domenica 26 giugno 2016

L’invenzione del Medioevo



All’inizio furono Ludovico Ariosto, Hieronymus Bosch e Walter Scott. 
Da ultimi sono arrivati «Il Signore degli Anelli» e «Il Trono di Spade», 
film e videogiochi: 
«Dungeons and Dragons», «Ghost Rider», «Dante’s Inferno». 
Così sono cambiate la percezione e la fascinazione verso una stagione 
che ha rivoluzionato architettura e urbanistica, commerci e professioni, 
fino agli studi (universitari) e alla stessa forma mentis della società

Marcello Simoni, "Corriere della Sera - La Lettura", 26 giugno 2016

Se parliamo di Medioevo, l’equivoco più insidioso — quello capace di far rizzare i capelli a qualsiasi storico — consiste nell’attribuire i valori più autentici di quest’epoca alla narrativa fantasy. Accade soprattutto di questi tempi, galeotto il successo di serie televisive e cinematografiche che hanno riportato in auge non solo il fascino dei cosiddetti secoli bui, ma anche una sottocultura popolare basata sulla moda gotica, sulle leggende del Graal e sui giochi di ruolo. Ingigantendo l’equivoco. Benché saghe di grande fascino come Il Signore degli Anelli e Il Trono di Spade si avvalgano di ambientazioni appartenute a epoche passate, le utilizzano infatti per plasmare una fiction in cui la verosimiglianza si indebolisce e i riferimenti storici esprimono soltanto un’idea imprecisa di tempi remoti. Per inciso, i romanzieri e i registi contemporanei non sono i primi ad aver operato un simile esperimento. Basti pensare a Ludovico Ariosto, a Matteo Maria Boiardo, a Luigi Pulci e agli epigoni del ciclo bretone e carolingio. Il conte Orlando con la sua spada incantata, il gigante Morgante, mago Merlino e re Artù vivono nel nostro immaginario da circa ottocento anni, quasi quanto la favola di Cappuccetto Rosso.
Allo stesso modo, i draghi della conturbante Daenerys Targaryen di R. R. Martin e quelli del film post-apocalittico Reign of Fire con Christian Bale nascono dalle remote icone di san Giorgio «cavaliere» intento a trafiggere il draco serpentiforme, dapprima senza ali e poi con quelle di pipistrello, a imitazione dei più antichi demoni cinesi.
Se poi ci allontaniamo dalla fiction e prendiamo come riferimento il quotidiano, ci rendiamo conto che il nostro immaginario collettivo, forgiato da genealogie di figure eroiche e di mostruosità, continua ad attingere senza sosta dalle pitture visionarie di Hieronymus Bosch, per mezzo del quale il bestiario medievale s’intreccia alle diavolerie alchemiche che ancora oggi attribuiamo all’evo di mezzo. Eppure non tutto è vero. Le streghe, per esempio, appartengono più alle ossessioni dell’età moderna che a quelle del Medioevo (durante il quale si bruciavano per lo più gli eretici), mentre l’Inquisizione (romana e spagnola) attraversa il suo periodo più cupo tra il Cinque e il Seicento. Attenzione pertanto a distinguere il Medioevo vero da un suo miraggio idealizzato. E attenzione, per dirla tutta, al carrozzone «protomassonico» dei nuovi Templari, degli Illuminati, del Priorato di Sion e compagnia bella, che per la maggiore consiste in un revival di elementi morti e sepolti, interpolati o addirittura inventati di sana pianta.
Torniamo quindi all’equivoco iniziale, ovvero alle ragioni che oggigiorno sovvertono la percezione del Medioevo, banalizzandolo a una partita di Dungeons and Dragons. Non possiamo ricercarne le origini nel fantasy, né tantomeno nella creatività di un qualsivoglia autore contemporaneo intento a mettere in scena castelli tenebrosi o macabre pestilenze. Più che cause scatenanti, queste sono conseguenze di un effetto farfalla proveniente dall’Ottocento.
È da questo secolo, infatti, che giunge a noi la fascinazione narrativa dell’età feudale, strumentalizzata dal romanzo storico per dare voce agli ideali del Romanticismo. Il capostipite di questa tendenza è Ivanhoe di Walter Scott (1819), seguito da Adelchi di Manzoni (1822) e da Notre-Dame di Victor Hugo (1831). Queste opere rappresentano il punto d’origine di un delta letterario che, aprendosi, sfocia nell’attuale babele dell'historical fiction. E si badi bene, i loro personaggi incarnano la stessa mentalità che vibra nel melodramma wagneriano di Tristano e Isotta e nelle saghe nordiche del popolo germanico. Sono più patriottici che verosimili, più «romantici» che medievali.
Non è soltanto questo, tuttavia, il retaggio che il Medioevo lascia al XXI secolo. Non quello autentico, per lo meno. Potrei dare enfasi a questa affermazione descrivendo l’impianto urbanistico di borghi antichi come Assisi, Urbino o Soncino, alla presenza di edifici portentosi come il Duomo di Ferrara, Castel del Monte, la Sagra di San Michele. Preferisco tuttavia andare alla ricerca di un Medioevo più «sottile», quello che permea la vita di tutti noi ogni volta che ci mettiamo a ragionare. Perché è qui che affondano le radici della nostra forma mentis. Dobbiamo essere grati alle scuole di Toledo e del sud Italia, meritevoli d’aver salvato le opere di Aristotele e di altri filosofi dell’antichità, traducendoli dall’arabo dopo secoli di oblio. Ma siamo grati pure a teologi della levatura di Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino e Pietro Lombardo, che assimilando quel sistema di pensiero lo trasmisero al Medioevo biblio-monastico — da Montecassino a Cluny, da Pomposa a San Gallo — prosperato fino ai nostri giorni.
