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lunedì 30 ottobre 2017

Dai Longobardi a Murat, le sliding doors d’Italia


Ben prima dei Savoia furono diversi i tentativi di unificare la Penisola, ma le sorti delle armi furono avverse. Le cocenti sconfitte militari del Regno a partire dal 1866, poi, alimentarono il falso mito dell’italiano pessimo soldato

Andrea Santangelo, "Il Fatto", 30 novembre 2017

Gli italiani vengono spesso accusati di avere scarso senso civico, poco amor di Patria e di essere pessimi soldati. Una delle spiegazioni che va per la maggiore è quella della nazione unita da troppo poco tempo. E controvoglia. L’unione fu imposta dalle élite e mai realmente accettata da ampi strati della popolazione. Per questo non ci fidiamo dello Stato e non siamo disposti a sacrificarci per esso, in primis militarmente. In realtà, ben prima dei Savoia ci furono tentativi di unificare politicamente la penisola, solo che la sorte delle armi fu avversa. Quelle battaglie sono diventate dei veri e propri turning point storico militari (o delle sliding doors se preferite la metafora cinematografica).
Dopo l’esperienza unificatrice dell’Impero romano, i primi ad avere un’idea di dominio dell’intera penisola furono quasi certamente i Longobardi. Il Papato glielo impedì, chiamando in Italia i Franchi di Carlo Magno che sconfissero i Longobardi, nel 773, nella battaglia delle Chiuse di San Michele. Il re dei Franchi divise saggiamente in due il suo esercito ed entrò in Italia da differenti percorsi (Moncenisio e Gran San Bernardo), mettendo in difficoltà il sistema difensivo longobardo, imperniato sulle Chiuse della Val di Susa. Dopo un rapido scontro, i Longobardi si ritirarono nella fortificata Pavia, dove poi si arresero. Se re Desiderio avesse sconfitto Carlo, la storia d’Italia avrebbe preso tutta un’altra piega e il Papato sarebbe divenuto un docile strumento al servizio della corona longobarda. Non andò così e lo Stato della Chiesa fu per tutto il Medioevo il principale ostacolo alle mire unionistiche italiane, chiamando spesso a suo supporto potenze estere. Anche diversi pontefici ebbero ambiziosi progetti di espansione, ma senza mai realmente possedere le forze militari per metterli in pratica.
Occorre attendere fino al Rinascimento per avere nuove possibilità di unificazione, seppur quasi virtuali e utopicamente effimere. Nel 1494, con la calata in Italia del re francese Carlo VIII, i litigiosi staterelli italiani misero da parte le loro rivalità fondendosi in una Lega militare. Il 6 luglio 1495, a Fornovo nel parmense, francesi e italiani si scontrarono lungo il Taro. La pioggia rese difficili le operazioni della Lega italiana, alzando il livello del fiume e rendendo pesante il terreno; il piano troppo complesso di Francesco II Gonzaga si rivelò un fallimento e Carlo VIII riuscì a ritornare in Francia. Agli italiani sembrò di aver vinto, in realtà le loro divisioni politiche e militari (ma soprattutto le loro ricchezze) attirarono l’attenzione di francesi e spagnoli che trasformarono l’Italia nel loro campo di battaglia. Se la Lega avesse distrutto l’esercito francese, forse avrebbe potuto dare agio a qualche stato italiano (Venezia? Una lega di più stati?) di unificare prima o poi il Paese.
Cinque anni dopo il turning point di Fornovo, il figlio di papa Alessandro VI, Cesare Borgia, costituì un suo ducato in centro Italia grazie ai soldi del padre e all’aiuto militare del re francese Luigi XII. In breve tempo si distaccò dai suoi due ingombranti sponsor e cominciò a guerreggiare di testa sua, attaccando chi gli pareva emettendo insieme anche eserciti assai innovativi tatticamente e in cui l’elemento italiano, e in particolar modo quello romagnolo, era predominante. L’improvvisa scomparsa di Alessandro VI mise in grave difficoltà economica “il Valentino”, che non riuscì più a mantenere sotto le armi tutti i soldati di cui aveva bisogno. E che questi piani contemplassero la gran parte d’Italia ce lo dice un cronista coevo del Borgia, il cesenate Giuliano Fantaguzzi: “volea fare a Cesena: palazo, canale, rota, studio, piaza in forteza, agrandare Cesena, fontana in piaza, duchessa, corte a Cesena, fare el porto Cesenatico et finalmente farse re de Toschana et poi imperator de Roma con castello santo Angello”. Un’Italia unita sotto Cesare Borgia avrebbe dato un bello scossone alla geopolitica del tempo, ma la morte di Rodrigo Borgia è stata la sliding door che l’ha evitata.
Il dominio spagnolo su gran parte delle penisola sedò ogni ulteriore tentativo di italianità. Tralasciando la folcloristica Disfida di Barletta, bisognò attendere le guerre napoleoniche per avere un nuovo paladino della nazione e una battaglia turning point. Gioacchino Murat re di Napoli e cognato di Napoleone, un progetto di unificazione raffazzonato e vago ma con tanto di proclama agli Italiani letto pubblicamente a Rimini. Si combatté una sanguinosa battaglia a Tolentino, che vide però la netta vittoria degli austriaci. Un’altra sliding door chiusa.
Fu solo con il Risorgimento di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini che la porta fu finalmente tenuta aperta e si ebbe l’Italia unita.
Le prime cocenti sconfitte militari del Regno d’Italia furono il motivo per cui il nostro Paese perse per sempre la possibilità di essere una potenza militare rispettata e temuta e si dovette poi accontentare di ruoli subalterni in politica estera. La battaglia di Custoza del 1866 e quella navale di Lissa, pur combattute in netta superiorità numerica, sancirono l’incapacità italiana di fare la guerra. Il disastro coloniale di Adua, del 1896, ne fu solo l’inevitabile epilogo. Da quel momento, il cosiddetto “mondo civilizzato” ci ha sempre guardato quantomeno con malcelato disprezzo. Ed è nata la storiella che gli italiani non sanno fare la guerra perché troppo occupati a far l’amore, mangiare pizza e pasta, giocare a calcio e fare casino.

domenica 25 agosto 2013

Il mio nome è James Leopardi


«Non bisogna impoverire la complessità dell'opera. 
Noi invece cerchiamo di offrire un'esperienza diretta»
Il mondo anglosassone valorizza il pensiero del poeta 
Che oggi «dialoga» con Locke e Wittgenstein 

