Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post

mercoledì 1 luglio 2015

La radice e la memoria. Siamo tutti figli del logos



Ecco perché la Grecia resterà sempre la miglior patria d’Europa

La cultura nata all’ombra del Partenone
 fa parte del mito fondativo del Vecchio continente

E i singoli Stati non devono ignorarlo 
se non vogliono disfarsi tra nazionalismi e calcoli economici
Quel pensiero ci raccoglie insieme, 
è la nostra radice e ha informato di sé la storia e il destino dell’Occidente

Oggi Atene grida al mondo che l’unità del denaro non produce di per sé 
alcuna comunità politica

Massimo Cacciari, "La Repubblica", 1 luglio 2015

Può l’Europa fare a meno della Grecia? Se la domanda fosse stata rivolta a uno qualsiasi dei protagonisti della cultura europea almeno dal Petrarca in poi, questi neppure ne avrebbe compreso il significato. La patria di Europa è l’Ellade, la “migliore patria”, avrebbe risposto, come verrà chiamata da Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino. Filologia e filosofia si accompagnano, magari confliggendo tra loro, nel dar ragione di questa spirituale figliolanza. Non si tratta affatto di vaghe nostalgie per perdute bellezze, né di sedentaria erudizione per un presunto glorioso passato, coltivate da letterati in vacua polemica con il primato di Scienza e Tecnica. Oltre le differenze di tradizione, costumi, lingue e confessioni religiose che costituiscono l’arcipelago d’Europa, oltre l’appartenenza di ciascuno a una o all’altra delle sue “isole”, si comprende che il logos greco ne è portante radice, che non si intende il proprio parlare, che si sarà parlati soltanto, se non restiamo in colloquio con esso. Quel logos ci raccoglie insieme e ha informato di sé la storia,il destino di Europa. Ciò vale per pensatori e movimenti culturali opposti, per Hegel come per Nietzsche.Vale per scienziati come Schroedinger, Heisenberg, Pauli. Vale anche per coloro che si sforzano di pensare ciò che nella civiltà europea resterebbe non-pensato o in-audito: anche costoro non possono costruire la propria visione che nel confronto con quella greca classica. Per la cultura europea, dall’Umanesimo alle catastrofi del Novecento, la memoria della “migliore patria” è tutta attiva e immaginativa: non si dà formazione, non può essere pensata costruzione-educazione della persona umana nella integrità e complessità delle sue dimensioni senza l’interiorizzazione dei valori che in essa avrebbero trovato la più perfetta espressione. Un grande filosofo, Edmund Husserl, li ha riassunti in una potente prospettiva: nulla accogliere come quieto presupposto, tutto interrogare, procedere per pure evidenze razionali, regolare la propria stessa vita secondo norme razionali, volere che il mondo si trasfiguri teleologicamente in un prodotto della vita di questo stesso sapere. Una follia? Forse — ma una follia che ha veramente finito col dominare il mondo. Eurocentrismo? Certamente — ma autore dell’occidentalizzazione dell’intero pianeta.
La Grecia non assume più per noi alcun rilievo culturale e simbolico? Possiamo ormai contemplarla come l’Iperione di Hölderlin dalle cime dell’istmo di Corinto: «lontani e morti sono coloro che ho amato, nessuna voce mi porta più notizie di loro»? Come è spiegabile un simile sradicamento? L’anima bella “progressista” risponde con estrema facilità: quell’idea di formazione che aveva la Grecia al suo centro era manifestamente elitaria, anti-democratica; la sua fine coincide con l’affermazione dei movimenti di massa sulla scena politica europea. Io credo che la risposta sia ancora più semplice, ma estremamente più dolorosa. Tra l’ora attuale (noi, i “moderni”!) e la “patria migliore” c’è il suicidio d’Europa attraverso due guerre mondiali. L’oblio dell’Ellade è il segno evidente della fine d’Europa come grande potenza. Si badi: grande potenza è anche lo Stato o la confederazione di Stati che intendano diventarlo. Essi dovranno, infatti, dotarsi tanto di armi politiche ed economiche quanto di una strategia volta alla formazione di classe dirigente e di una cultura egemonica. Sempre così è stato e sempre così avverrà. Quando vent’anni fa scrivevo Geofilosofia dell’Europa e L’Arcipelago ancora speravo che questo arduo cammino si potesse intraprendere. E ci si risparmi la fatica di ripetere che non è affatto necessario che ciò si realizzi nel senso di una volontà di potenza sopraffattrice. L’Europa può ora pensare di dimenticare la Grecia, perché rinuncia a svolgere una grande politica, la quale può fondarsi soltanto sulla coscienza di costituire un’unità di distinti, aventi comune provenienza e comune destino. Se questa coscienza vi fosse stata, avremmo avuto una politica mediterranea, piani strategici di sostegno economico per i Paesi dell’altra sponda, un ruolo attivo in tutte le crisi mediorientali. E avremmo avuto grandi interventi comunitari per la formazione, gli investimenti in ricerca, l’occupazione giovanile. Tutto si tiene. Una comunità di popoli capace di svolgere un ruolo politico globale non può non avere memoria viva di sé, memoria di ciò che essa è nella sua storia, e non di un morto passato.
Tutti miti — diranno gli incantati disincantati dell’economicismo imperante. So bene — l’Europa attuale è quella costruita sulla base delle necessità economico- finanziarie. Gli staterelli europei usciti dalla seconda Guerra non avrebbero potuto sopravvivere senza l’unità del denaro. Oggi la Grecia grida al mondo che una tale unità non produce di per sé alcuna comunità politica. Se pensiamo all’Europa come a un colossale Gruppo finanziario, allora è “giusto” che una delle sue società di minore peso (magari mal gestita, da un management inadeguato) possa tranquillamente essere lasciata fallire. L’importante è solo che non contagi le altre. Ma se l’Europa vuole ancora esistere in quanto tale,e non disfarsi in egoismi, nazionalismi e populismi, deve sapere che la Grecia appartiene al suo mito fondativo, e che nessuna credenza è più superstiziosa di quella, apparentemente così ragionevole e “laica”, che ritiene il puro calcolemus senso,valore e fine di una comunità.

domenica 22 febbraio 2015

Una libertà che non fa danno



Ecco un vademecum concettuale minimo per discutere sulla questione della blasfemia in una società laica

Roberto Casati

"Il Sole 24 ore", 15 febbraio 2015

1. In primo luogo, attenzione agli «argomenti-ma», denunciati da più parti, in particolare da Salman Rushdie, nonché dai redattori nell’editoriale del primo numero di «Charlie Hebdo» dopo gli attentati. «Io non sono razzista, ma...», «Sono d’accordo sulla libertà di stampa, ma...», «Non ho niente contro i mussulmani, ma...». Tipicamente gli «argomenti-ma» vengono presentati come espressione di una leggera sfumatura di dissenso rispetto a una tesi che si suppone condivisa, quando in realtà sottintendono il contrario della tesi.
2. Veicolo o contenuto? Chi difende la libertà di espressione difende un veicolo, l’esistenza di organi di espressione, indipendentemente dalla difesa del suo contenuto. Chi sottoscrive «JeSuisCharlie» può aderire a quanto «Charlie Hebdo» pubblica, o vuole invece soltanto dire che è d’accordo che «Charlie Hebdo» pubblichi qualsiasi cosa intenda pubblicare, anche se poi non aderisce ad alcuni o a nessuno dei contenuti pubblicati. Uno potrebbe dire senza contraddirsi «JeNeSuisPasCharlie, quindi JeSuisCharlie», non sono d’accordo con i tuoi contenuti, ma proprio per questo accetto il principio superiore della libertà della loro espressione.
Se poi si vuole discutere di contenuti e non soltanto del veicolo, si devono tenere presenti ancora altri aspetti.
3. Blasfemia o incitazione all’odio (razziale o religioso)? Irridere un certo X, considerato come sacro dal gruppo Y, è cosa diversa dall’irridere gli Y, dal dire che gli Y sono esecrabili in quanto credono in X; o che gli Y vanno sanzionati – privati di diritti, espulsi, sterminati eccetera – in quanto credono in X. Se si irride l’X considerato come sacro dagli Y non si prendono di mira esplicitamente gli Y che credono in X. L’incitazione all’odio ha forme ed espressioni diverse dalla blasfemia, che vengono giustamente sanzionate.
4. Offesa o danno? La legge francese non prevede il reato di blasfemia; negli Stati Uniti sarebbe inconstituzionale perseguire un blasfemo.
In Italia la blasfemia è un illecito amministrativo; in Pakistan è punibile con la pena di morte.
A fondamento della visione laica, che non considera sanzionabile la blasfemia, c’è un’idea di John Stuart Mill secondo il quale si deve distinguere tra offesa e danno. La blasfemia può anche offendere una persona, ma non può arrecarle alcun torto. Se viene impedito agli Y l’accesso a un luogo di culto, o se gli Y vengono calunniati, viene arrecato loro un torto, ma se viene irriso un X considerato sacro dagli Y, non viene arrecato alcun danno agli Y. Il danno deve essere quantificabile, mentre la nozione di offesa è eminentemente soggettiva e sostanzialmente imponderabile.
5. Desacralizzazione offensiva o sacralizzazione offensiva? A questo proposito, vorrei spendere una parola su una sottile asimmetria che sembra far parte del discorso comune e di quello dei media. Viene dato per scontato che vi sia un solo tipo di offesa in gioco, quella di chi crede nella sacralità di X, quando X viene dissacrato. Sarebbero solo i credenti (di qualsiasi religione) ad albergare sentimenti che verrebbero offesi da certi comportamenti o immagini dissacranti. Ma dovrebbe venir tenuto presente che anche i non-credenti hanno tutti i diritti di sentirsi offesi dalla sacralizzazione di comportamenti o immagini, ovvero dal fenomeno inverso.
Non c’è nessuna ragione di accettar e l’asimmetria, ovvero di pensare che un non-credente non possa e non debba sentirsi offeso dall’ostentazione di un simbolo religioso in un luogo pubblico. Se la questione della blasfemia è, come dovrebbe essere, una questione di sensibilità alle offese, allora tutte le sensibilità devono venir prese in considerazione, anche quella dei non-credenti. Per restaurare la simmetria abbiamo dunque bisogno di un concetto di “offesa ideologica” che include come sottoconcetto sia la blasfemia sia la sacralizzazione offensiva. Chiunque volesse sanzionare la dissacrazione offensiva, dovrebbe però anche accettare una sanzione nei confronti della sacralizzazione offensiva.

domenica 23 marzo 2014

C’era una volta l’infanzia, Padri Peter Pan e madri alla ricerca del Principe azzurro.


