giovedì 3 gennaio 2013

Suomi

Il fascino della Terra di notte, super­foto della Nasa


Francesco Rigatelli

"La Stampa - TuttoScienze",  2 gennaio 2013


Ricordano un po’ la sigla del telegiornale o certi film fantascientifici. Eppure queste fotografie sono vere. Si tratta di una serie di scatti dal satellite «Suomi» della Nasa che, uniti, compongono l’immagine del globo terrestre di notte. Da 824 km d’altezza brillano le capitali dell’Occidente e le nuove metropoli asiatiche. Luminosissima è l’Italia, circondata da mari bui. Spenti il Sud America, l’Africa, la Russia, gran parte dell’Australia: conta l’economia, ma anche la geografia. E il mondo vero è il contrario del libro di Jonathan Safran Foer «Ogni cosa è illuminata». Al di là della bellezza del progresso, di «com’è bella la città, di com’è gran­ de la città… piena di luce…», secondo la canzone di Gaber, da queste foto si intuisce anche l’inquinamento, oltre che l’importanza del Sole per illu­minare egualmente ogni luogo e delle risorse energetiche per garantire la vita al buio e al fred­do. Insomma, quanti significati in pochi scatti. Eppure per prenderli ci sono volute 312 orbite satelli­tari intorno alla Terra e per salvarli 2,5 tera di spa­zio libero sul disco. E grazie al sensore «Infrared vi­sible imaging radiometer suite» le foto sono tra le più dettagliate di sempre. Probabilmente si so­vrapporranno nella memoria collettiva a quelle scattate 40 anni fa dall’Apollo 17 che, per dire, erano lo sfondo dei primi iPhone. Da allora la tecnolo­gia ha fatto tanti passi avanti che non solo è stato possibile scattare foto come queste, ma si è arriva­ti a un tale livello di definizione che durante l’uragano «Sandy» si potevano vedere i quartieri di New York in blackout. E questo genere di immagini sono utili, oltre che per valutare la distribuzione della popolazione, l’attività economica e l’urbanizzazione, anche per trovare i luoghi più bui per l’osservazione astronomica, per raccogliere dati sull’inquinamento luminoso, nonché in medicina per aiutare gli epidemiologi a determinare se esi­sta un collegamento tra chiarore, oscurità e malat­tie. L’ipotesi, in questo caso, è che la luce faciliti l’interruzione del ciclo del sonno, aumentando lo stress del nostro organismo.

mercoledì 2 gennaio 2013

Favorite Book Cover Designs of 2012

Harley 5383

Miscellanea latina (autografo di Giovanni Boccaccio)
Firenze?-Napoli-Romagna, sec. XIV 
Scoperto un manoscritto dell'"Historia Langobardorum" di Paolo Diacono 
autografo del Boccaccio

Il documento ricompone un manuale di storia antica, romana e medievale che si sapeva essere appartenuto al Boccaccio e da lui stesso copiato