Trevi Emanuele

"Corriere della Sera", 19 agosto 2013

Sulle pagine culturali della stampa inglese, in queste settimane estive tradizionalmente consacrate a più futili argomenti, il nome di Giacomo Leopardi ricorre con frequenza addirittura impressionante. La lista dei quotidiani prestigiosi, destinata ad allungarsi, per ora comprende il «Guardian», il «Financial Times», il «London Evening Standard», il «Sunday Times». L'occasione è tutt'altro che pretestuosa, una volta tanto, perché si tratta di render conto dell'importante edizione dello Zibaldone curata da Michael Caesar e Franco D'Intino, pubblicata in America e in Inghilterra rispettivamente da Farrar, Straus e Giroux e Penguin Classics.
Di fronte alla traduzione integrale di questo labirintico e polimorfo work in progress, iniziato nel 1817 a Recanati e interrotto nel 1832 a Firenze, viene da chiedersi se non sia proprio la logica, empirica Inghilterra la patria ideale dei futuri lettori di Leopardi. Ma piantare un tale seme in terra straniera non è un lavoro che si possa velocemente improvvisare. Vale proprio la pena di raggiungere per telefono Franco D'Intino, uno dei due curatori, per rivolgergli direttamente qualche domanda sull'impresa, iniziata nel 2007.
D'Intino è d'accordo sul fatto che la cultura britannica è geneticamente predisposta a un confronto serrato e illuminante con la filosofia di Leopardi. «Non bisogna dimenticare che John Locke è uno dei pilastri della formazione filosofica leopardiana. Questo è un fatto assodato, che riguarda le cosiddette "fonti" dello scrittore. Ma ancora più importante è l'apertura sul futuro permessa da una lettura ravvicinata dello Zibaldone, soprattutto considerando le innumerevoli pagine di osservazioni linguistiche. Si arriva, con una certa dose di meraviglia, a constatare evidenti affinità con il pensiero di Ludwig Wittgenstein».
Partiti da premesse culturali così diverse, questi due giganti del pensiero - mi spiega D'Intino - hanno elaborato una meditazione sul linguaggio considerato come un indizio antropologico fondamentale, una traccia capace di rivelare le «forme di vita» che si nascondono dietro le singole parole e i modi di esprimersi. Quello di Franco D'Intino è un nome ben noto agli studiosi di Leopardi, fin da quando, nel 1995, ha curato una fondamentale edizione degli scritti autobiografici e degli abbozzi di un romanzo che il grande poeta non portò mai a termine. Ha studiato in Olanda, in America e in Inghilterra, e oggi insegna alla Sapienza di Roma.Nel 1998, approdato all'università di Birmingham, ha fondato assieme a Michael Caesar il «Leopardi Centre» («all'inglese» precisa: «Gli americani scriverebbero "center"»), che nel giro di pochi anni si è guadagnato la credibilità necessaria a ottenere sostegni prestigiosi come quello dell'Arts and Humanities Research Council (più o meno l'equivalente del nostro Consiglio nazionale delle ricerche).
D'Intino non nega affatto di essere il tipico esempio della tanto deprecata «fuga dei cervelli» dall'università italiana. «Ma dal punto di vista dell'esperienza individuale, l'emigrazione mi ha dato più di quello che mi ha tolto. Ho letto libri che non avrei mai letto e un altro influsso decisivo è stato quello sul mio modo di scrivere».Chiedo allo studioso qualche chiarimento su quest'ultima affermazione, che mi sembra sorprendente. «La forma mentis anglosassone è diversa dalla nostra. Un saggio e anche una tesi di laurea hanno bisogno di soddisfare due requisiti fondamentali: quello di venire rapidamente al punto e quello di esprimere, su un determinato argomento, un'idea nuova, che giustifichi il fatto di occuparsene. È una lezione molto salutare, che ho sperimentato quando mi è capitato di dover tradurre in inglese i miei propri scritti. Noi siamo capaci di livelli eccelsi di raffinatezza, anche nelle tesi di laurea, ma ci capita spesso di perdere il filo, come se ci dimenticassimo delle finalità del ragionamento».
E per questa strada, torniamo sull'accoglienza che una cultura così caratterizzata dalla concretezza come quella anglosassone è in grado di riservare al pensiero di Leopardi. Mi sembra di capire che la grandezza di un classico non è solo una petizione di principio e che bisogna sempre ripensare il modo di interpretarlo, soprattutto quando si punta a un pubblico nuovo.«Con tutti i loro meriti» precisa D'Intino «le grandi scuole della critica leopardiana sono state dominate da ogni tipo di finalità ideologiche. Questo significa che ognuno ha cercato di tirare Leopardi dalla sua parte, chiudendo tutte le porte della comprensione che non servivano allo scopo. Ma così si finisce necessariamente per impoverire l'opera nella sua complessità e bellezza. Con questo Zibaldone inglese, abbiamo cercato di garantire ai lettori un'esperienza diretta, per quanto possibile, della scrittura e del pensiero di Leopardi».
È stato un lavoro collettivo, scaturito da una lunga esperienza di insegnamento e che ha richiesto, oltre alle fatiche dei due curatori (che hanno rinunciato a percepire qualsiasi diritto d'autore), quelle di ben sette traduttori. «Ma nessuno ha svolto indipendentemente la sua parte di lavoro» ci tiene a precisare D'Intino: «Ci incontravamo periodicamente, in un agriturismo delle Marche, per confrontarci su ogni minima sfumatura di significato presente nel linguaggio di Leopardi. È stata un'esperienza lunga e intensa, difficile ma molto gratificante». Non mi riesce difficile crederlo.Quella che D'Intino mi racconta è una bella storia sia dal punto di vista personale sia culturale. E mi viene spontaneo chiedergli a che tipo di giudizio, o pregiudizio, vada incontro un ventenne d'oggi, che decida di andare all'estero per studiare e insegnare la letteratura italiana. «Potrebbe sembrare sorprendente, vista la cattiva fama del sistema accademico italiano, le carenze delle biblioteche e tutti gli altri handicap che un ragazzo italiano deve affrontare nei primi tempi della sua formazione. Eppure, all'estero i nostri studenti hanno molto successo. C'entra anche il liceo, dove nonostante tutto ci sono degli ottimi professori e si studiano più materie. In Inghilterra, l'ultimo anno se ne studiano soltanto due! Ma la vera chiave, secondo me, è un'altra: la passione o, se vuoi, la tigna. Evidentemente, siamo un popolo capace di investire molto nelle cose che ci interessano. E questa è una caratteristica preziosa, che finisce necessariamente per essere ammirata».

