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venerdì 14 giugno 2019

C’è un velo su Bisanzio


Paolo Mieli, "Corriere della Sera", 11 giugno 2019

Un saggio di Tommaso Braccini (Salerno) sulle antiche vicende della città che  poi divenne Costantinopoli e oggi è Istanbul. Un nodo strategico essenziale per i traffici di ogni tipo sulle cui origini non esistono fonti davvero affidabili
Nel IV secolo a. C. lo storico Teopompo di Chio riferiva di come ai suoi tempi Bisanzio fosse già molto conosciuta. Conosciuta anche come città del vizio, dal momento che gli abitanti si accalcavano per l’intera giornata al porto e al mercato tra postriboli e bettole, in cui affluiva il vino delle navi dirette verso il Mar Nero. Il commediografo Menandro in un frammento riferisce di «mercanti tutti ubriachi». Lo storico Filarco sosteneva che i Bizantini erano soliti affittare agli stranieri le loro stanze da letto, «mogli comprese». Stratonico di Atene alla metà del IV secolo a. C. raccontava che Bisanzio era soprannominata l’«ascella della Grecia» per i cattivi odori che la città emanava, con un probabile riferimento al grande commercio di pesce fresco ed essiccato. Si può dire che all’epoca l’odierna Istanbul fosse già famosissima. In ogni senso.
La colonia greca Byzantion aveva mille anni di età allorché Costantino, all’inizio del IV secolo dell’era cristiana, fondò la Nuova Roma (questo il nome ufficiale che fu dato a Costantinopoli) sul Bosforo, fa notare Tommaso Braccini, in apertura di Bisanzio prima di Bisanzio. Miti e fondazioni della Nuova Roma, che sta per essere pubblicato da Salerno. Dopo la fondazione di Costantinopoli, «Byzantion, oltre che una città è diventata», sostiene Braccini, «un laboratorio mitografico in piena regola e non ha ancora smesso di esserlo». Ad alimentare questo «laboratorio mitografico» è stata innanzitutto quella che potremmo definire la propaganda ufficiale, ma nel corso dei secoli ha giocato un ruolo importante anche «il bisogno dei suoi abitanti di superare il trauma di una serie di rifondazioni radicali che talora li hanno fatti sentire come alieni in una terra incognita e potenzialmente ostile».
Le «rinascite», secondo le leggende medievali, «non hanno azzerato quel che c’era prima, ma hanno progressivamente portato a compimento quel che era previsto da sempre». Ragion per cui quello delle origini di Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul è un vero rompicapo per gli storici alle prese con un difficile lavoro di distinzione e di integrazione, tra impronte storiche vere e proprie (poche), ricostruzioni mitologiche e tracce archeologiche. A questo proposito Braccini riprende alcuni elementi già presenti nel libro da lui scritto con Silvia Ronchey, Il romanzo di Costantinopoli, edito da Einaudi. Ma qualcosa si può ritrovare anche nello straordinario L’impero che non voleva morire. Il paradosso di Bisanzio (640-740 d.C.) di John Haldon (Einaudi) e nel libro del turco Tursun Bey, La conquista di Costantinopoli, pubblicato da Mondadori.
Il principale tra gli elementi che contraddistinguono Bisanzio fin dai suoi albori è costituito sicuramente dalla cornice naturale della città, a cavallo tra due continenti: il Bosforo, il Corno d’Oro, il promontorio Bosporio. A questa eccezionale collocazione geografica sono strettamente collegati altri elementi: l’importanza del commercio, la menzione dei viaggiatori (a partire dai mitici Argonauti) e anche gli assedi «che scandiscono di pari passo la storia reale e quella mitica della città». Su questo palcoscenico ideale si susseguono l’uno dopo l’altro i personaggi a cui viene attribuito il merito di aver fondato quella che sarà una «capitale imperiale». All’inizio — in varie fonti antiche come Dionisio — non ci sono «personalità dominanti». Viene evocato «un vero e proprio pulviscolo di colonizzatori provenienti da ogni parte della Grecia», oppure si fa cenno, forse più plausibilmente, a «un gruppo di fondatori megaresi, che si muovono lungo un Corno d’Oro e un Bosforo minutamente ricostruiti in tutti i loro anfratti, nelle calette e negli scogli». Si tratta spesso «di microtoponimi e riferimenti a piccole entità topografiche, che però significavano qualcosa nella vita di chi li vedeva ogni giorno e che, pertanto, nella ricostruzione di Dionisio, sono tutti collegati con miti e storie che spesso sono solo la variante locale di trame ben più diffuse, nell’antichità e oltre».
In passato, scrive Braccini, si è oscillato tra due interpretazioni contrapposte dei miti di fondazione di questa città, miti «che sono una componente fondamentale di ogni identità pubblica»: in una prima fase, «secondo una prospettiva positivistica, si è creduto che conservassero in ogni caso un nucleo di verità storica e che andassero accuratamente setacciati in cerca di questa sorta di pagliuzze d’oro». Successivamente, con un approccio definito «costruttivistico», si è asserito che si trattasse di mere invenzioni finalizzate a «corroborare e illustrare peculiari istanze sociali e politiche proprie delle epoche e dei contesti culturali nei quali tanti miti furono di volta in volta elaborati».
Entrambi gli elementi — sostiene Braccini — possono tranquillamente convivere: «Gli scampoli di realtà storica, spesso decontestualizzati e ridotti ai minimi termini, costituiscono altrettanti mattoni che, a fianco di veri e propri “motivi” mitici e folklorici ampiamente diffusi», contribuiscono a edificare una costruzione che non è certo neutra o oggettiva, «ma veicola volutamente l’immagine di sé vagheggiata» da chi l’ha costruita. Anche i «miti di fondazione» della colonia greca di Byzantion e l’«archeologia» relativa al passato di Costantinopoli precedente alla sua conquista da parte di Costantino «si adeguano al contesto nel quale vengono concepiti e raccontati». Alcuni temi o figure («non necessariamente attinenti alla realtà storica», specifica Braccini) si rivelano più resistenti e risultano attestati dall’antichità fino all’epoca ottomana. Altri invece sono più transitori e spesso attingono al patrimonio delle «leggende migratorie» che circolano «nel tempo e nello spazio, al contempo paradigma prestigioso e comodo serbatoio per corroborare e ampliare il passato di una città divenuta improvvisamente capitale di un impero, e successivamente, dopo il trauma di una conquista, di un altro».
Per orientarsi tra le testimonianze, spesso pochissimo note, di storici, poeti, cronisti ed eruditi distribuiti in oltre un millennio e mezzo, è pressoché obbligatorio attingere alla Patria Costantinopolitana, una collezione di opere storiche compilata attorno al 995, ai tempi del regno di Basilio II. La Patria Costantinopolitana contiene il testo sulla storia di Bisanzio scritto dal pagano Esichio di Mileto nel VI secolo. Quella incentrata sulle antichità di Bisanzio era perlopiù «una microstoria locale, trovatasi inopinatamente su una ribalta mondiale»: troppo «gracile, frammentaria e provinciale perché potesse sostenere da sola il peso di elogi all’altezza del nuovo ruolo». Il problema che si trovarono di fronte i suoi panegiristi, in prosa e in poesia, fu dunque quello «di corroborare questi miti delle origini (anche ricorrendo a “prestiti” più o meno disinvolti) e renderli presentabili». Da un lato si cercò il più possibile di «sganciare le leggende da una madrepatria greca abbastanza oscura e insignificante»; dall’altro «di riorganizzarle e rileggerle sulla falsariga della storia romana… per enfatizzare come il destino di diventare una nuova Roma fosse già fatalmente scritto nell’origine e nella storia di Bisanzio». Discorso di cui si trovavano anticipazioni già nel libro di Gilbert Dagron, edito da Einaudi, Costantinopoli: nascita di una capitale (330-451).
Lo storico Polibio ricordava come i Bizantini «abitassero un luogo che, per quanto ubicato in maniera non ottimale dalla parte di terra, godeva invece di una posizione invidiabile per sicurezza e prosperità rispetto al mare». Infatti, proseguiva, «la città dominava l’imboccatura del Ponto, al punto che non si poteva né entrare né uscire da esso senza il suo benestare». Dal Ponto giungevano merci utili e pregiate (Polibio le elenca: bestiame, schiavi, miele, cera, pesce secco) e ne conseguiva che i Bizantini ne erano i veri padroni. Lo stesso peraltro si poteva dire dell’olio e del vino che dal Mediterraneo passavano al Mar Nero e del grano che «era soggetto a flussi commerciali alterni».
Se Bisanzio avesse deciso di bloccare il transito o si fosse schierata con i Galati e soprattutto i Traci, o se non fosse mai stata fondata e il controllo dello stretto fosse stato lasciato ai barbari, ipotizza l’autore, i Greci ben difficilmente avrebbero potuto godere di tali fondamentali commerci. Per questo motivo, conclude Polibio, era giusto considerare i Bizantini benefattori comuni di tutti e non limitarsi a essere loro grati, ma «mostrarsi anche pronti ad aiutarli nel caso di minaccia da parte dei barbari». A proposito dei Traci va aggiunto che sulle origini di Bisanzio ha a lungo gravato il sospetto (Braccini lo definisce lo «spettro») che avesse avuto una parte fondamentale proprio quel popolo considerato bestiale e incivile. Ciò che aveva spesso indotto «a minimizzare (anche se mai a eludere completamente) l’apporto locale alla nascita della futura colonia». Sarebbe stato imbarazzante attribuire ai Traci un ruolo di un qualche rilievo nella fondazione di quella che era destinata a diventare la capitale dell’impero.
Ma torniamo ai traffici mercantili. Certo è, scrive Braccini, che a partire dal V secolo i diritti riscossi dalle navi in transito lungo il Bosforo costituirono una fonte di rendita sempre più importante al punto da fare gola agli Ateniesi e ad altri. I Bizantini, «liberisti ante litteram», ironizza l’autore, cercarono di ricorrervi il meno possibile, ma talora «finirono per cedere a questa tentazione soprattutto in circostanze di emergenza in cui c’era necessità di “fare cassa” rapidamente come in occasione della crisi causata nel III secolo dalla minaccia dei Galli stanziati nella vicina Tylis».
Bisanzio fu sottoposta a numerosi assedi. Il primo, riferisce Esichio, fu quello di Odrise, re degli Sciti respinto con il lancio di rettili sull’esercito degli assalitori (dopodiché i Bizantini non fecero mai male ai serpenti come ricompensa per il «servigio reso»). Il più storicamente documentato fu quello di Filippo II di Macedonia (338 a.C.) di cui si parla ampiamente nel saggio di Luisa Prandi Taverne e bevitori di Bisanzio greca: a proposito delle vicende di Leone (pubblicato dalle Edizioni universitarie di Trieste). Il Leone di cui al titolo di questo studio sarebbe stato un oratore di Bisanzio che, da un’improvvisata discussione con il sovrano macedone, ne intuì le intenzioni aggressive e poté aiutare la sua città a resistergli. Il figlio di Filippo, Alessandro Magno, avrebbe poi collocato trombe alimentate dal vento per spaventare i «popoli impuri» di Gog e Magog (i Tatari) e tenerli lontani dalla città.
L’ultimo assedio sarebbe stato quello di Settimio Severo (sul trono di Roma dal 193 al 211 d.C.). Ne parla Cassio Dione e, secondo Braccini, «il trauma della distruzione e della sanguinosa conquista della futura capitale dell’impero da parte di un imperatore romano rimase sempre vivo al punto che talora, in maniera fantasiosa, si cercò di negare» l’accaduto. Braccini da tutto ciò trae l’impressione «che le costruzioni di poeti, storici ed eruditi in merito al passato più remoto di Istanbul e, ancor prima, di Costantinopoli, siano simili alla nebbia che, nelle testimonianze di tanti viaggiatori, avvolgeva impenetrabile la città». Dal punto di vista dello storico tutto gli è parso come «un velo di affabulazioni, leggero, impalpabile, perennemente mutevole» che «sembra avviluppare gli edifici e il terreno». Qualche elemento naturale o architettonico «pare emergere, più o meno stabilmente, dalla coltre opaca»; ma a volte quello che sembrava concreto «non è che l’ennesimo miraggio». Molto meglio affrontare la «leggenda di Bisanzio» come «una costruzione culturale, spesso consapevole» che cerca di conciliare i racconti mitici «con le specificità in alcuni casi davvero notevoli, dell’antica colonia greca poi divenuta capitale mondiale». Che però conteneva tutta la sua grandezza quando era una colonia greca famosa per la promiscuità sessuale e i mercati maleodoranti.