Il manoscritto Harley 5383, conservato alla British Library di Londra e contenente una quasi completa copia del XIV secolo dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, è stato vergato dalla mano di Giovanni Boccaccio. La straordinaria scoperta, segnalata nell’articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica on line ‘Scrineum-Rivista’ (http://scrineum.unipv.it/rivista/9-2012/pani.pdf), è opera di Laura Pani, docente di paleografia del Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Udine. Finora era noto che l’Historia Langobardorum fu una delle fonti di Boccaccio, per diverse delle sue opere latine e per lo stesso Decameron, e che egli possedette un volume con le opere di Paolo Diacono e di Orosio. Ora, grazie alla scoperta, questo volume facente parte della biblioteca di Boccaccio - confluita dopo la sua morte nel convento fiorentino di S. Spirito - è stato virtualmente ricomposto.
Il manoscritto «di fattura accurata ma modesta, di dimensioni contenute e privo, apparentemente, di elementi attrattivi, è – spiega Pani –, un membrum disiectum, ossia uno spezzone, di un autografo boccacciano già noto e già a sua volta diviso in due parti, conservato alla biblioteca Riccardiana di Firenze». Con la scoperta che anche Harley 5383 è di mano del Boccaccio, si ricompone definitivamente quel manuale di storia antica, romana e medievale che si sapeva essere appartenuto al Boccaccio e da lui stesso copiato.
Oscure rimangono le circostanze in cui il volume fu smembrato, «molto probabilmente – continua Pani – in età moderna, durante la dispersione massiccia delle biblioteche conventuali». Comperato nella prima metà del Settecento dai conti londinesi Harley al prezzo, modesto anche per quell’epoca, di una sterlina e 9 pence, Harley 5383 passò poi nelle raccolte del British Museum, dove per quasi 4 secoli è rimasto pressoché ignorato dagli studiosi, custodendo così, fino a oggi, il prezioso segreto di essere un autografo di Giovanni Boccaccio.
Ulteriore motivo di interesse del manoscritto londinese «è la presenza – dice Pani – di una nota marginale di Boccaccio, accanto al passo dell’Historia Langobardorum in cui è descritta l’epidemia di peste del VI secolo: in questa nota, Boccaccio segnala una “simillima pestis” avvenuta a Firenze “e quasi in tutto il mondo” nel 1348». Dunque, «si tratta di un riferimento evidente – aggiunge Pani – al vivido ricordo della peste nera e all’ispirazione che da questa e dal brano di Paolo Diacono Boccaccio avrebbe tratto proprio per l’introduzione del Decameron».


La scoperta realizzata da Laura Pani è stata resa possibile grazie alle sue ricerche avviate da quasi vent’anni, in massima parte ancora inedite, sulla tradizione manoscritta dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono. In particolare, è avvenuta durante alcuni studi in vista del convegno “Giovanni Boccaccio: tradizione delle opere, interpretazione e fortuna” con il quale a Udine si celebrerà nel 2013 il 7° centenario della nascita dell’autore del Decameron. «Sono ancora molti gli altri aspetti su cui indagare, dal modello da cui Boccaccio copiò al fatto che non lo copiò fedelmente ma omise alcuni capitoli e ne rielaborò altri, oltre alle altre sue postille marginali: tutti questi aspetti – annuncia Pani - saranno trattati nel prossimo maggio nel convegno dedicato a Boccaccio, organizzato da Claudio Griggio, docente di letteratura italiana dell’ateneo di Udine».
Riguardo all’attività di copista del Boccaccio, «si sa – spiega Pani -, come testimonia in particolare il suo biografo quattrocentesco Giannozzo Manetti, che essendo troppo povero per ingaggiare copisti di professione o per comprarsi i libri, Boccaccio copiava i libri da sé. Pertanto, è nota l’esistenza di diversi manoscritti autografi di Boccaccio (almeno una ventina), conservati perlopiù in biblioteche italiane». L’ultima scoperta di un autografo boccacciano, una copia degli Epigrammi di Marziale conservata presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, risale al 2006. «Quella degli autografi boccacciani – conclude Pani – è, dunque, una storia che non smette di riservare sorprese».
Con la scoperta di Harley 5383, il manuale di storia appartenuto al Boccaccio e da lui stesso copiato risulta, ora, così composto: Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. 627 (Orosio, Historiae adversus paganos, con la prosecuzione tratta dall’Historia romana di Paolo Diacono) + Londra, British Library, ms. Harley 5383 (Paolo Diacono, Historia Langobardorum) + Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. 2795VI (parte finale dell’Historia Langobardorum + Pasquale Romano, Epistola de origine civitatis Aretii).
21/12/2012

Aiuto, sbarcano i cannibali che ci mangiano la lingua


Guido Ceronetti

"La Stampa",  31 dicembre 2012

L’inglese impone il suo dominio a poco a poco sull’insegnamento dalle elementari alle università
L’IDIOMA DI SHAKESPEARE Bisogna impararlo bene, anche per dargli la caccia meglio dove insidia le altre parlate europee

Da spread a spending review, da entrance a high tech, il nostro italiano vittima della violenza anglomaniaca. Ma la perdita dell’identità linguistica è una sconfitta nazionale che si traduce in orfanità dell’esserci.

