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lunedì 4 gennaio 2016

La curiosità salverà il mondo


Quando ti metterai in viaggio verso Itaca, dice Kavafis, 
devi augurarti una lunga strada
Il desiderio di conoscere l’ignoto e il diverso muove la storia e favorisce il dialogo
La civiltà è una macchina che si  alimentata di esplorazioni e scoperte
Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni

Edoardo Boncinelli

"Corriere della Sera - La Lettura",  3 gennaio 2015

Si sente spesso dire «Questo ci salverà», «Solo quello ci può salvare» (anche se non ho mai capito bene da che); ma se c’è una cosa che certamente ci può salvare — non importa da cosa — questa è la curiosità, cioè il desiderio di conoscere realtà nuove e diverse. Tutti gli animali superiori sono curiosi, ma limitatamente alla loro età giovanile; poi la curiosità a poco a poco svanisce. Poiché noi uomini rimaniamo «cuccioli» per una quantità di tempo inusitata, ci comportiamo come gli esseri più curiosi del globo.
Le neuroscienze ci dicono che la curiosità ha la stessa natura di un bisogno o di uno stato di astinenza e il suo soddisfacimento ci procura la gioia di un autentico attingimento, portando dopamina alla corteccia cerebrale, come se avessimo mangiato, bevuto o fatto sesso. Le espressioni pratiche più tangibili di tale curiosità sono rappresentate dalle esplorazioni geografiche e dalla scienza. Dopo aver faticosamente raggiunto la sua Itaca — «Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga,/ fertile in avventure e in esperienze», dice il poeta greco Costantino Kavafis — Ulisse si rimette in mare con i suoi vecchi compagni alla volta delle colonne d’Ercole e a sentire Dante dice a quelli: «Non vogliate negar l’esperienza,/ di retro al sol, del mondo sanza gente».
Per quanto riguarda la scienza di oggi, si sogliono distinguere due tipi principali di ricerca, quella applicata e quella di base, che in inglese viene definita curiosity driven, cioè guidata dalla curiosità, per sottolinearne il carattere di esplorazione non guidata da niente altro che dal desiderio di soddisfare appunto la nostra curiosità. Senza curiosità lo scienziato non si può proprio fare, o verrebbe fatto in maniera fiacca e senza entusiasmo. L’entusiasmo è in effetti spesso il compagno effervescente della curiosità. La curiosità è un istinto esplorativo che ci spinge a cercare cose nuove nei più diversi campi e ambiti, fino al punto di esplorare le profondità del cosmo o i recessi più reconditi della materia, nonché i segreti della nostra mente o le segrete del nostro cuore.
Dalle particelle subatomiche alle galassie più anziane, o alle stelle ancora in formazione, niente è sfuggito alla nostra curiosità. E facciamo di tutto anche per sapere se nell’universo ci sono altre forme di vita, intelligente o vegetativa. Senza pensare che abbiamo certamente vita intelligente su questo pianeta, e che può valere la pena conoscerla. Come succedeva in passato, quando le navi solcavano in lungo e in largo le acque del Mediterraneo e con i loro continui scambi di cose e d’idee, coraggiosi viaggiatori gettavano le fondamenta della nostra stessa civiltà. Quando partirai alla volta di Itaca, dice sempre Kavafis, «devi augurarti che la strada sia lunga./ Che i mattini d’estate siano tanti/ quando nei porti — finalmente e con che gioia —/ toccherai terra tu per la prima volta:/ negli empori fenici indugia e acquista/ madreperle coralli ebano e ambre/ tutta merce fina, anche profumi/ penetranti d’ogni sorta;/ più profumi inebrianti che puoi,/ va in molte città egizie/ impara una quantità di cose dai dotti».
Tale spirito ha accompagnato per anni il cammino dell’uomo e il suo continuo andare e venire per le vie delle spezie o della seta per terra e anche, avventurosamente, per mare. La parola Cina, o China, e le favolose Indie suscitavano negli europei curiosità e incanto, e fino all’inizio del Novecento il desiderio di conoscere costumi e usanze esotiche di altri popoli, da parte di viaggiatori che già si sentivano un po’ annoiati del loro mondo e del loro modo di vedere le cose. Per non parlare dei viaggi d’istruzione e d’iniziazione, come quello famoso che portò Goethe in Italia o quelli di Henry Miller e Ernest Hemingway in Francia e in Spagna.
Il mondo nel frattempo si è fatto piccolo e sovraffollato. Non c’è più, si direbbe, il piacere di incontrare, dopo un lungo solitario cammino, un altro essere umano. Si cerca anzi spesso di fuggire i nostri simili, andando a cercare rotte meno battute e paesaggi quasi incontaminati. Di veramente incontaminato non è rimasto ormai quasi niente, perché gli sciami delle «formichine» umane sono arrivati dappertutto.
Ecco che a poco a poco la curiosità e l’entusiasmo si sono come rovesciati nel loro contrario, la diffidenza e il timore. Il desiderio di conoscere altri popoli e altre culture ha lasciato il campo alle aspirazioni alla chiusura e all’isolamento, e a tentazioni di misoneismo che rasentano la misantropia.
Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem, aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam. Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».

Bibliografia
Per approfondire i temi affrontati in queste pagine si possono consultare i seguenti volumi: il saggio di Alberto Manguel, Una storia naturale della curiosità (traduzione di Stefano Valenti, Feltrinelli, pagine 416); Dopo la lirica (Einaudi, 2005), in cui Enrico Testa ha raccolto i testi di più di quaranta tra poeti e poetesse italiani del secondo Novecento; Adonis, Violenza e islam. Conversazioni con Houria Abdelouahed (Guanda, 2015); Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, L’arte moderna 1770-1970/ L’arte oltre il Duemila (Sansoni, 2002); Martin Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare (Guanda, 2011); Costantino Kavafis, Settantacinque poesie (Einaudi, 1992); Joseph LeDoux, Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni (Baldini & Castoldi, 2014)

martedì 22 settembre 2015

Abbiamo reso il mondo più piccolo e senza favole

Le abitudini o i vestiti sono uguali dappertutto
 uniformati da quella enciclopedia portatile che è il web: 
ci nutriamo degli stessi riferimenti

Maurizio Ferraris, "La Repubblica", 20 settembre 2015

Nel Seicento è nato un nuovo genere letterario, la fantascienza. Autori come Cyrano de Bergerac (proprio lui!) scrivevano libri sugli Stati e gli imperi della luna, e fantasticavano sui mondi possibili che circondavano il nostro, quello reale. Con quella che è a tutti gli effetti una sceneggiatura fantascientifica, Leibniz aveva immaginato una torre fatta di palazzi sovrapposti, ognuno dei quali era un mondo possibile. Grosso modo a metà altezza c’era il nostro mondo, il mondo reale, diremmo noi; il migliore dei mondi possibili, scriveva Leibniz, suscitando retrospettivamente le lamentele di Candide.
Questa vena fantastica aveva delle origini del tutto realistiche. Le scoperte geografiche avevano allargato i confini della terra; quelle astronomiche avevano fatto della terra un mondo fra mondi; e persino la biologia, scoprendo i microorganismi, si era fatta l’idea che lo stesso corpo umano fosse un microcosmo all’interno del macrocosmo. I romanzi di avventure nei mari tropicali o nella Giungla Nera, i giri del mondo in Ottanta giorni, le diecimila leghe sotto i mari e poi le odissee nello spazio sono l’espressione di questo mondo che si faceva più grande ogni giorno di più.
Poi il mondo ha incominciato a rimpicciolirsi, seguendo il destino delle casse dei nostri amplificatori, che da catafalchi intrasportabili si sono trasformati in cubi tascabili. Da una parte, lo spazio e l’infinito hanno cessato di attirare l’attenzione dell’umanità, diversamente da quanto avveniva ancora mezzo secolo fa. Dall’altra, la Terra è diventata uno spazio angusto, in cui ogni angolo (fotografato nelle street view di google maps) può essere raggiunto in poche ore.
Questo rimpicciolimento dello spazio è anche un accorciamento del tempo. Tutti abbiamo assistito alla scomparsa della fantascienza, sostituita dal fantasy. Anni fa, accompagnando mia figlia a Disney World, fui impressionato da quanto decrepite apparissero le installazioni messe a rappresentare dei futuribili fatti di astronavi e di macchine del tempo, mentre il futuro si era orientato su una via del tutto imprevista, quella del web e della ingegneria genetica. Tutta l’invenzione che resta si esercita sulla modificazione di un passato fatto di legioni romane che combattono al tempo di Re Artù.

