lunedì 2 dicembre 2013

Una certa mappa del mondo

The Hereford 'Mappa Mundi'




Così l'uomo disegnò la Terra 


Alessandro Baricco

“La Repubblica”, 2 dicembre 2013


Alla fine, nel gran rimescolio di carte, rimangono alcuni gesti di intatta bellezza, e per me uno è chinarsi su una mappa e guardarla, leggerla, viaggiarla con la mente. Immagino ci sia qualcosa di infantile, in una simile predilezione. Ma anche la passione per qualsiasi tentativo di mettere in ordine il mondo avrà la sua parte. 
E certo la bellezza pura, puramente estetica, di molte mappe, basterebbe a motivare il tutto. Come che sia, guardare mappe, carte geografiche o mappamondi è un gesto incantevole, e quindi risulta tremendamente sciocco perdersi questo libro che si intitola La storia del mondo in dodici mappe (da poco pubblicato in Italia da Feltrinelli). L'ha scritto un accademico inglese (Jerry Brotton) con un'erudizione spettacolare e con quella prosa splendidamente piana che riesce ai divulgatori anglosassoni. In effetti, solo standosene lì a godersi da vicino carte geografiche e mappamondi, quel che ottiene è risalire il corso del mondo: dalla mappe in pietra dei Babilonesi (700 avanti Cristo), a Google Earth (sarebbe il geniale sistema con cui cercate sul computer dove cavolo è l'outlet che vende le borse Fendi a una miseria). 
Se pensate che ricostruire la storia del mondo a partire dalle carte geografiche sia arrogante e snob e in definitiva inutile almeno quanto cercare di spiegare la vostra vita attraverso le scarpe che avete comprato, state formulando un pensiero idiota, ma anche lo stesso pensiero che, prendendo il libro in mano, avevo pensato io. Poi Brotton mi ha spiegato bene. La cosa che è utile ricordare è che le carte geografiche sono impossibili. Sarò più chiaro: è matematicamente impossibile proiettare il globo su una superficie piana. Lo puoi fare, è ovvio, ma quello che ottieni non è la realtà: è una delle rappresentazioni possibili della realtà. 
Prendete la carta del mondo appesa a scuola, quella che ogni giorno vostro figlio di sette anni si stampa in mente: come mai l'Europa è al centro? Perché il Nord è sopra e il Sud è sotto? E soprattutto: gliel'avete detto al figlio che le proporzioni sono sballate, e l'Africa è molto più grande di così? Di fatto, la proiezione grafica del globo a cui siamo abituati è una delle tante possibili, e sicuramente non la più precisa. 
Capite che se le cose stanno in questo modo, la cartografia è una fantastica procedura in cui la precisione scientifica convive con la fantasia più giuliva. È un'arte che oscilla tra l'algoritmo e il quadro. In quell'oscillazione, per secoli, ha raccolto le ossessioni del mondo. Prima ancora di entrare nei dettagli, già solo l'orientamento delle mappe racconta molte cose. Adesso siamo abituati a queste carte con il Nord in alto, ma, per lungo tempo, i cartografi cristiani mettevano in alto l'Est: avevano ereditato il culto del sole dalle religioni pagane e ne avevano dedotto che il Paradiso terrestre era nella direzione dell'aurora: quindi Est in alto (la stessa parola orientamento è figlia di quel modo di vedere le cose: nel caso vi foste mai chiesti perché non diciamo settentrionamento...). Ma molte mappe fatte da cartografi musulmani sono girate con il Sud in alto: era, per molti di loro, la direzione della Mecca. Le antiche mappe cinesi sembrano modernissime perché hanno in effetti il Nord in alto, ma era un caso: in realtà il Nord era la direzione verso cui guardavano i sudditi quando rivolgevano lo sguardo all'Imperatore. Quanto all'Ovest, ho una cosa da comunicare: non c'è una sola mappa, nella storia delle mappe, che sia orientata con l'Ovest in alto: pensate il terrore che abbiamo del tramonto, di qualsiasi tramonto. 
Nella sconfinata messe di mappe che abbiamo ereditato da secoli di esattezza e fantasia, Brotton ha scelto dodici esempi totemici, e alla fine, spiegandone la genesi, si è ritrovato in effetti a raccontare se non proprio tutta la storia del mondo, certo una sua parte considerevole. Una volta è la Sicilia dei Normanni un'altra la Francia della Rivoluzione, un'altra ancora l'Europa degli anni Settanta. Tra le righe di mappe disegnate in modo sublime e stampate con tecniche sofisticatissime, passano immani scontri di potere tra gli imperi, si annidano affascinanti sfide filosofiche, scivolano micidiali persecuzioni religiose, diventa visibile la follia del colonialismo. Di volta in volta, questi piccoli uomini detti cartografi consegnano ai potenti l'immagine del mondo, e lo fanno mettendo insieme sublimi strafalcioni e intuizioni di inspiegabile esattezza. Lavoravano alle loro creature (fossero carte o mappamondi) con la cura dell'artigiano, la furbizia del mercante, il cinismo del pubblicitario e la solitudine degli artisti. Quasi in modo involontario, ottenevano spesso bellezza—una forma di struggente bellezza, fatta di cartigli, colori, caratteri tipografici, decorazioni, simboli, forme incantevoli. 
Quando potevano lavoravano su dati reali, provenienti da viaggi avventurosi o snervanti misurazioni del territorio. Molto spesso si trovavano a lavorare sul sentito dire. Non di rado disegnavano sogni. Così facendo registravano l'imperturbabile tendenza dell'umano a fare simultaneamente due gesti, il misurare e l'inventare, che in teoria dovrebbe essere antitetici: se hai una terra che è tua, o la misuri o te la inventi come ti va. Loro spesso misuravano ciò che si inventavano. Che incantevole capacità di fondere esattezza e immaginazione. Dobbiamo a Brotton la possibilità di impararne le tecniche segrete, le ragioni ultime e le infinite particolarità curiose: il fatto che ce la porga senza essere pedante o vacuamente romanzesco, rende il suo libro un esempio significativo di come il sapere possa essere semplice tranquillità, pacata sicurezza e composta passione. 