domenica 30 giugno 2013

Unesco, l'ultimatum su Pompei e il disastro dei beni culturali



Mancano soldi e personale. Così s'impoverisce l'Italia


Gian Antonio Stella

"Corriere della Sera", 30 giugno 2013


«Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?». La celebre invettiva lanciata nel 1776 da Alphonse de Sade davanti alle rovine di Pompei sarà stata ripetuta chissà quante volte, parola più parola meno, dai turisti bloccati dai cancelli chiusi nel «venerdì nero» dei beni culturali. Scaricare sui custodi tutta la colpa di questa figuraccia mondiale, che ha spinto l'Unesco a lanciarci un umiliante ultimatum pochi giorni dopo averci riconosciuto altri tre siti patrimonio dell'umanità, però, è troppo facile.
Certo, scegliendo di lasciar fuori dalla porta, sotto il sole, da un capo all'altro della penisola, com'era già successo al Colosseo, migliaia di turisti venuti dalle più lontane contrade perché innamorati del nostro Paese, i custodi si sono assunti pesanti responsabilità. In momenti come questo la reputazione dell'Italia dovrebbe venire prima di qualunque altra cosa. Perfino delle battaglie contrattuali giuste. Ed è francamente inaccettabile che il comunicato ufficiale di tutte le organizzazioni sindacali diffuso a Napoli per spiegare l'agitazione non contenga neppure un cenno di scuse, manco uno, verso quei visitatori bloccati a Pompei, Oplontis o Ercolano dopo essere arrivati da Vancouver o da Tokio. Non si fa così.
Detto questo, le assemblee destinate a bloccare gli ingressi dei musei il 28 giugno erano state comunicate al ministero, come prova un documento ufficiale, il 10 giugno. In questi casi, dicono i sindacati, «un ministro subito si muove, convoca, discute, ascolta, propone. Invece Massimo Bray cosa fa? Ci dà appuntamento per l'8 luglio! Quattro settimane dopo!».
Beghe contrattuali loro? No. Episodi come il «venerdì nero» dei nostri musei e dei nostri siti archeologici, infatti, finiscono per rimbalzare sui giornali di mezzo mondo. Rinsaldano antichi pregiudizi sulla inaffidabilità degli italiani. E vanno a incidere profondamente nelle tabelle che poi pesano sul nostro credito internazionale quindi anche sulla nostra economia.
Basti dire che il Country Brand Index 2013, la classifica sulla reputazione di 118 Paesi stilata dall'agenzia FutureBrand, vede il «marchio Italia» primo tra i sogni dei visitatori stranieri, primo nella tabella del patrimonio culturale, primo nella cucina. Eppure perdiamo cinque posizioni su 2012 scivolando al 15º posto. Per non dire della graduatoria Travel & Tourism del World Economic Forum sulla competitività turistica che ci vede arrancare al 26º posto.
Non basta possedere il Colosseo e Taormina, le mura di Palmanova o Selinunte: devi occupartene. Garantire trasporti, una rete web decente, alberghi e ristoranti decorosi ma non avidi, sicurezza sul fronte della piccola criminalità. Ma soprattutto devi mostrarti consapevole delle ricchezze che hai e coscienzioso nella loro gestione. E qui non ci siamo proprio.
Dal 2001 ad oggi, mentre gli altri Paesi si muovevano in direzione opposta, gli investimenti sulla cultura sono calati dal 39% al 19% del nostro Pil. E i risultati si vedono. Anche nelle carenze del personale di chi dovrebbe occuparsi dei nostri tesori. Come ha scritto Vittorio Emiliani, in tutta l'Italia «gli archeologi in organico sono 343 per oltre 700 siti archeologici e monumenti dello Stato, spesso di dimensioni imponenti, e magari in località decentrate.
Più altri 1.300 siti su cui vigilare. Non va meglio con gli storici dell'arte scesi a 453 per altrettanti musei dello Stato, più altri tremila circa su cui vigilare, centomila fra chiese e cappelle (nel Sud veri e propri musei), 734 musei ecclesiastici, ecc...». Un panorama agghiacciante, per un Paese che si vanta di avere più siti Unesco di qualunque altro.
Fatto sta che gli stranieri, davanti alle condizioni in cui versano le cascine di Tavola di Lorenzo il Magnifico o la reggia di Caserta, il castello di Cusago o la residenza borbonica di Carditello, la cittadella di Alessandria o l'anfiteatro di Paestum segato a metà dalla strada mai rimossa per non infastidire i gelatai e i mercanti di souvenir, restano allibiti.
Quanto ai custodi in carico al ministero, sono meno di 9 mila (contro un organico fissato in 12 mila), hanno in media 58 anni (dopo una giornata passata in piedi sono a pezzi), lavorano per contratto non più di 26 turni festivi all'anno, vanno in pensione senza essere reintegrati e denunciano di non ricevere da mesi la mercede concordata per gli straordinari. Risultato: dopo esser stato esteso dalle 9 alle 19 con aperture nei festivi fino a mezzanotte, l'orario rischia d'essere ridotto.
Di idee per marcare una svolta ce ne sarebbero pure. Ad esempio Gianfranco Cerasoli, storico punto di riferimento della Uil per i beni culturali, propone di far pagare almeno un euro, il costo di un caffè, a quei 20 milioni di visitatori che entrano gratis grazie alle tante esenzioni: basterebbero ad assumere duemila persone nei periodi di piena. Ma ce l'hanno, le controparti, l'elasticità necessaria?
In Sicilia l'assessore Mariarita Sgarlata, tirandosi addosso le ire dei pezzi più corporativi del sindacato, ha denunciato ad esempio l'assurdità di avere oltre 1.200 custodi di cui 484 a Palermo con vuoti da incubo nei musei e nei siti disagiati. Per non dire di certi furbetti che avendo concordato con la giunta Lombardo di fare solo 10 domeniche l'anno pagate in soldoni e non con riposi compensativi, si autogestiscono bruciando i turni nei mesi invernali coi musei vuoti per poi battere cassa per altri straordinari quando arriva l'emergenza a Pasqua e in estate.
Ecco: Pompei, come hanno scritto il New York Times o Le Monde, è la metafora di tutto questo. Cioè dell'abuso di un patrimonio immenso sprecato giorno dopo giorno per sciatteria, egoismi, cecità. Basti leggere il dossier degli inviati dell'Unesco. Scandalizzati dalla scoperta che 50 domus su 73 sono chiuse al pubblico, compresa quella dei Vettii, sbarrata per restauri dal lontano 2003. O che su terreno archeologico, come inutilmente aveva denunciato il presidente dell'osservatorio archeologico Antonio Irlando, sono stati edificati nuovi magazzini «impressionanti» mentre l'Antiquarium resta chiuso dal 1977. O che esiste una carenza «allarmante» di tecnici addetti alla manutenzione, come i mosaicisti (l'ultimo è andato in pensione il 1° aprile 2001: dodici anni fa) con il risultato che perfino il mosaico più famoso, quello del «cave canem» all'ingresso della domus del Poeta Tragico, è ormai sfigurato dall'incuria.
Come ricorda Vincenzo Esposito sul Corriere del Mezzogiorno, gli esperti dell'Unesco scrivono nel loro rapporto che «in quasi tutte le domus sono stati trovati affreschi in pericolo, mosaici a rischio e una allarmante vegetazione che invade peristili e atri. Molto preoccupanti sono giudicate le infiltrazioni d'acqua».
Il giudizio sulla ristrutturazione del teatro decisa da Marcello Fiori, il commissario della protezione civile mandato da Bondi, denunciata dal Corriere e seguita da un'inchiesta giudiziaria, è pesantissimo: «Nella prospettiva di organizzare spettacoli numerosi e grandiosi (...) il teatro ha subito una ripugnante ristrutturazione in tufo dei suoi gradini di marmo e l'installazione dietro la scena di un certo numero di baracche tipo container da cantiere...».
E torniamo ad Alphonse de Sade: «Cosa direbbero questi maestri, questi amatori delle arti belle, se bucando lo spessore delle lave che li hanno inghiottiti potessero tornare alla luce e vedere i loro capolavori affidati a mani così?».