La forma mentis di cui parlo, tuttavia, vanta anche un’origine laica sviluppatasi in seno al Duecento, di pari passo all’affermazione di un nuovo ceto, «borghese», rappresentato da schiere di mercanti, notai, medici e banchieri sempre più istruiti e consapevoli di sfilacciare le maglie del vecchio ordinamento sociale fino ad allora suddiviso in chierici, guerrieri e contadini. In un simile contesto — e solo in Occidente — nascono le università, che accrescendo nel corso dei secoli la loro importanza formeranno generazioni di studenti fino a plasmare il volto del mondo odierno.
Non fu da meno l’apporto di singoli pensatori come Michele Scoto, che nel XIII secolo frequentò lo Studium di Bologna, di Parigi e di Oxford per poi diventare magus, medicus e consigliere presso Federico II. Tenendosi sempre in contatto con il mondo arabo, egli fu impegnato a saziare la smisurata curiosità dell’imperatore svevo. A tal fine scrisse un Liber introductorius che descriveva la natura dei vulcani, la profondità dei mari e, al contempo, vagheggiava su macchine in grado di esplorare gli abissi e di innalzarsi fra le nuvole. Il più grande apporto di questo magus al pensiero contemporaneo fu però nel campo dell’astronomia, che all’epoca veniva considerata un tutt’uno con l’astrologia e importante quanto la teologia, dacché insegnava a cogliere i segni di Dio nella disposizione delle costellazioni. Ebbene, Scoto fu il primo a definire il movimento degli astri rigettando lo schema tradizionale delle stelle fisse, paragonandolo a una moltitudine di carri che solcano i cieli seguendo delle orbite ellittiche.
L’evo di mezzo è giunto fino a noi anche sotto altre, impensabili forme. È a quei tempi che appartengono l’invenzione dell’orologio, degli occhiali da vista, del gioco degli scacchi, della polvere da sparo, del rosario, dei tarocchi, del mulino a vento e persino del gioco del calcio (in Francia detto soule). Grazie ad autentici geni come Papa Silvestro II e Leonardo Fibonacci importammo l’uso dei numeri arabi, la geometria e l’algebra. Sempre nel Medioevo si può riconoscere l’infanzia dei comuni (sorti a partire dal Duecento) e, secondo Le Goff, della stessa Europa.
Esiste d’altro canto un Medioevo popolaresco, ancora riconoscibile in famose ricorrenze come il carnevale di Ivrea o la Corsa dei Ceri di Gubbio (tenuta ogni anno il 15 maggio in ricordo dell’assedio di Federico Barbarossa), ma anche un Medioevo sacro. Da quest’ultimo provengono la festività del Corpus Domini, l’impostazione della preghiera a mani giunte, la concezione del Purgatorio e il culto di santi ancora molto venerati, come Francesco d’Assisi, Benedetto da Norcia e Antonio da Padova. E Nicola di Mira, le cui reliquie furono traslate dalla Turchia a Bari nel 1087 in seguito a uno di quegli avventurosi furta sacra descritti nei legendarii vergati dai monaci amanuensi. Da allora la figura del patrono barese si è scissa, dando origine da un lato — per via nordica — alla figura di Santa Claus e dall’altra a quella di Cola Pesce, tanto cara al trovatore tolosano Raimon Jordan e, più di recente, a Italo Calvino.
È proprio Calvino, con il suo Medioevo surreale e fiabesco parallelo a quello di Queneau (I fiori blu), a far approdare sui nostri lidi il volto di un’epoca fatta di curiosità, labirinti e misteri. Si pensi alla trilogia degli «antenati» e al Castello dei destini incrociati, ma soprattutto alle Città invisibili. È proprio tra queste pagine che incontriamo un Marco Polo disincantato e sognatore, un semiologo dell’effimero che racchiude dentro di sé lo spirito del Marco Polo realmente vissuto, insieme all’affabulazione di Rustichello da Pisa, lo scrittore che conobbe in carcere il mercante veneziano e probabilmente lo aiutò a mettere nero su bianco, nel Milione , le sue esperienze e le sue fantasie.
È precisamente da questo, dall’ambizione narcisistica di scrivere di noi stessi tramutando l’io vero in io narrativo, consapevoli che ciascuno di noi sia diverso dal prossimo, proprio da questo, dicevo, che scaturisce la rivoluzione antropologica del pensiero medievale. Quella che più di ogni altra cosa sopravvive dentro di noi contemporanei: la libertà di essere ciò che vogliamo, a costo di reinventarci, di mentire, di scavalcare i confini che separano il reale dalla fantasia. Oppure di calarci nei baratri più profondi e spaventosi dell’oltretomba come fece Dante, padre delle visioni più sublimi, dell’arte del simbolo ma anche delle nostre paure ultraterrene. Neppure l’Alighieri, d’altro canto, è sfuggito all’odierno gusto del kitsch che fagocita ogni cosa e la sputa trasmutata, o riciclata, quasi ci trovassimo davanti a uno di quei Gorgoneion intenti a masticare i dannati nei Giudizi Universali. Risorto infatti in un celebre videogame, Dante’s Inferno, fa il verso a un Medioevo visionario, ferocissimo e tutto sommato godibile.
Del resto, in un gioco distorto che ha visto cadere quest’epoca tanto bistrattata persino nelle mai di Sam Raimi (L’armata delle tenebre), non ci si stupisca troppo di veder comparire tra gli albi a fumetti anche i cavalieri delle apocalissi gotiche. Ora cavalcano destrieri d’acciaio rombante e si fanno chiamare Ghost Rider, ma non lasciatevi ingannare: come accade da secoli, sono avvolti dallo zolfo delle leggende medievali.