venerdì 11 aprile 2014

Dentro la pazza folla


Dalle tele di Camille Pissarro ai racconti di Edgar Allan Poe
Il fascino sottile e inquietante della moltitudine moderna

Roberta Scorranese

Quanto spaventava la Ringstrasse viennese negli anni a cavallo tra Otto e Novecento! Carrozze velate che tagliavano la via formicante di aristocratici, borghesi e pezzenti, uno sciame variegato unito dalla scoperta di un qualcosa che, lentamente, assumeva una vita a sé: la città. Si guardi l’acquerello del viennese Theo Tasche, Passaggio sulla Ringstrasse, del 1908: la metropoli con i suoi negozi, il respiro polveroso, i borbottii. Le dame-bene ai balconi dei palazzi che avevano ispirato Maupassant (nella novella Le signe, 1886) e che ispireranno a Freud L’architettura dell’isteria (1897) con la medesima immagine gravida di simboli: l’affacciarsi alla finestra. Quell’ansia sottile e misconosciuta di uscire di casa e farsi massa, tutt’uno con quel microcosmo dinamico, mosso da un ritmo invisibile e convulso. Nasceva la folla. 
Folla. Il tema centrale di questa edizione di «Visioni» a Lugano è antico e moderno. Se la massa nasce con un gruppo di persone agglutinate da un desiderio, una protesta, una ribellione, la folla — all’alba delle moderne metropoli — somiglia più a uno stato di necessità, a un movimento frenetico e casuale come quello degli atomi. Inquietante. Un qualcosa del quale ci si ritrova improvvisamente a fare parte. 
L’arte, come sempre, aveva intuito questa nuova cattedrale sociale: c’era Camille Pissarro, il quale, con tele come La Place du Théâtre Français (1898) guardava distante, dall’alto, la strada brulicante. Persone, carrozze e cose diventavano tanti punti neri indistinti. L’acuto Caillebotte, nel dipinto Boulevard des Italiens, del 1880, adotta la stessa prospettiva, però qui la folla si infittisce, si sgretola in mille macchioline scure, addossate le une alle altre. 
Opere letterarie come Il ventre di Parigi o Germinal di Émile Zola, avevano raccontato forti vicende umane con voce plurima, corale. E negli stessi anni, a Parigi, c’era Guy de Maupassant che addirittura incarnava fisicamente questa curiosa religione: era agorafobico. Ma torniamo a Vienna, sulla Ringstrasse: non è un caso che proprio lì l’architetto Camillo Sitte descrisse la paura degli spazi aperti puntando il dito contro i grandi centri affollati, in una difesa (di retroguardia?) delle piazze tradizionali nei paesi più piccoli. Però, per capire la massa moderna bisogna fare un passo indietro: andiamo nella Londra del 1840. È di quell’anno infatti la prima edizione originale di un’opera-chiave: L’uomo della folla, di Edgar Allan Poe. 
Nel cuore scuro e maleodorante della capitale britannica, un uomo siede al caffé e comincia a osservare le persone che gli girano intorno come mosche. Lentamente si perde in esse, si immedesima nei loro paltò, guarda con i loro occhi. È questa la folla moderna: una solitudine condivisa, monadi antistanti che dialogano senza parlare, l’uno nei molti . Non è la «massa» novecentesca descritta da opere mirabili come La ribellione delle masse di Ortega y Gasset (1939). E nemmeno quell’attrazione segreta che provò il giovane Elias Canetti nel 1922, quando, a Francoforte, si trovò ad assistere a una manifestazione contro l’assassinio di Rathenau: quella folla indistinta, quel corpo unico e plurimo gli sembrò simile a una forza centripeta e da questa sensazione nacque (nel 1927) un’opera straordinaria, Massa e potere
No, no, la folla di Poe rispecchia piuttosto quella consapevolezza che, più o meno due secoli prima, aveva fatto dire all’aforista francese Jean de La Bruyère «Ah, ce grand malheur de ne pouvoir être seul!». La consapevolezza che non possiamo, non riusciamo più a stare più da soli. Chissà se è la stessa che, in quegli stessi anni o poco prima, folgorò Henry David Thoreau quando si ritirò in una capanna del Massachussets e scrisse Walden, ovvero Vita nei boschi . Un «via dalla pazza folla» che voleva essere anche un riappropriarsi del mondo. 
Ma torniamo a Poe e al suo osservatore seduto al caffè di Londra. Questa immagine colpì un poeta inquieto, che cercava segrete corrispondenze tra le cose. Si chiamava Charles Baudelaire e venne catturato da Poe a tal punto che (Bufalino ha parlato di «vampirismo intellettuale») non solo si mise a tradurne e commentarne le opere, ma addirittura andò da un grande fotografo dell’epoca, Felix Tournachon, detto Nadar, e si fece ritrarre nella stessa posa dello scrittore americano. L’attenzione quasi entomologica con cui il protagonista del racconto di Poe osservava la folla, si insinuò in Baudelaire e fu in quella nicchia che lentamente prese forma la figura del flâneur, colui che vaga senza meta nella metropoli, guarda, si lascia assorbire dalla città e diventa un «botanico da marciapiede». Nasceva dunque la flânerie , ripresa da Walter Benjamin nei suoi celebri Passages . Un vagabondare tra la gente, dunque, in seguito tema di un raffinatissimo racconto di Robert Walser, La passeggiata (1919). 
Poi, la folla cambierà. Diventerà massa politica e sociale, fonte di rivendicazioni o — più di recente — di una spersonalizzazione tanto più affascinante quanto più «liquida», omologata. Ma il cinema ha fatto in tempo a regalarci due capolavori sullo sciame di persone che si condensa in una massa e accusa il singolo: Il corvo, di Henri-Georges Clouzot (1943), dove la provincia piano piano si schiera accusando un uomo e Furia, di Fritz Lang (1936), dove da un chiacchiericcio monta un’aggressione da tutti contro uno. È quella Ringstrasse, insomma, che tutti ci portiamo dentro. E di cui facciamo parte. 