Non stupisce che, nel caso di narrazioni ambientate nei nostri giorni, il divario tra realtà e finzione venga meno. Non è affatto il “divenire favola” del mondo di cui aveva parlato Nietzsche. Non c’è alcun “reincanto del mondo”, che è un futile sogno tardoromantico, ma piuttosto un dispiegarsi della realtà, nei suoi splendori e nelle sue miserie. Le abitudini o i vestiti sono uguali dappertutto, uniformati da quell’enciclopedia portatile che è il web, l’immaginazione delle persone si nutre degli stessi riferimenti.
Dunque non stupisce che la finzione e la realtà si incontrino sul piano di una realtà generalizzata. Il personaggio dei Reality era, in un certo senso, l’ipostasi infima dello Star System, del mondo della favola che scende nel mondo reale. L’utente di Facebook, invece, rappresenta la sua vita quotidiana, i minuti comportamenti. Una noia immane. Però sui grandi numeri può emergere una sorpresa, sino alla tragedia pura, come nell’omicidio in Virginia. Il fenomeno più forte è proprio l’emergenza: da un reale iper-connesso e iper-registrato emergono più cose di quante ne possano sognare le nostre filosofie.
Il processo creativo va dal mondo alla mente, e non l’inverso, e in definitiva è sempre stato così, tranne che non lo si sapeva. Chissà quanti eventi favolosi sono avvenuti nella storia — e non ce ne resta traccia, tranne di quei pochi che hanno dato origine ai miti e ai poemi epici. Il fatto che Napoleone sia stato al centro di tanti romanzi e poemi è la prosecuzione di questo incanto del reale, tanto più forte in quanto emerge dal mondo invece che essere escogitato nella testa di qualcuno. E oggi non c’è evento sorprendente che emerga dal mondo e che non possa nutrire il racconto. Credo che sia anche pensando a questa circostanza che, in un libro uscito pochi mesi fa, Alla ricerca del reale perduto, il filosofo francese Alain Badiou ha scritto: «Oggi dobbiamo essere convinti che, malgrado i lutti che il pensiero ci impone, cercare quel che c’è di reale nel reale può essere, è, una passione gioiosa ».

lunedì 13 luglio 2015

Ottica, numeri e precisione: l’emozione nasce dalla tecnica

Musée du conservatoire national des arts et métiers: il laboratorio di Lavoisier

Ecco come nel corso della storia 
gli artisti sono stati considerati non più artigiani ma detentori del sapere

Jean Clair, "La Repubblica", 11 luglio 2015

Pubblichiamo l’intervento che Jean Clair terrà alla Milanesiana, il festival ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi. L’incontro si inserisce nel ciclo “Ossessioni /arte e scienza” in collaborazione con Intesa Sanpaolo. 

La mia prima emozione che potessi qualificare come artistica la provai in un museo scientifico: al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, davanti ai piccoli strumenti di vetro e di rame che Lavoisier utilizzava nel suo laboratorio. Si trattava di arte? Il nome del Museo lo assicurava: Conservatorio delle Arti e dei Mestieri. Ora non si chiama più così, ma è intitolato “Museo delle tecniche”. Solo più tardi ho ritrovato lo stesso piacere in un museo detto “delle Belle Arti”, mi pare fosse davanti alla Vergine del Cancelliere Rolin, al Louvre, la cui precisione ottica mi incantava.
E solo più tardi ancora compresi che gli oggetti della scienza erano a volte delle opere d’arte, e che le opere d’arte erano spesso oggetti scientifici. L’estetica a volte poteva essere un’euristica.
La più bella dimostrazione di questa equazione l’ha fatta Claude Lévi-Strauss, a proposito di un ritratto di dama di Cluet di cui ammirava la “collerette”.
L’emozione profonda, ci dice, che suscita la riproduzione del collo di merletto, filo per filo, con un effetto di trompe- l’oeil scrupoloso, è la stessa che produce il modellino a scala ridotta, il capolavoro dell’artigiano, che è il prototipo dell’opera d’arte.
Entrambi, per effetto della riduzione, procedono per una sorta di inversione del processo della conoscenza: per conoscere un oggetto, abbiamo tendenza a operare a partire delle sue componenti. La riduzione della scala capovolge la situazione; più piccola, la totalità dell’oggetto appare meno temibile. La virtù intrinseca del modello è di compensare la rinuncia alle dimensioni sensibili attraverso l’acquisizione di dimensioni intellegibili.
La scienza che lavora a scala reale, che rimpiazza un essere con un altro, l’effetto con la causa, è dell’ordine della metonimia, mentre l’arte che lavora a scala ridotta producendo un’immagine omologa all’oggetto rientra nel campo della metafora.
Ars, in latino, ci parla di abilità: è un talento particolare acquisito attraverso lo studio e la pratica (diciamo: “possedere l’arte di...”); una conoscenza legata a un mestiere, un’esperienza del corpo che permette la precisione e l’economia dei gesti, un’attitudine appresa che si schiude all’eleganza, allo charme, alla grazia (diciamo: “fare con arte”). Ars è nel contempo la “maniera” dell’artista e il marchio dell’artigiano. Nel linguaggio popolare, l’”homme de l’art”, l’uomo dell’arte, è l’uomo del mestiere. Questa qualità può limitarsi a una parte del corpo, una particolare abilità manuale, un gesto, un’attitudine, per esempio il portamento del ballerino, o la voce posata del cantante o dell’oratore - l’actio nella retorica... Si parlerà anche della “mano intelligente” dell’architetto, quella sua arte particolare che unisce competenze manuali e intelligenza concettuale.
Da questo punto di vista, l’arte, ars, si oppone alla natura, come l’artificio si oppone al naturale. Ma si oppone anche all’ingenium, che non è il genio, bensì l’inclinazione spontanea, la disposizione propria della sensibilità. L’ars è acquisita, l’ingenium è innato. L’ ingenium è la capacità naturale dello spirito a produrre, una potenza generativa che è allo stesso tempo predisposizione nativa e invenzione. Vicino a quella che Lévi-Strauss descriveva con il termine di “bricolage”, l’ingenium è quell’attitudine dello spirito umano a riunire dati eterogenei per produrre qualcosa di nuovo. Oltrepassa i limiti della semplice ragione, è appunto quell’eccesso che somiglia a un dono, al’invenzione ingenua, al tratto di genio.
Ars si oppone infine alla scientia, che è un sapere essenzialmente linguistico e verbale, un’informazione, una conoscenza, o l’insieme delle conoscenze acquisite su un soggetto. Cicerone oppone i due termini di ars e scientia quando parla di “ artem scientia tenere ”, possedere un’arte in teoria.
Scientia, la conoscenza astratta e generale, non è il sapere concreto e singolare che si incarna in un gesto, in un “tour de main”, quel linguaggio del corpo che Aristotele chiamava giustamente tekhné: «I Greci, ricorda Ernst Gombrich, avevano un solo termine e un solo concetto per l’arte e per l’abilità: tekhné » - la storia dell’arte, per definizione, era la storia delle tecniche.
Se consideriamo le lingue germaniche, ritroviamo più o meno le stesse opposizioni.
Kunst, l’arte, deriva dall’alto tedesco können, che ci parla di una disposizione intermedia tra la conoscenza e la competenza, tra il sapere e l’abilità. In ogni caso nulla di comparabile alla pretenzione che oggi dissimuliamo sotto il termine di “arte”.
Können ha la stessa origine del gotico kann , dell’antico inglese can, nel senso di un potere radicato in un sapere.
Notiamo en passant che können non va confuso, nonostante l’omofonia, con kennen, che significa conoscere, essere al corrente, come to know in inglese: è questo il campo della conoscenza, del knowledge, della scientia.
Già all’origine quindi troviamo nel termine “arte” un’ambivalenza, un’oscillazione tra un savoir faire che rileva di un apprendimento e di una conoscenza, dell’ordine del codificabile e del trasmissibile, e d’altra parte una qualità eccezionale, una tendenza particolare di un individuo, uno slancio dell’essere, una disposizione singolare dei suoi organi, delle sue cellule, che gli permetterebbe di esercitare un potere di cui gli altri non dispongono, nonostante abbiano le stesse conoscenze. Ma i due aspetti sono legati: non ci può essere pouvoir-faire senza savoir-faire, né savoir- faire senza vouloir-faire.
Malkunst, nel sedicesimo secolo, è l’arte di dipingere, e cioè quell’insieme complesso di ricette e di conoscenze che permettono all’artigiano di esercitare il suo mestiere. Ma oltre alla chimica che gli permette di preparare i colori, quest’arte complessa riunisce ben altre competenze: la matematica e la fisica che permettono di fondarsi sulla prospettiva come scienza esatta, e di disporre correttamente i corpi nello spazio; l’anatomia, insegnata nei teatri di Padova, di Bologna, di Londra, di Vienna; la fisiologia, ossia lo studio del funzionamento dei tessuti, delle carnagioni, degli organi; l’ottica, la dioptrica e la catoptrica, che permettono di progredire nella scienza dei colori, delle rifrazioni, dei riflessi, delle trasparenze; e anche un po’ di zoologia che permette di distinguere e di tagliare correttamente i calami per disegnare e i peli animali di cui son fatti i pennelli, di martora per esempio... tutto un insieme di conoscenze e di ricette che hanno permesso all’arte della pittura di passare dallo statuto di ars mecanica a quello delle artes liberales, e all’artista, di non essere semplicemente un abile artigiano ma un letterato, un sapiente, un polymathes, un polytechnes.
© Jean Clair 2015

martedì 7 luglio 2015

Noi, travolti dall’ossessione di restare connessi.