Genitori troppo presi a far crescere “il figlio perfetto”

Bassa natalità che li rende “beni preziosi su cui investire”
Mentre apre la fiera di Bologna dedicata a loro, ecco perché i bambini ormai sembrano adulti

Simonetta Fiori

"La Repubblica", 23 marzo 2014


I bambini? Non ci sono più. Li abbiamo fatti crescere in fretta. Non più figli ma quasi coetanei. Complici nei pasticci sentimentali e negli imprevisti della vita che gli adulti infantili non sanno più reggere da soli. Abbiamo ucciso i bambini perché ci siamo sostituiti a loro, barattando la loro irresponsabilità con la nostra. Ci siamo persi i bambini perché i bambini siamo noi.
Dalla pubblicità alla tv, non è difficile trovarne riscontri nell’immaginario contemporaneo. Erotizzati e ritratti in pose ammiccanti nelle foto di moda. Mostruosi melodici miniaturizzati nei festival canori del sabato sera. Molto più maturi dei genitori immaturi nelle fiction televisive e al cinema, spesso costretti al ruolo di consolatori di madri o padri abbandonati. Ma dov’è finita l’età dell’incoscienza? Se lo domanda Marina D’Amato, titolare all’università di Roma Tre dell’unica cattedra al mondo di Sociologia dell’infanzia, professoressa della Sorbonne e ora autrice di un appassionato saggio dall’efficace titolo Ci siamo persi i bambini (Laterza, pagg. 160). Dove per bambini si intende certo la prima stagione della vita ma anche la condizione di figli costretti presto a diventare adulti. «Perché prima crescono, meno graveranno su genitori che non sono stati capaci di conoscerli e capirli. E più imparano, prima raggiungeranno l’agognato traguardo dell’affermazione sociale».
Un furioso j’accuse è quello scritto dalla studiosa, che non disdegna il registro della provocazione. Un processo ai nuovi genitori che, nella sua inevitabile sommarietà, mette in fila non pochi capi di imputazione. A cominciare da quello più diffuso che consiste nel trasformare le giornate dei bambini in agende degne d’un capo di Stato. «Alla pedagogia dell’attenzione i nuovi papà e le nuove mamme tendono a sostituire quella dell’organizzazione. Con la conseguenza che oggi educare significa soprattutto gestire. Il genitore perfetto è quello che riesce a riempire di impegni il tempo del figlio, con lo scopo inconscio: diventerà più di me. Ma amare è saper cogliere i desideri, non formare il capolavoro da esibire come carta da visita». Spesso si dimentica che il bambino è una creatura in fieri. E la crescita cognitiva non va di pari passo con quella emotiva. «Stimolati dai nuovi media», dice D’Amato, «i ragazzini mostrano un grado avanzato di conoscenze. Ma sapere non significa necessariamente essere attrezzati interiormente. E dunque potersi difendere dai problemi di famiglia».
La primissima infanzia e la vecchiaia: le età della vita sembrano essersi ridotte sostanzialmente a due. Per il resto un magma indistinto, tenuto insieme dal mito dell’eterna giovinezza, dove genitori e figli vestono allo stesso modo, si divertono allo stesso modo e talvolta parlano la stessa raccapricciante lingua. Al tradizionale conflitto generazionale, fecondo di nuove conquiste, rischia di sostituirsi una meno feconda competizione generazionale. Con una pericolosa confusione di ruoli. «Se un tempo Biancaneve doveva guardarsi dalla matrigna, invidiosa della sua beltà, ora deve scappare dalla madre naturale, in cerca del principe azzurro a cinquant’anni ». Ancora peggio se Biancaneve viene issata sui tacchi alti o indotta a pose maliziose. La moda infantile è l’unico business che non conosce crisi, anzi in costante crescita, con un corredo di gadget sideralmente lontani dai corpi acerbi delle bambine. E se gli antichi romani avevano inventato l’infanzia per pudore -allontanandola dalla camera da letto -noi rischiamo di distruggerla impastandola di seduzioni erotiche che non le appartengono. «Oggi ci sono case di moda che fabbricano reggiseni imbottiti per bambine di quattro anni. E mamme che li acquistano. Ma così costringi creature inconsapevoli ad assumere sembianze che non solo loro. Possiamo poi sorprenderci che, divenute adolescenti, ritengano normale vendere il proprio corpo?». Sono casi limite, però sempre più presenti nelle cronache.
Postmodernità e genitorialità appaiono agli antipodi. Se la prima invoca la perdita di certezze, la funzione genitoriale consiste nel trasmetterle. «Il padre postmoderno », sostiene D’Amato, «è un Peter Pan allergico a tutto, che non sa ancora cosa farà da grande anche se l’essere genitore glielo imporrebbe ». Al padre padrone s’è sostituito il padre latitante o il padre che ha rinunciato da un pezzo all’autorità: dunque non vale la pena neppure di ucciderlo. Ma quando è cominciata la catastrofe famigliare? Sicuramente influisce il calo demografico. Si fanno meno figli, e quei pochi diventano preziosi: prolungamento narcisistico di sé e oggetto d’uno smisurato investimento sociale oltre che emotivo. Ma secondo la sociologa interviene anche il nuovo clima culturale in cui sono stati allevati i figli degli anni Settanta, tra il permissivismo del Dottor Spock e le parole d’ordine di Bettelheim. «Molti tra i nuovi papà e le nuove mamme sono stati educati da genitori che avevano fatto del “vietato vietare” un principio irrinunciabile. E questa nuova libertà è stata potenziata da un immaginario televisivo che per la prima volta diventa universale, tra lo scintoismo dei cartoni giapponesi e la cultura narcisistica dei serial americani. Materiali eterogenei in cui vince sempre il più forte, non il più bravo».
Tutti eguali, dentro una stessa generazione? Il dubbio resta. Ma certo oggi s’insegna a vincere, piuttosto che a saper perdere. Accade a scuola dove l’adulto bambinizzato, organizzato in temibili associazioni genitoriali, è pronto ad azzannare il professore che non riconosce il talento del figlio. «Un brutto voto significa la frustrazione del ragazzo, e questa non è ammessa dall’organizzazione famigliare perfetta. Senza capire che la frustrazione è un passaggio fondamentale nella crescita». E s’insegna a vincere in palestra o in un campo sportivo, dove il gioco è stato sostituito dalla competizione agonistica. Dal tradizionale ambito calcistico, squadre di campioncini germogliano nel ciclismo e nel nuoto, nel tennis e nel canottaggio. Dove non è più contemplato il gioco, ma solo l’allenamento quotidiano.
Ci siamo persi i bambini anche tra i blog materni, una miriade esplosa in questi ultimi anni in un tripudio di condivisioni. Si condividono le prime cacche, i rigurgiti, i bagnetti. «Le nuove madri italiane non chiedono più consiglio alle nonne, ma cercano la solidarietà in rete. E lo fanno mettendo in mostra un’intimità famigliare che prima veniva consegnata a diari privati. Ma così viene meno il rispetto per la persona che forse un domani potrebbe non gradire la fotografia spudorata della propria nuda fragilità». I figli possono diventare esercizi di stile, anche nei libri e nelle rubriche sui giornali. I lettori si divertono, forse un po’ meno i giovani biografati. Di solito sono gli adulti a uscirne meglio. E a questo punto è inutile domandarsi il perché.

domenica 22 settembre 2013

Vajont. Quella lezione che non abbiamo imparato


LA DIGA del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, 
il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. 
Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. 
Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, 
è diventato un'istruttoria processuale.


MARCO PAOLINI

                                                   “La Repubblica”, 22 settembre 2013


«In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra».
Queste parole le scriveva Giorgio Bocca su Il Giorno venerdì 11 ottobre 1963 e quell'articolo, bellissimo, così come quello di Dino Buzzati, lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, così come quello di Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere, erano sbagliati. Bellissimi ma sbagliati. La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. È stato quasi con fastidio che, gradualmente, si è dovuto fare i conti con il punto di vista di Tina Merlin, giornalista di Belluno che conosceva da tempo la vicenda per averla seguita in prima persona. Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, è diventato un'istruttoria processuale. Ma prima, per ragioni quasi offensive nei confronti delle vittime, la sede del processo sulle responsabilità della tragedia del Vajont fu trasferita da Belluno a L'Aquila, per legittima suspicione. Italo Filippin, sopravvissuto di Erto, racconta che per i «viaggi di giustizia» del 1968-'69, servivano circa tre giorni di corriera per fare i 900 chilometri che separavano le due città. I superstiti alloggiavano negli uffici del tribunale. Per risparmiare, certo, ma anche perché nelle poche stanze d'albergo disponibili a L'Aquila dormivano avvocati e giornalisti.
Era grande la distanza tra Belluno e L'Aquila. Eppure le spirali degli eventi oggi ne avvicinano i destini. Negli ultimi anni abbiamo visto le due città accostarsi, più per carattere che per figura, anche se, dopo il terremoto, L'Aquila non è più una città, ma un'aspirazione usurata dalla frantumazione imposta con decreti d'emergenza.

