricorrere ai giornali per le minute informazioni sul tempo, sul corso del dollaro, sui cinema e sui treni: i flussi sono gestiti benissimo dal web. Ma cosa siano gli oggetti, gli eventi, e la stessa nozione di attualità, quello può dircelo solo la prima pagina del giornale. E che cosa sia vero è tradizionalmente garantito dalla scienza e dalla cultura che trova nelle università e nel sistema editoriale il suo tradizionale punto di forza. Infine, che qualcosa sia “pubblico”, cattolico in senso etimologico, è stato garantito da quel tubo catodico, oggi scomparso come apparato tecnico ma che rimane il vessillo della televisione rivolta a tutti.
Senza una notizia che resti immutata per 24 ore, e su cui si possa riflettere, senza una comunicazione di cui si può avere la ragionevole certezza che raggiungerà quasi tutta l’opinione pubblica, senza la possibilità di comprovare l’attendibilità delle informazioni diviene difficile dar senso alla nozione di “informazione”, “attualità” e “opinione pubblica”. Per quanto la struttura del giornalismo, dell’editoria, dell’università e della televisioni richiedano di essere ripensate, a causa degli evidenti arcaismi che presentano di fronte alle nuove tecnologie, resta che questo ripensamento e rilancio è indispensabile e imprescindibile, pena il venir meno di quei valori (opinione pubblica, attualità, sapere) che stanno al centro del progetto della modernità. Non è escluso che questa possibilità non si realizzi, e che ci si ritrovi (non troppo diversamente dalle società tradizionali che hanno preceduto la modernità) in un eterno presente scandito dalle stagioni (per quanto a loro volta indifferenziate nel continuum del riscaldamento globale). Ma è certo che, se ciò avvenisse, sarebbe molto difficile non parlare di un danno culturale e politico, e non credo di dire niente di originale nel ricordare che il carattere fondamentale della nostra epoca, cioè l’anacronismo (chi si sarebbe immaginato la rinascita di un Califfato, sia pure su web?) non sia estraneo a questa scomparsa delle scansioni, a questa inflazione di interruzioni e di frustrazioni che generano come contrappeso la nostalgia dell’arcaico in un mondo islamico che non è meno tecnologizzato di quello occidentale.

Il grande flusso che confonde il pensiero critico

Paolo Legrenzi

NELLA prima metà del secolo scorso, scrittori come Aldous Huxley (Il nuovo mondo, 1932) o George Orwell (1984, 1948), avevano immaginato il mondo del futuro. Il futuro è diventato presente, ma è tutt’altra cosa. Nei mondi di Huxley e Orwell le informazioni provenivano da un’unica fonte, un governo totalitario che ritroviamo in film come Fahrenheit 451 di Truffaut (1966) o Blade Runner di Ridley Scott (1982). In questi film un comando centrale serve per lavare il cervello e creare una finta tranquillità un po’ beota.
Dov’è oggi questa tranquillità uniforme? Nei paesi occidentali avanzati, i più sono continuamente bombardati da un flusso continuo di messaggi e, a loro volta, interrompono gli altri. Un incubo? Non proprio. Quando siamo sconnessi e lasciati in pace, proviamo spesso un senso di abbandono, una solitudine non sempre piacevole. La rete che ci avvolge è unica, come i dittatori fantascientifici di un secolo fa, ma non produce un ordine totalitario. Ciascuno pesca le informazioni che più gli garbano, e scambia le informazioni più disparate. Si entra nella vita altrui e si è penetrati o intrattenuti dagli altri. Sul più bello, siamo interrotti da messaggi frequenti e sovrabbondanti. La bussola per navigare in questo mare magnum è impazzita e produce effetti in modi disordinati e casuali.
Un semplice esempio, giusto per dare un’idea. Ponete di avere queste tre informazioni: A — Tizio sta con Caia B — Caia è sposata C — Caia ha un figlio Se la sequenza arrivasse a tutti nell’ordine A-B-C, avreste una mini-storia. Le informazioni piombano invece inaspettate, come frammenti di proiettili in un bombardamento casuale. Siamo noi a dover mettere insieme i pezzi: Caia sta con Tizio, si è sposata, e ha avuto un figlio. Oppure: Caia ha avuto un figlio, si è sposata e sta con Tizio. E così via. Caia è un po’ diversa per ciascuno di noi, e Caie diverse possono convivere in noi. L’abbiamo catalogata tra le persone sposate o tra le mamme? Oppure tra le mamme poi sposate? O tra le mamme con un partner nuovo?
Noi non sappiamo sempre come ripeschiamo questi frammenti dalla memoria perché vanno a finire in tanti cassetti mentali che funzionano come compartimenti stagni. Non stupitevi se una persona vi dice che non tutti i musulmani sono terroristi, ma che tutti i terroristi sono musulmani. Questa persona può ben sapere che recentemente ci sono stati atti di terrorismo commessi da nonmusulmani, per esempio da fanatici che si dicono neo-nazisti o anarchici. E tuttavia questi spezzoni di conoscenze stanno in un altro cassetto mentale, senza mettere in crisi l’affermazione sui terroristi/musulmani e sui musulmani/terroristi. Quello che una volta si chiamava pensiero critico, o semplice riflessione ragionevole, oggi funziona male, e sembra talvolta affievolirsi, se non svanire.
L’evoluzione della nostra specie non ci ha costruito per ragionare in ambienti invasivi e intermittenti, saltabeccando qua e là. I nostri antenati dovevano reagire a informazioni sui pericoli provenienti da un ambiente ostile. Ci serviva un’attenzione concentrata che agisse rapida ed era inutile una grande memoria di lavoro. La memoria di lavoro è un filtro di piccole dimensioni per cui passano tutte le informazioni prima di essere incapsulate in un cassetto di quell’armadio che è il magazzino permanente della memoria. Se una persona vi dice un numero nuovo di telefono, dovete ripeterlo fino a quando lo depositate in una memoria artificiale esterna, un pezzo di carta o un computer. Questo filtro immodificabile che sta tra noi e il mondo funziona come un imbuto strettissimo. Se ci interrompono, dobbiamo smettere di stare attenti a quello che stiamo facendo, e concentrarci per un attimo sulla nuova informazione. Siamo dentro una melassa che cattura l’attenzione per attimi, e tuttavia ci trattiene e ci intrattiene. Spesso, se viene a mancare, sentiamo di galleggiare nel vuoto, fuori dalla grande rete dove sta l’azione e la vita. Forse in questo gli scrittori di fantascienza di un secolo fa avevano visto giusto. Il nuovo mondo ci rende un po’ beoti ma contenti, e i pochi che vengono raramente interrotti, e si concentrano, sono quelli che finiscono per cambiare il mondo.

giovedì 26 giugno 2014

La nostra vita da immigrati “digitali”


Ci troviamo ormai a vivere e ad agire simultaneamente online e offline
Ma lo sdoppiamento può generare rischi. Come spiega il grande sociologo