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BBC News meet the author


Il sogno di far nascere qualcosa. Vincent, seminatore di colori


Tomaso Montanari 

“Il Fatto“, 2 dicembre 2013

Nel giugno del 1888 Vincent Van Gogh era ad Arles, una meravigliosa città romana mangiata dal sole della Provenza.
Intorno al 18 di quel mese egli scrisse una lettera ad un amico – pittore come lui – che si chiamava Émile Bernard. Gli raccontò che, stando in mezzo alla campagna, non riusciva a non pensare ai quadri di un altro grande pittore, che si chiamava Jean-François Millet, e che aveva rappresentato come nessun'altro la vita semplice e sacra di chi vive in comunione con la natura.
Vincent provava a rifare a suo modo i quadri di Millet: ma i semi della sua pittura germogliavano in qualcosa di molto meno tranquillo.
Così Vincent descrisse il quadro che vedete: «Ecco uno schizzo di un seminatore: vasto terreno di zolle di terra arata, in gran parte di un viola deciso. Campo di grano maturo, d'un tono ocra giallo con un po' di carminio. Il cielo, giallo cromo chiaro quasi come il sole che è giallo cromo 1 con un po' di bianco, mentre il resto del cielo è giallo cromo 1 e 2 mescolati. Quindi molto giallo. la blusa del seminatore è blu, i pantaloni bianchi. Nel terreno ci sono molti richiami di giallo, dei toni neutri che risultano dalla mescolanza del viola col giallo; ma mi sono infischiato un po' della verità del colore».
Se guardate il quadro, vedrete che Vincent continuò a cambiare i colori, dopo aver scritto questa lettera: se ne infischiava della verità, ma era ossessionato dal colore. Il colore: che si è depositato sulla tela fino a sembrare uno strato di pongo, appena spatolato. Un colore che vien voglia di toccare: di mangiare, perfino.
In questi giorni di freddo che ci conducono a grandi passi verso l'inverno, un quadro come questo appare un condensato di sole e di caldo, una promessa di rinascita, una scorta di colore per attraversare i mesi più grigi.
Dipingendo i suoi quadri, Van Gogh era divorato dalla stessa ansia del suo seminatore. Che è l'ansia di tutti coloro che seminano: l'ansia di un futuro, di un risultato, di un raccolto. E poco importa se i semi faranno nascere piante o idee, frutti da mangiare o rivoluzioni che diano un senso alla pancia piena. Ma guardando i suoi quadri, e ricordando la sua vita dolorosa e difficile, noi percepiamo che c'è qualcosa di più importante del seme, qualcosa di più utile del raccolto stesso, qualcosa di più prezioso del risultato finale. Ed è l'amore con cui si semina: quell'amore, impastato di ansia, che rende inconfondibile ogni quadro di Van Gogh.
Vincent Van Gogh, Il seminatore, Otterlo, Museo Kröller-Müller.

domenica 1 dicembre 2013

La matematica non è un gioco (ma quasi)


7.800 voci per imparare ad amarla
La prima Garzantina su aritmetica, geometria, logica e oltre
Undici anni di lavoro per riconciliarci con una «lingua» che parla una infinità di dialetti