domenica 31 marzo 2013

America, provincia estrema


Immagini di sangue fra carri Amish e scorci alla Hopper 

America, provincia estrema assediata dalla violenza che entra in casa dalla Tv

DACIA MARAINI

"Corriere della Sera", 31 Marzo 2013 

La campagna americana è coperta di neve. Nelle città si accumula  lungo i marciapiedi, nera e butterata. Strana questa provincia  statunitense che gli italiani in visita conoscono poco, attratti come sono dalle grandi metropoli come New York, Boston, Los Angeles, San Francisco. Un mondo di piccole comunità agricole, spesso nate attorno a coraggiose università private, a centri di scambio e di raccolta emigrati.
Sono ospite in una casa del 1747 tutta in legno, con tante scale, i letti altissimi da terra, i mobili panciuti, i ritratti di illustri accademici appesi alle pareti foderate di carta colorata,  tappeti, specchi, ninnoli, tende ricamate. Sembra di abitare in un museo antropologico. 
Il lavoro dei campi è ormai meccanizzato e la tecnologia si rinnova in continuazione assorbendo sempre piu energia e cacciando via sempre più manodopera. Salvo gli Amish  che ogni tanto si incontrano per le strade con i loro carretti, i loro pantaloni alla zuava, le loro gonne lunghe, le cuffie bianche in testa, i loro cavalli da tiro. I prodotti che portano in città sono molto apprezzati perché gli Amish non adoperano pesticidi e ogni vegetale ha un sapore antico. Sono anche amati dai negozianti perché, non usando carte di credito né assegni, hanno l'abitudine di pagare tutto in contanti. Non sono poveri. Guadagnano bene coi loro prodotti di artigianato e spesso si comprano terreni e case. Presentandosi al venditore con borsellini gonfi di dollari.
Passeggio su strade vuote improvvisamente illuminate da scintillanti bar d'angolo dalle ampie vetrate illuminate e mi sembra di fare capolino in un quadro di Hopper. C'è qualcosa di misterioso e di sospeso in questi paesaggi urbani che stanno a metà fra l'estrema  meccanizzazione e un cocciuto attaccamento alla memoria della conquista. Da qui la passione
diffusa per le armi. A volte questi americani della provincia sembrano ritenersi ancora fermi in quel tempo eroico in cui ogni giorno si conquistavano lembi di territorio selvaggio, alle prese  con bestie feroci, indiani dalle frecce avvelenate, torrenti in piena, montagne dalle rocce aguzze e inospitali.
Ogni tanto la strada viene attraversata da un cervo pensoso e sognante. Sono bellissimi a  guardarsi. Ma ce ne sono troppi, dicono, e c'è chi vuole sterminarli. Anche perché li accusano di avere introdotto una speciale minuscola zecca che ha la capacità di arrampicarsi su per le gambe dei passanti portando una grave malattia chiamata lime disease
L'insofferenza per l'industria del cibo che produce troppi sprechi e causa malattia e obesità sta sviluppando una estesa catena di imprese ecologiche che si diffondono rapidamente per tutti gli Stati Uniti. Ma fin a che punto si può invertire la rotta? Quasi schizofrenico appare il  rapporto fra i media che rovesciano ogni giorno nelle case degli americani montagne di immagini di guerre sanguinose, di sparatorie, di omicidi, di incidenti, di stupri, di violenze di ogni genere e la calma sospesa di questi campus dove le case, anche le più ricche, non sono mai circondate da fili spinati, dove le finestre si aprono su giardini fioriti, senza grate, senza persiane.  
Le televisioni, anche quelle più serie, come la Cnn, raccontano in continuazione storie di sesso
e di sangue. Una delle più seguite, in questi giorni, riguarda una ragazza, Jodi Arias, che ha ucciso a coltellate il suo fidanzato e dice di non ricordare assolutamente niente di quello che è
successo, pur confessando il delitto. Ogni sera giornalisti diversi si alternano per spiegare, giudicare, analizzare la storia. La redazione intanto mette in mostra i corpi nudi dei due  fidanzati che si fotografavano a vicenda. Vengono interrogati psichiatri, medici, opinionisti per spiegare come mai una ragazza bella, serena, appagata, abbia sentito il bisogno di accoltellare il suo amato, finendolo poi con un colpo di pistola alla nuca, come se volesse assicurarsi che fosse veramente morto. Jodi Arias, dai lunghi capelli bruni che circondano una faccia atona e dolce, sostiene che lui la costringeva a fare sesso in modi perversi. «Ma tu ci stavi!», le grida l'avvocato accusatore. E lei risponde che sì, lo amava, ma era esasperata da quelle richieste, sempre più estreme e avvilenti. La ragazza piange e una giornalista si accanisce puntandole addosso il dito: «Ma piangevi forse mentre gli cacciavi il coltello nel petto? Piangevi quando gli sparavi alla testa?». La ragazza singhiozza. La giornalista la chiama pubblicamente «mostro».
Strano che invece, per il caso Pistorius, che ha occupato le serate di molte televisioni per oltre
due settimane, fino alla sua liberazione su cauzione, non ci sia stato lo stesso accanimento. I giornalisti hanno dimostrato molto più rispetto e simpatia per il giovane atleta sudafricano che ha ucciso la fidanzata e poi si è giustificato dicendo che l'aveva presa per un ladro. Le ha sparato al di là di una porta, senza sapere se veramente fosse un ladro, senza chiedersi da dove fosse entrato visto che la casa era vigilata da agenti in armi e cani feroci. Inoltre, quando ha sparato il primo colpo, non ha sentito la ragazza che urlava al di là della porta? Ma gli eroi sono eroi, e il giovanotto che già un'altra volta è stato fermato con armi in pugno e accusato di
avere minacciato un rivale, è stato lasciato libero di tornarsene a casa. 
Dovendo fare un breve confronto fra le nostre televisioni e quelle americane, direi che le nostre sono molto più offensive per quanto riguarda la reificazione del corpo femminile. Gli americani da questo punto di vista sono piu sobri. Ma per quanto riguarda la violenza, certamente ci battono. Sparatorie, sangue, ferite, rantoli, non si finisce mai di rappresentare l'odio e la vendetta compiuta attraverso le armi. Mi chiedo se questo quotidiano racconto di morte non sia, oltre a un modo per esorcizzarla, anche un incentivo sotterraneo a farsi giustizia da soli, a vedere in ogni vicino un insidioso vampiro.
Gli italiani in queste parti del grande Paese sono tantissimi. Ci sono intere comunità di abruzzesi a Boston e spesso gli anziani non parlano che il dialetto dei loro villaggi. Raro il caso
di persone come Elvira Di Fabio che, nonostante le difficoltà dell'adattamento, ha imposto a tutta la famiglia l'italiano, l'ha insegnato per anni all'università di Harvard e e oggi lo pretende anche dai nipotini. In generale la fatica per integrarsi è stata tale che, chi ce la faceva, costringeva i figli a parlare solo l'inglese. Ma i figli dei figli cominciano a mostrare curiosità per
le radici comuni e sono felici di imparare l'italiano. Da qui la nascita di nuove scuole private e pubbliche dove si insegna la nostra lingua. Nonostante i tagli e le nuove ristrettezze, persone come Graziella Parati, come Tania Convertini, come Catherine Sama, come Anne Boylan,  come Giovanna Lerner, come Maria Cappello e come Gian Maria Annovi che insegna a Denver e sembra il fratello dei suoi studenti tanto è giovane e americanizzato, portano avanti lo
studio dell'italiano con tempi e ritmi nuovi, consapevoli di tutte le contraddizioni delle attuali  convivenze linguistiche. Questi non sono figli di emigranti con la valigia di cartone, ma emigranti essi stessi, con la laurea in tasca, fuggiti dall'Italia per mancanza di lavoro e di prospettive. 
Ma eccoci alla giornata delle donne. Che viene festeggiata all'università di Rhode Island con incontri e discussioni in mezzo a un mare di studenti, sotto lo sguardo bonario della vivacissima decana, Winnie Brownell. Un panel organizzato dall'efficiente e appassionato Michelangelo La luna, raduna donne di diversi continenti: Cina, Italia, Corea, Romania, Messico, Stati Uniti.  Senza peli sulla lingua le giovani donne raccontano i guai che subiscono le donne in varie parti del mondo. Come quei milioni di aborti di feti femminili, ragiona Ping Xu, che hanno creato uno scompenso grave fra il mondo degli uomini e quello delle donne, scompenso che viene controbilanciato da un largo uso di prostituzione e materiale pornografico. O indagano, come fa Jody Lisberger, sui muri invisibili che separano ancora oggi negli Stati Uniti le donne dal mondo delle grandi decisioni. O riferiscono (Jeanne Salomon), delle difficoltà che abitano una società basata soprattutto su una competizione feroce. O imputano molte delle pene femminili  (Tommasina Gabriele) ai contraddittori rapporti fra madri e figlie. O studiano (Anna Cafaro) le spine del relativismo culturale. O rivelano (Donna Hughes) gli orrori della «Modern slavery», ovvero il commercio internazionale di corpi femminili, che pare raggiunga la terribile cifra di 27 milioni in tutto il mondo. E di queste una buona metà è costituita da minorenni. O narrano, come fa Mary Cappello, con uno stile fantasioso e lirico, dei linguaggi dimenticati che hanno attraversato il mondo delle donne. 
Il mio viaggio finisce col ritorno a Boston da una Denver irta di meravigliose rocce rosse in mezzo all'altipiano del Colorado. A Cambridge, nella grande sala dell'American Academy of Arts and Sciences si festeggia la memoria di Rita Levi Montalcini. Ci sono le autorità: il console Pastorelli, i grandi professori di Harvard, ci sono le studentesche incuriosite, ci sono le
bandiere, quella italiana e quella americana che si intrecciano addosso alla parete. Fuori si  segnalano cinque gradi sotto lo zero. La neve si sta ghiacciando. Dentro, il riscaldamento è anche eccessivo. È bello poter parlare della nostra grande scienziata in mezzo a tanti studenti.
Per una volta non ci saranno domande sulla presunta nipote di Mubarak, sulla vendita dei  senatori, sul basso livello della nostra classe politica.
 Gli ex studenti di Rita, il professor Emilio Bizzi, del Mit e il professor Elio Raviola della Harvard Medical School, nonché un suo lontano nipote americano, George Sacerdote, la ricordano come una «donna severa ma gentile, pronta a qualsiasi sacrificio pur di portare avanti i suoi  esperimenti». Una donna che andava in giro con i topolini in tasca, divisa fra la tenerezza e il rigore degli studi. Una donna che è stata perseguitata dal fascismo, ma non si è chiusa nel suo
guscio. Ha partecipato come medico alla liberazione del Paese, assieme agli alleati. Ha studiato con generosità e accanimento il cervello umano. Ha attraversato un intero secolo, senza mai perdere di lucidità e di impegno.
Forse non ci rendiamo conto che la nostra credibilità all'estero non consiste solo nel livello di indebitamento pubblico, ma soprattutto nella capacità di proporre all'attenzione dei giovani  persone come Rita Levi Montalcini, che rivelano una Italia seria, creativa, instancabile e dalla schiena dritta. 