Zygmunt Bauman

"La Repubblica", 25 giugno 2014


TUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline. (Traduzione di Anna Bissanti)

domenica 8 giugno 2014

Come il mondo vero finì per diventare pixel


Riccardo Falcinelli

minima&moralia, 7 giugno 2014 

versione integrale dell' articolo apparso su Pagina 99

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.
Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.
Si guardano film, dicevamo: magari in streaming o scaricandoli più o meno legalmente; su monitor, tablet o telefonino. Si frequentano mostre: e spesso, dopo averle viste, si ricercano in rete i dipinti più amati per eleggerli a sfondo del proprio monitor; oppure si frequentano mostre esclusivamente virtuali come le bacheche a tema di Pinterest.
E si osservano fotografie: e oltre alle infinite gallerie sul web, oltre Flickr e Instagram, i nostri telefoni abbondano di foto private o di grandi autori del passato. Lo schermo, come una finestra aperta su mille mondi esperibili, rimanda alla realtà là fuori da qualche parte. Non tutta la realtà: quella che ci interessa in un determinato momento; e questo non riguarda solo dipinti, film o libri ma anche la frequentazione delle altre persone, tramite i social network, o il sesso, tramite il dating online e la pornografia.
Marshall McLuhan anticipava cinquant’anni fa il peso che le tecnologie avrebbero avuto sulle nostre vite, individuando nei mass media un potenziale che amplificava le esperienze ma che, allo stesso tempo, le avrebbe frammentate. Non abbiamo smesso di interagire col mondo ma il mondo lo conosciamo sempre più spesso tramite filtri che influenzano il nostro punto di vista sulle presunte interazioni “reali”. Lo schermo è un medium ed è una mediazione: non abbiamo smesso di guardare dipinti o di leggere romanzi ma la loro disponibilità virtuale sta cambiando il nostro sguardo su queste forme.
Oggi, stesi sul divano di casa, si possono leggere dieci pagine di un romanzo o si può guardare un film; cercando nel frattempo su internet la biografia di un certo attore; finendo su facebook; per poi tornare al romanzo. Questa non è l’esperienza di un adolescente sregolato: questa è la norma nel mondo contemporaneo e le virtù – per chi sa cosa farsene – sono maggiori dei pericoli.
Le fruizioni molteplici e incrociate non erano di certo vietate in passato e, con un po’ di fantasia, possiamo immaginare un antico romano mentre legge e allo stesso tempo discute con gli amici dei dipinti esposti in biblioteca; è però la tecnologia che ha portato queste possibilità a maturazione, o – diranno gli apocalittici – a implosione.
Il lettore di Moby Dick che viveva in un mondo senza tv, radio o internet finiva per avere di Melville un’idea più compatta, delimitata e unitaria di quella che possiamo averne noi oggi. L’idea di “autore” formulata dalla cultura romantica era figlia di precise pratiche comportamentali e dei medium disponibili all’epoca; a quest’idea ancora facciamo riferimento eppure quelle pratiche e quei medium non esistono più. La tv prima, il computer poi, hanno moltiplicato le contaminazioni e le distrazioni frammentando l’esperienza del fruitore.
A guardare le cose in prospettiva, però, quell’unitarietà era solo apparente. I lettori forti hanno sempre finito per saltare con la mente di palo in frasca. Anzi: cos’è la critica letteraria o cinematografica se non un peregrinare con la fantasia mettendo in relazione cose lontane alla ricerca di un nuovo senso? McLuhan sosteneva che i medium sono “protesi”: non semplici strumenti, non semplici tecnologie, bensì estensioni dei nostri sensi. E oggi, tra le sensibilità amplificate dagli schermi, c’è appunto quella di tessere relazioni tra elementi eterogenei. Se un film, un libro o una foto mi scorrono davanti su uno stesso device, metterli in relazione non solo è facile, ma inevitabile.
La prima protesi – ma non riconosciuta subito come tale – fu la fotografia. Tutte le foto hanno fin dall’origine una caratteristica fisica comune: sono rettangoli, prevalentemente di carta. In principio, a queste si chiedeva di restituire la realtà “naturale”, quella del mondo intorno a noi; le cose presero una piega più complessa quando si cominciò a usare la fotografia per documentare altre immagini, ad esempio fotografando i dipinti del passato. Nell’Ottocento – per la prima volta nella storia – si poté poggiare sul proprio tavolo immagini dai contenuti eterogenei: affiancando il ritratto di un amico e un dipinto di Raffaello. A noi sembra un fatto banale ma gli uomini del passato non potevano farlo.
Fu Aby Warburg (1866-1929), fondatore dell’iconologia moderna, a cogliere in questo gesto un'enorme possibilità per la fantasia e per il ragionamento. Affiancando una venere di Botticelli e una foto presa da una rivista di consumo, Warburg cominciò a rintracciare alcune somiglianze visive tra le posture delle due figure, investigando quelle invarianti antropologiche che fanno sì che una donna si atteggi in modo simile in un dipinto fiorentino del ’400 e in una foto mondana di inizio ’900. Warburg chiudeva così con la vecchia storia dell’arte, preannunciando un nuovo modo di “guardare” di cui è debitore il nostro sguardo moderno. Anche il cubismo e il futurismo hanno risentito in maniere diverse del medium giornalistico e pubblicitario che ci pone sotto gli occhi oggetti disparati e eterogenei. Ancora oggi, quando si sfoglia una rivista illustrata o un giornale, è comune trovare una cruda foto di reportage affiancata a una foto di moda, ma senza la possibilità di rendere maneggiabili quelle due immagini – fisicamente maneggiabili e confrontabili – il salto dal palo alla frasca sarebbe rimasta una bizzarria e non avrebbe innescato un ragionamento sensato e proficuo. In questo senso, per Warburg, il medium ha permesso il messaggio.
Anche la televisione ha prodotto qualcosa di simile. Lo zapping, da almeno trent’anni, ci ha messo nelle condizioni di assistere a linguaggi diversi e giustapposti: la fiction con il reportage, la pubblicità con lo sport in diretta. La prima conseguenza è stata la perdita di verità del reale. La fiction somiglia ai fatti di cronaca, e la cronaca è raccontata con tutti gli escamotage narrativi della fiction. Più di un osservatore ha sottolineato come l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 si sia presentato ai nostri occhi (e alle nostre menti) assecondando tutti gli stilemi visivi di un film catastrofico. È dunque legittimo chiedersi: sono i terroristi a imitare il cinema americano per farsi “capire” meglio dai destinatari? O siamo tutti noi a proiettare sulle torri gemelle un’immagine psicologica che ci siamo formati guardando i film di fantascienza?
La tv è di certo responsabile del gusto per l’assemblaggio caratteristico della cultura postmoderna. In un saggio cruciale a questo proposito, Imparando da Las Vegas, l’autore Robert Venturi (1925) metteva sotto gli occhi dei colleghi architetti non le idee astratte e utopistiche del Modernismo ma una città reale e decisamente particolare. Las Vegas è una giustapposizione non tanto di muri e di strade quanto di testi, di scritte pubblicitarie, d’insegne, di nomi, di parole, di lampadine e di neon. Ma attenzione: Las Vegas è una città “limite”, non una città finta. Tutte le città in cui abitiamo hanno caratteristiche simili: anche in Italia i nomi delle strade – scritti nel marmo e spesso dedicati a personaggi famosi – si mostrano vicino all’insegna luminosa del supermercato, e di certo i cassonetti dell’immondizia (in colori diversi) non erano stati previsti dagli urbanisti che hanno disegnato i nostri quartieri. Ecco, dice Venturi: un architetto come Le Corbusier non ha mai pensato alla città reale, quella davvero “in atto”. L’urbanistica di Las Vegas è un medium che funziona come la televisione, non come l’Atene di Pericle. Imparare da Las Vegas vuol dire dunque imparare da una città in cui la sovrapposizione è la norma.
Chi ha imparato dallo zapping è invece David Foster Wallace (1962-2008), la cui scrittura risente, sotto molti aspetti, della logica del minestrone televisivo. Wallace preferisce alla “trama” un discorso libero e torrenziale che procede per digressioni continue: non si accontenta del respiro della pagina “da narrativa” e sfora di frequente nelle note al piede (anche più lunghe del testo principale), fino a prevedere note all’interno delle note. Con Wallace ci troviamo sempre nel mezzo di un continuum. Il racconto sembra non avere una fine precisa, né sembra mai iniziato ufficialmente, come fosse stato scritto per chi “si fosse messo all’ascolto soltanto adesso”, come amano ripetere gli anchormen della tv. Wallace inizia a scrivere prima di internet ma anticipa la logica infinita con cui si inseguono i link. Una scrittura entropica, come la società di cui parla, che restituisce l’immagine di un libro che non può più essere circoscritto, delimitato, salvato da distrazioni o contaminazioni. Non l’incapacità di scrivere il Moby Dick, bensì l’impossibilità di possederlo in testa come facevano i lettori del passato.
Ma in fondo tutto questo è un male? Muoversi tra i frammenti non comporta la rinuncia a una visione del mondo: dalla giustapposizione può scaturire uno sguardo sulle cose, e quindi una sensatezza. Warburg, attraverso la protesi fotografica, frammenta il Rinascimento per costruire un’idea più umana del ruolo che le immagini hanno nella nostra vita. Wallace allinea brandelli restituendoci un’immagine precisa (quanto paradossalmente unitaria) del mondo contemporaneo. Anzi procedere per analogia e per giustapposizioni sembra essere la condizione necessaria per qualsiasi conoscenza che non si fermi al risaputo. Il magma di contenuti che ci viene addosso ogni giorno è perciò allo stesso tempo causa di dispersione e occasione culturale. A saperle usare, le protesi ci permettono di afferrare nessi imprevisti tra le cose, andando più lontano; ma per attivarne gli elementi fecondi bisogna correre dei rischi, primo fra tutti quello di sporcare i propri convincimenti o di perdersi. L’idea che ci facciamo delle opere d’ingegno (libri, film, foto e dipinti) non prescinde mai dalle pratiche e dai mezzi con cui ci entriamo in relazione. In questo senso, oggi più che mai, il medium prima di essere un messaggio è un punto vista.