L'atteggiamentodella società civile nei confronti della tragedia del Vajont e del terremoto a L'Aquila è differente. Il tempo, oltre che i chilometri, separa i due eventi. Ma a me interessa qualche elemento che invece li accomuna. Per capirli guardiamo i processi di primo grado de L'Aquila: quello cominciato il 29 ottobre 1968 e quello conclusosi il 22 ottobre 2012.

Alla sbarra, nel primo processo: dirigenti, tecnici e consulenti della diga del Vajont. Nel secondo: dirigenti, tecnici e consulenti, membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per il terremoto a L'Aquila del 6 aprile 2009.
Come i grandi giornalisti, forgiando l'opinione pubblica nel 1963, offrivano giustificazioni ai responsabili della tragedia del Vajont, così la comunità scientifica, nel 2012, scomodava persino Galileo e il suo famoso processo per eludere giudizi sull'operato dei propri componenti. La comunità scientifica mal sopporta valutazioni sull'operato dei propri membri da parte della giustizia, si sente incompresa e reagisce come per lesa maestà, negando le accuse.
Non ho nessuna autorità per fare valutazioni su competenze altrui, ma il coro di proteste per una sentenza che metteva pesantemente in discussione l'operato «della scienza», con gli appelli al sostegno internazionale, gli articoli, anche in questo caso bellissimi, di acuti giornalisti, fino all'appello al presidente della Repubblica, scritti dall'inizio di quel procedimento e prima ancora di conoscere i fatti contestati, non mi hanno dato solo fastidio, mi hanno preoccupato e intristito perché sembravano così simili a quanto è successo al tempo del Vajont.
Per contro, è anche vero che molte cose sono cambiate da quel 1968: la nostra idea dell'uomo e della natura, la consapevolezza dei diritti. Oggi le vittime a volte si vendicano. Nei confronti di alcune auctoritas le parti si sono rovesciate. Un esempio: sempre meno i giovani medici scelgono chirurgia, perché è la specializzazione più esposta a cause civili. I pazienti che si sentono danneggiati dagli interventi sempre più spesso denunciano i chirurghi. Per reazione provo istintiva solidarietà verso chi ha ancora il coraggio di continuare a svolgere con dignità e competenza quelle professioni. Dopo il Vajont, sull'onda dell'«indignazione popolare », per molti anni nessuno ha più costruito una diga in Italia. Non fare non è la soluzione, serve solo a far dimenticare in attesa di ricominciare come prima. Ma se provassimo a ragionare a mente fredda, invece che sull'onda delle emozioni, davanti alle catastrofi potremmo cominciare a vedere responsabilità collettive che prima o poi arriverebbero fino a noi stessi, che magari siamo lontanissimi dai luoghi delle catastrofi. Siamo sempre così prevenuti che finiamo per attribuire responsabilità a intere categorie di politici, di tecnici, di scienziati. Ma non siamo mai disponibili a riconoscere una nostra parte di colpa.
La storia del Vajont è un esempio di come non si devono calcolare i rischi, di come non si devono gestire le emergenze in tutta la catena di comando e nelle istituzioni preposte al controllo. Raccontarla è stato un esercizio di educazione alla prevenzione. In qualche caso è successo. Il racconto del Vajont, per esempio, ha aperto gli occhi a molti studenti di geologia che nei loro testi scolastici trovavano la frana del Toc descritta e trattata in modo asettico, senza alcuna domanda imbarazzante sul ruolo subalterno della geologia all'ingegneria, vera protagonista dell'impresa di progettare e realizzare a ogni costo la diga ad arco più alta del mondo, in una gola ai piedi di una montagna chiamata Toc, cioè pezzo, frammento, scheggia.
Una possibilità di comprendere le nostre responsabilità è aprirsi alle ragioni di tutti. Ho sempre cercato di mettermi nei panni proprio di quei tecnici che hanno progettato la diga, anche nell'aula del processo. Si chiama pietas.
È una pratica antica: senza pietas verso gli imputati non si può comprenderne l'errore, il loro errore. Senza comprendere le ragioni degli imputati abbiamo solo dei colpevoli, criminali, gente "diversa" da noi. È molto rassicurante. Ma solo comprendendo gli errori degli imputati possiamo evitare di ripeterli. Gli imputati, quando ammettono l'errore, specie quando assume la dimensione della tragedia, tendono a ridimensionare il proprio ruolo, giustificandosi con gli
errori altrui. La "società civile" non deve comportarsi nello stesso modo. Comprendere — che non significa giustificare — condividere, è l'unica strada. Anzi: la pietas, la comprensione, offrono la possibilità di sottrarsi alla giustificazione consolatoria, di scongiurare anche le forme più subdole di condivisione.
Il processo di primo grado per la catastrofe del Vajont finì il 17 dicembre del 1969 con condanne lievi rispetto alle richieste. Il tribunale riconobbe il reato di omicidio colposo per il mancato allarme alla popolazione, ma non riconobbe la prevedibilità della frana. E invece una lunga serie di accadimenti mostrano come la frana fosse studiata, osservata, temuta da anni. Non si poteva sapere a che ora di quale giorno della settimana l'ultimo filo d'erba che la teneva su si sarebbe rotto, ma da settembre '63 si capiva che era questione di poco.
Il processo alla Commissione grandi rischi de L'Aquila si conclude con una sentenza che accusa i componenti di negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa e generica della portata dell'evento...
Per aver fornito informazioni incomplete e contraddittorie... alla cittadinanza aquilana... si legge a pagina 25 della motivazione. La sentenza quindi non accusa gli imputati per il mancato allarme, come nel caso della sentenza sul Vajont, perché i terremoti, a differenza delle frane, non sono prevedibili. La Commissione è stata accusata di aver fornito informazioni rassicuranti, con esito disastroso. La sentenza dice, sulla base delle prove e testimonianze ammesse, che senza quelle rassicurazioni alcune di quelle persone non sarebbero morte.
Gli aquilani si erano abituati a convivere con il terremoto, quando anche quella notte la terra tremò una prima volta non uscirono di casa, erano meno spaventati perché i dottori venuti a visitarli li avevano rassicurati. Immagino lo sconcerto, l'incredulità e anche la buona fede di chi, facendo lo scienziato o il tecnico, si trova addosso un'accusa di omicidio. È vero che le case non erano antisismiche, che ognuno dispone del suo comportamento, che nessuno è stato obbligato a non uscire di casa ma, anche se è dura da digerire, questa sentenza entra nel merito di una responsabilità condivisa, ci racconta di come le nostre decisioni siano influenzate da chi riteniamo esperto, autorevole, responsabile. Parla e mette in discussione il ruolo sociale della scienza.
Il primo pensiero dopo la sentenza de L'Aquila, che accusa la Commissione di aver sbagliato la comunicazione del pericolo, è: ma la Commissione grandi rischi dovrebbe essere uno strumento di valutazione, non di comunicazione, dovrebbe fornire, a chi ha la responsabilità e il ruolo, gli argomenti per decidere. Perché allora chiedere a tecnici e scienziati di «comunicare»? Perché esporli alle domande dei giornalisti, al «circo mediatico»?
Vediamo brevemente come sono andate le cose. L'Aquila da quattro mesi era investita da uno sciame sismico culminato in una scossa più forte il 30 marzo 2009. Per dare una risposta alla paura e alle domande dei cittadini fu organizzato questo consulto di luminari al capezzale del malato. Per dirla brutalmente: l'impressione, più che di un esame su un problema grave, è piuttosto, appunto, di una messinscena mediatica: la riunione durò meno di un'ora, e fu chiaramente condizionata dalla fretta di rientrare a Roma, dalla carenza di elementi per esprimere valutazioni scientifiche. Ma soprattutto è come se l'esito del consulto fosse predeterminato: bisognava rilasciare interviste. Bisognava comunicare ai cittadini l'assoluta «mancanza di relazione tra lo sciame sismico in corso ed eventuali forti scosse a venire ». E questa affermazione, si deve ammettere,
ha una base scientifica, ma non il corollario che fu aggiunto e cioè che più scariche di energia facevano il terremoto meno probabile, allontanavano l'eventualità di una forte scossa. Questa fu una rassicurazione disastrosa, afferma la sentenza.
Ecco: andrebbe raccontata minuziosamente la storia di quel rischio per capire bene le questioni che abbiamo di fronte oggi e che,
in nuce, si intravedevano negli anni Sessanta, ai tempi del Vajont. Le questioni sono il crescente dominio dell'informazione e del ruolo degli scienziati in un mondo in cui la realtà la fanno gli uffici stampa piuttosto che i tecnici e gli studiosi. E infine, in questa complessità, il ruolo dei politici.
In un'intervista a un giornale italiano, due veterani della comunicazione del rischio, Peter Sandman e Jody Lanon, pur auspicando, in una loro intervista precedente alle sentenze, l'assoluzione degli imputati, osservavano criticamente: «Gli scienziati non sanno comunicare; quando parlano tra loro tendono a enfatizzare le loro lacune di conoscenza, quando parlano in pubblico spesso danno l'impressione di sapere tutto». Allora voglio cominciare a proporre una parola: equilibrio. Ho l'impressione che in tutta questa faccenda, come nella vecchia storia del Vajont, quello che è mancato sia l'equilibrio tra dubbi e certezze. L'equilibrio è indispensabile alla comprensione. E la misura della capacità di comprendere la questione la fornisce uno degli illustri membri della Commissione grandi rischi che, dopo la condanna, in un'intervista affermò: «Non ho ancora capito per cosa sono stato condannato».
Erano più o meno le stesse parole con cui un geologo del Vajont, Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista della diga, mi rimproverava il 9 ottobre del '97. Mancavano due ore alla diretta televisiva del Racconto del Vajont, e, mostrandomi le sue pubblicazioni sulla frana, cercava di dimostrare che era lui che aveva capito tutto da subito e non l'altro geologo, Müller. Cercava di farmi capire i suoi meriti. Gli chiesi: «Ma si rende conto che dicendomi questo lei afferma di aver previsto in anticipo e di non aver fatto nulla per impedirlo? Avrebbero potuto condannarla per questo». Mi guardò come fossi un ingenuo: «Non capisco in che senso lo dice, io quelle cose le avevo scritte, perché avrei dovuto essere condannato?».
Tutti i condannati de L'Aquila si sentono offesi dalla sentenza, e non la capiscono. Ma proprio questo è il punto. Le comunità scientifiche dovrebbero permettere che si giudichino i propri membri. Non dovrebbero comportarsi come famiglie massoniche. E noi, noi cittadini, voglio dire, abbiamo il dovere di pretendere che gli scienziati non facciano abuso di ruoli e di auctoritas per vendere pacchetti preconfezionati di notizie e opinioni a buon mercato. Chi non lo fa merita grande attenzione e rispetto. Non si pretende che tecnici e scienziati rinuncino a prestigiosi incarichi di consulenza. Abbiamo bisogno della loro competenza. Ma proprio per questo chiediamo loro di ragionare da scienziati sempre, anche quando provano ad aiutarci a capire. Questo si può pretendere.
Quello che serve è un'altra cultura, con regole non scritte di cittadinanza. Regole fondate su una giustizia non punitiva ma riparatoria. La punizione dei chirurghi, come di geologi, di sismologi e di ingegneri, serve solo da deterrente alla conoscenza, serve a scoraggiare le imprese. Ma non possiamo rinunciare alla riparazione, che passa attraverso la comprensione profonda degli eventi, attraverso la definizione di realtà condivise, in equilibrio tra concretezza empirica e comunicazione. In definitiva: chiedere agli scienziati di tenere in ordine questo Paese non si può proprio fare. Siamo tutti un po' responsabili della cura del nostro Paese. Non serve cercare responsabili per consolarci e assolverci. Tocca anche a noi.
A noi stessi dobbiamo chiedere di più e aspettarci di meno: di spalare la neve davanti a casa nostra e anche un po' più in là, di segare l'erba, perché un Paese fatto al settanta per cento di montagne non può che affidare la sua manutenzione a chi decide davvero di abitarlo. Anche perché prendersi cura del territorio costerebbe molto meno che rimediare ai disastri dell'incuria.
La differenza tra l'atteggiamento dei grandi giornalisti che guardavano l'evento a tragedia avvenuta e Tina Merlin, l'umile cronista locale, è che lei — una donna guarda caso — si era presa cura della storia, in prima persona, contro tutto e contro tutti. Se n'era occupata fino a diventarne parte.
Sembrerà poca cosa rispetto alla dimensione delle catastrofi, ma il senso di un anniversario, perché il 9 ottobre del 2013 sono cinquant'anni della tragedia del Vajont, è prendersi cura dei vivi almeno quanto ricordare i morti. A Erto, a Longarone, a L'Aquila ci sono due vite, non sono così distinte, ma un modo di vivere finisce con le ultime generazioni che sanno ancora prendersi in carico la manutenzione di una porzione di territorio.
Appaiono anacronistici come ogni specie in via di estinzione, ma non lo sono.