Armando Torno

“Corriere della Sera - La Lettura“, 1 dicembre 2013

La matematica ama la carta. Non si scandalizzino i benpensanti del digitale per questa affermazione, ma l’universo di segni, numeri, concetti, spazi, realtà e idee che in genere chiamiamo matematica bisticcia facilmente con i sistemi di scrittura dei computer, soprattutto quando tendono a modificare. Per esprimere un concetto elementare su due insiemi come questo: A è contenuto in B, si usa una C schiacciata e non tutti i programmi sono preparati a rispettarlo. Oppure provate a scrivere «ogni» come fanno algebristi o logici: è una A rovesciata e se non disponete del software adatto chissà cosa risulterà sullo schermo. E il simbolo degli integrali? Bisogna averlo. È una S settecentesca allungata (indicava e indica una somma) ed è più facile ottenerla da un tipografo che da un esperto di informatica. 
Per questo salutiamo con gioia un’enciclopedia cartacea coordinata da Mauro Palma e Walter Maraschini — diciotto collaboratori, piano di lavoro che risale a undici anni fa, di cui gli ultimi cinque intensissimi — ovvero la Garzantina dedicata alla matematica (uscirà giovedì prossimo, 5 dicembre). A una disciplina libera come il vento dinanzi alle scritture, sfuggente o, come usa dire, difficile da lemmatizzare. La matematica parla infiniti dialetti: l’esperto di geometria definisce la medesima cosa in termini diversi da un analista e un logico arriccia sovente il naso quando dialoga con un meccanico razionale; un topologo può accapigliarsi con un esperto di teoria dei giochi, perché non guardano con i medesimi occhi la stessa cosa. C’è inoltre una grande area, che è la matematica del discreto (la figlia e la genitrice al tempo stesso, come in una tragedia greca, dei computer) che in qualche modo rilegge trasversalmente i concetti riformulandoli. L’organizzazione di codesto universo è impresa tra le più ardue. 
La G arzantina di matematica colma una lacuna: un’enciclopedia italiana con tali caratteristiche non c’era; certo, qualcosa fu tradotto, ma non di tale portata. Di più: ci confidava Mauro Palma che desidera essere un tentativo «per riconciliare il nostro amore infantile con questa disciplina e i concetti che la caratterizzano». Parole che si spiegano ricordando semplicemente che alle elementari è una materia in genere amata e con essa si gioca, alle scuole medie — tranne le eccezioni e qualche «secchione» — si comincia a guardarla con diffidenza, al liceo gli esercizi sono peggio degli amori mal riusciti e avvertiamo che essa non interagisce più con la vita. «Riconciliare», tra l’altro, è un verbo che piaceva molto all’algebrista e didatta Lucio Lombardo Radice, del quale Palma e Maraschini furono allievi. 
Inoltre, i coordinatori hanno cercato di non rendere gioco quello che di solito è disciplina: la matematica non è stata ideata per divertirsi o per stupire, ma per pensare come in filosofia; e anche la teoria dei giochi non c’entra con quelli di società, con i casinò o con le sale piene di slot machine care ai governi italiani. Questa Garzantina cerca di presentare tale materia come prodotto culturale. Vi trovate, tra le numerosissime, notizie riguardanti Girolamo Cardano matematico: anche se «rubò» la soluzione delle equazioni cubiche scrisse il De ludo aleae (1560), il libro sul gioco dei dadi, tra i primi testi che analizzarono in modo sistematico la teoria della probabilità. Oppure ecco informazioni su Hans Moravec (nato nel 1948), uno dei padri della robotica: ha preconizzato, nel 2050, il superamento da parte delle macchine delle abilità cognitive umane.
Ovviamente non troverete in questa Garzantina la totalità della matematica, ché le 7.800 voci (pur con quattro appendici dedicate a storia, giochi, tavole e premi) sono necessariamente una selezione. Possiamo notare che c’è attenzione per la logica e che nell’essenzialità ci sono ricchissime indicazioni. Un esempio: delle opere sulle coniche di Apollonio di Perge, morto intorno al 180 a.C., si ricorda che ci restano quattro libri in greco e tre solo in traduzioni arabe. Non c’è una bibliografia, ma chi lo desiderasse può ritrovare la recente pubblicazione di questi scritti nell’edizione critica uscita in Germania da Walter de Gruyter, a cura di Roshdi Rashed (professore onorario a Tokyo ed emerito all’Università di Mansoura, attivo a Parigi). Oppure il non specialista può capire cosa sia una funzione meromorfa, come sia possibile rappresentarla quale quoziente di due funzioni trascendenti intere. In questa pagina si danno tre estratti: voci dedicate al mondo antico (Pitagora), a quello contemporaneo (Gödel) e a un argomento trasversale (infinito). 
Oggi non si può ignorare il ruolo della matematica, soprattutto perché numeri e grafici sono presenti nella nostra vita più che in ogni epoca precedente. L’informatizzazione fa continuamente inciampare in essa. E non si preoccupino coloro che si chiedono a cosa serve: si può rispondere «a nulla». Perché la matematica non è una serva. 