Nelle masse, amate o odiate, gli artisti allo specchio
L’orrore di Bosch, l’affetto di Guttuso. E lo sguardo duro sugli «automi» in guerra

Francesca Bonazzoli

Non esiste, nella storia dell’arte, una specifica iconografia della folla: nessun manuale antico, come l’Iconologia di Cesare Ripa che ha fatto da riferimento a generazioni di artisti dalla fine del Cinquecento all’Ottocento; nessuna raccomandazione da parte delle sacre autorità come quelle introdotte dal Concilio di Trento; nemmeno convenzioni stilistiche che, per il successo della formula, siano diventate cliché condivisi. Al contrario, ogni artista ha proiettato sull’immagine della folla i propri sentimenti più viscerali: fobie, disprezzo, amore, aspirazioni sociali e fedi politiche. 
Colui il quale ha avuto più orrore della massa ignorante, cieca e dagli istinti bestiali, è stato sicuramente il fiammingo Hieronymus Bosch (1450 - 1516) che in due sconvolgenti rappresentazioni della Salita al calvario ha dipinto volti di una tale cattiveria e ottusità da sfigurare i tratti somatici in ibridi mostruosi fra bestie e umani. 
Per trovare altrettanta visionarietà negativa bisogna arrivare all’Entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889, tela del pittore belga James Ensor, dove un Cristo quasi invisibile arriva dietro un corteo agghiacciante di soldatini, clown, teschi e maschere borghesi. Che questa fosse l’autentica percezione di Ensor della folla (e non un mero divertissement artistico) è dimostrato anche dall’autoritratto dipinto nel 1936 dove il pittore circonda il proprio volto di maschere ghignanti che tutt’intorno gli tolgono spazio e aria. 
Non che le rappresentazioni della folla berlinese di George Grosz fossero meno spietate, ma nel suo caso si trattava di un giudizio su una precisa società di un dato momento storico, quello della repubblica di Weimar, e non tanto di un omnicomprensivo orrore dell’umanità come quello manifestato da Bosch o Ensor. 
Agli antipodi di tali malesseri, c’è la folla «sana» e portatrice di nuovi valori per l’umanità glorificata da Pellizza da Volpedo nel suo Quarto Stato: un inno epico del proletariato che si risveglia e marcia compatto per i propri diritti, incuneandosi come una freccia dentro il vecchio mondo, così come frecce rosse verso il cielo si alzano le bandiere comuniste durante i funerali di massa di Togliatti dipinti da Renato Guttuso. 
In mezzo fra queste due sensibilità, si colloca tutta la pittura impressionista dove la folla dei teatri, dei giardini pubblici, delle strade si Parigi, sembra non avere altro da fare che esibirsi e spensieratamente ammirarsi. È una folla svagata, senza pensieri, perfetta per fare da comparsa nella pittura borghese da salotto. 
Un posto a parte occupano poi le scene di battaglia, dove la folla è rappresentata dalla massa compatta degli eserciti. Una delle immagini più spettacolari l’ha dipinta Albrecht Altdorfer nella Battaglia di Alessandro e Dario a Isso dove gli uomini, piccoli come automi mossi da un destino più grande, sono parte integrante di un immenso paesaggio misterioso e apocalittico. E folle coreografiche sono anche gli eserciti che si affrontano nelle battaglia di Paolo Uccello o di Jacques-Louis David: balletti di pesi e contrappesi, pieni e vuoti, volumi e superfici. Insomma, una questione di testa, non di pancia. Che dire, dunque, per concludere? Che la folla è una specie di barometro della psiche dell’artista: dimmi come la dipingi e ti dirò chi sei. 


«Un melting pot degli spazi contro la solitudine urbana»
Lévy: necessario l’equilibrio tra luoghi pubblici e privati

Maria Serena Natale

Città sottili, continue, nascoste, sistemi complessi di segni e desideri. La geografia immaginifica e parallela delle Città invisibili di Calvino si sviluppa su coordinate ideali che con la grazia del paradosso si adattano al corpo simbolico delle metropoli, spazi da reinventare, arricchire e svuotare di senso in quel doppio movimento di espansione e contrazione che annulla le distanze, ma esaspera le differenze. 
Addentrarsi nei territori urbani del XXI secolo è anche perdersi nell’instabilità di linguaggi e regole da rinegoziare tra individui in relazione, chiamati a scegliere tra l’anonimato della folla e la forza politica della comunità impegnata in un’opera di costruzione. La co-produzione dello spazio pubblico inteso come bene comune, questo sforzo condiviso d’invenzione che definisce l’identità urbana, è al centro delle ricerche di Jacques Lévy, geografo esperto di teoria dello spazio delle città, professore ordinario all’École polytechnique fédérale di Losanna. Sabato a Lugano Lévy introdurrà il suo film «Urbanité/s», suggestioni calviniane, psicologia sociale e proposte teoriche della sociologia contemporanea fuse in un esperimento visivo che è insieme diario di viaggio e strumento d’indagine sui nuovi codici metropolitani dalla Cina all’America. 
Professor Lévy, in che modo la folla come soggetto storico-politico s’inserisce nell’orizzonte dell’Urbanité? 
«Gli ultimi due secoli hanno visto il progressivo ribaltamento di un assetto millenario che opponeva la debolezza dell’individuo alla forza del gruppo, l’anomia come crisi degli equilibri comunitari tradizionali descritta da Hannah Arendt. Finché, nell’era delle masse e dei totalitarismi ovvero nel momento di massima potenza delle folle, il soggetto ha acquisito coscienza di sé come intenzionalità. Oggi dobbiamo pensare la folla non come astrazione ma come sistema di corpi nello spazio pubblico, secondo l’intuizione di Norbert Elias di una società degli individui animata dalla tensione dialogica individuo/collettività». 
Tensione che nella trama relazionale di metropoli mai pacificate sfocia in conflitto… 
«Gli abitanti delle città contemporanee si percepiscono come attori in rapporto tra loro e con una dimensione presente in ogni interazione, la società come un tutto: in questo schema io-tu-società occorre cercare insieme le soluzioni dei micro-conflitti. Ecco perché una delle sfide per i governi oggi è trasferire più potere ai cittadini. Il risultato può essere una creatività condivisa a partire dalle capacità di raggruppamento individuate dal sociologo francese Isaac Joseph, oppure una conflittualità permanente. Lo scenario più pericoloso per la coesione sociale è la fuga urbana , l’autoreclusione in distretti omogenei che escludono l’alterità mentre lo spazio comune è considerato fonte di rischio. Ricchi con ricchi e poveri con poveri». 
Distanza fisica che approfondisce l’isolamento emotivo? 
«Senz’altro. Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies diceva che, senza gruppo, l’individuo è per sempre solo. La separazione tra spazio pubblico e privato è funzionale a un sistema di protezione dell’individualità che con l’anonimato della dimensione pubblica bilancia la forza di legami e diritti propri di quella privata». 
Solitudine condizione costitutiva della metropoli. Come restituire allo spazio urbano l’originaria funzione di luogo d’incontro e condivisione? 
«Con politiche coerenti che mescolino segmenti sociali, per esempio portando scuole d’eccellenza e istituzioni culturali nei sobborghi poveri in modo da renderli attraenti per le classi abbienti. Accade in alcune città degli Stati Uniti o nella colombiana Medellín, il modello comincia ad essere assorbito in Europa. Si parte dall’educazione, bene comune per eccellenza».