domenica 19 giugno 2016

Non solo di scarti è fatta la vita ma di eros e amore



Michelle Weinberg, Art in public space

La storia della civiltà umana è costellata di rifiuti. 

Già Tommaso D’Aquino dichiarava che i suoi scritti non erano altro che letame
Ma è il nostro tempo, il tempo dominato dalla cultura del consumo che segna l’avvento dell’accumulo della spazzatura
Viviamo in case piene zeppe di cose morte. Tra le nuove sindromi c’è quella di coloro che non riescono a liberarsi degli oggetti acquistati

Non è vero però che tutto è sempre da buttare

Massimo Recalcati, "La Repubblica", 19 giugno 2016

Quello che scartiamo, che gettiamo nella spazzatura, i rifiuti che ogni civiltà umana accumula non sono solo oggetti che hanno esaurito la loro utilità o che si sono decomposti, ma indicano anche ciò che noi stessi siamo. È questo il lato più inquietante – il tabù – della spazzatura. Essa ci riguarda da vicino perché la nostra natura finita ci accomuna al suo destino. È il risvolto umanissimo dell’ampia problematica della gestione dei rifiuti nella storia della civiltà umana. Non siamo forse tutti noi – nonostante quanto affermi, sia detto da parte mia senza la benché minima ironia, Emanuele Severino – destinati a finire, a decomporci? Il nostro viaggio non è dall’essere al nulla, dall’esistenza alla polvere?
Eppure il rifiuto non può mai essere smaltito del tutto; qualcosa resta, indistruttibile, ponendo, drammaticamente, il problema del suo smaltimento. Non accade anche in politica dove il “riciclato” è lo spettro del rifiuto che ritorna incessantemente come un incubo resistendo ad ogni tentativo di rottamazione? È un fatto: non esistono civiltà senza fogne. Ma se così è, se questo è il destino mortale che ci attende e ci costituisce come esseri umani, tutto è davvero da buttare? Tutto, la vita stessa, assomiglierebbe ad una immondizia da gettare via? Non è questo l’insegnamento di una vita come quella di Giobbe che conosce in una progressione malefica la trasformazione di tutti i suoi beni – compreso quello del proprio corpo – in rifiuti, in scarti indecenti?
«I rifiuti sono quello che rimane quando non rimane nient’altro», scrive Alberto Zaccuri,
scrittore e saggista di raffinata intelligenza in un ricchissimo recente libro dedicato al tabù dei rifiuti: Non è tutto da buttare. Arte e racconto della spazzatura (La Scuola). L’eccedenza da smaltire dei rifiuti si coniuga con il problema della mancanza. Il rifiuto è simbolo di entrambe: è qualcosa che ci assedia e che esige un collocamento, ma è anche qualcosa che segnala l’inappagamento del nostro desiderio. Ogni oggetto non è mai in grado di estinguere la mancanza. Il discorso del capitalista enfatizza non a caso la rapidità della metamorfosi delle cose in spazzatura. Gli economisti la chiamano obsolescenza: in tempi sempre più accelerati le cose scadono mostrando dietro alla gloria effimera della loro esistenza la loro radice mortale. La cultura del consumo è una grande cultura dello scarto. Le nostre case sono piene zeppe di cose morte. Lo stesso DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha recentemente aggiunto tra le nuove sindromi quella di coloro che non riescono a liberarsi degli oggetti acquistati accumulandoli cimiterialmente e caoticamente nella propria casa (“disturbo di accumulo” o “disposofobia”).
Alla fine della sua vita Tommaso d’Aquino – ricorda Lacan – dichiara tutti i suoi scritti null’altro che “sicut palea”, scarto, letame. Il lustro narcisistico dell’immagine del grande filosofo al culmine della sua fama, lascia il posto al suo destino mortale, al suo essere “niente”. Egli non cerca rifugio nel culto nevrotico della bellezza come reazione difensiva di fronte alla marea montante dei rifiuti, non crede nella bella forma che dovrebbe salvarci dal rischio della contaminazione con l’informe. Non resta, sembra dire il filosofo, che l’humus umano, spazzatura, immondizia, palea. Eppure, come insegna con forza la parola di Cristo, è solo sulla “pietra di scarto” che si può edificare una possibile liberazione dell’uomo dall’assillo della sua fine. Cristo si fa egli stesso “scarto” – muore come un delinquente comune sulla croce – per liberare la vita dall’idea nichilistica che essa non sia altro che una orrenda casualità. Cristo è uno scarto che ci libera dal destino di diventare degli scarti. Ma il nostro tempo è il tempo della “morte di Dio”: tutto è andato in frammenti, tutto è a pezzi, tutto manca di senso, “tutto è vano e inutile”, come predica l’indovino- Schopenhauer in Così parlo Zarathustra di Nietzsche. Questo significa che tutto è diventato scarto, che tutto è un insieme informe di macerie, scorie, detriti? Il mondo stesso non sarebbe altro che una grande fogna?
La risposta si trova nel finale poetico della riflessione di Zaccuri. Si tratta di un aneddoto autobiografico. Anche un amore può nascere lungo la strada che conduce alla pattumiera. Gli accadde un’estate di diversi anni fa. Nel tragitto per buttare la spazzatura di una casa vacanze in montagna due giovani si incontrano, si conoscono e si innamorano. In amore, come ci ricorda Leonard Cohen in Suzanne, “tutto accade da qualche parte, non si sa dove, tra i fiori e la spazzatura e i fiori”. Ma cosa resiste alla spazzatura, alla tentazione di buttare via tutto? Per Freud il gioco della vita consiste nel ritardare la fatalità inaggirabile della morte. Questo gioco è possibile solo grazie ad Eros: complicare, allungare, rendere più tortuoso, il cammino che ci farà diventare palea, polvere. È solo il gioco di Eros che può fare della vita qualcos’altro da una orrenda montagna di rifiuti. Qualcosa resiste. Non tutto è da buttare. Qualcosa può accadere tra la spazzatura e i fiori. È quello che avvenne diversi anni fa a due giovani e che continua ad avvenire. “L’amore”, scrive Zaccuri, è ciò che davvero “resiste”.