Le luci e le ombre del web
 Una riflessione di Bauman

Uno spettro del nostro tempo si fa meno minaccioso:
sentirsi esclusi da tutto
 Ma trapiantare le procedure dell’online all’offline produce alti costi etici e sociali

Zygmunt Bauman, "La Repubblica", 6 luglio 2015

Il dizionario Merriam-Webster, che gode di grande considerazione, liquida il termine “ossessione” come «un’attività verso cui si nutre molto interesse o a cui si dedica molto tempo»; “compulsione” come «il sentirsi costretti a fare qualcosa»; e “dipendenza” come «un persistente consumo compulsivo di una sostanza di cui la persona che ne fa uso conosce l’effetto nocivo». Il rapporto che abbiamo con le nove ore o più che, stando a una ricerca attuale, l’individuo medio trascorre quotidianamente davanti a schermi grandi, medi o in formato tascabile (ossia nell’universo online) rispecchia tutte e tre le definizioni. (…) Lasciatemi cominciare dalla considerazione secondo cui le azioni nel mondo connesso sono nettamente più veloci e vantaggiose di quelle che impone invece la vita nell’universo disconnesso. In netto contrasto con il modo in cui una persona si aggira nel mondo offline, le imprese della vita di un individuo che naviga nell’universo online sono incomparabilmente più semplici (senza la necessità di abilità particolarmente complesse né di uno sforzo prolungato), più veloci (i risultati sono davvero immediati e si ha la sensazione di riuscire a ottenere qualcosa senza dover aspettare), più sicure (le iniziative che si intraprendono quando si è connessi possono essere annullate senza grossi problemi, ed è improbabile che le conseguenze di ciò finiscano per tormentare la persona che naviga incautamente in rete). Ma era proprio questo a cui mirava l’idea di progresso annunciata dai profeti, dai pionieri e dai promotori della modernità, così come i conseguenti affanni della modernizzazione. È esattamente ciò che “essere moderni,” o “condurre una vita moderna,” doveva significare: liberarsi, a una a una, di tutte le fatiche e i disagi della vita. (…) Considerate, ad esempio, il contributo che ha avuto nello scacciare lo spettro maligno della nostra epoca: la minaccia dell’esclusione, dell’estromissione, dell’abbandono e della solitudine. Su Facebook non ci si deve più sentire soli o abbandonati, rifiutati, eliminati – lasciati lì a cuocere nel proprio brodo senza la compagnia di nessuno se non di se stessi. C’è sempre, ventiquattr’ore al giorno e sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte pronto a ricevere un messaggio e persino a rispondere a esso o a confermare di averlo ricevuto. (…) Ma cos’è che è andato perduto – già accertato o che si prevede di perdere? Tanto per cominciare, i ricercatori riferiscono di danni che affliggono (o che si presume possano affliggere) le nostre facoltà mentali; innanzitutto, le qualità/capacità ritenute indispensabili per stabilire un ambito di cui la ragione e la razionalità hanno bisogno per essere utilizzate e dare piena prova di sé: attenzione, concentrazione, pazienza – e la loro durata. (…) Stiamo perdendo la pazienza, ma i grandi risultati si ottengono solo con molta pazienza. Bisogna tener testa agli ostacoli che si incontrano, alle probabilità inattese che tuttavia confondono i piani o interrompono la loro realizzazione. Sono stati condotti molti studi su questo problema, e la maggior parte dei risultati ha mostrato che la capacità di attenzione, di rimanere concentrati a lungo – e nel complesso la perseveranza, la tolleranza e la forza d’animo, le caratteristiche fondamentali della pazienza – stanno diminuendo, e rapidamente. (...) Oggigiorno, il “multitasking” tende a essere la strategia di gran lunga preferita nell’utilizzo della rete con le sue sempre più numerose app e gadget, contenendosi un attimo (per quanto fuggevole) di attenzione. (…) La prossima considerazione riguarda il probabile impatto sulla natura dei rapporti umani. Stringere o interrompere dei rapporti è di gran lunga più facile e meno rischioso nell’universo online che in quello offline. Il fatto di allacciare delle relazioni online non implica impegni a lungo termine, figuriamoci poi quelle in stile «finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte», né richiede il duro, logorante e prolungato sforzo che invece esigono i legami nel mondo disconnesso. (…) C’è un’altra questione, forse la più controversa tra quelle che emergono dal dibattito sui vantaggi e gli svantaggi della rete mondiale. L’esporsi in modo universale, facile e comodo agli eventi del mondo in “tempo reale”, abbinato a un’apertura analogamente universale, e all’affacciarsi con la medesima facilità e tranquillità al palcoscenico pubblico, è stato salutato da molti osservatori come un’autentica svolta nella breve seppur movimentata e burrascosa storia della democrazia moderna. Contrariamente alle previsioni piuttosto diffuse secondo cui Internet rappresenterà un importante passo in avanti nella storia della democrazia, chiamando in causa ognuno di noi nel plasmare il mondo che ci dividiamo e sostituendo la “piramide del potere” che abbiamo ereditato con politiche “trasversali” – si stanno accumulando le prove a sostegno del fatto che Internet potrà benissimo contribuire a prolungare e inasprire i conflitti e gli antagonismi, impedendo al contempo un reale dialogo a più voci e la possibilità di un armistizio e di un accordo conclusivo. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla tendenza della maggior parte degli internauti a rendere il mondo online una zona priva di conflitti, benché non venendo a patti sulle questioni alla base degli scontri di modo che vengano risolti accontentando entrambe le parti – ma sottraendo tali conflitti che tormentano il mondo offline alla loro vista e attenzione… (…) Va detto che il sopraccitato inventario dei vizi e delle virtù effettive e potenziali della suddivisione del Lebenswelt (“mondo della vita”) in un universo online e offline è tutt’altro che completo. (...) Nonostante tutto quello che al momento si possa sostenere, una delle conseguenze meno allettanti riguarda il prezzo da pagare per i risultati più grandi ottenuti dall’universo online in termini di comodità, facilità, assenza di rischio – e incoraggiando una tendenza a trapiantare le concezioni del mondo fatte a misura dell’ambiente online nel suo corrispettivo offline, a cui possono essere applicati a costo di un grande danno etico e sociale.

giovedì 18 giugno 2015

Non solo touch il riscatto della ragione superficiale


Dagli schermi dei tablet ai monitor negli aeroporti: 
così la nostra vita ha perso il senso della profondità

