lunedì 23 settembre 2013

Nerval bracca la regina di Saba nei labirinti dell'orientalismo


Il viaggio dall'Egitto a Costantinopoli e il ritorno del mito
Finì errante e suicida dopo essere passato di clinica in clinica

Pietro Citati

“Corriere della Sera”, 23 settembre 2013

Il 1° gennaio 1843, Gérard de Nerval partì per l'Oriente. Voleva cancellare il ricordo delle crisi di follia che dal febbraio al novembre 1841 l'avevano rinchiuso in due case di cura per malattie mentali. Lo dicevano pazzo. Non era pazzo, sosteneva Nerval: o almeno, la sua cosiddetta pazzia, gli permetteva di scrivere, di lavorare, di viaggiare e di comprendere moltissime cose, che i cosiddetti «sani» non comprendevano. Scriveva al padre, Étienne Labrunie, lettere di un'intensissima tenerezza. Nel padre vedeva riflessa la madre, che era morta quando egli aveva due anni, nel novembre 1810, ed era stata sepolta nel cimitero cattolico di Gross-Glogau, in Polonia. Egli sognava di continuo la madre: la vedeva rispecchiata in Iside, Maria, la regina di Saba, nelle donne amate; andava a visitare la sua tomba; ed era rimasto «il Vedovo, l'Inconsolato … il principe di Aquitania dalla Torre abolita». Il padre non lo amava, e rifiutò sempre di prendersi cura di lui, nemmeno quando era poverissimo e disperato.


Il 16 gennaio Nerval arrivò ad Alessandria d'Egitto: il 7 febbraio al Cairo, dove rimase fino al 2 maggio, e di lì, attraverso la Siria, giunse a Costantinopoli il 26 luglio. Fu la rivelazione del sole: «Veramente il sole è molto più brillante in Egitto che nel nostro paese: mi sembra di aver visto questo soltanto nella prima giovinezza, quando gli organi erano più freschi». Se continuava a vivere sulle rive dell'Asia, risaliva il corso del tempo, e aveva soltanto vent'anni. Ma, per lui, non poteva esistere la pura visione del sole. Qualche volta il sole d'Egitto sembrava far fatica a sollevare le lunghe pieghe di un lenzuolo funebre grigiastro, e appariva pallido, come Osiride sotterraneo. Ricordava la stampa di Dürer: «Il sole nero della melanconia che versa dei raggi oscuri sulla fronte dell'angelo sognante di Alberto Dürer, a volte si leva anche sulla pianura luminosa del Nilo, come sui bordi del Reno, in un freddo paesaggio della Germania». Il sole nero della malinconia è il cuore del romanticismo tedesco e francese: discende da Jean Paul, a Gautier, fino a Nerval, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, per riemergere nella Recherche.
Il viaggio in Oriente si chiuse con una rinuncia all'Oriente. Alla fine dell'agosto 1843, tre mesi prima di ritornare in patria, Nerval scrisse una lettera a Théophile Gautier. «Tu, tu credi ancora all'ibis, al loto di porpora, al Nilo giallo; tu credi alla palma di smeraldo, al nopal, forse al cammello… Ahimè, l'ibis è un uccello selvaggio, il loto una cipolla volgare; il Nilo è un'acqua rossa dai riflessi d'ardesia, la palma ha l'aria di un piumino gracile, il nopal è soltanto un cactus, il cammello non esiste che nella condizione del dromedario». Il Cairo vero, l'Egitto immacolato, l'Oriente fuggitivo, Nerval li conosceva prima di averli percorsi: il vero Oriente lo portava in cuore e nei balletti dell'Opéra, che tanti anni prima aveva visto insieme a Gautier. Pagina meravigliosa che riassume Nerval e l'Ottocento.