James Joyce. L’inedito Finn’s Hotel


Tutta la gioia di giocare con le parole

Nadia Fusini

“La Repubblica”, 1 dicembre 2013

Joyce non scherzava quando con fare sprezzante intimò: «Cosa chiedo ai miei lettori? Che passino la vita a leggermi». Noi suoi devoti lettori l’abbiamo fatto, e ora rejoyce, rejoyce,alleluja, alleluja, ci arriva più Joyce, ancora Joyce... In più, il nostro preferito ci viene servito in un libro illustrato da Casey Sorrow, artista americano, con introduzione di Danis Rose, distinto studioso del vate dublinese, postfazione di Seamus Deane, poeta, scrittore e accademico d’Irlanda, e nella traduzione di un joyciano doc come Ottavio Fatica — un libro di cui non potremmo arrivare all’acquisto, fossimo in Inghilterra, dove il costo è stellare: 2.500 euro per l’edizione di lusso, 350 per quella numerata... Qui invece, con 13 euro il libro è nostro, grazie alla casa editrice Gallucci.
Con assoluta fiducia ci abbandoniamo alla garanzia di fedeltà e fantasia che ci dà il nome di Ottavio Fatica, il suo modo di giocare con l’italiano, proprio come Joyce fa con l’inglese. Non c’è altro verso di leggere e tradurre Joyce, se non assecondando il genio della lingua. Perché se Joyce ha del genio, esso è di natura linguistica. Per ricchezza e originalità è incomparabile la destrezza con cui tratta le parole e traffica con la loro intrinseca doppiezza e ambiguità. Lacan, che lo comprende come pochi, fa coincidere il suo genio e il suo disturbo nello stesso termine, cioè sintomo che scrive Sinthome, e calca la voce perché vi si senta un’eco di Saint Thomas (d’Aquin) — il santo di Joyce; il quale apprezza come pochi altri l’opera tomista sul versante filosofico. E inventa, o crea un personaggio santhòmo, e cioè Leopold Bloom, che della santità svela l’aspetto ordinario, e ci fa scoprire come siano vicini, in fondo, la terra e il paradiso, e come si sfiorino il sublime e l’osceno. Della filosofia tomista Joyce fa suo l’assioma degli universali, secondo cui Unum, verum et bonum convertuntur cum ente, che significa per lui che la bellezza è qui, nello splendore di una lettera (letter) che è anche litter (scarto, rifiuto). E si fa l’idea che la civiltà trionfi nella creazione della fogna.
Le cose potrebbero essere andate così. Nel 1923, Joyce, appena finito il suo enciclopedico
Ulisse,non è ancora pronto per Finnegans, si mette a scrivere a mo’ di divertissement alcuni racconti, che isolano momenti epifanici della storia e della mitologia irlandese. Sono prose-bonsai che ordina intorno al titolo Finn’s Hotel, che è poi lì dove lavora la sua Nora, quando l’incontra. Questi epiclets,o epicleti, ovvero rivelazioni nello stile tranche de vie, o se volete, episodi in stile epico, piccole epiche, epichette, li scrive in brutta, li trascrive in bella, li batte a macchina e poi li mette via tutti, tranne uno, in cui appare l’inizio di qualcosa che in effetti sarà la «veglia funebre», o il «risveglio» di Finnegan. In altre parole, in Finn’s Hotel Joyce cova l’uovo da cui schiuderà l’opera futura. Così fosse, è chiara l’importanza di queste storie tutte.
Non tutti gli accademici concordano, però. Alcuni studiosi si domandano se questi racconti siano o meno intesi come una raccolta e si angustiano di fronte alla questione capitale se il Finnegans sia un’espansione di queste specie di Ur-stories, o un parto del tutto autonomo. Rimane il fatto che nel 1938, mentre sta lottando per il finale del Finnegans, ritorna a questi pezzi e a mo’ di conte Ugolino si nutre dei suoi pargoli. E già questo per noi lettori superficiali è emozionante: assistere al pasto e all’impasto dello scrittore-cannibale, al suo modo di lavorare. Questi dieci «pezzi facili» — più facili del Finnegans e dell’Ulisse— come che sia rimangono una lettura godibilissima, che testimonia come la vera festa dell’incontro con Joyce non sia in quello che ci racconta, ma sempre e comunque nel banchetto linguistico che imbandisce. È nel modo in cui manipola la lingua la jouissance specialissima di cui si gioisce con Joyce.
La grande intuizione joyciana è questa: l’uomo, non più eroico, è un buffone. Come si evince chiaramente dalla pìstola, ovvero epistola — leggetela qui accanto — che Anna Livia Plurabelle, vedova Earwicker, scrive a una qualche Magistà per scagionare il marito, il quale sembra che nel parco abbia compiuto atti osceni. Sono tutte bugie, infamie, protesta ALP: suo marito è un uomo d’oro, il nome suo è onorato, mente chi lo accusa, quel codardo di McGrath... Eva difende il suo Adamo: lo sposo suo devoto è semplicemente umano, troppo umano, e chi non ha colpe, ovvero desideri sessuali osceni, scagli la prima pietra.