M. Niola

“La Repubblica”, 18 giugno 2015

La superficie non va mai trattata con superficialità. Lo dice Nietzsche nella Gaia scienza, quando riconosce ai Greci la superiore capacità di «arrestarsi animosamente alla superficie» delle cose.
Senza mai cadere nella trappola della profondità, della verità invisibile, del significato nascosto. La grandezza della civiltà di Omero stava insomma nel saper trovare il senso della vita arrestandosi all'increspatura, alla scorza delle cose. Forme, suoni, parole. Ovvero lo scintillante Olimpo dell'apparenza. Quell'Olimpo oggi riaffiora come un millenario fiume carsico in piena civiltà dell'immagine.
E, sospinto dalle correnti della tecnologia, si installa saldamente nel nostro immaginario. Aggiornando un'applicazione che la nostra cultura, a dispetto di duemila anni di Cristianesimo, non ha mai veramente eliminato dal suo menu cognitivo, etico ed estetico.
E che la crucialità della superficie torni ad essere un pensiero dominante, nel bene e nel male, lo prova perfino il fatto che l'Onu ha proclamato il 2015 anno internazionale del suolo. In altri termini, il vero problema del pianeta è la scorza, per dirla con Nietzsche. Che si tratti di terre vulnerabili, coltivabili, edificabili, riciclabili, accaparrabili è sempre questione di superfici. Estensioni sensibili. Non mere distese inerti, dunque, ma interfaccia comunicanti tra uomo e natura.
Il fatto è che oggi, forse per effetto della digitalizzazione della realtà, torniamo a pensare la vita come superficie e non come profondità. Come una dimensione orizzontale. Senza trascendenza. Una immanenza sconfinata, densa, porosa, connettiva. Insomma, ridiventiamo Greci, ma virtualmente.
E che la superficie sia una password per entrare nel presente lo dice a chiare lettere Giuliana Bruno, professore di Visual and Environmental Studies ad Harvard. Che dedica al tema un bellissimo libro, intitolato, Surface: matter of aesthetics, materiality, and media (Superficie: questioni di estetica, materialità e media, University of Chicago Press, pagg. 277 pagine, dollari 45) che sta avendo un grandissimo successo in tutto il mondo. Secondo Bruno, la nostra vita è tutta un gioco di superfici. Dalla pelle alla pellicola, passando per gli abiti che rivelano chi siamo a noi stessi e agli altri. Fino agli schermi, ormai onnipresenti nella nostra vita, pubblica e privata. Dal cinema alla televisione, dal tablet allo smartphone. E a tutti i monitor di cui sono pieni aeroporti, stazioni, supermercati, ospedali. Senza dire di quei dispositivi che portiamo addosso e che registrano tutto di noi, dai passi al battito cardiaco.
Questi schermi, grandi o piccoli, sono la vera superficie materiale della vita contemporanea. E adesso, con l'evoluzione del touch screen, la reificazione delle immagini smette di essere una metafora per ritrovare una dimensione fisica. Una concretezza magicamente tangibile. É l'avvento della svolta tattile, già annunciata da Marshall McLuhan negli anni Cinquanta, che fa dei sensi i drive dell'intelligenza e del tatto il supersenso.
Non è un caso che il tocco, come dicono molti scienziati cognitivi, sia il senso del presente, quello che ha l'immediatezza del pensiero nei polpastrelli, recettori che accendono simultaneamente sensazioni, rappresentazioni, visioni, passioni, emozioni. Con uno straordinario cortocircuito tra superficialità e profondità, tra finitudine del supporto e infinitudine delle funzioni, fra cosa e rappresentazione. Molto vicino a quello che i Greci chiamavano percezione aptica. Cioè il riconoscimento multisensoriale degli oggetti che passa attraverso la mano. E che, tiene a precisare Giuliana Bruno, «è molto più del tatto. È con-tatto». É comunicazione. Sinestesia che fa lavorare insieme tutti i sensi e apre nuove porte della conoscenza. Questo era vero per la scultura antica, che era tutta un trionfo della superficialità sensibile, dell'apparenza densa, della forma eloquente. Ed è altrettanto vero per l'architettura e le arti contemporanee, che lavorano sempre di più su lamine di cose, veli di luce, muri che diventano schermi e schermi che diventano muri, tessuti, textures. Andando al di là del limite tra animato e inanimato. Tra forma architettonica e forma vivente. Come nel caso della ristrutturazione del Lincoln Center di New York, realizzata da Elizabeth Diller, Ricardo Scofidio e Charles Renfro. Che hanno rivestito l'intero edificio della corteccia di un solo albero. Una pellicola inconsutile, una materia subtilis, una membrana schermo che si accende di luce soffusa e sembra quasi che arrossisca. E del resto, aggiunge Bruno, «sulla superficie della nostra pelle abbiamo sempre fatto affiorare sensazioni ed emozioni, affetti e sentimenti.
Non a caso i nuovi strumenti tecnologici fanno sempre più leva sull'interazione aptica. E perfino quando sfioriamo il simulacro di un tasto, gratificano la nostra aspettativa corporea, restituendoci la sensazione di una breve vibrazione.
Così vedere e toccare, sentire e pensare diventano una sola cosa. E le superfici si fanno sensibili come link, punti di connessione tra luoghi, storie, umanità. Mentre gli schermi trasformano il tempo in spazio, in cosa. Ne fanno una "materia che si consuma", come dicevano gli Inca. Stiamo assistendo insomma all'ultima metamorfosi della superficie. Che non è più il luogo sul quale proiettare le ombre del nostro pensiero. Come il fondo della caverna platonica. O come il cinema. Che, non per nulla, nasce negli stessi anni in cui Freud scrive L'interpretazione dei sogni inventando di fatto il proiettore dell'inconscio. Oggi invece le superfici retroilluminate dei nostri schermi invertono il fascio di luce della proiezione. E noi quelle immagini le introiettiamo. Sono loro a venire verso di noi.
Proprio come gli eidola del mondo antico, parvenze create dalla fantasia degli uomini che prendevano corpo per una sorta di magia. Al tempo della tecnologia gli eidola sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatti gli schermi. Superfici intelligenti che trasformano il pensiero in materia. La res cogitans in res extensa.

Dall'introduzione a Surface: matter of aesthetics, materiality, and media, di Giuliana Bruno
There exist what we call images of things,
Which as it were peeled off from the surfaces
Of objects, fly this way and that through the air. . . .
I say therefore that likenesses or thin shapes
Are sent out from the surfaces of things
Which we must call as it were their films or bark.
T. Lucretius Caro, De rerum natura
For Lucretius, the image is a thing. It is configured like a cloth, released as matter that flies out into the air. In this way, as the Epicurean philosopher and poet suggests to us, something important is shown: the material of an image manifests itself on the surface. Lucretius describes the surface of things as something that may flare out, giving forth dazzling shapes. It is as if it could be virtually peeled off, like a layer of substance, forming a “bark,” or leaving a sediment, a veneer, a “film.” This poetic description and its philosophical fabrication go to the heart of my concern in this book as I approach materiality in the virtual age, seeking to show how it manifests itself on the surface tension of media in our times. What is the place of materiality in our contemporary world? In this age of virtuality, with its rapidly changing materials and media, what role can materiality have? How is it fashioned in the arts or manifested in technology? Could it be refashioned? These are some foundational questions asked in this book, which investigates the surface as it embodies the relation of materiality to aesthetics, technology, and temporality.

martedì 28 aprile 2015

Così l’umano può difendersi dal postumano


Molti studiosi chiedono di valutare criticamente tecnoscienza e robotica

Stefano Rodotà

"La Repubblica",  28 aprile 2015

Pubblichiamo una sintesi della lezione tenuta il 23 aprile da Stefano Rodotà all’università di Perugia in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico

NEL 1950 Norbert Wiener pubblica le sue riflessioni su cibernetica, scienza e società, e sceglie come titolo L’uso umano degli esseri umani. Parole in cui si coglie l’eco di un tempo cambiato dalla bomba atomica, che indurrà nel 1956 Guenther Ander a dire che L’uomo è antiquato, e a scrivere: «Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più — e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale». Questo congedo dall’umano era cominciato almeno un quarto di secolo prima.
Quando Julien Huxley aveva inventato il termine “transumanismo”, riferito poi alla «tecnologia che permette di superare i limiti della forma umana». Molte trasformazioni sono già visibili, si parla del corpo come un nuovo “oggetto connesso”, una “nanobio- info-neuro machine”, che annuncia la fine dell’età umana. Quale spazio rimarrebbe per quell’attività umana che consiste nell’agire libero e nel dare regole all’agire? Scomparirebbero i diritti “umani”, e con essi i principi di dignità e eguaglianza? L’orizzonte si è dilatato, la definizione del postumano non è riferita solo alle innovazioni legate a biologia e genetica, ma è il risultato della convergenza di elettronica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, neuroscienze. Alla realtà “aumentata” dall’elettronica si accompagna la prospettiva dell’uomo “aumentato”.
O piuttosto spossessato di tratti dai quali riteniamo che l’umanità non possa essere separata? Verrà un giorno, dicono i più radicali tra i transumanisti, in cui l’uomo non sarà più un mammifero, si libererà del corpo, sarà tutt’uno con il computer, dal suo cervello potranno essere estratte informazioni poi replicate appunto in un computer, e potrà accedere all’immortalità. E l’intelligenza artificiale viene presentata come quella che ci libererà da malattie e povertà. Perché, allora, quattrocento scienziati chiedono di valutarla con attenzione critica?
In quel documento si parla di sistemi autonomi, veicoli autonomi, forme autonome di produzione, armi letali autonome. Ma autonomia rispetto a che cosa? La comparazione è con situazioni in cui le decisioni sono affidate alla consapevolezza delle persone. Ora, invece, l’autonomia sembra abbandonare l’umano e divenire carattere delle cose, capovolgendo la prospettiva di un postumano come “meglio dell’umano”, finendo con il presentarsi piuttosto come ideologia della tecnoscienza.
Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo “automatico”, dove una ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone affida ad algoritmi la costruzione dell’identità. «Tu sei quel che Google dice che tu sei»: su questa base la persona viene classificata e rischia d’essere valutata per le sue propensioni e non per le sue azioni.
Sono continui gli scambi tra l’umano, il postumano e un mondo delle cose sempre più autonomo. Passiamo dall’Internet 2.0, quello delle reti sociali, all’Internet 3.0, quello delle cose. E il mondo delle cose è trasformato dalla presenza dei robots. Anche robot virtuali, appunto gli algoritmi che consentono il funzionamento dei computers che governano determinate attività, e sociali, ai quali dovrebbe essere riconosciuta “una piccola umanità”. Piccola come unica possibilità o primo passo verso una integrale “umanità” della macchina?
Si annuncia una sfida definitiva. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana, di creare una simbiosi macchina/uomo influente appunto sull’evoluzione della specie. In questo intreccio tra dati del presente e proiezioni nel futuro si colloca la faticosa costruzione di un contesto di regole e principi, di una RoboLaw in grado di massimizzare i benefici della seconda rivoluzione delle macchine.
Una nuova forma sociale si manifesta. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Trasformazioni guidate dal profitto o dall’interesse per le persone? Interrogativi che mostrano come le risposte non possano essere affidate all’intelligenza artificiale, ma a quella collettiva. Il vero rischio, infatti, non è quello di una politica espropriata dalla tecnoscienza. È il suo abbandonarsi a una deriva che la deresponsabilizza, e induce a concludere che davvero malattia e povertà siano affari ormai delegabili alla tecnica e non problemi da governare con la consapevolezza civile e politica.
Tornano i principi di riferimento. Lo human enhancement, il potenziamento dell’umano non evoca soltanto rischi, ma descrive recuperi di funzioni perdute, accesso ad opportunità nuove, arricchimento di legami sociali. Si incontra il tema della libertà e dell’autonomia, poiché il potenziamento non può risolversi nella disponibilità del corpo altrui. Né può essere violato il principio d’eguaglianza. Quale criterio governerà l’accesso alle opportunità offerte dalla tecnoscienza? Il potenziamento dell’intelligenza sarà riservato a chi dispone delle risorse necessarie per comprarlo sul mercato? E la dignità scompare quando gli interventi sul corpo determinano dipendenza dall’esterno.
Queste vicende dell’umano rinviano a due processi: l’ominizzazione, dunque l’evoluzione biologica, con l’emersione di una sola specie umana, con un processo di unificazione tendente all’universalismo; e l’umanizzazione, dunque l’evoluzione che si è articolata attraverso le culture, con un processo di diversificazione tendente al relativismo. Oggi l’accento dovrebbe cadere piuttosto sull’ominizzazione, poiché la profondità del mutamento dei processi biologici e il loro intersecarsi con la tecnoscienza sembrano portare ad una diversificazione della specie umana, fino alla creazione di nuove specie. Nei processi di umanizzazione, al contrario, si colgono significativi segni di un movimento verso l’unificazione, di cui è testimonianza il diffondersi di norme giuridiche comuni nei settori in cui l’umano è messo più visibilmente alla prova dalla tecnoscienza.
Possiamo fermarci alla contemplazione di questo orizzonte, che può apparirci smisurato? O dobbiamo guardare oltre, tornando a quell’uso umano degli esseri umani citato all’inizio? Chi ne porta la responsabilità? La diffusione della robotica, come già per l’elettronica, concentra potere nelle mani di chi controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza.
L’umano, e la sua custodia, si rivelano allora non come una resistenza al nuovo, al timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Esige un mutamento culturale, un’attenzione civile diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto di pratiche che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente.