sabato 19 gennaio 2013

LA BELLA ITALIA CHE NON SEDUCE GLI ITALIANI


Dopo il caso Dante-Dan Brown: 
perché le glorie del nostro passato ispirano solo gli stranieri?

Massimo Gramellini

"La Stampa", 17 gennaio 2013

E così, dopo aver visitato la Roma dei Papi e il mondo esoterico di Leonardo, nel nuovo thriller di Dan Brown si passeggia tra le strade di Firenze e le pagine infernali di Dante. Dan Brown non sarà un maestro di stile, ma è un’autorità indiscussa in materia di fatturato. Se ogni volta mette l’Italia sullo sfondo dei suoi polpettoni è perché sa che l’Italia fa vendere in tutto il mondo. Non l’Italia di oggi, naturalmente, mediocre sobborgo d’Occidente come tanti altri. L’Italia del passato: le città d’arte del Rinascimento e l’Antica Roma. Gli unici due momenti della storia in cui siamo stati la locomotiva dell’umanità.
E a questo punto, ossessiva, scatta la solita domanda: perché? Perché, se l’Italia fa vendere, a guadagnarci devono essere sempre gli altri? Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri?
Al di là delle letture dantesche di Benigni, che sono un’eccezione magnifica ma non esportabile, perché l’Inferno ispira romanzi a Dan Brown e non a Sandro Veronesi (cito lui in quanto bravo e pure toscano), tantomeno al sottoscritto che al massimo potrebbe narrare le imprese di Pulici e Cavour? Perché i telefilm sui Borgia li fanno gli anglosassoni e non un pronipote di Machiavelli? Perché le gesta del Gladiatore sono state narrate da Ridley Scott e non dall’epico Tornatore? Persino lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi, nonostante qualche incursione sporadica nella romanità, preferisce mettere al centro delle proprie saghe i greci Alessandro e Ulisse. Se la tomba dell’eroe di Russell Crowe, scoperta tre anni fa lungo la Flaminia, si trasformerà in un’attrattiva turistica sarà per merito delle associazioni straniere che stanno raccogliendo i fondi necessari al restauro, nel disinteresse impotente del ministero della Cultura, che in Italia dovrebbe contare quanto quello del petrolio in Arabia Saudita, mentre l’opinione comune lo considera una poltrona di serie B.
Ma questo rifiuto pervicace di dare al mondo l’immagine dell’Italia che piace al mondo non riguarda solo gli artisti e i politici. Investe tutti noi. Un bravo psicanalista ci troverebbe materiale per i suoi studi. Sul lettino si dovrebbe sdraiare una nazione intera che si rifiuta orgogliosamente di essere come la vogliono gli altri e desidera invece con tutte le sue forze conformarsi al modello globale, condannandosi alla marginalità. Per quale ragione il passato che affascina e stimola la curiosità e l’ammirazione di turisti cinesi e best-selleristi americani ci risuona così pigro e indifferente? Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorrebbe che fossimo? Forse è presbiopia esistenziale.
L’antica Roma e il Rinascimento, incanti da esplorare per chi vive al di là dell’Oceano, per noi che ci abitiamo in mezzo si riducono a scenari scontati: le piazze del Bernini sono garage e il Colosseo uno spartitraffico. O è la scuola che, facendone oggetto di studio anziché di svago, ci ha reso noioso ciò che dovrebbe essere glorioso. Ma forse la presbiopia e la scuola c’entrano relativamente: siamo noi che, per una sorta di imbarazzo difficile da spiegare, ci ostiniamo a fuggire dai cliché - sole, ruderi, arte e buona tavola – a cui il mondo vuole inchiodarci per poterci amare e invidiare.
L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread.

venerdì 16 novembre 2012

L’Italiano


“Devolution”, “premier” ma anche “resettare”: dalla politica alla tecnica leviamo linfa alle parole              
Per questo combattere i dialetti è stato insensato, donavano sangue al corpo vitale del dizionario autarchico, ma la nostra lingua oggi sta scomparendo

Andrea Camilleri

"La Repubblica", 15 novembre 2012

Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.
Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco.
E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.
Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione.
Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.
(...) A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.
In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire.
Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto. E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca?
Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa.
La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

martedì 30 ottobre 2012

La lingua italiana nell’era digitale




L'italiano rischia la scomparsa su Internet
La percentuale di chi parla l'italiano è destinata a calare. 
Necessari investimenti sostanziali in tecnologie linguistiche

Carolina Saporiti
“Corriere della Sera”, 28 ottobre 2012

Investire o scomparire. È questo il futuro della lingua italiana su intenet. A dirlo è il rapporto La lingua italiana nell’era digitale, condotto dall’Istituto di linguistica computazionale del Cnr di Pisa (Ilc-Cnr). La percentuale delle pagine web in italiano a livello mondiale è raddoppiata passando dall’1,5% nel 1998 al 3,05% nel 2005 ed è stato stimato che nel 2004, in tutto il mondo, fossero 30,4 milioni le persone che parlavano italiano online.

