domenica 8 dicembre 2013

Principe del XXI secolo

In occasione dei 500 anni Donzelli propone un'edizione rinnovata 
dell'opera di Machiavelli che la libera da secolari incrostazioni ideologiche 

Gabriele Pedullà 

“Il Sole 24 ore”, 8 dicembre 2013

Da cinquecento anni il Principe funziona come una sorta di specchio nel quale non smette di riflettersi la coscienza occidentale, proiettando sulle parole di Machiavelli ansie, ossessioni, speranze, paure. Politica e morale, mezzi e fini, il partito come moderno principe, la libertà positiva e la libertà negativa, l'emergere dello Stato, il governo degli uomini e delle anime, la politica come tecnica, i fantasmi del totalitarismo, lo stato Niente di strano, dal momento che ancora oggi Machiavelli entra obbligatoriamente in qualsiasi discorso filosofia) sulla vita associata. Eppure, un simile successo planetario ha avuto, e ha, il suo prezzo. Chiosato, interpretato, adattato e spesso violentemente frainteso, il Principe ha troppo spesso finito per smarrire la propria fisionomia e assumere quella dei suoi ammiratori o detrattori. 
Questo processo di appropriazione si è ulteriormente intensificato negli ultimi due secoli, da quando cioè, negli anni a cavallo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, la Rivoluzione francese in politica e il Romanticismo in letteratura hanno segnato una duplice cesura rispetto al mondo nel quale il Principe o i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio erano stati concepiti. Consapevolmente o inconsapevolmente, da quel momento indicare Machiavelli come padre della modernità ha voluto dire proiettare su di lui un giudizio, a seconda dei casi positivo o negativo, sul processo che si era aperto con la grande cesura del 1789. Negli ultimi anni l'esigenza di liberare Machiavelli da questa pesante ipoteca non riguarda più soltanto i guardiani del sapere storico. Impegnarsi per riportare il Principe alle categorie del suo tempo non vuoi dire insomma per forza tessere l'apologia di un fantomatico Machiavelli-come-era-per-dawero contro le esigenze, spesso spudoratamente attualizzanti, della teoria. Le incrostazioni degli ultimi due secoli di letture non soltanto, infatti, deformano l'immagine di Machiavelli ma ormai rischiano di renderlo anche e soprattutto inutilizzabile: se non a costo di ripetere, fuori tempo massimo, le letture otto-novecentesche che si sono servite delle sue opere e ancor più del suo feticcio allo scopo di elaborare la propria apologia (Hegel, Croce, Gramsci) o la propria condanna (Schmitt, Strauss, Arendt) del Moderno in quanto tale. 
Quel mondo non è più il nostro, ed è anzitutto per questo che c'è bisogno di un nuovo Machiavelli. Per trovare questo nuovo Machiavelli è necessario però liberare le sue parole dai materiali che si sono depositati negli ultimi duecento anni, un poco come insegnano le istruzioni di qualsiasi colla attaccatutto: detergere accuratamente con l'acqua ragia le superfici da saldare assieme prima di applicare il prodotto. Ed è qui che gli acidi della storiografia diventano ancora una volta essenziali. Nel caso del Principe la strada più appropriata è parsa quella di un nuovo commento interamente ripensato nei contenuti e nei metodi. A questo scopo l'edizione del cinquecentennale propone una nuova ricognizione sistematica degli autori classici utilizzati nel Principe (con decine e decine di scoperte che mutano, spesso in maniera decisiva, l'interpretazione), ma soprattutto sfrutta per la prima volta in maniera approfondita quella letteratura quattrocentesca che è il punto di riferimento polemico implicito di gran parte delle affermazioni più scandalose di Machiavelli. Se dalla schedatura di oltre duecento opere umanistiche molti nuovi tasselli sono emersi, mai, tuttavia, si è trattato di una mera caccia alla fonte. Diversi sono infatti anzitutto gli obiettivi che questo commento si è proposto. Nell'età di wikipedia e delle enciclopedie open access è inutile stendere una lunga voce biografica per spiegare chi era Alessandro Magno o Scipione l'Africano; ma può essere molto utile, e addirittura indispensabile per comprendere i passi del Principe che li riguardano, sapere come l'uno e l'altro venissero giudicati dai contemporanei di Machiavelli. Assai più importante che aggiungere nuovi scaffali alla biblioteca delle ipotetiche letture di Machiavelli è infatti aiutare i lettori a familiarizzare con le grandi categorie concettuali del Rinascimento (un poco come, in anni recenti, Amedeo Quondam ha fatto nelle sue edizioni di Boccaccio e Castiglione). È una regola che forse oggi dovrebbe valere per qualsiasi commento a un classico, ma che nel caso di un'opera come il Principe, abitualmente interpretata alla luce delle categorie della discontinuità radicale rispetto a tutto ciò che l'ha preceduta e del precorrimento del nostro presente, si fa sentire con tanta più forza. 
È dunque soprattutto qui, sui concetti generali e sulla semantica delle parole chiave del discorso politico e morale del Rinascimento al cui interno va compresa la novità machiavelliana, che il commento pone l'accento. Questa scelta ha voluto dire prendere le distanze da una delle lezioni del massimo machiavellista italiano del secolo scorso, Carlo Dionisotti, il quale riversava volentieri la propria tagliente ironia contro quanti avevano addotto «a proposito di Machiavelli, testi a noi oggi familiari dell'Alberti, Della famiglia e Iciarchia» senza «gettar l'occhio sull'apparato dell'edizione critica di quei testi e informarsi come siano giunti a noi, e sapere che, come il De maiestate di Maio, la Iciarchia è sopravvissuta in un unico testimone». Tale caveat ha avuto dapprima l'effetto indubbiamente positivo di richiamare gli studiosi alla materialità della diffusione delle idee (codici, edizioni, manoscritti), ma con il tempo ha finito per scoraggiare nuove ricerche. E questo è stato un male. Se Iciarchia, De maiestate e altre decine e decine di opere anche meno note e diffuse sono essenziali per intendere il Principe non è infatti perché Machiavelli le abbia necessariamente lette, ma perché, nella loro ripetitività, gli scritti degli umanisti ci permettono di entrare in un sistema di pensiero che ha indubbiamente contato molto per il fiorentino. 
Infine, parecchio spazio è stato dato alle pratiche sociali, alle istituzioni e alle credenze indispensabili per comprendere il discorso machiavelliano: la giurisprudenza e la medicina, la teoria degli umori, il dibattito sull'astrologia giudiziale e sul libero arbitrio, il sistema del mecenatismo, le convenzioni dei generi letterari, il principio di imitazione, le tecniche belliche, l'origine del debito pubblico, le ansie di rinnovamento religioso... Un approccio che, nel complesso, potrebbe definirsi "antropologico": con un richiamo al ruolo speciale che l'antropologia ha giocato nel rinnovamento degli studi storici del secondo Novecento, contribuendo a liberarli dalla gabbia di una histoire événementielle sino a quel momento fatta unicamente di nascite, morti, battaglie e insurrezioni. Nella convinzione che anche il Principe abbia tutto da guadagnare da una lettura che faccia piazza pulita di ogni illusione ingenuamente continuista con il nostro tempo. L'edizione del cinquecentannale si presenta perciò, in definitiva, come un esercizio di restauro o, se si vuole, di filologia politica: che punta a liberare il testo del Principe dalle incrostazioni sedimentatesi nei secoli per offrire ai lettori, al tempo stesso, un classico sottratto alle formule ideologiche degli ultimi duecento anni e un'opera "fresca" (anche grazie alla rispettosissima "traduzione" a fronte di Carmine Donzelli). Un'opera da leggere senza i pregiudizi e le prevenzioni che accompagnano quasi inevitabilmente il nome di Machiavelli: anzitutto affinché sul Principe si possano proiettare le passioni del XXI secolo e non - come ancora oggi troppo spesso succede - quelle del XIX o del XX.

