lunedì 25 febbraio 2013

Elogio della brevità


I vantaggi della concisione (escluso questo articolo).
 Da Tacito a Twitter la sintesi è bella e generosa. Regala tempo a chi legge

Beppe Severgnini

"Corriere della Sera",25 febbraio 2013

Ho scoperto la sintesi una mattina d’inverno del 1970, nella stanza d’angolo di un palazzo d’epoca di Crema, affittato dal liceo-ginnasio Alessandro Racchetti per alloggiare quattro classi di movimentati adolescenti. Il nostro movimento non era politico, bensì sportivo; e rivendicava i propri diritti. Nell’intervallo giocavamo a calcio in cortile e avevamo ottenuto, in caso di parità al suono della campanella, di poter disputare i supplementari.
Mi piaceva giocare a calcio, almeno quanto scrivere. Avevo strane idee in materia: ero convinto che la qualità dipendesse dalla quantità e dalla complessità. Arrivare alla quarta facciata del foglio di protocollo, nei compiti in classe, era una sfida. Sceglievo ogni polisillabo che mi avvicinasse all’obiettivo. La mattina, prima di uscire di casa, aprivo a caso il vocabolario e sceglievo tre parole insolite — per esempio «palese», «criptico» e «allegorico» — e le includevo nel componimento. Il tema assegnato era irrilevante. Il progresso? «È palese il collegamento tra progresso e istruzione. Può sembrare criptico solo a chi rifiuta il valore allegorico di alcuni personaggi letterari». La famiglia? «Il ruolo del padre è allegorico. Un riferimento palese e costante per i figli, un ruolo criptico per l’interessato». Un quattordicenne che scrive in questo modo va affidato subito a uno specialista. Ma erano tempi confusi, e molti insegnanti amavano lasciarsi ingannare.
Non la mia professoressa d’italiano, Paola Cazzaniga Milani (veniva da Milano, cosa che a tredici anni mi appariva interamente logica). Ricordo ancora quel compito in classe. Un lungo tema sulla libertà, che avevo farcito di inutili roboanti vocaboli, mi fruttò un misero 6. Un compagno di classe di notevole intelligenza e scarso impegno — alle medie producevamo insieme fumetti ciclostilati e costringevamo i parenti all’acquisto — scrisse solo una frase: «Libertà è il cielo azzurro qui fuori, incorniciato dalla finestra. Fa male guardarlo, chiuso in quest’aula. Meglio convincersi che è una fotografia». Voto 9, lettura in classe.
Non provavo invidia (è un sentimento di cui non sono mai stato capace). Ero sconvolto. La professoressa Milani lo capì e mi chiese di restare dopo la lezione. Disse soltanto: «Ricorda: meno è meglio». Da quel giorno, nei miei temi, solo avverbi svelti, un aggettivo alla volta, mai due «che» nella stessa frase. Mai superare la seconda facciata, per nessun motivo. Ancora oggi scrivo — spero di scrivere — nello stesso modo.
La sintesi è una spremuta di pensiero: fa bene alla salute mentale. Aiuta a capire e a far capire. È un lavoro che facciamo per qualcun altro: ce ne sarà riconoscente. Nella scrittura — in tutte le forme di comunicazione — le parole superflue non sono inutili: sono dannose.
Non condivido, perciò, le preoccupazioni di Carlo Bordoni che recentemente, qui su «la Lettura», ha scritto: «Abbiamo inventato la logica binaria per far funzionare i computer e ora quella stessa logica inflessibile e stringata nella sua meccanicità ci insegna e ci governa». Non capisco perché autori di qualità — Massimo Gramellini e Michele Serra, Francesco Piccolo e Jonathan Franzen — si siano scagliati contro la sensuale costrizione dei 140 caratteri. Twitter non è un’alternativa ad altre forme di espressione. È uno strumento nuovo. Un decespugliatore del pensiero.
Nel corso dei secoli la sintesi ha avuto molti appassionati sostenitori. Anche quello avevo capito, al ginnasio e al liceo, dopo aver imparato a scrivere temi decorosi. Orazio, per esempio, confessava di voler essere rapido, e si dispiaceva quando non ci riusciva: «Brevis esse laboro / obscurus fio» («Cerco di essere conciso, e risulto oscuro», Ars Poetica, 25-6). Gli epigrammi di Marziale, scriveva Concetto Marchesi, «avevano resistenza e vigore nella bocca del popolo» anche perché brevi e memorabili.

Et delator es et calumniator,
et fraudator es et negotiator,
et fellator es et lanista. Miror
quare non habeas, Vacerra, nummos.

E spione e calunniatore,
Imbroglione, trafficone,
Succhiacazzi, commissario tecnico
Di gladiatori. Vacerra, non capisco
Come mai tu non sia ricco.
Epigrammi LXVI, libro XI trad. Guido Ceronetti

Il mio preferito, però, era Tacito. Mi vergognavo un po’ a dirlo: a sedici anni, per trovare la ragazza, era meglio parlare di Neil Young. Tutt’e due, a pensarci bene, preferivano frasi concise che spezzavano volutamente la simmetria del discorso. Maria Elena Zanini — laureata in lettere classiche, studentessa di giornalismo al master Walter Tobagi dell’università Statale di Milano — mi ha scritto: «Tacito sembra complesso e difficile per noi moderni, ma era invece molto letto e apprezzato dai contemporanei. Evidentemente ne condividevano la rapidità, l’intelligenza e la costruzione sintattica»:

Opus adgredior opimum casibus, atrox proeliis, discors seditionibus, ipsa etiam pace saevom. Quattuor principes ferro interempti; trina bella civilia, plura externa ac plerumque permixta; prosperae in Oriente, adversae in Occidente res; turbatum Illyricum, Galliae nutantes, perdomita Britannia et statim missa… (Affronto una storia densa di vicende, terribile per battaglie, torbida di sedizioni, tragica anche nella pace: quattro prìncipi uccisi per spada, tre guerre civili, più numerose quelle esterne e per lo più concomitanti; successi in Oriente, sconfitte in Occidente; sconvolto l’Illirico, instabili le Gallie, la Britannia domata e subito abbandonata…).
Historiae I, 2