domenica 18 gennaio 2015

L’età dell’interruzione


Immersi nei social network connessi con ogni device travolti dalle informazioni viviamo mettendo il pausa di continuo ciò che stiamo facendo,
 riducendo la nostra attenzione a pura percezione 

Ecco come le nostre vite sono diventate un eterno intervallo tra gli intervalli

Maurizio Ferraris

"La Repubblica", 18 gennaio 2015

Siamo in una situazione che è di fatto quella militarizzata della mobilitazione totale, siamo sottoposti a un senso di costante inadeguatezza e frustrazione, viviamo l’opposto speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna di solito al portare a termine un progetto

UN RECENTISSIMO studio della University of Southern California ha stabilito che viviamo nella “età della interruzione”: siamo perennemente connessi a molteplici apparati, e di fatto la nostra attività prevalente consiste nell’interrompere quello che stavamo facendo per incominciare a fare qualcos’altro, interrompendoci di lì a pochissimo e così via all’infinito. Una situazione inconcepibile pochi decenni fa. Nel giro di un secolo abbiamo avuto almeno tre età, diverse tra loro non meno che il neolitico e l’età del bronzo. Sino a metà del Novecento siamo stati nel pieno dell’età della produzione: si fabbricavano artefatti, quelli su cui, per esempio, si è costruito il “miracolo italiano”. La produzione avveniva in tempi scanditi e in spazi ben delimitati: otto ore, e poi finisce il turno, non si può esercitare ininterrottamente una funzione che richiede energia fisica e la disponibilità di grossi apparati meccanici concentrati nelle fabbriche. Poi siamo passati all’età della comunicazione: si trasmettono notizie, i tempi sono meno scanditi, e gli spazi anche. È l’epoca (1980) in cui Gillo Dorfles pubblica L’intervallo perduto: il nostro mondo, che è fatto di interruzioni e di spazi vuoti, si riorganizza nella forma di un continuum, e vien meno l’interruzione, la separazione tra un evento e l’altro.
Da quando il web e i suoi dispositivi hanno fatto irruzione capillarmente nella nostra vita, siamo entrati in una terza età, appunto “l’età dell’interruzione” oppure “della registrazione”: come nell’epoca della produzione si fabbrica, come in quella della informazione si trasmette, ma quello che viene fabbricato e trasmesso è un documento registrato, destinato a rimanere lì dove si trova e inoltre a circolare per un tempo e uno spazio indefinito sul web. Mi spiego: ogni utente è al tempo stesso un produttore di informazioni, postate sui social network. Al tempo stesso, ogni contatto sul web produce automaticamente informazioni e documenti sugli utenti. Si crea una situazione di indistinzione tra sociale e mediale (la vita sociale è quella che ha luogo sul web) e tra privato e lavorativo (gli stessi dispositivi servono per il lavoro così come per la gestione della vita privata e per l’intrattenimento).
Qui, piuttosto che con una perdita dell’intervallo, abbiamo a che fare con una interruzione universale. In una situazione che è di fatto quella militarizzata della mobilitazione totale, siamo sottoposti non a un flusso di informazioni (che poteva anche essere seguito con una attenzione distratta), ma appunto con un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso di costante inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.
Siamo perennemente in difetto e, nel lungo termine, questa situazione diviene strutturale. Sicuramente, chi ha inventato il web ha pensato a un veicolo di conoscenza più che a una catena di trasmissione di ordini e di azioni, proprio come chi ha inventato il telefonino non avrebbe mai previsto che si sarebbe trasformato in un archivio e in un terminale di una catena militarizzata.
Si tratta allora di mettere a fuoco la sindrome. Il moltiplicarsi delle interruzioni che ha luogo in un archivio infinito non ci porta, come ingenuamente si potrebbe credere, nel cuore dell’attualità, ma in una ucronia in cui tutto è contemporaneo di tutto. Più che il mondo in diretta, quello che ci si fa avanti attraverso il web è una montagna di giornali vecchi che circondano il giornale di oggi ponendo il quesito: qual è l’attualità? Dove siamo, oggi? Che cosa è successo? Sappiamo quando è iniziata e quando è finita la Seconda guerra mondiale, ma il confuso conflitto senza nome in corso almeno dall’11 settembre non sembra avere eventi o evoluzioni, è un continuum di cui non si riescono a prevedere gli sviluppi né meno che mai a trovare una identità.
Senza nulla togliere ai meriti e alle risorse del web, che appaiono irrinunciabili, anzi, proprio per dare senso e scansione alla ricchezza del continuum, i giornali, l’università, e anche quella istituzione in profonda trasformazione che è la televisione, possono giocare un ruolo essenziale. Difficile ricorrere ai giornali per le minute informazioni sul tempo, sul corso del dollaro, sui cinema e sui treni: i flussi sono gestiti benissimo dal web. Ma cosa siano gli oggetti, gli eventi, e la stessa nozione di attualità, quello può dircelo solo la prima pagina del giornale. E che cosa sia vero è tradizionalmente garantito dalla scienza e dalla cultura che trova nelle università e nel sistema editoriale il suo tradizionale punto di forza. Infine, che qualcosa sia “pubblico”, cattolico in senso etimologico, è stato garantito da quel tubo catodico, oggi scomparso come apparato tecnico ma che rimane il vessillo della televisione rivolta a tutti.
Senza una notizia che resti immutata per 24 ore, e su cui si possa riflettere, senza una comunicazione di cui si può avere la ragionevole certezza che raggiungerà quasi tutta l’opinione pubblica, senza la possibilità di comprovare l’attendibilità delle informazioni diviene difficile dar senso alla nozione di “informazione”, “attualità” e “opinione pubblica”. Per quanto la struttura del giornalismo, dell’editoria, dell’università e della televisioni richiedano di essere ripensate, a causa degli evidenti arcaismi che presentano di fronte alle nuove tecnologie, resta che questo ripensamento e rilancio è indispensabile e imprescindibile, pena il venir meno di quei valori (opinione pubblica, attualità, sapere) che stanno al centro del progetto della modernità. Non è escluso che questa possibilità non si realizzi, e che ci si ritrovi (non troppo diversamente dalle società tradizionali che hanno preceduto la modernità) in un eterno presente scandito dalle stagioni (per quanto a loro volta indifferenziate nel continuum del riscaldamento globale). Ma è certo che, se ciò avvenisse, sarebbe molto difficile non parlare di un danno culturale e politico, e non credo di dire niente di originale nel ricordare che il carattere fondamentale della nostra epoca, cioè l’anacronismo (chi si sarebbe immaginato la rinascita di un Califfato, sia pure su web?) non sia estraneo a questa scomparsa delle scansioni, a questa inflazione di interruzioni e di frustrazioni che generano come contrappeso la nostalgia dell’arcaico in un mondo islamico che non è meno tecnologizzato di quello occidentale.