sabato 18 gennaio 2014

Da Hugo a Poe. L'elogio del Flâneur


Il saggio di Alberto Castoldi sulla raffinata figura letteraria

Benedetta Craveri

 “La Repubblica“, 16 gennaio 2014

Viaggiare, camminare, passeggiare, errare, vagabondare: ciascuno di questi termini d'uso corrente ha rivestito, a seconda delle epoche, significati molto diversi. Per secoli, prima ancora di indicare un percorso geografico, il viaggio ha rappresentato la metafora per eccellenza della condizione umana: il cammino periglioso che attendeva il cristiano nel corso della sua avventura terrena nella speranza di varcare un giorno le porte del regno celeste o, più laicamente, il processo di conoscenza attraverso cui ciascun individuo poteva elaborare le sue strategie di vita. Così, prima di indicare, in età romantica, il drammatico vagabondare dell'uomo diventato estraneo alla società come a se stesso, l'errance ha costituito per il cavaliere cortese la prova iniziatica necessaria a dimostrare il proprio merito. Mentre è Jean-Jacques Rousseau nelle Confessioni di un passeggiatore solitario a teorizzare per primo una nuova forma di sensibilità che trasforma la passeggiata da pratica sociale in simbiosi con la natura, meditazione interiore, incontro con il divino.
È alla rivisitazione di una forma di passeggiata di segno opposto a quella illustrata da Jean-Jacques che Alberto Castoldi dedica oggi il suo ultimo saggio, Il flâneur. Viaggio al cuore della modernità. Traducibile solo per approssimazione - un perdigiorno che passeggia senza una meta precisa in mezzo alla gente-, il flâneur è innanzitutto una figura letteraria tenuta a battesimo dai grandi scrittori francesi dell'Ottocento, da Hugo a Balzac, a Baudelaire, ma anche da Edgar Allan Poe, non a caso « il più francese degli scrittori americani». L'importanza del flâneur viene dalla sua capacità di osservare la città e la folla che la abita, ma la natura e le finalità del suo operato variano. Per Balzac «flâner è una scienza, è la gastronomia dell'occhio, significa vivere, godere...immergere i propri sguardi in fondo a mille esistenze», è insomma la metafora stessa della creazione romanzesca. In Poe, invece, il flâneur si spoglia della sua intelligenza critica, trasformandosi, come annuncia il titolo del suo racconto, ne L'uomo della folla di cui sposa le pulsioni più inquietanti.
È però con Baudelaire, come ricorda Castoldi, che il flâneur subisce una radicale metamorfosi e, alter ego del poeta, si investe della «missione di farsi testimone e quindi interprete di una Modernità che è da lui stesso creata perché, data la rapidità delle sue manifestazioni, richiede uno sguardo che la fissa senza snaturarla, testimoniando paradossalmente della sua «inattingibilità» e della sua frammentarietà ». E poiché questa modernità ha come habitat naturale la folla, «sposarsi alla folla», «prendere dimora nel numero, nell'ondeggiante, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito», appare a Baudelaire la condizione per eccellenza dell'artista.
Ottant'anni dopo sarà Walter Benjamin, nel solco tracciato dal poeta dei Fiori del male, a evocare materialmente e mentalmente, nei suoi celebri Passages di Parigi, i luoghi di memoria della capitale francese per meglio riflettere sulle metamorfosi della modernità. Questa volta non è più il flâneur a «possedere» la città ma ad essere prigioniero delle sue articolazioni labirintiche, mentre le strade sono diventate pure esposizioni di merci e la folla stessa si è trasformata in merce.
Se Baudelaire e Benjamin sono ovviamente al cuore del saggio di Castoldi, lo studioso, con l'originalità e la cultura che gli sono proprie, ce ne ripropone la lettura a partire dall'atto fondatore costituito dallo sguardo selettivo dell'artista. Facendosi egli stesso flâneur Castoldi ci invita a seguirlo, sul filo tipicamente baudelairiano dell'analogia, lungo un percorso che dall'Ottocento giunge ai giorni nostri. Una flânerie che rivisita romanzi, poesie, esposizioni universali, arti figurative, fotografia e cinema, sollecitando la nostra memoria, stimolando la nostra curiosità e suggerendoci nuove letture.

domenica 12 gennaio 2014

Roma città persa


La metropoli che corrompe è ancora un luogo comune Renzi ci casca, il Papa urbanista no

Sandro Veronesi

“Corriere della Sera - La Lettura“, 12 gennaio 2014

Un antico detto di origine (almeno per me) ignota, recita: «Più vicino sei a Roma, più lontano sei dal cielo». Forse proprio per via del fatto che non riesco a ricordare da dove provenga, l’ho sempre considerato l’emblema del florilegio di detti, frasi, aforismi e citazioni che identificano Roma come il luogo di perdizione per antonomasia. Nessun’altra città occidentale è accompagnata da una simile reputazione, ed è interessante notare che essa ha attraversato tutte le epoche, da quella dello splendore imperiale fino a oggi, passando per i secoli del declino e dell’Inquisizione. La letteratura sull’argomento è sterminata, e la quantità di autori che hanno contribuito a costruirla è impressionante quanto il loro valore. L’elemento comune a tutti questi rilievi è l’assunto per cui Roma, per il suo essere da sempre epicentro del potere (di quello imperiale, di quello spirituale, di quello politico), permette ai suoi abitanti di godere di una licenza speciale che li rende non-punibili, e dunque impuniti, e dunque corrotti e dannati. Che a corrompere e a dannare sia proprio Roma, cioè la città, il luogo, lo spazio, è sottinteso, quando non esplicitamente asserito: «Vivere a Roma è un modo di perdere la vita», è uno dei tanti aforismi che Flaiano ha dedicato alla sua città adottiva — che pure, come ben sappiamo, egli amava. Da qui, com’è ovvio, deriva una vulgata tenace e aggressiva che, spogliata di ogni valenza letteraria, identifica dritto per dritto nella città di Roma la sorgente di tutto il marcio che zampilla dal clero, dalla politica, dal clientelismo, dalla burocrazia, dall’affarismo senza scrupoli, dall’elitismo intellettuale, dal baronato universitario, dal mondo dello spettacolo — praticamente da tutto ciò che produce scandali in Italia e in tutta la cristianità: tanto che nel mazzo delle citazioni antiromane ha trovato cittadinanza anche quel rozzo «Roma ladrona» inventato dai leghisti che pensano soltanto a riprendersi con la mano sinistra le tasse che sostengono di pagare con la destra. 
Davanti a tutto questo la prima cosa che bisogna chiedersi è se sia veramente così. Roma è davvero questo postribolo, è davvero il luogo della perdizione e dell’indolenza, del menefreghismo e del parassitismo, dove se magna a ufo senza nulla produrre? Vivendoci e lavorandoci da quasi trent’anni mi verrebbe da dire di no, che si tratta solo di un morto luogo comune che continua a emanare la propria luce proprio per la siderale distanza che separa Roma da chi lo alimenta. Perché una cosa è sicura: in Italia ci sono milioni di persone che credono davvero che i romani non lavorino, ma si tratta principalmente di persone che a Roma non mettono piede. E com’è imbarazzante constatare la dabbenaggine con cui tanti di loro (persone sotto altri aspetti anche molto evolute, colte, educate e intelligenti) sono realmente convinti che a Roma non si possa andare a cena fuori senza ordire trame di potere o aggiustare impicci in sfregio alla legalità: la loro fede nel luogo comune è talmente incrollabile che non vale nemmeno la pena tentare di scalfirla, né si può cercare di spiegare loro quanto la faccenda sia in realtà assai più complessa, dato che questa spiegazione è impossibile da dare a chi non serbi nel proprio cuore almeno una minima curiosità sull’argomento. Molto meglio, in questi casi, dirottare la conversazione sullo scandalo attivo in quel preciso momento nella loro terra (la banca che porta il nome della loro città che ha polverizzato la loro ricchezza, il giro di tangenti che ha accompagnato la realizzazione del loro aeroporto o l’arciprete che ha violentato per sei anni i chierichetti), e rientrare così nel generico e fondamentalmente inconcludente campo giuridico della chiamata in correità: con l’accortezza però di non spingere troppo in là nemmeno questa argomentazione, poiché prima o poi l’interlocutore trova un punto di ribaltamento con cui riesce a ricondurre anche le proprie vergogne locali a una sorgiva responsabilità romana. 
E tuttavia, detto della pochezza rivelata da questa cieca fede nell’assunto della Roma ladrona, bisogna anche dire che nulla di ciò che viene imputato a questa città è inventato o falso. È vero che nel cuore di Roma (ma anche nei suoi organi periferici) pulsa una potente batteria corruttiva, e che il pericolo maggiore in chi vi cresce o vi si trasferisce è quello di perdervi per così dire l’innocenza. Di nuovo, anche qui, si potrebbe subito prendere il bivio del «così è dovunque», perché la verità è che qualunque posto è buono per scoprirsi corrotti, ma è meglio affrontare frontalmente la questione. A Roma, è vero, il rischio di «smarrire la via» è alto e costante, in forza proprio di quella secolare tradizione di mollezza che l’accompagna, ma è anche vero che ad alimentare questo rischio e questa tradizione è l’ingorgo di funzioni che, essa sola, si ritrova a svolgere. Non esiste infatti nessun’altra città in tutto il mondo che sia contemporaneamente metropoli, capitale, città d’arte e città sacra: ognuna di queste identità vi concentra funzioni ingombranti e poteri immensi che metterebbero a dura prova città anche molto più strutturate — tenendo conto che, dalla fine dell’epoca imperiale all’unità d’Italia, cioè per circa millequattrocento anni, Roma è stata solo una cittadina aruvinata piena di orti e di chiese, con una popolazione assai contenuta e una struttura urbana oltremodo fragile e vetusta. È questa inaudita concentrazione di funzioni, dunque, che attira a Roma da tutto il mondo ciò che nel luogo comune si sostiene sia Roma a spargere nel mondo, e alla fine succede che quando un potente si tiene lontano da Roma, quella distanza viene automaticamente trasformata in stigma di onestà e di laboriosità. 
Prendiamo l’ultimo dei potenti, in senso cronologico: Matteo Renzi. Il fatto che non resti mai a dormire a Roma, e che di recente abbia convocato la nuova segreteria del Partito democratico direttamente a Firenze, ha giovato molto alla sua immagine di uomo fuori dai giochi romani , anche se è evidente che queste sue scelte sono dovute a ragioni di natura logistica: poiché continua a essere sindaco di Firenze, deve evitare che l’incarico di segretario del partito lo allontani troppo dai suoi doveri locali; inoltre, da padre di famiglia quale sono, mi sento di aggiungere che in questo modo, pur se di sfuggita, egli può ancora frequentare la sua famiglia, baciare in fronte i figli addormentati, scambiare qualche battuta con la moglie in cucina — tutte cose che, queste sì, hanno una grande importanza per impedire a un uomo di smarrirsi nel proprio potere. Ma accade che tra gli italiani fermamente convinti dell’essenza peccaminosa che trasuda dalle pietre di Roma, il suo diventa un negarsi al molle abbraccio della città corrotta, e viene registrato come un titolo di merito: giustamente, a nessuno è saltato in mente di considerare Firenze la città di Denis Verdini o la Toscana la terra di Licio Gelli e della massoneria occulta. Così come, pur se palesemente dettata dalle medesime ragioni logistiche, anche la sua decisione di convocare la prima segreteria del suo mandato alle sette e mezzo del mattino è stata salutata come una picconata all’ozio e alle comodità da cui si crede — si sa — essere accompagnata la vita nella capitale, e a nessuno è capitato di considerare che alle sette e mezza del mattino milioni di romani sono già svegli da un pezzo e affollano autobus e metropolitana, oltre che intasare le strade consolari, per raggiungere il posto di lavoro come in qualsiasi altra grande città del mondo. La comune percezione, in questo caso, scavalca di slancio i dati di realtà, li rende invisibili ed esalta solo quell’idea di rinnovamento che Renzi proietta attorno a sé con grande energia: il suo rapporto con Roma non c’entra nulla, ma poiché, per ragioni del tutto comprensibili, esso si mantiene per ora entro i confini di un non-rapporto, questo fatto finisce per acquisire una valenza morale. Probabilmente alla sua prima apparizione su una terrazza del centro si sentirà dire che anche lui si è perduto. 
Tuttavia, per riportare il discorso su quella complessità di cui è così difficile parlare quando si parla di Roma, ecco tendersi la mano del grande rivoluzionario di questi nostri tempi, e cioè papa Francesco: penalizzate dalla festività che non ha fatto uscire i giornali la mattina successiva, le sue parole del 31 dicembre obbligano a considerare Roma nella sua complessa, per l’appunto, e irrisolta identità metropolitana. Roma, ha detto il Papa, «è una città di una bellezza unica, ma ci sono tante persone segnate da miserie materiali e morali», «povere, infelici, sofferenti, che interpellano la coscienza di ogni cittadino»: a Roma, ha aggiunto, «sentiamo più forte il contrasto tra l’ambiente maestoso e il disagio sociale di chi fa più fatica». Parole semplicissime nella forma e nel contenuto che però spazzano via di colpo il luogo comune e identificano il cuore del problema. 
Problema che poche settimane fa, su queste stesse pagine, ho cercato di affrontare mettendo a confronto due recenti e bellissimi film ambientati a Roma: La grande bellezza di Paolo Sorrentino e Sacro GRA di Gianfranco Rosi. A fronte di tutte le implicazioni storiche, sociologiche, estetiche e antropologiche che la loro visione comporta, mi sforzavo di radunare le idee su questa doppiezza di Roma nel campo, ahimè oggi poco guarnito, dell’urbanistica: da una parte la città eterna, da secoli ormai museo di se stessa, abbacinante, solenne e sterile, quinta immutabile della decadenza di cui Roma è l’emblema da duemila anni, e dall’altra la città invisibile, effetto collaterale di una mera infrastruttura, nata dal fallimento delle utopie che non sono mai riuscite a rendere il presente degno del passato. Pur nel suo aspetto miserabile, dicevo, pur nel degrado e nel disordine che essa si trova a produrre, è questa seconda Roma a riscattare la prima, dandole l’unica identità contemporanea che possieda, che aspetta solo di essere vista, tanto per cominciare, e poi accettata, capita, regolata, immaginata, governata, per poter finalmente parlare di Roma fuori dal luogo comune che la imprigiona. Arricchito nel frattempo dalla lettura del formidabile libro che ha ispirato il film di Rosi, Sacro Romano GRA, di Sapo Matteucci e Nicolò Bassetti, pubblicato da Quodlibet — breviario metropolitano, portolano dell’abbandono, atlante della incoercibile, quasi metafisica energia della periferia romana —, non posso che approfittare dell’assist di papa Francesco per ribadire lo stesso concetto, allo scopo di dare a Roma quel che è di Roma: innanzitutto vediamola , questa città, come quel tutt’uno che è veramente, senza banalizzarla in concetti separati come se quella separatezza fosse un dato di fatto, mentre è soltanto una scelta dettata dal pregiudizio, dalla pigrizia e dall’impotenza di chi non è mai riuscito a concepirla in un intero; dopodiché, quando avremo cominciato a considerarla nella sua identità unica al mondo, verrà naturale anche la semplice, quotidiana, rivoluzionaria azione di collegamento auspicata dal Pontefice — inteso qui non tanto come pastore, ma come urbanista. Quando quell’azione verrà avviata, e il rapporto tra l’invisibile e il fin troppo visto comincerà a equilibrarsi, prendere le distanze da Roma non sembrerà più un’azione morale, così come abbracciarla non sarà più un sintomo di perdizione — e soprattutto potremo finalmente cominciare a descriverla al netto di un luogo comune che a quel punto si mostrerà improvvisamente non più praticabile, perché non più vero. 
A proposito del quale, mi corre l’obbligo di dire che nel tempo impiegato a scrivere queste righe mi si è prodigiosamente aperto uno spiraglio nella memoria, che riconduce il detto citato all’inizio, «più vicino sei a Roma, più lontano sei dal cielo», a padre Girolamo Maria Moretti (1879-1963), francescano appartenente all’ordine mendicante dei minori conventuali, fondatore della grafologia moderna (a lui è intestato l’Istituto Grafologico di Urbino), genio della psicologia diagnostica nonché mio prozio — ragion per cui ho letto in prima edizione molti suoi libri, e soprattutto ho conosciuto quel motto fin da piccolo come uno dei suoi preferiti. Lo zio Umberto, come lo chiamava mio padre: uomo straordinario, tanto nei racconti di famiglia quanto nei riscontri storici e bibliografici, autorità indiscussa in campo grafologico e sacerdote di vigoroso nerbo morale — intelligentissimo, colto, esperto di uomini e di donne, e tuttavia anch’egli prigioniero di quel ribrezzo per Roma che, in mancanza di un’alternativa condivisibile, ottunde tante belle menti anche oggi, insieme a quelle meno belle. 
Diamogliela, maledizione, quest’alternativa. 