© 1997, Garzanti Editore s. p. a., Milano © 1999, 2013, Garzanti Libri S. r. l, Milano

domenica 9 giugno 2013

La pubblicità ha il mal di web

Serena Danna

"Corriere - La Lettura", 9 giugno 2013

Umanoidi con la faccia da cane, scritte fluorescenti dirette alla retina, finestre in pop-up che si aprono senza controllo, jingle devastanti per l’udito e video interminabili formato tv per accedere a un clip di pochi secondi. Il mondo della pubblicità online è una giungla. A dispetto di un mercato che continua a promettere miglioramenti (nel 2012 è cresciuto del 17,5% rispetto all’anno precedente), la qualità e la creatività dell’offerta pubblicitaria sembrano essere i ritardatari della rivoluzione digitale. Un mondo capace per decenni di ispirare consumi, stili di vita e sottoculture appare oggi semiaddormentato sul divano a guardare Mad Men, la serie tv sugli anni dorati e spietati dell’alba della professione.
«L’industria non vede potenziale economico nell’advertising online — spiega a “la Lettura” il futurologo del marketing Martin Lindstrom — e così gli investimenti continuano a essere scarsi: una campagna virale online, anche la più riuscita, non porta nelle casse delle aziende ricavi paragonabili a quelli provenienti dalla tv, per questo la maggior parte dei brand è ancora reticente». La differenza di costi è impressionante: a fronte di migliaia di euro per la realizzazione di uno spot televisivo, un banner su Internet tarato su mille utenti costa sessanta centesimi, cifra che sale a dodici euro se l’utenza dei mille è profilata per il prodotto (fonte: Tow Center for Digital Journalism).
Per Lindstrom, autore di Le bugie del marketing (Hoepli), è proprio il behavioural targeting — la tecnica usata per adeguare in tempo reale l’erogazione del messaggio pubblicitario al comportamento dell’utente e ai suoi interessi — l’«illusione comoda» del mondo pubblicitario: «Oggi è possibile individuare gusti, preferenze, abitudini dei consumatori online — spiega —. Un’azienda preferisce investire denaro nell’estrapolazione di quei dati percepiti come funzionali all’acquisto, piuttosto che rischiare soldi e tempo in un’operazione creativa dal futuro incerto».   LEGGI TUTTO...

La questione tedesca è chiusa. Quasi


A colloquio con Angelo Bolaffi, che illustra l'emancipazione della Germania:
 la caduta del Muro come spartiacque, l'occidentalizzazione, 
Auschwitz come mito fondante