Il grande flusso che confonde il pensiero critico

Paolo Legrenzi

NELLA prima metà del secolo scorso, scrittori come Aldous Huxley (Il nuovo mondo, 1932) o George Orwell (1984, 1948), avevano immaginato il mondo del futuro. Il futuro è diventato presente, ma è tutt’altra cosa. Nei mondi di Huxley e Orwell le informazioni provenivano da un’unica fonte, un governo totalitario che ritroviamo in film come Fahrenheit 451 di Truffaut (1966) o Blade Runner di Ridley Scott (1982). In questi film un comando centrale serve per lavare il cervello e creare una finta tranquillità un po’ beota.
Dov’è oggi questa tranquillità uniforme? Nei paesi occidentali avanzati, i più sono continuamente bombardati da un flusso continuo di messaggi e, a loro volta, interrompono gli altri. Un incubo? Non proprio. Quando siamo sconnessi e lasciati in pace, proviamo spesso un senso di abbandono, una solitudine non sempre piacevole. La rete che ci avvolge è unica, come i dittatori fantascientifici di un secolo fa, ma non produce un ordine totalitario. Ciascuno pesca le informazioni che più gli garbano, e scambia le informazioni più disparate. Si entra nella vita altrui e si è penetrati o intrattenuti dagli altri. Sul più bello, siamo interrotti da messaggi frequenti e sovrabbondanti. La bussola per navigare in questo mare magnum è impazzita e produce effetti in modi disordinati e casuali.
Un semplice esempio, giusto per dare un’idea. Ponete di avere queste tre informazioni: A — Tizio sta con Caia B — Caia è sposata C — Caia ha un figlio Se la sequenza arrivasse a tutti nell’ordine A-B-C, avreste una mini-storia. Le informazioni piombano invece inaspettate, come frammenti di proiettili in un bombardamento casuale. Siamo noi a dover mettere insieme i pezzi: Caia sta con Tizio, si è sposata, e ha avuto un figlio. Oppure: Caia ha avuto un figlio, si è sposata e sta con Tizio. E così via. Caia è un po’ diversa per ciascuno di noi, e Caie diverse possono convivere in noi. L’abbiamo catalogata tra le persone sposate o tra le mamme? Oppure tra le mamme poi sposate? O tra le mamme con un partner nuovo?
Noi non sappiamo sempre come ripeschiamo questi frammenti dalla memoria perché vanno a finire in tanti cassetti mentali che funzionano come compartimenti stagni. Non stupitevi se una persona vi dice che non tutti i musulmani sono terroristi, ma che tutti i terroristi sono musulmani. Questa persona può ben sapere che recentemente ci sono stati atti di terrorismo commessi da nonmusulmani, per esempio da fanatici che si dicono neo-nazisti o anarchici. E tuttavia questi spezzoni di conoscenze stanno in un altro cassetto mentale, senza mettere in crisi l’affermazione sui terroristi/musulmani e sui musulmani/terroristi. Quello che una volta si chiamava pensiero critico, o semplice riflessione ragionevole, oggi funziona male, e sembra talvolta affievolirsi, se non svanire.
L’evoluzione della nostra specie non ci ha costruito per ragionare in ambienti invasivi e intermittenti, saltabeccando qua e là. I nostri antenati dovevano reagire a informazioni sui pericoli provenienti da un ambiente ostile. Ci serviva un’attenzione concentrata che agisse rapida ed era inutile una grande memoria di lavoro. La memoria di lavoro è un filtro di piccole dimensioni per cui passano tutte le informazioni prima di essere incapsulate in un cassetto di quell’armadio che è il magazzino permanente della memoria. Se una persona vi dice un numero nuovo di telefono, dovete ripeterlo fino a quando lo depositate in una memoria artificiale esterna, un pezzo di carta o un computer. Questo filtro immodificabile che sta tra noi e il mondo funziona come un imbuto strettissimo. Se ci interrompono, dobbiamo smettere di stare attenti a quello che stiamo facendo, e concentrarci per un attimo sulla nuova informazione. Siamo dentro una melassa che cattura l’attenzione per attimi, e tuttavia ci trattiene e ci intrattiene. Spesso, se viene a mancare, sentiamo di galleggiare nel vuoto, fuori dalla grande rete dove sta l’azione e la vita. Forse in questo gli scrittori di fantascienza di un secolo fa avevano visto giusto. Il nuovo mondo ci rende un po’ beoti ma contenti, e i pochi che vengono raramente interrotti, e si concentrano, sono quelli che finiscono per cambiare il mondo.

Chi era il vero Turing oltre la fiction del cinema?


Intanto Bletchley Park diventa un’attrazione turistica

Gabriele Beccaria

"La Stampa TuttoScienze", 14 gennaio 2015

Finzione e verità si confondono e l’effetto della mostra «The Imitation Game» è un seducente gioco di specchi: a Bletchley Park la realtà è sempre stata un confine sfuocato, manipolato da migliaia di personaggi bizzarri, come militari, matematici, linguisti, criptoanalisti. E adesso uno dei luoghi più segreti della Seconda Guerra Mondiale è diventato un museo e, soprattutto, una meta di massa. Di tanti turisti, improvvisamente colti da attacchi di frenesia.
Sedotti dal film omonimo, affollano «The Imitation Game», l’esposizione che fino al prossimo novembre racconta la storia - tragica e grandiosa - di Alan Turing attraverso il kolossal che l’ha consacrato come una delle icone del XX secolo. Aggirandosi tra i costumi di scena del suo interprete, Benedict Cumberbatch, e le riproduzioni delle macchine «Enigma» e «The Bombe», si scivola rapidamente in una dimensione parallela, in cui è facile vivere i meccanismi dell’identificazione morbosa e dello spettacolo globale.
Accanto, però, ci sono altri luoghi, come la «Hut 6» e la «Hut 8», da poco restaurati, decisamente più sinistri: sono i laboratori dove il passato (quello autentico) non è stato graffiato dallo show e dove aleggia la vera eredità di Turing. Che è più complessa e contraddittoria di quanto il film diretto da Morten Tyldum riesca a suggerire.
Turing, in effetti, rimane un personaggio misterioso. Lo sostiene chi lo conosce meglio di tutti, il suo biografo, il matematico di Oxford Andrew Hodges, che è l’autore di «Alan Turing. Storia di un enigma», edito da Bollati Boringhieri. Proiettato periodicamente sul fronte della notorietà, nel 1952 per l’accusa di omosessualità (che in Gran Bretagna restò illegale fino al 1967) e la condanna alla castrazione chimica, nel 1954 per il suicidio con una mela avvelenata, nel 2009 per le scuse ufficiali a nome della nazione da parte dell’allora premier britannico Gordon Brown e nel 2012 per il centenario della nascita, solo di recente la percezione collettiva su di lui ha iniziato a trasformarsi. «Da zero fino a quella dell’eroe», sostiene lo stesso Hodges, ricostruendo i vagabondaggi di una mente imprevedibile.
Matematico straordinario, il sapere ortodosso considera Turing il padre dei fondamenti teorici che hanno scatenato la rivoluzione dei computer e allo stesso tempo il genio capace di infrangere il codice nazista generato dallo strumento «Enigma», dando un contributo fondamentale alla vittoria degli Alleati nel 1945. Fu lo stesso Winston Churchill a esaltarne i successi, definendoli «il singolo maggiore contributo alla causa della Gran Bretagna». E tuttavia Turing pubblicò pochissimo rispetto all’oceano delle proprie intuizioni e delle proprie scoperte. Nonostante i citatissimi «papers» sulla computabilità del 1936 e sull’intelligenza artificiale del 1950, rinunciò a scrivere l’opera definitiva sulla scienza del computing per lanciarsi, dopo la guerra, in un’altra avventura, altrettanto incompiuta. Quella della biologia matematica che sarebbe sfociata nell’abbozzo di una teoria della morfogenesi.
Visionario, fin troppo, Turing lasciò un’eredità talmente profetica da non essere stata capita. Sarà riscoperta più tardi. Non a caso, quando negli Anni 50 il matematico Max Newman lo commemora a nome della Royal Society, lo descrive come un etereo logico matematico. E lascia a margine il contributo decisivo, quello noto con la formula di «Macchina di Turing», l’apparecchiatura ideale capace di manipolare i dati contenuti su un nastro potenzialmente infinito, secondo un insieme prefissato di regole. Così sconvolgente nelle applicazioni da essere stata a lungo alterata con l’aggiunta di una dieresi sulla «u» di Turing: un’allure teutonica per una teoria destinata a scatenare l’avventura di un’élite di cervelloni.
Saranno loro a edificare la «Cattedrale di Turing», come l’ha definita lo storico George Dyson: l’era digitale nasce ufficialmente negli Usa, a Princeton, nel 1951, quando diventa operativo il calcolatore «Maniac». John Von Neumann è uno degli architetti, tra i pochi capaci di mettere mano alla cattedrale che Turing svuotò di dèi e riempì di numeri, ma che non riuscì mai a godersi.

domenica 2 novembre 2014

Il mondo nella rete “Da Seul a New York tre miliardi di persone connesse a Internet”


È una delle innovazioni con il più alto tasso di crescita: 
vent’anni fa solo l’1% della popolazione era online, oggi è il 40%
Al top Corea del Sud e Canada dove navigano nove abitanti su dieci