Già postmoderna 
senza modernità

Vittorio Vidotto

«Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio; di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato»: con queste parole Cavour dava voce alle aspirazioni di tutto il movimento nazionale proclamando Roma capitale d’Italia nel 1861. A distanza di oltre un secolo, il maggiore scrittore romano del Novecento, Alberto Moravia, riecheggiava, sull’«Espresso» del 28 maggio 1971, uno dei temi ricorrenti degli antiromani: «Come si fa a voler bene a Roma, città socialmente spregevole, culturalmente nulla, storicamente sopravvissuta a furia di retorica e di turismo?». Sono appena due esempi dei molti registri coi quali si manifesta il complesso rapporto degli italiani con Roma: anche perché Roma ha un carattere multiforme. Capitale di uno Stato nazionale, dominatrice dell’antichità, capitale del cattolicesimo. E gli italiani, nella loro permanente divisività, si riconoscono e privilegiano un aspetto a discapito degli altri. Il mito della Terza Roma e della sua missione tra i popoli, propugnato da Mazzini in chiave romantica e democratica, si trasformò in un nazionalismo retoricamente tronfio dopo la vittoria nella Grande guerra per poi dilatarsi ancora nel fascismo e finire travolto dalle sue sconfitte. Sul terreno politico e del confronto dei poteri, a Roma rimase centrale per ottant’anni il conflitto con la Chiesa cattolica, nei momenti cruciali della Repubblica romana del 1849, della presa di Porta Pia, del violento scontro che oppose nel 1910 il sindaco massone Nathan, sostenitore della superiorità della Roma laica sull’oscurantismo, a Papa Pio X. Un periodo che si chiuse nel 1929 con la conciliazione voluta da Mussolini. Oggi, con i Pontefici che dominano la scena pubblica, non è difficile constatare che piazza San Pietro ha prevalso sul Campidoglio, sul Vittoriano e sui palazzi di una politica interprete timida dei valori laici dello Stato. Spesso il rimpianto di una Roma perduta, ancora semirurale con le pecore al pascolo nelle periferie, si accompagna alla percezione di un’inadeguatezza che ognuno registra appena varca le Alpi. Città già da tempo postmoderna, senza aver attraversato tutte le tappe virtuose della modernità, misurarsi con Roma non è semplice, come dimostrano gli affanni confusi del nuovo sindaco Ignazio Marino.