I NUMERI - Oggi, secondo i ricercatori, la penetrazione del web in Italia si attesta al 51,7%, pari a 30 milioni di internauti su 58 milioni di cittadini (circa il 6,3% di quelli dell’Ue), registrando una crescita del 127,5% tra il 2000 e il 2010. Inoltre al di fuori dei confini dell’Unione Europea, parlano la nostra lingua 520 mila americani, 200 mila svizzeri e 100 mila australiani. Il numero di «navigatori» italiani però è rimasto stabile negli ultimi cinque anni mentre è aumentato il numero di quelli dei Paesi in via di sviluppo. In qualche anno la proporzione di coloro che parlano la nostra lingua subirà dunque una forte diminuzione.

RISCHI - Il rischio? Subire una sotto-rappresentazione, specialmente in confronto all’inglese. Il problema non riguarda solo l’Italia ma la maggior parte degli idiomi europei, specialmente quelli dei Paesi con pochi abitanti. Spiega Claudia Soria dell’Ilc-Cnr: «Il nostro Paese non è tra i peggiori e d’altra parte nessuna nazione dell’Ue ha supporti eccellenti. La situazione è però preoccupante perché le tecnologie linguistiche usate in Internet si basano su approcci statistici e quindi se i dati messi a disposizione in un idioma sono pochi, si innesta un circolo vizioso: pochi dati, tecnologie di bassa qualità, ulteriore limitazione dell’uso di quella lingua».

TECNOLOGIE - L’Italia ha a disposizione buone tecnologie, ma affinché un dispositivo possa riconoscere un idioma sono necessari investimenti sostanziali in tecnologie linguistiche. Al momento, invece, in Europa la maggior parte dei Paesi sta investendo poco o niente. L’ultimo programma di questo tipo promosso dall’Italia risale al 2000-2002. L’italiano come lingua non corre nessun rischio, ma in un futuro prossimo gli italiani potrebbero trovarsi nella situazione di dover usare due linguaggi differenti a seconda che si tratti di comunicazione quotidiana o digitale. «Se l’italiano non viene sostenuto, il suo utilizzo online rischia di atrofizzarsi, dal momento che la nostra vita si svolge sempre di più attraverso la rete», spiega Soria.

STUDIO - Lo studio, condotto dall’Istituto Cnr e dalla Fondazione Bruno Kessler, fa parte della ricerca Meta-Net a cui hanno lavorato più di 200 esperti. Il rapporto valuta il supporto delle tecnologie linguistiche per ogni lingua in quattro aree diverse: la traduzione automatica, l’interazione vocale, l’analisi del testo e la disponibilità di risorse linguistiche. Il 70% si colloca al livello più basso, con «supporto debole o assente» per almeno una delle aree considerate. L’islandese, il lituano, il lettone e il maltese ottengono questo voto per tutte le aree. All’estremo opposto si trova l’inglese, seguito da olandese, francese, tedesco, italiano e spagnolo. Lingue come basco, bulgaro, catalano, greco, ungherese e polacco si collocano nell’insieme «ad alto rischio». «Sono risultati allarmanti», conclude Hans Uszkoreit, coordinatore di Meta-Net. «La maggior parte delle lingue europee non dispone di risorse sufficienti e alcune sono quasi completamente ignorate. Molte di esse non hanno futuro».

Lo studio Meta-Net La lingua italiana nell'era digitale in formato PDF. CLICCA QUI.








Il numero monografico di Limes, Lingua è potere. Sommario.



L. Caracciolo, La convergenza linguistica italiana come conquista democratica. Da coltivare e difendere (articolo pubblicato su la Repubblica il 03/01/2011).

L'Italia si appresta a celebrare i suoi primi 150 anni di unità in un clima sobrio, tendente a ragionevole depressione. Fin troppo evidenti, ripetuti - spesso ripetitivi - gli argomenti che possono inclinarci al pessimismo. Varrebbe la pena soffermarci anche sui successi. Tra i quali forse il più importante è l'affermazione dell'italiano come lingua della grandissima maggioranza dei cittadini della Repubblica.
Le stime di alcuni filologi indicano in una esigua cerchia, pari all'8% degli abitanti del Regno (altri optano addirittura per il 2,5%), gli italofoni all'epoca dell'unificazione nazionale. Gli altri si esprimevano solo nei vari dialetti, spesso fra loro incomunicanti. Sotto la monarchia sabauda la prevalenza dei dialetti diminuirà, senza però che l'italica favella si affermasse come lingua maggioritaria.
Solo con la Repubblica, grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa, televisione pubblica in testa, si compie la svolta che porta oggi nove cittadini italiani su dieci a convergere verso la lingua italiana. Come ricorda Tullio De Mauro nel quaderno speciale che Limes, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, ha dedicato alla geopolitica delle lingue (“Lingua è potere”), “mai in tremila anni di storia le popolazioni italiane avevano conosciuto un simile grado di convergenza verso una stessa lingua”.
Non si tratta di pura ascesa culturale, né solo della rottura dei vincoli di classe che frenavano la vasta fruizione di uno dei più belli e ricchi idiomi del mondo. È soprattutto una conquista democratica. Raggiunta non per caso in età repubblicana, non con lo Stato oligarchico-liberale né sotto il fascismo.
Il fatto che la grandissima maggioranza dei nostri cittadini abbia accesso alla lingua comune – senza negare l'uso parallelo del dialetto o di altre lingue, minoritarie in Italia – è la premessa fondativa di qualsiasi società democratica. Perché permette di intendersi, di argomentare e di disputare a partire da una comune base linguistica e culturale. 
Non così negli ambiti autoritari. Ad esempio nelle organizzazioni criminali. Dove il ricorso al gergo, spesso modulato su dialetti locali, aderenti a un territorio sottratto al controllo dei poteri pubblici, è usuale e distintivo. Su un piano molto diverso, la tentazione gergale si esprime in certe disposizioni burocratiche, private o pubbliche. 
E sempre più nelle leggi, quando l'opacità espressiva serve a precludere al cittadino la comprensione delle regole del nostro vivere associato, riservata a superiori poteri. Fino al caso delle istituzioni comunitarie, che hanno sviluppato un eurogergo capace di attrarre l'attenzione di filologi irriverenti. 
È proprio sul piano europeo, dove l'italiano è sopraffatto dalla triade linguistico-geopolitica dominante (inglese, francese e tedesco, in quanto idiomi dei cosiddetti “Tre Grandi” - Regno Unito, Francia e Germania), che si svolge oggi un formidabile conflitto di potere su base linguistica. Noi italiani non sembriamo interessarcene troppo, meno ancora il nostro governo. 
A ricordarci che la convergenza linguistica è condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia. Specie in Italia, dove l'italofonia diffusa non ha tuttavia prodotto quel grado di convergenza geopolitica e culturale che distingue i paesi usi a discutere, elaborare e difendere il proprio interesse nazionale, da quelli che vi hanno rinunciato. 
Così finiamo per rimetterci alla determinazione altrui. E svuotiamo di senso quella democrazia che la lingua ha contribuito a fondare.