Non sprechiamo passione civile, di cittadini, per l’Italia che muore per abdicazione alla lingua, al suo uso corretto, mancanza di scudi sulle mura. Non per politica scellerata, non per diritto imbrattato di crimine (iusque datum sceleri), non per sventure e colpe economiche: quella che viviamo è morte di una nazione che arrivata con sanguinosi sforzi all’unità linguistica, in cui tutto esiste e consiste, l’ha buttata, la sta buttando ogni giorno, nelle pattumiere, nelle discariche, nelle latrine. Poiché ne porto, per mia sventura, il lutto, e lo grido dalle colonne di un giornale, vuol dire che di passione civile non mi sono ancora sbarazzato del tutto.
Ma lo vorrei; perché la passione civile, in Italia, è un malvivere e un mal-di-vivere di troppo.
Avendo votato, per due volte, inutilmente, Matteo Renzi, vorrei dirgli, poiché resta sindaco di Firenze, qualcosa che avrei detto allo sperato (nell’ignoto giace sempre la speranza) presidente del Consiglio. Renzi, per favore, fa’ sparire da Firenze, primo sindaco in Italia, anche se ritardatario, l’arrogante turpitudine del bilinguismo anglo-italiano e dell’unilinguismo, vincente e dilagante in tutto, anglo-americano. Valga anche qui la parola sublime di Machiavelli: «A ognuno puzza questo barbaro dominio», e dai alle sue e alle altre ossa in Santa Croce un po’ di vendetta e di pace. Lode su tutti gli altari alla lingua di Shakespeare e della Bibbia di Re Giacomo, di Lewis Carroll e di Herbert George Wells, di Malthus e di Keynes, ma dev’essergli contrastata e in tutti i modi ostacolata la penetrazione irresistibile, la pervasività insolente qui dove gloves vorrebbero essere guanti, shoes scarpe, e impatto con la sua ignobile prole verbale (impattare) tarla le corde vocali, entrance spiccante sulle porte di tutti gli autobus offende l’intelligenza comune.
Appena si è messo a vagire nelle predicazioni il controllo dello spesone pubblico appestante, subito l’italiano si è arricchito di una nuova bestia: spending review! È forza ormai rotolarsi in media emediatico, insostituibili e assimilabili; però chi fa uno step è uno scemo, e fare shopping, andare in giro per acquisti, vale soltanto se detto ironicamente. (Anche business, pronunciato ironicamente bu-si-ness, con pronuncia italiana, si riscatta). Ma spread? Vorrei mettergli il morso, la museruola, ormai lo ripetono anche i merli... Attualmente è il suono più ansiogeno di questa povera penisola: tentiamo di spegnerlo usando al suo posto differenza ?
L’anglomania teleguidata lavora a macchia d’olio su quasi tutto il linguaggio bancario e finanziario. Inglese è già tutta l’espressione informatica, a partire dalla parola stessa, e tutti i problemi sono problematiche, i metodi metodiche, una metodica che richiede sforzo per comprenderla è High-Tech. Come un’ideologia totalitaria morbida, l’inglese a poco a poco va imponendo il suo dominio sull’insegnamento scolastico, dalle elementari, dov’è un aggravamento inutile per menti verdi, ai corsi universitari politecnici, le lezioni più importanti impartite direttamente in inglese sono per la lingua patria come una marcatura veterinaria su un animale da macello. Autorizzarli è un gesto di dispregio che ci disonora. Punirei costoro con ben mirati graffiti: «Il Rettore Tale permette corsi direttamente in una lingua straniera». Se siamo scudi di Termopili degni dell’epitaffio di Simonide, non mettiamoci i gloves contro l’invasore persiano. Ricordiamoci: la perdita dell’identità linguistica è sconfitta nazionale, che si traduce in orfanità dell’esserci.
Se si debba o no studiare l’inglese, ovvia è la risposta: va studiato bene, e non con corsi celeri più una settimana di turismo. A me duole di non averlo imparato, un articolo facile mi fa sudare, non sono mai andato beyond the Channel, però del tempo di Vittoria mi sembra di saper tutto, per morbosità intellettuale. Bisogna impararlo bene per patrimonio mentale, e per dargli la caccia meglio dove insidia lingue europee che non ne sono da meno! E poi perché a non metterlo nel curriculum giovani e ragazze non li assum e r e b b e un cane. Una parentesi. Nell’imperversare di barbarismi e di improprietà da grido, quando si pluralizza curriculum si usa compuntamente il latino dei manuali: curricula, che suona ridicolo, buffonesco... Ma curriculum è parola italianatissima, non sottolineabile, e vale sia al singolare che al plurale. Perciò usiamo «i» curriculum senza timore: è correttissimo, non fa una grinza.
Aiuto! A Lampedusa stanno sbarcando, da Performland, i Performanti! Sono cannibali, mangiano lingua bollita - lingua italiana, vecchia di otto secoli, ma per i loro gusti non male...
Sul numero 5 del bimestrale Vita e Pensiero, non sprecata rivista dell’Università Cattolica, trovate una conferma di quanto dico nel saggio di Georges Prevélakis sull’erosione della cultura greca e il suo fatale decadimento, a partire dal 1981, per follia economica, abbandono della lingua, snervamento degenerativo dello stesso carattere nazionale. Il parallelismo con la situazione italiana è evidente, ma l’autore non accenna alle possibili devastazioni prodotte dall’incrostarsi dell’anglofonia e dell’anglografia su una lingua che si vale tuttora, fortunatamente, di un alfabeto diverso dall’europeo, con effetti semantici difformi e spesso discordanti dai nostri. Grecia è Oriente, e insieme madrina di tutto l’Occidente: lasciar morire la sua cultura (subisce tagli su tagli, come da noi) è far perire nello stesso tempo la sua economia strascicata. Siamo due lingue naufraghe, allo sbaraglio, vittime di stupro, su entrambe le sponde.