La scomparsa della solitudine


Siamo sempre connessi, anche quando siamo soli

La separazione dal mondo, seppure per pochi istanti, fa paura come una malattia
E nei bar di Tokyo la “cura” è un pupazzo da compagnia

Gabriele Romagnoli

"La Repubblica", 2 giugno 2014

UN RAGAZZO cammina solo in una città straniera, si ferma, estrae dalla tasca uno smartphone, solleva il braccio, sorride allo schermo, scatta. Poi controlla l'esito, clicca su un altro paio di comandi prima di riporre l'oggetto e ripartire. Si è appena fatto un selfie, fin dall'etimologia (self = se stesso) qualcosa di solitario, ma l'ha condiviso con un numero imprecisato di persone postando l'immagine su Facebook, Instagram o qualche altro social network. Il navigatore solitario Manfred Marktel va in barca dalla Namibia a Bahia. Durante il percorso (4.000 miglia) tiene un blog, fa sapere tutto quel che gli accade, riceve commenti e risponde.
Una giovane di nome Robyn Davidson, in crisi interiore, lancia una sfida a se stessa e decide di attraversare il deserto australiano a piedi. Anni prima, in analoghe condizioni psicologiche, un giovane americano di nome Cristopher Mc Candless si era allontanato da tutto e tutti sperdendosi in Alaska.
Entrambe le vicende hanno originato film: “Tracks” e “Into the wild”. Come si vede nei finali: lui muore, lei sopravvive. Perché non si è mai isolata del tutto. Ha portato con sé il cane, a tappe, seppur distanziate, si è fatta raggiungere da un fotografo con cui ha amoreggiato. Ha già concepito l’idea di un articolo, una mostra fotografica, una pellicola. Mc Candless viene trovato morto in un pulmino al cui esterno ha appeso un foglio con su scritto: “Sono da solo e questo non è uno scherzo. Per favore, in nome di dio, fermatevi e salvatemi”. Lo hanno ucciso probabilmente le patate avvelenate che mangiava. Complice, la solitudine. Per questo, per spirito di sopravvivenza, non sappiamo più davvero affrontarla?
Per questo, come Robyn nel deserto, il ragazzo del selfie e il navigatore nell'oceano, non stiamo mai veramente soli? Abbiamo sconfitto quello che consideriamo un mostro o l’abbiamo semplicemente ricreato in altre forme? Che ne avessimo paura lo sappiamo fin dal saggio “On loneliness” della psicanalista Frieda Fromm-Reichmann. Troppa, sostiene lei.
In un articolo del 2013 dal titolo “The science of loneliness” la rivista americana New Republic spiega con supporti statistici e verifiche di laboratorio che la solitudine può uccidere. Almeno quanto il fumo. E causare l'Alzheimer, l'obesità, una più rapida diffusione delle metastasi in caso di cancro. Un esperimento compiuto dalla psicologa Naomi Eisenberger dimostra che l’esclusione da un contesto sociale provoca una reazione scatenata dagli stessi centri che trasmettono il dolore fisico. Molto semplicemente (come dimostra il caso di “Into the wild”) è più probabile ammalarsi se non c’è nessuno accanto che si prenda cura di te. La sintesi poetica di Auden è: “Dobbiamo amarci o morire”.
Non sempre si può scegliere. A essere soli sono infatti prevalentemente i vecchi, i poveri (benché Albert Camus lo considerasse “lusso dei ricchi”), i diversi. Tre categorie a cui è difficile rifiutare l'iscrizione. E anche se lo psicologo John Cacioppo, alla maniera di Catalano, avverte “Stare con gli altri non evita la solitudine”, si sono individuate forme di cura alla portata di tutti. Si va dagli animali (vedi “Tracks”) a dio.
L'eremita metropolitano di Padova, padre Domenico Maria, la segnala al terzo di abitanti single del capoluogo veneto come «un’opportunità per avvicinarsi alla fede». Di fatto, ognuno, come in ogni altra situazione, fa quel che può, assecondando la massima di Victor Hugo: “La solitudine crea persone d’ingegno. O idioti».
È stato Vasco Rossi a proporre l'introduzione a scuola dell’ora di solitudine, per imparare a stare con se stessi. Molti anni prima il suo collega Tito Schipa jr. aveva inciso una canzone dal titolo “Non siate soli”, che si chiude così: «Lo so che io a solitudine ho spostato mari e monti/acceso fuochi, osato libri grandi e versi e canti/Per finire a far da anello rotto in fondo a una catena/Ma voi non siate soli”.
È un invito tanto accorato quanto seguito. Nessuno più sa star solo sul cuor della terra a farsi trafiggere da un raggio di sole.
I vagoni delle metropolitane sono pieni di palombari che chattano, in Giappone se ti siedi in un caffè e non c'è nessuno con te ti piazzano di fronte un pupazzo.
Ma sono davvero metodi per cancellare la solitudine o piuttosto per reinventarla? E, se fosse vera la seconda cosa, per renderla addirittura più forte? Chi è più realmente solo di colui che si trova immerso in una folla di amici virtuali? Ogni svolta in quel senso è una rinuncia a possibilità concrete. Il ragazzo che si scatta il selfie evita di chiedere, come si usava, a un estraneo di fargli la fotografia. Una volta su dieci, cento, mille, da quel contatto scaturiva qualcosa di più: una chiacchierata, una serata, una relazione. L’avventore che siede di fronte al pupazzo evita il contatto visivo con gli occhi di chi è ugualmente solo e magari potrebbe avvicinarsi.
Le metropolitane erano pagine di piccoli annunci: AAA donna trentenne bionda sportiva non fumatrice cerca uomo max cinquantenne, libero, in completo scuro, che scende a Cordusio. Ora sono libri chiusi, occhi fissi, ripiegamenti. Siamo così circondati da opportunità che non cogliamo. Rifiutiamo la solitudine, ma allarghiamo il vuoto che abbiamo dentro.
Perfino i “mostri” della cronaca nera non sono più soli. Era un classico, dopo l’arresto, l’intervista al vicino che dichiarava: “Tipo sospetto, non frequentava mai nessuno”. L'ultimo “mostro”, quello che crocefiggeva prostitute vicino a Firenze, teneva famiglia: viveva con mamma e papà e aveva sposato una immigrata dell'Est. Si suppone, per non stare da solo, farsi curare, tenere a bada i propri demoni. Missione non esattamente compiuta.
Bisognerà prima o poi arrendersi all'idea che la solitudine è un tratto, come il ciuffo ribelle o la sventatezza. Sta nel Dna quanto nell’esperienza.
Se si è conficcata nell’anima può accompagnarsi dolcemente ad altre solitudini quanto alla propria, ma non al can can, virtuale o autentico. Si torna sempre al noto aforisma di Friedrich Nietzsche: “Nella solitudine il solitario divora se stesso. Nella moltitudine lo divorano i molti. Ora scegli”. Sembra una condanna. L'unica salvezza è accettare la pena, in tutti i possibili sensi, vivere la galera come liberazione. Fare propria la strofa di Gianni Morandi: “Io ti trovo bella, non mi fai paura/Signora solitudine”.