«Tacito rocks!», direbbero in America.
Non c’erano solo gli autori latini e greci (Tucidide!), nella mia formazione sintetica. A diciott’anni avevo già letto tutto Cesare Pavese, in vista di una tesina per la maturità; e me ne ero innamorato. Ricordo d’aver prestato per l’estate la mia copia di Feria d’agosto alla ragazzina bruna che mi piaceva; lei me la restituì a settembre, macchiata di crema solare. L’avevo considerato un segno d’attenzione; quando invece, probabilmente, Rosaria non aveva mai tolto il libro dalla borsa da spiaggia. L’autore imbrattato avrebbe sorriso. Le donne, lo sappiamo, gli hanno combinato di peggio.
Cesare Pavese non ha forse aiutato le mie strategie sentimentali; ma è stato un’illuminazione. Negli anni del fascismo retorico e pomposo, aveva letto, digerito e tradotto autori americani che di asciuttezza erano maestri, da Sherwood Anderson a John Steinbeck: e si vedeva. Nel Mestiere di vivere — la nota è del 1942 — s’impone di «disporre tutto il racconto, fin la prima parola e le virgole, in modo che nulla vi sia di superfluo». Scrive Elisabetta Saletti (Appunti sulla sintassi di Pavese): «Pensate alle generiche, scorciate formule d’avvio: “Com’è che”, “Sarà che”, “Fatto sta che” (…), a cui corrispondono le altrettante scorciate formule riassuntive finali, del tipo “Basta”, e le clausole orali: “Questo sì”, “Accidenti”, e altre». Pavese — si capisce dalle varianti — lavorava per sottrazione, arrivando a una lingua scarna e luminosa. Per questo piace a un diciottenne: ieri come oggi.
Conoscete ragazzi che leggono Carlo Emilio Gadda, campione del plurilinguismo facondo? Io no. Stiamo parlando di un fuoriclasse, sia chiaro. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è un capolavoro che ha lasciato a bocca aperta anche un autore (sintetico) come Pier Paolo Pasolini. Sto ascoltando l’audiolibro recitato da Fabrizio Gifuni: uno spettacolare esercizio di bravura. Un testo mozzafiato, ma faticoso (Emilio Cecchi definì Gadda «un Joyce con una forte base di preparazione nelle scienze fisiche e meccaniche»). Il Pasticciaccio è un’opera molto lodata e spesso ricordata; ma ostica e poco conosciuta. L’avessi proposto a una ragazza nel 1973, avrei rischiato l’ostracismo. Quarant’anni dopo il rischio è immutato: ragazzi, non fatelo.
La mia formazione sintetica, messa a dura prova da quattro anni di giurisprudenza, riprese al «Giornale». Indro Montanelli suggeriva — imponeva? — ai nuovi arrivati la lettura di Giuseppe Prezzolini e Leo Longanesi, Ennio Flaiano e Achille Campanile. Autori talvolta incauti, saccheggiati nel corso degli anni e reclutati, post mortem, per le cause più diverse. Ma non c’è dubbio: tutt’e quattro hanno saputo sintetizzare il loro tempo e la nazione. «In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco» (Flaiano) non è un aforisma: è un trattato di scienza politica. «Noi italiani vorremmo fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri» (Longanesi) è una lezione di antropologia. «In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio» (Prezzolini) s’è rivelato una profezia.
Dei quattro autori citati, Achille Campanile è il meno noto. Era uno scrittore abbondante: ma solo nel corpo e nello spirito. Robusto, generoso, popolare, litigioso, amante delle donne (meglio se giovani e belle), uomo di torrenziale creatività e abbondanti tirature: a quarant’anni aveva già pubblicato una ventina di opere. Venne paragonato a Ionesco: ma il nostro è arrivato prima. In un ambiente come quello italiano, più incline al florilegio retorico che all’epigramma, la sua opera suscitò diffidenza, poi indifferenza. Furono i lettori a tenerlo a galla finché la critica si accorse di lui. Tragedie in due battute non è solo un buon titolo: è una bella sfida.
«Il gran ciambellano. Esitando, temendo di disturbare il Principe: “Altezza…”. Il principe. Riscuotendosi dalle sue meditazioni, tristemente: “Un metro e sessanta”».
In un testo breve — ogni adolescente lo capisce, al momento di premere «Invia» — non è consentito sbagliare. Montanelli — molti anni prima di WhatsApp — ne era consapevole. Non si accontentava di farci leggere: voleva insegnarci a scrivere. Il punto d’arrivo non era l’articolo di fondo o l’elzeviro, ma «Controcorrente », brevissimo corsivo quotidiano di prima pagina. Il direttore ne produceva instancabilmente, limando ogni parola fino alla chiusura del giornale; ma ogni contributo era gradito. Mario Cervi, Paolo Granzotto, Giovanni Arpino, un giovane cronista, un dimafonista: contava il risultato. Chiunque, dovunque fosse, con ogni mezzo (telefono, telegramma, telefax), era autorizzato ad avanzare proposte. La percentuale di successo era infima, la prova eccitante. Nella primavera 1991 ero inviato a Mosca, città dagli scaffali desolatamente vuoti, e ricordo la soddisfazione di vedermi pubblicato questo telex: «Ieri in Unione Sovietica un uomo ha tentato di dirottare un aereo brandendo una saponetta. Incredibile: dove l’avrà trovata?»
Sintesi è una parola greca (da syn, che significa «con», e thésis, che significa «posizione») che significa «composizione» (l’azione di mettere insieme). È, quindi, un destino etimologico: la composizione ha il dovere d’essere sintetica, quand’è possibile. Nessuno aveva intuito, vent’anni fa, quanto i messaggi di testo (sms) avrebbero cambiato la nostra vita. Insieme alle mail e ai social network hanno riportato la scrittura al centro della comunicazione: non accadeva dall’Ottocento. E scrivendo la brevità rende, perché è costretta ad arrivare all’essenziale. Uno sforzo che risparmiamo al destinatario, il quale ce ne sarà grato.
La forza dell’onda sintetica è evidente in altri fenomeni: l’ubiquità delle sigle, il successo delle contrazioni, la marcia della «k» contro il «ch», la lenta agonia della «i» afona (efficiente). Resistere non è eroico: è inutile e sbagliato. La lunghezza gratuitamerita d’essere sconfitta. Anzi, punita. Spesso, infatti, è una forma di pigrizia. «Se avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve», si scusò Blaise Pascal (uno dei tanti autori cui viene attribuita questa frase). Prolissità e complessità, spesso, sono sintomi di confusione e pavidità: molti non si fanno capire perché temono di essere capiti.
La bella brevità è onesta, utile e generosa: non garantisce soltanto chiarezza ed efficacia, ma regala tempo a chi legge. La «Columbia Journalism Review» ha diffuso i dati relativi al giornalismo longform negli Usa. Dal 2003 al 2012, gli articoli superiori alle 2.000 parole sono diminuiti dell’86 per cento. Non è una tragedia, è un progresso. Se poi, ogni tanto, vogliamo leggere lungo, nulla lo vieta.
Oggi, per esempio, l’avete fatto. Siete arrivati qui dopo 1.830 parole, e vi ringrazio.
Dimenticavo: anche il voto è un esercizio di sintesi. Svolgetelo bene, buona domenica.

Beppe Severgnini

Rimedi peggiori delle malattie per le nobili rinascimentali


La terapia per la sifilide, ma anche i cosmetici, erano spesso molto carichi di mercurio

La mortalità femminile fra i 20 e i 30 anni era alta soprattutto per complicazioni da parto

Elena Meli

"Corriere della Sera - Salute",  24 febbraio 2013

Di alcune non conosciamo neanche il nome. Di altre sappiamo moltissimo, perché erano le celebrità della loro epoca e le cronache ne hanno registrato fedelmente la vita e le circostanze della morte. Sono donne vissute secoli fa e i loro resti raccontano molto della condizione femminile nel Rinascimento e di come si vivesse in quei tempi, alle corti nobiliari e fra la gente comune. Analizzare gli scheletri o le mummie arrivati fino a noi è come alzare il velo su quel passato e osservare, ad esempio, Isabella d'Aragona mentre si guarda allo specchio e comincia a spazzolare furiosamente i denti con un bastoncino in pietra pomice (o forse in osso di seppia), per sbiancarli e togliere quell'orribile patina scura che non sopportava. I denti di Isabella si erano anneriti perché intossicata dal mercurio, somministratole per curare la sifilide: proprio attorno al '500, quando Isabella era duchessa di Milano, la malattia cominciò a diffondersi in Europa e i pazienti venivano trattati (inutilmente, ma lo si sarebbe scoperto solo dopo) con unguenti o «fumi» mercuriali che non di rado erano più tossici della lue o perfino letali. Isabella poi, come le donne aristocratiche dell'epoca, aveva scoperto i cosmetici e si dedicava a pratiche che la intossicavano ogni giorno di più: truccava le labbra con un «rossetto» derivato dal cinabro, il minerale rosso da cui si estrae mercurio, e per trattare dermatiti e impurità cutanee o sbiancare la pelle usava l'unguento saraceno, a base della stessa sostanza.
Le nobildonne, benché avessero tempo e denaro, non erano molto diverse dalle popolane di fronte a numerose malattie: «La tubercolosi e le altre patologie infettive colpivano allo stesso modo donne ricche e povere — spiega Gino Fornaciari, direttore della divisione di Paleopatologia, Storia della medicina e Bioetica dell'Università di Pisa —. Tutte, poi, erano esposte alla morte per parto: la mortalità femminile fra i 20 e i 30 anni era alta proprio per le complicazioni nel dare alla luce i figli, spesso molto numerosi». Accadde ad esempio a Giovanna d'Austria, prima moglie di Francesco I dei Medici: ebbe cinque figli, tutti con parti travagliati e difficili, ma alla fine della sesta gravidanza morì per la rottura dell'utero. «Anche le malattie respiratorie, come polmoniti o antracosi polmonare, erano diffuse allo stesso modo nei diversi ceti sociali: l'ambiente in cui vivevano e l'aria che respiravano nobildonne e popolane erano sostanzialmente uguali — interviene Luca Ventura, anatomopatologo dell'Ospedale San Salvatore dell'Aquila —. Va detto che per le donne di bassa estrazione sociale i dati sono molto più scarsi, perché sono più rari i corpi da esaminare, e le mummie, dove troviamo preziosi tessuti molli che possono darci molte informazioni, sono poche e di solito più recenti, dal '700 in avanti. Gli indizi ottenuti studiando gli scheletri ci permettono tuttavia di tracciare ipotesi verosimili». Le donne più umili, ad esempio, dovevano fare i conti con un maggior rischio di patologie da lavori usuranti come l'artrosi; le nobili, d'altro canto, più spesso andavano incontro a malattie dovute a eccesso di cibo anche se, come sottolinea Ventura, non è affatto detto che le popolane fossero per forza scheletriche, visto che alcuni reperti hanno mostrato segni della presenza di qualche chilo di troppo. Alla corte dei Medici e degli Aragonesi, peraltro, si seguiva un'alimentazione relativamente salutare perché ricca di pesce di mare: dai risultati delle analisi emerge che in Toscana il consumo si aggirava attorno al 14-30% della dieta, in Campania saliva fino al 40%. Merito, probabilmente, dalla frequente astinenza dalla carne suggerita dalla regola religiosa: durante il Rinascimento la carne era proibita al venerdì, al sabato, alla vigilia di importanti festività e durante l'Avvento e la Quaresima, per un totale che oscillava da un terzo a metà dei giorni dell'anno.
Le donne di allora inoltre soffrivano di malattie che a torto riteniamo esclusive della modernità: è il caso del virus Hpv, la cui prima evidenza molecolare si è ottenuta sui resti di Maria d'Aragona, vissuta alla corte di Napoli nel '500. Sulla sua mummia è stata notata una formazione cutanea che poi è risultata essere un condiloma acuminato da papillomavirus: Maria era stata contagiata da Hpv 18, uno dei sottotipi di Hpv ad alto potenziale oncogeno, e aver dimostrato la presenza del virus così tanto tempo fa può aiutare a capire come si sia evoluto e modificato nei secoli.
Pure i tumori esistono da sempre. «Lo testimoniano ad esempio le metastasi ossee da tumore al seno che sono state osservate su alcuni scheletri del periodo rinascimentale — riprende Ventura —. Anche in questo caso non ci sono differenze di ceto sociale: a Sermoneta, in provincia di Latina, abbiamo rinvenuto alcuni corpi mummificati nelle cripte di San Michele Arcangelo, una chiesa del vecchio villaggio medievale. Si trattava molto probabilmente di donne della borghesia locale e in un caso abbiamo potuto analizzare tessuto mammario in buone condizioni: sottoponendolo ai raggi X, come per una moderna mammografia, sono emerse microcalcificazioni compatibili con la presenza di cancro al seno. E probabilmente ha sofferto di un carcinoma simile anche Anna Maria Luisa de' Medici, l'elettrice palatina». Va detto però che in passato i tumori erano meno comuni: in parte perché la vita media era più breve, in parte perché non c'erano alcuni inquinanti, dagli idrocarburi alle sostanze radioattive (anche se si faceva largo uso di carni cotte alla brace dove si formano composti nitrosi organici cancerogeni, e infatti sono documentati casi di tumore all'intestino). Unica eccezione il mieloma multiplo, un tumore che pare fosse molto più diffuso qualche centinaio di anni fa: in questo caso è probabile che la continua stimolazione del sistema immunitario da parte di agenti infettivi provocasse più frequentemente di oggi il «deragliamento» in senso tumorale delle cellule immunitarie. «Le malattie delle donne e degli uomini del passato sono espressione dell'ambiente in cui sono vissuti e ci aiutano a tracciare un quadro più preciso della società di allora e della storia delle famiglie illustri, ricostruendo lo stile di vita con dati oggettivi da aggiungere alle ricostruzioni storiche — osserva Fornaciari —. Tuttavia questi dati possono essere utili anche ai medici: confrontare i ceppi di microrganismi antichi con quelli attuali ci insegna come si sono evoluti e potrebbe offrirci nuove armi per combatterli; capire come si comportavano i tumori nel passato può aiutarci a comprendere meglio i loro meccanismi di sviluppo e diffusione anche nei pazienti di oggi».

