sabato 4 maggio 2013

Sognando Itaca.

Involucri vintage per iPhone. Foto effetto rétro. 

Abbiamo bisogno di tornare al passato. Pur se immaginario. Ecco perché

Giorgio Vasta

"L'Espresso", 9 maggio 2013 

Le hanno regalato un iPhone. Ha imparato a usarlo, c'è voluto poco, pur non avendolo mai avuto m mano era come se ne conoscesse ogni più minuta funzione. Rendendosi conto che è un oggetto tecnologicamente potentissimo ma fisicamente fragile ha deciso di comprare un involucro protettivo di gomma. Ha raggiunto un negozio che vende accessor!, si è guardata intorno, ha scelto una custodia che riproduce la grafica di una musicassetta, il telaio nero, l'etichetta adesiva rettangolare al centro, il nastro parzialmente avvolto da una parte, persino il marchio TDK e il numero 180 a indicare i minuti disponibili. La scelta è stata naturale, una specie di istinto. Come se il movimento del braccio che si allunga e della mano che afferra la custodia individuasse il proprio motore silenzioso m quella tenerezza nei confronti delle merci che è da alcuni decenni un tratto del contemporaneo. La ragazza che sente nostalgia delle musicassette ha vent'anm. Quando lei nasceva, nel 1992, i contenitori a bobine si stavano estinguendo sostituiti da altri supporti. 
Se è possibile che abbia visto qualche musicassetta tra i vecchi congegni musicali dei genitori o di un fratello maggiore (le Philips, le Basf, le Olympus: tutte ormai smagnetizzate e conservate come impercettibili testimoni di qualcosa), è però improbabile che abbia intrattenuto con esse un rapporto quotidiano e materiale, dunque affettivo. È improbabile, cioè, che abbia mai estratto da un registratore una musicassetta con il nastro aggrovigliato trascorrendo un'ora a cercare di sbrogliarlo e poi, infilata la punta dell'indice nei due fori centrali, a ravvolgerlo, così come è difficile che conosca l'effetto seduta spiritica determinato dalla sovraincisione di due o più tracce diverse sullo stesso nastro, i fantasmi vocali di Boy George, di Mornssey, dei Dire Straits o dei Dépêche Mode, di una recita scolastica del 1982. Eppure. Questa ragazza ha vent'anm e sente nostalgia di qualcosa che non ha mai conosciuto. Sente nostalgia di quando lei ancora non c'era o era talmente piccola da non riuscire a ricordarsi niente. Dunque la sua, non soltanto la sua, è una nostalgia immaginaria. In altri termini, e citando il titolo che Simone Signore! scelse per la sua autobiografia, "La nostalgia non è più quella di un tempo ". Sembra un paradosso eppure ha un suo senso logico. C'è una nostalgia che possiamo considerare classica e che trova m Ulisse lontano dalla patria la sua incarnazione letteraria più potente. Con una notevolissima intuizione, le voci delle sirene che irretiscono l'eroe omerico interpretato da Kirk Douglas nella versione cinematografica di Mario Camerini del 1954 sono quelle di Penelope e Telemaco, dunque lo struggimento di Ulisse per Itaca è determinato dalla mancanza dei legami più intensi. Si tratta di un sentimento abissale e incontenibile. 
Se adesso torniamo alla ragazza che acquista l'involucro vintage ci rendiamo conto non soltanto che il dolore connesso alla percezione del ritorno non è più quello di una volta, ma che nel corso degli ultimi decenni si è determinato uno slittamento che riguarda la nostra esperienza delle cose: la nostalgia contemporanea è una delle strategie tramite cui svolgiamo un lavoro di manutenzione ordinaria della realtà (il mutamento delle pratiche della nostalgia è stato attentamente indagato da Emiliano Morreale in "L'invenzione della nostalgia" e da Simon Reynolds in "Retromania"). Nell'ultimo episodio della prima stagione di "Mad Men", incontriamo quella che possiamo considerare una scena spartiacque. Anni Sessanta, New York, l'ambiente dei pubblicitari di Madison Avenue. Don Draper, il protagonista, è al culmine di una crisi coniugale che in breve lo porterà alla separazione dalla moglie Betty. Parallelamente al consumarsi della crisi scorre la preparazione di una campagna da proporre alla Kodak. Un'intuizione porta Don Draper a collegare tra loro la malinconia aspra della fine di un amore con il progetto pubblicitario su cui ha fin lì lavorato invano. In una stanza in penombra immersa nel flou naturale del fumo delle sigarette, Draper fa scorrere le diapositive della sua storia familiare: un hot-dog condiviso con la moglie, l'oscillazione immobile dell'altalena sulla quale gioca il figlio, l'istante in cui ancora indossando gli abiti del matrimonio gli sposi varcano la soglia della nuova casa. Attraverso la trasformazione dei propri affetti più intensi in mercé (qualcosa che non va inteso come l'aberrazione di un singolo ma come una metamorfosi profonda dell'umano), da un lato si dichiara che la nostalgia è a tutti gli effetti un bene di consumo, dall'altro si chiarisce che il nostro desiderio di consumare questo prodotto, un desiderio che probabilmente non è mai stato così potente come adesso, tutt'altro che manife starsi come eccezione si è intessuto con la nostra vita quotidiana. 
Mesi fa Facebook ha acquisito per circa un miliardo di dollari Instagram, l'applicazione che consente di intervenire sulle foto scattate col cellulare così da conferire loro, dal formato quadrato a una patina leggermente velata, un effetto rétro tra la Polaroid e l'Instamatic. Attualmente oltre venticinque milioni di utenti accumulano ogni giorno in Rete immagini rivelatrici dello stesso impulso riconoscibile nella ragazza che acquista la custodia con la grafica della musicassetta: conferire alla materia del presente una qualità utile a renderla se non memorabile perlomeno significativa e al contempo imporre ai fatti più minuti una consistenza intima. Fondandosi su un'alleanza tra risorse tecnologiche e domanda nostalgica, Instagram, che si sia nati nel 1965 o nel 1990, imprime alle immagini condivise in Rete un carattere di uniformità che finisce per standardizzare l'estetica della memoria. Le immagini del ricordo (quello visualizzabile tramite foto) sono pressoché nella loro interezza tarate sugli anni Settanta e Ottanta; a conferma del fatto, fra l'altro, che la cultura digitale continua a sentire la mancanza delle imperfezioni e dell'emotività dell'analogico. La nostalgìa contemporanea ci dice che pur senza essere andati via, noi desideriamo tornare a qualcosa, da qualcuno starsi come eccezione si è intessuto con la nostra vita quotidiana. Mesi fa Facebook ha acquisito per circa un miliardo di dollari Instagram, l'applicazione che consente di intervenire sulle foto scattate col cellulare così da conferire loro, dal formato quadrato a una patina leggermente velata, un effetto rétro tra la Polaroid e l'Instamatic. 
Attualmente oltre venticinque milioni di utenti accumulano ogni giorno in Rete immagini rivelatrici dello stesso impulso riconoscibile nella ragazza che acquista la custodia con la grafica della musicassetta: conferire alla materia del presente una qualità utile a renderla se non memorabile perlomeno significativa e al contempo imporre ai fatti più minuti una consistenza intima. Fondandosi su un'alleanza tra risorse tecnologiche e domanda nostalgica, Instagram, che si sia nati nel 1965 o nel 1990, imprime alle immagini condivise in Rete un carattere di uniformità che finisce per standardizzare l'estetica della memoria. Le immagini del ricordo (quello visualizzabile tramite foto) sono pressoché nella loro interezza tarate sugli anni Settanta e Ottanta; a conferma del fatto, fra l'altro, che la cultura digitale continua a sentire la mancanza delle imperfezioni e dell'emotività dell'analogico. La nostalgìa contemporanea ci dice che pur senza essere andati via, noi desideriamo tornare a qualcosa, da qualcuno Una mancanza, che si declina in tanta produzione musicale degli ultimi dieci anni, soprattutto nel circuito indie. Dai Belle and Sebastian alle Cocorosie, da Joanna Newsom a Kimya Dawson, passando per i Vetiver e i Mum, la costante immediatamente riconoscibile nei videoclip di questi musicisti è il legame con grafiche che oscillano tra la psichedelia e l'optical, sempre all'insegna di una nostalgia mite che non può essere semplicemente risolta in termini di moda. 
Nel video di "I Sing I Swim" degli islandesi Seabear un ragazzo tiene sollevato all'altezza del petto un album sul quale, picchiettate da macchie di colore, si materializzano le sequenze di alcuni SuperS, scene di vita normale: una passeggiata a cavallo, la pesca nel lago, un giro sul trenino, il ballo con un cane. Il torace del ragazzo diventa lo spazio di una memoria fantasticata, il luogo in cui sono ospitati e rivelati i propri ricordi immaginari, o meglio ancora la nostalgia di ricordi mai avuti: i ricordi, facendo valere un breve computo anagrafico, dei propri genitori. Della loro infanzia e della loro adolescenza. Ovvero l'esperienza che chi ha oggi vent'anni avverte come mancante, una quantità di esistenza che si invidia e di cui ci si vorrebbe appropriare (parafrasando la risposta che diede David Foster Wallace a un'intervista del '93 potremmo dire: Noi vogliamo essere i genitori. O almeno i loro ricordi). La nostalgia contemporanea ci dice che, senza essere necessariamente andati via, noi non desideriamo altro che tornare. Tornare, a qualcosa, da qualcuno, è il nostro desiderio più struggente. Siamo ulissidi che ogni giorno - comprando l'involucro di un'iPhone, trattando una foto con un filtro Instagram, consumando tutto il vintage disponibile - decidono qual è l'Itaca che hanno bisogno di raggiungere. 