In occasione dei 500 anni del Principe, la cui stesura venne annunciata da Machiavelli al suo amico Francesco Vettori con una lettera del io dicembre 1513, l'editore Donzelli pubblica una nuova edizione del trattato (pagg. 480), accompagnata da una versione in italiano moderno dello stesso Carmine Donzelli e da una introduzione e da un commento completamente rinnovato del nostro collaboratore Gabriele Pedullà, il quale ha recentemente parlato di questi argomenti a Harvard (3 dicembre) e alla New School di New York (3 dicembre). Il 10 dicembre, alle ore 18.30, presso la Casa delle Letterature di Roma, Piazza dell'Orologio 3, l'anniversario sarà festeggiato con una serie di letture e di interventi di R. Esposito, A. Funiciello, A. Massarenti e G. Pedullà, coordinati da C. Donzelli e M. I Gaeta.

sabato 7 dicembre 2013

La storia secondo Camilleri. Quando i romanzi sono più veri dei fatti


Giovanni De Luna, 

“La Repubblica”, 6 dicembre 2013

Perché i racconti dello scrittore ambientati nel passato sono una sfida ai saggi accademici basati su documenti e testimonianze autentici.
Una famiglia contadina che diventa una banda, cinque fratelli che diventano fuorilegge. La storia dei Sacco, raccontata nell'ultimo romanzo di Andrea Camilleri (La banda Sacco, Sellerio, pagg. 184) ha le cadenze di un western. I fratelli Sacco some Frank e Jesse James, le campagne di Raffadali, provincia di Agrigento, tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, come il tormentato Missouri dopo il sanguinoso epilogo della guerra civile americana; gli ammazzamenti e le sparatorie come rivolta armata contro un potere istituzionale (il Nord unionista da un lato, lo Stato italiano dall'altra) vissuto come pura sopraffazione e comunque nemico.
Non sono paragoni azzardati. Con una variante, però, tutta italiana. I Sacco non combattono soltanto contro l'apparato repressivo dello Stato. C'è la mafia di mezzo ed è un nemico molto più insidioso dei carabinieri. Tutto comincia, («la vita dei Sacco cangia nei primi misi del 1920»), infatti, con la richiesta del "pizzo" che arriva al padre, Luigi. La lettera viene bruciata nel camino. Luigi ha faticato troppo per avere quello che ha e non ha nessuna intenzione di dividerlo con gli estorsori. I suoi figli hanno alle spalle le due grandi esperienze formative delle classi subalterne italiane all'inizio del Novecento: l'emigrazione transoceanica e la guerra 1915-1918. In quel contesto hanno maturato idee socialiste, imparando a coltivare progetti per il futuro improntati all'onestà e al lavoro. 
La loro reazione alla minaccia mafiosa sottolinea proprio questa complessiva estraneità alla tradizionale "rassegnazione" del mondo rurale; denunciano il fatto ai carabinieri. E non ottengono nulla. Lo Stato assente spalanca un vuoto di potere fisiologicamente colmato dall'intimidazione mafiosa. Contro l'alleanza tra Stato e mafia i Sacco si ribellano impugnando le armi. Mai era successo niente di simile: una sfida di contadini alla mafia, attaccata sul terreno per lei strategico del monopolio della violenza. I nemici della mafia diventato fuorilegge per lo Stato italiano. Il racconto di Camilleri ne segue le gesta fino a un epilogo in puro stile western («Pari in tutto e per tutto una scena di pillicula western»): oltre duecento agenti di polizia circondano la casa in cui sono asserragliati i Sacco e li catturano dopo una furibonda sparatoria. All'arresto seguirono il processo (1928), la condanna (tre ergastoli) e lunghe vicissitudini carcerarie.
Quella dei Sacco è una storia vera. Per scriverla Camilleri si è documentato consultando soprattutto le carte dei processi e l'archivio familiare avuto da un discendente dei Sacco. Non è una novità; i romanzi di ispirazione storica accompagnano la sua Vigata in un arco di tempo che va dalla fine del Seicento almeno fino agli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale trascinando il lettore in un serrato intreccio tra gli eventi locali e i grandi scenari delle vicende nazionali. Ma tutto questo non deve ingannare; Camilleri diffida della storia, non la ama, ne riconosce l'importanza ma preferisce tenerla a distanza. Troppo spesso gli storici di professione hanno dimenticato "la gente grama", la loro fatica di vivere, i loro saperi , la loro sensualità, i loro corpi. E così Camilleri li sfida. Non solo su piano della narrazione, dove non c'è partita, ma spingendosi fino ad attaccare i fondamenti della loro disciplina.