Sciascia racconta la grande sete




Sicilia 1968

Leonardo Sciascia

Il giornalista Giovanni Taglialavoro ha rintracciato il testo di Leonardo Sciascia che accompagnava il documentario "La grande sete" girato nel 1968 da Massimo Mida con la sceneggiatura di Marcello Cimino. 

È ormai un luogo comune che la Sicilia è terra di contrasti, di contraddizioni, di incongruenze, di paradossi. Ma in queste immagini il termine della contraddizione, del paradosso, non è il mulo ma l´automobile, se considerati come simboli - rispettivamente - di una situazione effettuale e di una aspirazione finora vaga e vana. Un´economia agraria tra le più arretrate d'Europa, forse la più arretrata; e il sogno dell´industrializzazione: questa è oggi la Sicilia.
Di questi paesi dell´interno un tempo si diceva che vivevano di agricoltura. Oggi si può dire che di agricoltura muoiono, e sopravvivono soltanto per le rimesse degli emigranti e le pensioni di vecchiaia e inabilità che lo Stato ed altri enti avaramente elargiscono.
L´isola ha tanti problemi. Ma quasi tutti si collegano al problema dell´acqua. L´acqua contesa fino alla violenza e al delitto. L´acqua che si perde nei meandri della burocrazia e della mafia. 
La gente di ciò ha coscienza: sa, come proverbialmente si dice, dove e come l´acqua si perde.
La disponibilità attuale dell´acqua in Sicilia è di 165 litri al giorno contro una media nazionale di 250 - media comprendente i depressi livelli del Sud. La disponibilità normale al Nord è di oltre 400 litri al giorno. Nella classifica delle regioni per numero di abitanti con insufficiente disponibilità idrica, la Sicilia è al primo posto seguita dalla Puglia.
Un tempo la Sicilia era celebrata anche nelle sue acque: i poeti greci, i poeti arabi, il poeta Antonio Veneziano che, nel Cinquecento, esaltò l´idrografia siciliana nella marmorea rappresentazione di quella fontana pretoria oggi asciutta nella piazza dove sorge il municipio di Palermo. La Sicilia ricca d´acque è ormai come un miraggio. Un miraggio la Fonte Aretusa nel cuore dell´antica Siracusa, così pure miraggi i fiumi mitici della stessa città, il Ciane e l'Anapo, cantati da Salvatore Quasimodo. In questi fiumi crescono i famosi papiri del tempo classico, piante che hanno bisogno di una grande quantità d´acqua. E ancora miraggio le bagnanti dei mosaici di Piazza Armerina. 
Più reale è questa Sicilia arida, percorsa in questa valle dalle acque del fiume Salito, stente e brucianti. Il Salito: un fiume che inaridisce invece di suscitare rigoglio, un fiume che nasce tra i giacimenti di sale - salgemma e sale potassico - di questa zona della Sicilia in cui la tecnica è arrivata soltanto per strappare il minerale e non per desalinizzare le acque che darebbero vita alla terra. Un itinerario lungo, ossessivo, un viaggio quasi senza speranza. Più di diciotto chilometri sono lunghi i tralicci che permettono alla teleferica di convogliare il materiale allo stabilimento di Campofranco, dove un grande bacino artificiale raccoglie le acque del Platani. Una produzione di 250 tonnellate di solfato potassico. Ma cosa resta alla Sicilia?
Il sogno dell´industrializzazione, là dove si è realizzato, ha aggiunto aridità all'aridità: e il caso più evidente è quello della piana di Catania. Dalle dighe Pozzillo e Ancipa la piana doveva essere irrigata, mutata da granaio in giardino. Ma l´industria aveva bisogno di acqua, e subito l´acqua destinata all´agricoltura è stata sacrificata a questo sogno, a questo mito. L´acqua non scenderà mai più per questa rete di canali. Uno dei tanti sprechi, e forse il più imperdonabile che siano stati consumati in questi anni da una classe di potere impreparata e imprevidente.
La mancanza totale di acqua ha spopolato quasi del tutto di abitanti il villaggio Capparini, costruito nell´Eras - l´ente per la riforma agraria in Sicilia - non lontano da Roccamena. La famiglia che abbiamo avvicinato, una delle otto superstiti, è di San Cipirello. 
Uno dei casi estremi della povertà e dell´incuria del governo nazionale e regionale è quello di Licata. Ma non è purtroppo il solo. Tutta la provincia di Agrigento soffre di una penuria di acqua addirittura inverosimile.
Licata è la città più assetata d´Italia: la sua dotazione massima arriva a 35 litri al secondo, ma in questo periodo non supera i 22, con punte frequenti fino a 14 litri al secondo. Talvolta l´acqua viene a mancare perfino trenta giorni di seguito.
Nel luglio del 1960 la popolazione esasperata per la mancanza di acqua bloccò la stazione ferroviaria. Intervennero reparti speciali di polizia che fecero fuoco sulla folla. Un giovane rimase gravemente ferito.
Anche Favara, grosso centro minerario, il cui nome arabo vuol dire sorgente, è fra i paesi più assetati della provincia di Agrigento.
Anche Agrigento, che non ha acqua nelle case, ma ne abbonda invece nel cimitero: paradosso che assurge a simbolo di soluzione metafisica di un problema che resta per i vivi insoluto. 
A prova che il problema può anche essere sottratto alle soluzioni metafisiche e risolto con concreta buona volontà e competenza, abbiamo questa zona di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove gli agricoltori, senza godere di quei contributi di solito generosamente elargiti a chi specula e inganna, si sono affaticati a trasformare un´agricoltura estensiva in colture intensive.
Tutta la costa meridionale della provincia di Ragusa è ricoperta di serre. L´iniziativa ha cambiato il volto socio-economico della zona. I prodotti pregiati delle coltivazioni comportano affari nell´ordine di miliardi. Il boom è recente: nel 1964 le serre coprivano un migliaio di ettari, oggi oltre 5000. Furono i braccianti di Vittoria che con il solo capitale delle proprie braccia impiantarono le prime serre sui terreni sabbiosi della costa. Il problema dell´acqua lo risolsero ugualmente con le proprie forze, scavando dei pozzi alle volte con mezzi rudimentali, senza aiuti di nessuno genere dallo Stato.
Una zona agrumaria fra le più importanti della Sicilia è quella intorno ai centri di Lentini e di Francofonte. Ma anche qui la mancanza d´acqua diviene di giorno in giorno più grave. La situazione invece di migliorare peggiora sensibilmente, e la produzione di agrumi rischia di essere seriamente compromessa.
Pare che il famoso biviere di Lentini, il biviere della malaria verghiana, debba essere di nuovo ripristinato in questa valle oggi coltivata da piccoli proprietari. Ma l´acqua sarà destinata all'industria e non all'agricoltura.
Lentini è diretta da un´amministrazione di sinistra. Il sindaco e gli amministratori si consultano sul problema dell´acqua. A tanta sete, della terra e degli uomini, rispondono delittuose incongruenze: questa diga del Disueri, a monte di Gela, è rimasta abbandonata e va in rovina.
La diga Disueri fu iniziata nel 1939 e portata a termine nel 1949, con una interruzione a causa della guerra. La capacità iniziale di invaso era di 14 milioni di metri cubi di acqua, ora ridotta a otto milioni per il progressivo interramento del bacino dovuto alla insufficienza e al ritardo del rimboschimento.
Finalmente si costruisce la diga sullo Jato, anche se si è arrivati ai lavori dopo tante lotte, tanti digiuni e tante marce per sensibilizzare l´opinione pubblica e per far tacere l´opposizione mafiosa. L´ultimo digiuno fu fatto a Partinico e durò otto giorni.
Quando la diga sullo Jato sarà in funzione si potranno irrigare 8500 ettari con un aumento della produzione per il valore di un miliardo e 700 milioni rispetto all´attuale, con un incremento di circa 850 mila giornate lavorative all´anno.
La diga sul Carboi, al lago Arancio, irriga circa 6000 ettari delle pianure di Menfi e di Sciacca. Domenico Messina, organizzatore e dirigente dei contadini, Vincenzo Saladino della cooperativa "Madre terra" di Sciacca, e il dottor Michele Mandiello, agronomo, ci parlano di questa diga. 
E siamo a Palermo, città in anni non lontani sufficientemente rifornita dell´acquedotto di Scillato e oggi paurosamente povera di acqua, specialmente nei quartieri popolari. Sembra incredibile che questa sia la città che gli arabi vedevano circonfusa di acque, specchiata nelle acque, viva del suono e del refrigerio delle acque.
E si può dire che dopo gli arabi, nessuno si è mai provato a risolvere il problema dell´acqua in Sicilia. Vale a dire da mille anni.
Tutte le acque che si conoscono, sono stati gli arabi a scoprirle e a nominarle. Quelle acque che loro raccoglievano e che noi abbiamo lasciato perdere e disperdere. E siamo nell´era della tecnica, dei più immaginabili prodigi della scienza.Non si direbbe, a vedere questa disperata aria di arrangiarsi, cui sono costretti gli abitanti della più grande città siciliana per procurarsi quel minimo di acqua per bere, per lavarsi, per lavare. E la devono ai "gattopardi", a quegli antichi signori e amministratori della città che hanno ceduto ora il passo agli "sciacalli".
Quella poca acqua che c´è ha di questa ipoteche: speculazione, violenza, il profittevole giuoco della rivendita. Un bene pubblico tra i più indispensabili, è dominio del sopruso, dell´affarismo, del capriccio, della mafia.
Ma la Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ha offerto in questi ultimi tempi un documento della lungimiranza governativa su cui gli italiani e i siciliani possono fondare le più ampie speranze. Si prevedono opere per un importo di 1844 miliardi di lire: sicché nell´anno 2015 il problema dell´acqua sarà completamente e definitivamente risolto.
La Sicilia del 2015 sarà ricca di acque quanto oggi il cimitero di Agrigento. Naturalmente si aspetterà il 2014 per cominciare i lavori.