mercoledì 1 maggio 2013

Elogio del libro. I libri hanno bisogno di noi


Così i libri si specchiano in noi


Anticipazioni Il rapporto “intimo” di autentica “devozione” 

tra un testo letterario e il suo pubblico nel nuovo saggio di George Steiner

George Steiner

"La Repubblica",  1 maggio 2013

I più grandi lettori di Sofocle e di Shakespeare sono gli attori e gli sceneggiatori che animano le parole. Imparare una poesia a memoria è come incontrarlo a metà strada nel viaggio ogni volta sorprendente della sua venuta al mondo. In una “lettura ben fatta” (Péguy), il lettore lo rende qualcosa di paradossale: un’eco che riflette il testo e contemporaneamente entra in sintonia con esso attraverso le percezioni, i bisogni e le sfide che lo caratterizzano. I nostri momenti d’intimità insieme con un libro, dunque, sono a tutti gli effetti dialettici e reciproci: leggiamo il libro, ma, più profondamente forse, è il libro a leggere noi.
Ma perché l’arbitrio, la natura sempre discutibile di questi momenti d’intimità? I testi che ci trasformano possono essere, sul piano sia formale sia storico, delle banalità. Come un ritornello alla moda, il romanzo poliziesco, la notizia trascurabile, l’effimero può presentarsi d’improvviso alla nostra coscienza e penetrare nella profondità di noi stessi. Il canone dell’essenziale varia a seconda dell’individuo, della cultura, ma anche della fase della vita. Vi sono libri considerati capolavori durante l’adolescenza e che in seguito diventano illeggibili, o altri improvvisamente riscoperti sulla scena letteraria o nella vita privata.
La chimica del gusto, dell’ossessione, del rifiuto è strana e indecifrabile quasi come quella della creazione estetica. Individui molto simili tra loro per le origini, la sensibilità o l’ideologia in comune possono adorare il libro da tutti detestato, considerare kitsch ciò che altri considerano un capolavoro. Coleridge parlava di hooked atoms della coscienza che s’intrecciano nelle forme più imprevedibili; Goethe parlava delle “affinità elettive” — ma sono soltanto immagini.
Le complicità tra l’autore e il lettore, tra il libro e la lettura, sono imprevedibili, volubili, hanno radici misteriose come quelle dell’eros. O, forse, dell’odio; esistono infatti testi indimenticabili che ci trasformano e che arriviamo al punto di odiare: a teatro non sopporto, e tantomeno posso insegnare, l’Otello di Shakespeare, la versione di Verdi invece mi sembra, sotto diversi punti di vista, la più coerente, quasi un miracolo dell’uomo.
Il paradosso dell’eco vivificante tra libro e lettore, dello scambio vitale improntato alla reciproca fiducia, è legato a particolari condizioni storiche e sociali. “L’atto classico della lettura”, secondo la definizione che ho cercato di fornire nel mio lavoro, richiede silenzio, intimità, cultura letteraria (literacy) e concentrazione. In mancanza di tali elementi, una lettura seria, una risposta ai libri che sia anche responsabilità è inconcepibile.
Leggere, nel vero senso del termine, una pagina di Kant, una poesia di Leopardi, un capitolo di Proust, significa avere accesso a momenti di silenzio, alla salvaguardia dell’intimità, a un certo livello di formazione linguistica e storica pregressa. E poi avere a portata di mano strumenti che aiutino nella comprensione quali dizionari, grammatiche e opere d’importanza storica e critica. Dall’epoca dell’Accademia ateniese fino a metà del XX secolo, molto schematicamente, una condizione simile coincideva con la definizione di cultura. In misura maggiore o minore, essa costituì sempre il privilegio, il piacere e l’obbligo di un’élite. Dalla biblioteca di Alessandria alla cella di san Girolamo, dalla torre di Montaigne all’ufficio di Karl Marx presso il British Museum, le arti della concentrazione — che Malebranche definiva come la «devozione naturale dell’animo» — hanno sempre avuto un ruolo centrale nella vita del libro.
È sotto gli occhi di tutti che ai giorni nostri queste arti hanno ridotto il proprio campo d’azione, diventando un “mestiere” universitario sempre più di competenza degli specialisti. Tra gli adolescenti americani una percentuale superiore all’ottanta per cento non è capace di leggere in silenzio; nel sottofondo vi è sempre musica più o meno amplificata. L’intimità, la solitudine che rende possibile un incontro approfondito tra il testo e la sua ricezione, tra la lettera e lo spirito, oggi è una singolarità eccentrica, psicologicamente e socialmente sospetta.
Inutile soffermarsi sul declino del nostro insegnamento secondario, sul disprezzo che esso nutre verso l’apprendimento classico, verso lo studio mnemonico. Ormai nelle nostre scuole è ampiamente diffusa una forma di amnesia pianificata.
Contemporaneamente, il formato del libro in sé, la struttura del copyright, dell’edizione tradizionale, della distribuzione in libreria, come sapete meglio di me, sono in pieno mutamento, per non dire che si stanno rivoluzionando. Già oggi gli autori possono raggiungere i propri lettori direttamente su Internet, chiedendo loro d’instaurare un canale di comunicazione diretto (così è stato “pubblicato” l’ultimo John Updike). Sono sempre più numerosi i libri che si leggono online, sullo schermo di un computer, o che si acquistano via web. Ottanta milioni di volumi della Biblioteca del Congresso, a Washington, sono disponibili (soltanto) in forma elettronica.
Nessuno, per quanto bene informato, può prevedere che cosa ne sarà del concetto stesso di autore, di testualità, di lettura personale. Non vi è alcun dubbio che si tratti di evoluzioni veramente elettrizzanti, che implicano liberalizzazioni economiche e opportunità sociali di grande rilievo. Ma sono contemporaneamente la causa scatenante di gravi perdite. Sempre più, libri scritti, stampati, pubblicati e acquistati “alla vecchia maniera” apparterranno alle “belle lettere”, a quello che i tedeschi definiscono, pericolosamente, Unterhaltungsliteratur, “letteratura d’intrattenimento”. Sempre più la scienza, l’informazione e il sapere in tutte le sue declinazioni saranno trasmessi e memorizzati online ricorrendo a strumenti elettronici. Segnali di crisi già presenti nella nostra cultura e nelle nostre lettere (literacies) non potranno che accentuarsi. Più che mai abbiamo bisogno dei libri, ma anche i libri hanno bisogno di noi. Quale privilegio più grande se non quello di essere al loro servizio?