L’innocenza dei bambini di Soutine abbandonata dagli adulti e dalla Storia

Melania Mazzucco

“La Repubblica”, 1 dicembre 2013

Lungo la strada ripida che, come un fiume, taglia verticalmente i campi e spacca l’immagine, due bambini avanzano. Il maschietto, con la camicia scura e i calzoncini corti, indossa la divisa della scuola. La bambina bionda con la veste azzurra, più piccola, il volto ridotto a una maschera indecifrabile dal brutale impasto del colore, regge un cestino – col pranzo, forse. Lui la tiene per mano – premuroso, come un fratello maggiore. Alle loro spalle una foresta, filari di pioppi, macchie che devono essere le case del villaggio, la chiesa. E la striscia azzurra del cielo, curvo sulla linea dell’orizzonte. Sulla sinistra, il campo rosso ruggine, nudo e inospitale, sembra arato da poco. È autunno. Nuvole bianche si addensano. E neanche un adulto che possa prendersi cura di loro.
Nel 1942, in un paesino dell’Indre e Loira, a 48 anni Chaïm Soutine torna a dipingere bambini. Con tenerezza inedita e la sensibilità di sempre. È un pittore famoso: negli anni Trenta è stato il più apprezzato esponente della Scuola di Parigi. I collezionisti si contendevano i suoi quadri. Ma gli abitanti di Champigny sur Veude, e i bambini che posano per lui, non devono saperlo. Soutine, straniero ed ebreo, si è procurato documenti falsi e vive nascosto sotto un altro nome. È tornato al punto di partenza, come quando nel 1913 sbarcò a Parigi senza un soldo in tasca, senza conoscere il francese e con l’indirizzo dell’amico pittore Krémègne a Montparnasse come unica bussola: è di nuovo senza nome, senza casa, senza patria.
Con coerenza, variando senza ripetersi, Soutine ha dipinto soltanto paesaggi, nature morte e ritratti. Fra questi, i più toccanti sono di adolescenti e bambini. Incontrati nei retrobottega, nelle cucine o negli ascensori dei grandi alberghi in cui alloggiava dal 1925, quando il successo gli portò denaro e benessere. Pasticcieri, cuochi, fattorini, stallieri, camerieri: tutti con l’uniforme o la livrea, come fossero in maschera. Ma ritraendoli, Soutine restituisce loro l’identità, l’unicità, la personalità. Il
Valletto di Chez Maxim’s con la sgargiante divisa rossa, i Chierichetti impacciati prima della messa. Ha dipinto anche bambine – che artigliano la bambola, frapponendola fra sé e gli adulti, come per difendersi. O si agitano sulla sedia, nell’abituccio della festa, col colletto rosso. Ragazzini tristi, macilenti, ossuti, e però colmi di una grazia scontrosa. Che era la sua.
Anche Soutine non ebbe mai un’infanzia: lasciò adolescente il suo
shtetlper studiare a Minsk, e poi a Vilna, e infine immigrò in Francia col sogno di diventare pittore e dimenticare i pogrom zaristi, la miseria di una famiglia troppo numerosa e la proibizione di rappresentare la figura umana che la Bibbia impone agli ebrei. Né ebbe figli attraverso i quali avrebbe potuto ritrovarla. Ma forse proprio per questo rimase sempre un ragazzo. Candido e feroce, dai primi anni parigini – quando abitava alla Cité Falguière, fetido falansterio d’affitto alla periferia di Parigi dove si accalcavano gli artisti stranieri e dove, come diceva Chagall, «o si diventa famosi o si muore» – sino alla fine, esibì l’intransigente spavalderia degli adolescenti: non patteggiava con la realtà. Studiava i capolavori dei maestri al Louvre (Rembrandt, Chardin, Courbet) e si abbandonava all’urgenza di dipingere, senza disegno, senza forma, con immediatezza, quasi con violenza, come trascrivesse coi colori la propria interiorità. Di tutto il resto – regole della società, mode artistiche, strategie – non si curò mai. Agli eterni fanciulli non è dato crescere né invecchiare.
Nel quadro i due bambini sono immersi nella natura – quasi perduti in essa. Per Soutine, si trattava di un ritorno al paesaggio. Negli anni durissimi (1919-22) che aveva vissuto, solo, a Céret, sui Pirenei, dove lo aveva spedito il suo mercante d’arte, aveva creato una serie di quadri allucinati, con case strapazzate dal vento. Lo ossessionavano i villaggi – e le strade. Che salgono, o scendono, bruscamente, senza condurre in nessun luogo. In quei paesaggi caotici non comparivano mai esseri umani. Perché questi potessero abitare il mondo, Soutine era dovuto passare dagli animali. Morti. Aveva ritratto aringhe stoppose, mante antropomorfe, polli spennati e strozzati, appesi per il becco o per le zampe a un uncino sul muro o deposti ritualmente nei piatti; buoi squartati e crocifissi, conigli scuoiati, tacchini, anatre, galline, fagiani. Da povero, li affittava e li restituiva senza neanche mangiarli. Da ricco, li sceglieva nei mattatoi o nelle fattorie. Ma solo quando lasciò Parigi ripudiò la disperata bellezza della morte e cominciò a ritrarli vivi. I quadri dei suoi ultimi anni sono pieni di vita.
In essi non vi è traccia della paura e della guerra. Né del dolore – l’ulcera che lo tormentava dalla giovinezza e ora, degenerata in cancro, lo stava uccidendo. L’agitazione febbrile che aveva terremotato i suoi quadri era placata: braccato e nascosto, dipingeva paesaggi e bambini – soli davanti a una staccionata, o fra le braccia della madre, sulla strada mentre tornano da scuola. A questo soggetto dedicò vari quadri. Due bambini sulla strada è l’ultimo. Soutine lo dipinse nel 1942: non gli restava neanche un anno da vivere. L’Europa era occupata quasi interamente dalle armate naziste o loro alleate, vittoriose anche in Africa e in Russia. Non si intravedeva via d’uscita. Per molti artisti, la guerra è privazione di voce. Mutilazione, senso di inutilità, sgomento, silenzio. Altri riescono ad astrarsi dal mondo, trovano nei colori la salvezza. Soutine si rifugia nei bambini. Il piccolo formato del quadro esige concentrazione e chiarezza. La tavolozza non ha lo splendore cromatico di un tempo, e l’ammirato cinabro incandescente, il rosso sangue di Soutine, è spento, quasi bruciato. Il verde polveroso, il giallo acido. Ma è sempre il colore a definire la forma, grumi di materia spessa, una crosta quasi carnosa. Alla fine, resta solo la terra spoglia, un paesaggio di alberi e vento, la solitudine della campagna: i due bambini e il mondo esterno che li minaccia. Tenendosi per mano, scendono giù per la strada che esce dal villaggio. Non si voltano indietro. Con malinconia e fiducia si lasciano alle spalle l’orizzonte – il futuro, forse. E vengono verso di noi. La loro innocenza ci accusa.
Due bambini sulla strada (1942), 46 x 65 cm Musée d’art et histoire, Ginevra