Red


Perché il rosso è il colore del cambiamento


Armando Torno

"Corriere della Sera", 31 dicembre 2012

Il rosso attira l'attenzione. È uno tra i colori primari additivi. Indica la vita, il calore, il fuoco. È quello del sangue; a volte simboleggia il Cristo risorto, altre volte è stato posto accanto all'inferno. Ma più di ogni altro si trasformò, grazie anche al Romanticismo, nel colore degli innamorati. Rimanda al cuore e fa sognare taluni peccati dei sensi. Un mazzo di rose rosse equivale a una esplicita dichiarazione. La «grande prostituta Babilonia» dell'Apocalisse di Giovanni vestiva «porpora e rosso scarlatto»: per tale motivo diventò anche il contrassegno cromatico delle vesti delle meretrici. Certo, è utile a chi desidera lanciare un allarme: in tal caso evoca, tra i molti, gli «uomini rubizzi» della Cina che fu, mariti — così credeva la saggezza popolare — seriamente provati dalla vita matrimoniale e prossimi alla fossa. Il rosso è aggressivo, energico, ottimo per evidenziare e lasciare traccia; dalla metà dell'Ottocento diventò simbolo di socialismo, rivolta, rivendicazione. Del resto, le ghigliottine della Rivoluzione francese sovente erano dipinte di rosso per incutere terrore. Garibaldi lo esaltò con le camicie dei suoi uomini. I toreri sanno che è indispensabile alla loro trucida arte. Ha continuamente valore negativo quando è inchiostro: in tal caso segnala un debito (e lo sa bene chi ha i conti in rosso). Ma perché è diventato sinonimo di auguri per un nuovo anno? Forse a causa di tutte le ragioni che abbiamo elencato, più o meno modificate dalle circostanze epocali, e per altre ancora. Inconsciamente ci ricordiamo che per gli alchimisti era uno dei simboli della creazione: quando si affaccia un nuovo periodo, nel quale il tempo sembra ricrearsi, il nostro spirito pesca nella memoria che tace per propiziarsi il futuro. Gli auguri sono rossi perché devono recare un po' d'amore. Si indossa qualcosa di scarlatto per il medesimo motivo: tutti speriamo di trovare un sorriso in più. E si brinda alla vita. La quale, se dovesse scegliere un colore-simbolo, non si porrebbe soverchi dubbi: rosso.