Quel sogno impossibile dell’ultima isola deserta

Guia Soncini


L'ULTIMA solitudine rimasta è quella dei non possessori di lavastoviglie. Che, lavando i piatti, non possono scrivere messaggi, controllare che si dice su Twitter, pubblicare su Facebook pezzi di vita da condividere. Col lavandino pieno di schiuma, siamo soli con noi stessi.
Quell’esperienza traumatica ma necessaria in nome della quale il comico americano Louis CK si rifiuta di comprare un cellulare alle figlie: dice che smanettare su quella tastiera è un modo per non rendersi conto neanche per un istante che dentro di noi c’è un vuoto che niente riempirà mai, un’infelicità esistenziale. Sì, forse la sta mettendo giù dura: è solo un cellulare. E sì, anche coi guanti di gomma e la paglietta potremmo parlare in viva voce con qualcuno. Ma ormai telefonare è un utilizzo del tutto marginale del telefono: prevede un’attenzione eccessiva, è un’attività invadente. Essere perennemente collegati, invece, ci lascia l’illusione di essere soli. Ma allo stesso tempo ci rassicura: non lo siamo.
La scrittrice Ruth Thomas ha pubblicato su New Republic un saggio intitolato “La scomparsa della solitudine” in cui ricostruiva le due settimane passate da sola, in campagna, in un casale in cui non riusciva a configurare la connessione a Internet. Le cinque fasi dell'elaborazione del lutto sono andate da “Dio, quanto mi sento sola” a “Ti dirò, non mi dispiace”. Perché, se non sei connessa e niente di ciò che immagini può avere un riscontro immediato, un like, uno scambio, allora avrai lo spazio mentale per far diventare quel pensiero passeggero un’idea decente. Se “Una stanza tutta per sé” venisse scritto oggi, avrebbe come sottotitolo “E che non sia cablata”.
Lo sceneggiatore della serie tv The Newsroom, Aaron Sorkin, racconta che quando sta scrivendo fa molte docce e molti giri a vuoto in autostrada con la musica alta. Dice che gli danno una sferzata di energia, ma non è mica quello: è che sono le uniche attività durante le quali non puoi connetterti o prendere appunti. È il momento in cui le idee circolano. O meglio, lo era: qualcuno ha inventato i post-it impermeabili da attaccare alle piastrelle della doccia. Erano gli ultimi attimi sconnessi dal mondo, in cui sapevamo che non ci potevamo appuntare niente, che non potevamo cercare su Google qualcosa che non ricordavamo, che il mondo non si aspettava pensierini brillanti da noi; era l'ultima isola deserta, e il progresso ce l'ha sottratta. (Come alla doccia stanno i post-it plastificati, ai giri in macchina stanno gli sms alla guida: Louis CK sostiene che preferiamo rischiare di sfracellarci che sentirci soli).
Jonathan Franzen, la cui specialità dell’ultimo decennio sono le tirate contro la modernità, dice che nessuno che scriva in un posto connesso a Internet produrrà mai grande letteratura. Ha ragione (è senz’altro colpa del wifi se io non ho scritto “Le correzioni”), e mi aspetto un’altrettanto vigorosa invettiva contro i post-it da doccia.
Ma produrre grande letteratura è un’ambizione per pochi (troppi rispetto a quelli che lo faranno davvero, ma comunque una minoranza). L'ambizione di noialtri mortali, invece, è trovare una presa a metà pomeriggio. Quando il telefono immancabilmente si scarica, e rischiamo di restare soli con noi stessi.
Accogliamo dritte su dove si trovino le prese in stazioni e aeroporti con il sollievo con cui, nel secolo scorso, ci appuntavamo nome e numero del cardiochirurgo che avrebbe potuto salvare nostra madre. Percepiamo le immaginarie vibrazioni di un telefono ormai spento, in tasca, con lo struggimento con cui gli amputati sentono l’arto mancante. Non è il cibo né la riscoperta del territorio: il segreto del successo di Eataly è che alla cassa tengono, da prestare ai clienti, dei caricabatterie per il telefono. Se nel frattempo mi resusciti il cellulare, sono disposta a comprare tutto il farro prodotto nella mia regione.
«Io lo so che non sono solo anche quando sono solo », cantava Jovanotti. Pensavamo fosse misticismo, ma era solo che anche lì, in quel videoclip in Amazzonia, aveva due tacche di ricarica.

domenica 2 febbraio 2014

Troppo facile dire amici


Facebook oggi compie dieci anni. 
Pensate che abbia arricchito il circolo delle vostre conoscenze? Sono vere amicizie? La socialità obbedisce a regole (e numeri) ben precisi