domenica 15 maggio 2016

Il traduttore cambia l’italiano

Cristina Taglietti, "Corriere della Sera", 15 maggio 2016

L’italiano cambia, anche attraverso le traduzioni dei romanzi. È uno dei temi che l’«Autore Invisibile», il ciclo di seminari curato da Ilide Carmignani, ispanista e traduttrice di autori come Gabriel García Márquez, Roberto Bolaño, Luis Sepúlveda, in questi giorni sta affrontando. Questa mattina il linguista Gianluigi Beccaria parlerà di «Italiano che va e italiano che viene» e in questi cambiamenti della lingua ha un ruolo anche quello che leggiamo, considerato che più del 60 per cento della narrativa viene dall’estero. «L’italiano è una lingua ancora vitale — dice Beccaria — che magari per strada perde pezzi ma ne acquista di nuovi. Una volta venivano dal basso, oggi vengono soprattutto dalla lingua imperiale, l’inglese. In generale, un tempo la nostra narrativa poggiava su basi molto tradizionali, oggi anche la lingua si va globalizzando, forse anche si appiattisce un po’. Lo sanno bene i nostri narratori, che infatti scrivono in un italiano già pronto per essere tradotto. Diciamo che, forse, oggi, un Gadda non potrebbe esserci nella nostra letteratura».
Quando si parla di italiano letterario la traduzione è un punto di riferimento fondamentale, anche se spesso sottostimata. «Quindi — dice Ilide Carmignani — la domanda è: quando traduco La gabbianella e il gatto di Sepúlveda a quale italiano faccio riferimento? All’italiano dell’uso? Ma io sono toscana e ogni casa editrice ha una sua idea di italiano letterario. Per esempio: come traduco cool? Per la casa editrice romana dovrei usare fico, per quella milanese figo. Io metterei ganzo. Se faccio una traduzione fedele e letterale, non uso un buon italiano, ma un incrocio tra la mia e l’altra lingua». Le regole di revisione delle case editrici e la loro provenienza contano più di quanto si creda. «Il passato remoto si sta indebolendo per esempio — continua Carmignani —. Contribuiscono le traduzioni da una lingua come l’inglese che ha una sola forma di passato e l’editing di molte case editrici del Nord, dove è usato molto meno rispetto ad altre zone d’Italia. Per me è un impoverimento, si perdono sfumature».
A cambiare l’italiano non sono solo le traduzioni dei romanzi, ma anche quelle delle serie tv. Lo spiega Stefano Arduini, docente di Linguistica generale all’Università di Urbino dove organizza, con Carmignani, le Giornate di traduzione: «L’italiano che usiamo passa anche da lì. Anzi, sui giovani è forse quello che ha più influenza. Ora sta andando in onda Il Trono di Spade, in contemporanea con l’America. È chiaro che la traduzione dei sottotitoli e del doppiaggio non può essere così accurata e infatti si nota la differenza con le precedenti serie. Oltretutto parliamo di un programma che ha creato un suo sistema linguistico. Comunque, è certo che la letteratura non ha più la funzione di riferimento culturale che aveva in passato».
Le serie, ma anche i romanzi di genere, soprattutto i noir, sono alla base di certi calchi dall’inglese. «“Assolutamente”, “rilassati”, “dacci un taglio”, “fottuto”, “dannato” — aggiunge Ilide Carmignani — provengono da lì. Così come l’uso di frasi molto brevi, paratattiche. Si ritrovano nei testi di molti scrittori italiani, da Ammaniti a De Carlo. Una semplificazione che non è necessariamente un male, dipende da quanto l’autore la integra in uno stile personale». Quando viene male, il linguista Giuseppe Antonelli la chiama «traduttese»: «Era molto diffusa una decina di anni fa, adesso mi sembra che sia un po’ diminuita». Antonelli ieri ha parlato di punteggiatura ai partecipanti del seminario di traduzione. Perché anche in quel settore la lingua dei romanzi ha esportato qualcosa: «Come l’uso del trattino che non si chiude. In italiano se ne usano due a indicare un inciso. È curioso che il primo ad accorgersene sia stato Leopardi che se la prende con il traduttore di Byron, paragonandolo a un ciarlatano di piazza che, in quel modo, vuole dirci: guardate quanto sono bravo. D’altronde anche Sandro Veronesi, in un libro del 2001 tutto dedicato alla punteggiatura, ha scelto il trattino. La grammatica italiana non lo accetta, ma lui ne fa un manifesto». Certo non si può parlare di un’unica lingua. «L’ultimo bestseller — aggiunge Arduini — non può avere lo stesso tipo di traduzione di un lavoro autoriale. Si va dal linguaggio sofisticato dei grandi traduttori, attenti a riprodurre la voce degli scrittori, a quello rivolto a un mercato di consumo più immediato e veloce, su cui, magari, lo stesso editore non investe molto. Lo scrittore interessante è quello che prende i materiali, anche più bassi, di una lingua e li tempra, cambiandone il valore».
Paolo Nori, che ieri ha animato uno degli incontri dell’«Autore Invisibile», è diventato traduttore, dal russo, dopo aver pubblicato i suoi primi romanzi. È convinto che la traduzione debba parlare ai lettori di oggi con il loro linguaggio, per cui i contadini delle Anime morte di Gogol imprecano in dialetto modenese. «Molti amici russi mi dicono: ma perché traduci Tolstoj? L’hanno già fatto molti altri. È vero, però se un russo lo legge trova una lingua contemporanea, invece la traduzione di Landolfi, per esempio, è datata. Ma questa è proprio una caratteristica della nostra lingua. Se un bambino russo legge il romanzo in versi di Puškin Evgenij Onegin, capisce tutto. Io ho letto a mia figlia il 5 maggio di Manzoni e lei ha capito che qualcuno giocava a memory respirando».

lunedì 25 aprile 2016

Tabù del mondo: “Perché ci coglie la paura di fronte alla pagina bianca”