Le «!Balle!» della scienza


Così Fermi rimproverò Pontecorvo

I quaderni dei ragazzi di via Panisperna

Mariia Antonietta Calabrò

“Corriere della Sera - La Lettura“, 1 dicembre 2013

Grafie minute, annotazioni, cancellature, e numeri, ancora numeri: in colonna, liberi e raggruppati, separati da linee. La reazione a catena oggi è un topos del linguaggio comune. Non si dice, forse, che anche in politica, economia o addirittura nei rapporti sociali, si è innescata una reazione a catena? Il linguaggio è traslato dalla fisica dove definisce il processo in base al quale sono stati possibili sia l’energia nucleare che la bomba atomica. Una scoperta che ha cambiato la storia del mondo. 
I « ragazzi» di via Panisperna (Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Ettore Majorana, ai quali nel 1934 si aggiunsero Bruno Pontecorvo e il chimico Oscar D’Agostino) guidati da Enrico Fermi fecero una scoperta fondamentale per ottenere una reazione a catena, cioè il metodo per rallentare i neutroni, attraverso la paraffina. Come si è giunti alla scoperta è testimoniato dalle annotazioni in un piccolo quaderno compilato a mano, noto finora solo a una ristretta cerchia di specialisti di storia della scienza. Eccolo qui, per studenti universitari e non, e per la più ampia comunità scientifica, in Italia e all’estero, che naturalmente «sa» tutto di questo, ma che probabilmente non ha mai «visto» la dimostrazione e le misure originali. Si tratta del cosiddetto «Quaderno di Amaldi», nel senso che era di proprietà di Edoardo Amaldi, tanto che nella prima pagina era annotato anche il suo indirizzo di casa, ma che di fatto era il quaderno di lavoro di tutti i «ragazzi». Fino a raggiungere la prova: il rallentamento di neutroni tramite la paraffina. Con tanto di data annotata in cima alla pagina: «20 ottobre 34»; e due colonne per far vedere l’effetto subito dai neutroni con la paraffina e senza. 
«Per me, vederlo è stato come salire sul Sinai, la sensazione è stata di sacralità e di curiosità insieme, perché hai davanti qualcosa che costituisce i fondamenti di ciò che oggi conosciamo, quasi le Tavole della legge, e insieme sei spinto a capire le difficoltà che hanno incontrato. E che ogni passo è stato fatto di sforzi enormi. È come avere davanti l’immagine di una scalata, sei impressionato da come sono arrivati in vetta». Descrive così le sue emozioni davanti a queste carte, Franco Cervelli, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare e docente di Macchine acceleratrici all’Università di Pisa, che lavora con il Nobel Samuel C. C. Ting e ha costruito la macchina per la ricerca della materia oscura installata sulla stazione spaziale internazionale. 
Dopo la scoperta del 20 ottobre 1934, Fermi volle vedere, in modo sistematico, l’effetto dei neutroni lenti su tutti gli elementi della tavola di Mendeleev. Queste misurazioni condotte dai «ragazzi» sono raccolte in un secondo quadernetto, verde, che lui stesso volle chiamare Thesaurus Elementorum Radioactivorum , per indicare dal suo stesso nome che conteneva informazioni preziosissime. 
Quello che è più straordinario è che nel procedere alle misurazioni talvolta venivano compiuti degli errori, com’è testimoniato dagli appunti. Anzi, è proprio la segnalazione di un errore, la più clamorosa annotazione a mano del Thesaurus . E non c’è scritto semplicemente «errore», o «sbagliato», ma in modo politicamente molto scorretto, un ben più sonoro e a tutto tondo: «!Balle!» con tanto di due punti esclamativi, prima e dopo la parola. 
L’eccezionalità della nota rimanda a quella della situazione in cui fu fatta. Ed è costituita da queste circostanze: i calcoli, sbagliati, per le misure sul nichel erano di Pontecorvo. E la solenne bocciatura di quelle misurazioni, di pugno, di Enrico Fermi. 
«!Balle!» scritto per ben due volte. 
Pagine ingiallite e fogli millimetrati che fanno parte del Registro B1 del Fondo Enrico Fermi conservato presso la Domus Galileana di Pisa che ne ha autorizzato la pubblicazione su «la Lettura». Le carte stanno in cassaforte su due ripiani dedicati. Una parte dei quaderni è riposta dentro alcune buste; la corrispondenza, i dattiloscritti e la miscellanea sono inseriti in cartelle a loro volta conservate in una scatola; alcuni report e parte dei quaderni sono sciolti. Tutto il materiale è stato ordinato e inventariato nel 2000 dalla professoressa Nadia Robotti, ordinario di Storia della fisica all’Università di Genova. Copia di questo inventario è conservata in cassaforte unitamente al fondo. Tutte le carte sono disponibili su microfilm. La corrispondenza e parte dei quaderni, inoltre, sono stati scansionati e sono disponibili su formato elettronico. 
Il Fondo Fermi è arrivato alla Domus per donazione (avvenuta a partire dal 1957, come attesta la corrispondenza conservata) per il tramite di Edoardo Amaldi, insieme agli strumenti di fisica utilizzati da Fermi nei laboratori di Roma. Gli strumenti furono riconsegnati a Edoardo Amaldi nel 1983, tranne le sorgenti radioattive che sono tuttora presso la Domus Galileana. Per incuria e in modo del tutto casuale, le «sorgenti» utilizzate dallo scienziato a Roma, in via Panisperna, negli anni 1934-37 infatti non vennero rispedite nella Capitale perché gli addetti al trasporto, ritenendole pericolose per la salute, le abbandonarono in un armadio, da cui sono state «recuperate» nel 2000. 
Sulle carte si tramanda anche una leggenda che allude a un presunto giallo storico legato agli anni della guerra, all’avanzare del fronte alleato, allo status di Roma Città aperta. Al fatto che qualcuno avrebbe voluto mettere in salvo le carte perché non cadessero in mani naziste. O forse, all’opposto, in mani alleate. Una leggenda che, in quest’ultimo caso, avrebbe avuto a che fare con la scelta di campo attuata da Pontecorvo in seguito, un anno dopo la data in cui venne scattata la foto che in questa pagina lo ritrae con Enrico Fermi all’Olivetti, e cioè quando, nel 1950, volontariamente si trasferì in Unione Sovietica, in piena guerra fredda. Una traccia della leggenda di un arrivo materiale delle carte durante la guerra si riscontra addirittura nel sito ufficiale della Domus, lì dove è scritto: «Non sempre è possibile ricostruire la storia archivistica di questi fondi e documentare con precisione l’acquisizione dei materiali, perché avvenuta in periodo bellico (1942-44) e quindi con oggettive difficoltà materiali e in maniera non continuativa e omogenea». 
Sta di fatto che quelle carte adesso sono a Pisa, nella cui università ha studiato Fermi, dopo aver dato i natali a Galileo Galilei, nel 1564, e a Pontecorvo (sul litorale, a Marina di Pisa) nel 1913. 
Per celebrare i 450 anni della nascita dell’iniziatore della scienza moderna, Galileo appunto, a Palazzo Blu, a partire da marzo e fino a giugno del prossimo anno, sarà aperta al pubblico una grande mostra (curata dal professor Cervelli e da Vincenzo Napolano) dal titolo suggestivo, che riprende l’annotazione sarcastica di Fermi (!Balle!): «Balle di scienza». Sottotitolo: «Storie di errori prima e dopo Galileo», di «meriti e cantonate». «Visto che anche i più brillanti cervelli — persino Einstein, si leggerà sui pannelli — possono sbagliare». Parola d’ordine: «Si impara dai propri errori». In mostra ci sarà anche parte del materiale che pubblichiamo in queste pagine, che gli studiosi hanno riaperto e riletto proprio per questa occasione. 
Così la scienza torna ad essere non un’apodittica verità, ma il frutto d’eccellenza di un’attività umana. «La storia della scienza, se fosse considerata qualcosa di più che un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza da cui siamo dominati», cioè di una scienza meccanicista e riduzionista, scriveva, ormai cinquant’anni fa, Thomas S. Kuhn, epistemologo e filosofo che ha insegnato a Princeton e al Mit di Boston nel suo fondamentale La struttura delle rivoluzioni scientifiche . Quanto Kuhn aveva auspicato non è ancora universalmente accettato, forse neppure nella comunità scientifica, sicuramente non nella vasta opinione pubblica. Quello di Kuhn era un testo non baconiano che tuttavia teneva fede al detto di Francesco Bacone: «La verità emerge piuttosto dall’errore che dalla confusione». Parafrasando Fermi, la verità emerge proprio dalle !Balle!. 