Luca Pani

''Il Sole 24 ore - Domenica'', 2 febbraio 2014

Buon compleanno Facebook. Era il 4 febbraio di dieci anni fa quando Mark Elliott Zuckerberg lanciava il sito allora noto come thefacebook.com e riservato a poche università scelte degli Stati Uniti: Harvard dapprima, Stanford, Columbia e Yale dopo. La strategia di diffusione inizialmente esclusiva per un prodotto che sarebbe dovuto diventare globale ha ben pagato se oggi quella creatura tecnologica si alimenta di oltre un miliardo e duecento milioni di utenti. Facebook è attualmente la nazione più abitata del pianeta ma il geniale marketing che la sostiene non sarebbe bastato se il suo funzionamento non affondasse radici profondissime nel nostro cervello sociale. La numerosità dei gruppi sociali nei primati – umani compresi – sembra essere governata da alcuni limiti cognitivi intrinseci (numero di cellule e di connessioni) del Sistema Nervoso Centrale e consente di predire quante relazioni interpersonali può facilmente avere un adulto normale prima di non amministrarle più in modo significativo per ottenere un vantaggio evolutivo. L'equazione che mette insieme le dimensioni della nostra neocorteccia con quelle del gruppo sociale che può ragionevolmente gestire è composta, come tutte le equazioni che si rispettino, di pochi numeri. Il primo numero è l'unità. Gli esseri umani evolvono verso immensi agglomerati sociali (l'area metropolitana di Tokyo ha oggi oltre trentasette milioni di abitanti) partendo dalla solitudine ancestrale di una caverna. 
Il secondo numero da ricordare è 3,5 che rappresenta, più o meno, il coefficiente fisso e mediano di moltiplicazione dei possibili sei livelli di stratificazione della prossimità umana (indice di Horton-Strahler). Moltiplicando l'individuo per questo coefficiente una prima volta si giunge al nucleo più semplice che è quello familiare: padre, madre e un fratello e/o una sorella. Moltiplicando questo iniziale nucleo familiare per lo stesso coefficiente si ottiene il numero dodici che è la quantità di parenti di primo grado o di rapporti assimilabili che la corteccia prefrontale umana può tenere costruendo facilmente rapporti affettivi molto rilevanti e comunemente definiti d'amore. Moltiplicando ancora il numero ottenuto per la stessa costante si ottiene una cifra di poco superiore a 40 che è la quota di parenti di secondo grado e affini che possono essere definiti un clan o il primo nucleo di una tribù come quelle dei cacciatori-raccoglitori da cui proveniamo. Andando avanti di questo passo si generano altri numeri interessanti che sono rispettivamente 130 che equivale al numero massimo di amici che possiamo gestire in modo efficace nella vita reale e 450 che corrisponde al minimo di abitanti in un villaggio perfettamente funzionante anche per evitare eccessive riproduzioni tra consanguinei e abbattere il rischio di pericolose, sul piano evolutivo, concentrazioni genetiche. Altro numero interessante è 1575, che è il limite superiore di persone che riusciamo a "conoscere", intendendo con questo termine persone di cui siamo in grado esclusivamente di associare in modo corretto faccia e nome.
Dato che gli strati sono inclusivi uno dell'altro questo significa che nell'ultimo siamo contenuti anche noi e la nostra famiglia d'origine e ciò si traduce in centocinquanta "amici" e 1350 "conoscenze". Niente più di questo: decina più, decina meno.
Ora contate i vostri "amici" su Facebook, i followers su Twitter, o i contatti di Skype e chiedetevi onestamente con quanti di loro avete dei rapporti davvero significativi e via via meno importanti e scoprirete che i numeri sopra tornano con straordinaria precisione. E, infatti, i programmi si sono a loro volta evoluti per creare Gruppi e #hashtag che sin dal 2007 nelle Internet Relay Chats sono stati utilizzati proprio per tentare di agglomerare "amici" almeno su alcuni argomenti. Per venire incontro a queste esigenze sono state create comunità molto più esclusive come quelle di path.com oppure asmallworld.com, ma anche in questo caso non riescono a imitare la vera amicizia umana. Se serve ricordarlo la differenza tra un amico e un conoscente non è solo definita dalla profondità della relazione reciproca ma anche da quanto due persone sono disposte a fare una per l'altra e in cambio di cosa. Avere amici è strutturale e funzionale a una normale salute psichica e fisica, aumenta la resistenza del sistema immunitario e la sopravvivenza.
In accordo con queste osservazioni le informazioni sociali attivano delle aree cerebrali che governano il nostro senso del piacere e della ricompensa, inclusa la corteccia anteriore del cingolo, quella orbito-frontale, il nucleo caudato e l'accumbens e sono controllate da neurotrasmettitori e modulatori come – tra gli altri – la serotonina, l'ossitocina e le endorfine che, ad esempio, vengono rilasciate in maniera molto maggiore se eseguiamo uno stesso compito o uno sforzo fisico in compagnia. Forse, anche per questo, è molto più piacevole allenarsi in squadra (o in compagnia), mentre non avere amici è spesso sintomatico del l'inizio o dell'aggravarsi di qualunque disturbo mentale che, in alcuni casi, può essere gravissimo.
A fronte di qualche piccola certezza emergono però molte domande. Quali aspetti della nostra cognitività e del comportamento delimitano esattamente una rete sociale e – se tali limiti esistono – la tecnologia sarà in grado di superarli? Per portarci dove? Il World Wide Web è come un enorme esperimento naturale che valuta se le costrizioni imposte dalle interazioni fisiche reali possano essere sorpassate da quelle virtuali e immagina un possibile futuro nello sviluppo dei prossimi programmi che disegnano le reti sociali che verranno; ma a che prezzo?
Come verranno modificate, se mai lo saranno, la forza e la densità delle stratificazioni umane passando da quelle proprie delle comunità reali a quelle elettroniche? Alcune ricerche suggeriscono che i rapporti di sangue restano solidi e immuni all'assenza fisica sino a diciotto mesi dall'ultimo abbraccio mentre con i semplici conoscenti dopo meno di dieci mesi di silenzio la relazione è già ampiamente deteriorata. Che succederà di queste necessità quando le relazioni saranno nodi che non si sono mai incontrati davvero perché solo parte di una rete virtuale? Le risposte dipendono dal fatto che siate "cyberottimisti" o "cyberpessimisti". Nel primo caso gli effetti di questa espansione sociale, tecnicamente infinita, non può che aumentare le capacità del nostro cervello e le sfumature dei nostri comportamenti portandoci dove non possiamo neppure immaginare; nel secondo caso, nello scenario migliore, il mondo online non ha nessun effetto sulla nostra socialità reale e, anzi, potrebbe persino peggiorarla. Studi sistematici e scientifici sull'amicizia sono appena iniziati ed è forse presto per trarre delle conclusioni ma un primo risultato sembra emergere. Dato che il tempo è una delle poche variabili non comprimibili, investire ore e ore sui social media le sottrae alle relazioni reali soprattutto in famiglia e quindi "corrompe" il primo anello della catena sociale che porta sino alla partecipazione "politica" e alla vita della grande tribù umana. Paradossalmente nel mare delle relazioni e delle informazioni che viaggiano alla velocità della luce raggomitolate intorno alla Terra gli uomini del domani potrebbero ritrovarsi nel buio della caverna da cui eravamo partiti.