MASSIMO RECALCATI

"La Repubblica", 24 aprile 2016

Chi non ha mai fatto l’esperienza traumatica dell’incontro con la muraglia insuperabile della pagina bianca? Nelle scuole coi primi temi, nelle prove degli esami, nella lettera inviata a un padre, a un figlio o all’amata. Ogni volta la pagina bianca si è eretta di fronte a noi come una montagna impervia che non si lascia scalare. Gli scrittori, i pittori e i musicisti conoscono forse meglio di tutti la dimensione spietata di questa muraglia. Van Gogh scrive al fratello Theo che può passare ore di fronte al ghigno feroce e beffardo della tela bianca sentendosi paralizzato, incapace di agire. Flaubert, Kafka o Beckett hanno descritto l’esperienza del trovarsi schiacciati di fronte alla nudità impossibile da violare della pagina bianca. Philip Roth ne L’umiliazione descrive la fine di una magia che ha caratterizzato il rapporto di un attore di teatro col palcoscenico. Il suo declino è iniziato quando, prima di recitare, comincia a pensare di recitare. L’impeto che gli consentiva di superare la parete insidiosa del silenzio perde così il suo vigore per lasciare il posto a una sequela di dubbi: «Non ce la farò, non ne sarò capace, mi hanno dato una parte sbagliata, sto facendo il passo più lungo della gamba, sono un impostore, non so nemmeno recitare la prima battuta».
Perché la pagina, la tela bianca o il silenzio di un teatro possono trasformarsi in incubi, in tabù impossibili da violare? In realtà noi sappiamo che la pagina, la tela e il silenzio non sono luoghi vuoti, puri spazi insaturi da riempire. Noi sappiamo che questi luoghi sono strapieni, farciti di segni, di storia, di sapere, di tutto ciò che è già avvenuto prima. Come si può scrivere ancora dopo Proust? Come si può dipingere ancora dopo Picasso o dopo Burri? È un fenomeno che in forma meno altisonante intercettiamo nelle storie di quei giovani che pur avendo avuto percorsi scolastici brillanti si schiantano di fronte al compito di scrivere la loro tesi di laurea. Qualcosa impedisce loro di oltrepassare le colonne d’Ercole della pagina bianca. Cosa? Quale è il nome di questo spettro paralizzante?
Freud e Lacan hanno ricondotto l’inibizione intellettuale che impedisce il gesto della creazione a una fissazione libidica allo “stadio anale”. Nella fase anale il bambino fa esperienza della possibilità per lui inedita di trattenere o rilasciare le proprie feci. Questo potere decisionale rovescia il rapporto di subalternità che aveva sino a quel momento condizionato i rapporti con i suoi genitori. Trattenendo le feci egli scopre che la madre aspetta il prodotto dei suoi sforzi con trepidazione. Mentre nella fase orale il bambino appare subordinato alla madre alla quale domanda quello che gli manca e che desidera — il seno — , in quella anale è la madre che invoca la cacca del suo bambino. Rilasciare le feci significa allora dare soddisfazione alle attese dell’Altro. «Ma che bella la tua cacca! Davvero speciale! Sembra oro!». Così una madre (o un padre) possono gratificare il proprio cucciolo nell’atto davvero “prodigioso” — il primo in assoluto — di creare qualcosa da sé, con le sue proprie forze. Ma rilasciare le proprie feci significa anche per il bambino sottoporsi al giudizio dell’Altro, ovvero perdere tutto quel potere che il trattenerle gli attribuisce, innanzitutto quello di coltivare una immagine ideale di sè. Inizia così il tempo della ruminazione dubbiosa: «E se poi non fosse davvero “oro”?». È questo il tarlo che affligge il bambino che resta fissato alla fase anale e che ritorna a scuoterci quando ci troviamo di fronte allo spazio placido e orribile della pagina bianca.
Una volta che scrivo, una volta che rompo il ghiaccio e decido di prendere la parola, una volta che rinuncio al privilegio di trattenere il mio prodotto presso me stesso, sono obbligato ad entrare nello scambio e nel commercio con l’Altro. Non potrò più evitare di essere sottoposto al suo giudizio. In questo senso restare inchiodati al di qua della soglia della pagina bianca permette all’allievo inibito come al grande scrittore, di preservare l’illusione infantile di generare delle feci d’oro. Infatti, sino a che si asterrà dall’atto creativo, egli potrà coltivare il sogno di produrre un materiale unico, impeccabile, ovvero di trasformare, come un novello re Mida, i propri escrementi in oro coltivando una immagine ideale di sé. Se invece cedesse si esporrebbe alla dimensione senza rete dell’atto e la sua intera vita potrebbe davvero correre il rischio di essere scoperta come una misera cosa. Ma è proprio nel disperato tentativo di evitare il sortilegio maligno che il creatore inibito finisce per restare imprigionato in una cella. In questo senso più si è vittima della propria immagine ideale più cresce l’inibizione intellettuale. Servirebbe allora assumere la verità scabrosa con la quale Lacan traumatizzò positivamente Umberto Eco: «Mangia il tuo Dasein!», gli disse una volta di fronte a uno strano dessert, ovvero mangia le feci di cui sei fatto, non restare prigioniero della tua immagine ideale. In fondo, come recita Fabrizio De André, dai diamanti non nasce niente; è dal letame che nascono i fiori.

domenica 7 febbraio 2016

Il primo zero


L’iscrizione, originariamente collocata sulla porta del tempio pre-angkoriano di Sambor, vicino al fiume Mekong, è ritenuta la più antica testimonianza dello zero. 


                          La testimonianza archeologica più antica è in Cambogia

Ma le radici filosofiche sono in India
E l’elaborazione più raffinata si deve agli studiosi musulmani
 che inventarono l’algebra
Finché il giovane pisano Leonardo Fibonacci non lo portò in Europa