Se la grande storia parla soprattutto dei vincitori e dei potenti, non è colpa solo degli storici; è che le tracce del passato su cui lavorano, "i documenti", sono quelli lasciati da chi aveva già l'intenzione di condizionare i posteri, costruendo in anticipo i propri "monumenti": in buona fede sono vittime di un'impostura ordita dal passato per imporre la sua immagine al futuro. Camilleri si ribella a questa impostura, costruendone un'altra, più raffinata e irridente. L'intero abito professionale degli storici si è costruito sulla distinzione tra il vero e il falso, sull'esercizio preliminare della verifica dell'autenticità e dell'esattezza dei documenti. Camilleri smonta questa operazione rimanendole però vicino, attento a non allontanarsene troppo per dare più spessore al suo attacco, più sapore alla sua beffa. Così, all'inizio di un romanzo c'è spesso un documento vero (un volantino del 1919 come in Un filo di fumo, gli atti parlamentari dell'Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia1875-1876 come in La stagione della caccia, ecc...) che serve però a costruire il falso più pericoloso per lo storico, quello verosimile.
Con La banda Sacco la sfida si fa più sottile. Anche in questo caso si parte dalle "fonti", quelle giudiziarie, tra le più frequentate dagli storici di professione. Sulla base di questi documenti Camilleri organizza il suo racconto. Dividendo il libro in due parti. La prima, intitolata "I fatti come avvennero", è una vera provocazione. Nessuno storico oserebbe scrivere una cosa del genere. La storia non conosce fatti certificati; propone la conoscenza dei fatti, ma questa conoscenza non è un dogma, può cambiare se si scoprono nuove fonti e nuovi documenti. La seconda parte è intitolata "Considerazioni sui capitoli" e allude alla soggettività dell'autore, alle sue personali riflessioni e interpretazioni. I fatti separati dalle opinioni? Sì, con un piccolo trucco: la parte "oggettiva", quella dei "fatti" è scritta nella lingua di Montalbano e dei romanzi, quella "soggettiva" è scritta rigorosamente in italiano, la lingua dell'accademia. Così il capovolgimento è completo. Il romanzo, ci dice Camilleri, è proprio quello che "sembra" storia. E la storia, ancora una volta, ne esce beffata.

venerdì 6 dicembre 2013

Se i docenti diventano indecenti (?!?)


ALESSANDRO D’AVENIA,


La Stampa, 6 dicembre 2013

Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.
Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.
Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.
La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).
Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?
C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo:

Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.
Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere.
Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda «La misoginia nella Medea di Euripide» – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha «pazientemente» dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.
Io invece vorrei che un professore mi chiedesse: «Ma tu della Medea cosa hai capito?», «Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?», «Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?», e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire «Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ’sta pioggia?».
Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo.
Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire?

Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come «luce che fa scattare». Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare «anche» ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare «solo» ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.
Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’«in-decente» (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’«in-docente» (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli «in-decenti», e odiano quella degli «in-docenti» (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano – singolarmente e insieme – la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei Paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.


P.S. Solo i docenti e-ducano,  fanno crescere e drizzano la schiena agli sdraiati?

Nelson Mandela, 1918 - 2013



giovedì 5 dicembre 2013

Machiavelli, Tupac e la Principessa




A dicembre del 2013 saranno trascorsi 500 anni dalla scrittura del Principe; più esattamente, il 10 dicembre 2013 saranno passati 500 anni dalla stesura della formidabile lettera all’amico Francesco Vettori, in cui Niccolò Machiavelli comunicava di aver scritto «un opuscolo» sui principati… Da allora la politica non ha più smesso di fare i conti con quell’opuscolo e col suo autore.