domenica 19 gennaio 2014

Lo insegna Platone: l’ amicizia si dimostra e non si dichiara


Un rapporto che vive soltanto nella diversità

Umberto Curi

“Corriere della Sera - La Lettura“, 19 gennaio 2014

Basta un click. In un social network come Facebook, per «aggiungere» qualcuno alla propria lista di amici (o, all’opposto, per «rimuoverlo») è sufficiente posizionare il mouse su un’apposita casella e dare l’impulso. Tutto qui. Senza bisogno di convenevoli o complicazioni. Senza essere costretti a guadagnarsi l’affetto o la stima dell’altro, e senza neppure fornire spiegazioni ove si preferisca rifiutare o cancellare l’amicizia. Basta un click. Ma se si esce dalla rete, e si interrogano alcuni autori della tradizione filosofica occidentale, è facile scoprire che il tema è molto meno semplice, oltre che certamente meno banale. 
Nell’Etica Nicomachea (libro VIII, capitolo 3), Aristotele sottolinea con molto rigore le differenze riscontrabili tra varie forme di amicizia. Non è «vera» amicizia né quella che corrisponde all’utile di uno, o di entrambi i contraenti, né quella che è fondata sul piacere. Autentica è solo quella che, svincolata da ogni altra motivazione in qualche modo estrinseca, trovi la propria ragion d’essere in se stessa, e si sviluppi inoltre sul comune presupposto della virtù dei contraenti. 
Radicalmente diversa l’impostazione conferita al problema da Nietzsche, proiettato a superare ogni approccio genericamente «sentimentale», e ogni visione artificialmente edulcorata, per approdare a quella nozione di «amicizia stellare», che si imporrà quale punto di riferimento per il dibattito teorico del Novecento. L’amicizia non è definita per «prossimità», né è riconducibile ai motivi che ricorrono nella precedente tradizione speculativa. Il fondamento dell’amicizia va individuato nella differenza: «Esiste verosimilmente un’immensa invisibile curva e orbita siderale, in cui le nostre diverse vie e mete potrebbero essere intese quali esigui tratti di strada… E così vogliamo credere alla nostra amicizia stellare, anche se dovessimo essere terrestri nemici l’un l’altro». Fra gli aspetti più innovativi dell’impostazione nietzscheana, vi è il riconoscimento di una connessione, che potrà apparire sorprendente o paradossale, e che invece è decisiva. Sia pure soltanto attraverso un accenno, l’autore dello Zarathustra infatti istituisce una stretta connessione fra amicizia (stellare) e inimicizia (terrena), fra amicizia e ostilità. Con ciò alludendo ad una questione di grande rilievo, sulla quale si ritornerà più ampiamente di qui a poco. 
Memore del monito nietzscheano — «Amici, non vi sono amici» — Jacques Derrida prende le mosse da una riflessione sui modelli di amicizia elaborati nel mondo greco e nella modernità, e dunque dalla nozione classica di philia e dall’ideale della fratellanza universale, per sottolineare che, pur in maniera diversa, entrambi intendono il legame dell’amicizia come un vincolo, come una costrizione. Tutto ciò è confermato, secondo il pensatore francese, dal fatto che l’amicizia è concepita non come unione fra due incommensurabili, ma come relazione fra ciò che si tende a rendere simile, sicché l’amicizia viene ad essere principalmente fondata sulla cancellazione delle differenze, anziché sulla loro valorizzazione. Emerge, per questa via, l’affiatamento fra il modo di concepire l’amicizia e un contesto più generale, dominato dalla logica dello scambio fra equivalenti, dalla simmetria fra debito e credito, al punto che la stessa amicizia è considerata un rapporto suscettibile di misurazione, riconducibile dunque ad una formulazione quantitativa. Sovvertendo ciò che accomuna il classico e il moderno, Derrida propone invece di intendere l’amicizia come ciò che non solo non cancella l’estraneità, ma che salda soggetti che sono in qualche modo estranei: «La dissimmetria infinita è la condizione di un’amicizia senza condizione, che a sua volta è l’unica forma di relazione perché senza alcuna comunanza. Tutto il resto è scambio e debito» (Politiche dell’amicizia ). 
Insomma, bisogna avere la forza di costruire l’amicizia sulla dissomiglianza, sull’asimmetria, sulle differenze, valorizzando al massimo (e non deprimendo) le differenze e dunque esaltando la diversità: «Non si dispone del bene dell’amicizia, ma ci si attrezza ad offrirlo». Non è vero, allora, che l’amicizia consista nel fare «uno» di «due» soggetti. Al contrario, non è vera amicizia, se non quella che tiene aperta, e anzi enfatizza la «duità»: il rispetto delle differenze, la valorizzazione della dissimmetria. La lezione nietzscheana ricompare qui da un lato come reciso superamento dell’accezione classica, aristotelico-ciceroniana, di amicizia, e dall’altro come riabilitazione del nesso che intercorre fra amicizia e ostilità. 
Sia pure indirettamente, l’approccio derridiano lascia intravedere un aspetto dell’amicizia abitualmente ignorato, su cui indugia invece Carl Schmitt. Per dirla in estrema sintesi: se sono «amico» di qualcuno, per ciò stesso non posso che essere nemico di un altro. E viceversa. Non si può essere «amici», se non nel concreto di una relazione che ha, per così dire, due facce: da un lato quella dell’unione, e dall’altro quella della disconnessione. La fratellanza universale è dunque un’utopia, o un abbaglio, perché tende a rimuovere il principio di individuazione dell’amicizia — l’essere con qualcuno, perché si è contro qualche altro. Con l’aggiunta che questa relazione è comunque sempre reversibile, nel senso che il nemico può convertirsi in amico e viceversa. 
Nella prospettiva che si è fin qui delineata, assume allora un significato molto più definito la concezione platonica dell’amicizia, quale viene formulata soprattutto nell’epilogo del dialogo intitolato Liside, là dove il filosofo sembra arrendersi («non so più cosa dire») di fronte alla difficoltà di indicare una definizione univoca dell’amicizia. Non si tratta semplicemente di una dichiarazione di afasia. Da un lato, infatti, resta inevasa la domanda sul ti esti, sul «che cos’è», riferito all’amicizia. Ma dall’altro lato ciò non può cancellare l’esistenza effettiva di una relazione di amicizia. 
In termini forse ancor più radicali, di quanto non sosterranno Nietzsche e Derrida, anche Platone dunque respinge ogni tentativo di far corrispondere l’amicizia ad una «cosa» di cui si possa parlare. Ma nel contempo, questo limite intrinseco al logos non occulta una situazione di fatto, nella quale e per la quale si può riconoscere in atto la presenza dell’amicizia. E forse è questo l’implicito contesto di pensiero per il quale si è soliti affermare che l’amicizia autentica non si dichiara, ma si dimostra. Perché non vi sono parole che ci permettano di definirla. Mentre noi comunque siamo amici — ma per ciò stesso anche nemici — in rapporto ad altri.

domenica 5 gennaio 2014

Balestrini: “La lingua abolisce la sintassi”


Il fondatore del Gruppo 63: “Per cambiare la letteratura rinunciammo alle regole. 
Ma Twitter non è avanguardia”