Amedeo Feniello, "Corriere della Sera -  La Lettura",  7 febbraio 2016


L’uomo, nella sua storia, di rivoluzioni ne ha viste tante. Una, però, stupisce più delle altre. Talmente grande che, ai nostri occhi, quasi svanisce. Perché ormai banale. Scontata. La rivoluzione dei numeri. Una rivoluzione tutt’altro che rapida. Ma lenta e tortuosa. Capace di avviluppare, nel corso dei secoli, tre continenti: Asia, Africa ed Europa. Regalandoci nove cifre e, con esse, lo zero. Il tutto, ben combinato, rende possibile l’impossibile. Rappresentare — e calcolare — qualunque tipo di numero di qualunque grandezza, minima quanto incommensurabile. Con grazia. Con facilità. Brevi linee che, per parafrasare Shakespeare, mescolate tra loro permettono a semplici sgorbi di trasformarsi in milioni di miliardi. Tendenti all’infinito.
Dove comincia questa storia? Non nell’Impero romano, in cui l’idea dello zero era assente e l’elaborazione del calcolo arcaica e farraginosa. Ma lontano. In un Oriente magnifico, fantastico, semisconosciuto. Ma di preciso? L’itinerario è vasto. Va dalla Mesopotamia all’India fino alla Cambogia. Là dove, racconta Amir D. Aczel nel suo libro Caccia allo zero (Raffaello Cortina), a Sambor Prei Kuk negli anni Venti del Novecento il francese Cœdès portò alla luce la prima testimonianza archeologica dello zero, che anticipa almeno di due secoli quella indiana di Gwalior, risalente al IX secolo della nostra era.
Tracce archeologiche. Evidenti. Che ci riportano al nostro Medioevo. Ma il cammino è tanto più antico. A partire proprio dalla penisola indiana. Dove il cuore di tutto è lo Shunya . Che in indiano significa zero. Termine legato all’idea buddhista di nulla, che viene definito infatti Shunyata . Insomma, lo zero, il numero e il nulla buddhista — lo scopo della meditazione e un ideale cui aspirare per raggiungere il Nirvana o illuminazione — sono una cosa sola. Figli dello stesso concetto filosofico. Profondo, ricco di simboli e di implicazioni. È lì la matrice di ogni ragionamento.
Nella pratica, il nuovo sistema che nasce si basa su tre idee chiave: le notazioni per le cifre, il valore posizionale e lo zero. Sistema che viene elaborato nel Brahmasphuta Siddhanta di Brahmagupta (VII secolo), che, per primo, descrive lo zero come il risultato che otteniamo quando sottraiamo un numero da se stesso. Ma se dottrina filosofica e matematica si fondono nel mondo indiano, è la concretezza dei mercanti dell’economia-mondo musulmana altomedievale che mette in moto questa macchina fatta di cifre facili da adoperare nelle transazioni. Con una raffinatezza di calcolo che si accentua di momento in momento, di anno in anno. Attraverso elaborazioni che prevedono percentuali, frazioni, risoluzioni algebriche, progressioni ecc.
Un’onda che secoli prima del Mille conquista Bagdad e l’intero Nord Africa. Con matematici straordinari. Tra i più grandi? Al-Khwarizmi, vissuto probabilmente tra il 750 e l’850, dal cui nome volgarizzato in latino deriva il termine algoritmo. L’autore dell’ Al-Kitab , il trattato su quella che noi oggi chiamiamo l’algebra, nel quale è presente un approccio sistematico alla soluzione delle equazioni lineari, con un’ampia spiegazione di come si risolvano quelle polinomiali fino al secondo grado. Un mondo in cui lo zero espande la sua influenza e gli vengono conferiti attributi per sottrarlo all’opacità della sua essenza di Niente che, aggiunto a qualcosa come un numero, si trasforma in Tutto. Attributi che fioccano: lo chiamano il Nulla o il Vuoto o il Vento: Sifr, termine che designa la cifra per eccellenza. Parola derivata verosimilmente da Zephirus, da cui zero.
Per l’Europa, la storia dello zero e dei suoi nove compagni comincia molto dopo. E lontano dalle sue coste. Si parte dalla città nordafricana di Bugia di Barberia, dove, alla fine del XII secolo, un giovane pisano, Leonardo Fibonacci, come racconta lui stesso nel Liber abaci, viene istruito fin dall’infanzia da maestri musulmani «nell’abaco al modo degli Hindi» e a conoscere le «nove figure dei numeri usati dagli indiani». Va detto che Leonardo non era il primo occidentale a conoscere questa numerazione. In realtà, altri avevano assorbito dalla Spagna musulmana la conoscenza delle nuove cifre. Basti pensare al Codex Vigilanus, del 976. Oppure a Gerberto d’Aurillac, Papa Silvestro II, che, circa negli stessi anni, cerca di migliorare l’efficienza dell’abaco, usando simboli che adoperano una forma primitiva di cifre indo-musulmane.
Tuttavia, prima di Fibonacci nessuno in Occidente aveva compreso le potenzialità dei numeri indo-musulmani da applicare in maniera costante sia al mondo del commercio sia nella vita quotidiana. È a partire da lui che si comincia a sfruttare al meglio questa innovazione, trasformandola in qualcosa di eccezionale. Però, non fu una passeggiata. Per Guglielmo di Malmesbury i numeri non sono altro che pericolosa magia saracena. Firenze, alla fine del Duecento, ha paura dello zero, cifra oscura e segreta, e lo proibisce. Un pregiudizio che dura a lungo: ad esempio all’Università di Padova i bibliotecari erano tenuti a scrivere i prezzi dei libri «non per cifras sed per litteras claras». Nel 1494 il sindaco di Francoforte ancora dava istruzioni ai suoi capi contabili di «astenersi dal calcolare con le cifre». Addirittura nel 1549 un canonico di Anversa ammoniva i mercanti a non usare i numeri nei contratti e negli affari.
Ma si tratta di scorie, in una società dove avanza a grandi passi la razionalità contabile delle compagnie internazionali italiane ed europee. E l’intuizione, nata nelle foreste della Cambogia e dell’India, ha ormai mutato pelle, in profondità: non più patrimonio di pochi iniziati, avvezzi ai simboli e alle pratiche filosofico-numeriche, ma strumento rivoluzionario di conoscenza e di controllo della realtà. Emblema della nuova epoca rampante, inarrestabile e aggressiva del capitalismo e dell’egemonia occidentale.