Il primato di Internet nell'epoca della conoscenza digitale


La stanza intelligente


"Il Sole 24 ore", 31 dicembre 2012

Come cambia la conoscenza al tempo di internet? Come si articola l'intelligenza personale e collettiva in un momento di trasformazione epocale per la comunicazione dei saperi come quello che stiamo vivendo oggi grazie alle nuove tecnologie? A queste domande cerca di rispondere l'ultimo saggio del filosofo statunitense David Weinberger, La stanza intelligente (tradotto e pubblicato in lingua italiana da Codice edizioni), partendo da un dato a disposizione di tutti: l'enorme mole di conoscenze immediatamente a disposizione di tutti grazie alla Rete.
Con un clic è possibile, comodamente e da casa propria, richiamare una tale mole di informazioni come mai era accaduto fino a oggi. Già questa semplice situazione cambia radicalmente il "terreno conoscitivo" sul quale tutti ci muoviamo: infatti, se prima era necessario accedere a luoghi specializzati per avere accesso alla conoscenza (scuole, università, biblioteche, centri di ricerca), oggi tutto questo può entrare nelle nostre case e nelle nostre vite con una facilità estrema. Semmai il problema sarà quello di un sovraccarico di informazioni, di una corretta gestione delle stesse, della necessità di sempre maggiori capacità valutative per distinguere la vera conoscenza da ciò che conoscenza non è ma viene spacciata come tale. E comunque, avverte Weinberger, Internet sta cambiando il nostro modo di conoscere: non più filtrando informazioni e selezionandole gerarchicamente (escludendo quelle cattive) bensì includendole e connettendole, con il rischio, però, che alcune pseudo-verità spacciate in rete restino sempre alla portata di tutti. 
L'effetto di questa enorme mole di conoscenza, secondo il filosofo americano, è la progressiva perdita di un canone veritativo fondamentale, di un blocco di conoscenze ritenute essenziali e da tutti condivise, oltre a una sempre minore influenza delle autorità tradizionali, in un mondo dove il vero e i falso rischiano di convivere sullo stesso piano. Cambia anche la stessa struttura della conoscenza: non più a forma di piramide (dove cognizioni sempre più elevate e specializzate sono appannaggio di un numero sempre minore di persone) ma, appunto, di una rete che tutto connette e che è il risultato delle conoscenze di tutti e di ciascuno, organizzate "dal basso". Così le nostre potenzialità conoscitive si ampliano enormemente (con benefici innegabili per la ricerca) mentre le basi della nostra stessa conoscenza rischiano di essere, invece, meno solide, perché meno vagliate. 
Weinberger non tace anche un aspetto inquietante del conoscere grazie alla Rete: «Il nuovo medium del sapere sta distruggendo la vecchia e ottimistica fiducia che potessimo tutti concordare sui fatti e, di conseguenza, sulle loro conclusioni». Anche se i fatti restano tali, insomma, non sembrano riuscire più a mettere d'accordo tutti. Cresce il regno dei fatti falsati e mercificati: «Insistete molto su un fatto e troverete qualcuno pronto contraddirlo», scrive l'autore. Le basi della conoscenza comune, insomma, sembra stiano scricchiolando, perché la stessa Rete appare inadeguata a fornire un "corpus" comune per tutti. A questo punto il filosofo statunitense sostiene che «dobbiamo capire cosa conservare del vecchio paradigma e quali trappole e tentazioni della nuova tecnologia evitare», dato che la Rete non rende automaticamente più intelligente chiunque la usi, nonostante sia il "luogo" di conoscenza più vasto del pianeta. 
Lo stesso concetto di autorevolezza – tanto per fare un esempio - è sottoposto a un notevole cambiamento: non basta essere uno specialista o aver pubblicato libri per poter essere definito autorevole. L'autorevolezza, così come un libro, è sempre in discussione in Rete attraverso commenti e valutazioni degli utenti, e anzi, coincide sempre più con la propria presenza e il proprio posto su Internet. La stessa scienza è costretta a confrontare sempre più con una comunità di cittadini e utenti che giocoforza la sospinge fuori dalla sua "torre d'avorio" di competenze e risultati certificati da pubblicazioni autosufficienti. Da una parte, infatti, la Rete consente agli scienziati di collaborare al di là di ogni frontiera, dall'altra, chi volesse ignorare i risultati della scienza potrebbe negarli comodamente e circondarsi di soggetti che diffondono le più svariate interpretazioni erronee, spacciandole come grandi verità. Dobbiamo essere coscienti, quindi, ammonisce Weinberger, che la Rete non ci porta un sapere condiviso, ma un mondo condiviso sul quale è probabile che saremo in gran parte in disaccordo. La conoscenza, quindi, resta una proprietà generale della Rete e non dei singoli portatori di sapere. La questione si sposta, allora, su come usare le sue infinite risorse, recuperando la necessità del pensiero critico per non naufragare in un mare senza punti di appoggio e di orientamento. 