Paolo Valentino

"Corriere - La Lettura", 9 giugno 2013

«Quando Thomas Mann formulò la famosa drammatica alternativa tra una Germania europea e un'Europa tedesca, aveva memoria delle tragedie della Storia... Oggi è possibile ipotizzare che l'Europa si germanizza proprio e nella misura in cui la Germania si è completamente e convintamente europeizzata. Liquidare la questione tedesca significa infatti costruire finalmente l'Europa. E la Germania ha la forza, l'interesse e soprattutto la necessità storica e morale di farlo». Si chiude così il libro che Angelo Bolaffi, filosofo della politica e tra i pochi germanisti italiani di fascia alta, pubblica per Donzelli. Cuore tedesco è un viaggio colto, avvincente e rigoroso dentro un triangolo in pieno corto circuito — il modello Germania, l'Italia e la crisi europea — che non nasconde l'ambizione di colmare una lacuna più che evidente, oggi, nel nostro Paese: non si tratta tanto di amare la Germania, spiega l'autore a «la Lettura», quanto «di capirla e conoscerla, forse cominciando a vedere se è possibile pensare alla Storia d'Europa dal e non contro il punto di vista tedesco».
L'evento intorno al quale ruota la narrazione del libro è la caduta del Muro di Berlino, «spartiacque spirituale, equivalente geopolitico della presa della Bastiglia, rappresentazione simbolica e fisica del crollo di tutti i presupposti storici e strategici dell'integrazione europea». Piaccia o no, l'Europa aveva un padre e una madre: il problema tedesco e la minaccia sovietica. Sparito il Muro, venne meno la sua placenta.
Bolaffi ricostruisce il panico di cui furono preda i leader politici europei: Thatcher, Mitterrand, Andreotti, ognuno a suo modo, cercarono di ostacolare l'ipotesi dell'unità tedesca. «Fu uno scherzo della Storia, imprevisto e non voluto. C'erano due strade: costruire l'Europa politica, come proponevano i tedeschi. Oppure, quella indicata in un secondo tempo da Mitterrand, che riprese il Piano Delors e indicò la prospettiva della moneta unica: l'idea era di togliere alla Germania la sua particolare bomba atomica, il marco. Kohl, nonostante il parere contrario di tutti gli economisti, disse che non si poteva tradire il mandato europeista e dette il suo accordo. Funzionò all'inizio. Ci si illuse che l'euro fosse da solo la garanzia della stabilità tedesca portata a tutta l'Europa. Ma senza sovrano, senza pagatore di ultima istanza e senza unione politica, non poteva funzionare nel lungo periodo. Oggi, quando la cancelliera Merkel dice che bisogna correggere gli errori iniziali dell'euro, dice una cosa vera».
Il che non assolve del tutto la classe politica berlinese. «La tesi del libro è che il modello socio-economico tedesco non è solo quello socialmente più inclusivo ed equo, ma anche quello più efficace dal punto di vista produttivo. E per questo ha vinto, mettendo la Germania in una condizione egemonica. Ma a questa condizione oggettiva non ha corrisposto una cultura di governo dell'egemonia da parte delle élite tedesche. Soprattutto negli ultimi anni, sono state riluttanti: in effetti non hanno deciso di assumersi in pieno le responsabilità imposte dalla Storia, dalla collocazione geopolitica e dall'economia. Detto questo, la cancelliera Merkel è stata l'unico leader europeo a visitare tutti i 27 Paesi dell'Unione, pur sapendo che in alcune capitali sarebbe stata accolta malissimo. È la dimostrazione che si rende conto della responsabilità egemonica della Germania. E parlo di egemonia in senso gramsciano, quindi benevola, gentile, che organizza il consenso e non impone agli altri la propria volontà».
Bolaffi individua una delle cause della crisi attuale nell'abbandono della Germania da parte dell'Italia. È un'analisi intrigante, che indica il nostro Paese, insieme all'Urss, come uno dei due perdenti della Guerra Fredda. Nel 1989, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna erano grosso modo sullo stesso livello dal punto di vista della potenza politico-economica. Caduto il Muro l'equilibrio strategico si è allontanato dal Reno, spostandosi verso l'Elba, isolando Francia e Italia. La Germania, anche sul piano demografico, è diventata il Paese decisivo. Francia e Gran Bretagna hanno compensato in qualche modo con l'antico status di potenze vincitrici, il seggio al Consiglio di Sicurezza e l'arma nucleare. Mentre l'Italia si è ritrovata su una faglia geopolitica in pieno movimento sussultorio.
Avremmo potuto gestire diversamente quella fase? «Sì, se avessimo capito ed elaborato cosa significava. Ricordo che firmammo Maastricht, un accordo che vincolava le generazioni future, senza un dibattito parlamentare, invano invocato dal solo Marco Pannella. Guido Carli commentò "non sanno cos'hanno fatto". In quel momento rinunciammo ai pilastri del sistema italiano, governi deboli e moneta debole. Il modello vincente fu quello tedesco, governi stabili e moneta stabile. Ci abbiamo provato dieci anni dopo, col governo Prodi-Ciampi, facendo uno sforzo sovrumano per entrare subito nell'euro. Qualcuno fece cadere Prodi e lì abbiamo perso non solo la Guerra Fredda, ma anche la battaglia con noi stessi. Poi venne il decennio berlusconiano, che non solo ha snaturato la tradizione italiana dell'europeismo, ma ha sprecato un tempo prezioso nel quale, grazie all'euro, prima che scoppiasse la crisi dei mutui in America e il contagio si estendesse all'Europa, avevamo avuto gratis uno spread ai minimi storici. In quegli anni, mentre la Germania si ristrutturava grazie all'Agenda 2010, l'Italia dilapidò quel tesoretto per una politica di sperpero pubblico».
Bolaffi pensa tuttavia che siamo ancora in tempo per aprire una nuova pagina. Non crede, al contrario del ministro degli Esteri, Emma Bonino, che proprio la drammaticità della situazione rilanci l'ipotesi del federalismo. Obietta che «i popoli, non i governi hanno già detto di no alla Costituzione europea, il più generoso tentativo di darsi una struttura federale». E critica l'idea che «l'unica istanza democratica sia il Parlamento europeo isolato da quelli nazionali». Sostiene invece che «bisogna costruire una legittimità nuova, fondata su quest'ultimi». Gli Stati Uniti d'Europa, a differenza di quanto succede in America ed è scritto sul dollaro, ex pluribus unum, dovranno rimanere ex pluribus plures, salvaguardando la loro incomparabile ricchezza di culture e di linguaggi».
Tornando a Thomas Mann e alla dicotomia di cui il libro celebra il superamento, perché questa Germania è diversa? «Perché è post tedesca. Peter Sloterdijk parla di metanoia, di auto-ravvedimento della Germania. C'è stata una occidentalizzazione politica, iniziata da Adenauer. Poi c'è stata l'occidentalizzazione dello spirito tedesco, avvenuta attraverso la riscoperta della colpa tedesca della Shoah, i conti col passato innescati dalla generazione del Sessantotto. Auschwitz è diventato il mito fondante della Repubblica Federale. Sulla base di questo ravvedimento, che è stato spirituale, politico, storico, oggi la Germania è un Paese più europeo degli altri».

martedì 23 aprile 2013

Se la democrazia dà i numeri


Da Platone ai giorni nostri, il governo della maggioranza alla prova della matematica: per risolvere (o lasciare insoluti) i problemi della politica

Piero Bianucci

"La Stampa",  22 aprile 2013

George G. Szpiro, matematico e giornalista israelo-svizzero, 
copre il Medio Oriente per il quotidiano elvetico Neue Zürcher Zeitung. 
Da Bollati Boringhieri è appena stato tradotto il suo saggio La matematica della democrazia

IL PARADOSSO DI PLINIO Il 40% voleva la pena capitale, un altro 40% l’assoluzione: 
così vinse la minoranza del 20%
LE ELEZIONI USA DEL 2000 I verdi maggioritari ma divisi: 
alla fine divenne presidente l’anti-ambientalista Bush

Che il voto possa portare a paradossi l’avevamo capito il 25 febbraio dalle parole di Bersani: «Siamo i primi, ma non abbiamo vinto». Come sarebbe a dire? La democrazia non è il governo della maggioranza? E la minoranza, stando all’opposizione, non ha un ruolo altrettanto nobile ed essenziale del governare?
No, sarebbe troppo semplice e troppo bello. La misura del consenso e la sua traduzione in un governo portano con sé problemi complessi. Succede persino in Svizzera, la più antica delle democrazie, dove non c’è una legge elettorale assurda come quella che abbiamo in Italia, una legge che, regalando un lauto premio di maggioranza alla Camera in nome della governabilità, ma favorendo un Senato senza maggioranza, pone le premesse per la paralisi. Non a caso è uscita dalla mente del leghista Calderoli, che lo Stato vuole scardinare. Se poi i partiti (o le coalizioni) non sono due ma tre o addirittura quattro, la matassa si aggroviglia, entrano in gioco le leggi della logica, i principi ineludibili del pensiero razionale (che però spesso sfuggono ai politici, salvo poi sbatterci contro quando è troppo tardi).
Per diventare politica concreta in un dato paese con un dato numero di partiti, la democrazia ha bisogno di matematica e deve conoscere la logica. Per 2500 anni le migliori menti si sono esercitate a risolvere il problema della misura del consenso e della sua traduzione in governo. L’impressione è che non ne siano venute a capo. Un teorema del premio Nobel per l’economia Kenneth Arrow ha addirittura dimostrato l’impossibilità della democrazia e l’inevitabilità della dittatura (più o meno mascherata). Un altro Nobel, Amartya Sen, ha cercato a fatica qualche scappatoia. Ce lo racconta, con molti aneddoti divertenti, George G. Szpiro nelle 280 pagine del suo saggio La matematica della democrazia (Bollati Boringhieri).
Il filosofo Socrate fu condannato a morte a maggioranza: 280 sì contro 221 no. Il suo allievo Platone, ventottenne quando fu emessa la sentenza, non poté trarne un’idea positiva della democrazia. Si impegnò poi nel progetto di una repubblica ideale. Ogni comunità avrebbe dovuto avere 5040 nuclei famigliari perché questo numero ha ben 59 divisori (tutti i numeri da 1 a 10, e poi anche 12, 14, 15, 16 e così via). Ciò permette di ripartire con più equità ricchezze, lavori, tasse. Nessuno doveva possedere più beni del quadruplo di quanto aveva il cittadino più povero. Le scelta dei tutori della legge passava per tre fasi riducendo gli eletti con voto palese da 300 a 100 a 37. Un’altra macchinosa serie di norme doveva portare alla selezione dei governanti. Ammaestrato dalla condanna di Socrate, Platone diffidava delle maggioranze e cercava un governo dei «migliori». Strada scivolosa.
Plinio il Giovane fu il primo a mettere in luce un paradosso della democrazia. Si doveva scegliere tra condanna a morte, messa al bando e assoluzione di un gruppo di schiavi. Il 40% voleva la pena capitale, un altro 40% l’assoluzione. Solo il 20% chiedeva la messa al bando. Vinse la minoranza perché i fautori della pena capitale optarono per quello che secondo loro era il male minore.
Il mistico spagnolo Raimundo Lulio, nato nel 1232, autore di 260 opere di teologia, scienze e matematica, studiò come eleggere la badessa di un monastero. Dimostrò che, se si adotta il metodo dei confronti a coppie di candidati (A vince su B, C perde con D e così via), alla fine può diventare badessa proprio la monaca meno adatta ma che ha vinto la maggior parte dei confronti. Nell’esito paradossale Lulio vedeva la volontà di Dio. Non sarà stata invece la coda del diavolo?
Venne poi l’astronomo francese Charles de Borda, che mise in discussione l’assioma da tutti accettato secondo il quale la maggioranza dei voti a scrutinio segreto esprime l’autentica volontà dell’elettorato: dimostrò che il metodo delle elezioni a maggioranza è corretto esclusivamente se in gara ci sono due candidati. Con tre o più concorrenti il criterio della maggioranza porta a esiti contraddittori. Nel 2000 i verdi fondamentalisti schierati a favore di Nader sottrassero al verde moderato Al Gore voti sufficienti a far vincere l’antiambientalista Bush. Borda lavorò poi alla grande impresa di misurare con estrema precisione il meridiano terrestre al fine di definire la lunghezza del metro. In ciò ebbe successo, ma il suo sistema elettorale fu messo in crisi dal «paradosso di Condorcet», una dimostrazione matematica della inaffidabilità delle decisioni prese a maggioranza semplice.
Seguirono altre tappe sull’aspro sentiero della matematica della democrazia. Laplace, pure lui astronomo, denunciò gli inganni del «voto strategico» quando vengono inserite persone qualitativamente inferiori tra il candidato preferito e i suoi contendenti più pericolosi. Un nodo irrisolto è quello dei resti, arrotondati ora per difetto ora per eccesso: quando sono in gioco vari cantoni come in Svizzera, o Stati, come negli Usa, l’esito è spesso ingiusto (paradosso dell’Alabama). Nel 1928 gli arrotondamenti furono al centro di uno scontro tra le università di Harvard e Cornell, con tanto di articoli su Science. Spietato, Geoge Szpiro dimostra ancora quali vizi si nascondano nelle leggi elettorali della Svizzera (di recente riformata), di Israele e della Francia. Non si salvano né Sarkozy né Hollande.
E l’Italia? Szpiro non ne parla, ma se n’è occupato Andrea Levico, autore di Vota X (Arabafenice, pp. 398 pagine). Ne emerge chiaramente che «la varietà quasi sbalorditiva di formule elettorali in uso nei diversi Paesi non nasce da meri esercizi di fantasia, bensì è strettamente connessa con la varietà dei sistemi politici e costituzionali. Insomma, ogni legge elettorale ha un senso all’interno del sistema costituzionale e politico in cui opera. E non dobbiamo chiederci quale ci piace di più, ma quale può funzionare e quale no». Auguriamoci che gli eletti si pongano questa domanda. E che rispondano secondo coscienza.