Riccardo Luna

"La Repubblica", 1 novembre 2014

SIAMO tre miliardi. Tre miliardi di persone connesse a Internet.
Il record è stato toccato in qualche istante ieri. Ed è un record pesante. Se si pensa che il primo miliardo è stato raggiunto nel 2005, il secondo nel 2010. E adesso siamo tre. Tanti? Pochi in fondo. Appena il 40 per cento degli abitanti della Terra ma è un dato che nasconde differenze sostanziali: nove su dieci in Corea del Sud e in Canada, seguono Stati Uniti e Regno Unito mentre in Africa le percentuali sono infinitamente più basse se si fa eccezione per il Sud Africa (46 per cento) e la Nigeria (37). Ma sono tanti, se si considera che solo vent’anni fa meno dell’1 per cento della popolazione mondiale era in rete. Internet si sta rivelando una delle innovazioni tecnologiche con un tasso di diffusione più rapido della storia: più dell’automobile e del telefono, la crescita ha un andamento simile a quello che ebbe la radio.
Eppure quando è nato nessuno o quasi se ne è accorto. Anche perché non c’è stato un vero momento eureka , un attimo in cui il mondo è rimasto con il fiato sospeso e poi ha esultato. Anche perché non c’è stato nessun attimo: si può anzi dire che l’invenzione di Internet è iniziata negli anni ‘60 e dura ancora oggi con una task force mondiale di ingegneri informatici che ragiona su come sviluppare una rete che ha tre miliardi di umani ma alcuni triliardi di oggetti connessi. Internet insomma non è stato come mandare il primo uomo sulla luna. È stato l’esperimento finanziato con soldi pubblici del governo americano ma nei fatti clandestino, perché condotto nel disinteresse dell’opinione pubblica, di un gruppo di pionieri che sognava un mondo connesso. Ma rileggendo i documenti dell’epoca appare chiaro che nemmeno loro avevano idea di quello che davvero stavano facendo. Ha scritto per esempio uno dei padri della rete, Vint Cerf, in occasione di uno dei tanti compleanni (non essendoci un vero momento di nascita, il compleanno di Internet viene festeggiato praticamente ogni anno): «Non ci fu nessun festeggiamento, non c’era nemmeno un fotografo. L’unica cosa che ricordo era la spilletta che indossavamo con la scritta Sono sopravvissuto al trasferimento della rete ».
E lo stesso è accaduto una decina di anni dopo, con la nascita del world wide web che è stato il vero motore della diffusione, a quel punto sì, rapidissima della rete. In questo caso la scena si sposta in Europa al Cern di Ginevra, ai tempi guidato dal Nobel Carlo Rubbia, ma non si deve a lui l’intuizione di un linguaggio che rendesse Internet comprensibile e usabile a tutti. Si deve a uno studente di fisica inglese che era lì per fare altro e che si mise a lavorare ad uno strumento che consentisse alle persone di collaborare attraverso Internet, per condividere lavori e conoscenza. Si chiamava Tim Berners Lee e assieme all’informatico belga Robert Caillau ha fatto una delle cose più rilevanti per la storia della innovazione quasi senza accorgersene: «Non avevamo capito la portata di quello che avevamo creato». In verità all’inizio non lo aveva capito quasi nessuno: persino Bill Gates, il fondatore di Microsoft, nel suo curriculum ha anche una profezia totalmente sballata su quello che sarebbe stato l’impatto della rete. Questo per dire che era difficile immaginare quel che sarebbe accaduto perché in fondo tutti si sono fatti ingannare dall’apparenza, ovvero il fatto che Internet sia (soltanto) una rete di computer, di cavi sotterranei, di dati che viaggiano alla velocità della luce. Ma Internet è soprattutto una rete di persone che in questo modo hanno trovato una strada diversa per informarsi, apprendere, condividere, partecipare, creare, inventare, consumare e persino curarsi. E per questo ha cambiato e sta cambiando così profondamente la società in cui viviamo. Certo, un lato oscuro esiste e non è soltanto il fatto di non essere connessi come disse una volta il profeta digitale Nicholas Negroponte: è l’uso spregiudicato che alcuni governi e molte agenzie pubblicitarie fanno dei nostri dati personali. Ma in definitiva resta valido quello che una grande neuroscienziata, Rita Levi Montalcini, disse nel 2009 quando compì 100 anni: «La più grande invenzione del ‘900? E me lo chiede? Internet!».

La tecnica guida del mondo sostituirà tutte le ideologie


Qualsiasi governo è destinato ad essere superato dal potere dell’innovazione

Emanuele Severino

"Corriere della Sera", 1 novembre 2014

Alcuni mesi fa ho pubblicato sul «Corriere della Sera» un articolo: Il destino della tecnica, battere le ideologie (29 luglio). Il suo destino è cioè di porsi alla guida dei popoli: diventare tecnocrazia. Il presidente Renzi ha ribadito, anche in questi giorni, il suo rifiuto della tecnocrazia nostrana ed europea e il primato della politica. Nei due casi, che sembrano contraddirsi, la parola «tecnocrazia» ha però un significato profondamente diverso. Avevo chiarito l’equivoco anche alla fine del governo Monti («Corriere», 19 gennaio 2013), che voleva essere «governo tecnico» proprio nel senso a cui Renzi si riferisce volendosene però distanziare. La tecnica destinata a dominare il mondo è abissalmente diversa dalla tecnica dei «governi tecnici». La politica diventerebbe grande politica se lo capisse. 
Il capo del governo dice di non interessarsi delle «ideologie», ma di voler risolvere i problemi concreti dell’economia e della società italiana. Ma uno dei tratti caratteristici della tecnica che i «governi tecnici» si propongono di valorizzare è appunto questo: il disinteresse per la gestione ideologica dei problemi. Il disinteresse di Renzi procede dunque in direzione di quella gestione tecnologica dei problemi alla quale egli crede di voltare le spalle. 
Ma a questo punto va anche detto che sia un «governo tecnico» come quello di Monti (o quello che si ritiene oggi dominante in Europa), sia un «governo politico-non tecnico», come quello che Renzi intende promuovere, sono chiaramente e robustamente ideologici. C’è bisogno di ricordare che anche il capitalismo è un’ideologia? Sì, nonostante tutto ce n’è un gran bisogno! Il capitalismo non è la «legge naturale eterna» dei rapporti economici. Nonostante la crisi attuale, esso è l’ideologia vincente in grandi aree del Pianeta, ma non per questo i suoi principi (ad esempio autonomia e libertà dell’individuo, proprietà privata, uso della merce per aumentare il profitto, dipendenza dei consumi della gente e della ricchezza delle nazioni dall’iniziativa privata) sono verità assolute. 
Ebbene, sia i «governi tecnici», sia i governi «politici non tecnici» oggi in circolazione si propongono di adottare le misure più idonee per guarire il capitalismo dalla malattia che lo sta affliggendo: per guarire ciò che è percepito come la dimensione che da ultimo determina e configura i rapporti sociali e la stessa sorte dei governi. Che quindi — siano di destra oppure di sinistra — si combattono in famiglia. L’ideologia capitalistica stabilisce pertanto anche il modo in cui la tecnica deve essere usata e usata anche dai «governi tecnici». Sì che, in quanto regolata dal capitalismo, anche la tecnica è un’ideologia. 
In Italia, poi, tutti quei tipi di governo sono chiaramente e robustamente delle ideologie anche perché, oltre ad esser guidati dall’economia di mercato, sentono fortemente l’influenza dell’ideologia della Chiesa cattolica. Se poi si rifiuta la tecnocrazia e si vuole che alla guida della società stia la politica, allora il carattere ideologico dell’esecutivo cresce ulteriormente, perché la politica stessa (la politica come «arte» politica) è ideologia. Ho osservato altre volte che un agire economico è capitalistico solo se, oltre ad un insieme di altri fattori, è un agire a rischio (tanto che nel rischio la scienza economica individua uno dei principali motivi che giustificano il profitto e la sua entità); e il rischio caratterizza in modo essenziale anche la decisione di credere in un’ideologia. Ma quanto si sta dicendo del carattere rischioso dell’intrapresa capitalistica va detto anche della politica in quanto tale. Il politico rischia come l’imprenditore. Le sue decisioni non sono garantite da una competenza tecno-scientifica, anche se la tecno-scienza fornisce alla politica i mezzi con cui essa può realizzare le proprie decisioni. Sono decisioni a rischio; quindi eminentemente ideologiche. 
Si può osservare che queste considerazioni sono ben poco utili a risolvere i problemi attuali, come ad esempio quello della regolamentazione del lavoro. Ma se i popoli non pensano di essere alla fine della loro esistenza, allora, ancora più decisivi dei «problemi attuali» e «concreti» sono quelli relativi alla direzione verso cui il mondo sta andando. Appunto rispetto a questo tema si fa avanti il carattere decisivo della differenza abissale tra la tecnica quale oggi si presenta sul Pianeta e ciò che essa è destinata a diventare: tecnocrazia
Un termine, questo, da intendere tuttavia in senso del tutto diverso da quello in cui la tecnocrazia è stata concepita a partire da Saint-Simon, e poi da Thorstein Veblen fino alle analisi curate da Hansfried Kellner e da Frank W. Heuberger. In queste prospettive si ignora l’inevitabilità del processo (indicato anche in quei miei articoli) in cui la tecnica, da mezzo delle ideologie che intendono servirsene per realizzare i loro scopi, diventa il loro scopo e dunque le domina — una tematica, questa, che è stata apprezzata anche da Fabrizio Pezzani, professore di Programmazione e controllo nelle pubbliche amministrazioni all’Università Bocconi ( È tutta un’altra storia, Università Bocconi Editore, 2013). 
Inoltre, le forme di sapienza della tradizione obiettano alla tecnocrazia quale è comunemente intesa che non tutto ciò che essa può fare è lecito farlo; e la tecnica, come tale, non possiede oggi una risposta capace di risolvere l’obbiezione. Infatti la risposta adeguata presuppone che la tecnica sia capace di ascoltare e di capire la voce dell’essenza (peraltro tendenzialmente nascosta) della filosofia degli ultimi due secoli, che mostra l’impossibilità dell’esistenza di Limiti assoluti all’agire umano e quindi all’agire tecnico — giacché solo la filosofia, non la scienza, può mostrare tale impossibilità e autorizzare la destinazione della tecnica al dominio. 
Va richiamato anche un ulteriore motivo di tale destinazione. La gestione della produzione industriale è ideologica (capitalistica o spuria come quella cinese o araba). Servendosi della tecnica per realizzare i propri scopi, tale gestione sta distruggendo la Terra. Oggi si riconosce che questo è il pericolo maggiore per l’umanità. Ma la gestione ideologica dell’economia, distruggendo la Terra, distrugge se stessa. Quindi o va incontro all’autodistruzione, oppure, per evitarla, assume come scopo la capacità della tecnica di produrre energie alternative non inquinanti. Rinuncia cioè ai propri scopi. E anche in questo caso va incontro all’autodistruzione. 
Alla guida dell’agire del mondo si pone la tecnica, l’ideologia vincente che sostituisce il capitalismo alla guida del mondo e ha come scopo l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi. L’ultimo Dio.