* * *

All'inizio del 1851, sette anni dopo il ritorno da Costantinopoli, Nerval firmò un contratto con l'editore Charpentier per il Viaggio in Oriente. Voleva denari. Raccolse moltissimi articoli che aveva pubblicato sulle riviste e i giornali: pagine di viaggio, riflessioni, ricordi, racconti, pagine poetiche, romanzi. Ci lavorò sei mesi. Alla fine dalle sue cure amorose nacque un fittissimo e bellissimo libro, dove tutte le pagine si rispondevano e si richiamavano. Nel 1850 aveva pubblicato sul «National» la Storia della regina del mattino e di Solimano principe dei geni, attribuendola ironicamente ai narratori che declamano i loro racconti nei caffè di Costantinopoli. La inserì nel Viaggio in Oriente, e la ristampò nel 1853, sul «Pays», sotto il titolo: La regina di Saba. In questi giorni, la seconda redazione, molto simile alla prima, esce da Adelphi, con l'introduzione e la traduzione (entrambi eccellenti) di Giovanni Mariotti (pp. 200).
La prima fonte della Regina di Saba è la Genesi. L'autore della Bibbia disegna le due razze dell'umanità. La prima, quella di Adamo, genera Set, Enosh, Qenan, Lamec fino a Noè. La seconda, quella di Caino, genera Henoc, Irad, Jabal, Jubal, Tubal-Caino: tra di essi c'è il «costruttore di città», il «padre di tutti quelli che suonano la cetra e il flauto», il «fabbro, padre di quelli che forgiano il rame o il ferro»; dunque i creatori dell'architettura, della musica e della scultura discendono esclusivamente dal primo assassino della storia. Qualcuno ha supposto che, insieme a Caino, la Bibbia, nel sogno della pura agricoltura, condanni tutte le arti. Non è vero: i grandi artisti cainiti, Henoc, Jubal, Tubal-Caino sono innocenti. La razza di Caino non è segnata dalla terribile colpa del predecessore.
Secondo la Regina di Saba, le tradizioni sono diverse. I Figli del Fango discendono da Adamo ed Abele, e sono protetti da Geova: i Figli del Fuoco discendono da Eblis (il satana arabo), da Caino e da Tubal-Caino. I Figli del Fango hanno il potere e la gloria terreni: sono vanitosi, arroganti, senza sostanza, fintamente saggi; soltanto alla fine del racconto, Solimano diventa signore degli uccelli e dei geni. I Figli del Fuoco hanno una specie di apoteosi nella figura di Adoniram, un grande architetto e fabbro, una specie di Michelangelo orientale. Egli cerca di ripetere le sculture delle origini preadamite: guidato da Tubal-Caino, scende nel cuore della terra, dove si incontra la stirpe di Caino ed è possibile nutrirsi con i frutti degli alberi paradisiaci. Solo col suo genio, Adoniram incarna la solitudine, l'esclusione, la dispersione, il vagabondaggio, il sapere, il disprezzo, la speranza: il suo ultimo figlio è Gérard de Nerval, che intitola alla sua razza un libro di racconti, Le figlie del fuoco.
La regina di Saba, da cui il libro prende il titolo, aveva abitato tutta la vita di Nerval: egli aveva cercato di ritrovare l'immagine della divinità dei suoi sogni, rappresentandola su un foglio, impregnato del succo di una pianta. Era stata la madre, Iside, Maria, la donna dell'Apocalisse, pronta a salvare il mondo, e le sue amate misteriose e infantili. Ora, qui, la regina di Saba ha «una maestà di dea, la malia di una bellezza inebriante, e un corpo flessuoso». Mentre gorgheggia con Solimano e Adoniram e civetta mostrando il suo piedino, ci ricorda sopratutto un'attrice di teatro, che abbia salito le scene negli anni di Nerval. Ma tutto, nella Regina di Saba, sa di teatro. Come scrive Giovanni Mariotti, non è nella Gerusalemme di Solimano che ci troviamo, ma a Parigi, negli anni tra il 1840 e il 1850, al teatro dell'Opéra: in un capolavoro di Meyerbeer, con recitativi, arie, cori, balletti, bellissime scenografie pronte ad accogliere i grandi movimenti di folla.