Raggirati da un tavolo di legno

I professori della Facoltà di scienze li chiamavano «i ragazzi di Corbino» perché era stato Orso Mario Corbino a chiamare nel 1926 il ventiseienne Enrico Fermi, per coprire la nuova cattedra romana di Fisica teorica, insieme al coetaneo Franco Rasetti, nominato assistente. Corbino aveva poi invitato i migliori studenti d’ingegneria a passare a fisica anticipando nuovi importanti sviluppi. Emilio Segrè e Edoardo Amaldi avevano aderito e si erano da poco laureati quando Bruno Pontecorvo giunse da Pisa. Penso che nessuno sappia quando e come sia nato l’appellativo «i ragazzi di via Panisperna». All’inizio del 1934 Fermi scoperse che i neutroni producono molti nuovi isotopi radioattivi perché penetrano facilmente nei nuclei atomici non essendo respinti, perché privi di carica elettrica, dalla carica positiva dei nuclei stessi. Per l’estate il gruppo romano aveva scoperto più di venti nuovi isotopi radioattivi e aveva pubblicato molti lavori. Come mio padre mi ha raccontato più volte, dopo una serie di lezioni in Sud America Fermi era in nave diretto a Londra per partecipare a un importante congresso quando con Emilio osservarono, irradiando un cilindretto di alluminio, un nuovo radioisotopo. Avendo avuto comunicazione telegrafica della scoperta, Enrico ne parlò in una delle sessioni del congresso. Qualche giorno dopo Edoardo cercò di ripetere le misure, mentre Emilio era a letto con un grosso raffreddore, ma non osservò più la stessa radioattività. Dovettero quindi subire le aspre prese in giro di Franco quando decisero di inviare un altro telegramma a Fermi, che ne fu molto seccato. Qualche giorno dopo Edoardo e Bruno, che all’epoca avevano 26 e 21 anni, si misero a fare misure sistematiche, ma non riuscivano a ottenere risultati riproducibili: uno stesso materiale irradiato dalla stessa sorgente un giorno si attivava molto, il giorno dopo pochissimo; le critiche e le prese in giro degli altri «ragazzi» li fecero soffrire per qualche settimana. Il mistero fu svelato il 20 ottobre: i neutroni — che, emessi dalla sorgente, urtano nuclei d’idrogeno — sono rallentati e producono più efficacemente isotopi radioattivi. Le differenze di attivazione osservate in settembre erano dovute al fatto che una volta l’esperimento era fatto su un tavolo di legno, che contiene idrogeno, e un’altra su un tavolo di marmo, che non ne contiene… 



Come abbozzi prima di Guernica

Paolo Giordano

Il ritrovamento di un notebook di Enrico Fermi è paragonabile alla scoperta in una soffitta di un quaderno di Rimbaud o di una cartellina contenente gli schizzi preparatori al Guernica di Picasso. Le pagine del fisico, ognuna dedicata allo studio di un elemento della tavola periodica, confermano da una parte la pazienza, il rigore e la meticolosità che precedono una scoperta scientifica, ma al contempo aprono uno spiraglio sul coinvolgimento passionale e selvaggio del ricercatore che si avventura in una zona di penombra, perciò non ha tempo di rispettare i margini né di cancellare gli errori, se non con un tratto spazientito di penna. Egli è così rapito (emotivamente rapito) che, di fronte all’evidenza di un campione di nichel impuro, scrive a caratteri enormi la parola «!Balle!», con tanto di punti esclamativi enfatici all’inizio e alla fine, in un’imitazione bizzarra dell’ortografia spagnola. Il Thesaurus Elementorum Radioactivorum, a dispetto del titolo pomposo, appartiene a un tempo in cui era ancora permesso a un gruppo di ragazzi volenterosi incontrare la nuova fisica in una stanza. Oggi, per dare la caccia a una sola particella, sono necessari lo sforzo congiunto di migliaia di menti, frazioni del prodotto interno lordo di svariati Paesi e macchine mostruose; i dati viaggiano su fibre ottiche e vengono immagazzinati in torri di memoria al silicio. I notebook compilati a mano sono manufatti di antiquariato, feticci per romantici e vengono al più utilizzati in certi corsi all’università. È forse anche quest’aria rétro a conferire fascino alle pagine ingiallite sotto la grafia di Fermi. Ma non solo. È soprattutto la consapevolezza odierna del potenziale luminoso e insieme pericolosissimo dischiuso dai dati del Thesaurus: il rallentamento dei neutroni esplorato da Fermi & Co. rese possibile la manipolazione della radioattività nucleare, che da fenomeno osservabile divenne grazie a loro un campo di applicazione infinitamente esteso e, come sappiamo, oltremodo insidioso. Tutt’altro che «balle», insomma. 