Traduzione Emanuele Lana © 2013, Garzanti Libri spa, Milano © Édicions de l’Herne, 2003 Published by arrangement with Agence litteraire Pierre Astier & Associés
I libri hanno bisogno di noi di (Garzanti) pagg. 85

Elogio del coraggio da Gandhi alle Pussy Riot


Salman Rushdie

"La Repubblica",  1 maggio 2013

TROVIAMO più semplice, in questi tempi confusi, ammirare la prodezza fisica che il coraggio morale, cioè il coraggio del pensiero o dei personaggi pubblici. Un uomo, con il cappello da cowboy, scavalca una transenna per aiutare le vittime dell’attentato di Boston mentre gli altri fuggono, e noi acclamiamo il suo coraggio, come acclamiamo il coraggio dei militari che tornano dal fronte, o di quegli uomini e donne che lottano per sconfiggere malattie o infortuni invalidanti.
Si fa fatica a vedere politici coraggiosi di questi tempi, con l’eccezione di Nelson Mandela e Daw Aung San Suu Kyi. Forse ne abbiamo viste troppe, forse siamo diventati troppo cinici sugli inevitabili compromessi del potere. Non ci sono più Gandhi o Lincoln in circolazione. Gli eroi degli uni (Hugo Chávez, Fidel Castro), sono gli spauracchi degli altri. Non concordiamo più così facilmente su cosa significhi essere buoni, avere principi, essere coraggiosi. Quando un leader politico prende decisioni coraggiose – come ha fatto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy quando ha deciso di intervenire militarmente in Libia per sostenere gli insorti contro il regime di Gheddafi – quelli che dubitano sono numerosi quanto quelli che approvano. Il coraggio politico, oggigiorno, è quasi sempre ambiguo.
Cosa ancora più strana, siamo diventati diffidenti verso coloro che prendono posizione contro gli abusi del potere o contro i dogmi.
Non è sempre stato così. Gli scrittori e gli intellettuali che si opponevano al comunismo, Solzenicyn, Sakharov e gli altri, erano tenuti in altissima considerazione. Il poeta Osip Mandel’shtam fu ammiratissimo per il suo Epigramma di Stalin del 1933, in cui descriveva senza timori il temuto leader – «gli enormi scarafaggi che ridono sul labbro superiore» – anche perché quella poesia provocò il suo arresto e successivamente la sua morte in un Gulag.
Più di recente, nel 1989, l’immagine di un uomo con due buste della spesa che sfidava i carri armati di piazza Tien An Men diventò quasi istantaneamente un simbolo mondiale di coraggio.
Poi, a quanto sembra, le cose cambiarono. L’«uomo del carro armato» è stato quasi completamente dimenticato in Cina, e i manifestanti filodemocratici, anche quelli che morirono nel massacro del 3 e 4 giugno, sono stati ridefiniti successivamente dalle autorità cinesi come una massa di controrivoluzionari. La battaglia per la ridefinizione continua, oscurando o almeno confondendo le nostre idee sul giudizio da dare delle persone «coraggiose». È il trattamento che usano le autorità cinesi nei confronti dei loro contestatori più famosi: le accuse di «sovversione» contro Liu Xiaobo e di presunta evasione fiscale contro Ai Weiwei sono un tentativo deliberato per occultare il loro coraggio e dipingerli come criminali.
L’influenza della Chiesa ortodossa che in Russia è tale che le ragazze del collettivo Pussy Riot condannate al carcere sono percepite da gran parte della popolazione russa come delle piantagrane immorali perché hanno inscenato la loro famosa protesta dentro una chiesa. La ragione di quella protesta – l’eccessiva vicinanza della Chiesa ortodossa russa al presidente Vladimir Putin – è passata inosservata agli occhi dei loro numerosi detrattori e la loro iniziativa non è stata vista come un atto di coraggio, bensì come un’azione sconveniente.
Due anni fa, in Pakistan, l’ex governatore del Punjab, Salman Taseer, difese una donna cristiana, Asia Bibi, condannata ingiustamente a morte in virtù della severissima legge contro la blasfemia del Paese asiatico; per questa presa di posizione Taseer è stato assassinato da una delle sue guardie del corpo. L’assassino, Mumtaz Qadri, ha avuto grandi elogi ed è stato inondato di petali di rosa quando è comparso in tribunale. L’assassinato, Taseer, ha ricevuto grandi critiche e l’opinione pubblica si è schierata contro di lui. Il suo coraggio è stato cancellato dalle passioni religiose. L’assassino è stato definito eroe.
Nel febbraio del 2012 un poeta e giornalista saudita, Hamza Kashgari, ha pubblicato tre tweet sul profeta Maometto: «Il giorno del tuo compleanno, dirò che ho amato il ribelle che è in te, sei sempre stato fonte di ispirazione per me e che non mi piace l’alone di divinità che ti circonda. Non pregherò per te». «Il giorno del tuo compleanno, ti trovo dovunque mi giri. Dirò che amo degli aspetti di te, che ne odio altri, e che molti altri ancora non li capisco». «Il giorno del tuo compleanno, non mi inchinerò a te. Non ti bacerò la mano, ma la stringerò come si fa fra eguali, e ti sorriderò come tu sorriderai a me. Ti parlerò come a un amico, niente di più».
In seguito Kashagari ha dichiarato che quei tweet avevano lo scopo di «rivendicare il suo diritto» alla libertà di parola e di pensiero. Ha trovato scarso supporto nell’opinione pubblica, è stato condannato per apostasia e molte voci si sono levate a chiedere che venga giustiziato. È ancora in galera.
Anche gli scrittori e intellettuali dell’Illuminismo francese sfidarono l’ortodossia religiosa del loro tempo, creando il concetto moderno di libero pensiero. Consideriamo Voltaire, Diderot, Rousseau e gli altri come eroi intellettuali. Tristemente, pochissime persone nel mondo islamico direbbero la stessa cosa di Hamza Kashgari.
Questa nuova idea – l’idea che gli scrittori, gli studiosi e gli artisti che si schierano contro l’ortodossia o il bigottismo siano da biasimare perché turbano la popolazione – si sta diffondendo rapidamente, perfino in Paesi come l’India, che un tempo andavano fieri delle loro libertà.
Negli ultimi anni il grande pittore indiano Maqbool Fida Husain è stato costretto a esiliarsi a Dubai e a Londra, dove è morto, per aver dipinto nuda la dea indù Saraswati (anche se basta guardare le antiche sculture indù della dea per vedere che viene spesso raffigurata con gioielli e ornamenti, ma altrettanto spesso senza vestiti).
L’acclamato romanzo di Rohinton Mistry Un lungo viaggio è stato eliminato dai programmi di studio dell’Università di Mumbai perché gli estremisti locali contestavano il suo contenuto. Lo studioso Ashis Nandy è stato attaccato per aver espresso opinioni non ortodosse sulla corruzione delle caste inferiori. E in tutti questi casi l’opinione ufficiale – con cui molti commentatori e una fetta sostanziosa della cittadinanza sono d’accordo, a quanto sembra – è stata sostanzialmente che gli artisti e gli studiosi in questione erano causa del loro male. Persone che in altre epoche sarebbero state celebrate per la loro originalità e la loro indipendenza di pensiero, si sentono dire sempre più spesso: «Mettetevi seduti che fate oscillare la barca».
Nemmeno gli Stati Uniti sono immuni a questa tendenza. I giovani militanti del movimento Occupy sono stati denigrati da più parti (anche se le critiche si sono un po’ stemperate dopo il lavoro efficacissimo lavoro di soccorso in seguito all’Uragano Sandy). Intellettuali controcorrente come Noam Chomsky e il defunto Edward Said sono spesso stati liquidati come pazzi estremisti, individui «antiamericani» e nel caso di Said perfino, in modo assurdo, apologeti del «terrorismo» palestinese. (Si può essere in disaccordo con le critiche di Chomsky agli Stati Uniti, ma si deve riconoscere che ci vuole coraggio per alzarsi in piedi e urlare queste critiche in faccia al potere. Si può non essere filopalestinesi, ma non si può chiudere gli occhi sul fatto che Said ha criticato Yasser Arafat con la stessa veemenza con cui ha criticato gli Stati Uniti).
È un periodo sgradevole per chi, come noi, crede nel diritto di artisti, intellettuali e semplici cittadini indignati di spingersi oltre il limite e prendersi dei rischi, riuscendo a volte a cambiare il nostro modo di vedere il mondo. L’unica cosa che possiamo fare è riaffermare l’importanza di questo tipo di coraggio e cercare di fare in modo che queste persone oppresse – Ai Weiwei, le ragazze delle Pussy Riot, Hamza Kashgari – siano giudicate per quello che sono: uomini e donne in prima linea per la libertà. Come farlo? Firmando petizioni contro il trattamento a cui vengono sottoposte, partecipando alle proteste. Dichiarando pubblicamente la nostra posizione. Ogni piccolo frammento è importante.
© 2013, (Traduzione di Fabio Galimberti)