Dal capitolo “Il mio vicino di casa” (dal sito ilpost.it):

Se arrivate dall’autostrada, o dal centro di Firenze, all’uscita dell’Impruneta (prima si chiamava Certosa) prendete la Cassia, e dopo 3 km voltate a destra per una via che si chiama degli Scopeti, dal nome dell’erica, che qui si chiama scopa. È una strada poco trafficata e dall’andamento romantico, di notte si incontra, se non il lione, spesso la volpe. La Casa di Machiavelli, a Sant’Andrea in Percussina, è dopo altri 3 km. Se arrivate da San Casciano, è a un paio di minuti. Di fronte c’è l’Albergaccio, trattoria e rivendita di vini. C’è un’etichetta dedicata al Principe.
Raccontare il luogo in cui fu scritto, cinque secoli fa, l’ «opuscolo» di Niccolò Machiavelli, è la cosa più facile e insieme più difficile, perché lo raccontò lui stesso a Francesco Vettori, oratore di Firenze a Roma, e suo amico. La lettera viene di norma ammannita agli scolari italiani, che poi ne conservano almeno i tratti più pittoreschi. Machiavelli sovrintende ai lavori del bosco, gioca a trichetrac e s’ingaglioffa di là dalla strada, rientra, chiude la Fortuna fuori dalla porta del suo scrittoio, si riveste dei panni curiali degni del suo Tito Livio e per quattro ore eccetera. È uno dei brani più belli dell’intera letteratura. È così bella che vien voglia di usare, più che la lettera per introdurre il Principe, il Principe per illustrare la lettera. Quando si annunciarono le celebrazioni del cinquecentenario del Principe, qualcuno, anche il più autorizzato per lunga fedeltà, Gennaro Sasso, obiettò, pur senza guastare la festa, che la data di composizione del trattato era troppo aleatoria. Allora bisognava avere più coraggio, e celebrare i cinquecento anni dalla stesura della lettera al Vettori, 10 dicembre del 1513.
Machiavelli vi annuncia di aver scritto il suo opuscolo sui principati. L’occasione gli è venuta dal suo corrispondente, il quale gli ha descritto una sua giornata tipo nella Roma papale, per sottolinearne monotonia e sobrietà. La risposta di Machiavelli è quasi una ritorsione: se è noiosa la tua giornata romana, sta’ a sentire com’è la mia. Il madornale fraintendimento – anzi non uno: mille – che di Machiavelli il mondo ha fatto, non sarebbe stato possibile se i suoi lettori precoci, specialmente fuori d’Italia, avessero conosciuto anche solo questa lettera. Ma fu pubblicata solo nel 1810, tre secoli dopo, e le altre al Vettori e ad amici e famigliari solo nel 1813. Da allora fu menzionata in tutte le opere di e su Machiavelli, e tradotta in ogni lingua. Machiavelli aveva scritto proprio così, a Vettori: «Chi vedesse le nostre lettere, onorando compare… si maraviglierebbe assai…».
Il giurista ugonotto Innocent Gentillet, che pubblicò nel 1576 il primo «Anti-Machiavelli» – un filone destinato a larga fortuna – non aveva idea della vita e delle opere dell’autore, se non che fosse «florentin», aggettivo che da allora definì la losca scaltrezza politica, fino a François Mitterrand, che però la ammirava. Machiavelli passò per il demonio in persona, o per un suo inviato speciale, lui che aveva fatto di Belfagor un povero arcidiavolo ansioso di fuggire la terra e la moglie per tornarsene al quieto vivere infernale. Gli inglesi lo associarono al diavolo, il Vecchio Nick. Però anche i villani di Sant’Andrea in Percussina, alla fine dell’Ottocento, raccontò il biografo Tommasini, dicevano che nella casa abitava il diavolo, e nessun cristiano ci voleva stare.
A Sant’Andrea Machiavelli e la brigata famigliare (la sua Marietta gli diede sette figli, lui fu affezionato a loro e a lei, e la tradì ogni volta che poté) si trovano perché lui, cacciato dall’incarico tenuto per 14 anni, è confinato per un anno. In questo tempo supplementare, costretto a starsene con le mani in mano, inutile perfino a «voltolare un sasso», Machiavelli scrive il Principe, e guarda la città da lontano. La casa, quando ci andrete, è su un poggio, se ne scorgono la cupola di Brunelleschi e il campanile di Giotto, e anche, dove non ci siano i cipressi a coprirla, la torre di Palazzo Vecchio: chissà se un esilio dal quale si scorgano a ogni passo le cime della propria città sia meno doloroso di uno che la tolga agli occhi. Nelle colline tutto attorno a Firenze basta alzare la testa per vedere la cupola, e sentirsi rassicurati. Lo stolido messer Nicia, nella Mandragola, non vuole portare la moglie ai bagni, perché non se la sente di perdere d’occhio la cupola di Santa Maria del Fiore.
La proprietà di Machiavelli risaliva al Duecento, non era ricca, e lui la lasciò indebitata: più tardi sarebbe passata ai Serristori, che raddoppiarono la casa, diedero lustro al vino, dilapidarono quasi tutto, e oggi la proprietà è di un Consorzio Italiano Vini. Dei Serristori d’oggi, un Averardo abita ancora a San Casciano, e racconta con buonumore della nonna ultima reggente della casa di Machiavelli, che la dotò di arredi e memorie, e vi torna da fantasma. Le cantine della casa passano sotto la strada e portano da una valle all’altra, dal versante verso Cerbaia a quello verso Impruneta e Greve.
«E, se Vostra Magnificenzia dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi…»: Vostra Magnificentia, Lorenzo de’ Medici, sta in Palazzo, nel centro di Firenze. L’altitudine del crinale di Sant’Andrea è di 255 metri, duecento di più del centro di Firenze. Luoghi bassi e alti si danno il cambio, fra metafora e realtà. Quando vi fermerete anche voi a guardare dalla strada la cupola di Santa Maria del Fiore, come la guardava Niccolò, rileggete il brano che quasi conclude la dedica del Principe:
«Né voglio sia imputata prosunzione /che sia accusato di presunzione/ se uno uomo di basso e infimo stato ardisce discorrere e regolare /esaminare e dettar regole/ e’ governi de’ principi; perché così come coloro che disegnano e’ paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ luoghi bassi si pongono alto sopr’a’ monti, similmente a cognoscere bene la natura de’ populi bisogna essere principe e a conoscere bene quella de’ principi conviene essere populare /del popolo/».
Immagine magnifica, che fa pensare ai misuratori col teodolite, invenzione di quel secolo, ed è stata accostata all’orgoglio per la scoperta quattrocentesca della prospettiva lineare, e alla fama di Leonardo, cartografo e pittore di paesaggi (la celebre mappa «aerea» di Imola è al centro di un giallo texano intitolato «La congiura di Machiavelli»). Noi, più terra terra, l’accosteremo all’esperienza del confinato che guarda dall’alto in basso la sua città proibita, è forzato a «prenderne le distanze», e si decide a svelare la natura dei principi che ha guardato per tanti anni dal basso in alto, ma da vicino. Ora «da una posizione periferica e marginale, qual era quella di Machiavelli nel 1513-1514», come scrive Carlo Ginzburg che ha ragionato su distanza e prospettiva; da quella posizione rialzata e obbligata, aggiungiamo noi. Machiavelli deve attenuare l’arditezza della metafora in cui rivendica di conoscere il principe come il principe non può conoscere se stesso. Allora ha simulato con falsa modestia di essere uno del popolo, di quelli che guardano dal basso al principe. In realtà non solo la sua mente, ma la sua esperienza di «segretario» – letteralmente, custode di segreti – l’ha messo per così dire in una posizione terza, e più vicina all’orecchio del principe che non al popolo, e ora l’ha risospinto in basso verso il popolo la disgrazia improvvisa, che lo fa intrattenere coi suoi «pidocchi», il beccaio e il fornaio e il legnaiuolo, e lo risolleva di notte pascendolo del cibo che solum è suo. Questo trasforma la posizione «periferica e marginale» di Machiavelli in una centrale: quello che lui ora, caduto, può conoscere del popolo e del principe è una prerogativa singolare della sua impotenza. Gli compete, in cambio della frustrazione, una rivelazione.
Una gentile Lucia guida alla visita di casa e cantine, e arriva anche a soccorrere visitatori smarriti nel contado: anche un coreano che non smetteva di scusarsi dell’emozione di trovarsi davvero nello studio di Machiavelli, e ora manda lettere grate ed edizioni coreane del Principe – devono averne fatte letture assai diverse, a Seul e a Pyongyang. Dice Michael Ledeen che quando la guerra arrivò all’altezza di San Casciano il generale Mark Clark per gli americani e il maresciallo Kesselring per i tedeschi concordarono di risparmiare i campi di Machiavelli: se è vero, è una notizia bella e raccapricciante.
In effetti, quando siete nello studio in cui si immagina che Machiavelli scrivesse, col grande camino e lo stemma dei chiodi, i «mali clavelli», vi prende, anche se siete vecchi e scafati, un impulso infantile di sedervi allo scrittoio, quando Lucia non guarda, e mettervi su i gomiti, e vedere se non vi venga qualche idea sulla politica e la malignità dei tempi. Niente di male nell’immaginarsi nei panni altrui, se non si insista più di tanto (allora si diventa pazzi o impostori, o tutt’e due). Di tutti i misteri supposti di Machiavelli questo è il più chiaro: che quell’uomo di genio smanioso di fare, non toccando a lui una prima parte, si fece consigliere del principe e dell’amante, del ventenne Valentino, come nel trattato, o del trentenne Callimaco, come nella Mandragola. E non si preoccupava di nasconderlo, di mettersi nei loro panni. Nemmeno in quelli del papa, come in una lettera al Vettori: «Mi sono messo nella persona del papa …», «se io fussi il pontefice…». E se ne immedesima a tal punto che passa senz’altro alla prima persona: «Quanto alla guerra che mi facesse ritornare in quelli sospetti… Quanto all’accordo, sarebbe quando Francia accordasse con Inghilterra o con Spagna senza me»… Scriveva così sapendo, e sperando, che la lettera fosse mostrata al papa, e che gli facesse da referenza: ma perfino un papa avrebbe diffidato di quell’invadenza. Questo vuole toglierci il posto, avrebbe pensato, a me e all’imperatore e a tutti.
Nel proemio dei Discorsi lo dichiara, quasi ingenuamente: «Gli è offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità de’ tempi e della fortuna tu /cioè lui, Machiavelli/ non hai potuto operare, insegnarlo ad altri…». Strepitosa rivendicazione, d’esser uomo buono, e maestro altrui del bene che avrebbe potuto fare lui, se non si fosse messa di traverso la fortuna e i tempi avversi. E in amore, nella Mandragola, dietro il Ligurio che assicura a Callimaco che gli farà conquistare Lucrezia e giacere finalmente con lei, c’è un Machiavelli-Cyrano: «non dubitare della fede mia, ché, quando non ci fussi l’utile, ci è che ’l tuo sangue si affà col mio, e desidero che tu adempia questo tuo desiderio presso a quanto tu». Dice: quasi quanto te, e vuol dire più di te stesso. Sottovalutano Ligurio, molti lettori, ma Niccolò è lui – «Io voglio essere el capitano, ed ordinare l’essercito per la giornata» – e Callimaco stesso, innamorato e fortunato, è contento di farsene tirare i fili, e ordina al servo Siro: «E fa’ conto, quando e’ ti comanda, che sia io». E l’ignobile frate Timoteo commenta: «Questo diavolo di Ligurio».