giovedì 7 marzo 2013

Il rogo della Città della scienza


Il rogo della Città della scienza sfregio criminale a Napoli dove nulla può sopravvivere
Così la camorra vuole cementificare Bagnoli

Roberto Saviano

"La Repubblica",  6 marzo 2013

BAGNOLI è ai piedi della collina di Posillipo, sente l’alito della meravigliosa isola di Nisida, luogo incantevole, paradiso naturale che nessuno è riuscito a violare, nemmeno l’acciaieria — o piuttosto ciò che ne resta — che sembra ormai armonizzarsi al territorio, come archeologia industriale. Aver finora miracolosamente salvato questa zona dalla speculazione edilizia permette anche di poter leggere, attraverso Bagnoli, i capitoli dell’avventura napoletana: i sogni della città e le sue maledizioni, l’idea e il suo fallimento.
Bagnoli, Italsider, Città della scienza: territorio chiave per capire il Mezzogiorno. L’Italsider era stato il sogno di riscatto, l’idea che attraverso l’industrializzazione si potesse rilanciare il sud Italia, emanciparlo, costruire una classe operaia che acquisisse consapevolezza politica. Così un luogo meraviglioso venne trasformato in un’immensa fabbrica. L’acciaio ha bisogno di stare vicino al mare, e questa lingua di terra con il fuoco ci ha sempre avuto a che fare: con il fuoco degli altiforni. Il fuoco rovente della lega inattaccabile: l’acciaio.
Ma Bagnoli per le nuove generazioni non è l’Italsider: è il contrario. È un’area da salvare anche dai fallimenti di una sinistra finita sotto le macerie del muro di Berlino. È riappropriarsi di un territorio che secondo la storia recente di quei luoghi aveva enormi probabilità di diventare terra di conquista del cemento. Il sogno della Città della scienza sembrava essere stato realizzato perché la sua costruzione aveva sottratto quell’area alla speculazione edilizia. Lì, per la prima volta, avevo ascoltato il suono di una dinamite diversa che doveva servire a far saltare le ciminiere e non a uccidere persone oppure a distruggere i negozi di chi non si piegava al racket.
La riconversione di quell’area sembrò davvero cambiare tutto. C’è un libro che ha raccontato questa epica del lavoro come redenzione, divenuta poi tentativo di salvare quel territorio: “La dismissione”, di Ermanno Rea. Il protagonista, Vincenzo Buonocore, è un ex operaio dell’Italsider che ha creduto nel lavoro e ha creduto nella «bellezza » di quel luogo convertito da gioiello naturalistico in acciaieria. E dinanzi alle fiamme ho pensato proprio agli ex operai dell’Italsider e a tutti coloro che avevano creduto prima nell’industria e poi nella cultura come leve per emancipare questa terra dal sottosviluppo e dal crimine. E ne sono rimasti delusi.
Un territorio che è riuscito a sopravvivere all’acciaio, alla speculazione politica, resistendo a quella edilizia, una terra che aveva costituito nella mia adolescenza il sogno realizzato di un Mezzogiorno completamente diverso da quello che avevano vissuto le generazioni precedenti, il sogno di vedere un luogo dove i bambini potevano stare vicino al mare e studiare la fisica, dove potevano giocare imparando le scienze, cosa che avevo visto fare solo in Germania. Era davvero un segno di speranza concretissima e ci aveva dato anche la percezione che una volta adulti ci saremmo realizzati non lontano dalla nostra terra. Così non è stato. Ma di quel sogno era rimasto almeno lei, la Città della scienza. Il suo museo.
Città della scienza non è però stata soltanto bellezza, un luogo dove la scienza diveniva vita. Città della scienza doveva resistere anche alle manate della politica, perché era diventata un succulento boccone delle clientele. Dall’arte alla musica tutto doveva passare sempre attraverso il filtro della politica che era per forza di cose legata ad Antonio Bassolino. Spessissimo quindi la macchina di Città della scienza è stata utilizzata come un’estensione del potere politico, e quindi scambi di favori, posti e lavoro, voti. Di tutto questo è stata vittima e di questo centinaia di persone sono testimoni. La prima grande tragedia che ha vissuto Città della scienza è stata politica e ha coinciso con il passaggio da una politica riformista e realmente meridionalista, come provava a essere quella del primo Bassolino, alla seconda terribile parte della politica bassoliniana fatta di corporazioni, potere, scambio, sprechi.
Chi sia stato a darle fuoco solo le inchieste potranno dimostrarlo: ma certo era facile accedervi, era un luogo labirintico probabilmente difficile da monitorare. È ovvio il sospetto che possano essere state le organizzazioni criminali: la camorra ha innanzitutto un interesse nella bonifica dei territori contaminati dall’amianto a Bagnoli, l’area Eternit. Ma la camorra non ha da guadagnarci nulla direttamente, se non l’affronto, il gesto simbolico. Lì non si può realizzare il suo sogno, costruire condomini di lusso. Almeno per ora.
E allora chi è stato? Le organizzazioni criminali? Qualcuno che voleva incassare soldi delle assicurazioni e così trovare soluzione ai debiti? Ci sono anche ipotesi ancora più impervie. All’interno di Città della scienza vi era la possibilità da qualche anno di aiutare piccole imprese nella fase di start up, di poter prendere in affitto a canoni vantaggiosi alcuni locali. Tra queste la SSRI (acronimo di Sicurezza Sistemi Reti Informatiche) un’azienda che si occupa anche di prestare consulenza alla Procura della Repubblica di Napoli. Lavoro che implica la possibilità di custodire presso il proprio ufficio e quindi presso Città della scienza, memorie fisiche sottoposte a sequestro per lo svolgimento di indagini? Qualcuno voleva forse distruggere prove? Per ora tutte queste sono solo ipotesi frutto di rabbia mentre si è asfissiati dal senso d’impotenza ben più soffocante dei fumi di ieri notte.
La verità è che Città della scienza inizia a bruciare prima di questo rogo, inizia a bruciare quando non viene portata avanti la bonifica di tutta l’area. Inizia a bruciare quando la pressione politica non la fa crescere, non le permette il necessario sviluppo e la lascia incompiuta, come un bel sogno interrotto a metà. Spero che questa cenere sia elemento per ricostruire, per ricostruire meglio. Per ricostruire una città su cui nessuno può mettere le mani.
Spero insomma che questa città perennemente ferita a morte, trovi ancora una volta la forza di rialzarsi. Ma per farlo questa volta deve davvero chiudere con il suo passato più recente, con uomini, con poteri, con aziende, figli di quella riforma diventati poi tiranni di un territorio. E allo stesso tempo deve trovare un nuovo corso non fatto di proclami ma costruito nella difficile e certosina concretezza che non porta a soluzione immediate ma a percorsi lungimiranti il cui inizio, però, non può che partire oggi. Napoli lo merita, i napoletani hanno i talenti per farlo. Sotto la cenere sta la brace ardente.

sabato 23 febbraio 2013

Il pirata cacciatore di tesi copiate



Martin Heidingsfelder, dal suo studio di Norimberga, 
ha già smascherato due membri del governo
Si candida con il partito dei Piraten, e ora ha un nuovo obiettivo: 
“Ho messo nel mirino la Merkel”
“Svelo i segreti dei ministri bugiardi”