LE EQUAZIONI DELLA POESIA


Valerio Magrelli,

"La Repubblica", 26 gennaio 2010

Siamo in una strada dell' antica Grecia, quando un viandante si imbatte in una tomba. La scena è raccontata in una poesia di Alceo di Messene, autore vissuto fra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo. Genere letterario fra i più noti, l'arte delle epigrafi conosce infinite varianti, ma la storia che segue riserva una sorpresa, e fa pensare piuttosto alla tradizione, altrettanto longeva, degli indovinelli. Infatti il nostro eroe, fermatosi a guardare, non trova scritto nulla, salvo una cifra: «Io mi domando perché, sulla pietra che c'è lungo la via, / non c'è altro che un fi, che lo scalpellino incise due volte». In greco, fi significa "cinquecento", il che porta il passante a ipotizzare che la donna sepolta si chiamasse Chiliade, ovvero mille, equivalente a due volte cinquecento. Ma c'è una congettura più attendibile: probabilmente, spiega Alceo, chi sta nella tomba si chiamò Fidìs, cioè "due volte fi ". L'esultanza per la soluzione trovata fa esplodere la voce narrante in un grido di gioia: «Ho risolto come Edipo il rebus della Sfinge. / Lode sia data a chi trasse da duplice segno l' enigma - / luce agli astuti, agli imbecilli il buio». 
Eccoci di fronte a uno strano e significativo esempio dell' incontro fra numeri e poesia. In questi versi, lo scambio fra i due tipi di codice viene infatti portato alle estreme conseguenze: la scrittura "alfabetica" tende ad annettere al proprio interno elementi desunti da quella "matematica", al punto che una cifra finisce per essere interpretata alla stregua di un nome proprio, anzi, di due. Ma di chi è questo sepolcro? Chi vi è seppellito? Un uomo, una donna o un numero? 
Domande del genere sorgono spontanee di fronte al convegno organizzato dall' Associazione Sigismondo Malatesta con il titolo La poesia e i numeri (Roma, Castello di Torre in Pietra, 29-30 gennaio). Siamo ovviamente alle prese con un terreno vastissimo, che investe un campo già di per sé sconfinato come quello della numerologia. Quest' ultimo tipo di preoccupazioni, tuttavia, può essere messo da parte: qui non si tratterà di analizzare "il mistico intervento del numero" di cui parla Dante nella Vita Nuova, né di esaminare la vertigine delle cifre in Petrarca (il quale, secondo lo studioso tedesco Wilhelm Pötters, avrebbe addirittura alluso al pi greco attraverso l'immagine di Laura). Nulla di tutto questo. Scopo dell' incontro sarà piuttosto quello di studiare, nelle sue diverse forme, l' attrazione della scrittura verso il numero, in quella assimilazione della cifra all'interno del dettato poetico corrispondente a un'estetizzazione del linguaggio matematico. 
Perché la domanda, in effetti, attraversa oltre due millenni di letteratura, dall' epoca classica a William Blake, da Novalis a Paul Valéry (con le sue ricerche sulla nozione di sezione aurea, o "numero d' oro"), dal Raymond Queneau di Centomila miliardi di poesie (libro composto da dieci sonetti i cui rispettivi 14 versi, aventi le stesse rime e la stessa costruzione sintattica, possono essere combinati così da offrire il numero di poesie indicato nel titolo) al Leonardo Sinisgalli di Furor mathematicus, da Iosif Brodskij al Mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger. 
Ad ogni modo, se i riferimenti sono molti e disparati, non c' è dubbio che questi temi trovarono un ascolto particolarmente attento nel Romanticismo. Tipico di questo movimento fu infatti l'anelito all'unità, affinché, dietro le apparenze di un mondo governato dall'incalcolabile, potesse essere ritrovata la chiave armonica dell' universo e il suo originario ordine matematico. Certo, il numero romantico non ha valenza scientifica, presentandosi anzi con una potente connotazione di tipo magico, esoterico e filosofico. Ma come ha osservato Luca Pietromarchi, proprio nel periodo centrale dell' Ottocento, mentre Hugo, in alcuni suoi versi, evoca la rovina di un edificio che fa crollare a terra numeri e algebre, ha luogo una rivoluzione destinata a scardinare la geometria tradizionale. 
Sono gli anni in cui Lobacevskij e Janos Bolyai (nato nel 1802, lo stesso anno di Hugo) costruiscono i primi esempi di geometrie non euclidee, volte a smentire il quinto postulato di Euclide su cui poggiava la geometria classica di Newton e di Laplace: «Il frontone che nella poesia di Hugo cade a pezzi è dunque quello dell' edificio pitagorico-euclideo, e quei numeri caduti a terra annunciano forse la proliferazione dei numeri irrazionali, immaginari e dei sistemi numerici complessi: numeri che dischiuderanno la possibilità di immaginare altri mondi e altre dimensioni proiettando il finito nell'infinito». Amplificando l' effetto di questo crollo, conclude Pietromarchi, forse non sarà eccessivo ricollegare a esso, in forma di profondo contraccolpo, la contemporanea dissoluzione dell'impianto metrico tradizionale, la sconnessione del verso classico e la conseguente nascita del verso libero, un verso che rinuncia appunto al rispetto del numero per affidarsi ai capricci di una geometria variabile... Ben diverso sarà l' approccio delle avanguardie storiche, dal futurismo al surrealismo, che pure tenteranno di introdurre la presenza della cifra all' interno del discorso poetico. Ecco ad esempio, intorno al 1910, La passeggiata di Aldo Palazzeschi, che nei suoi versi gioca con i numeri in modo totalmente mercificato e profano: «Fallimento! / Grande liquidazione! / Ribassi del 90%». Ecco, in forma ben più amara, una quartina che Apollinaire scrisse nel carcere della Santé, dove fu condotto per il famoso affaire provocato dal furto della Gioconda leonardesca. Nella desolazione dell' universo penitenziario, il nome proprio scompare, e l'individuo diventa una nuda cifra, tanto che il testo, a mo' di sconsolato testamento, recita: «No, qui non mi sento più / me stesso / sono soltanto il quindici / dell' undicesima». Ecco infine André Breton, che in una poesia-collage del 1920, PSTT, allinea i nomi di venti suoi omonimi, tratti dall'elenco degli abbonati di Parigi e identificati dai rispettivi numeri di telefono. 
Nella loro straniante sequenza, i soggetti convocati in questa specie di ready-made rinviano a una realtà governata dalla tecnica, nella quale il contatto tra parlanti ha assunto i tratti stilizzati della conversazione a distanza, attraverso l' impiego di una cifra di riconoscimento. Adesso il dio di Hugo è davvero lontano, e mentre il mistero dei numeri appare ormai pienamente calato nel linguaggio dei nostri giorni, la poesia sembra già pronta a raccontare ulteriori metamorfosi matematiche, magari per cantare, dopo la nascita del recapito telefonico, l'avvento del codice a barre.
PER APPROFONDIRE: clicca qui.