domenica 3 novembre 2013

LA CADUTA DI METROPOLIS


NICOLA LAGIOIA

La Repubblica, 20 ottobre 2013 

Quale forza evocativa conservano le metropoli nell'epoca delle archistar, degli Apple Store e del bike sharing come termometro della civile convivenza? Ben poca, a giudicare dai contesti che i più importanti scrittori degli ultimi anni hanno scelto per ambientare le loro storie. Prendiamo il Nobel a Alice Munro. Oltre a una sapienza narrativa poco imitabile, il premio certifica una vocazione regionale in cui la scrittrice canadese non è sola. Benché i suoi racconti seguano le vicende di provinciali che in qualche caso tentano la carta della metropoli, il fuoco narrativo arde sempre dalle parti di quella Huron County in cui molti lettori italiani si sentono misteriosamente a casa. Sebbene poco sembrerebbe legarci a una dura terra protestante dove la temperatura va spesso sottozero e la tenacia del pregiudizio ricorda quella di una provincia da noi quasi scomparsa, l' impressione è che i fondamentali della vita (guerre famigliari e scontri sentimentali, bisogno di affrancamento, elaborazione del lutto e gestione della solitudine) abbiano più speranza di venire in evidenza tra un emporio di ferramenta e una chiesa presbiteriana che sotto i tabelloni luminosi di Times Square. In più, nel caso della Munro, questo avviene avvalendosi di tecniche narrative modernissime, cioè l' equivalente letterario dei magnifici edifici trasparenti di Zaha Hadid o Frank Gehry dentro i quali tutto sembra poter accadere, tranne la vita quotidiana. 
Le cose non cambiano se da Wingham, Ontario, ci spostiamo verso sud fino ai luoghi che un legittimo pretendente al Nobel come Philip Roth ha messo al centro dei suoi romanzi. Fabbriche di guanti e piccoli uffici postali rivestiti di scandole grigie. Non più la New York di Holly Golightly (dove, e qui un primo indizio, lo spiantato narratore di Colazione da Tiffany non potrebbe certo permettersi oggi un appartamento nell' Upper East Side), ma la Newark dello Svedese e di Nathan Zuckerman. Al massimo, il villaggio rurale di Madamaska Falls (New England) in cui imperversa Mickey Sabbath. Se uno come Roth, che in gioventù era andato a scuola da un cantore di metropoli (quel Saul Bellow capace di dipingere Chicago come una moderna Bisanzio) lascia alla grande città un ruolo marginale, questo a maggior ragione accade coi suoi connazionali che si ispirano alla grande provincia che fu di William Faulkner e di Flannery O' Connor. È il caso di Joyce Carol Oates, di Toni Morrison (la quale, quando mette New York al centro di un libro, non ambienta la storia ai tempi dei flash mob che movimentano Manhattan ma nella Harlem delle marce di protesta degli afroamericani di quasi un secolo fa), o di Cormac McCarthy, che in Non è un paese per vecchi fa del deserto texano il punto d' incontro tra narcotraffico e tragedia classica. 
Del resto, basta passare il confine con il Messico perché il medesimo deserto divenga lo spazio d' elezione di quello che forse è per ora il più grande riapertore di giochi letterari del XXI secolo: Roberto Bolaño, che scelse appunto come suoi punti cardinali un deserto (Sonora) e un obsoleto concentrato di violenza e confusione (Ciudad Juárez) in grado di negare tutto ciò cui aspirano le metropoli contemporanee. Eppure le città sono state al centro dei nostri sogni per almeno due secoli. Dalla Dublino di Joyce e dalla Parigi di Proust hanno preso forma i codici interpretativi di cui tutti ci siamo poi serviti. Prima ancora avevamo avuto la Parigi dei pescecani di Balzac (e quella degli arrivisti di Stendhal, dei miserabili di Hugo), la caoticissima Londra di Dickens, la Mosca di Tolstoj, la Pietroburgo di Dostoevskij. Ciò nonostante, per raccontare una storia è sembrato a un certo punto necessario allontanarsi dagli agglomerati urbani. In Europa, basti pensare a come Houellebecq non riconosca a Parigi la centralità che aveva per i suoi antenati, o all' ultimo Ballard che considerava i sobborghi londinesi più rappresentativi del centro, e ancora a Sebald che leggeva le città del Vecchio Continente come sopravvivenze fisiche di un' altra epoca. Per arrivare in Italia, è sin troppo facile soffermarsi sulle borgate di Walter Siti, o su come (dalla Sardegna di Murgia, Fois e Soriga, alla Puglia di Lattanzi e Desiati, al nord est di Falco e Trevisan, alla Pianura Padana di Nori e Cavazzoni) gran parte della nostra recente narrativa trovi nella provincia la propria culla. Non è allora un caso - pensando al cinema - che l' ultimo Leone veneziano l'abbia vinto la Roma esiliata oltre il raccordo di Sacro Gra. 
Cos' è dunque che, se non sempre fisicamente, ci ha fatto emotivamente fuggire da ciò che un tempo consideravamo un punto d' arrivo? La verità è che negli ultimi anni le metropoli sono state sempre meno dei luoghi d' esperienza. Ridotte a centri amministrativi o di potere, a mete di shopping o residenze per ricchi (per non parlare dei musei a cielo aperto cui si vorrebbero ridotte tante nostre città), costose e poco inclusive nei propri luoghi simbolo, offrono assai di meno quelle occasioni d'avventura e di incontro (tra diversi) che davano sale alle grandi narrazioni. Difficile ad esempio, con una mobilità sociale rallentata, una scalata come quella di Julien Sorel a Parigi. E, in un'economia criminale anche quella oligarchica, è addirittura arduo attualizzare il Gatsby di Fitzgerald. Per non parlare di quali probabilità avrebbe oggi il sottoproletario Pip delle Grandi speranze dickensiane di finire nella city londinese (o persino il ricco Scrooge di trovare un fantasma che lo porti tra i diseredati). È successo, insomma, nell'ultimo ventennio, che insieme con la forbice tra ricchi e poveri si è allargata quella tra i luoghi in cui si decidono le cose e i contesti in cui la vita accade. I teatri del potere (la lezione è della Morante) sono però come il centro di un ciclone: concentrazioni di stasi assoluta in cui niente succede per davvero. Se a politica ed economia fa comodo dimenticarlo, l' arte di raccontare storie ha già preso le contromisure. -