"Viviamo allo stesso tempo una crisi e un’esaltazione epocale della conoscenza. Temiamo per le istituzioni dalle quali dipendiamo per una conoscenza attendibile, ma possiamo anche sentire la gioia che pulsa attraverso la nostra cultura: viene da un altro posto. Viene dalla messa in rete della conoscenza. Oggi il sapere non risiede solo nelle biblioteche, nei musei e nelle riviste accademiche; non risiede solo nel cranio degli individui: le teste e le istituzioni semplicemente non sono abbastanza grandi per contenere il sapere. La conoscenza è oggi una proprietà della rete, e la rete abbraccia le imprese, i governi, i media, i musei, le collezioni private e le menti che comunicano tra loro."

D. Weinberger, Senior Researcher, Harvard's Berkman Center

13 ways the Internet is making us smarter

Huffington Post

Now that knowledge is moving onto its roomy, new, hyperlinked medium, we're beginning to see how much of what we took for granted about knowledge was really due to the limitations of its old paper medium. Knowledge is going from limited to unlimited, from settled to unsettled, from content to connection, from libraries to networks.
This is not an unmixed blessing. But we hear enough about how the Net is making us stupid and is the destroyer of civilization. So, here are thirteen ways the Net is making us smarter.

«Il signore mi permette di augurargli buon anno?»

... chiede il cameriere all'eroe di Ventimila leghe sotto i mari di Verne. «Accetto i tuoi auguri, caro Conseil, e li ricambio. Ti chiedo solo: cosa intendi per "buon anno?". "Non so proprio cosa dire, signore. Di certo abbiamo assistito ad avvenimenti incredibili, e da due mesi non abbiamo il tempo di annoiarci. Ritengo che, se non dispiace al signore, buon anno significhi un anno in cui potremo vedere tutto"». CONTINUA...

illuminations augura buon 2013