La solitudine di Spinoza il precursore scandaloso


Fondò il pensiero laico, ma tutti lo tennero a distanza


Paolo Mieli

"Corriere della Sera",  30 aprile 2013

Spinoza fu un valido divulgatore delle teorie del filosofo francese René Descartes, detto in italiano Cartesio, ma le sue idee sulla religione e sulla Bibbia lo avvicinavano piuttosto al pensatore inglese Thomas Hobbes, autore del «Leviatano», da cui però lo dividevano le posizioni politiche

Tra gli studiosi di Spinoza vissuti nel Novecento, uno dei maggiori è il filosofo Leo Strauss, autore del libro «La critica della religione in Spinoza» (Laterza) 

Quando diede alle stampe il Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza era consapevole dei guai a cui sarebbe andato incontro e non trascurò nessuna precauzione: scrisse il saggio in latino, lo destinò a una circolazione limitata e, soprattutto, lo pubblicò anonimo. Ma erano trascorse poche settimane da quell'inizio del 1670 in cui il Trattato era stato messo in circolazione da un piccolo editore olandese, che contro quel libro si scatenarono tempeste. A dispetto delle sue cautele, Spinoza fu presto identificato come autore del libro: in una lettera del giugno 1670, Friedrich Ludwig Mieg, professore dell'Università di Heidelberg, metteva in guardia un suo collega dicendogli di esser certo che il Trattato era opera di «Spinoza, un tempo ebreo», già «conosciuto per essersi occupato dell'opera di Descartes». Nell'agosto di quello stesso anno, Johan Melchior, pastore di un piccolo villaggio nei pressi di Bonn, scrisse una pesante «confutazione» del libro, in cui dava conto di voci che lo attribuivano a Spinoza. Sempre in quell'estate, un altro professore, stavolta di Groningen, Samuel Desmartes, rivelò che quel testo «atroce» andava ricondotto a «Spinoza, un tempo ebreo, empio e ateo dichiarato».
Prima di loro, in ogni caso, si era già messo in moto il concistoro di Utrecht, che il 6 aprile del 1670, pur senza fare riferimento diretto a Spinoza, aveva definito quel volume «profano e blasfemo» e aveva chiesto che fossero prese «appropriate misure preventive» contro la diffusione dell'opera. Un mese dopo fu la volta del concistoro riformato di Leida, che si pronunciò in termini ancora più severi. In maggio intervennero anche gli organi ecclesiali di Haarlem e in giugno quelli di Amsterdam. Sempre in maggio il teologo tedesco Iacob Thomasius lo definì un «testo senza Dio» e il suo collega olandese Regnier Mansveld, docente all'Università di Utrecht, scrisse che sarebbe stato giusto seppellire il Trattato nell'«oblio eterno». In luglio si passò al sinodo distrettuale dell'Aja, che si rivolse al sinodo dell'Olanda meridionale perché decretasse essere il Trattato un libro «osceno e blasfemo, quale, a nostra conoscenza, il mondo non ha mai conosciuto». In agosto si conformò a tale giudizio il sinodo dell'Olanda settentrionale, che annunciò di essere «profondamente disgustato» da quel tomo nuovamente definito «osceno». Ma non è tutto.
Nella primavera del 1673 fu pubblicato La Religion des Hollandois di Jean-Baptiste Stouppe, uno svizzero di fede riformata che partecipava all'occupazione francese dei Paesi Bassi (ne parleremo più avanti). Il libro di Stouppe era molto aggressivo contro gli olandesi, messi sotto accusa per la loro «fiacca devozione religiosa» e per la loro «irragionevole tolleranza verso le differenze confessionali». Stouppe si diceva scandalizzato per la mancanza di iniziativa nel contrastare Spinoza, «un uomo nato ebreo che non ha né ripudiato la religione ebraica, né abbracciato la religione cristiana, ed è pertanto un pessimo ebreo e di certo non è un cristiano migliore». «Questo Spinoza», scriveva Stouppe, «ha prodotto alcuni anni fa un libro in latino, il cui titolo è Tractatus Theologico-Politicus, nel quale sembra porsi come obiettivo principale di distruggere tutte le religioni, in particolare quella ebraica e quella cristiana, e di introdurre l'ateismo, il libertinismo e la libertà di tutte le religioni». A quel punto toccava alle autorità politiche procedere contro Spinoza. Queste però — come ha ben ricostruito in uno studio accurato Jonathan Israel — procedettero a rilento, quanto meno fino all'uccisione del grande statista Johan de Witt (e anche su questo torneremo). Sicché il Trattato fu ufficialmente messo al bando nella Repubblica delle Sette Province Unite solo nell'estate del 1674.
L'intera vicenda è adesso raccontata dal più grande biografo del filosofo di Amsterdam, Steven Nadler (docente all'Università del Wisconsin), in Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato» di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, che esce oggi da Einaudi nell'eccellente traduzione di Luigi Giacone. La violenta reazione sollevata dal Trattato teologico-politico, scrive Nadler, fu senza dubbio «uno degli eventi più significativi della storia intellettuale europea, specie considerando che si verificò agli albori dell'Illuminismo». Dai contemporanei di Spinoza, il Trattato fu considerato «il libro più pericoloso che fosse mai stato pubblicato». Ai loro occhi, «quell'opera minacciava di minare dalle fondamenta la fede religiosa, l'armonia sociale, politica e perfino la morale di ogni giorno». Era loro convinzione che il suo autore — la cui identità, come abbiamo visto, non rimase segreta a lungo — fosse «un sovversivo, impegnato a diffondere l'ateismo e il libero pensiero in tutta la Cristianità».
Che cosa contenesse di così minaccioso quel libro è stato ben messo in luce (comprese le innumerevoli sfumature) da Leo Strauss in La critica della religione in Spinoza (Laterza). Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».
Assai irridenti i passaggi del Trattato dedicati ai profeti nell'Antico Testamento: «Se il profeta era allegro, gli si rivelavano le vittorie, la pace, e in genere le cose che generano letizia, poiché simili cose tali temperamenti sogliono più spesso immaginare; mentre, se era triste, gli si rivelavano guerre, castighi e ogni sorta di mali; così a seconda che il profeta fosse di indole misericordiosa, mite, iraconda, severa eccetera, era più adatto a questo o a quel genere di rivelazioni». In materia di miracoli, poi, (laddove Maimonide, in quanto rabbino e capo religioso, era stato, qualche tempo prima, maggiormente cauto) la posizione di Spinoza fu più radicale addirittura di quella che sarebbe stata assunta mezzo secolo dopo dallo scozzese David Hume, per il quale quei prodigi divini erano «talmente poco verosimili da rasentare l'incredibile». Per Spinoza, invece, «il miracolo, sia esso inteso come fatto contrario o come un fatto superiore alla natura, è soltanto un'assurdità». Un'assurdità. Più netto di quel «rasentare l'incredibile». La vera remunerazione della virtù, diceva infine il filosofo di Amsterdam, «non sta in qualche ricompensa ultraterrena per un'anima immortale, dal momento che non esiste nessuna immortalità della persona; è soltanto un'invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci in un eterno stato di paura e di speranza e in tal modo controllarci». La «beatitudine» e la «salvezza» consistono piuttosto nel «benessere e nella pace della mente che la conoscenza riesce a offrirci in questa vita».
I capitoli del Trattato dedicati alla politica, scrive Nadler, «rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla "libertà di filosofare", senza che qualcuno fosse costretto a subire interferenze da parte delle autorità) che sia mai stato scritto». Anche se il filosofo era assai diffidente nei confronti della gente comune: «So», scriveva in un passaggio che attirò l'attenzione di Leo Strauss, «che è impossibile sottrarre le masse alla superstizione e alla paura e so che per il volgo è perseveranza l'ostinazione, e che non è guidato dalla ragione, ma dalla passione è trascinato ora alla lode ora al vituperio... Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro; preferirei anzi che lo trascurassero del tutto, piuttosto che interpretarlo, come fanno sempre, tendenziosamente, allo scopo di creare difficoltà». È vero che, prima del Trattato, Spinoza aveva scritto l'Etica, un libro altrettanto importante. Ma, a differenza del tono freddo e distaccato dell'Etica, il Trattato, scrive Nadler, «è un'opera appassionata, perfino rabbiosa, non si può fare a meno di notare un fervore e una sorta di urgenza che percorrono in modo impercettibile (e a volte nemmeno così impercettibile) tutti i capitoli del libro». Inoltre, prosegue Nadler, il Trattato appare, ben più dell'Etica, «un'opera polemica che esamina i fondamenti storici, psicologici, testuali e politici della religione tradizionale o popolare». E in quanto tale, assai più dell'Etica, si prestava a essere «interpretato» da un maggior numero di lettori. Cosa che preoccupava e infastidiva l'autore.
Quando diede alle stampe il Trattato, Spinoza aveva 38 anni. Era nato nel 1632 da un'agiata famiglia di mercanti della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam. Una comunità di sefarditi, fondata dai cosiddetti «nuovi cristiani», o conversos — ebrei che in Spagna e Portogallo, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo successivo, erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. Questi conversos, messi in difficoltà dall'Inquisizione spagnola che non credeva al loro cambio di religione, all'inizio del Seicento avevano abbandonato la penisola iberica e si erano trasferiti ad Amsterdam (o in qualche altro centro dell'Olanda settentrionale). Città che avevano offerto a questi profughi l'opportunità di «ritornare alla fede degli avi e di riprendere la loro vita secondo le consuetudini ebraiche».
L'ebreo Spinoza — il quale, contrariamente a quel che è stato più volte scritto, non cercò mai di diventare un'autorità religiosa — ebbe come insegnanti tre rabbini: Menasseh ben Israel, che all'epoca era probabilmente l'ebreo più famoso di tutta Europa, Isaac Aboab da Fonseca e il «sapientissimo» Saul Levi Mortera della comunità di Amsterdam, sotto la cui guida ebbe accesso alle opere di Maimonide, autore nel XII secolo dell'opera più importante di tutta la filosofia ebraica, La guida dei perplessi. Per Maimonide — altro pensatore che, come Spinoza, avrebbe attirato l'attenzione di Leo Strauss — il contenuto della profezia sarebbe, almeno in parte, filosofico, sicché sia il filosofo sia il profeta sono «veicoli di verità»; e poiché «una verità deve essere di necessità coerente con le altre verità», filosofia e profezia, se correttamente intese, «devono sempre concordare». Cosicché «la verità filosofica e la verità rivelata non entreranno mai in conflitto». Spinoza si sofferma su Maimonide, che userà nel Trattato a proprio vantaggio per polemizzare contro la tradizione («I profeti della Bibbia ebraica», sostiene Spinoza, «erano in effetti, come dice Maimonide, personaggi dotati di grande forza d'immaginazione ma non filosofi, né uomini particolarmente dotti»). Successivamente, per dedicarsi al latino e ai classici, Spinoza sarà allievo anche di Franciscus Van den Enden, un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di Francia Luigi XIV. E Van den Enden lo avrebbe introdotto ai Princìpi della filosofia di René Descartes, a cui il giovane dedicò in seguito una delle prime sue importanti opere. Un intreccio, quello della sua formazione, che dà conto della complessità del personaggio. E che ci aiuta a capire i guai a cui, da uomo libero, andrà incontro.