* * *

Quando era giovane, i suoi amici — Alessandro Dumas, Théophile Gautier e Auguste de Belloy — parlavano di Nerval con un «ricordo dolce e leggero come un profumo». Aveva un viso bianco e rosa pronto a arrossire come una fanciulla, ravvivato da occhi grigi, che l'intelligenza animava di una scintilla dolcissima. La fronte alta, che si intravedeva sotto i bei capelli biondi ed esili, era levigata come l'avorio e la porcellana. Quando usciva, portava di solito una specie di finanziera di stoffa nera e lucida con ampie tasche, da cui straripava una biblioteca di libricini racimolati qua e là, cinque o sei taccuini di appunti, nei quali scriveva, con una scrittura sottile e fitta, le idee che gli balenavano durante le lunghe passeggiate. Nulla eguagliava la dolcezza del carattere di Nerval: la grazia, la distanza, la benevolenza, la modestia; il silenzio o, meglio, il silenzio sopra sé stesso. La sicurezza della sua parola era tale che nemmeno nei periodi di follia gli sfuggì mai una parola compromettente. Quando, negli ultimi anni, dovette lottare contro le necessità più crudeli della vita, il suo comportamento sorridente, la sua conversazione sempre lieta, mai distratta, non lasciavano trasparire le sue terribili angosce.
Gli anni si seguirono velocissimi, seguiti dal nome delle case di cura che proteggevano la mite follia o il «delirio furioso» di Nerval: febbraio-novembre 1841: maggio 1849: giugno 1850: settembre-novembre 1851: gennaio-febbraio 1852: febbraio-marzo 1853: agosto 1853-maggio 1854: agosto-ottobre 1854; spesso nella clinica del dottor Esprit Blanche e di suo figlio Émile. Il 19 ottobre 1854 riuscì a uscire dalla clinica Blanche di Passy, grazie all'intervento di alcuni amici. Sebbene fosse trattato come un famigliare, Nerval non sopportava l'isolamento e l'internamento, che lo rinchiudevano nel cerchio troppo stretto delle sue ossessioni. Aspettava un beneficio soltanto dai viaggi e dalle passeggiate: nell'estate 1854 fu in Germania e forse in Polonia. Il dottor Blanche lo raccomandò ai parenti. Il padre rifiutò di occuparsene. La zia Labrunie si impegnò a riceverlo a casa sua a Passy, fino a quando non avesse trovato casa. In realtà, Nerval fuggì qualsiasi controllo, abitando nei piccoli, miserabili alberghi di Parigi e di Saint-Germain.
La cosa straordinaria, e quasi incomprensibile, è che proprio negli ultimi mesi, passati tra un delirio e un altro, errante, vagabondo, dolcemente disperato Nerval abbia scritto il suo capolavoro: Aurélia, pubblicato in parte dopo la sua morte. L'inizio dice: «Il Sogno è una seconda vita. Non ho potuto oltrepassare senza fremere quelle porte d'avorio o di corno che ci separano dal mondo invisibile. I primi istanti del sonno sono l'immagine della morte»: pagina meravigliosa, da cui Proust trasse l'inizio, ugualmente meraviglioso, della Recherche. Aurélia è stato composto in una zona altissima, superiore alla ragione e alla follia, che domina e bagna di sé sia i campi beati e furiosi della Follia, sia quelli aguzzi e lancinanti della Ragione.
Degli ultimi mesi e giorni di vita ci è rimasto qualche ricordo, innocente e tremendo. Il 24 ottobre 1854, appena uscito dalla casa di cura, scrisse a Antony Deschamps, anche lui curato dal dottor Blanche: «Mio caro Antony, tutto è compiuto. Non ho più da accusare che me stesso e la mia impazienza, che mi ha fatto escludere dal paradiso. Ormai lavoro nel dolore». Il 24 gennaio, due giorni prima del suicidio, scrisse alla zia Labrunie: «Mia buona e cara zia dissi a tuo figlio che sei la migliore delle madri e delle zie. Quando avrò trionfato di tutto, tu avrai il mio posto nel mio Olimpo, come io il mio posto nella tua casa. Questa sera non mi attendere, perché la notte sarà nera e bianca». Il 20 gennaio Gautier e Du Camp lo videro alla «Revue de Paris» senza cappotto. Il 24 gennaio passò la sera da un'attrice e la notte all'aperto. Il 25 gennaio si fece imprestare sette soldi da Asselineau e si presentò al Théâtre-Français. Cenò in un cabaret delle Halles. C'erano diciotto gradi sotto zero. Sulle strade cadeva la neve, mentre Nerval attraversava la città senza cappotto.
Del suicidio di Nerval conosciamo sopratutto i luoghi reali e fantastici, come li raccontava Alessandro Dumas. La rue de la Tuerie, la rue de la Vieille-Lanterne: una scala vischiosa e stretta con una rampa: la bottega di un fabbro che aveva per insegna una grossa chiave dipinta in giallo, un corvo (certo, quello di Poe in Nevermore), che faceva sentire non il suo grido abituale, ma un fischio acuto: una fogna a cielo aperto, chiusa da due griglie: un losco hôtel garni (forse lì a mezzanotte, bussò Gerard, senza essere accolto): una scuderia, che durante la notte dava rifugio agli sventurati troppo poveri per dormire all'hôtel garni; la crociera di ferro di un seminterrato, a cui era legato un laccio. Lì il venerdì 26 gennaio 1855, alle sette e tre minuti del mattino, giusto nell'ora in cui si levava l'alba glaciale, qualcuno trovò il corpo di Gérard ancora caldo. Aveva il cappello in testa; e in tasca le ultime pagine di Aurélia.
L'agonia fu dolce, perché il cappello non gli cadde dal capo. Arrivò un commissario di polizia: un medico gli praticò un salasso; ma Nerval non aprì gli occhi né gettò un sospiro. Il luogo era vicino alla Morgue, dove il cadavere fu deposto accanto a quello di una ragazza, che si era lasciata cadere nella Senna per disperazione d'amore.
Il 1° gennaio 1856, la «Revue de Paris» pubblicò la prima parte di Aurélia. Qualche giorno dopo il redattore incaricato ricevette il manoscritto della seconda parte con l'indirizzo di un alberghetto di rue Saint-Honoré, dove inviare le bozze. Dopo il suicidio le bozze ritornarono alla «Revue de Paris», accompagnate da una nota secondo la quale il destinatario era sconosciuto in quell'albergo. Nerval avrebbe amato moltissimo questa storia, con la sua ultima apparizione-sparizione dalla terra.

domenica 22 settembre 2013

Vajont. Quella lezione che non abbiamo imparato


LA DIGA del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, 
il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. 
Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. 
Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, 
è diventato un'istruttoria processuale.


MARCO PAOLINI

                                                   “La Repubblica”, 22 settembre 2013


«In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra».
Queste parole le scriveva Giorgio Bocca su Il Giorno venerdì 11 ottobre 1963 e quell'articolo, bellissimo, così come quello di Dino Buzzati, lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, così come quello di Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere, erano sbagliati. Bellissimi ma sbagliati. La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. È stato quasi con fastidio che, gradualmente, si è dovuto fare i conti con il punto di vista di Tina Merlin, giornalista di Belluno che conosceva da tempo la vicenda per averla seguita in prima persona. Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, è diventato un'istruttoria processuale. Ma prima, per ragioni quasi offensive nei confronti delle vittime, la sede del processo sulle responsabilità della tragedia del Vajont fu trasferita da Belluno a L'Aquila, per legittima suspicione. Italo Filippin, sopravvissuto di Erto, racconta che per i «viaggi di giustizia» del 1968-'69, servivano circa tre giorni di corriera per fare i 900 chilometri che separavano le due città. I superstiti alloggiavano negli uffici del tribunale. Per risparmiare, certo, ma anche perché nelle poche stanze d'albergo disponibili a L'Aquila dormivano avvocati e giornalisti.
Era grande la distanza tra Belluno e L'Aquila. Eppure le spirali degli eventi oggi ne avvicinano i destini. Negli ultimi anni abbiamo visto le due città accostarsi, più per carattere che per figura, anche se, dopo il terremoto, L'Aquila non è più una città, ma un'aspirazione usurata dalla frantumazione imposta con decreti d'emergenza.

L'atteggiamentodella società civile nei confronti della tragedia del Vajont e del terremoto a L'Aquila è differente. Il tempo, oltre che i chilometri, separa i due eventi. Ma a me interessa qualche elemento che invece li accomuna. Per capirli guardiamo i processi di primo grado de L'Aquila: quello cominciato il 29 ottobre 1968 e quello conclusosi il 22 ottobre 2012.

Alla sbarra, nel primo processo: dirigenti, tecnici e consulenti della diga del Vajont. Nel secondo: dirigenti, tecnici e consulenti, membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per il terremoto a L'Aquila del 6 aprile 2009.
Come i grandi giornalisti, forgiando l'opinione pubblica nel 1963, offrivano giustificazioni ai responsabili della tragedia del Vajont, così la comunità scientifica, nel 2012, scomodava persino Galileo e il suo famoso processo per eludere giudizi sull'operato dei propri componenti. La comunità scientifica mal sopporta valutazioni sull'operato dei propri membri da parte della giustizia, si sente incompresa e reagisce come per lesa maestà, negando le accuse.
Non ho nessuna autorità per fare valutazioni su competenze altrui, ma il coro di proteste per una sentenza che metteva pesantemente in discussione l'operato «della scienza», con gli appelli al sostegno internazionale, gli articoli, anche in questo caso bellissimi, di acuti giornalisti, fino all'appello al presidente della Repubblica, scritti dall'inizio di quel procedimento e prima ancora di conoscere i fatti contestati, non mi hanno dato solo fastidio, mi hanno preoccupato e intristito perché sembravano così simili a quanto è successo al tempo del Vajont.
Per contro, è anche vero che molte cose sono cambiate da quel 1968: la nostra idea dell'uomo e della natura, la consapevolezza dei diritti. Oggi le vittime a volte si vendicano. Nei confronti di alcune auctoritas le parti si sono rovesciate. Un esempio: sempre meno i giovani medici scelgono chirurgia, perché è la specializzazione più esposta a cause civili. I pazienti che si sentono danneggiati dagli interventi sempre più spesso denunciano i chirurghi. Per reazione provo istintiva solidarietà verso chi ha ancora il coraggio di continuare a svolgere con dignità e competenza quelle professioni. Dopo il Vajont, sull'onda dell'«indignazione popolare », per molti anni nessuno ha più costruito una diga in Italia. Non fare non è la soluzione, serve solo a far dimenticare in attesa di ricominciare come prima. Ma se provassimo a ragionare a mente fredda, invece che sull'onda delle emozioni, davanti alle catastrofi potremmo cominciare a vedere responsabilità collettive che prima o poi arriverebbero fino a noi stessi, che magari siamo lontanissimi dai luoghi delle catastrofi. Siamo sempre così prevenuti che finiamo per attribuire responsabilità a intere categorie di politici, di tecnici, di scienziati. Ma non siamo mai disponibili a riconoscere una nostra parte di colpa.
La storia del Vajont è un esempio di come non si devono calcolare i rischi, di come non si devono gestire le emergenze in tutta la catena di comando e nelle istituzioni preposte al controllo. Raccontarla è stato un esercizio di educazione alla prevenzione. In qualche caso è successo. Il racconto del Vajont, per esempio, ha aperto gli occhi a molti studenti di geologia che nei loro testi scolastici trovavano la frana del Toc descritta e trattata in modo asettico, senza alcuna domanda imbarazzante sul ruolo subalterno della geologia all'ingegneria, vera protagonista dell'impresa di progettare e realizzare a ogni costo la diga ad arco più alta del mondo, in una gola ai piedi di una montagna chiamata Toc, cioè pezzo, frammento, scheggia.
Una possibilità di comprendere le nostre responsabilità è aprirsi alle ragioni di tutti. Ho sempre cercato di mettermi nei panni proprio di quei tecnici che hanno progettato la diga, anche nell'aula del processo. Si chiama pietas.
È una pratica antica: senza pietas verso gli imputati non si può comprenderne l'errore, il loro errore. Senza comprendere le ragioni degli imputati abbiamo solo dei colpevoli, criminali, gente "diversa" da noi. È molto rassicurante. Ma solo comprendendo gli errori degli imputati possiamo evitare di ripeterli. Gli imputati, quando ammettono l'errore, specie quando assume la dimensione della tragedia, tendono a ridimensionare il proprio ruolo, giustificandosi con gli
errori altrui. La "società civile" non deve comportarsi nello stesso modo. Comprendere — che non significa giustificare — condividere, è l'unica strada. Anzi: la pietas, la comprensione, offrono la possibilità di sottrarsi alla giustificazione consolatoria, di scongiurare anche le forme più subdole di condivisione.
Il processo di primo grado per la catastrofe del Vajont finì il 17 dicembre del 1969 con condanne lievi rispetto alle richieste. Il tribunale riconobbe il reato di omicidio colposo per il mancato allarme alla popolazione, ma non riconobbe la prevedibilità della frana. E invece una lunga serie di accadimenti mostrano come la frana fosse studiata, osservata, temuta da anni. Non si poteva sapere a che ora di quale giorno della settimana l'ultimo filo d'erba che la teneva su si sarebbe rotto, ma da settembre '63 si capiva che era questione di poco.
Il processo alla Commissione grandi rischi de L'Aquila si conclude con una sentenza che accusa i componenti di negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa e generica della portata dell'evento...
Per aver fornito informazioni incomplete e contraddittorie... alla cittadinanza aquilana... si legge a pagina 25 della motivazione. La sentenza quindi non accusa gli imputati per il mancato allarme, come nel caso della sentenza sul Vajont, perché i terremoti, a differenza delle frane, non sono prevedibili. La Commissione è stata accusata di aver fornito informazioni rassicuranti, con esito disastroso. La sentenza dice, sulla base delle prove e testimonianze ammesse, che senza quelle rassicurazioni alcune di quelle persone non sarebbero morte.
Gli aquilani si erano abituati a convivere con il terremoto, quando anche quella notte la terra tremò una prima volta non uscirono di casa, erano meno spaventati perché i dottori venuti a visitarli li avevano rassicurati. Immagino lo sconcerto, l'incredulità e anche la buona fede di chi, facendo lo scienziato o il tecnico, si trova addosso un'accusa di omicidio. È vero che le case non erano antisismiche, che ognuno dispone del suo comportamento, che nessuno è stato obbligato a non uscire di casa ma, anche se è dura da digerire, questa sentenza entra nel merito di una responsabilità condivisa, ci racconta di come le nostre decisioni siano influenzate da chi riteniamo esperto, autorevole, responsabile. Parla e mette in discussione il ruolo sociale della scienza.
Il primo pensiero dopo la sentenza de L'Aquila, che accusa la Commissione di aver sbagliato la comunicazione del pericolo, è: ma la Commissione grandi rischi dovrebbe essere uno strumento di valutazione, non di comunicazione, dovrebbe fornire, a chi ha la responsabilità e il ruolo, gli argomenti per decidere. Perché allora chiedere a tecnici e scienziati di «comunicare»? Perché esporli alle domande dei giornalisti, al «circo mediatico»?
Vediamo brevemente come sono andate le cose. L'Aquila da quattro mesi era investita da uno sciame sismico culminato in una scossa più forte il 30 marzo 2009. Per dare una risposta alla paura e alle domande dei cittadini fu organizzato questo consulto di luminari al capezzale del malato. Per dirla brutalmente: l'impressione, più che di un esame su un problema grave, è piuttosto, appunto, di una messinscena mediatica: la riunione durò meno di un'ora, e fu chiaramente condizionata dalla fretta di rientrare a Roma, dalla carenza di elementi per esprimere valutazioni scientifiche. Ma soprattutto è come se l'esito del consulto fosse predeterminato: bisognava rilasciare interviste. Bisognava comunicare ai cittadini l'assoluta «mancanza di relazione tra lo sciame sismico in corso ed eventuali forti scosse a venire ». E questa affermazione, si deve ammettere,
ha una base scientifica, ma non il corollario che fu aggiunto e cioè che più scariche di energia facevano il terremoto meno probabile, allontanavano l'eventualità di una forte scossa. Questa fu una rassicurazione disastrosa, afferma la sentenza.
Ecco: andrebbe raccontata minuziosamente la storia di quel rischio per capire bene le questioni che abbiamo di fronte oggi e che,
in nuce, si intravedevano negli anni Sessanta, ai tempi del Vajont. Le questioni sono il crescente dominio dell'informazione e del ruolo degli scienziati in un mondo in cui la realtà la fanno gli uffici stampa piuttosto che i tecnici e gli studiosi. E infine, in questa complessità, il ruolo dei politici.
In un'intervista a un giornale italiano, due veterani della comunicazione del rischio, Peter Sandman e Jody Lanon, pur auspicando, in una loro intervista precedente alle sentenze, l'assoluzione degli imputati, osservavano criticamente: «Gli scienziati non sanno comunicare; quando parlano tra loro tendono a enfatizzare le loro lacune di conoscenza, quando parlano in pubblico spesso danno l'impressione di sapere tutto». Allora voglio cominciare a proporre una parola: equilibrio. Ho l'impressione che in tutta questa faccenda, come nella vecchia storia del Vajont, quello che è mancato sia l'equilibrio tra dubbi e certezze. L'equilibrio è indispensabile alla comprensione. E la misura della capacità di comprendere la questione la fornisce uno degli illustri membri della Commissione grandi rischi che, dopo la condanna, in un'intervista affermò: «Non ho ancora capito per cosa sono stato condannato».
Erano più o meno le stesse parole con cui un geologo del Vajont, Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista della diga, mi rimproverava il 9 ottobre del '97. Mancavano due ore alla diretta televisiva del Racconto del Vajont, e, mostrandomi le sue pubblicazioni sulla frana, cercava di dimostrare che era lui che aveva capito tutto da subito e non l'altro geologo, Müller. Cercava di farmi capire i suoi meriti. Gli chiesi: «Ma si rende conto che dicendomi questo lei afferma di aver previsto in anticipo e di non aver fatto nulla per impedirlo? Avrebbero potuto condannarla per questo». Mi guardò come fossi un ingenuo: «Non capisco in che senso lo dice, io quelle cose le avevo scritte, perché avrei dovuto essere condannato?».
Tutti i condannati de L'Aquila si sentono offesi dalla sentenza, e non la capiscono. Ma proprio questo è il punto. Le comunità scientifiche dovrebbero permettere che si giudichino i propri membri. Non dovrebbero comportarsi come famiglie massoniche. E noi, noi cittadini, voglio dire, abbiamo il dovere di pretendere che gli scienziati non facciano abuso di ruoli e di auctoritas per vendere pacchetti preconfezionati di notizie e opinioni a buon mercato. Chi non lo fa merita grande attenzione e rispetto. Non si pretende che tecnici e scienziati rinuncino a prestigiosi incarichi di consulenza. Abbiamo bisogno della loro competenza. Ma proprio per questo chiediamo loro di ragionare da scienziati sempre, anche quando provano ad aiutarci a capire. Questo si può pretendere.
Quello che serve è un'altra cultura, con regole non scritte di cittadinanza. Regole fondate su una giustizia non punitiva ma riparatoria. La punizione dei chirurghi, come di geologi, di sismologi e di ingegneri, serve solo da deterrente alla conoscenza, serve a scoraggiare le imprese. Ma non possiamo rinunciare alla riparazione, che passa attraverso la comprensione profonda degli eventi, attraverso la definizione di realtà condivise, in equilibrio tra concretezza empirica e comunicazione. In definitiva: chiedere agli scienziati di tenere in ordine questo Paese non si può proprio fare. Siamo tutti un po' responsabili della cura del nostro Paese. Non serve cercare responsabili per consolarci e assolverci. Tocca anche a noi.
A noi stessi dobbiamo chiedere di più e aspettarci di meno: di spalare la neve davanti a casa nostra e anche un po' più in là, di segare l'erba, perché un Paese fatto al settanta per cento di montagne non può che affidare la sua manutenzione a chi decide davvero di abitarlo. Anche perché prendersi cura del territorio costerebbe molto meno che rimediare ai disastri dell'incuria.
La differenza tra l'atteggiamento dei grandi giornalisti che guardavano l'evento a tragedia avvenuta e Tina Merlin, l'umile cronista locale, è che lei — una donna guarda caso — si era presa cura della storia, in prima persona, contro tutto e contro tutti. Se n'era occupata fino a diventarne parte.
Sembrerà poca cosa rispetto alla dimensione delle catastrofi, ma il senso di un anniversario, perché il 9 ottobre del 2013 sono cinquant'anni della tragedia del Vajont, è prendersi cura dei vivi almeno quanto ricordare i morti. A Erto, a Longarone, a L'Aquila ci sono due vite, non sono così distinte, ma un modo di vivere finisce con le ultime generazioni che sanno ancora prendersi in carico la manutenzione di una porzione di territorio.
Appaiono anacronistici come ogni specie in via di estinzione, ma non lo sono.

© 1997, Garzanti Editore s. p. a., Milano © 1999, 2013, Garzanti Libri S. r. l, Milano

Nell’umiliazione di Noè ubriaco c’è una Pietà di Cristo alla rovescia


Giovanni Bellini, Derisione di Noè (1515), olio su tela, 103x157 cm,  Musée des Beaux-Arts Besançon


Melania Mazzucco

“La Repubblica”, 22 settembre 2013

Il vecchio giace disteso a terra nella vigna, la testa scomodamente posata su un sasso, le braccia scomposte nel sonno. Dorme, stordito dall’ebbrezza. Nella tazza scivolata in primo piano resta solo un dito di vino rosso. Un panno gli incornicia il corpo ma, per effetto della luce, proprio il colore di quello fa risaltare la sua bianchiccia nudità. Un grappolo di uva nera matura, i pampini e i tralci del filare, che quasi assedia il vecchio, sono tutto ciò che resta del paesaggio. Non c’è infatti spazio: le figure sono compresse nell’inquadratura stretta, come sospinte in avanti. Le loro mani formano un dinamico groviglio che li incatena l’uno all’altro e svela il loro legame. In posizione dominante, un uomo barbuto col ceffo da carnefice tenta di scostare il panno, ghignando scopre i denti. L’uomo a sinistra e il giovane a destra coprono pudicamente il sesso del vecchio. Riescono a celarlo agli spettatori. Ma l’uomo barbuto l’ha visto e i suoi occhi lo fissano ancora. Il figlio ride della nudità del padre.
Giovanni Bellini non ha quasi mai dipinto storie, né profane né religiose (o solo di malavoglia). Nulla dall’Antico Testamento. Ha dedicato le sue duecento tavole e tele all’adorazione triste della Madonna col Bambino, ai silenzi assorti di Sacre Conversazioni immerse in paesaggi simbolici, al dolore straziato degli angeli che sorreggono il Cristo Morto. Ha seminato santi sulle pale d’altare delle chiese di Venezia, paesaggi e allegorie per tradurre visivamente complessi messaggi mistici. Ha dipinto dozzine di vecchi. I solenni vecchi di Bellini sono formidabili come le sue celebrate Madonne. Sacerdoti con barbe a fuso, progenitori eroici e nudi come Giobbe, intellettuali immersi nella lettura come san Girolamo, notabili come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, ruvidi apostoli come san Pietro, frati domenicani e sovrani laici come i dogi Barbarigo e Loredan. Eppure, anche se questo vecchio ricorda il Padre eterno e ha la barba bianca di Giobbe, non somiglia a nessuno di essi. E anche il quadro è solitario. Le opere di Bellini, elegiache, commoventi, chiedono meditazione e contemplazione, trasmettono malinconia, spiritualità, incanto. Questa, invece, sarcasmo e vergogna. E’ un’immagine spietata, senza misericordia. E’ il quadro di un vecchio, sulla vecchiaia.
Bellini lo ha dipinto intorno al 1515 — l’ultimo anno della sua vita. Ne aveva più di ottanta. Non era stato un genio precoce,anzi. Innovatore nella tradizione, aveva assimilato lentamente suggestioni di altri pittori (Mantegna, Piero della Francesca, Antonello da Messina) ed elaborato uno stile personale che fondeva ricchezza cromatica e limpidezza di forme solo intorno ai quarant’anni. Forse non per caso, solo dopo la morte del padre — Jacopo Bellini, pittore e capo della bottega in cui svolse il suo apprendistato col fratello Gentile. Aveva saputo guadagnare rispetto, ammirazione, e infine gloria, denaro, potere. Nel 1506 era ancora il migliore di Venezia, secondo Dürer. Poteva permettersi di rifiutare di lavorare sulle idee degli altri — fossero pure i marchesi di Mantova — e scegliersi da sé i soggetti, in cui “vagare a sua voglia” con la fantasia. Negli ultimi anni affrontò temi profani, per lui nuovi — perfino una donna nuda. Insomma, nel 1515 era finalmente libero.
Padre della pittura veneziana, regnava da più di quattro decenni (era pittore di stato dal 1484). I suoi figli di sangue erano già morti. Ma i suoi allievi e figli artistici scalpitavano: Tiziano, Sebastiano del Piombo, Lotto, erano ansiosi di prendere il suo posto. Chissà se qualcuno, per detronizzarlo, aveva sobillato il Fusco, professore e umanista che in versi lo diffamò come pederasta. Decrepito, amava ancora dipingere. Si guardava curiosamente attorno, avido di aggiornarsi e rinnovarsi. Il suo stileestremo era giovane.
Il soggetto del quadro — non si sa per chi dipinto e per quale scopo, e contesto — èLa derisione di Noè. Narra la Genesi che il padre dell’umanità si inebriò e rimase nudo (nella tenda, abolita da Bellini), e il figlio Cam lo vide. I buoni figli Sem e Jafet lo coprirono col suo mantello e distolsero lo sguardo. Svegliandosi, Noè maledisse la stirpe di Cam, profetizzandone l’eterna schiavitù. Predicatori e teologi assegnavano allo sconcertante episodio un messaggio gerarchico. La società è come una famiglia. I figli (i sudditi) devono obbedienza e rispetto al Padre (qualunque cosa faccia). Identificavano nei figli di Cam i ribelli, gli eretici, i sovversivi. Il tema non aveva precedenti pittorici. Ma i veneziani lo conoscevano dai mosaici di San Marco e dalle sculture sulla facciata di Palazzo Ducale. Bellini — pittore colto — conosceva le implicazioni politiche della nudità di Noè e della derisione di Cam. Ma è altro che lo interessa.
Il corpo del vecchio è disteso in orizzontale sulla superficie del quadro. Come la Venere (di Dresda), che Giorgione (e Tiziano) avevano appena dipinto. Anche lei ha gli occhi chiusi, e si offre inerme al nostro desiderio. Ma Noè ha da offrire solo la sua carne pallida, flaccida, cascante. La barba folta e però incapace di vestirlo, un capezzolo grinzoso, membra inoffensive. L’umilia-zione, la perdita di dignità. La bellezza di Noè è la miseria della carne. A differenza dei corpi dei figli, masse rifinite a larghe pennellate, quello del Padre è dipinto con sottili veli di colore e con la tecnica dello sfumato, in modo che sembra sfocarsi davanti ai nostri occhi. Ciò ci costringe a guardarlo più intensamente — a ripetere, in un certo senso, lo sguardo beffardo di Cam.
Allora questo strano quadro, un incubo evocato dai fumi del vino — tanto perturbante e alieno dal cliché di Bellini che fu per secoli assegnato ad altri, fra cui Tiziano — pare una dissacrazione. Della famiglia e della sua stessa pittura. Il pittore della stasi, del silenzio e della musica angelica conclude con una parabola amara piena di gesti e rumore. Nell’esegesi, la derisione di Noè prefigura quella di Cristo. Il quadro può essere letto come una Pietà alla rovescia. Al posto del Figlio morto, c’è il Padre. Al posto della Madonna c’è Cam. Al posto di Giovanni evangelista e Maddalena, i buoni figli di Noè. Nel mondo caotico e sovvertito, quale a ogni vecchio pare il proprio tempo, risuona la sconcia risata della gioventù. La vecchiaia, anche quella di un pittore che è ancora il re di Venezia, è questa irrimediabile fragilità di ossa e coscienza, questo appannamento smemorato, questo sonno inquieto nella penombra meridiana.