Nudo, il (non) comune senso del pudore




Arturo Carlo Quintavalle, 

"Corriere della Sera - La Lettura",  7 febbraio 2016


Lo sappiamo, i greci inventano, nel V secolo a. C., il corpo nudo come proporzione, armonia. Eppure la Venere capitolina, Venere Pudica perché si copre seni e sesso, copia romana dalla Afrodite cnidia di Prassitele, la Leda col cigno da Policleto, il Dioniso, sono state censurate ai Musei Capitolini di Roma in occasione della visita del presidente iraniano il 26 gennaio.
La vicenda ha molti precedenti. Il più noto: alla fine del Concilio di Trento, appena morto Michelangelo, Daniele da Volterra, nel 1565, copre le nudità del Giudizio Universale .
Ma la presenza dei corpi umani, anche nudi, dipende dalle ideologie. Infatti, delle «religioni del Libro» la ebraica, salvo che agli inizi, rifiuta le immagini e quella islamica permette solo di raffigurare alberi, animali: così i mosaici nel cortile della Grande Moschea di Damasco o quelli della Moschea di Omar a Gerusalemme. Maometto, che alla Mecca aveva distrutto tutti gli idoli, suggerisce nella XXIV Sura detta «della luce»: «Dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, e si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti belle che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli… o ai loro servi maschi privi di genitali».
Difficile il passaggio delle immagini del nudo dal mondo romano al mondo cristiano. Le antiche statue femminili conservate nei musei in genere sono state scoperte in età moderna, per questo sono scampate alla falcidie voluta dai cristiani di migliaia di opere, atleti e divinità, retori e imperatori che illustravano teatri e anfiteatri, fori e templi da Occidente a Oriente.
Certo, dal XV secolo in poi, il nudo antico diventa meta del collezionismo a Roma e in Occidente. Così la Venere di Milo (130 a. C.) ora al Louvre, scavata nel 1820 e portata in Francia nel 1821; così la Venere dei Medici, ora agli Uffizi, di fine I secolo a.C., che nel 1803 viene portata al Louvre e restituita nel 1815: era tale la sua importanza che, per sostituirla, viene dato incarico ad Antonio Canova di scolpire una nuova Venere, battezzata Venere Italica, ora a Pitti (1804-1812).
Eppure proprio quel mondo cristiano che ha distrutto i nudi dell’antico rappresenta il nudo in almeno due momenti precisi del proprio racconto: i Progenitori nel Paradiso terrestre e il Giudizio Finale. Quando Wiligelmo scolpisce a Modena (1099-1110 circa) le sculture della Genesi mostra la Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Scrive la Bibbia: «Il signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: dove sei? Rispose: ho udito il tuo passo nel giardino, ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto». Dunque la vergogna della nudità è prova della trasgressione; del resto Maometto nella Sura VII «del Limbo» scrive: «(e Satana) li trascinò in errore, e quando ebbero gustato i frutti dell’albero, apparvero le loro vergogne e presero a coprirsi con foglie del Giardino».
I nudi dei Giudizi Finali del medioevo cristiano sono diversi: nudo composto nella resurrezione dalle tombe dei beati; nudo scomposto, segnato dalla violenza dei castighi, quello dei dannati. L’Occidente cristiano è ricco di questi Giudizi, dal tempo romanico al gotico, da Torcello a Sant’Angelo in Formis, dal Battistero di Firenze a Chartres, da Notre-Dame al Giotto degli Scrovegni a Padova.
Nel XV secolo l’antico viene recuperato come modello e, attraverso Vitruvio, l’idea della proporzione del corpo come ordine del mondo si impone in Toscana da Donatello a Leonardo a Michelangelo nel suo David, mentre Leon Battista Alberti, nel Della Statua (1450 circa) intende l’atto creativo come rappresentazione dell’Idea platonica.
Ma scolpire è anche racconto e la rivoluzione ha una data, il 1506, quando a Roma viene scoperto il gruppo ellenistico del Laocoonte e subito pittori e scultori mettono in scena quel modello, prima Michelangelo nella volta della Sistina, quindi Raffaello nella Cacciata di Eliodoro nelle Stanze Vaticane. Perché, come scrive Ascanio Condivi nella sua Vita di Michelangelo (1553), «più volte (egli) ha avuto in animo, in servigio di quelli che vogliono dare opera alla scultura e pittura, far un’opera che tratti di tutte le maniere de’ moti umani e apparenze» — dunque dipingere, scolpire, è rappresentare le passioni, come nei nudi Prigioni di Michelangelo per la tomba di Giulio II in San Pietro, mai finita, come nel Giudizio della Sistina.
Dopo la Controriforma la rappresentazione della figura scolpita diventa funzionale e di classe: un certo tipo di nudo viene riservato alla privata raccolta del committente, il cardinale Scipione Borghese che nel 1623-25 fa scolpire al Bernini Apollo e Dafne dove mondo vegetale e figura umana si fondono; e il nudo torna come evocazione dell’antico nella Fontana dei fiumi a Piazza Navona (1648-1651). Bernini poi, ai nudi contrappone la figura vestita, ma densa di sensuale tensione erotica, dei monumenti destinati alla pietas dei fedeli, come quello alla Beata Ludovica Albertoni di San Francesco a Ripa a Roma (1673-1674).
In pittura, si propone una storia diversa dalla proporzione toscana. Così Jan e Hubert van Eyck nel Polittico dell’Agnello Mistico a Gand scavano, con analitico realismo, i corpi di Adamo ed Eva; così Albrecht Dürer, nei due Progenitori al Prado (1507), mette a frutto il viaggio a Venezia e inventa un nuovo spazio. In Italia invece, ancora agli inizi del Cinquecento, domina la riflessione neoplatonica: ecco dunque Giorgione proporre nella Venere di Dresda (1508) conclusa da Tiziano, un cosmico rapporto fra natura e figura, come fa Leonardo nei suoi pochi, densissimi dipinti, mentre lo stesso Tiziano, nella Venere di Urbino (1538) esalta il nudo femminile creando una scena diversa, laica, veritiera che Velázquez trasforma nella sua Venere allo specchio di Londra (1650) in sottile, controriformistico memento mori.
Questa rivoluzione nel racconto del nudo che, da sublimato, diventa dolorosamente corrotto, aveva avuto un nuovo inizio con Caravaggio, ad esempio nella Deposizione dei Musei Vaticani (1604) che diventa modello per la pittura europea mentre Rubens, ad esempio nell’Ercole della Sabauda a Torino, evoca la statuaria antica con i colori di Veronese e Tintoretto. E nell’Ottocento proprio Veronese viene citato, con Tiziano, nei nudi di Renoir mentre Degas, per le sue ballerine, dialoga con l’arte del Seicento, quella di Vermeer.
La fine del mito del nudo all’antica la segna Picasso con le Demoiselles d’Avignon (1907), lui che prima meditava, nei dipinti del Periodo Rosa, sul classicismo di David. Oggi il nudo si propone in modo ambivalente: da una parte la foto di cronaca con la violenza sui corpi e i serial americani che li mostrano sui tavoli di dissezione; dall’altra il consumo del nudo nelle pubblicità e nei reality alla ricerca di improbabili Adami ed Eve su un’isola dei famosi.