Statue of Baruch de Spinoza by Nicolas Dings in 2008.
Zwanenburgwal, Amsterdam.
A 23 anni, il 27 luglio del 1656, Spinoza subì il primo grande trauma. Quel giorno gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e danniamo... Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra... La collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest'uomo, e tutte le maledizioni penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo», sentenziò contro di lui la comunità a cui, fin lì, apparteneva. Fu il cosiddetto «herem del mistero», dal momento che gli fu inflitto per non meglio identificate «abominevoli eresie da lui compiute e insegnate», nonché per «atti mostruosi» (anch'essi non definiti). La virulenza era del tutto inconsueta, quasi assurda, nelle righe che chiudevano il documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun trattato composto o scritto da lui». Terribile. Tanto più che, fino a quel momento, il filosofo non aveva dato alle stampe neanche un libro. Per di più il bando, a differenza di numerosi altri provvedimenti dello stesso genere e della stessa epoca, non fu mai revocato.
Secondo Jean-Maximilien Lucas, il primo biografo di Spinoza che scrisse poco dopo la sua morte, all'origine dell'herem era la testimonianza di due giovani, i quali avrebbero udito Spinoza mentre diceva che, «non essendoci nella Bibbia nessun riferimento al non materiale o all'incorporeo, non c'è motivo di credere che Dio non abbia un corpo»; che «per quanto riguarda gli spiriti, le Scritture non dicono che essi sono sostanze reali e permanenti, bensì semplici fantasmi, chiamati angeli poiché Dio li adopera per annunciare il suo volere; sono fatti in modo tale da restare invisibili, come gli angeli e ogni altra sorta di spiriti, dal momento che la loro materia è assai fine e diafana, tanto che li si può vedere solo come si vedono i fantasmi, negli specchi, in sogno, oppure di notte»; e che «ogni qual volta le Scritture ne parlano, la parola "anima" è usata solo per significare vita, o qualche essere vivente... Si cercherebbe invano un solo passo che parli di immortalità, mentre l'ipotesi contraria è confermata da centinaia di brani, ed è piuttosto facile da dimostrare». Inoltre, sempre secondo i due delatori, Spinoza avrebbe definito gli ebrei «gente superstiziosa, nata e cresciuta nell'ignoranza, che non conosce Dio e tuttavia ha l'impertinenza di considerarsi il Suo popolo, mettendosi al di sopra di tutte le altre nazioni».
A quanto riferisce Lucas, Spinoza accolse l'espulsione dalla comunità ebraica senza battere ciglio: «Meglio così», avrebbe detto, «non mi costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se non avessi temuto lo scandalo... Ma dal momento che è questo che vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti». Strada che lo porterà ad avere nuovi scontri, stavolta con la Chiesa cattolica e con quella riformata.
Spinoza, dunque, non si perse d'animo e, come s'è detto, si dedicò alla filosofia di Descartes. Nel 1663 diede alle stampe l'unico volume che avrebbe pubblicato con il suo nome in copertina: Renati Des Cartes principia philosophiae more geometrico demonstrata, che gli conferì (a ragione) la fama di divulgatore del pensiero cartesiano e (a torto) la reputazione di suo seguace. Forte fu invece la sua sintonia con Thomas Hobbes e con il suo Leviatano, pubblicato in inglese nel 1651, tradotto in olandese nel 1667 e in latino nel 1668. Hobbes e Spinoza avrebbero avuto, sì, idee diverse sull'organizzazione della società: mentre Hobbes riteneva che la sovranità dovesse essere affidata a un singolo individuo e che la monarchia costituisse la forma di governo più stabile ed efficace, Spinoza riteneva che all'efficienza dello Stato fosse più funzionale la democrazia. Laddove compito della democrazia, per Spinoza, era quello di «evitare gli assurdi dell'istinto» e di «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché vivano nella concordia e nella pace». Ma, per tornare ai nostri discorsi, l'approccio di Hobbes e di Spinoza all'Antico Testamento fu simile.
Già Hobbes aveva analizzato la natura delle profezie e la veridicità dei miracoli, sollevando dubbi sulle Sacre Scritture. «Considerate dalla prospettiva di un sacerdote del Seicento e dei fedeli della sua congregazione», scrive Nadler, «le opinioni di Hobbes su molti problemi non potevano che apparire assai lontane dall'ortodossia e perfino blasfeme; nella sua visione materialista della natura e dell'uomo, Hobbes si spingeva fino a negare che potesse esistere una qualsiasi "sostanza immateriale", escludendo così la possibilità di un'anima incorporea, ma anche di un Dio incorporeo». Tutto ciò con un tono (da parte del filosofo inglese) «spesso beffardo, che lasciava intendere di non nutrire troppo rispetto per le religioni settarie, prima di ogni altra il cattolicesimo». E fu per questo che molti dei detrattori di Spinoza lo accomunarono all'autore del Leviatano. Eppure Hobbes, quando ebbe in mano il Trattato, disse di esserne rimasto «profondamente turbato» e che lui «non si sarebbe mai permesso di scrivere simili insolenze». Insolenze? La verità è che sia i seguaci di Descartes (morto a Stoccolma vent'anni prima della pubblicazione del Trattato), sia Hobbes ebbero paura di rimanere vittime degli stessi anatemi che, avvertivano, sarebbero stati scagliati contro Spinoza. Il quale si risentì per queste prese di distanza. Soprattutto nei confronti di alcuni allievi di Descartes, come Regnier Van Mansvelt e Lambert Van Velthuysen che lo avevano apertamente criticato: in una lettera a Henry Oldenburg nel 1675, si disse indignato del fatto che «certi sciocchi cartesiani, i quali hanno fama di condividere le mie idee, per allontanare da sé questo sospetto non abbiano cessato e non cessino tuttora di screditare ovunque le mie opinioni».
Amsterdam non fu tenera con Spinoza. Singolare, perciò, appare a Nadler l'elogio che il filosofo fa della sua città. Una città, scrive, dove «convivono in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di tutte le religioni; e, per affidare i propri beni a qualcuno, i cittadini di questo Stato si preoccupano soltanto di sapere se costui sia ricco o povero, o se sia solito agire in buona o in mala fede... La religione o la setta cui egli appartiene non li interessa affatto, perché ciò non contribuisce per nulla a far loro vincere o perdere la causa dinnanzi al giudice... E non vi è alcuna setta così odiata, i cui seguaci (quando non rechino danno ad alcuno, rendano a ciascuno il suo e vivano onestamente) non siano protetti e tutelati dall'autorità dei pubblici magistrati». Parole sorprendenti, dal momento che, quando furono scritte, uno dei più cari amici di Spinoza, Adriaan Koerbagh, era da poco morto in prigione, «condannato per le sue idee filosofiche e religiose proprio dalla città di Amsterdam, con un brutale atto di intolleranza istigato dal Concistoro calvinista».
Il fatto era accaduto tra il 1668 e il 1669 (pochi mesi, anzi, poche settimane prima che Spinoza vergasse l'«elogio di Amsterdam»). Koerbagh aveva dato alle stampe, proprio ad Amsterdam, un libro dal titolo Un giardino di fiori con ogni sorta di bellezze, in cui negava la paternità divina della Bibbia, attaccava l'elemento irrazionale presente nella maggior parte dei culti, con i loro dogmi, riti e «cerimonie superstiziose», e prendeva in giro tutte le religioni istituzionalizzate, compresa quella della Chiesa riformata. Per sovraccarico Koerbagh scriveva in olandese, rendendo la sua opera accessibile al grande pubblico, e firmava il libro con il suo nome. Risultato: nel 1668 fu imprigionato, si ammalò gravemente e il 5 ottobre del 1669 morì. Per Spinoza fu un colpo durissimo. Ma ciò non gli impedì di trattare in modo assai benevolo la città in cui tutto questo era accaduto.
Nadler sospetta che l'«elogio di Amsterdam» contenga, opportunamente dissimulata, «una buona dose di amara ironia». Più probabilmente si trattò di parole dettate dal calcolo, calcolo politico. Il filosofo, come Nadler ha ricostruito in un altro grande libro, Baruch Spinoza e l'Olanda del Seicento (Einaudi), era un estimatore del più grande statista dell'epoca, Johan de Witt. Non è provato che i due abbiano avuto rapporti diretti (anche se il coevo Lucas sostiene di sì e lo stesso affermarono a fine Ottocento Jacob Freudenthal e, all'inizio del Novecento, Carl Gebhardt), ma tutti e due ebbero, scrive Nadler, «il privilegio di essere maltrattati e spergiurati dalle autorità religiose olandesi ed entrambi furono vilipesi e disprezzati dagli stessi nemici».
I democratici radicali come Spinoza e Koerbagh, radicalmente laici e difensori di una concezione più ampia della libertà, racconta Nadler, erano fermi oppositori degli «orangisti» e, a dispetto di non poche diversità di vedute, alleati naturali di de Witt. Un nemico dell'uomo politico giunse addirittura a dire che si avvertiva la presenza di de Witt nella stesura del Trattato teologico-politico. E questo nella battaglia tra orangisti (sostenitori della causa di Guglielmo I), «voetiani» (seguaci di Gisbertus Voetius, grande oppositore di Cartesio, nemici di de Witt), «cocceiani» (discepoli del teologo di Leida Johannes Cocceius, amici di de Witt) e perfino «sociniani» (ultimi adepti di una setta fiorita in Polonia alla fine del Cinquecento sotto la guida del teologo Fausto Sozzini, che continuò a battersi contro il dogma della trinità anche nella prima metà del Seicento) fu un elemento di destabilizzazione.
Uno dei nemici di de Witt arrivò a denunciare che, tra i libri presenti nella biblioteca dell'uomo politico, figurava anche quel Trattato, «forgiato all'inferno (di qui il titolo del libro di Steven Nadler) dall'ebreo apostata a quattro mani con il diavolo, e pubblicato con la consapevolezza e la connivenza di M. Jan (de Witt, ndr)». Al punto che anche de Witt — come Hobbes e gli allievi di Descartes — si sentì in dovere di prendere le distanze dal Trattato. Sostiene Abraham Gronovius, ricercatore all'Università di Leida, che quando a Spinoza fu riferito che de Witt aveva gradito assai poco il Trattato, «egli inviò qualcuno da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di casa». Nonostante ciò, il grande protagonista politico del «secolo d'oro olandese» non riuscì a salvarsi dagli odi che aveva accumulato per via del supposto rapporto con quel filosofo in odore di zolfo.