A Vettori innamorato di una bella romana Machiavelli, che suonava e cantava, scrisse: «Et se voi gli volesse fare una serenata, io mi offero a venire costì con qualche bel trovato per farla innamorare».
Postilla. Mi dispiace un po’ fare la spia, ma secondo Roberto Ridolfi e sulla sua scorta Renato Stopani, che ha dedicato all’Albergaccio un volume, «Io mi sto in villa…» (1998), la «Casa di Machiavelli» che ho appena descritto e devotamente visitato non è la vera «casa da padrone» di Bernardo e Niccolò, che stava invece dall’altro lato della strada, addossata all’osteria. Per il catasto Bernardo la descriveva come «una casa posta in decto popolo /di Sant’Andrea/ a muro comune col decto albergho, chiamata per l’addietro l’alberghaccio…». Scrive il classico biografo Ridolfi:
«Una piccola chiesa parrocchiale, una casa a uso d’albergo, e, a muro con quella, una casa da signore, come allora dicevasi, che si direbbe meglio una casa da poveri; un poco di torricella scoperta, con più casolari a ridosso, e altri di là dalla strada a uso di fattoio da olio, di forno, di capanna, di stalla /…/ La casa da signore è nominata l’Albergaccio, da quella che le sta addosso; e questo vocabolo ci dice abbastanza la qualità dell’una e dell’altra».
Nel 1522, quando Niccolò dettò il suo testamento, l’Albergaccio aveva già smesso di fare da albergo, per il traffico diminuito sulla strada romana, e restava l’osteria. Gli «altri casolari di là dalla strada» furono «inglobati dal settecentesco edificio della Fattoria Serristori» e sono quelli che, aiutati anche dalla lapide risorgimentale apposta per sbaglio sul loro lato, nel quarto centenario della nascita, fungono oggi dignitosamente da Casa di Machiavelli.
Non è grave: lui non se la sarebbe presa. Una volta un frate di Santa Croce denunciò a Niccolò che nella sua tomba di famiglia erano state collocate abusivamente altre salme, perché le rimuovesse, e lui avrebbe risposto:
«Deh, lasciateli fare, perché mio padre era amico della conversazione, e quanti più andranno a trattenerlo, tanto più piacere ne avrà».
«E io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facultà a poterlo eseguire».
Ristretto com’è in quel borghetto mortificato, Machiavelli riempie la corrispondenza di cose che chiameremmo di politica estera, o piuttosto di politica mondiale, rispetto al mondo di cui gli arrivava notizia, e poco fa se n’era scoperto uno nuovo. È impressionante come potesse raccogliere informazioni sui movimenti delle potenze europee o del turco, dai pochi visitatori cittadini o dai passeggeri. Solo, esiliato, somiglia davvero a un prigioniero, o a un poeta, che la ristrettezza soffocante induce a guardare il più lontano possibile. Non si rassegna a perdere d’occhio, lì «al buio», il mondo grande. Le parole più belle, a dire questo, le trova Vettori, scherzando, ma non tanto: «… disiderrei essere con voi, et vedere se noi potessimo rassettare questo mondo, et, se non il mondo, almeno questa parte qua».
Benedetto Varchi, di una generazione più giovane, lamentò la vita leggera di Machiavelli: «Se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli Stati, e alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della vita aggiunta, si poteva… agli ingegni antichi paragonare». È curioso come il giudizio somigliasse a quello che Machiavelli aveva dato di Lorenzo il Magnifico, signore splendido, benché «nelle cose veneree maravigliosamente involto» (e lui poteva capirlo) e in giochi puerili, tanto che «molte volte fu visto, intra i suoi figliuoli e figliuole, intra i loro trastulli mescolarsi». Sicché, «a considerare in lui la vita voluttuosa e la grave, si vedeva essere in lui due persone diverse». Di questa duplicità, che a noi rende simpatico Lorenzo, Machiavelli era un campione consapevole: la sua vita in villa divisa fra il giorno leggero e la notte grave; e il suo principe doveva avere dell’uomo e della bestia, come il centauro; e della bestia doveva tenere del lione e della golpe, e così via. In un’altra bellissima lettera al Vettori lo dice così, di sé e del suo corrispondente:
«Chi vedesse le nostre lettere, honorando compare, et vedesse le diversità di quelle, si maraviglierebbe assai, perché gli parrebbe hora che noi fussimo huomini gravi, tutti vòlti a cose grandi, et che ne’ petti nostri non potesse cascare alcuno pensiere che non havesse in sé honestà et grandezza. Però dipoi, voltando carta, gli parrebbe quelli noi medesimi essere leggieri, inconstanti, lascivi, vòlti a cose vane. Questo modo di proccedere, se a qualcuno pare sia vituperoso, a me pare laudabile, perché noi imitiamo la natura, che è varia».
Del resto, come attenersi alla gravità, usciti dalla notte trascorsa – come in una camera iperbarica: la morte là non lo sbigottisce – con Tito Livio e Senofonte, che prescrive al Principe di «stare sempre in su le cacce», per andare carico di gabbiette a uccellare tordi nel boschetto di casa?
E comunque pensateci due volte prima di dire che per Machiavelli la politica è tutto:
«Standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili… Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano… Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza… che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri».