Intervista di Antonello Guerrera

“La Repubblica“, 5 gennaio 2014

Nel 1969 Vladimir Nabokov, in un’intervista al New York Times (poi raccolta in Intransigenze, Adelphi), disse: «Molte volte penso che dovrebbe esistere uno speciale segno tipografico per indicare un sorriso». Gli sms e i social network ci avrebbero travolto solo trent’anni dopo. Ma lo scrittore di Lolita aveva già immaginato l’emoticon. Nabokov fantasticava su una cosa del genere: “:–)”. Segni di interpunzione che dunque si animano, rompono le catene, vogliono la scena. Come i due punti che «spalancano la bocca: guai allo scrittore che non la riempie di cibo nutriente», scriveva Karl Kraus. O il punto esclamativo quale «indice minacciosamente alzato» di Theodor Adorno. Segni che oggi assumono sempre più valore semantico nella comunicazione che sfreccia in chat, su Facebook e Twitter. Del resto, persino Walter Siti, ultimo premio Strega, ha di recente ammesso di preferire, talvolta, il trattino al punto – perché meno tranchant. Allo stesso tempo, c’è chi ha rinunciato da anni alla punteggiatura, come lo scrittore Nanni Balestrini. «Ma io lo faccio per uno scopo ben preciso», dice lo storico esponente del Gruppo 63.
Quale, Balestrini?
«Io immagino sempre i miei testi narrati da una voce, che parla. E la mia preoccupazione è che il testo dia al lettore l’idea dell’oralità, non della scrittura. Per questo ho abolito la punteggiatura. La lingua parlata se ne frega della sintassi. Il lettore deve avere l’impressione di un vero parlato. Ricorda i “tre puntini” di Céline?».
Sì, i “binari emotivi” della sua scrittura.
«Esatto. Per me, anche se ci ho rinunciato, è lo stesso concetto. Poi, certo, è diverso quando scrivo saggi o articoli. Non me la sono mica dimenticata la punteggiatura. Ma in quel caso la uso per comunicare. La letteratura è qualcosa di diverso».
Sta dicendo che la letteratura non deve saper comunicare?
«C’è una grande differenza tra la scrittura per comunicare e quella per creare. Si tratta di due mondi diversi. La letteratura non deve essere messa in relazione con altro. Deve essere lasciata libera di esprimersi, anche senza punteggiatura».
Ma non crede che, in un’epoca come la nostra, travolta da flussi di notizie e informazioni, qualche punto in più possa dare ordine?
«Certo, con la punteggiatura si comunica meglio. E poi io non la rinnego in toto, nemmeno per i miei romanzi».
Cioè?
«Dovessi scrivere un romanzo in terza persona, in futuro, potrei ricominciare a utilizzarla. Perché no?».
Moravia – nella circostanza malato – scrisse Gli indifferenti senza punteggiatura, aggiunta solo in un secondo momento.
«Esatto. E lo stesso capitò con il Notturno di D’Annunzio, abbozzato su lunghe strisce di carta quando era momentaneamente cieco. Perché, sa, si fa molta fatica a scrivere senza virgole e punti. Paradossalmente, è molto più difficile».
E ammetterà che è più arduo anche per molti lettori alle prese con “flussi” come i suoi, o quelli di Joyce e Saramago.
«Ma io lo faccio perché voglio mettere il mio lettore in difficoltà. Non che mi ascoltino tutti. Mi bastano i miei di lettori».
Lei, da fondatore del Gruppo 63, non crede che le nuove accezioni della “punteggiatura da social network” possano rappresentare una sorta di neoavanguardia?
«No. La punteggiatura è materiale statico. Puro stile. Ci vuole altro per lasciare il segno. Le vere avanguardie hanno ben altra genesi e impatto. Negli ultimi anni con i romanzi si è invece andati indietro. Tutti gli esperimenti oramai sono stati ripresi. Non vedo niente di nuovo in giro. La punteggiatura e la narrativa stanno diventando sempre più piatte, piane, convenzionali. Ma la colpa non è solo della nostra epoca. Anche gli editori oggi rischiano molto di meno. Sono molto più conservatori che in passato».
Questo fenomeno del punto “freddo e aggressivo” è curioso, però.
«È degno dei nostri tempi. Ma non credo che investa la scrittura in generale».
Perché?
«Perché è un fenomeno legato allo specifico mezzo di comunicazione. Anche quando c’erano i telegrammi, si utilizzavano altre formule, un altro stile. Gli “stop”, gli spazi, ricorda? Ma tutto questo ha avuto poco a che fare con la lingua vera e propria».
Però, rispetto ai telegrammi, chat e social media oggi vengono utilizzati in misura decisamente più ampia.
«Sì, ma mi sembra esagerato dire che influenzino la scrittura in generale. C’è un’eccessiva infatuazione per questi nuovi media. Ma fa parte dell’esibizionismo e del narcisismo insiti in tali piattaforme».
Addirittura?
«Ma sì. Da quello che vedo io, Internet riunisce gruppetti, cerchie di persone, comunità. Ma, nel suo spezzettamento, è molto difficile che una novità linguistica attecchisca in un intero Paese. Come invece è successo con la televisione durante il boom economico, che ha cambiato e uniformato enormemente la lingua italiana. Il cambiamento non passa per Twitter e le chat».

domenica 29 settembre 2013

No Social




Ecco apocalittici e integrati in versione 2.0. 

Franzen e Pynchon sono convinti: 
boicottare Twitter e Facebook in nome dell'individuo contro la Rete


VITTORIO ZUCCONI

"La Repubblica", 29 Settembre 2013 

Era l'anno 1943 quando il presidente e creatore della moderna IBM, il leggendario Thomas Watson, spiegò a una riunione di azionisti che «nel mondo ci sarà un mercato per quattro o cinque computer al massimo». Se settant'anni più tardi la profezia del padre della IBM appare lievemente errata per difetto, ora che il numero di computer per uso personale ha superato i due miliardi, e senza contare gli smartphone e i tablet, Thomas Watson non potrà essere almeno accusato di "tecnofobia", o della sua gemella, la "neofobia", quel terrore superstizioso della tecnologia e della novità che oggi sembra colpire scrittori, docenti, esperti e intellettuali.
Watson non aveva visto il futuro di una tecnologia che avrebbe trasformato i pachidermi da tre tonnellate che negli anni Quaranta erano i computer, in gingilli tascabili o da polso. Gli intellettuali e gli scrittori disperati di fronte all'impero della Rete e all'invadenza robotica dei social network, come Franzen, come Pynchon, come Wolfe, come Morozov, sembrano appartenere a una cabala di "neo luddisti", di nemici dei telai meccanici che minacciano la loro esistenza, ma per la ragione opposta: per avere semmai visto troppo lontano nella Matrix del World Wide Web. Dove hanno letto l'ineffabile banalità, e la dispotica stupidità, della «intelligenza collettiva ».
L'idiosincrasia, o la fobia, verso il nuovo, il mai visto prima, l'ignoto, è certamente antica come lo sbigottimento del nostro antenato di fronte al primo cespuglio in fiamme o del monaco amanuense terrorizzato da quelle presse capaci di riprodurre in pochi giorni quei sacri testi che a lui richiedevano anni. Ma nell'avversione di intellettuali come l'autore di Libertà, Jonathan Franzen, come il Thomas Pynchon dell'ultimo Bleeding Edge, il filo di lama sanguinante, il Wolfe dei falò di tutte le vanità umane, tecno o sociali che siano, o del fustigatore instancabile del WWW, il russo Evgeny Morozov in lotta contro la Follia del soluzionismo tecnologico, c'è un filo comune che tesse personalità tanto diverse.
Il filo che li unisce e che sicuramente potrebbe legare anche il Salinger del Giovane Holden nella sua feroce autoreclusione, è la antica paranoia dello sciamano. È l'ansia del medicine man, del santone che vede sfuggirgli il controllo dell'immaginazione collettiva della tribù di fronte ad anonimi infermieri e medici armati di endofoni, vaccini, antibiotici e analgesici. 
Ciascuno di loro e altri ancora teorizzano il proprio disgusto per cinguettii, faccette, emoticon, pollicioni eretti o versi, blog, linkedin e tutta la farmacopea della «falsa socializzazione» come la chiama Franzen, sotto profili diversi. Wolfe per snobismo di antico amanuense della carta e adoratore ironico del giornalismo, offeso dalla superficialità istantanea e manipolabile della cosiddetta informazione in Rete, capace di produrre più danni e menzogne di quanti non riesca a rimediare. Pynchon, il monaco fintamente savonaroliano che vive nella Upper West Side di Manhattan e manda i figli in esclusive scuole private, legge anche nel web l'ennesima
manifestazione del complotto universale e metamorfico, del potere, immaginando una «Rete sotto la Rete» dove nascondere la resistenza, comunque destinata a soccombere. 
Invano Salman Rushdie, che invece twitta allegramente, se ne vanta e ne gode, li sbeffeggia proprio attraverso Twitter e i critici li accusano naturalmente di luddismo, di passatismo, di semplice incapacità di adeguarsi al tempo, non diversi dal titano di Hollywood, Darryl Zanuck, che licenziò il primo televisore visto all'Esposizione Universale di New York nel 1939 come «una scatola di legno compensato che nessun americano avrà il tempo e la voglia di fissare a lungo». L'angoscia di questi magnifici alchimisti della parola, che hanno consumato la vita, gli  occhi, il cuore per trasformare pensieri e sentimenti in lunghe pagine, messi a confronto con la «stupida spensieratezza» (ancora Franzen) di pensierini elementari sparati a decine di migliaia di follower e scambiati come perline senza valore, è vedere come essi stiano perdendo il controllo del discorso collettivo. E come meccanismi senza cervello stiano sottraendo loro il potere fondamentale per ogni intellettuale. Il potere della mediazione.
Naturalmente, come osserva un "tecnofilo" e giulivo adepto alla socializzazione virtuale, Michael Jarvis autore di un peana alla Rete, in questo rifiuto, in questa avversione ritrosa, si insinua quel sospetto che Nanni Moretti sintetizzò cosi efficacemente nel celebre «mi si nota di più se ci vado o se non ci vado». La mistica dei Salinger o dei Pynchon, degli eremiti della parola, si esalta proprio nel loro rifiuto del pubblico, nella esclusività della loro persona, se non dell'opera, che nel caso di Pynchon è ricca e abbondante.
Contestando la nuova, effimera divinità creata dagli Zuckerberg, dai Dorsey, creatore di Twitter, dai Systrom e Krieger di Instagram, si costruiscono un cachet di esclusività, un tempietto di diversità che impreziosisce il loro lavoro. Franzen, che aborre la volgarità, nel senso etimologico e poi linguistico dei social network, non disdegna affatto l'altro medium che intellettuali di qualche decennio or sono maledivano con altrettanto orrore: la televisione. 
Eppure, anche sapendo che la dinamica creata dalla Rete non potrà mai più essere fermata né invertita, non essendo mai possibile "disinventare" qualcosa o richiamare indietro il suono di una campana, non si possono licenziare le loro preoccupazioni soltanto come la stizza dell'intellettuale individualista che si deve misurare con la stoltezza fragorosa della "intelligenza collettiva". Nella cupa visione di Pynchon, di tutti loro il più sconvolto dall'impero della Rete e dalla "googolizzazione" del mondo come lo fu Mary Shelley davantii al possibile Frankenstein o Fritz Lang nell'incubo della Metropolis moderna, c'è la denuncia di quell'inganno che gli interessati sacerdoti della nuova religione, anche i più ruspanti come il nostro Casaleggio, tendono a rovesciare. C'è il sospetto che la apparente libertà espressiva del World Wide Web sia soltanto la manifestazione di una nuova forma di controllo, di divisione e di sfruttamento, nell'apparenza dell'universalizzazione. Già Marshall McLuhan avvertiva, a proposito della televisione e ancor più potrebbe dire della Rete: «La Tv avrà come effetto non la coesione, ma la tribalizzazione della società». Un mondo di tribù vaganti e salmodianti, senza sciamani. 