venerdì 19 ottobre 2012

Unità e disunità d'Italia


Dossier a cura di Marco BelpolitiDoppiozero.com

Atlante storico dell'Italia

Ha scritto Luigi Ghirri che l’Atlante è il libro in cui compaiono tutti i segni della Terra, sia quelli naturali sia quelli culturali: monti, laghi, piramidi, oceani, villaggi, stelle, isole. C’è l’atlante fisico, con l’orografia dei territori, e anche quello politico, dove sono invece indicati i confini tra stati, nazioni, regioni, provincie, comuni, città. Sull’Atlante si viaggia con la fantasia: il viaggio è dentro l’immagine, dentro il libro, scriveva Ghirri. Ma se l’Atlante che si ha in mano è un atlante storico, cosa succede? Gli atlanti storici ripercorrono le vicende geografiche dei Paesi che vi sono rappresentati. Nel caso della nostra Italia si capisce com’eravamo divisi territorialmente, cioè politicamente, com’erano “governate” le varie parti della penisola nel corso dei secoli. Dalla dominazione romana ai giorni nostri. L’Italia è la stessa, ma non è la stessa. Il medesimo territorio è rappresentato in un modo nel 1540, e in un altro nel 1792, e ancora differentemente nel 1922. Si tratta delle stesse terre, ma la loro denominazione cambia. Questa è la storia, una materia che è bellissimo studiare a scuola, ma a patto che sia abbinata ai luoghi. Quante volte si è desiderato di andare a vedere cosa c’è ora nel luogo della battaglia di Canne? Oppure, dove correva il confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano? In questo caso il pensiero va a Renzo che fugge nei Promessi sposi: guardarlo sulla carta. La storia più la geografia. Purtroppo la geografia è diventata nelle nostre scuole una materia negletta. Quasi non la s’insegna più, salvo nelle scuole elementari e medie, quando si deve fornire ai bambini e ai ragazzi una cognizione generale di cosa è il mondo in cui vivono, che forma possiede la Terra su cui ci troviamo. Poi la geografia diventa un’ancella delle altre materie e discipline. Eppure è una disciplina (e materia d’insegnamento) davvero straordinaria. Ci aiuta a capire lo spazio in cui viviamo, ad analizzarlo con diversi metodi e strumenti. La geografia è in grande evoluzione anche nello spazio del web. Ma torniamo a queste cartine. Questo “Atlante storico” ci aiuta a viaggiare non solo nello spazio – quello intorno a noi – ma anche nel tempo. Soprattutto ci aiuta a capire chi eravamo, come ci chiamavamo, a quali identità passate siamo appartenuti, noi e i nostri antenati (padri, nonni, bisnonni, trisavoli…). Senza le cartine degli Antichi stati, precedenti all’Unità, non si capiscono le differenze attuali, le inflessioni dialettali, le identità locali, le tradizioni, le differenti cucine. I confini separano, ma anche uniscono, come si sa. E l’Italia, da queste mappe del passato, emerge come un territorio di tanti e diversi confini: nel tempo, non solo nello spazio. Guardarle aiuta a capire. L’immagine ha un potere incredibile, vale migliaia di parole. Prendete e guardate. LEGGI TUTTO...

domenica 15 luglio 2012

Italia - Germania


Friedrick Overbeck, Italia e Germania ( Sulamith und Maria), 1811-1828, Monaco di Baviera, Neue Pinakothek


Da Goethe a Mann, cercatori d’infinito attratti dalla luce mediterranea, di Paola Capriolo, "Corriere della Sera", 26 giugno 2012


Forse nessuno tra i grandi personaggi della cultura germanica ha reso all'Italia un omaggio paragonabile a quello del francese Stendhal, che volle essere designato come «milanese» sulla sua pietra tombale, quasi a offrire l'estrema testimonianza di un sentimento che può essere definito addirittura di adesione. Questa adesione non c'è, da parte dei tedeschi: c'è però una fascinazione non meno profonda, che dal diciottesimo secolo sino a tutto il Novecento ha spinto poeti, scrittori e filosofi a compiere il loro reale o metaforico «viaggio in Italia» per misurarsi con un mondo opposto e complementare. Quell'epoca aurea che i germanisti definiscono Klassik sarebbe difficilmente concepibile se il consigliere di Corte Johann Wolfgang von Goethe, dopo essere tornato indietro una prima volta, come sgomentato dalla prospettiva di un incontro che presagiva fatale, quando era già sul punto di varcare il passo del Gottardo, non si fosse infine deciso a valicare le Alpi lasciandosi completamente impregnare dall'esperienza italiana. Al suo ritorno non era diventato «romano», «napoletano», «veneziano», non aveva assunto la cittadinanza spirituale di nessuno dei luoghi dove aveva soggiornato; in compenso aveva acquisito quell'idea latina della forma che si sarebbe così felicemente contemperata con gli slanci speculativi e le inclinazioni faustiane dell'indole tedesca dando luogo a una delle più grandi stagioni della cultura europea. È in fondo la nascita di un mito: quello della «terra dove fioriscono i limoni», oggetto di una lunga, tenace nostalgia di cui forse possiamo ancora cogliere gli echi nel turista di Amburgo o di Francoforte in visita al nostro Paese; un mito che a ben vedere non si spegne neppure durante la stagione romantica, quando la forma, la misura, l'istinto classico del limite riassunti nella parola «Italia» vengono fatti oggetto della più radicale contestazione. Così, appunto, vanno le cose tra gli opposti: a volte si attraggono, altre volte si respingono, senza mai poter prescindere l'uno dall'altro. È come se il tedesco definisse inevitabilmente se stesso in rapporto all'Italia, ora rivendicando la propria superiorità di cercatore dell'infinito e instancabile collezionista di fiori azzurri, ora sentendo questo stesso anelito all'infinito come un'irrimediabile goffaggine e guardando con l'invidia dell'apprendista all'innata «chiarezza» di noi eredi del Rinascimento. LEGGI TUTTO...


domenica 24 giugno 2012

Italia, Italie



M. Pistoletto, VENERE DEGLI STRACCI, 1967 

Noi, analfabeti seduti su un tesoro, di Armando Massarenti, “Il Sole 24 ore”, 11 marzo 2012