mercoledì 4 dicembre 2013

Concetto Marchesi: settant'anni dopo


"Fu in quell'istante che apparve Marchesi": l'Università degli Studi di Padova celebra il settantesimo anniversario dell'inaugurazione dell'anno accademico 1943-44 in cui l'allora rettore Concetto Marchesi tenne un memorabile discorso per incitare alla resistenza contro il fascismo, subito prima di entrare in clandestinità.
L'evento si terrà nell'Aula Magna "G.Galilei" di Palazzo Bo giovedì 5 dicembre 2013 alle ore 10.30.

Sono previste letture dal testo di Daniele Nigris "Fu in quell'istante che apparve Marchesi", con la partecipazione di Riccardo Berlanda, David Burigana e Maria Celeste Carobene. 

Concetto Marchesi, Appello agli studenti dell'Università di Padova, 1 dicembre 1943 

Studenti dell’Università di Padova!

Sono rimasto a capo della Vostra Università finche speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio ed al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.

Oggi il dovere mi chiama altrove.

Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che - per la defezione di un vecchio complice - ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di venti anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l’anima vostra. Ma quelli che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il loro grido e si sono appropriata la vostra parola.

Studenti: non posso lasciare l’ufficio di Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costruire il popolo italiano.

Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.


martedì 3 dicembre 2013

Il Principe e i corrotti Leggere Machiavelli al tempo della crisi

Un libro-conversazione
 fra Antonio Gnoli e Gennaro Sasso 

racconta l’attualità del pensatore fiorentino

Alberto Asor Rosa

“La Repubblica”, 3 dicembre 2013

Cade quest’anno (più o meno) il cinquecentenario della composizione del Principe di Niccolò Machiavelli. I segnali che il paese (l’Italia, insomma) se ne sia accorto sono scarsi: qualche, sia pure non irrilevante, manifestazione universitaria; nulla a livello istituzionale (che so, un’iniziativa a cura della Presidenza della Repubblica o della Presidenza del Consiglio); poco sulla stampa; nulla nei media. Non vorrei esordire con la solita, benché giustificatissima, ma ormai ampiamente logora, querimonia: questo paese (l’Italia, insomma) non ricorda niente di sé, neanche le cose sue più alte e più belle. Machiavelli è uno dei tre-quattro intellettuali italiani (si possono ancora usare questi termini?), per cui il resto del mondo è in debito con l’Italia: insieme con lui, a volerci tenere molto stretti, Dante, Galilei e Leopardi. Per giunta, Machiavelli, interprete acutissimo di virtù e, soprattutto, di vizi italici, dovrebbe essere, e restare il livre de chevet dei nostri politici, governanti e, per la seconda volta absit iniuria verbis, intellettuali. Insieme con Machiavelli, e con lui tutti gli altri rappresentanti di una non ignobile tradizione, va a picco tutta la nostra cultura (del resto, su queste pagine ne ha già parlato opportunamente Maurizio Bettini, il 30 novembre): così si farà strada più facilmente la nuova tecnologia del sapere, orientata in larga parte a una conoscenza senza pensiero.
Tanto più opportune e gradite arrivano dunque fra noi queste Conversazioni su Machiavelli, intitolate I corrotti e gli inetti, fra Antonio Gnoli e Gennaro Sasso (Bompiani, pagg. 208), le quali, sia pure velocemente e sinteticamente, fanno il punto sulla situazione, elencando al tempo stesso i molteplici e resistentissimi motivi di attualità del Segretario fiorentino. Ad Antonio Gnoli il compito, svolto egregiamente, di spremere il maggior succo possibile da uno studioso eccezionale del pensiero machiavelliano come Gennaro Sasso (del quale rammenterò soltanto, fra i tanti titoli possibili, una riedizione aggiornata di un suo vecchio testo su Machiavelli, ora in due volumi: I.Il pensiero politico, e: II La storiografia, il Mulino, 1993; e il fatto che sta attendendo con Giorgio Inglese a una Enciclopedia machiavelliana, destinata a uscire entro il 2014 presso Treccani); ma anche, con domande pungenti e qualche inserimento scomodo, andando qui e là anche al di là delle pur preziose affermazioni del Maestro.
Nessuno può pretendere che sia possibile racchiudere in un articolo di giornale una così ricca materia. Dirò solo alcune cose sulla posizione ermeneutica di Sasso, ovviamente agli intendenti già ben nota, e tuttavia nella concisione talvolta quasi epigrammatica assunta qui nelle “conversazioni”, in un certo senso ancora più precisa e chiara.
I cardini dell’interpretazione sassiana di Machiavelli sono: 1. l’idea che Machiavelli sia un pensatore profondamente anticristiano (il che gli sarebbe valso l’ostracismo da molti, e importanti e duraturi settori della nostra cultura e opinione pubblica e politica militante); 2. L’idea, mutuata dall’antico, che il mondo, siccome non è stato creato, è eterno e che perciò i suoi sommovimenti si ripetono con regolarità impressionante, anche se con fogge diverse; 3. l’idea che la storia umana si svolga lungo un piano inclinato che tende uniformemente verso il basso, cioè in decadenza inarrestabile e continua.