Luigi XIV, re di Francia, fece il resto. Nell'aprile del 1672 dichiarò guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare. Fu accusato da pamphlet anonimi di «essere del tutto incompetente», di essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere «vendere la Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato». Il tutto accompagnato dalle consuete insinuazioni sui suoi rapporti con il «malvagio» autore del Trattato. La notte del 21 giugno 1672 de Witt fu ferito in modo abbastanza grave da un gruppetto di giovani di buona famiglia. Il 23 luglio suo fratello, Cornelis, fu arrestato con l'accusa di cospirazione. E quando Cornelis, a fine agosto, uscì di prigione, una folla si impadronì dei fratelli de Witt, li uccise, denudò i cadaveri, li appese a testa in giù e poi squartò i loro corpi. Spinoza ne fu sconvolto. Nel corso di un soggiorno all'Aja, quattro anni dopo, Gottfried Wilhelm Leibniz così annotò sul diario una visita al filosofo olandese: «Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha raccontato che il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum (più o meno «i peggiori dei barbari», ndr); ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli fosse fatto a pezzi».
Quelli erano i tempi. Del resto, osserva Nadler, «se la Repubblica delle Sette Province fosse stata davvero libera come Spinoza sembra voler far credere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di scrivere il Trattato». Trascorsero pochi mesi da quell'incontro con Leibniz, e Spinoza, uno dei più grandi filosofi della storia, morì. Aveva 44 anni. Le idee contenute nel Trattato, scrive Nadler, ispirarono rivoluzionari di fede repubblicana in Inghilterra, America e Francia. E, agli inizi dell'Età moderna, incoraggiarono la comparsa di movimenti contrari a una concezione settaria della religione che avrebbero cambiato la storia dell'umanità. Talché tutti dobbiamo in qualche modo considerarci eredi di quello scandaloso Trattato teologico-politico.

Il Cern festeggia i 20 anni del Web


... e rimette on line la prima home page

Per celebrare la prima pagina internet della storia l'istituzione scientifica che il 30 aprile del 1993 aprì la Rete al mondo, ha deciso di restaurarla e ripubblicarla. 