domenica 22 settembre 2013

La mia Atene ha smarrito la via


Petros Markaris

“La Repubblica”, 22 settembre 2013

Atene assomiglia a un malato che soffre di Alzheimer. La città gradualmente perde la sua memoria, ma anche la sua forma presente. Questa perdita di memoria ha colpito soprattutto i quartieri cittadini della piccola e media borghesia. Quasi ogni giorno, passo per la via principale che attraversa i quartieri abitati dal ceto medio — Odos Patision — la via dello shopping per questi ceti. Ora, un negozio su due è chiuso e le vetrine sono tappezzate di poster, annunci di affittasi e di varia natura.
Se mostrassi a un residente di Odos Patision uno dei negozi vuoti e gli chiedessi che cosa vendeva quel negozio, mi guarderebbe in totale passività e tirerebbe a indovinare: «Abbigliamento?» o «Scarpe?». Questo perché quasi tutti i negozi in Odos Patision vendevano abbigliamento e calzature. Dopo tre anni di recessione, la memoria di Atene si cancella. I cittadini non ricordano.
Un mese fa è uscito un mio nuovo libro intitolato Atene in una gita. Il libro descrive un viaggio a bordo del vecchio metrò di Atene, che tutti conoscono come “il tram”, dal porto del Pireo fino all’elegante quartiere di Kifisià. Le ventiquattro fermate di questa linea offrono al viaggiatore l’opportunità di conoscere la storia pressoché completa della stratificazione sociale di Atene. Mi ha colpito che molti lettori non conoscevano, né ricordavano molte delle cose descritte nel libro. Mentre ascoltavo le loro domande, io stesso mi chiedevo, a metà tra il dubbio e la rabbia: «Ma come è possibile che io, l’immigrato, arrivato ad Atene nel 1964, conosca la città meglio della gente del posto?».
Sebbene questa perdita di memoria sia peggiorata con la recessione, essa affonda le sue radici nell’epoca della ricchezza virtuale. A metà degli anni Ottanta, i residenti di questi quartieri se ne andarono, perché non volevano, così affermavano, respirare l’aria inquinata del centro di Atene, né essere disturbati dal rumore e dal traffico congestionato. Era un semplice pretesto. Il reale motivo era che volevano vivere da nuovi ricchi, poiché tali si sentivano. Nei quartieri centrali restavano solo i pensionati e alcuni artisti e intellettuali, che non volevano o potevano lasciare le proprie abitazioni, sia per motivi economici, sia perché erano affezionati al centro della città. Quando giunse la prima ondata di immigrazione, all’inizio degli anni Novanta, questi quartieri erano pronti ad accoglierli. Oggi, molti dei vecchi residenti di queste zone ritengono che gli immigrati siano il motivo per cui questi quartieri sono stati “declassati” e il valore dei loro immobili è crollato. Sono favole. Gli immigrati si sono insediati in queste zone perché le case erano libere e gli affitti erano bassi.
La preponderante presenza di immigrati ha trasformato il centro di Atene, dominato una volta dalla piccola e media borghesia, in un focolaio di razzismo. La responsabilità principale di questa situazione va attribuita allo Stato greco e all’amministrazione comunale di Atene. Poiché, in generale, lo Stato e, più precisamente, l’amministrazione comunale non sono stati in grado, in tutti questi anni, di elaborare una politica che affrontasse il grave problema dell’immigrazione in città, questi quartieri, negli ultimi anni, sono diventati terreno fertile per il movimento neonazista Alba Dorata. Gli anziani e i pensionati hanno paura degli immigrati e i neonazisti li hanno presi sotto la loro ala protettrice: li accompagnano in banca a ritirare, in tutta sicurezza, la pensione; di notte dormono nelle loro case o appartamenti. Gli anziani che abitano in questi quartieri così si sentono protetti e i neonazisti di Alba Dorata sono diventati ai loro occhi i “bravi ragazzi” che li proteggono.
La mia passeggiata preferita ad Atene è nella città vecchia, quella che oggi viene definita il centro storico di Atene. L’espressione “centro storico” non si limita solo ai resti archeologici dell’antica Atene, cioè l’Acropoli e l’antico cimitero di Keramikos, ma si riferisce anche all’area più datata dell’Atene moderna, che fu costruita dai Bavaresi nella prima metà del XIX secolo. Molti di questi edifici neo-classici sono opera di architetti tedeschi. Per esempio, Ernst Ziller, progettò il Teatro Nazionale e le Poste Centrali, mentre il Palazzo Reale, attuale sede del Parlamento, è opera dell’architetto di corte del Regno Bavarese, Friedrich von Gärtner. Dopo la fine dell’occupazione bavarese, il centro storico iniziò una fase di declino, finché venne definitivamente abbandonato al suo destino e divenne una zona di alberghi economici, officine per la riparazione di automobili e lavorazioni meccaniche.
Il recupero del centro di Atene si deve a una famosa attrice che più tardi divenne ministro della cultura: Melina Mercouri. Fu la prima a capire che era necessario salvare gli edifici e i palazzi dell’epoca bavarese, che rappresentavano un pezzo della storia più recente di Atene.
Ciononostante, i primi a penetrare il ghetto del centro furono i piccoli teatri. Poiché vi erano molte abitazioni vuote e gli affitti erano bassi, questi ultimi si insediarono in questa zona. Inizialmente, gli ateniesi si chiesero quali spettatori fossero disposti ad andare a teatro in questa zona degradata e in alcuni punti persino pericolosa della città. Malgrado ciò, ai teatri fecero seguito i bar dei giovani e alcuni ristoranti. Poi cominciarono a vedersi per strada le pellicce accanto alle giacche a vento economiche e le Mercedes insieme ai motorini. Fu necessario, però, aspettare le Olimpiadi del 2004 perché il centro storico recuperasse la sua bellezza passata. Questo è stato uno dei pochi aspetti positivi che ci ha lasciato quel periodo di splendore e di sprechi. La parte più bella di questa zona, secondo me, coincide con la passeggiata che inizia del tempio di Teseo e prosegue parallela all’Acropoli. Camminando, si trova sulla destra la collina delle Ninfe, sulla sinistra l’Acropoli e quando si giunge al termine del percorso, ci si trova davanti alle colonne del tempio di Zeus Olimpio. La crisi e le sue conseguenze hanno fatto una deviazione e hanno lasciato intatto questo pezzetto di Atene. In generale, il centro storico non presenta grandi differenze rispetto a come era prima della crisi. Se oggi si notano più immigrati in giro, ciò non è dovuto a un aumento della loro presenza, bensì al fatto che girano per le strade, cercando, scoraggiati, un lavoro.
Ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio nella mia vita. Non conosco nessun’altra città che la notte cambi così radicalmente volto come Atene. Non sarebbe eccessivo affermare che gli ateniesi vivono in due città: un’Atene diurna e una notturna. Forse i cittadini di Atene sopportano pazientemente l’inferno delle giornate nella loro città, con l’aria inquinata, il rumore, le vie congestionate dal traffico, perché sanno che non appena cala la notte, avranno la possibilità di trascorrere alcune ore nel paradiso delle notti ateniesi. Non fraintendetemi però, non mi riferisco qui alla vita notturna di Atene, alle osterie, ai ristoranti e alle discoteche. Questi si trovano in tutte le città dell’Europa meridionale. Parlo di un’altra città. L’oscurità della notte copre il suo brutto volto diurno e gli edifici di cattivo gusto risalenti al periodo del “miracolo economico” greco, che non è stato tuttavia un miracolo dell’edilizia. In mezzo a tutto quello che la crisi ha cancellato, c’è anche questo paradiso notturno. Dalle nove di sera, le strade del centro sono vuote, si vedono file di taxi che attendono invano i passeggeri. Molte osterie e ristoranti sono aperti solo il sabato. Le vie con i bar dei giovani, invece, sono affollate anche in settimana. Tuttavia, i ragazzi stanno seduti sul marciapiede davanti al bar, con bottiglie di birra acquistate dai chioschi per strada, ascoltando la musica proveniente dall’interno del locale.
I quartieri che non dormono la notte sono quelli tradizionali della piccola e media borghesia in centro. Qui però non si diverte nessuno, regna la paura. Ogni sera, questi quartieri diventano un campo di battaglia: una sera è il partito neonazista che va a caccia di immigrati; un’altra notte sono le gang di immigrati che si disputano aree urbane per lo spaccio di stupefacenti. Ogni sera la polizia è impegnata in una vana lotta su entrambi i fronti. Ho due amici che abitano nel quartiere di Agios Panteleimon, il più violento del centro. Uno è un musicista, l’altro un critico cinematografico. Entrambi mi ripetono la stessa cosa: è impossibile vivere in questo quartiere. Ma, nonostante tutto, entrambi si rifiutano di andarsene, come del resto molti artisti e uomini di cultura. Tentano di rendere il quartiere più vivibile, organizzando iniziative culturali e allestendo centri per la promozione della cultura.
È il loro modo di combattere l’Alzheimer che tuttavia, come è risaputo, è una malattia incurabile.

lunedì 22 luglio 2013

Turismo letterario: il giro del mondo in 80 noir


Una mappa interattiva a cura di Luca Crovi e Oliviero Ponte di Pino. CLICCA QUI.



Geografia del giallo: infografica. CLICCA QUI.