"La Repubblica", 18 febbraio 2013

Andrea Tarquini

È un giovane simpatico e sportivo, ha cominciato per caso la sua nuova attività. Se lo incontri non t’immagini che sia uno dei personaggi più temuti dai potenti nella democrazia tedesca. È stato lui ad aiutare a cogliere in flagrante il barone Karl Theodor zu Guttenberg allora ministro dell’Economia, e ora l’ex titolare dell’Istruzione Annette Schavan. Si chiama Martin Heidingsfelder, laureato, ex giocatore di football americano, vive nella bella Norimberga, è l’Indiana Jones della caccia ai ministri copioni. Spesso la sua compagna lo aiuta scannerizzando documenti fino a notte fonda.
Come le è venuta l’idea di diventare cacciatore di plagi?
«Ho cominciato per caso, adesso ormai lo faccio per lavoro: bisogna anche guadagnare qualcosa per lavorare bene e vivere. Con me lavora un piccolo team, in parte dipendenti, in parte volontari. Compresi professori d’università che in alcuni casi collaborano gratis, stanchi degli inganni».
Qual è stato il suo primo successo?
«Ricordo ancora, fu il 20 febbraio del 2011. Cominciai ad aiutare la piattaforma Guttenplag Wiki (ndr: era sorta per il sospetto che Guttenberg avesse copiato): ho offerto il mio aiuto, e mi sono bastati 45 secondi: ho scoperto un plagio nella tesi di dottorato di Guttenberg, a pagina 38. Le università stesse erano sorprese, non se lo immaginavano. Ecco, così sono diventato cacciatore di copioni».
E com’è andata avanti?
«Ho cominciato con il sito VroniPlag. Solo tra i politici all’inizio scoprivamo un caso di sospetto plagio ogni settimana. Quando abbiamo cominciato a denunciare i casi agli atenei di Tubinga, Heidelberg, Bonn, VroniPlag è diventato un sito quasi istituzionale. A Heidelberg ho scoperto il caso dell’eurodeputata liberale Silvana Koch-Mehrin».
E con il caso Schavan, l’ultimo, com’è andata?
«Da quando se ne è cominciato a parlare, ai primi sospetti, Bild mi ha chiamato subito. Ho ricercato su Schavan, sono arrivato rapidamente alla conclusione che il suo plagio era chiaro, e sistematico. Ho scoperto che non solo nella tesi di dottorato ma anche in libri venduti sul mercato editoriale fino al 2002 aveva copiato. Era chiara la sua violazione delle regole per la promozione al dottorato. Sono stato il primo a chiedere la revoca del suo dottorato e le sue dimissioni».
Come lavora, con quali metodi e strumenti di ricerca scova i copioni?
«È un lavoro difficile, devi saperlo dare. Esistono speciali software che sono preziosi per aiutarci, ma col software si svolge il 10% circa del lavoro. Il resto devi svolgerlo quasi come un amanuense, confrontando le tesi di dottorato “sospette” con testi sul tema usciti prima».
Che cosa rischiano i politici colti in flagrante?
«Non rischiano cause penali, solo la perdita del dottorato universitario. Che però colpisce la loro immagine, almeno in questo paese un dottorato è preso sul serio e si esige un lavoro serio, non scopiazzato. Se hai il titolo di dottore devi averlo conseguito onestamente. Poi ci sono, certo, le conseguenze politiche, le dimissioni, che un’idea di etica formalmente rigorosa impone. Non rischiano molto di più, le multe non sono così salate».
E i suoi prossimi obiettivi?
«Adesso, con l’aiuto di un esperto, sto cercando di studiare il lavoro di dottorato della cancelliera Angela Merkel, ma ci vorrà un lavoro lungo prima di dire se troveremo qualcosa o no».
Ma se lavora a pagamento, su commissione, da chi riceve commissioni, chi paga per le sue indagini?
«Dipende. Professori universitari che sospettano plagi di studenti, oppure, non posso escluderlo, prestanome che agiscono chiedendo per conto d’altri un’indagine su un politico. Certe volte dietro di loro ci sono rivali politici, altre volte magari rivali interni nello stesso partito del presunto plagiatore».
Il suo lavoro è imparziale o di parte?
«Non lavoro mai a senso unico. In politica, personalmente, sono nella lista dei Pirati alle politiche di settembre, ma è una scelta separata dalla mia caccia ai plagi. Riportare una morale severa nella vita politica è difficile ovunque. Eppure con la nostra iniziativa e l’appoggio di Twitter e Facebook abbiamo raggiunto un grande consenso. Mi sento solo un attivista in campo per difendere la democrazia e darle nuovi strumenti, nuova forza, nuovi contenuti».

giovedì 20 dicembre 2012

Un identikit tutto digitale: l'ultima sfida dei Mad Men


Le campagne pubblicitarie organizzate con l'aiuto di matematici. 
Obiettivo: indurre all'acquisto senza vedere in faccia il cliente. 

Il messaggio ora viene personalizzato dal marketing: così lo si invia alla persona giusta nel momento giusto

ENRICO FRANCESCHINI

"La Repubblica", 19 dicembre 2012

LONDRA - Mentre cercate qualcosa su Google, comprate qualcosa su Amazon, postate qualcosa su Facebook, qualcuno vi spia: ma non è un essere umano, è un algoritmo. E non vuole farvi del male, almeno non direttamente, vuole soltanto conoscervi meglio, per vendervi qualcosa. Come è già accaduto nel mondo della finanza, ora computer e sistemi automatizzati stanno sostituendo gli uomini anche nella pubblicità. Formule matematiche, banche dati e programmi computerizzati sono le armi dei nuovi "Mad Men", una generazione di esperti di marketing che non potrebbero essere più diversi dai loro predecessori della Madison Avenue (da cui viene il titolo del popolare serial televisivo) degli anni '50, la strada newyorchese delle agenzie pubblicitarie, simbolo di tutta l'industria del settore.
Quelli erano gli specialisti del "three-Martini lunch", il pranzo generosamente innaffiato da cocktail ad alta gradazione alcolica, un tempo ritenuto il modo migliore per mettere in contatto un pubblicitario e un cliente. 
I loro pronipoti odierni sono scienziati, docenti di matematica, ex-analisti di Wall Street e della City, che setacciano il web a caccia di informazioni sui consumatori, le traducono in sofisticati algoritmi e con questi programmano le campagne di compravendita. Lo studio scientifico del mercato pubblicitario, naturalmente, non è una scienza nuova: esiste perlomeno dal 1957, quando il giornalista Vance Packard scrisse un libro diventato famoso, "I persuasori occulti" (ancora ristampato e studiato), rivelando il subdolo potere del marketing. Da allora è diventato una disciplina sempre più raffinata e complessa, utilizzata per vendere di tutto, dal dentifricio alla Casa Bianca. Ma oggi la rivoluzione digitale ha fatto compiere al marketing un gigantesco balzo in avanti, trasformando l'industria pubblicitaria in un veicolo che aspira sostanzialmente all'onniscienza, all'infallibilità. "Con l'obiettivo di personalizzare il messaggio giusto alla persona giusta al momento giusto", riassume il Financial Times in un'inchiesta sul fenomeno.
Il nuovo persuasore occulto è un pubblicitario come l'anglocinese 35enne Becky Wang, ex analista finanziaria, ora direttrice di Droga5, società specializzata nello scoprire tendenze nei comportamenti umani e trasformale in idee per inserzioni. Nella pubblicità vecchia maniera, pre-era digitale, l'agenzia e il cliente si incontravano faccia a faccia, i prezzi delle inserzioni erano determinate dalla tiratura di un giornale o dall'audience radiotelevisiva, e l'inserzionista pagava per la diffusione potenziale su un pubblico collettivo. Nella pubblicità dell'era digitale l'intero procedimento è guidato da algoritmi computerizzati, le inserzioni hanno come target dei consumatori specifici il cui identikit viene costruito attraverso banche dati, e il prezzo dell'inserzione dipende dal valore di ogni singolo consumatore.
Funziona così: un consumatore visita un sito su cui appaiono finestre pubblicitarie. Il sito trasmette il profilo anonimo del consumatore a un potenziale cliente. Il cliente collega il profilo con le informazioni già in suo possesso, poi fa un'offerta al sito per mettere un'inserzione. L'offerta più alta ottiene una finestra pubblicitaria, che può essere personalizzata e modificata in tempo reale. Il cliente saprà quanti consumatori l'hanno guardata e perfino chi sono. La verifica è immediata.
Caso tipico: un'azienda di prodotti per barbecue è adesso in grado di piazzare messaggi pubblicitari soltanto in luoghi a non più di 10 chilometri di distanza da un negozio dove sono in vendita i suoi prodotti e soltanto prima dei week-end in cui è previsto il sole, condizione ideale per una grigliata. Altro esempio: un'azienda farmaceutica reclamizza i suoi medicinali per la prevenzione delle malattie da raffreddamento soltanto nelle zone in cui ci sono state e si prevede che stiano per ripetersi epidemie di influenza. 
Meno difficile di quanto sembri: Interpublic Mediabrand, società di analisi pubblicitarie, raccoglie sul web trilioni di dati ogni anno e ha bisogno di 1 milione di gigabyte per archiviarli (per l'intero testo dell'enciclopedia online Wikipedia in tutte le lingue bastano 100 gigabyte). Il difficile è trarre le informazioni significative da questa immensa mole di dati. E il problema morale è lo stesso posto nel '57 dal libro di Packard: fino a che punto può spingersi l'invasione della privacy, per persuaderci a fare shopping? Di domande, i vecchi del mestiere, ne pongono anche un'altra: gli algoritmi avranno la stessa creatività degli esseri umani? Troveranno slogan altrettanto geniali di quelli inventati dai "Mad Men" di una volta, magari durante un three-Martini lunch?

domenica 16 dicembre 2012

This Land is My Land


Questi assassini seriali tirano sempre sui giovani

Un’ombra sul sogno americano 
L’odio omicida per gli innocenti

Antonio Scurati

"La Stampa", 16 dicembre 2012

Virginia Tech, 2007 Lo studente Cho Seung-hui uccide 27 ragazzi e 5 professori.Fra le sparatorie. riesce a mandare testi e immagini alla Nbc, poi si uccide
Columbine high school, ’99 Eric Harris e Dylan Klebold, due studenti, uccidono 12 compagni e un insegnante e feriscono altre 24 persone, poi si suicidano
Cinema di Aurora, 2012 James Eagon Holmes si traveste da Joker, entra nella multisala dove proiettano la prima di Batman, spara con una Glock: dodici morti
Amish school, 2006 Il 32enne Charles Carl Roberts fa irruzione in una scuola Amish in un villaggio della Pennsylvania e uccide 5 bimbe fra i 6 e 13 anni, poi si uccide