I nostri figli sdraiati, i padri capovolti


Michele Serra, nell’ultimo libro fa il relativista sui valori etici e l’imperialista estetico
Così aliena il ruolo di genitore e si disinteressa dei gusti culturali dei giovanissimi

Antonio Polito

“Corriere della Sera - La Lettura“, 1 dicembre 2013

E se l’«universo sconosciuto» di cui ha scritto Barbara Stefanelli sul «Corriere della Sera» fossimo noi? Noi padri, intendo, e non i nostri figli adolescenti che tanto incomprensibili ci appaiono? E se, come in un racconto di fantascienza, gli umani si rivelassero i veri alieni? Devo confessare che il dubbio mi è venuto leggendo Gli sdraiati, l’ultimo libro di Michele Serra (edito da Feltrinelli). Molto bello, e molto popolare a giudicare dalle classifiche dei più venduti. E proprio per questo meritevole di una buona polemica, perché lì dentro c’è un bel po’ di senso comune della nostra generazione, di noi figli ribelli del baby boom, diventati genitori obbedienti di figli perlopiù unici, e solitamente viziati. 
Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre a un figlio incomunicante, ho parteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesemente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa, emulando i coetanei che su Twitter si sono battezzati indivanados per distinguere la loro pigra rivolta da quella più attiva degli indignados (e che temo che Serra si sia perso perché, come da lui dichiarato, ha rifiutato la frequentazione di Twitter, giudicato troppo banale con i suoi 140 caratteri). 
Ma Serra e io siamo coetanei (anche se lui ricorda il suo Sessantotto di quattordicenne mentre io, allora dodicenne, no) siamo cresciuti vicini, abbiamo lavorato nello stesso giornale («l’Unità») e sospetto che abbiamo votato a lungo lo stesso partito. E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello. Da parte mia sono invece giunto alla conclusione che sia meglio fare l’opposto, e che il fallimento genitoriale della nostra generazione (e se è per questo anche della sinistra dal cui alveo veniamo) nasca proprio dall’aver tentato di sostituire l’etica mancante con un’estetica intollerante. Penso che noi padri dovremmo ricominciare a essere «etici», lasciando in compenso in pace i nostri figli sull’estetica. 
Mi stupisce per esempio che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless , dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide; che il rifiuto del mezzo (online) conviva con una sostanziale indifferenza al messaggio. Questo ragazzo «sdraiato» studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta, satanica o angelica? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo dal libro, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa. Ciò che sommamente lo smuove è piuttosto come il figlio accartocci l’amato kilim, o dove e in che condizioni sparga i suoi calzini. Niente che non possa risolvere una brava colf, che sicuramente non mancherà con tutte quelle case in giro per mari e monti. 
Ma anche tutta la confusione, e perfino l’odore che l’adolescente promana (del resto è perfino etimologico che un adolescente abbia odore), par di capire che sarebbero tollerati se solo il ragazzo una volta all’anno vendemmiasse il Nebbiolo, o una volta nella vita ascendesse il Colle della Nasca, cedendo così al gioco di potere del genitore. Perché, e questo è per me il punto chiave del libro, tutte queste cose non sono concepite dal padre come gusti personali, e pertanto discutibili: «Come farti capire — scrive disperato — che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un così impacciato testimone?». 
Dunque l’esperienza del padre interpreta niente di meno che «la vita degli uomini». Il ragazzo che la rifiuta quindi nega la condizione umana. Come potrebbero non sentirsi degli estranei i nostri figli, di fronte a tanta siderale distanza, a questa dicotomia umano/non umano? Invece di cercare succedanei estetici all’autorità etica cui abbiamo rinunciato, dovremmo piuttosto parlare con loro della verità. Non per convincerli della nostra, o ancor meno per piegarli alla nostra (il Sessantotto è stato davvero utile da questo punto di vista, anche se in Italia è durato troppo, dieci anni, ed è finito nel sangue di Aldo Moro). 
L’educazione non si impartisce, è la libertà di una persona che incontra la libertà di un’altra. Ma se noi non abbiamo niente da dire sulla verità, di che cosa pretendiamo di parlare con i nostri figli? Come potranno cercare la loro verità, magari diversa, forse opposta, se noi ne abbiamo paura? Perché ci dovrebbero ascoltare mentre ci crogioliamo nei nostri riti di borghesi arrivati e progressisti, che non hanno più niente di cui stupirsi e più nessuna novità cui aprirsi e ai quali la verità non interessa più, perché il nostro pensiero si è fatto debole, debolissimo, quasi inesistente? Forse abbiamo paura della libertà dei nostri figli; temiamo che la usino male, ma non abbiamo niente da proporre in cambio. Forse, da «adulti politicizzati», qualche volta li odiamo persino; perché, come ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet, rimproveriamo loro «di non avere nessuna intenzione di intristirsi per le stolide e appassite ragioni» per le quali abbiamo inutilmente sofferto noi. Forse gli alieni siamo noi.