Da Leopardi a Nietzsche alla tv la vecchia guerra ai nuovi media


L’esibizionismo sui mezzi di comunicazione classici 
è calmierato dalla consapevolezza di essere virtualmente sotto gli occhi di tutti 
Ora invece la situazione è ambigua: 
formalmente è una comunicazione tra amici, in sostanza fa il giro del mondo come un articolo del Nyt

Maurizio Ferraris

“Corriere della Sera”, 29 settembre 2013

I luoghi di dibattito minacciano lo status e la centralità dell’intellettuale pubblico È un misto tra la vanità e la legittima lotta per il riconoscimento di cui parlava Hegel
Ogni volta che compare un nuovo medium, gli intellettuali si dividono tra apocalittici e integrati (con una prevalenza dei primi), tranne poi, nel giro di una generazione o meno, diventarne degli addicted. È successo con i giornali, con le “gazzette” dileggiate da Leopardi e con il loro “vomitus matutinus” deprecato da Nietzsche. È successo con la televisione. E ovviamente succede con Twitter e altri social network. Il che, detto di passaggio, dimostra che abbiamo a che fare con mass media e non con semplici strumenti di comunicazione. Perché ovviamente l’intellettuale può essere portato, all’inizio, a prendersela con le armi da fuoco che distruggono la cavalleria, o con i telefonini che lo tormentano in treno, ma non vede né negli archibugi né nei telefonini una minaccia nei confronti della propria identità. Con i social network, come con i giornali e con la televisione, abbiamo a che fare con la creazione di luoghi di dibattito, che minacciano lo status e la centralità dell’intellettuale pubblico.
La minaccia è illegittima? No. A un certo punto, scrive Franzen nel lungo brano di The Kraus Project anticipato dal Guardian, «come ogni artista, Kraus voleva essere un individuo». Che è esattamente ciò che, con ogni evidenza, vogliono quelli che infaticabilmente alimentano i social network, ma ovviamente anche la stampa e la televisione. Chi scrive vuole essere un individuo ed esprimere le proprie opinioni. È quello che io sto facendo in questo preciso momento, è quello che fa Franzen con un successo ben maggiore, ed è quello che, il più delle volte gratuitamente, dunque anzitutto per ragioni identitarie, fanno certi autori di social network. E io, Franzen e loro abbiamo certo in comune la vanità, ma non solo, perché ci impegniamo in una attività legittima ed essenziale per l’essere umano: la lotta per il riconoscimento di cui parla Hegel nella Fenomenologia dello spirito.
La lotta può anche essere un duello. Di qui il tono aggressivo che manifesta una tipologia (minoritaria) che definirei “blogger nervoso”, che certo non è Rushdie o Coelho, ma è un intellettuale che non si sente abbastanza riconosciuto, e che potrebbe indirizzarsi allo scrittore affermato con un “ipocrita scrittore, mio simile, mio fratello”. Perché lo scrittore affermato è semplicemente quello che il blogger nervoso vorrebbe essere. E proprio come nella lotta hegeliana, il blogger nervoso mette a rischio qualcosa: non la vita, fortunatamente, ma spessissimo la faccia. Come insegnano le vicende ricorrenti di twittatori e postatori che, in un momento di distrazione, debolezza o esasperazione, o magari per un calcolo meditatissimo ma sbagliato, si lasciano andare ad affermazioni di cui potranno scusarsi in eterno, visto che scripta manent. L’esibizionismo sui media classici è infatti calmierato dalla consapevolezza di essere – almeno virtualmente – sotto gli occhi di tutti. Qui invece la situazione è ambigua: formalmente, è una comunicazione tra amici, o in un circolo ristretto. Sostanzialmente, ha le stesse possibilità di fare il giro del mondo di un articolo sulla prima pagina del New York Times.
Dunque ci sono molti motivi per non prendersela con i blogger nervosi, rischiando di sembrare uno di loro. Primo, nessuno ci obbliga ad andare su Facebook o a seguire qualcuno su Twitter, ci sono indubbiamente delle cose migliori da fare nella vita, fermo restando che, come sempre, ce ne sono anche delle peggiori. Secondo, è affrettato criticare qualcosa che oggi appare sregolato come una sorta di far west, ma che con il tempo auspicabilmente sarà in grado di perfezionare un’etichetta. Terzo, e soprattutto, i primi a rimetterci in un uso incauto del social network sono, come abbiamo visto, i blogger nervosi. Se le cose stanno in questi termini, il sentimento da riservare al blogger nervoso non è l’ira, il disprezzo o l’anatema, ma semmai la compassione. Più che il tono apocalittico di Kraus si adatta al blogger nervoso il giudizio di uno scrittore che ha dilapidato i suoi talenti, il Jep Gambardella di La grande bellezza: «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile».