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lunedì 2 dicembre 2013

Una certa mappa del mondo

The Hereford 'Mappa Mundi'




Così l'uomo disegnò la Terra 


Alessandro Baricco

“La Repubblica”, 2 dicembre 2013


Alla fine, nel gran rimescolio di carte, rimangono alcuni gesti di intatta bellezza, e per me uno è chinarsi su una mappa e guardarla, leggerla, viaggiarla con la mente. Immagino ci sia qualcosa di infantile, in una simile predilezione. Ma anche la passione per qualsiasi tentativo di mettere in ordine il mondo avrà la sua parte. 
E certo la bellezza pura, puramente estetica, di molte mappe, basterebbe a motivare il tutto. Come che sia, guardare mappe, carte geografiche o mappamondi è un gesto incantevole, e quindi risulta tremendamente sciocco perdersi questo libro che si intitola La storia del mondo in dodici mappe (da poco pubblicato in Italia da Feltrinelli). L'ha scritto un accademico inglese (Jerry Brotton) con un'erudizione spettacolare e con quella prosa splendidamente piana che riesce ai divulgatori anglosassoni. In effetti, solo standosene lì a godersi da vicino carte geografiche e mappamondi, quel che ottiene è risalire il corso del mondo: dalla mappe in pietra dei Babilonesi (700 avanti Cristo), a Google Earth (sarebbe il geniale sistema con cui cercate sul computer dove cavolo è l'outlet che vende le borse Fendi a una miseria). 
Se pensate che ricostruire la storia del mondo a partire dalle carte geografiche sia arrogante e snob e in definitiva inutile almeno quanto cercare di spiegare la vostra vita attraverso le scarpe che avete comprato, state formulando un pensiero idiota, ma anche lo stesso pensiero che, prendendo il libro in mano, avevo pensato io. Poi Brotton mi ha spiegato bene. La cosa che è utile ricordare è che le carte geografiche sono impossibili. Sarò più chiaro: è matematicamente impossibile proiettare il globo su una superficie piana. Lo puoi fare, è ovvio, ma quello che ottieni non è la realtà: è una delle rappresentazioni possibili della realtà. 
Prendete la carta del mondo appesa a scuola, quella che ogni giorno vostro figlio di sette anni si stampa in mente: come mai l'Europa è al centro? Perché il Nord è sopra e il Sud è sotto? E soprattutto: gliel'avete detto al figlio che le proporzioni sono sballate, e l'Africa è molto più grande di così? Di fatto, la proiezione grafica del globo a cui siamo abituati è una delle tante possibili, e sicuramente non la più precisa. 
Capite che se le cose stanno in questo modo, la cartografia è una fantastica procedura in cui la precisione scientifica convive con la fantasia più giuliva. È un'arte che oscilla tra l'algoritmo e il quadro. In quell'oscillazione, per secoli, ha raccolto le ossessioni del mondo. Prima ancora di entrare nei dettagli, già solo l'orientamento delle mappe racconta molte cose. Adesso siamo abituati a queste carte con il Nord in alto, ma, per lungo tempo, i cartografi cristiani mettevano in alto l'Est: avevano ereditato il culto del sole dalle religioni pagane e ne avevano dedotto che il Paradiso terrestre era nella direzione dell'aurora: quindi Est in alto (la stessa parola orientamento è figlia di quel modo di vedere le cose: nel caso vi foste mai chiesti perché non diciamo settentrionamento...). Ma molte mappe fatte da cartografi musulmani sono girate con il Sud in alto: era, per molti di loro, la direzione della Mecca. Le antiche mappe cinesi sembrano modernissime perché hanno in effetti il Nord in alto, ma era un caso: in realtà il Nord era la direzione verso cui guardavano i sudditi quando rivolgevano lo sguardo all'Imperatore. Quanto all'Ovest, ho una cosa da comunicare: non c'è una sola mappa, nella storia delle mappe, che sia orientata con l'Ovest in alto: pensate il terrore che abbiamo del tramonto, di qualsiasi tramonto. 
Nella sconfinata messe di mappe che abbiamo ereditato da secoli di esattezza e fantasia, Brotton ha scelto dodici esempi totemici, e alla fine, spiegandone la genesi, si è ritrovato in effetti a raccontare se non proprio tutta la storia del mondo, certo una sua parte considerevole. Una volta è la Sicilia dei Normanni un'altra la Francia della Rivoluzione, un'altra ancora l'Europa degli anni Settanta. Tra le righe di mappe disegnate in modo sublime e stampate con tecniche sofisticatissime, passano immani scontri di potere tra gli imperi, si annidano affascinanti sfide filosofiche, scivolano micidiali persecuzioni religiose, diventa visibile la follia del colonialismo. Di volta in volta, questi piccoli uomini detti cartografi consegnano ai potenti l'immagine del mondo, e lo fanno mettendo insieme sublimi strafalcioni e intuizioni di inspiegabile esattezza. Lavoravano alle loro creature (fossero carte o mappamondi) con la cura dell'artigiano, la furbizia del mercante, il cinismo del pubblicitario e la solitudine degli artisti. Quasi in modo involontario, ottenevano spesso bellezza—una forma di struggente bellezza, fatta di cartigli, colori, caratteri tipografici, decorazioni, simboli, forme incantevoli. 
Quando potevano lavoravano su dati reali, provenienti da viaggi avventurosi o snervanti misurazioni del territorio. Molto spesso si trovavano a lavorare sul sentito dire. Non di rado disegnavano sogni. Così facendo registravano l'imperturbabile tendenza dell'umano a fare simultaneamente due gesti, il misurare e l'inventare, che in teoria dovrebbe essere antitetici: se hai una terra che è tua, o la misuri o te la inventi come ti va. Loro spesso misuravano ciò che si inventavano. Che incantevole capacità di fondere esattezza e immaginazione. Dobbiamo a Brotton la possibilità di impararne le tecniche segrete, le ragioni ultime e le infinite particolarità curiose: il fatto che ce la porga senza essere pedante o vacuamente romanzesco, rende il suo libro un esempio significativo di come il sapere possa essere semplice tranquillità, pacata sicurezza e composta passione. 

GALLERIA FOTOGRAFICA: CLICCA QUI
BBC News meet the author


domenica 15 settembre 2013

LA NUOVA GEOGRAFIA NON SI STUDIA PIÙ SU UN MAPPAMONDO


Giulio Azzolini 

                                              "La Repubblica", 2 settembre 2013


«La Terra è una sfera. Ecco perché tutto, prima o poi, ritorna». Mentre parla di geografia, Franco Farinelli è ellittico, salta con naturalezza dai concetti alle immagini, strofina l' astratto sul concreto. Sceglie le parole come pedine, muovendole su un campo da gioco che coinvolge qualunque disciplina, «perché in Occidente», dice, «la forma archetipica del sapere non è la filosofia, ma la geografia». Di certo, negli ultimi tempi questa gode di ottima salute. Sintomatico il quarto congresso delle Società geografiche europee, che si terrà a Roma da giovedì a sabato: oltre 450 iniziative per discutere sul futuro dell' Europa. Un convegno non fa primavera, ma stavolta rivela un fenomeno generale. E paradossale. Se in Italia l' insegnamento della geografia va scomparendo persino dagli istituti nautici, esso vive una nuova giovinezza nei più prestigiosi campus anglosassoni e nelle rinnovate accademie cinesi. 

Professore, la geografia è tornata di moda. Prima la geopolitica, poi la geofilosofia, oggi la geocritica colonizza gli studi letterari. Che cosa sta succedendo? 
«Il fenomeno non è passeggero, perché le cause sono profonde. È il funzionamento del mondo a imporre la rinascita della geografia. Finché lo Stato nazionale bastava a se stesso e poteva proteggere l' economia interna da quella internazionale, la geografia era cristallizzata nel suo prodotto più celebre: la mappa. Ancora oggi a scuola, con tanto di cartine appese alle pareti, si spiega agli studenti che la geografia insegna loro dove stanno. Ma questa non è geografia». 

Credevamo di conoscere la geografia e, invece, abbiamo imparato la cartografia? «Esattamente. La cartografia, per meglio dire, riflette un' anima della geografia. La più antica, perché nasce con Eratostene nel III secolo a. C. e viene codificata circa cinquecento anni dopo dall' ultimo dei sapienti antichi, l' egiziano Tolomeo. Ma la geografia possiede anche una seconda e più nascosta anima, che risale allo stoico Strabone, a Roma nel passaggio dalla Repubblica all' Impero. La geografia di Straboneè precisamente la critica della cartografia, è la ribellione alla riduzione del mondo a una mappa. Queste due anime si sono sempre intrecciate nel corso della storia. Dopo la Seconda guerra mondiale, però, la geografia sembrava finita. Al punto che nel 1963 Waldo Tobler pretende di formularne le leggi universali, la prima delle quali recita: più due enti sono vicini, più l' interazione è forte». 

E poi? 
«Nel 1969, mentre tutti stanno col naso all' insù per contemplare lo sbarco sulla Luna, due computer iniziano a dialogare. Nasce la rete, il dispositivo da cui oggi dipende il funzionamento del mondo. E nella rete spazio e tempo non contano quasi più nulla. L' economia è globale e agisce istantaneamente come un tutt'uno, stringendo interazioni fortissime tra persone, nazioni, territori molto lontani. L' attuale rinascita del sapere geografico, dunque, non è che il risvolto della crisi della ragione cartografica. La rivincita di Strabone su Tolomeo». 

Perché l' Italia è rimasta ai margini di questo processo? 
«La litania sulla cattiva influenza dell' idealismo crociano è patetica. Le radici sono molto più lontane. Tra il Quattrocento e il Seicento nella penisola italiana si concentrava il più grande numero di carte e di modelli del mondo. L' Italia produceva ed esercitava il massimo dell' intelligence planetaria. Negli archivi e nelle biblioteche di Roma, Venezia, Genova, Firenze, era custodito un patrimonio senza rivali, parallelo alla straordinaria ricchezza di capitali custodita dai mercanti italiani. Ma nel 1681, inizio simbolico della nostra decadenza, è costretto a emigrare Vincenzo Coronelli, l' ultimo rappresentante della grande tradizione cosmografica italiana: la sua Venezia non poteva ormai competere con la corte del Re Sole a Versailles, teatro perfetto per la costruzione dei suoi grandi globi. Da quel momento, il sapere cartografico e il suo nemico-amico, il sapere geografico, non torneranno più al di qua delle Alpi». 

Mai dire mai, però. In fondo, lo diceva Lei, la Terra è una sfera... 
«Badi che l' idea di progresso ha un fondamento cartografico. Se la Terra è una gigantesca e infinita tavola, le cose che oltrepassiamo rimarranno dietro di noi per sempre. Se invece - come oggi la globalizzazione obbliga a riconoscere- ci muoviamo sulla superficie di un globo, cioè intorno a una sfera, allora tutte le cose che credevamo superate, prima o poi, ritorneranno fatalmente di fronte a noi». 

Anche la geografia? 
«Anche».

lunedì 22 luglio 2013

Turismo letterario: il giro del mondo in 80 noir


Una mappa interattiva a cura di Luca Crovi e Oliviero Ponte di Pino. CLICCA QUI.



Geografia del giallo: infografica. CLICCA QUI.



Il Mediterraneo è un mare nero

Maurizio De Giovanni

"La Lettura - Corriere della Sera", 21 luglio 2013

C’è qualcosa, nel mare. Qualcosa di oscuro.
Non mi riferisco alle chiazze di carburante lasciate dalle petroliere, né agli scarichi inquinanti delle fabbriche e degli antiquati impianti fognari: qui si discute di narrativa, e specificamente di narrativa nera.
Il mare e la narrativa nera sembrano fatti l’uno per l’altra. Il mare è fatto di vicoli, di cattiva illuminazione, di stradine tagliate ametà dalla luce del sole; di aria appestata da pesce e alghe in decomposizione, dal sapore di legno umido e ammuffito; dal rumore equivoco delle onde sulla scogliera, dalle grida di gabbiani a caccia di topi, da una massa buia nella notte, in perenne oscuro movimento. Il mare è un obbligo, un richiamo: conosciuto e sempre ignoto.
Il romanzo nero, da parte sua, è l’indagine della parte buia; è lo spauracchio della violenza, il fantasma della propria rabbia che il lettore vede emergere da una storia altrui, che potrebbe benissimo essere la sua. È il fascino dell’altro da sé, lontano eppure così vicino da essere sovrapposto. È il mistero dell’eroe oscuro, e delle vicende che comunque vadano a finire non finiscono mai.
Eppure la violenza non è certo lesinata dalla cronaca; di questi tempi la realtà offre avvenimenti che sono più efferati e illogici di quelli che si trovano nei romanzi. Possibile che la gente non sia stanca, e che cerchi anche nella fiction le stesse cose che trova nei giornali e in tv? Possibile, evidentemente. Possibile che il pubblico non voglia abbellimenti, possibile che per completare il processo di immedesimazione che la lettura richiede abbia bisogno di storie che sembrino vere, che ti gettino in fretta in un contesto così simile al tuo da farti sentire protagonista della vicenda che raccontano. D’altra parte cos’è un libro, se non un biglietto per un viaggio? Per una passeggiata in un altro posto, in un altro tempo, che consenta di andare altrove senza muoversi, di sentire altre passioni e altre emozioni?
Il romanzo nero, perciò, costituisce il più veloce dei viaggi: dipingendo una realtà assolutamente verosimile, proponendo il lato oscuro dell’animo umano senza cercare di immaginare rassicuranti catarsi. Una storia nera non finisce bene, almeno non necessariamente: il lettore non sa mai come si chiuderà e spesso, come accade nella realtà, la conclusione prelude a un nuovo inizio e riserva brutte sorprese.
In questo contesto si può tentare di ritrovare alcune atmosfere comuni, elementi di somiglianza tra gli autori più amati di un genere che per sua natura è polifonico e incline alla ricerca a volte ossessiva dell’originalità. Uno di questi elementi è, forse, proprio il mare. La costruzione di una realtà verosimile, un cardine della narrativa nera, parte dall’ambientazione. Strade, suoni, aria, clima: un vento insistente, profumi di cucina, morbide musiche e canzoni dolenti, notti calde o gelide. Descrizioni necessarie di un contenitore che conserva e orienta la storia che viene raccontata. I paesaggi innevati e la natura ostile del grande Nord sono un elemento costitutivo della narrativa svedese, islandese e norvegese e determinano un aspetto non certo secondario del fascino che gli autori di quelle lande mantengono, e del loro successo. Si può dire lo stesso del nostro Mediterraneo, per restare nel Vecchio Continente?
Il nuovo romanzo nero europeo ha molti padri; tra essi devono essere certamente annoverati Manuel Vázquez Montalbán e Jean-Claude Izzo. È con loro che il genere giunge in riva al mare, abbandonando le nebbie oscure della Parigi di Simenon e della Londra gotica e l’illusoriamente tranquilla campagna inglese della Christie; e il nero assume nuove sfumature, immergendosi negli odori e nelle luci abbaglianti di Marsiglia e Barcellona.
Pepe Carvalho, l’investigatore privato che percorre le ramblas tenendo per mano il suo creatore Vázquez Montalbán, è così intimamente connesso con la propria realtà da risultare ormai una vera e propria risorsa turistica di Barcellona. La progressiva immedesimazione dello scrittore col personaggio, evidente fin dal principio con la corrispondenza della data di nascita immediatamente successiva alla fine della guerra civile e con la detenzione per antifranchismo, raggiunge l’estremo con la previsione della morte dell’autore stesso (Pepe Carvalho, l’addio, del 2003, anno della morte di Vázquez Montalbán). I romanzi con Carvalho protagonista si connettono intimamente con la città attraverso molti canali, primo fra tutti la gastronomia: passeggiamo con il fantastico Biscuter, cuoco e aiutante del detective, per botteghe e mercati di una Barcellona magmatica e sotterranea, in perpetuo movimento portuale, coi traffici impliciti ed espliciti tipici delle città di mare. Il piatto che delizierà Carvalho non è uno strumento narrativo, e nemmeno una nota di colore: è una precisa finalità, la conclusione di un processo che corrisponde alla costruzione di un’ambientazione assolutamente indistinguibile dalla storia stessa.
Così come connaturata alla storia è la Barcellona nera di Alicia Giménez-Bartlett e della sua Petra Delicado, ispettrice di polizia il cui nome stesso è un ossimoro e rappresenta la duplicità della sua natura, e della città che percorre. Una città femmina, accogliente e misteriosa, mai univocamente interpretabile, bellissima e infida; piena di contraddizioni che la stessa autrice, castigliana della Mancia, sembra indagare, romanzo dopo romanzo, con il proprio personaggio, attraverso storie che propongono una perenne dialettica tra l’evoluzione del crimine e quella dell’educazione sentimentale della protagonista. E il mare, col suo movimento, il suo rumore e le attività che sostiene, ne è la costante colonna sonora.
Lo stesso mare che bagna Marsiglia, palcoscenico delle storie di Izzo e soprattutto vero e proprio personaggio principale della trilogia che ha come protagonista Fabio Montale. La narrazione di Izzo, partecipe e accorata in ogni singolo rigo, è tra le più poetiche e delicate del genere e propone l’autore come uno scrittore tout court, narratore di razza che non ha mai difficoltà a immergere il lettore in un paesaggio e in una vicenda lasciandolo con un senso di straniamento al termine della lettura, attanagliato da un’inspiegabile nostalgia per qualcosa che rimane comunque irrisolto, come dev’essere in una storia nera che si rispetti. Il crimine non viene mai sanato, e Izzo lo sa più di chiunque altro: la ferita sociale non può che essere mal ricucita, e lascerà un’orribile cicatrice in ricordo del male dal quale è nata. Il secondo romanzo della trilogia di Montale, Chourmo (Ciurma), descrive il cuore di Marsiglia (che non a caso è il sottotitolo) meglio di ogni altro. La compresenza della prima e della terza persona conferisce al romanzo una pluralità di punti d’osservazione che lo rende corale, profondo, mobile come il mare; e dal mare, che ospita le riflessioni di un protagonista che passa il proprio tempo a pescare, viene la storia stessa, introducendo una tematica che è diventata una costante della narrativa mediterranea: i flussi migratori.
In Izzo prima e in moltissimi autori successivamente, il confronto tra culture diverse, il differente peso della religione, dell’onore, dell’orgoglio, le necessità economiche, il degrado e la povertà, il fantasma dei campi profughi, sono spesso all’origine dei crimini sui quali gli investigatori sono chiamati a indagare; così l’indagine, e i tortuosi percorsi all’interno del ventre delle città e dei sentimenti che si intrecciano fino a diventare una matassa inestricabile, sono anche il modo degli scrittori di analizzare la società. Il solo fatto di mettere certe situazioni al centro della storia diventa un giudizio di merito.
Non a caso è proprio Marsiglia la capitale del noir mediterraneo, fin dagli anni Settanta di Jean-Patrick Manchette: in bilico tra il Sud in rincorsa e il ricco Nord, diventa il territorio di una guerra interculturale prima ancora che economica. E lo stesso Massimo Carlotto ambienta a Marsiglia gran parte del suo Respiro corto, a dispetto del titolo un romanzo di respiro ampio e internazionale, dove i grandi interessi economici incontrano le terribili storie di degrado personale e sociale del nostro tempo. Il mare; lo stesso mare sul quale si affaccia, per venire al nostro Paese che è diventato un luogo «istituzionale» della narrativa nera mediterranea, la Genova di Bruno Morchio e del suo Bacci Pagano, investigatore sofferente e sensibilissimo che porta attraverso i carruggi della città vecchia uno sguardo apparentemente cinico e invece tormentato e dolente. E, con un salto di molti chilometri, l’avvocato Guerrieri di Gianrico Carofiglio, che con una scrittura raffinata e innovativa porta il legal thriller in casa nostra, adeguando il genere a mentalità e a modalità di dialogo calde e appassionate, lontane da quella freddezza procedurale e dai tecnicismi che caratterizzano i romanzi d’oltreoceano.
È come se la nostra narrativa sentisse la necessità del mare, l’essenza di un simbolo del disordine, dell’inaffidabile, del mobile e dell’incertezza, pur nella enorme diversità dei linguaggi: Marco Malvaldi, col suo irresistibile Bar-Lume, che fa molto sorridere emolto riflettere sulla piccola provincia partendo dal litorale pisano, impreziosito dalla pineta che dialoga ininterrottamente con le onde. E naturalmente il grande Andrea Camilleri, lo scrittore che ha dato inizio all’età dell’oro del romanzo di genere italiano, sdoganando una narrativa fino a lui ospitata, pur con grandissime eccezioni come Scerbanenco, Veraldi, Fruttero e Lucentini, negli scaffali nascosti delle librerie. L’autore siciliano, con la voce inconfondibile dall’immaginaria e assolata Vigata, ha una scrittura fatta di mare; quel mare nel quale il suo Montalbano va a nuotare per trovare e schiarire le idee, come se volesse, lui catanese in trasferta, ritrovare un liquido amniotico che è casa sua più di ogni altro luogo.
Mare che è anche isolamento, introspezione, tradizione di solitudine e talvolta di violenza, come testimoniato dalla narrativa sarda di Fois, Todde, Murgia, Niffoi. Mare che sa diventare una cortina impenetrabile, mare che copre luoghi mortalmente affascinanti e poco disponibili a essere compresi, mare che racconta nella propria lingua, senza porsi il problema di piacere a chi ascolta. Mare che diventa una necessità narrativa anche per chi non ce l’ha, come lo scrittore tedesco Veit Heinichen che fa adottare da Trieste il suo poliziotto salernitano Proteo Laurenti, che insieme ai delitti analizza la storia e la tradizione di un luogo che fa del vento e dell’acqua la propria identità.
Verso Oriente la scottante, violenta attualità dell’ateniese Petros Markaris, che con una narrazione vertiginosa e rapidissima in prima persona e al presente si serve del veicolo del commissario Kostas Charitos per squarciare il velo sugli effetti della crisi sul popolo e sulla nazione che hanno costruito la nostra cultura, e nei confronti dei quali costantemente dimentichiamo l’enorme tributo dovuto. Il caso di Markaris è paradossale: greco di padre armeno, ha studiato in Germania e scrive romanzi e saggi, oltre che nella lingua madre, in turco, tedesco, inglese e francese.
Il più europeo degli scrittori è anche quello che la congiuntura corre il rischio di estromettere dall’unità economica continentale. Nel suo ultimo romanzo, Resa dei conti, immagina appunto un gennaio 2014 in cui Spagna, Italia e Grecia devono tornare a peseta, lira e dracma perché espulse dall’euro; uno scenario drammaticamente realistico, in cui il crimine percorre come un demonio le strade di una città straziata da conflitti generazionali e manifestazioni di piazza, da una sopraggiunta condivisa povertà e dall’orgoglio ferito di una nazione che porta il peso della propria storia. La materia di un saggio di macroeconomia resa fruibile e incredibilmente interessante, riferita attraverso le storie delle persone, il loro sangue, la loro dannazione. Uno svelamento, attraverso il linguaggio quotidiano, di ciò che sta avvenendo di là dal nostro mare, a tiro di traghetto: e che ci può dire di noi stessi molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
La funzione del romanzo nero è del resto questa: raccontare in termini concreti, individuali e familiari la ricaduta sulla gente dei grandi disagi collettivi; e il mar Mediterraneo è teatro e tessuto connettivo dell’incontro tra popoli diversi. Un confronto, a volte scontro, frutto di un’astrazione politica ed economica che si chiama Europa e che di fatto è sempre più lontana da se stessa; ma che il mare ha raccontato, e continuerà a raccontare com’è, attraverso i suoi autori neri, senza alcun tributo all’etica e all’estetica.

giovedì 28 febbraio 2013

Ultima fermata Atlantide


Nel nuovo libro, 
Simon Garfield racconta abbagli e stranezze della cartografia fino a Google
Città e isole che non c'erano: tutt i gli errori delle mappe

GIULIANO ALUFFI

"La Repubblica", 27 febbraio 2013

Potevano sollevare montagne, spostare continenti, radere al suolo intere città o erigerle dal nulla in pochi secondi: il tutto senza nemmeno lasciare la scrivania. Erano i cartografi, razza
speciale d'uomini in bilico tra scienza ed arte, ormai estinti per far posto alle mappe digitali e al Gps. A raccontare le loro gesta più eclatanti è l'inglese Simon Garfield, giornalista per l'Independent e l'Observer, nel saggio On the Map: A Mind-expanding. Exploration ofthe Way the World Looks (Profile Books, pagg. 464, euro 17,74). 
«C'è un vero e proprio mondo parallelo al nostro, per certi versi immaginario - le sue fattezze mutano senza sosta - e per altri ancora più reale di quello in cui viviamo, perché espressione dei nostri desideri di conquista e di esplorazione», spiega Garfield a "Repubblica". «È il mondo delle mappe. Solo lì, una catena montuosa può apparire all'improvviso, esistere per un secolo e poi svanire in un batter d'occhio: successe così per le montagne di Kong». A inventarle fu nel 1798 l'inglese James Rennell, che pure era uno dei cartografi più abili dell'epoca nonché uno dei fondatori della Royal Geographical Society. La sua topica appare in due mappe allegate al più importante libro di viaggi del tempo: Viaggio all'intento dell'Africa dell'esploratore scozzese Mungo Park. Laddove Park raccontava di aver visto solo due o tre monti, Rennell li unì tutti insieme inventandosi una catena dall'attuale Costa d'Avorio alla Nigeria. «Dal 1798 al 1892 le montagne di Kong comparvero su almeno 40 mappe e nel 1804 il cartografo tedesco Johann Reinecke, con commovente eccesso di zelo, le illustrò in un atlante ricoprendone addirittura le cime di neve. A raderle al suolo, per così dire, fu l'ufficiale francese Louis-Gustave Binger: nel 1888, durante una missione di esplorazione del fiume Niger, semplicemente si accorse che non erano mai esistite» spiega Garfield. «Allo stesso modo, nel 1622, la California si staccò dal continente americano...». Non fu un cataclisma geologico, sia chiaro, ma una svista che si moltiplicò a dismisura. 
Gerard Mercator e Jodocus Hondius
Il responsabile fu il frate Antonio de la Ascensión, che ricordando (con qualche incertezza) un suo viaggio di vent'anni prima disegnò una mappa che ritraeva la California come un'isola. L'errore è riprodotto nel 1624 in una mappa olandese e nel 1625  il matematico Henry Briggs in un articolo accompagnato dalla mappa scrive della «grande e prosperosa isola di California». Da lì si propaga in centinaia di mappe. Fino a quando, nel 1747, Ferdinando VII di Spagna, in un decreto  regio sull'inesistenza del "Passaggio a Nord Ovest", sente il bisogno di ricordare a tutti: «La California non è un'isola». 
«L'infernale moltiplicazione degli errori era il frutto dell'antica abitudine dei cartografi di copiarsi tra loro» commenta Garfield. «D'altronde i luoghi fittizi, ma inseriti nelle mappe a bella posta, sono diventati col tempo uno strumento utile a smascherare i plagi. E lo sono ancora oggi». Ad esempio nel 2001 lo Ordnance Survey inglese ottenne 20 milioni di sterline dallaAutomobileAssodation che aveva copiato delle mappe riproducendo degli errori deliberatamente commessi dai  cartografi originali. In altri casi i luoghi inesistenti sono occasioni di sfogo per la vanità, come l'inesistente "Mount Richard" che apparve come appendice delle Montagne Rocciose negli anni Settanta, ma solo nelle mappe disegnate da Richard Ciacci. Oppure celano uno spirito goliardico. E il caso delle città fittizie di Goblu e Beatosu inserite nel 1978 nella  mappa ufficiale dello stato del Michigan da Peter Fletcher, presidente della State Highway Commission ed ex studente dell'Università del Michigan come
omaggio al motto «Go blue!» dei fan della squadra universitaria, e dileggio agli arcirivali della squadra della Ohio State University (OSU): «Beat osu!» («battete gli Osu!»).
Tale è il potere del cartografo, scienziato-artista che proprio  come gli scrittori ha sempre avuto il terrore degli spazi bianchi,  da riempire ad ogni costo per non tradire la propria insipienza o magari una certa avversione ad alzarsi dalla sedia per esplorare in prima persona. Soprattutto nel Medioevo, quando si ovviava alla penuria di informazioni su una regione sbizzarrendosi nell'illustrare miti e animali fantastici. 
L'esempio migliore è la Mappa Mundi di Hereford (Inghilterra), risalente al 1290. Racchiude tutta la storia mitologica come se accadesse contemporaneamente: la torre di Babele, l'arca di Noè, il vello d'oro, il labirinto di Creta. E, quasi come i rilanci che si fanno al culmine delle vendite di pentole, offre una doppia apparizione del mostro Scilla: sia vicino a Cariddi sullo stretto di Messina che in prossimità delle isole Scilly (Cornovaglia). E poi unicorni, sinistri uomini-mandragora, e i bizzarri  sciapodi già raccontati da Aristofane e Plinio il vecchio: uomini dotati di un solo piede di dimensioni sproporzionate, che usano per farsi ombra.
Molto più sobri i cartografi cinesi, come Chu Ssu-Pen (1273 1337). Le sue mappe testimoniavano la proverbiale diffidenza dei cinesi verso il mondo esterno, che arrivava in Cina soprattutto attraverso i racconti dei mercanti arabi.
«Non c 'è modo diinvestigare le terre dei barbari al sud-est del Mare del Sud e a Nord-Ovest della Mongolia» scrisse. «Chi parla di queste terre è incapace di dire qualcosa di definito, chi dice qualcosa di definito non è degno di fiducia. Quindi sono costretto a omettere».
Più disposti ad accontentarsi di un'informazione purchessia furono invece gli occidentali, come
il conquistador per eccellenza: Hernén Cortés. Nel 1519 fece realizzare la prima mappa del Golfo del Messico e parlando con degli indigeni chiese loro il nome della loro terra natia. La risposta fu Ma c'ubah than, che Cortés udì come "Yucatan", e fece mettere sulla mappa. 450 anni più tardi, esperti di dialetti Maya rivelarono che in realtà «Ma c'ub ah than» significava: «Non capisco le tue parole».
Oggi gli errori sono più rari, ma non privi di conseguenze anche serie: nel novembre 2010, soldati nicaraguensi guidati dall' ex sandinista Eden Pastora attraversarono il fiume San Juan, confine col Costa Rica, per piantare una bandiera sull'isola Calero (appartenente al Costa Rica dal 1897). «Guardate su Google Maps, e vedrete dove è davvero il confine» dichiarò Pastora difendendo quel gesto che poteva scatenare una guerra. Google corresse la svista e il suo ufficio stampa sottolineò: «Google Maps è un servizio di intrattenimento, e non deve essere usato per decisioni territoriali, politiche °militari». Ma è difficile separare l'uso spensierato da quello ostile, quando si parla di mappe: i bombardieri della Luftwaffe nel 1942 cercarono di abbattere il morale degli inglesi con i cosiddetti Baedeker blitz, missioni per distruggere luoghi indicati con più di tre stelle dalle guide Baedeker. Rispose colpo su colpo, per così dire, la guida Michelin 1939 della Francia, che fu ristampata a Washington nel 1944 e data alle truppe del D-Day.

IL LIBRO: On the Map di Simon Garfield (Profile Books Pagg. 464).

PER  APPROFONDIRE: Mapping the city.

sabato 23 febbraio 2013

INTERNET alla guerra delle mappe


Alessandro Longo

"L'Espresso", 22 febbraio 2013

Dopo gli oceani, Marte e la Luna, Google ha fatto la mappa anche della Corea del Nord, nuova frontiera di una strategia che mira ad abbattere ogni barriera tra noi e la conoscenza del mondo. Non solo di quello on line ma ormai anche di quello fisico. 
Le conseguenze sono ambivalenti e si manifesteranno man mano che il fenomeno accelererà nei prossimi mesi. La tendenza infatti è mappare tutto, anche gli utenti: «Le mappe digitali non servono più solo a leggere il territorio e a orientarsi. Ma anche a scriverlo e quindi a orientarne l'evoluzione», spiega Giuseppe Iacono, fondatore dell'associazione Stati Generali dell'Innovazione (per lo sviluppo della cultura digitale). Allo stesso tempo, «gli utenti vengono mappati, sempre più spesso: le loro scelte commerciali, le abitudini, i percorsi», aggiunge Iacono. 
E' questa l'ambivalenza che attraversa la grande guerra in corso per le mappe digitali ed è su questo che si interrogano ora i principali esperti. «Stiamo andando verso un futuro in cui, anche grazie a questi strumenti, conosceremo meglio il mondo là fuori? Oppure ogni nostro movimento e ogni nostra scelta diventerà oggetto di business, nelle mani di pochi soggetti che controllano le mappe?», s'interroga Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia all'università Cattolica di Milano. 
Al momento entrambi i fenomeni stanno crescendo in parallelo. E' certo un bene che la Corea del Nord, uno dei posti più segreti del pianeta, ora sia visibile in dettaglio sul Web: una comunità di cittadini sta aiutando Google a completare le mappe satellitari, aggiungendo i posti a loro familiari. Chiunque, via Internet, ora può rendersi conto di quanto siano estesi i 'campi di lavoro', grandi quanto città. 
Alcune mappe sono nate con lo scopo preciso di migliorare il territorio che raccontano. E' il caso della piattaforma no profit Ushahidi, a cui collaborano gli utenti in crowdsourcing. 'Ushahidi' significa 'testimonianza', in swahili: è nata dal basso, da un gruppo di sviluppatori e blogger. Nel 2008, in Kenya ha tenuto traccia delle violenze scoppiate dopo le elezioni, riportando le testimonianze oculari. E' stata poi adottata in altri Paesi africani e anche oltre oceano (Haiti, Cile), per esempio per mappare l'esaurimento delle scorte mediche nelle cliniche da campo, il deficit di insegnanti nelle scuole e aiutare il personale umanitario durante un'emergenza. Questa piattaforma e altre simili sono utilizzate anche da alcune città americane, per offrire una mappa aggiornata dei crimini e così far sapere quali sono i quartieri più pericolosi. 
«Le mappe digitali, migliorando la nostra conoscenza del mondo possono far crescere la nostra cultura civica, soprattutto quando ci fanno collaborare a un progetto comune», dice Magatti. «La nostra università sta lavorando con il Mit di Boston a una mappa che nei prossimi mesi consentirà agli utenti di segnalare tutti i disservizi del comune di Milano», aggiunge. La stessa idea è alla base della piattaforma ePart, che raccoglie le segnalazioni dei cittadini in tutte le città italiane. Simile è la filosofia di un progetto ambientalista partito a gennaio (no profit): Aci (Antropentropia dei comuni italiani). Misura l'impatto dell'uomo sull'ambiente e sta costruendo una mappa per mostrare il livello di cementificazione delle regioni italiane. Si serve di dati forniti dalle pubbliche amministrazioni e del lavoro volontario degli utenti. 
La novità che riguarda le principali mappe mondiali - quelle di Google, Microsoft, Nokia- è invece la personalizzazione. «Adesso la mappa appare più o meno uguale a tutti. Ma la nostra visione è che dovrebbe mostrare cose a seconda dei miei interessi, per esempio quelli espressi con le mie ricerche su Internet. Essere diversa in base ai prodotti che ho comprato e ai miei amici», dice Raphael Leiteritz, responsabile delle mappe Google in Europa. «Le nostre mappe future quindi mostreranno con più evidenza le cose che mi interessano, gli hotel che i miei amici hanno visitato e magari recensito».

sabato 27 ottobre 2012

I diagrammi d'arte di Simon Patterson

The Great Bear  - L'Orsa Maggiore


Simon Patterson, 'The Great Bear' (detail), 1992. © Simon Patterson
Copyright Victoria and Albert Museum

Simon Patterson è un artista britannico contemporaneo, nato nel 1967. La sua opera più celebre è The Great Bear (1992), un adattamento della mappa della metropolitana di Londra: i nomi delle stazioni sono sostituiti da quelli di famosi personaggi.


Lo stesso principio è applicato anche alla tavola periodica di  Mendeleev:

La tavola periodica "Rhodes Reason"


Ingrandimento: CLICCA QUI:

Da Hugh Aldersey-Williams, Favole periodiche, Rizzoli, 2011:


Questa tavola periodica è una litografia di Simon Patterson, un artista britannico affascinato dai diagrammi di cui ci serviamo per organizzare il nostro mondo. Il suo modo di lavorare consiste nel riconoscere l’importanza dell’oggetto in quanto simbolo di ordine per poi sconvolgerne tutti i contenuti. Strane cose accadono alle intersezioni. Non c’è da sorprendersi che abbia voluto fare lo stesso gioco anche con la tavola periodica. Nella sua mente erano ancora vivi i tristi ricordi di quando a scuola gli veniva chiesto di impararla a memoria: «Insegnarla in quel modo era anche sensato, ma fatto sta che io non riuscivo mai a ricordarmela» mi ha raccontato Simon. Tuttavia, ne ricordava il concetto. Dieci anni dopo aver lasciato la scuola, creò così una serie di variazioni sulla tavola in cui il simbolo di ogni elemento viene associato a qualcos’altro: Cr non è il cromo, ma Julie Christie; Cu non corrisponde al rame, ma a Tony Curtis. E anche questo stesso sistema di riferimenti, già di per sé criptico, viene poi sabotato:
Ag, il simbolo dell’argento, non è Jenny Agutter, per dirne una, o Agatha Christie, ma naturalmente Phil Silvers. Ci sono anche momenti di apparente logica in questa nuova disposizione: i due elementi successivi del berillio e del boro (simboleggiati da Be e B) corrispondono così ai Bergman, rispettivamente Ingrid e Ingmar. 
I due fratelli attori Rex e Rhodes Reason compaiono l’uno di fi anco all’altro, prendendosi i simboli del renio (Re) e dell’osmio (Os). Kim Novak (Na, sodio) e Grace Kelly (K, potassio) si trovano su una medesima colonna: erano due femmes fatales di Hitchcock. In generale, però, non c’è nessun criterio, ma solo le connessioni che ognuno può trovare per proprio conto: io, per esempio, ho notato con un sorriso che Po, il simbolo del polonio – l’elemento radioattivo scoperto da Marie Curie e da lei battezzato in onore del suo Paese d’origine, la Polonia –, denota il regista polacco Roman Polanski.






venerdì 5 ottobre 2012

La guerra delle mappe

Achille C. Varzi, "La Repubblica", 5 ottobre 2012

Vecchie carte o digitali, perché discutiamo sulla rappresentazione del mondo
.
Non esistono mappe perfette. E forse non serviva l’ultimo caso, il Mapplegate, che ha coinvolto Apple e la sua ultima versione di mappe, piene di errori, fatte per sostituire quelle di Google per capirlo. Per essere perfetta, una mappa dovrebbe rappresentare ogni dettaglio del territorio a cui si riferisce, e per rappresentare ogni dettaglio occorrerebbe una riproduzione in scala 1:1. Una mappa così sarebbe tanto ingombrante quanto inutile. Non a caso i contadini di Sylvie e Bruno – l’ultimo romanzo di Lewis Carroll – si opposero al dispiegamento della mappa di Mein Herr: avrebbe coperto la campagna e oscurato la luce del sole. Tanto vale usare come mappa il territorio stesso, conclusero: «Funziona altrettanto bene».
Non la pensavano diversamente i cittadini dell’impero di cui si narra in un breve scritto immaginato da Borges, Sull’esattezza della scienza. I loro cartografi avevano raggiunto una tale perizia che la mappa di una provincia occupava un’intera città e quella dell’impero un’intera provincia. Ma quando furono in grado di produrre una mappa così dettagliata da coincidere addirittura con tutto l’impero, punto per punto, nessuno seppe che cosa farsene.
Tanto vale usare il territorio…
Eppure, a ben vedere, non è proprio così. È vero che una «mappa perfetta» sarebbe inutile, ma non perché il territorio funzionerebbe altrettanto bene. È la mappa che funzionerebbe altrettanto male. L’utilità di una mappa risiede nella sua maneggevolezza, nella sua capacità di selezionare certe caratteristiche del territorio piuttosto che altre e di rappresentarle in modo perspicuo, e la perspicuità di una mappa è a sua volta funzione dell’uso che si intende farne.
C’è una bella differenza tra quello che cerco in una pianta della città se devo raggiungere via Mazzini da corso Dante e quello che cerco invece in una cartina per decidere la strada che mi porterà al mare. E non è soltanto questione di scala, altrimenti le mappe digitali offerte da certi navigatori GPS, o da GoogleMaps, sarebbero davvero la soluzione perfetta, in grado di zoomare in e out a piacimento. Se voglio evitare passi montani, mi servirà una mappa altimetrica. Se voglio farmi una pedalata, mi servirà una mappa che indichi bene le piste ciclabili. E se invece sto prendendo il tram o la metropolitana, mi basta sapere quali sono le fermate, non dove sono, e mi accontenterò di una semplice mappa topologica (nello stile di Harry Beck, il disegnatore della celebre mappa dell’Underground di Londra). Le mappe non fotografano il territorio; lo raccontano. E come insegna il diario di Tristram Shandy – che impiegò un anno per narrare gli eventi di un solo giorno, e senza riuscirci davvero – non si può e non si deve raccontare tutto.
Si raccontano soltanto le cose che interessano.
D’altronde viviamo in un mondo a tre dimensioni e le mappe ne hanno solo due, quindi dobbiamo per forza di cose affidarci a rappresentazioni parziali, approssimative e convenzionali. Né è possibile riprodurre esattamente la superficie del nostro globo su un piano senza affidarsi a proiezioni di qualche tipo, e anche a questo riguardo la scelta dipende dall’uso che si intende fare della mappa.
Certe proiezioni conservano in scala tutte le distanze relative, ma a costo di distorcere i rapporti tra le superfici rappresentate. Altre proiezioni conservano invece i rapporti fra le superfici distorcendo le distanze. Altre ancora sacrificano distanze e proporzioni, e quindi le forme delle aree rappresentate, per conservare gli angoli direzionali, come nella comune proiezione di Mercatore: le regioni in prossimità dei poli si allargano a dismisura, ma le rotte ad angolo costante corrispondono a segmenti rettilinei e ciò rende questa soluzione particolarmente adatta per le carte nautiche.
la mappa di Arno Peters
A volte poi non sono nemmeno i nostri bisogni o interessi pratici a imporre la scelta, ma veri e propri interessi politici, o presunzioni culturali in senso lato. Se nell’ultimo secolo la proiezione di Mercatore si è diffusa così tanto non è certo perché siamo tutti marinai. È che all’Europa e al Nordamerica, e anche alla vecchia Unione Sovietica, faceva comodo rappresentare il mondo deformandolo a loro vantaggio. Ci è voluta una Commissione speciale dell’Onu per promuovere una mappa che restituisse al Terzo Mondo la dignità cartografica che gli spetta: anziché aumentare la distanza tra i paralleli al crescere della latitudine, la mappa disegnata da Arno Peters la riduce, allungando i paesi della fascia equatoriale in modo da ristabilire le proporzioni.
E poi c’è il problema di come tagliare la mappa. Noi siamo abituati al nostro bel planisfero eurocentrico, con l’Asia a est e le Americhe a ovest. Ma basta andare in Giappone e le mappe tendono ad avere l’“Oriente” nel mezzo, con l’Europa a sinistra e le Americhe a destra, mentre nel planisfero che ho nel mio studio a New York sono i continenti americani a occupare il centro, e pazienza se l’Eurasia risulta spezzata in due parti. Non c’è da sorprendersi se anche gli altri abbiano rivendicato il diritto di presentare il mondo dal loro punto di vista, a partire da certe mappe australiane o neozelandesi, con l’Oceania troneggiante nel mezzo e il resto del pianeta, capovolto, ai suoi piedi.
Del resto, chi l’ha detto che il nord debba sempre stare in alto? È una convenzione consolidata (pare risalga a Tolomeo), ma l’etimologia di “orientare” dovrebbe farci riflettere. Nelle mappe azteche, come nelle mappe orbis terrae del nostro Medioevo (con Gerusalemme al centro), era l’est a stare in cima, mentre per gli antichi egiziani la cima spettava al supremo ovest, dove il Sole entra nella Terra di Sokar. Anche la Bibbia ci restituisce una mappa tutt’altro che standard. Nel libro della Genesi, per esempio, si dice che Abramo inseguì i rapitori di Lot fino a Coba, «che è alla sinistra di Damasco». Siccome nelle nostre mappe Coba sarebbe a nord, ne segue che anche le genti di Mosè si orientavano guardando a est. C’è da chiedersi come mai Tolomeo non sia stato inquisito come Galileo, e come mai le traduzioni moderne abbiano deciso di risolvere la questione semplicemente cambiando “sinistra” in “settentrione”.
Tutto questo per dire che, come non esistono mappe perfette, non esistono mappe assolute, e tantomeno mappe neutrali. Nel piccolo come nel grande, la cartografia è una scienza e come tutte le scienze ci restituisce dei modelli. Come per tutte le scienze, la sua storia è la storia dei nostri bisogni di rappresentare il mondo nella maniera e dal punto di vista che più ci aggradano, evidenziandone certi aspetti a discapito di altri. Niente di più scontato, in un certo senso. Nelle pieghe di ogni mappa si nasconde l’occhio (e la bussola) di chi la traccia o di chi la commissiona. Ma è sempre bene tenerlo presente. Se non ha senso usare il territorio come mappa, con buona pace dei contadini di Sylvie e Bruno, nemmeno bisogna confondere la mappa con il territorio, ovvero i modelli con la realtà, come giustamente proclamava il conte Korzybski (e Magritte prima di lui: Ceci n’est pas une pipe).
Resta il fatto che senza mappe siamo persi, in senso letterale come metaforico, e una volta fatta la nostra scelta tendiamo a fidarcene ciecamente. Se poi la mappa è di tipo elettronico digitale, come quelle che oggi compaiono sui nostri telefonini e sui nostri computer (o come GoogleMaps), allora ci sembra davvero generata automaticamente ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che il mondo sia proprio e solo come ci viene proposto. Non vediamo le linee d’inchiostro del cartografo e ci dimentichiamo che, per esempio, il sistema GPS è comunque gestito da un’agenzia che tanto neutrale non può essere.
Oggi però ci sono delle novità, e secondo me vale la pena prenderle molto sul serio. Sto pensando a progetti come OpenStreetMap, la variante cartografica di Wikipedia. È vero che anche qui si usa per lo più la proiezione di Mercatore, e anche qui il nord è in alto. Ma almeno è scomparsa la distinzione tra Oriente e Occidente (la mappa si riproduce indefinitamente a destra e a sinistra). Soprattutto, i dettagli ce li mettiamo noi, e siamo noi a decidere che cosa includere e che cosa omettere. Proprio come in Wikipedia, il foglio elettronico della mappa dispone di un tasto che consente a qualsiasi utente di accedere ai dati e di modificarli, ridisegnando e aggiornando in tempo reale le informazioni visibili nella mappa. E come in Wikipedia, ogni modifica è registrata in un archivio storico aperto a tutti.
Naturalmente resta il rischio che siano in pochi a farla da padrone, e che biechi interessi commerciali si sostituiscano agli interessi culturali e politici che si annidano nelle mappe tradizionali. Non mi sorprenderei se la pizzeria di via Indipendenza dedicasse anima e corpo a modificare continuamente OpenStreetMap per far sì che si passi tutti da lì. Ma tant’è, mi sembra un rischio che si può correre. Con tutti i suoi limiti, non è forse vero che in pochi anni Wikipedia è diventata più ricca, maneggevole, e democratica dell’Enciclopedia Britannica? La perfezione del sapere è un mito ingombrante, ma la perfettibilità - specie se collettiva – è davvero una grande conquista.

venerdì 20 luglio 2012

Mappa delle mappe storiche

The over 120 historical maps in the Google Maps and Google Earth Rumsey Historical Maps sites have been selected by David Rumsey from his collection of more than 150,000 historical maps; in addition, there are a few maps from collections with which he collaborates. These maps can also be seen in the Gallery layer of Google Earth, Rumsey Historical Maps layer. 
All the maps contain rich information about the past and represent a sampling of time periods (1680 to 1930), scales, and cartographic art, resulting in visual history stories that only old maps can tell. Each map has been georeferenced, thus creating unique digital map images that allow the old maps to appear in their correct places on the modern globe.
The David Rumsey Map Collection was formed by David Rumsey over the last 30 years. Rumsey has scanned more than 17,000 of the maps since 1999 and put them online in a free public map library at www.davidrumsey.com. Rumsey believes in free public access to his maps, so visitors can not only look at the maps in full high resolution (some of the digital map images are 2 GB) but they can also download them for personal use. 


List of Maps in Google Maps and Google Earth:


Globes:
World Globe 1790
World Globe 1812
Celestial Globe 1792

North America:
North America 1733
North America 1786
United States 1833
Lewis and Clark 1814
Mississippi River 1775
Western U.S. 1846
Alaska 1867
Hawaii Oahu 1899
Yosemite Valley 1883

U.S. Cities:
Chicago 1857
Denver 1879
Los Angeles 1880
New York 1836
New York 1851
New York 1852
San Francisco 1853
San Francisco 1859
San Francisco 1915
Seattle 1890
Washington DC 1851
Washington DC 1861

Canada:
Canada 1815
Montreal 1758
Montreal 1815
Quebec 1759
Quebec 1815

Mexico:
Mexico 1809
Mexico City 1883

West Indies:
Cuba 1775
Martinique 1775
St. Vincent 1775
St. Lucia 1775

South America:
South America 1787

Argentina:
Argentina 1867
Buenos Aires 1892

Brazil 1842
Colombia 1840

Peru:
Peru 1865
Lima, Peru 1865

Europe:
Europe 1787

United Kingdom:
England and Wales 1790
Scotland 1790
London Environs 1832
London 1843

Ireland 1790

France:
France 1750
France 1790
Paris 1716
Paris 1834

Germany:
Rhein-Province 1846
Oldenburg 1851
Der Harz 1852
Nassau 1851
Wurtemberg 1856
Hanover 1851
Sachsen 1860
Sachsen North 1852
Hessen 1844
Brandenburg 1846
Prussia 1847
Pommern 1845
Schleswig 1852
Possen 1844
Bayern 1860
Berlin 1860

Scandanavia 1794
Switzerland 1799

Spain:
Spain 1701
Madrid 1831

Portugal 1780

Italy:
Italy 1800
Rome 1830
Ancient Rome 1830

Ancient Greece 1708

Russia:
Russia 1706
Russia 1776
Russia 1794
Moscow 1745
Moscow 1836
St. Petersburg 1753

Asia:
Asia 1710
Asia 1787

Japan:
Japan 1694
Japan 1891
Kyoto 1709
Osaka 1806
Tokyo 1680
Tokyo 1799
Tokyo 1858
Tokyo 1892

China:
China 1801
China 1875
Beijing 1930

India:
India 1804
North India 1794
Bengal 1800
Calcutta 1858

East Indies 1801

Middle East:
Middle East 1861
Egypt Palestine 1818
Palestine 1861
Palestine 1922
Arabia 1843
Asia Minor 1922
Persia 1922

Africa:
Africa 1787
Congo 1708
West Africa 1789
Northwest Africa 1842
South Africa 1842

Egypt:
Egypt Nile Delta 1818
Egypt Mid Nile 1818
Egypt Upper Nile 1818

Australia and Pacific:
Australia 1842
Australia Southeast 1844
Maritime Australia 1840
Western Australia 1843

New Zealand 1843