sabato 26 luglio 2014

Il caos calmo del digitale che rivoluziona la lettura


Maurizio Ferraris

"La Repubblica", 24 luglio 2014

In La musa impara a scrivere (1986) Eric Havelock aveva analizzato, con lo sguardo del filologo classico, i cambiamenti epocali comportati dal passaggio dall’oralità alla scrittura: trasformazioni nei fruitori (che non avevano più bisogno di ricordare a memoria i propri testi preferiti) e nei produttori, che dovevano immaginarsi un pubblico insieme più distratto (si può leggere senza troppa attenzione, si possono saltare le pagine più noiose) e più severo (il lettore potrà tornare sul testo, e criticarlo). Pochissimi anni dopo l’uscita di quel libro, ci si è trovati di fronte a una svolta non meno radicale.
Caratterizzata dall’esplosione e diffusione capillare della scrittura (e delle registrazioni in generale) nel web. È la cosiddetta “quarta rivoluzione” — dopo il passaggio dalla oralità alla scrittura, poi dal rotolo al volume, e infine dai manoscritti alla stampa — che dà il titolo sia a un illuminante libro di Gino Roncaglia (La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro  Laterza 2010), sia, recentissimamente, a un libro di Luciano Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere is Reshaping Human Reality (Oxford University Press 2014).
In brevissimo tempo i nostri computer, tablet e smartphone hanno avuto accesso alla più grande biblioteca di tutti i tempi. Se nel passaggio dall’oralità alla scrittura il fruitore era diventato necessariamente un lettore colto, cioè alfabetizzato, nel passaggio dalla scrittura su carta al digitale il fruitore è diventato un potenziale autore. E un autore esigente, che se si annoia può aprire tutti i libri che vuole, visto che ovunque sia nella realtà fisica, in quella web dispone di una biblioteca sconfinata.
Non è vero, dunque, come sosteneva un po’ catastroficamente Nicholas Carr in Internet ci rende stupidi? (Raffaello Cortina 2011) che il passaggio al digitale è fonte di degrado culturale, anzi, un [sic] costituisce potenziale pericolo per l’intelligenza (era del resto la stessa obiezione di Platone contro la scrittura, e il capovolgimento della tesi, decisamente troppo ottimistica, di Pierre Lévy in L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996). Anche se è certo vero, come ha sostenuto Roberto Casati in Contro il colonialismo digitale (Laterza 2013) che è la lettura cartacea è concepita come un momento di concentrazione, mentre quella digitale ha luogo su un supporto in cui convergono mille altre sollecitazioni. Nessuno, mentre leggiamo un libro cartaceo, ci chiede di rispondere a una lettera, mentre quando leggiamo sul nostro tablet avviene in continuazione.
Questa trasformazione della lettura (e correlativamente della scrittura) è al centro di un articolo di Maria Konnikova sul New Yorker. La lettura online è diversa da quella su carta e la letteratura non può non fare i conti con questa circostanza. Se leggendo silenziosamente l’ Iliade su carta è bene presupporre che era un’opera originariamente orale e comunque destinata a una lettura ad alta voce, leggendo la Recherche su Kindle è bene non dimenticare che si tratta di un testo uscito in sette volumi tra il 1909 e il 1922. E chi oggi si mette a scrivere un romanzo deve essere consapevole del fatto che potrebbe essere letto in un modo molto diverso da come erano letti i romanzi tradizionali. Ad esempio, dati sperimentali citati dalla Konnikova dimostrano che leggere un romanzo su Kindle rende molto meno attenti alla trama, che dunque dovrà essere o semplificata, o resa meno rilevante rispetto ad altri effetti di scrittura.
Proprio la consapevolezza della centralità del medium nella produzione e nella ricezione delle forme narrative sta al centro anche del convegno dello Igel (International Society for the Empirical Study of Literature and Media) che si tiene in questi giorni all’Università di Torino (il programma e l’abstract delle relazioni si può trovare a questo indirizzo: http:// www.igel2014.unito.it/). Richiamandosi a Bourdieu, il principale organizzatore del convegno, Aldo Nemesio, ha osservato che quei filosofi e studiosi di letteratura che insistono nel considerarla come una forma espressiva ineffabile si rendono giustizia da soli (perché se è inesplicabile non c’è bisogno di loro), e soprattutto non tengono conto del fatto che, invece, moltissime caratteristiche del fatto letterario si possono spiegare proprio a partire dal medium di cui si serve. Insomma, come la comparsa della fotografia ha decretato la fine del realismo pittorico, così la comparsa di wikipedia e ha generato una letteratura tendenzialmente più precisa e prolissa (non ci vuol niente ad accumulare dettagli e informazioni).
Queste trasformazioni, ovviamente, non riguardano solo la produzione e fruizione di testi letterari. Andare in biblioteca ormai non risponde più, in molti casi, all’esigenza di accumulare informazione ma, semmai, alla speranza di trovare un luogo in cui si possa stare tranquilli. Una speranza che, del resto, il più delle volte è illusoria, visto che oggi in biblioteca ci si va con il computer e le biblioteche sono generalmente ben connesse.
I libri restano sugli scaffali, e buona parte della lettura avviene online, il che, di nuovo, non è la stessa cosa. A parità di contenuto, la lettura digitale è più veloce, perché sfogliare le pagine è una operazione che richiede più tempo che far scorrere verticalmente lo schermo, e soprattutto più faticosa, non tanto per le caratteristiche dello schermo, quanto piuttosto per il continuo navigare fra link che è ormai tipico della lettura digitale.
Questo procedimento si trasforma nella creazione di un nuovo testo: c’è chi leggendo una pagina web aprirà certi link, e chi ne aprirà degli altri. Alla fine del processo, di lettura cursoria e insieme di continuo ampliamento del campo, i due avranno letto, di fatto, due testi diversi. Con un’impresa che nel peggiore dei casi potrebbe ondeggiare tra l’apprendistato di Bouvard e Pécuchet e quello di Rousseau, tra la volontà di sapere ottusa e pedante e la disperazione nervosa, come quando Jean-Jacques scopre che a pagina 3 di un libro si trova un passo oscuro, cerca di chiarirlo con un altro libro, che risulta però indecifrabile a pagina 2, rinviando a un terzo libro, che a pagina 4 contiene un enigma, e alla fine si trova sconfortato in una stanza piena di libri aperti.
Ma la rivoluzione in atto nelle modalità di lettura ha conseguenze forti anche sull’apprendimento. Come testimonia la scienziata americana Maryanne Wolfe, la specialista delle tematiche cognitive e linguistiche citata nell’articolo del New Yorker: dalle centinaia di segnalazioni che le giungono da insegnanti e docenti universitari, si ricava che gli studenti che si formano solo su computer, tablet, Kindle e dispositivi analoghi hanno attitudini diverse. A volte lacunose. Architetti che giunti sul luogo fisico su cui agire sembrano non orientarsi. O specializzandi in neurochirurgia con una tendenza eccessiva al copia e incolla mentale. O ancora i tanti liceali incapaci di apprezzare i classici della letteratura. Di fronte a queste sfide, e a questi problemi aperti, la questione non è tanto demonizzare le novità. Quanto imparare a essere lettori (e scrittori) digitali migliori. 

giovedì 26 giugno 2014

La nostra vita da immigrati “digitali”


Ci troviamo ormai a vivere e ad agire simultaneamente online e offline
Ma lo sdoppiamento può generare rischi. Come spiega il grande sociologo

Zygmunt Bauman

"La Repubblica", 25 giugno 2014


TUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline. (Traduzione di Anna Bissanti)