Era un vademecum per chi voleva affacciarsi sulla rete che nasceva

FRANCESCO CACCAVELLA

"La Repubblica", 30 aprile 2013

Tra le decisioni degne di finire nei libri di storia, quella che il CERN prese il 30 aprile del 1993, esattamente venti anni fa, è una di quelle che rischiava di essere ignorata. Quel giorno l'ente ginevrino decise di rilasciare gratuitamente e per tutti il World Wide Web, il sistema informativo progettato nei suoi laboratori da qualche anno sotto la spinta del fisico inglese Tim Berners-Lee. Da quel progetto, fatto di software, linguaggi, protocolli di comunicazione, nacque il Web come lo conosciamo oggi.
Per celebrare la giornata, ed evitare che l’ispirazione di quei giorni scompaia dalla memoria, il CERN ha lanciato il progetto "First Website" che ha lo scopo di preservare tutti gli elementi digitali che hanno concorso alla formazione del primo Web: il computer utilizzato per ospitare il sito, il software che si usava allora per navigare tra le pagine, l'indirizzo IP del primo server, il programma per creare pagine web e tutto ciò che serva a ricreare lo spirito di quei primi anni. 
Il primo passo compiuto dal progetto è stata la ripubblicazione, allo stesso indirizzo utilizzato venti anni fa, del primo sito progettato e pubblicato dal team di Berners-Lee (il gruppo W3). Digitando sul browser l'indirizzo http://info.cern.ch si può fare un salto nei primi anni ‘90 (la copia pubblicata è del 1992) e navigare la preistoria del Web. Si possono visualizzare le informazioni sul progetto sviluppato al Cern, le tappe della sua storia, informazioni tecniche su come utilizzare il browser.
Tra gli obiettivi di First Website vi è anche quello di rendere disponibili i software con cui si accedeva al Web di allora. Accanto a navigatori che visualizzavano solo documenti testuali, nel 1992 già erano disponibili diversi software in grado di navigare tra documenti che contenevano immagini e che, funzionalità che oggi si è persa, permettevano non solo di leggere documenti, ma anche di scriverli e pubblicarli.
Riportare alla luce lo spirito dei pionieri del Web non ha solo uno finalità archivistica. Rileggere e rivivere la storia di come è nato lo strumento con cui state leggendo questo articolo serve anche a preservarne i principi che ne hanno ispirato la nascita. L'idea iniziale del gruppo W3, ossia un sistema di gestione delle informazioni prodotte dagli esperimenti del CERN di Ginevra, si trasformò quasi subito in un'utopia: un grande catalogo globale in cui tutte le informazioni prodotte dal genere umano fossero messe in correlazione fra loro per creare a loro volta nuova conoscenza.
Scorrendo quelle prime pagine di nuovo online si può così capire perché Berners-Lee aveva previsto che il browser che si utilizzava per leggere le informazioni pubblicate dai siti doveva servire anche, a sua volta, a pubblicare contenuti. Il Web poteva diventare un'intelligenza collettiva non solo collegando le informazioni con i link, ma anche permettendo a tutti di pubblicarle.
E si capisce anche perché era previsto che le informazioni e i dati pubblicati dovevano, secondo questa visione, rimanere liberi e pubblici e non chiusi nei computer delle aziende e delle organizzazioni che li utilizzano, come accade nel caso dei principali social network, solo a scopi privati.
Una tendenza con cui lo stesso Berners-Lee sta combattendo da anni promuovendo il concetto di open e linked data: uno spazio ipertestuale in cui le informazioni e i contenuti non sono creati per rimanere chiusi nei “giardini recintati” dei singoli servizi, ma liberati (open) e resi comprensibili anche ai computer, ai servizi automatici, alle macchine di elaborazione digitale (linked). 
In questo nuovo Web, il “Web dei dati”, i collegamenti non avvengono tra pagine, ma tra diversi fonti di dati. In questo modo un piccolo pezzo di informazione può essere letto, mescolato, scomposto automaticamente e poi utilizzato per creare nuovi significati e nuove informazioni, facendo progredire le conoscenze nelle scienze, nella politica, nella società. Ed è proprio la strada verso questa prospettiva, molto più simile all’idea originaria, che il progetto First Website indica oggi a tutti.

Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei


Modi, luoghi, manie dei grandi romanzieri intenti all’opera 

Un critico americano investiga nella “materialità” della scrittura

Jacopo Iacoboni

"La Stampa",  30 aprile 2013

Hemingway stava sempre in piedi, ritto come il suo fucile. Haruki Murakami si sveglia alle 4 di mattina, scrive per sei ore, il pomeriggio fa dieci chilometri di corsa o 1500 metri in piscina, e va a letto alle 9 di sera. Twain si chiudeva in studio dall’alba alle cinque, e poi la sera, a cena, leggeva ad alta voce i suoi prodotti ai commensali. E meno male che era Twain: pensate identico, ossessivo rituale imposto da uno con altra penna.
C’è modo e modo di scrivere. C’è chi batte su una tastiera e chi scrive. Chi scrive male - che è comunque scrivere - e chi scrive bene. Chi crede di scrivere, un fenomeno anche questo interessante, per la psicologia. La scrittura, diceva Jacques Derrida, è l’unico caso in cui il pensiero incontra il mondo (Derrida diceva «l’esteriorità-corporeità»). Di cos’è fatta, appunto, e come, la materialità dello scrivere? Esce in questi giorni negli Stati Uniti un libro bellissimo, pura filosofia del voyeurismo, Daily Rituals: How Artists Work (Knopf), di Mason Currey, un critico che per anni ha lavorato alla ricostruzione della materialità delle scritture, i luoghi, i modi, le fisse, i tic, dentro i quali l’esteriorità del mondo – la quotidianità «innanzitutto e per lo più», avrebbe detto Heidegger – entra nel processo di creazione di uno scrittore. Currey, ma anche il geniale magazine Brainpicker, ha raccolto cose note e altre un po’ meno, finendo col disegnare un quadro imperdibile della psiche d’artista.
Ray Bradbury poteva scrivere ovunque, e si vede, a patto di avere con sé una macchina da scrivere. «Se mi viene qualche idea e non la archivio, è lei che archivia me. Da ragazzo scrivevo nella mia camera da letto, o in salotto con mia madre e mio padre che parlavano con la radio accesa ad alto volume». Questa potenza compulsiva di fronte alla macchina trovò la sua massima realizzazione «ai tempi in cui scrivevo Fahrenheit 451. Avevo trovato un posto alla Ucla dove, con dieci cents, affittavi una macchina da scrivere per mezz’ora». A botte di mezze ore è stato partorito Guy Montag, uno dei personaggi più lunari nella storia della letteratura.
Basta che un oggetto iconico, se non un luogo o una situazione, ci guidi. Protegga la nostra capacità di essere fino in fondo noi stessi, anche nonostante – e anzi, grazie – alla mediazione e gli intralci della materia. Kerouac descrisse nel ’68 vari dei suoi rituali, «una volta accendevo una candela e scrivevo di getto tutto, finché la candela non si spegneva». Poi passò a ispirarsi con la luna piena. A un certo punto cominciò a esser ossessionato dal numero nove, e prima di scrivere faceva nove saltelli, magari chiuso in bagno, quasi a trovare un suo equilibrio mentale, «una specie di yoga». «Io scrivo a mano, su grandi fogli bianchi o gialli che odorano di scrittori americani. Tutte le mattine non più tardi delle otto», ha raccontato Susan Sontag. L’ora è importante. Il mattino ha (spesso) l’oro in bocca; a volte nel senso di Jack Nicholson in Shining, comunque, sempre, costeggiando follia e alienazione, di cui la scrittura è simulacro.
Hemingway doveva alzarsi in piedi, sempre con i suoi mocassini oversize indosso, e davanti a sé, bella alta sulla scrivania, la macchina da scrivere. Si sa che scriveva dalle prime luci dell’alba fino a quando non gli si chiariva il passaggio successivo della narrazione, «fuori è freddo e tu invece sei caldo e scrivi, nessun rumore», tutto è silenzio. Finisci quando cominci a sapere quale sarà il prossimo passo, il giorno successivo. La vera fatica: arrivarci.
De Lillo ha confessato di scrivere quattro ore di mattina e due di pomeriggio, ogni giorno, ma tra i due momenti va a correre. Non mangia, non prende caffè, non fuma («smisi tanti anni fa», disse nel ’93). Per «rompere il linguaggio» ( to break the language) guarda ossessivamente una foto di Borges su sfondo nero regalatagli da Colm Toibin. «La sua faccia fiera, lo sguardo da cieco, le narici aperte, la bocca incredibilmente vivida... sembra dipinto». È l’ammonimento di uno che non perde tempo a guardar fuori dalla finestra. William Gibson ha invece scritto Neuromante andando a pilates tre volte la settimana, e solo dopo, alle dieci, cominciando a scrivere. Vonnegut ha scritto Mattatoio n. 5 tutti i giorni dalle 5,30 alle 8. Dopo, passeggiata fino alla piscina comunale, e nuotare, nuotare. Nel pomeriggio, oltre a varie attività d’insegnamento, immancabile scotch alle 17,30, sempre lo stesso, cinque dollari e cinquanta, allo State Liquor Store. Altro che tè.
In qualche caso la materialità della scrittura è già in sé e per sé teorica, per esempio è interessantissimo – anche se noto – che Vladimir Nabokov scrivesse su cartoncini da biblioteca rigorosamente ordinati in scatole, dove lavorava per sequenze, che quindi potevano essere tranquillamente invertite alla fine, a cose fatte; è un azzardo paragonarlo al cut up di Burroughs, eroinizzato, sui post-it della stanza d’albergo del Pasto nudo a Tangeri?
È con sollievo che apprendiamo che qualcuno, come Gertrude Stein o James Joyce, si alzava tardi. Non è segno di pigrizia mentale. Lo scrittore di Ulisse, anzi, restava anche a letto a perdere tempo e per principio non si tirava mai in piedi per scrivere prima delle undici. In effetti, l’abbiamo sempre ammirato.