Se si mettono insieme queste tre (colossali) premesse, ne nasce una visione precisa del pensiero politico machiavelliano: il quale sarebbe espressione di un’energia d’insuperabile portata, che però lotta necessariamente contro forze indomabili. Perciò, per citare direttamente il Maestro, Machiavelli «ha, della storia, una concezione tragica» (p. 119); è «l’autore di un pensiero politico tragico» (p. 77); più esattamente ancora (ma il riferimento più preciso, e non infondato, è in questo caso alle Istorie fiorentine), «Machiavelli è uno storico che non evita l’apocalisse » (p. 113). In questo ragionamento su di un Machiavelli “oscuro” (la definizione ricorre più volte nelle “conversazioni”), Gnoli interviene in un certo senso per accentuarla. È questo il senso di una sua domanda a Sasso, con evidente sottolineatura: “Anche se in forma sfumata consideri Machiavelli un pensatore nichilista?” (e Sasso, a dir la verità, risponde: «Al fondo non lo era. Sempre, e ostinatamente, egli s’impone di credere che si potesse costruire una repubblica »; il che, a dir la verità, non significa negare del tutto il senso sottoposto alla domanda di Gnoli).
Se un articolo di giornale non è la sede più giusta, per esporre in tutti, i suoi aspetti, una materia così complessa, lo è ancor meno per motivare un punto di vista sia pure modestamente differenziato rispetto a quello dei due autori. Proverò soltanto a dire, anche questa volta, come la ricchezza del pensiero machiavelliano sia tale da renderne possibili letture diverse, e pure non necessariamente antagonistiche fra loro (forse complementari?).
Io, in questa fase storica, che per noi italiani va dagli albori del Risorgimento e arriva fino ai giorni nostri, ancorerei di più Machiavelli alla vicenda italia-na. Non c’è dubbio che Machiavelli pensi e operi nel momento in cui quella che io ho chiamato in numerose occasioni la “grande crisi italiana” (la “grande crisi”, di cui, si badi bene, noi siamo ancora oggi figli), sia già allora in atto. Giudicata a questa stregua la stessa idea di scrivere Il Principe e di proporlo all’attenzione dei principi italiani del tempo affinché ne prendessero esempio e incitamento, avrebbe dovuto apparire, agli occhi del suo stesso autore, inane e vane. Eppure, lo concepì e lo scrisse: perché nel grande politico il dovere del fare prevale sempre sull’obbligo del pensare (o meglio: il pensare è sempre messo al servizio del fare). Naturalmente, nel 1513-14, gli anni, appunto, della composizione dell’operetta, l’impresa teorico-politica doveva sembrare ancora possibile, per non apparire, appunto, inutile e vana. Appena qualche anno più tardi, fra il 1525 e il 1526, Machiavelli e Guicciardini prodigiosamente affiancati come non lo erano stati mai in passato, si forzano insieme di trovare gli strumenti affinché anche l’ultimo varco non si chiuda. Quando nel 1527 il loro disegno viene catastroficamente spazzato via dalle inarrestabili armate imperiali e dai lanzichenecchi trionfanti sul Papa Medici a Roma, evidentemente Il Principe nonavrebbe più potuto essere scritto; e del resto Niccolò, tanto per non lasciar dubbi in proposito ai posteri né doverne affrontare lui stesso, preferì sparire definitivamente dalla scena un mese e mezzo circa, dopo l’ingresso del Borbone a Roma (forse proprio perché si rendeva conto che nonavrebbe più potuto scrivere Il Principe e forse nessun’altra opera degna di quella?).
Insomma: Machiavelli vede, all’inizio di quella catastrofe, una possibilità ancora in atto di un’azione riparatrice, e la espone con il massimo dell’eloquenza possibile. Drammatico sì,non v’è dubbio; ma non tragico: perché qui la tragedia viene a posteriori, e Machiavelli, come chiunque altro, non era in grado di prevederla in quelle forme e dimensioni, perché se lo fosse stato il suo ragionare e prender parte sarebbero stati, lo ripeto, a loro volta semplicemente autodistruttivi (cioè, gli avrebbero tolto in tutto e per tutto la parola, e, di più, la ragione e la forza della parola).
L’ultimo capitolo, il sesto, dei Corrotti e gli inetti, s’intitola “L’Italia s’è persa” e proietta il ragionamento fino su questi nostri ultimi disperati decenni (diciamo, dalla Resistenza in poi fino ai nostri giorni, in caduta libera). Ci vorrebbe un’altra recensione per commentare a dovere questa parte del ragionamento. Anche in questo caso non si può non condividere il giudizio pesantemente negativo dei due autori. E però... E però, siamo ancora oggi prima del 1527 o dopo? Sembra che tutti, compresi (o a partire da) i nostri politici abbiano deciso che veniamo dopo. Ma Machiavelli c’insegna non solo a pensare e agire ma anche a sperare (senza di che un grande pensatore non è un grande teorico-politico ma un filosofo, eventualmente grande). Abbiamo bisogno, oggi come allora, di un Grande Politico. O almeno di un Politico. Il guaio è che, oggi, in forme diverse e molto più accentuate di allora, il politico non può fare a meno del consenso. E il consenso, si sa, abbassa tutto. E infatti: anche la volpe non ha più la forza di accompagnarsi con il leone e diventa vulpecula. Allora: questo è il problema.