Due dati dovrebbero impressionarci come italiani, se vogliamo vederci (anzi, diciamo pure, venderci) come cittadini del mondo.
Il primo è quello che riguarda la strepitosa immagine positiva che ancora siamo in grado di diffondere all'estero. Chiunque di noi si presenti come italiano in un qualunque ambiente di New York, Parigi, Tokyo, Pechino, Singapore, non riceverà che elogi e espressioni di ammirazione.
Perché? Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo. E di che cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura. Noi siamo il Paese della Cultura. Ovunque nel mondo. Nel mondo che conta e che si arricchisce. Lo dico con un'enfasi che non è la mia (e neppure l'uso disinvolto di parole del marketing come brand lo è, ma è per intendersi), perché non amo la retorica e per me cultura è anche tante altre cose assai più piccole (è anche ingegnosità minuta, fumetti, videogiochi, grafica, artigianato) e anche meno piccole ma in genere poco amate dagli umanisti: scienza, diritto, economia. Ma c'è poco da fare: è quello il brand che, quando siamo bravi, riusciamo a vendere, e dobbiamo andarne fieri. Anche nelle piccole cose: nel nostro design, nelle nostre automobili, nel nostro abbigliamento, nei nostri orologi di lusso, nei nostri mobili, in tutto il made in Italy c'è un riverbero della nostra gloriosissima storia, in un'immagine in cui lo straniero vede tutta la grandezza dell'antica Roma e del nostro Rinascimento, che condisce con i nostri musicisti, gli inventori dell'Opera lirica, i poeti, i grandi navigatori, i fondatori della scienza galileiana, cioè di quel metodo che è alla base del prodigioso progresso tecnico-scientifico degli ultimi quattro secoli in Europa e nel mondo.
Ma di questo si parla nelle pagine centrali di questo numero, dove si può vedere bene, dati alla mano, che nei casi migliori la cultura «fattura», anche al nostro interno, nelle nostre regioni e province.
Passiamo dunque al secondo dato che dovrebbe impressionarci. Anzi, in questo caso, allarmarci. Noi italiani appariamo come primi ‐ primi assoluti! ‐ in una ben poco encomiabile lista. Tutto il mondo la può leggere e stupirsene. È pubblicata nella voce «functional illiteracy» di Wikipedia (la voce corrispondente «analfabetismo funzionale» non c'è nella versione italiana di Wikipedia, qualcuno la allestisca!), e dice che il 47 per cento degli italiani dai 14 ai 65 anni ha forti deficienze nella semplice comprensione di un testo. All'Italia seguono il Messico (43,2%), l'Irlanda (22,6%), Gran Bretagna (21,8), Usa (20), Belgio (18,4) giù giù (anzi su su) fino alla alfabetizzatissima Svezia (7,5%!).
Il 47 per cento di analfabeti vi sembra un'esagerazione? Prima di allarmarci potremmo provare a consolarci in due modi. Primo: obiettare che i dati della voce di Wikipedia si fermano al 2003. Magra consolazione. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ci ha ricordato, nel suo recentissimo Investire in conoscenza e sul Sole 24 Ore-Domenica di due settimane fa, che negli anni successivi gli analfabeti funzionali sono saliti all'80%! E un allarme simile è confermato da uno dei nostri massimi linguisti, Tullio De Mauro. Anche la tv, dopo aver fortemente contribuito alla crescita e unificazione linguistica del Paese, ora sta assecondando il movimento opposto.
Secondo modo di consolarci: si tratta di «analfabetismo funzionale» e non di analfabetismo tout court, dal quale siamo usciti con un grande sforzo collettivo con la ricostruzione del secondo dopoguerra.
Magra, magrissima consolazione anche questa, alla quale si può rispondere con la famosa battuta di Eugenio Montale, che aveva già capito tutto: «Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere». Sanno leggere 'tecnicamente', nel senso che per lo più riconoscono i caratteri, e sanno maldestramente far di conto. Peccato che nell'80 per cento dei casi non capiscano quello che leggono e non dispongano di quel minimo di attrezzatura intellettuale utile a orientarsi nel mondo. Non sono in grado per esempio di capire e compilare un modulo in cui vengano richieste non solo informazioni anagrafiche, ma anche riguardanti la propria posizione professionale, previdenziale o fiscale. E se nei paesi civili la media dei cittadini di questo tipo si assesta sul 20%, da noi le percentuali sono invertite!
Dove può andare il Paese più ricco di opere d'arte del mondo, che futuro può immaginare per il suoi giovani, per la qualità della vita, per riattivare quel «circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione», se parte da questa miserevole dotazione di capitale umano?
Mettendo insieme le due immagini ‐ quella del brand e quella dell'analfabetismo ‐ viene da pensare al grande illuminista tedesco Ephraim Lessing, il quale suggellò il suo Grand Tour con una favola in cui i moderni italiani che si vantano di discendere dagli antichi romani vengono paragonati a vespe che uscendo dalla carogna di un cavallo esclamano: «Da quale nobile animale abbiamo tratto origine!».
Quanto gli italiani sappiano diventare boriosi proprio in ragione della loro storia e al loro patrimonio lo ha poi ribadito un altro filosofo. «Il tratto principale del carattere nazionale degli Italiani - annotava Arthur Schopenhauer in un Taccuino del 1823 - è un'assoluta spudoratezza. Che consiste in questo: da un lato non c'è nulla di cui non ci si ritenga all'altezza, e quindi si è presuntuosi e arroganti; dall'altro non c'è nulla di cui ci si ritenga abbastanza esperti, e quindi si è codardi. Chi ha pudore, invece, è troppo timido per alcune cose, troppo orgoglioso per altre. L'Italiano non è né l'uno né l'altro, bensì, a seconda delle circostanze, o è pavido o è borioso».
Oggi dobbiamo avere l'umiltà di ricominciare da capo, di ripensare i saperi e le competenze, e acquisire piuttosto la consapevolezza di essere degli analfabeti seduti sopra un tesoro, sempre di più privi di quegli strumenti di base che ci permetterebbero non solo di capire, ma anche di far fruttare i formidabili talenti che ci circondano.
Smettiamola, con il nostro turismo d'accatto, di presentarci come degli straccioni che a un certo punto scoprono di avere il Colosseo (oggi usato come una specie di rotatoria per le automobili) e cercano di mungerlo il più possibile, senza aggiungerci nulla in termini di innovazione, intelligenza, conoscenza, capitale umano. Totò che vende la fontana di Trevi a un turista americano è un'altra immagine appropriata, e ancora attuale. Ci fa ancora ridere. Ridiamoci pure sopra. Ma allarmiamoci anche, perché Totò ci sta dicendo ancora la verità. Abbiamo capito che quell'opera ha un valore inestimabile, ma ne capiamo sempre meno il significato, mentre è proprio questo che gli altri Paesi civili ed emergenti comprendono e apprezzano, e spesso sfruttano economicamente, con maggiore lungimiranza, al nostro posto.
Ecco allora il vero senso di emergenza che il nostro Manifesto per la cultura vuole imprimere ai decisori pubblici attuali, e al Governo intero, che non possono sottrarsi a questa enorme responsabilità storica solo perché da trent'anni i loro predecessori lo hanno fatto. Il senso dell'urgenza sta in quei dati agghiaccianti, in quel misero 20% di italiani (8 milioni circa) che dispone di strumenti di lettura e scrittura minimi indispensabili. Siamo in gravissimo ritardo nel quadro internazionale e nell'ambito di una società globalizzata cosiddetta della «conoscenza». Se poi aggiungiamo i dati relativi ai ragazzi di 15-16 anni dei famosi test Pisa c'è da allarmarsi ancora di più.
Dunque prima ancora che dalla Cultura, partiamo dalle sue basi, dall'istruzione, e ripensiamola nei termini dell'unico possibile investimento per il nostro futuro dopo la crisi. Prendiamo il coraggio ‐ e i dati ‐ a due mani e diamoci da fare. Io sono certo, con la maggior parte di voi, che impegnandoci un po' possiamo tranquillamente dimostrare che Lessing e Schopenhauer avevano torto.