Una scuola elementare a Newton. Un centro commerciale in Oregon. Un luogo di culto in Wisconsin. Un cinema in Colorado. Infinite strade in posti come Chicago e Philadelphia». Sembrano i versi di This Land is My Land, la canzone con cui Woody Guthrie celebrava negli Anni Quaranta l’America delle libertà passandone in rassegna le meraviglie e le vastità geografiche. E sono invece le parole con cui ieri il presidente Obama ha elencato gli ultimi episodi simili alla strage di Newton, Connecticut, accaduti di recente in un’America terrorizzata. Gli fa eco il New York Times, dalle cui colonne apprendiamo che 26 persone, tra le quali 20 bambini, assommano alla «settima strage più violenta», come se si trattasse della classifica di un «Campionato della Morte», ha osservato ieri su queste stesse pagine Gianni Riotta.
E sono effettivamente questi i due aspetti che più sgomentano di questa ennesima strage d’innocenti: il fatto che colpisca alla cieca l’infanzia, che spari nel mucchio dell’età acerba, e il fatto che sia ennesima. Violenza di massa, indistinta, casuale eppure mirata contro l’innocenza. Violenza inaudita, incomparabile, senza paragoni eppure seriale, ricorsiva, già nota. La serialità, una delle caratteristiche prevalenti nella vita tardomoderna - che abbraccia quasi tutto il nostro mondo nuovo dalle modalità della narrazione a quella della trasmissione informatica - non risparmia nemmeno la violenza stragista rendendo quella vita impossibile. Perfino in tempo di guerra diviene inconcepibile vivere sotto la minaccia costante della strage seriale di massa di innocenti, figuriamoci poi in tempo di pace. E invece è proprio così che, prima negli Stati Uniti e poi nel resto dell’Occidente, ci stiamo abituando a vivere da quando è iniziato il millennio.
Ci sono date che spostano in avanti le lancette della storia su di un quadrante di sangue. Il 20 aprile 1999 fu una di quelle date. Quel giorno, a Columbine, una sperduta località del Colorado, Eric Harris e Dulan Klebold, due ignoti teenager dell’America profonda, entrarono nella loro anonima high school di provincia armati come due commando, ne attraversarono indisturbati i corridoi bordati di armadietti metallici, raggiunsero la sala mensa preceduti da ondate di panico, quindi aprirono il fuoco uccidendo dodici compagni e un professore prima di togliersi la vita. Le immagini della strage, registrate implacabilmente dalle videocamere di sorveglianza, fecero immediatamente il giro del mondo.
Da quel momento i rapporti tra le generazioni non furono più gli stessi. I genitori cominciarono a osservare i figli con lo sguardo scrutatore della sindrome paranoica, gli insegnanti cominciarono a osservare gli studenti con occhio clinico, l’occhio rivolto a diagnosticare la mania omicida.
Sul momento si pensò, si sperò, che si trattasse di un evento unico e irripetibile, l’evento che produce da sé la propria drammaturgia e squarcia la catena degli antecedenti e dei conseguenti. Ci trovavamo, invece, di fronte all’inizio di una serie storica, alla quale avremmo ogni volta dovuto ricondurre ogni nuova strage compiuta da liceali contro i propri simili o da adulti che, ripetendo i gesti dei loro predecessori con una perseveranza autenticamente diabolica, avrebbero ancora e ancora martoriato la speranza sparando alla cieca in asili, scuole, università e campi estivi. Si apriva allora - e siamo costretti ad apprenderlo oggi - una nuova epoca. Il XIX secolo ci aveva mostrato gli effetti dell’odio tra le nazioni, il XX quello dell’odio tra le classi, il XXI si apriva con le tragedie dell’odio stragista di un individuo contro una classe scolastica, contro l’embrione della comunità a lui più prossima e, dunque, contro un’intera nazione. Questo tipo d’odio psicotico e pronto per l’uso era l’equivalente ideologico del lanciarazzi portatile, della bomba atomica utilizzabile come arma da spalla. Ci avrebbe condannati a reggere l’urto dell’individualismo applicato al campo della distruzione di massa.
L’ex studente che abbatte diciassette persone in una scuola tecnica del Baden-Wuerttemberg, lo xenofobo delirante che semina morte in un meeting camp nei dintorni di Oslo, le vite falciate nel cortile di una scuola ebraica di Tolosa, le 33 morti disseminate nelle diverse aree del grande complesso universitario del Virginia Tech di Blacksburg, la bomba che esplode all’ingresso dell’istituto per i servizi sociali, il turismo e la moda Francesca Laura Morvillo Falcone a Mesagne di Brindisi…
Potremmo continuare a lungo. Sono solo alcune delle strofe di una interminabile trenodia, una corale, monotona, straziata lamentazione funebre ogni volta ripresa, ogni volta incompleta.
Per interromperla, non potendo interrompere il male che lamenta, chiudiamo pronunciando il nome di Dawn Hochsprung, 47 anni, preside di scuola. Sentiti gli spari, invece di ripararsi, ebbe il coraggio, la prontezza e la grazia di accendere il megafono per dare l’allarme prima di uscire nel corridoio e cadere sotto i colpi del killer.

Se gli assassini siamo noi

Adam Gopnik

"La Repubblica",  16 dicembre 2012


DOPO il massacro della Virginia Tech del 2007 avevo scritto dell’immagine insondabile dei cellulari che squillavano nelle tasche dei ragazzi uccisi, e dei genitori che cercavano disperatamente di raggiungerli.
E avevo detto (come tanti altri) che sarebbe andata avanti così, se nessuno avesse fatto qualcosa, con queste modalità e con questa gravità che sono un’esclusiva del nostro Paese, caso unico fra tutti i Paesi ricchi, industrializzati e cosiddetti civilizzati del mondo. Avevo detto che ci sarebbe stato sicuramente un altro episodio come quello.
E c’è stato, anzi ce ne sono stati molti altri, e quando c’è stato il più recente e il più grave, ad Aurora il massacro alla proiezione del film di Batman, io (e molti altri) abbiamo detto, questa volta con i toni della disperazione, che nulla era cambiato. E io (e molti altri) abbiamo predetto che sarebbe successo di nuovo, e presto. E che ancora una volta le stesse voci malate avrebbero detto, «Oh, ma questo non ha niente a che fare con le leggi sulle armi o l’abuso del Secondo Emendamento, si tratta solo di qualche pazzo furioso», categoria di cui l’America, per qualche ragione, sembra particolarmente fornita.
E ora è successo di nuovo, bang, puntuale come un orologio, potremmo dire: venti bambini morti, bambini delle elementari, in una scuola di una ricca cittadina del Connecticut. E una madre che urla. E venti famiglie che si sentono dire che il loro bambino è morto. Dopo la strage di Aurora, ho sostenuto alcuni dibattiti con esponenti della lobby degli assassini di bambini — scusate, volevo dire la lobby delle armi — e tutti, senza eccezioni e con una veemenza folle, hanno ripetuto le stesse vecchie menzogne: sono cose che succedono negli Stati Uniti con la stessa frequenza che in altri Paesi (non è vero); sono più le persone protette dalle armi che le persone ammazzate dalle armi (non è vero, è una fandonia costruita ad arte); sono le persone, non le armi, che uccidono la gente; e tutte le altre menzogne perverse che individui che non possono essere definiti in altro modo che complici consapevoli di omicidi continuano a ripetere, individui che a modo loro sono altrettanto pazzi e malati degli assassini che difendono. (E il fatto che spesso siano le stesse persone che ostentano sdegno per la perdita di un solo singolo embrione non fa che rendere ancora più folle questa follia.) E allora esponiamo una volta di più i fatti puri e semplici, perché non possano esserci equivoci: massacri con armi da fuoco ce ne sono stati tanti, in tanti Paesi, e in tutti gli altri Paesi, a seguito della tragedia e della tragica consapevolezza che quell’episodio aveva suscitato fra i cittadini, le leggi sul possesso di armi da fuoco sono state rese più rigide. In tutti gli altri Paesi, come conseguenza di questo fatto, i massacri con armi da fuoco sono diventati rari. Solo in America i massacri con armi da fuoco, spessissimo di bambini e ragazzi, si verificano con ripugnante regolarità, e si verificano con ripugnante regolarità a causa della ripugnante regolarità con cui ci si può procurare un’arma da fuoco.
Le persone che si battono, e fanno pressioni, e fanno leggi affinché ci si possa procurare armi da fuoco con regolarità sono complici nell’omicidio di questi bambini. Hanno fatto una scelta morale chiara: il comfort e la rassicurazione emotiva che ricavano dal possesso di armi da fuoco è un valore supremo, più importante degli omicidi ricorrenti di bambini innocenti. Qualunque soddisfazione i proprietari di armi da fuoco ricavino dalle loro armi — sappiamo per certo che non hanno nessun valore cautelativo — è più importante della vita dei bambini. Bisogna riconoscerglielo: la vita è fatta di scelte morali, e questa è una scelta morale, molto chiara.
Tutto questo è una verità pura e semplice, riconosciuta in tutto il mondo. A un certo punto, questa verità forse diventerà così sanguinosamente evidente che la capiremo anche noi. Nel frattempo, rallegratevi di vivere nella capitale dei massacri-di-bambini-con-armi- da-fuoco dell’universo conosciuto.
© L’autore, firma del New Yorker, è uno scrittore, tra i suoi libri “Una casa a New York” uscito per Guanda (Traduzione di Fabio Galimberti)