Il Mediterraneo è un mare nero

Maurizio De Giovanni

"La Lettura - Corriere della Sera", 21 luglio 2013

C’è qualcosa, nel mare. Qualcosa di oscuro.
Non mi riferisco alle chiazze di carburante lasciate dalle petroliere, né agli scarichi inquinanti delle fabbriche e degli antiquati impianti fognari: qui si discute di narrativa, e specificamente di narrativa nera.
Il mare e la narrativa nera sembrano fatti l’uno per l’altra. Il mare è fatto di vicoli, di cattiva illuminazione, di stradine tagliate ametà dalla luce del sole; di aria appestata da pesce e alghe in decomposizione, dal sapore di legno umido e ammuffito; dal rumore equivoco delle onde sulla scogliera, dalle grida di gabbiani a caccia di topi, da una massa buia nella notte, in perenne oscuro movimento. Il mare è un obbligo, un richiamo: conosciuto e sempre ignoto.
Il romanzo nero, da parte sua, è l’indagine della parte buia; è lo spauracchio della violenza, il fantasma della propria rabbia che il lettore vede emergere da una storia altrui, che potrebbe benissimo essere la sua. È il fascino dell’altro da sé, lontano eppure così vicino da essere sovrapposto. È il mistero dell’eroe oscuro, e delle vicende che comunque vadano a finire non finiscono mai.
Eppure la violenza non è certo lesinata dalla cronaca; di questi tempi la realtà offre avvenimenti che sono più efferati e illogici di quelli che si trovano nei romanzi. Possibile che la gente non sia stanca, e che cerchi anche nella fiction le stesse cose che trova nei giornali e in tv? Possibile, evidentemente. Possibile che il pubblico non voglia abbellimenti, possibile che per completare il processo di immedesimazione che la lettura richiede abbia bisogno di storie che sembrino vere, che ti gettino in fretta in un contesto così simile al tuo da farti sentire protagonista della vicenda che raccontano. D’altra parte cos’è un libro, se non un biglietto per un viaggio? Per una passeggiata in un altro posto, in un altro tempo, che consenta di andare altrove senza muoversi, di sentire altre passioni e altre emozioni?
Il romanzo nero, perciò, costituisce il più veloce dei viaggi: dipingendo una realtà assolutamente verosimile, proponendo il lato oscuro dell’animo umano senza cercare di immaginare rassicuranti catarsi. Una storia nera non finisce bene, almeno non necessariamente: il lettore non sa mai come si chiuderà e spesso, come accade nella realtà, la conclusione prelude a un nuovo inizio e riserva brutte sorprese.
In questo contesto si può tentare di ritrovare alcune atmosfere comuni, elementi di somiglianza tra gli autori più amati di un genere che per sua natura è polifonico e incline alla ricerca a volte ossessiva dell’originalità. Uno di questi elementi è, forse, proprio il mare. La costruzione di una realtà verosimile, un cardine della narrativa nera, parte dall’ambientazione. Strade, suoni, aria, clima: un vento insistente, profumi di cucina, morbide musiche e canzoni dolenti, notti calde o gelide. Descrizioni necessarie di un contenitore che conserva e orienta la storia che viene raccontata. I paesaggi innevati e la natura ostile del grande Nord sono un elemento costitutivo della narrativa svedese, islandese e norvegese e determinano un aspetto non certo secondario del fascino che gli autori di quelle lande mantengono, e del loro successo. Si può dire lo stesso del nostro Mediterraneo, per restare nel Vecchio Continente?
Il nuovo romanzo nero europeo ha molti padri; tra essi devono essere certamente annoverati Manuel Vázquez Montalbán e Jean-Claude Izzo. È con loro che il genere giunge in riva al mare, abbandonando le nebbie oscure della Parigi di Simenon e della Londra gotica e l’illusoriamente tranquilla campagna inglese della Christie; e il nero assume nuove sfumature, immergendosi negli odori e nelle luci abbaglianti di Marsiglia e Barcellona.
Pepe Carvalho, l’investigatore privato che percorre le ramblas tenendo per mano il suo creatore Vázquez Montalbán, è così intimamente connesso con la propria realtà da risultare ormai una vera e propria risorsa turistica di Barcellona. La progressiva immedesimazione dello scrittore col personaggio, evidente fin dal principio con la corrispondenza della data di nascita immediatamente successiva alla fine della guerra civile e con la detenzione per antifranchismo, raggiunge l’estremo con la previsione della morte dell’autore stesso (Pepe Carvalho, l’addio, del 2003, anno della morte di Vázquez Montalbán). I romanzi con Carvalho protagonista si connettono intimamente con la città attraverso molti canali, primo fra tutti la gastronomia: passeggiamo con il fantastico Biscuter, cuoco e aiutante del detective, per botteghe e mercati di una Barcellona magmatica e sotterranea, in perpetuo movimento portuale, coi traffici impliciti ed espliciti tipici delle città di mare. Il piatto che delizierà Carvalho non è uno strumento narrativo, e nemmeno una nota di colore: è una precisa finalità, la conclusione di un processo che corrisponde alla costruzione di un’ambientazione assolutamente indistinguibile dalla storia stessa.
Così come connaturata alla storia è la Barcellona nera di Alicia Giménez-Bartlett e della sua Petra Delicado, ispettrice di polizia il cui nome stesso è un ossimoro e rappresenta la duplicità della sua natura, e della città che percorre. Una città femmina, accogliente e misteriosa, mai univocamente interpretabile, bellissima e infida; piena di contraddizioni che la stessa autrice, castigliana della Mancia, sembra indagare, romanzo dopo romanzo, con il proprio personaggio, attraverso storie che propongono una perenne dialettica tra l’evoluzione del crimine e quella dell’educazione sentimentale della protagonista. E il mare, col suo movimento, il suo rumore e le attività che sostiene, ne è la costante colonna sonora.
Lo stesso mare che bagna Marsiglia, palcoscenico delle storie di Izzo e soprattutto vero e proprio personaggio principale della trilogia che ha come protagonista Fabio Montale. La narrazione di Izzo, partecipe e accorata in ogni singolo rigo, è tra le più poetiche e delicate del genere e propone l’autore come uno scrittore tout court, narratore di razza che non ha mai difficoltà a immergere il lettore in un paesaggio e in una vicenda lasciandolo con un senso di straniamento al termine della lettura, attanagliato da un’inspiegabile nostalgia per qualcosa che rimane comunque irrisolto, come dev’essere in una storia nera che si rispetti. Il crimine non viene mai sanato, e Izzo lo sa più di chiunque altro: la ferita sociale non può che essere mal ricucita, e lascerà un’orribile cicatrice in ricordo del male dal quale è nata. Il secondo romanzo della trilogia di Montale, Chourmo (Ciurma), descrive il cuore di Marsiglia (che non a caso è il sottotitolo) meglio di ogni altro. La compresenza della prima e della terza persona conferisce al romanzo una pluralità di punti d’osservazione che lo rende corale, profondo, mobile come il mare; e dal mare, che ospita le riflessioni di un protagonista che passa il proprio tempo a pescare, viene la storia stessa, introducendo una tematica che è diventata una costante della narrativa mediterranea: i flussi migratori.
In Izzo prima e in moltissimi autori successivamente, il confronto tra culture diverse, il differente peso della religione, dell’onore, dell’orgoglio, le necessità economiche, il degrado e la povertà, il fantasma dei campi profughi, sono spesso all’origine dei crimini sui quali gli investigatori sono chiamati a indagare; così l’indagine, e i tortuosi percorsi all’interno del ventre delle città e dei sentimenti che si intrecciano fino a diventare una matassa inestricabile, sono anche il modo degli scrittori di analizzare la società. Il solo fatto di mettere certe situazioni al centro della storia diventa un giudizio di merito.
Non a caso è proprio Marsiglia la capitale del noir mediterraneo, fin dagli anni Settanta di Jean-Patrick Manchette: in bilico tra il Sud in rincorsa e il ricco Nord, diventa il territorio di una guerra interculturale prima ancora che economica. E lo stesso Massimo Carlotto ambienta a Marsiglia gran parte del suo Respiro corto, a dispetto del titolo un romanzo di respiro ampio e internazionale, dove i grandi interessi economici incontrano le terribili storie di degrado personale e sociale del nostro tempo. Il mare; lo stesso mare sul quale si affaccia, per venire al nostro Paese che è diventato un luogo «istituzionale» della narrativa nera mediterranea, la Genova di Bruno Morchio e del suo Bacci Pagano, investigatore sofferente e sensibilissimo che porta attraverso i carruggi della città vecchia uno sguardo apparentemente cinico e invece tormentato e dolente. E, con un salto di molti chilometri, l’avvocato Guerrieri di Gianrico Carofiglio, che con una scrittura raffinata e innovativa porta il legal thriller in casa nostra, adeguando il genere a mentalità e a modalità di dialogo calde e appassionate, lontane da quella freddezza procedurale e dai tecnicismi che caratterizzano i romanzi d’oltreoceano.
È come se la nostra narrativa sentisse la necessità del mare, l’essenza di un simbolo del disordine, dell’inaffidabile, del mobile e dell’incertezza, pur nella enorme diversità dei linguaggi: Marco Malvaldi, col suo irresistibile Bar-Lume, che fa molto sorridere emolto riflettere sulla piccola provincia partendo dal litorale pisano, impreziosito dalla pineta che dialoga ininterrottamente con le onde. E naturalmente il grande Andrea Camilleri, lo scrittore che ha dato inizio all’età dell’oro del romanzo di genere italiano, sdoganando una narrativa fino a lui ospitata, pur con grandissime eccezioni come Scerbanenco, Veraldi, Fruttero e Lucentini, negli scaffali nascosti delle librerie. L’autore siciliano, con la voce inconfondibile dall’immaginaria e assolata Vigata, ha una scrittura fatta di mare; quel mare nel quale il suo Montalbano va a nuotare per trovare e schiarire le idee, come se volesse, lui catanese in trasferta, ritrovare un liquido amniotico che è casa sua più di ogni altro luogo.
Mare che è anche isolamento, introspezione, tradizione di solitudine e talvolta di violenza, come testimoniato dalla narrativa sarda di Fois, Todde, Murgia, Niffoi. Mare che sa diventare una cortina impenetrabile, mare che copre luoghi mortalmente affascinanti e poco disponibili a essere compresi, mare che racconta nella propria lingua, senza porsi il problema di piacere a chi ascolta. Mare che diventa una necessità narrativa anche per chi non ce l’ha, come lo scrittore tedesco Veit Heinichen che fa adottare da Trieste il suo poliziotto salernitano Proteo Laurenti, che insieme ai delitti analizza la storia e la tradizione di un luogo che fa del vento e dell’acqua la propria identità.
Verso Oriente la scottante, violenta attualità dell’ateniese Petros Markaris, che con una narrazione vertiginosa e rapidissima in prima persona e al presente si serve del veicolo del commissario Kostas Charitos per squarciare il velo sugli effetti della crisi sul popolo e sulla nazione che hanno costruito la nostra cultura, e nei confronti dei quali costantemente dimentichiamo l’enorme tributo dovuto. Il caso di Markaris è paradossale: greco di padre armeno, ha studiato in Germania e scrive romanzi e saggi, oltre che nella lingua madre, in turco, tedesco, inglese e francese.
Il più europeo degli scrittori è anche quello che la congiuntura corre il rischio di estromettere dall’unità economica continentale. Nel suo ultimo romanzo, Resa dei conti, immagina appunto un gennaio 2014 in cui Spagna, Italia e Grecia devono tornare a peseta, lira e dracma perché espulse dall’euro; uno scenario drammaticamente realistico, in cui il crimine percorre come un demonio le strade di una città straziata da conflitti generazionali e manifestazioni di piazza, da una sopraggiunta condivisa povertà e dall’orgoglio ferito di una nazione che porta il peso della propria storia. La materia di un saggio di macroeconomia resa fruibile e incredibilmente interessante, riferita attraverso le storie delle persone, il loro sangue, la loro dannazione. Uno svelamento, attraverso il linguaggio quotidiano, di ciò che sta avvenendo di là dal nostro mare, a tiro di traghetto: e che ci può dire di noi stessi molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
La funzione del romanzo nero è del resto questa: raccontare in termini concreti, individuali e familiari la ricaduta sulla gente dei grandi disagi collettivi; e il mar Mediterraneo è teatro e tessuto connettivo dell’incontro tra popoli diversi. Un confronto, a volte scontro, frutto di un’astrazione politica ed economica che si chiama Europa e che di fatto è sempre più lontana da se stessa; ma che il mare ha raccontato, e continuerà a raccontare com’è, attraverso i suoi autori neri, senza alcun tributo all’etica e all’estetica.