sabato 23 febbraio 2013

Galileo: Man on the moon



L’America riscopre lo scienziato del Seicento attraverso una serie di biografie e di edizioni critiche. Un grande scrittore lo racconta al di là di Brecht

Adam Gopnik

Quando Galileo usò il telescopio come un iPhone

"La Repubblica", 23 febbraio 20113


"The New Yorker", 11 febbraio 2013

Although Galileo and Shakespeare were both born in 1564, just coming up on a shared four-hundred-and-fiftieth birthday, Shakespeare never wrote a play about his contemporary. (Wise man that he was, Shakespeare never wrote a play about anyone who was alive to protest.) The founder of modern science had to wait three hundred years, but when he got his play it was a good one: Bertolt Brecht’s “Galileo,” which is the most Shakespearean of modern history plays, the most vivid and densely ambivalent. It was produced with Charles Laughton in 1947, during Brecht’s Hollywood exile, and Brecht’s image of the scientist as a worldly sensualist and ironist is hard to beat, or forget. Brecht’s Galileo steals the idea for the telescope from the Dutch, flatters the Medici into giving him a sinecure, creates two new sciences from sheer smarts and gumption—and then, threatened by the Church with torture for holding the wrong views on man’s place in the universe, he collapses, recants, and lives on in a twilight of shame.
It might be said that Brecht, who truckled to the House Un-American Activities Committee—“My activities . . . have always been purely literary activities of a strictly independent nature”—and then spent the next bit of his own life, post-Hollywood, accessorized to the Stalinist government of East Germany, was the last man in the world to be pointing a finger at someone for selling out honesty for comfort. But then the last man who ought to point that finger is always the one who does. Galileo’s shame, or apostasy, certainly shapes the origin myth of modern science, giving it not a martyr-hero but a turncoat, albeit one of genius. “Unhappy is the land that breeds no heroes,” his former apprentice says at the play’s climax to the master who has betrayed the Copernican faith. “No,” Galileo replies, “unhappy is the land that needs a hero.” It is a bitter valediction for the birth of the new learning. The myth that, once condemned, he muttered under his breath, about the earth, “But still, it moves,” provides small comfort for the persecuted, and is not one that Brecht adopted.
A number of books have come out in anticipation of the anniversary, including a fine big biography, “Galileo” (Oxford), by the Berkeley historian of science John L. Heilbron, and new studies reflecting new research within the archives of the Roman Inquisition. Modern scholars have a gravitational pull toward ancient bureaucrats—keep records even of your cruelties and history will love you—and the new research has produced a slightly, if significantly, revised picture of Galileo’s enemies. The newer (and, unsurprisingly, Church-endorsed) view is that Galileo made needless trouble for himself by being impolitic, and that, in the circumstances of the time, it would have been hard for the Church to act otherwise. The Church wanted, as today’s intelligent designers now say, to be allowed to “teach the controversy”—to teach the Copernican and Aristotelian views as rival hypotheses, both plausible, both unproved. All Galileo had to do was give the Church a break and say that you could see it that way if you wanted to. He wouldn’t give it a break. The complaint is, in a way, the familiar torturer’s complaint: Why did you force us to do this to you? But the answer is the story of his life.
Although the twinship of Shakespeare and Galileo is one that we see retrospectively, another, even more auspicious twinning was noted and celebrated during Galileo’s lifetime: Galileo was born in Pisa on the day that Michelangelo died. In truth, it was probably about a week later, but the records were tweaked to make it seem so. The connection was real, and deep. Galileo spent his life as an engineer and astronomer, but his primary education was almost exclusively in what we would call the liberal arts: music, drawing, poetry, and rhetoric—the kind of thing that had made Michelangelo’s Florence the capital of culture in the previous hundred years.
Galileo was afflicted with a cold and crazy mother—after he made his first telescope, she tried to bribe a servant to betray its secret so that she could sell it on the market!—and some of the chauvinism that flecks his life and his writing may have derived from weird-mom worries. He was, however, very close to his father, Vincenzo Galilei, a lute player and, more important, a musical theorist. Vincenzo wrote a book, startlingly similar in tone and style to the ones his son wrote later, ripping apart ancient Ptolemaic systems of lute tuning, as his son ripped apart Ptolemaic astronomy. Evidently, there were numerological prejudices in the ancient tuning that didn’t pass the test of the ear. The young Galileo took for granted the intellectual freedom conceded to Renaissance musicians. The Inquisition was all ears, but not at concerts.
Part of Galileo’s genius was to transfer the spirit of the Italian Renaissance in the plastic arts to the mathematical and observational ones. He took the competitive, empirical drive with which Florentine painters had been looking at the world and used it to look at the night sky. The intellectual practices of doubting authority and trying out experiments happened on lutes and with tempera on gesso before they turned toward the stars. You had only to study the previous two centuries of Florentine drawing, from the rocky pillars of Masaccio to the twisting perfection of Michelangelo, to see how knowledge grew through a contest in observation. As the physicist and historian of science Mark Peterson points out, the young Galileo used his newly acquired skills as a geometer to lecture on the architecture of Hell as Dante had imagined it, grasping the hidden truth of “scaling up”: an Inferno that big couldn’t be built on classical engineering principles. But the painters and poets could look at the world, safely, through the lens of religious subjects; Galileo, looking through his lens, saw the religious non-subject. They looked at people and saw angels; he looked at the heavens, and didn’t.
Galileo soon began to have doubts about this orthodoxy, which he aired in conversation with friends and then in correspondence with other natural philosophers in Europe, particularly the great German astronomer Johannes Kepler. Mail was already the miracle of the age. In correspondence, the new science passed back and forth through Europe, almost as fluidly as it does in the e-mail era. It’s astonishing to follow the three-way correspondence among Tycho Brahe, Kepler, and Galileo, and see how little time was lost in disseminating gossip and discovery. Human curiosity is an amazing accelerant.
Kepler encouraged Galileo to announce publicly his agreement with the sun-centered cosmology of the Polish astronomer monk Copernik, better known to history by the far less euphonious, Latinized name of Copernicus. His system, which greatly eased astronomical calculation, had been published in 1543, to little ideological agitation. It was only half a century later, as the consequences of pushing the earth out into plebeian orbit dawned on the priests, that it became too hot to handle, or even touch.
In 1592, Galileo made his way to Padua, right outside Venice, to teach at the university. He promised to help the Venetian Navy, at the Arsenale, regain its primacy, by using physics to improve the placement of oars on the convict-rowed galleys. Once there, he earned money designing and selling new gadgets. He made a kind of military compass and fought bitterly in support of his claim to have invented it. Oddly, he also made money by casting horoscopes for his students and wealthy patrons. (Did he believe in astrology? Maybe so. He cast them for himself and his daughters, without being paid.)
If you were trying to choose the best places in history to have lived—making allowances for syphilis, childbirth mortality, and all the other pre-antibiotic plagues—Venice in Galileo’s day would have to be high on the list. The most beautiful of cities, with the paint still wet on the late Bellinis and Titians, Venice also had wonderful music, geisha-like courtesans, and a life of endless, mostly free conversation. Galileo called these years the happiest of his life.
He became an ever more convinced Copernican, but he had his crotchets. He never accepted Kepler’s proof that the orbits of the planets in the Copernican system had to be ellipses, because he loved the perfection of circles; and he was sure that the movement of the tides was the best proof that the earth was turning, since the ocean water on the earth’s surface was so obviously sloshing around as it turned. The truth—that the moon was pulling the water at a distance—seemed to him obvious nonsense, and he never tired of mocking it.
Although Copernicus didn’t see any big ideas flowing from the sun-centered system, the Church was slowly beginning to suspect that heliocentrism, heretically, elbowed man right out of the center of things. Galileo alone saw something more: the most interesting thing about the earth’s spinning at high speeds around the sun was that, in the normal course of things, none of us noticed. One of the deepest insights in the history of thought was his slowly developed idea of what we now call the “inertial system”: the idea that the physics stays the same within a system whether it’s in rapid movement or at rest—indeed, that “rest” and “movement” are relative terms. Physical laws, he insisted, are the same in all inertial systems. We experience the earth as stable and still, but it might well be racing around the cosmos, just as we could lock ourselves up in the hold of a ship and, if it was moving evenly, never know that it was moving at all. (The insight is nicely available to New Yorkers when the local and the express trains catch up on parallel subway tracks, and, travelling alongside each other at the same speed, suddenly seem to stand still.) Fast and slow, large and small, up and down are all relative conditions, and change depending on where you stand and how fast you’re moving. The idea demolished absolutes and democratized the movement of the spheres. Galileo grasped some of the significance of what he had discovered, writing later that “to our natural and human reason, I say that these terms ‘large,’ ‘small,’ ‘immense,’ ‘minute,’ etc. are not absolute but relative; the same thing in comparison with various others may be called at one time ‘immense’ and at another ‘imperceptible.’ ” But he saw only sporadically just how far you could push the principle: he saw the sun at the center of things, and didn’t reflect, at any length, that the sun might itself be turning around some other star.
In 1609, Galileo heard rumors about a Dutch gadget that gave you a closeup look at faraway ships and distant buildings. After a friend sent him the dimensions and the basic layout—two lenses in a forty-eight-inch tube—he got to work, and within weeks had made his own telescope. One night in December, he turned it on the moon, and saw what no man had seen before. Or, rather, since there were Dutch gadgets in many hands by then, and many eyes, he understood what he was seeing as no man of his time had before—that shadows from some of the splotches were craters and others mountains. The moon was not a hard, pure sphere; it was geological.