Siamo tutti Don Chisciotte



Cervantes è morto quattrocento anni fa, 
il suo eroe invece è vivo e si nasconde nella nostra parte migliore
È colui che, lancia in resta, ogni giorno ha una nuova battaglia da perdere trasformando il quotidiano in epica e crogiolandosi nell’impossibile
Cavalca al confine tra visionarietà e illusione. 
E spesso trascina con sé nel fango uno scudiero che gli si mette appresso per fede

Gabriele Romagnoli, "La Repubblica",  7 febbraio 2016

Miguel Cervantes è morto quattrocento anni fa, ma Don Chisciotte, la sua creatura, è vivo e lotta insieme a noi, o contro di noi. Lo incontriamo ogni giorno: nei tg che parlano di politica, nelle cronache sportive, in tribunale, in chiesa e, inevitabilmente, allo specchio. È quello lancia in resta, ogni giorno una nuova battaglia da perdere. Sa definirsi solo attraverso gli avversari, ammassandone quantità e qualità con lussuria da combattimento. Trasforma il quotidiano in epica. Si crogiola nell’impossibile e ambisce, più di ogni altra cosa, alla sconfitta, nella cui nobiltà si riconosce e, seppur per poco, riposa. Cavalca al confine tra visionarietà (prodromo di grandezza) e illusione (sintomo di miseria). Trascina con sé nel fango (che proclama dorato) uno scudiero, anche più. Questo gli si mette appresso per fede, ci resta per pietà e, infine, perché non gli resta altra vita che all’ombra di quel sole spento: almeno di follia bruciò. Don Chisciotte non era un personaggio, ma un prototipo. Ha generato una filiera, gli epigoni sono qui, anche se nessun Cervantes li racconta perché in letteratura vale solo la matrice, il resto sono copie, imitazioni, realtà.
In politica esistono molti esempi, due tra tutti: uno in Italia e l’altro negli Stati Uniti. Il primo è Marco Pannella. Da decenni, armato di sigaretta, si batte per tutto e tutti. Protesta, digiuna, s’imbavaglia. Scioglie e ricostituisce. Battezza e scomunica. Mai che acconsenta o riconosca. Se all’inizio le sue cause erano chiare e condivise, con il tempo il fumo si è alzato anche lì e dai gloriosi referendum che hanno portato a vere conquiste nel campo dei diritti civili si è passati a terreni più friabili, sui quali era difficile seguirlo. È valso anche per gli scudieri che, a differenza di Don Chisciotte, si è divorato uno a uno, disconoscendoli, trasformandoli in nemici, attaccandoli, in attesa del duello finale con la propria ombra.
Il secondo, il fratello americano, è Ralph Nader, quello che si candidava alla Casa bianca per perdere e far perdere. Mister due per cento, felice e contento. Il leader della nicchia e guai se si allarga. Se avessero un inno sarebbe Figlia, la canzone di Roberto Vecchioni che dice: «Vincere significa accettare e questo, lo dovessi mai fare, tu questo non me lo perdonare».
Nudi e senza meta. Forse un po’ profeti di questo tempo rovesciato in cui tra i possibili candidati alla presidenza degli Stati Uniti l’eventuale indipendente (Michael Bloomberg) è un mulino a vento e il vero Don Chisciotte è quel democratico (Bernie Sanders) che pur di assicurarsi la sconfitta si dichiara socialista, come uno che ai controlli dell’aeroporto Kennedy, nell’apposito modulo, alla domanda «Intende svolgere attività terroristiche?» rispondesse barrando la casella del sì.
C’era un Don Chisciotte femmina davanti ai cancelli della Casa Bianca. C’è stata per oltre trent’anni: dal 1981 al gennaio scorso. Si chiamava Concepcion Picciotto, detta Connie. Le avevano portato via la figlia adottiva, almeno così sosteneva. E allora, «in nome di tutti i bimbi del mondo », protestava chiedendo il disarmo nucleare. Con un casco in testa, non ha mai mancato un giorno. Altri si sono uniti: il suo scudiero, tale William Thomas, morì dopo 25 anni di avanti e indietro sul marciapiede. Lei continuò. Alla sua morte un’agenzia di stampa ha scritto: «Molti la consideravano un’eroina, altri dubitavano della sua sanità mentale. La verità probabilmente sta nel mezzo». Esattamente dove cavalca Don Chisciotte.
Se si fosse fermato su una panchina avrebbe assunto le sembianze di Zdenek Zeman e si sarebbe lanciato contro l’invincibile, svelato magagne. Avrebbe comminato uno schema di gioco splendente e perdente, si sarebbe beato del 5 a 4, in favore o a sfavore, senza distinguere. Esattamente quel che ha fatto il boemo, senza mai cambiare una virgola di sé, mai adattarsi, continuando sempre ad attaccare, con o senza palla. Accusando, accusando. Spesso a ragione, ma come si faceva poi a distinguere il torto, l’infondatezza?
Non è un caso che un suo assist sia stato raccolto dal magistrato Raffele Guariniello della procura di Torino, il Don Chisciotte dei procedimenti penali. Dopo essersi dimesso, nel dicembre 2015, ha annunciato “donchisciottescamente” di voler fare l’avvocato «al fianco dei più deboli ». Di lui Wikipedia sobriamente scrive: «È spesso comparso sui giornali per eclatanti inchieste». Talora finite con archiviazione, prescrizione o trasferimento del fascicolo, ma lui non si è mai arreso: era già sul prossimo caso, su una nuova prima pagina. I suoi mulini a vento sono stati: la Fiat, le farmacie del calcio, la Sanità, il metodo Di Bella, il metodo Vannoni, la Thyssen, l’Eternit. Alcuni erano veri draghi, qualcuno è riuscito perfino a infilzarlo. Con lo stesso spirito con cui Erin Brokovich, legale dilettante, impersonata sullo schermo da Julia Roberts, infilzò la multinazionale che contaminava con il cromo le acque di una cittadina americana e da allora si dedica a questa battaglia ovunque nel mondo. È uno dei pochi casi in cui Don Chisciotte vince. Un altro è quello di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006 che ha osato sfidare addirittura il sistema bancario internazionale con l’idea del microcredito (manco una lancia, una forchetta). Poi l’hanno trascinato nella polvere ma questo accadde anche al paladino di Cervantes.
Se guardiamo la cronaca recentissima, quella della settimana appena trascorsa, non sarà difficile individuare i due sommi discendenti del cavaliere spagnolo. Uno è Julian Assange, anarchico, libertario, hacker in nome della libertà d’informazione, della trasparenza di tutti i poteri e rifugiato politico, confinato nel perimetro della sua esistenza digitale. L’altro è papa Francesco, il parroco che vuol cambiare la Chiesa di Roma, moralizzare chi parla in suo nome e per conto, diffondere nel mondo, addirittura, la misericordia.
Esempio alto, ma strada facendo non c’è lettore che non si sia identificato, per un tratto, una causa, una romantica disperazione, in Don Chisciotte. Incluso qualche Sancho Panza e molti, moltissimi mulini a vento.