A few weeks later, he pointed his gadget at Jupiter. Some of his notes, scratched on the back of an envelope, still exist, here in New York, at the Morgan Library. He was startled to see four little stars near the planet. In an episode in the history of thought that can still make the heart beat faster, he noticed that, night after night, they were waltzing back and forth near the big planet: first left, then right, never quite clearing its path, as though the planet were sticky and they wanted to stay near it. In a flash of intuition, he had it: the new stars near Jupiter were actually moons, orbiting the planet as our moon orbits us. So their light might be reflected light, as is our moon’s. All moonlight might be sunshine, bounced off a hall of celestial mirrors. More important still, there in the sky was a miniature Copernican system, visible to the aided eye.
It’s hard to overstate how important the telescope was to Galileo’s image. It was his emblem and icon, the first next big thing, the ancestor of Edison’s light bulb and Steve Jobs’s iPhone. A Tuscan opportunist to the bone, Galileo rushed off letters to the Medici duke in Florence, hinting that, in exchange for a job, he would name the new stars after the Medici. He wanted to go back to Florence, partly, it seems, because he wanted to persuade the smart, well-educated Jesuits who clustered there to accept his world picture. Sell the powerful Jesuits on the New Science, he thought, and you wouldn’t have to worry about the Inquisition or the Pope. Galileo felt himself already under enough religious pressure to continue to encode all talk of his discoveries in his correspondence with Kepler. He even sent him a letter about the phases of Venus in cipher, ending, “Oy!” Really, he did. Heilbron suggests, smilingly, that this hints at Jewish ancestry. (No evidence exists that Kepler replied “Vey!”)
Throughout Italy, the Inquisition was what Heilbron calls “low-level background terrorism.” (One of Galileo’s servants had already reported him for not going to Mass regularly.) It was an Italian Inquisition, meaning subject to the laws and influences of clan, and cheerfully corrupt, but disinclined to killing. Disinclined but not incapable; as recently as 1600, the Roman Inquisition had burned alive, in public, the great Giordano Bruno, who taught the doctrine of the plurality of worlds, uncomfortably like Galileo’s doctrine of many moons. It was unusual for the Inquisition to burn philosophers alive; on the other hand, how many philosophers do you have to burn alive to keep other philosophers from thinking twice before they say anything inflammatory?
The Catholic Church in Italy then was very much like the Communist Party in China now: an institution in which few of the rulers took their own ideology seriously but still held a monopoly on moral and legal authority, and also the one place where ambitious, intelligent people could rise, even without family connections (though they helped). Like the Party in China now, the Church then was pluralistic in practice about everything except an affront to its core powers.
For the next two decades, Galileo tried to do what we would now call basic research while simultaneously negotiating with the Church to let him do it. Eventually, he and the Church came to an implicit understanding: if he would treat Copernicanism merely as a hypothesis, rather than as a truth about the world, it would be acceptable—if he would claim his work only as “istoria,” not as “dimostrazione,” the Inquisitors would leave him alone. The Italian words convey the same ideas as the English equivalents: a new story about the cosmos to contemplate for pleasure is fine, a demonstration of the way things work is not. You could calculate, consider, and even hypothesize with Copernicus. You just couldn’t believe in him.
Again, the distinction, bewildering on the surface, makes sense transposed to contemporary China: you can engage in the free market, and make every calculation that the University of Chicago demands. But you can’t publish a book saying that Milton Friedman was right about everything and Mao was wrong. Galileo even seems to have had six interviews with the sympathetic new Pope, Urban VIII—a member of the sophisticated Barberini family—in which he was more or less promised freedom of expression in exchange for keeping quiet about his Copernicanism. It was a poisoned promise: though Galileo, vain as ever, thought he could finesse the point, Copernicanism was at the heart of what he wanted to express.
It all came to a head in 1632, with the publication of his masterpiece, manifesto, poem, and comedy, “Dialogue Concerning the Two Chief World Systems.” Set in Venice as a conversation among three curious friends, the book was in part an evocation of happy times there—a highly stylized version of the kinds of evenings and conversations Galileo had once had. It was in honor of those evenings that he named two of the characters after his friends: Salviati, who here speaks entirely for Galileo, and Sagredo, who represents an honest non-scientist of common sense. He invented a third puppet, Simplicio, who speaks, stumblingly, for Aristotle and the establishment—the other World System. Salviati describes him as “one of that herd who, in order to learn how matters such as this take place, do not betake themselves to ships or crossbows or cannons, but retire into their studies and glance through an index and a table of contents to see whether Aristotle has said anything about them.” Aristotle is to Simplicio one of those complete thinkers, of the Heidegger or Ayn Rand kind, whose every thought must be true even if you can’t show why it is in this particular instance: it explains everything except anything
“Dialogue Concerning the Two Chief World Systems” is the most entertaining classic of science ever published. Written in the vernacular—the best modern translation is by Stillman Drake—it uses every device of Renaissance humanism: irony, drama, comedy, sarcasm, pointed conflict, and a special kind of fantastic poetry. There are passages that are still funny, four hundred years later. At one point, the dispute takes up the high-minded Aristotelian view that “corrupt” elements must have trajectories different from pure ones, and Sagredo points out that an Aristotelian author “must believe that if a dead cat falls out of a window, a live one cannot possibly fall, too, since it is not a proper thing for a corpse to share in qualities suitable for the living.” The dialogue is also philosophically sophisticated. Though Galileo/Salviati wants to convince Simplicio and Sagredo of the importance of looking for yourself, he also wants to convince them of the importance of not looking for yourself. The Copernican system is counterintuitive, he admits—the earth certainly doesn’t seem to move. It takes intellectual courage to grasp the argument that it does.
Galileo’s tone is thrilling: he is struggling to find things out, and his eye covers everything from the movement of birds in the air to the actual motion of cannonballs fired at the horizon, from the way stars glow to the way all movable bones of animals are rounded. There’s even a lovely moment when, trying to explain to Simplicio how deceptive appearances can be, Sagredo refers to “the appearance to those who travel along a street by night of being followed by the moon, with steps equal to theirs, when they see it go gliding along the eaves of the roofs.” You can’t trust your eyes, but you can’t trust old books, either. What can you trust? Nothing, really, is Galileo/Salviati’s answer, only some fluid mixture of sense impression and strong argument. “Therefore, Simplicius, come either with arguments and demonstrations,” Salviati declares, in Thomas Salusbury’s fine Jacobean translation, in words that remain the slogan of science, “and bring us no more Texts and authorities, for our disputes are about the Sensible World, and not one of Paper.”
Contemporary historians of science have a tendency to deprecate the originality of the so-called scientific revolution, and to stress, instead, its continuities with medieval astrology and alchemy. And they have a point. It wasn’t that one day people were doing astrology in Europe and then there was this revolution and everyone started doing astronomy. Newton practiced alchemy; Galileo drew up all those horoscopes. But if you can’t tell the difference in tone and temperament between Galileo’s sound and that of what went before, then you can’t tell the difference between chalk and cheese. The difference is apparent if you compare what astrologers actually did and what the new astronomers were doing. “The Arch-Conjuror of England” (Yale), Glyn Parry’s entertaining new biography of Galileo’s contemporary the English magician and astrologer John Dee, shows that Dee was, in his own odd way, an honest man and a true intellectual. He races from Prague to Paris, holding conferences with other astrologers and publishing papers, consulting with allies and insulting rivals. He wasn’t a fraud. His life has all the look and sound of a fully respectable intellectual activity, rather like, one feels uneasily, the life of a string theorist today.
The look and the sound of science . . . but it does have a funny smell. Dee doesn’t once ask himself, “Is any of this real or is it all just bullshit?” If it works, sort of, and you draw up a chart that looks cool, it counts. Galileo never stopped asking himself that question, even when it wasn’t bullshit but sounded as though it might well be. That’s why he went wrong on the tides; the-moon-does-it-at-a-distance explanation sounds too much like the assertion of magic. The temperament is not all-seeing and curious; it is, instead, irritable and impatient with the usual stories. The new stories might be ugly, but they’re not crap. “It is true that the Copernican system creates disturbances in the Aristotelian universe,” Salviati admits in the “Dialogue,” “but we are dealing with our own real and actual universe.”
What is so strange, and sad, given what would soon happen, is that “Two Chief World Systems” contains some of the best “accommodationist” rhetoric that has ever been written. To the objections that the Copernican universe, with its vast spaces outside the solar system, is now too big to be beautiful, Galileo has his puppets ask, Too big for whom? How presumptuous to say it is too big for God’s mind! God’s idea of beauty is surely different and more encompassing than ours. The truth that God has his eye on the sparrow means that the space between the sparrow and outer space is impossible for us to see as God sees it.
These are the arguments that, less eloquently put, are used now by smart accommodationists in favor of evolution. Evolution is not an alternative to intelligent design; it is intelligent design, seen from the point of view of a truly intelligent designer. Galileo was happy enough to go on doing research under the generally benevolent umbrella of the Church if only it would let him.
It wouldn’t let him. He provided every argument for toleration he could, and still he wasn’t tolerated. Part of the trouble was traceable to his hubris: he had remembered at the last minute to put the Pope’s favorite argument for a “hypothetical” reading of Copernicus into his book, but he had made it into a closing speech for Simplicio, and when you are going to put the Pope’s words in a puppet’s mouth it is a good idea first to make sure that the puppet is not named Dumbso. But it went deeper than the insult. Whatever might be said to accord faith and Copernicus, religion depends for its myth on a certain sense of scale. Small domestic dogmatists are always merely funny (like Alceste, in “The Misanthrope,” or the dad in just about any American sitcom). Man must be at the center of a universe on a stable planet, or else the core Catholic claim that the omnipotent ruler of the cosmos could satisfy his sense of justice only by sending his son here to be tortured to death begins to seem a little frayed. Scale matters. If Clark Kent had never left Smallville, then the significance of Superman would be much reduced.

Più dell’amata Orfeo ama l’arte


Alle radici del mito

Euridice muore perché il poeta era «assente nella vita» e il verso alla fine è distruttivo
Più dell’amata Orfeo ama l’arte
L’intreccio vita­ morte­ arte­ rinascita da Virgilio a Ovidio, da Platone alla Cvetaeva

Ferdinando Camon

"La Stampa - TuttoLibri",  23 febbraio 2013

Sta per uscire il film su Steve Jobs, sarà un’apoteosi, Steve ha cominciato l’impresa nel famoso garage insieme con un amico, lui è morto ma l’amico è vivo, sarà contento l’amico della gloria che gli piove addosso? Nient’affatto: appare nei tg e protesta, il film è un inganno, lui meriterebbe ben altro. Noi pensavamo: Bassani ha immortalato Ferrara, Ferrara amerà Bassani. Moravia ha immortalato una Ciociara, la Ciociaria lo amerà. Non è così. Io pensavo: Carlo Levi, mandato al confino a Grassano, in provincia di Matera, ha dedicato a quella terra Cristo si è fermato a Eboli, e così ha fatto di quella terra (altrimenti sconosciuta) una delle grandi terre dello Spirito. Sono grati, gli abitanti, al grande ospite che hanno avuto in casa? Il parroco mi chiama a ricordare l’autore e il libro, in chiesa, la chiesa è piena, prima delle prime parole il prete scappa via alcuni minuti, quando torna gli chiedo: «Ma reverendo, dov’è andato? », «A portar lontano le ostie», «E perché mai? », «Perché lei parlerà di Carlo Levi», «Certo, m’ha chiamato per questo e questo farò», «Sì, ma ho paura che i parrocchiani si mettano a bestemmiare, e le ostie non devono sentire le bestemmie».
Resta in me il più forte esempio di un autore che dedica un libro immortale a una comunità, e la comunità non lo ama. Per la comunità, lui non ha amato la comunità ma se stesso. A tutto questo penso leggendo l’acuto e profondo libro di Giulio Galetto, scrittore, saggista e critico letterario, che vive a Verona. È un libro sul mito di Orfeo ed Euridice. L’ho già detta qui, molti anni fa, in un articolo su Platone, ma poiché è importante, il lettore mi permetta di ripetere la definizione che faccio mia di mito. La ricavo dal libro di una studiosa tedesca, un vecchio libro: Paula Philippson, Origini e forme del mito greco, Einaudi. Noi viviamo nel tempo che passa, e la nostra conoscenza è l’opinione. Gli dèi vivono nel tempo che è, e la loro conoscenza è la verità. Se il tempo che passa attraversa per un attimo il tempo che è, nasce un incontro, in greco simbolo, e la forma di conoscenza del tempo simbolico è il mito. Il mito è il nostro modo di conoscere ciò che fu, che è e che sarà. Ogni figlio è un Edipo, come Freud ci spiega. Ogni artista che suona o canta o scrive per l’amata, è un Orfeo.
Il libro di Galetto ha in copertina la riproduzione a colori di un marmo del Museo Archeologico di Napoli: il gruppo Orfeo-Euridice-Ermes nel momento in cui Orfeo perde Euridice. Orfeo era sceso nell’Ade, placando con la lira gli dèi e gli animali ìnferi, e la dea della morte gli consente di riportare in vita Euridice, a patto di non voltarsi mai indietro nel viaggio di risalita. Lui si volta e la perde. L’intreccio vita-morte-arte-rinascita è raccontato da tanti autori antichi e moderni, e Galetto qui scava nei loro racconti (tra gli altri, Virgilio, Ovidio, Platone, Boezio, la Cvetaeva).
Magris, che a questo libro dedica una alta e partecipe introduzione, e Rilke, che pare scriva i suoi versi proprio osservando il marmo di Napoli, lo stesso che noi, scorrendo le pagine, torniamo continuamente a osservare sulla copertina). Rilke nota che Orfeo stringe la lira e non la donna. Il mito dice che cerca la vita, non la poesia. In realtà sta sempre con la poesia. Euridice è morta perché un serpente l’ha morsa, ma dov’era Orfeo? Non a proteggerla. Il poeta è «assente nella vita, ma presente nella vita trasformata in canto». Nel marmo Euridice tocca con la mano sinistra la spalla di Orfeo. Lo stringe, lo attira? No, lo respinge. Non si sente amata, se non come figura del canto. L’artista, quando scrive versi per l’amata, ama l’arte più che l’amata. L’arte, anche quando sembra celebrativa, in realtà è distruttiva.


Un estratto: CLICCA QUI.

Il Faust digitale del nuovo capitalismo


Ulrick Beck


"La Repubblica",  23 febbraio 2013

SULL’HOMO oeconomicus, sull’ideologia neoclassica o neoliberale è stato detto tutto – ma non da tutti. Già nel 1832 Goethe, il poeta tedesco prediletto, aveva preconizzato – in versi! – nella seconda parte del suo Faust il dominio mondiale del denaro. Eppure, all’inizio del XXI secolo dobbiamo aggiungere qualcosa di essenziale, di nuovo, di originale: il “Faust digitale” o, più precisamente, la temerarietà e la cecità “faustiani” dell’ego-capitalismo.
Frank Schirrmacher, condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo libro Ego, appena uscito, descrive come l’implementazione di questo “nuovo” egoismo acquisti un carattere normativo e dopo la guerra fredda suggelli la vittoria della teoria della rational choice fin nei più piccoli dettagli del mondo della vita. Anzi, addirittura fin nell’anima digitale dell’“homo novus”. Perfino la formula della mauvaise fou coniata da Jean-Paul Sartre non va abbastanza a fondo, poiché presuppone pur sempre la libertà della scelta di se stessi. L’Io colonizzato dal capitalismo ha però perduto questo orizzonte di alternatività. Naturalmente, gli economisti dicono quello che dicono sempre: si tratta soltanto di modelli. L’homo oeconomicus non è altro che un’ipotesi. Chiaramente, lo era prima di diventare un soggetto che agisce mediante sistemi operativi.
Il real drama dal finale aperto, di cui noi tutti siamo oggi attori e spettatori, vittime e complici, ruota attorno a come l’“homunculus oeconomicus” – un cyborg, un androide, una figura artificiale, un essere uomomacchina – sia uscito dai “laboratori frankensteiniani di Wall Street”. Questa narrazione drammatica trae forza anche dalla brutale semplicità con la quale all’ipercomplessità del mondo si reagisce con 1 e 0, sì e no, accendere e spegnere; questo, per le persone ridotte a codici informatici, significa “agire” in base alle leggi degli economisti. L’individuo individualizzato, astratto, è altrettanto poco complesso e altrettanto poco sociale quanto i pezzi degli scacchi, che servono a ingannare strategicamente l’altro.
Non si crede più a nulla, ma solo a ciò che si vuole. Da qui la sfiducia di tutti nei confronti di tutti, dalla quale si diffonde ovunque il male. Qui sta il paradosso: nel momento storico in cui le istituzioni del welfare, i mercati finanziari e il rapporto con l’ambiente naturale sono entrati in una crisi fondamentale, nascono le “ego-monadi”. La loro funzionalità non consiste soltanto nel mettere in ombra le conseguenze del proprio agire per gli altri. Esse vanno anche decifrate come strategia di schivamento del rischio in un mondo di rischi globali — come patologia sociale dell’ego-capitalismo. La crisi finanziaria e dell’euro dischiude soltanto un primo sguardo su questo accecamento del Faust digitale. I mercati finanziari sono soltanto i primi mercati automatizzati. Ma altri ne seguiranno. Comunicazione sociale, big data, i servizi segreti, il controllo dei consumatori, i veri o presunti terroristi, le università nella vertigine delle riforme neoliberali, le relazioni d’amore digitalizzate, gli scontri tra le religioni mondiali nello spazio digitale, ecc.
Cosa c’è di nuovo nel Faust digitale? Nel Medioevo gli alchimisti cercavano di trasformare metalli non nobili in oro. Gli odierni “alchimisti del mercato” (Schirrmacher) trasformano ipoteche tossiche e altamente rischiose in prodotti di prima classe, classificati come tanto sicuri da venire acquistati dai fondi-pensione. Si può comperare una casa senza denaro e continuare a spendere il denaro che non esiste? Sì, si può, ribattono i giocolieri neoalchimisti delle banche too-big-to-fail che operano in tutto il mondo.
Quanto al resto: la religione, Freud, la poesia – tutto nel museo delle idee morte dell’umano! Dinanzi a noi sta il nuovo mondo della manipolazione digitale dell’anima. L’hybris di potenza faustiana confina con il filisteismo. Innumerevoli, spesso stolidi attori digitali sono così innamorati delle loro idee da non accorgersi che da ingredienti come il proprio tornaconto, la ricerca del profitto ad ogni costo e la capacità di escogitare trucchi nascono mostri. Anche mostri politici. La politica del risparmio, con la quale attualmente l’Europa risponde alla crisi finanziaria scatenata dalle banche, viene percepita dai cittadini come una mostruosa ingiustizia. Per la leggerezza con la quale le banche hanno polverizzato somme inimmaginabili essi devono pagare con la moneta sonante della loro esistenza.
I tecnocrati della finanza, questi interpreti della mostruosità, hanno sviluppato un linguaggio curiosamente terapeutico. I mercati sono “timidi” come caprioli, dicono. Non si lasciano “ingannare”. Ma gli inappellabili giudici economici, chiamati “agenzie di rating”, che professano anch’essi la religione mondana della massimizzazione dei profitti, emettono, in base alle leggi dell’ego-capitalismo, sentenze che colpiscono interi Stati al cuore della loro economia – perlomeno quella dell’Italia, della Spagna e della Grecia.
“Ognuno deve diventare il manager del proprio Io” (Schirrmacher). È passato il tempo nel quale gli imprenditori erano imprenditori e i lavoratori lavoratori. Ora, nello stadio dell’ego-capitalismo, è sorta la nuova figura sociale dell’“imprenditore di se stesso”; ossia, l’imprenditore scarica sull’individuo la coazione all’autosfruttamento e all’autooppressione e questo dovrebbe suscitare entusiasmo, poiché questo è l’uomo nuovo, generato nel bel mondo nuovo del lavoro. L’imprenditore di se stesso diventa, per così dire, la “pattumiera” dei problemi insoluti di tutte le istituzioni. E deve trasformare a sua volta la pattumiera, questo garbage can a cui è stasione to ridotto, in un processo creativo di se stesso.
E tuttavia l’“individualizzazione”, intesa in senso sociologico, è ben più di questo: è “individualismo istituzionalizzato”. Non si tratta soltanto di un’ideologia sociale o di una forma di percezione del singolo, ma di istituzioni centrali della società moderna, come ad esempio i diritti civili, politici e sociali fondamentali, che hanno tutti per destinatario l’individuo. Nasce così una generazione global, interconnessa in una rete transnazionale e avviata a sperimentare come l’individualismo e la morale sociale possano tornare ad accordarsi tra loro e come la libera volontà e l’individualità si possano conciliare con il mettersi a disposizione degli altri.
Molti ragazzi non sono più disposti a essere soldati che eseguono le direttive gerarchiche delle organizzazioni assistenziali o a dare, o meglio a consegnare il loro voto come soldati di partito che devono soltanto fare numero. Al contrario: le istituzioni – sindacati, partiti politici, chiese – stanno diventando cavalieri senza cavalli. La ribellione e la critica contro il capitalismo che si stanno diffondendo nel mondo nascono da entrambi questi fattori e dalla loro collisione:l’individualizzazione dei diritti fondamentali e la mercatizzazione dell’Io, conseguenza di regole economiche cristalline.
Al più tardi a partire dalla fusione del nocciolo del capitalismo finanziario il messaggio con il quale l’ideologia neoliberale aveva conquistato il mondo dopo il crollo del comunismo è andato in pezzi. I profeti del mercato non predicavano semplicemente l’economia di mercato, ma promettevano il socialismo migliore. Questa visione così ambiziosa dell’ego-capitalismo sopravvive soltanto nei circoli degli incrollabili fondamentalisti del mercato. E anche qui non è più così monolitica, come dimostrano i recenti contrasti tra i repubblicani negli Usa, alcuni dei quali si stanno convertendo a una regolazione statale dei mercati finanziari. Il rischio sempre più palpabile del crollo ha anche ridestato il sogno di una nuova Europa. “Unione bancaria” è una delle parole di speranza. L’idea-guida si basa sull’assunto che la catastrofe anticipata comporti l’imperativo cosmopolitico: applica regole internazionali, cambia l’ordine esistente del politico! Ovunque sono all’opera rivoluzionari part-time che lavorano in questa direzione – mi limito a citare Mario Monti, impegnato nel far cambiare rotta alla Banca centrale europea.
Viviamo in un’epoca nella quale è accaduto qualcosa di inimmaginabile fino a poco tempo fa, ossia che i fondamenti del capitalismo globale allora “razionale” ma adesso “irrazionale” siano diventati sempre più politici, cioè problematici, cioè politicamente configurabili. Esistono versioni radicalmente differenti del futuro dell’Occidente, dove ormai è in corso quasi una guerra fredda interna: da un lato c’è chi vuole un capitalismo regolabile, che cerca il compromesso con i movimenti sociali ed è aperto alle questioni ambientali e dall’altro c’è chi punta sull’autoregolazione dell’ego-capitalismo globalizzato e su un’intensificazione degli interventi militari, nel tentativo di creare la coesione nazionale mediante schemi amico-nemico – questo è il nocciolo del conflitto.
I rischi globali sono una sorta di memoria collettiva forzata – del fatto che il potenziale di annientamento a cui siamo esposti reca in sé le nostre scelte e i nostri errori. Essi compenetrano ogni ambito della vita, ma nello stesso tempo dischiudono nuove opportunità per riorganizzare il mondo. Questo è il paradosso dell’incoraggiamento che viene dai rischi globali. Qui sta l’opzione europea: nel porre sistematicamente la questione dell’alternativa all’ego-capitalismo digitale. Ossia la questione di come siano possibili una maggiore libertà, una maggiore sicurezza sociale e una maggiore democrazia grazie a un’altra Europa.

Tutto è sempre politico dai greci antichi a oggi

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Una lezione per scienza, filosofia, arte e religione

Luciano Canfora

"Corriere della Sera",  23 febbraio 2013

Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, il maggiore studioso del mondo greco a cavallo tra Otto e Novecento, dopo del quale non è ancora apparsa, nei più di ottant'anni che ci separano dalla sua morte, una figura che possa stargli alla pari, di origine prussiano e nobile, organicista e filo-platonico in politica, spregiatore del parlamentarismo e del culto occidentale per tale istituzione, interprete profondo delle ragioni della Germania nel primo conflitto mondiale, assertore esplicito del dovere, per i colti, di fare politica quando è colpa grave restare a guardare, continua a creare imbarazzo (com'è caratteristico dei personaggi ricchi di sostanza) sia agli ammiratori che ai detrattori. È un peccato che non si sia ancora potuta realizzare l'edizione in lingua originale dei suoi molti articoli di giornale degli anni 1914-1920. È un errore che andrebbe sanato: grazie a quelle prose scritte per i giornali si capirebbe meglio la capacità del «reazionario» Wilamowitz di accorciare le distanze tra scienza e realtà politico-sociale; si ammirerebbe la sua capacità di divulgare (di farsi capire anche dal profano), virtù che scarseggiano anche nell'intellighenzia «democratica». E si vedrebbe meglio quanto egli stesso fosse sensibile alle questioni ricorrenti che investono il lavoro degli storici in generale e in ispecie di quelli che studiano le civiltà antiche: a) a che serve tale studio? b) è davvero neutrale e senza presupposti?
Diego Lanza, grecista di larghissima dottrina ben oltre i cosiddetti e deprecabili «confini disciplinari», ha raccolto, con una pungente e nuova introduzione, i suoi saggi degli ultimi quarant'anni sui grandi «antichisti» dell'Otto e Novecento (Interrogare il passato, Carocci, pp. 256). E ha incluso tra gli altri il suo saggio su Wilamowitz  (Il suddito e la scienza) che tanta eco suscitò a suo tempo. Non so se oggi egli si riconosca in toto in quel peraltro efficace «ritratto» del barone di Wilamowitz: oggi che alcuni dei bersagli di quello spigoloso «Junker» (la democrazia parlamentare di tipo occidentale) sono giunti al termine del loro ciclo storico e hanno rivelato quanto appropriate, non contingenti né effimere, fossero le critiche a tale modello che vennero, nel fuoco del primo conflitto mondiale, dal versante che possiamo chiamare per brevità «prussiano».
Ma il lato più coinvolgente della questione — utilità e non neutralità — (messo bene in luce dal Lanza sin dalla prima pagina dell'«Introduzione») è che proprio il cammino intellettuale e il lavoro dei grandi studiosi del mondo antico (Jaeger, Vernant eccetera, oltre, s'intende, allo stesso Wilamowitz) è stato un continuo cimentarsi con quelle due questioni. Esse tornarono (chi degli anziani non lo ricorda?) nella vampata «sessantottesca». L'ape e l'architetto, che fu allora un libro-culto, brandiva con forza la bandiera della non-neutralità di qualsiasi scienza (fisica inclusa). Ma quasi nessuno ricordò allora che quella era stata anche la posizione dei grandi e meno grandi esponenti della cultura nazional-socialista.
Ricorderemo qui soltanto un minore, Friedrich Ferckel (Lisia e Atene, Würzburg 1937), che stigmatizzava la benevolenza degli studiosi anglo-francesi, tutti «democratici» in politica, verso l'oratore filodemocratico Lisia (V a.C.), e da ciò traeva ulteriore conferma del suo principio generale: «Non si dà scienza senza presupposti»! Wilamowitz per parte sua disprezzava Lisia «assertore della democrazia radicale ateniese, grazie alla quale — scrive il barone — sperava di ottenere la cittadinanza». Lisia era un meteco. E in lui Wilamowitz vedeva l'analogo di quegli ebrei tedeschi che dopo la sconfitta del '18 furono additati come corresponsabili del disastro perché a torto «incistati» nella piena cittadinanza del Reich. Tesi che peraltro è sottintesa nel suo importante saggio del marzo 1918 pronunciato al circolo ufficiali tedesco nella Bruxelles occupata, Popolo ed esercito negli Stati dell'antichità (recente edizione a cura della Libreria Editrice Goriziana). Anche Arnaldo Momigliano del resto, in un non dimenticato seminario pisano su Wilamowitz, mise l'accento sulla implicita non neutralità di tutta o quasi la produzione maggiore di quel grande.
Lanza apre il suo libro con la scena degli allievi che nel '68 irrompono rispettosamente nell'aula di un docente, in piena lezione, e non ottengono risposta alla loro domanda (all'epoca alla moda) «a che ci serve la scienza che ci insegni?». L'utilità è questione «gastronomica» avrebbe tagliato corto Bertolt Brecht. (L'utilità dei suoni musicali sarebbe divertente da argomentare, fanfare patriottiche a parte).
L'introduzione di questo libro è velata di pessimismo intorno al senso e alla tenuta — tra l'altro rispetto ai pubblici poteri — del lavoro degli studiosi di antichità. Giustamente Lanza scrive che la domanda intorno all'utilità di tale lavoro non viene più dall'effervescenza studentesca ma «dall'alto». Ma serpeggia anche nelle sue pagine l'idea che noi non si abbia più una convincente risposta al quesito intorno all'utilità. Lanza liquida come insufficiente l'elogio dell'«inutile» (che però non è argomento vile). E mette anche, giustamente, in guardia dai banali corti circuiti passato/presente che ci perseguitano (ad opera — direi — di un giornalismo semicolto, frettoloso, animato da curiosità superficiali).
Io credo però che proprio dall'«esame di coscienza» cui Lanza ci sprona (quanto del passato «vive nella memoria» perché «socialmente significante»?) possa venire una rinfrancante risposta positiva, se solo si abbia la forza di guardare in profondità quel grande esperimento storico (la civiltà greca ed ellenistico-romana) che ci si para davanti e dentro cui molti (pur tecnicamente insegnanti) si aggirano come colui che si aggira per la foresta senza vedere la foresta. Quella civiltà è tutta politica. Si entra in quella civiltà non per gusto o diletto o esercizio, ma perché lì vediamo meglio ciò che, aggirandoci nel presente, non sempre capiamo: e cioè la integrale politicità di ogni espressione intellettuale. Ciò vale nella parola politica in tutta la sua seduttiva falsità, e vale nella poesia (anche la più apparentemente impolitica), nel teatro, nell'arte figurativa, nella scienza, nella filosofia, nella religione come nell'ateismo degli antichi.
Quella politicità latente e onnipresente è una straordinaria sfida intellettuale, è il laboratorio privilegiato di ogni sapere critico. È l'esatto contrario dello stolto ritornello «nulla di nuovo sotto il sole». La posta in gioco è la comprensione della sottigliezza e pervasività di quell'attività intellettuale e pratica che unifica l'agire umano e gli dà un senso. E che indusse Aristotele ad una formulazione poi abusata ma che è un'altissima conquista concettuale: il politikòn zoòn («animale politico»).

Vedi anche L. Canfora, Guerra, madre di tutte le cose (compresa la letteratura)"Corriere della Sera",  21 maggio 2009