La mia Atene ha smarrito la via


Petros Markaris

“La Repubblica”, 22 settembre 2013

Atene assomiglia a un malato che soffre di Alzheimer. La città gradualmente perde la sua memoria, ma anche la sua forma presente. Questa perdita di memoria ha colpito soprattutto i quartieri cittadini della piccola e media borghesia. Quasi ogni giorno, passo per la via principale che attraversa i quartieri abitati dal ceto medio — Odos Patision — la via dello shopping per questi ceti. Ora, un negozio su due è chiuso e le vetrine sono tappezzate di poster, annunci di affittasi e di varia natura.
Se mostrassi a un residente di Odos Patision uno dei negozi vuoti e gli chiedessi che cosa vendeva quel negozio, mi guarderebbe in totale passività e tirerebbe a indovinare: «Abbigliamento?» o «Scarpe?». Questo perché quasi tutti i negozi in Odos Patision vendevano abbigliamento e calzature. Dopo tre anni di recessione, la memoria di Atene si cancella. I cittadini non ricordano.
Un mese fa è uscito un mio nuovo libro intitolato Atene in una gita. Il libro descrive un viaggio a bordo del vecchio metrò di Atene, che tutti conoscono come “il tram”, dal porto del Pireo fino all’elegante quartiere di Kifisià. Le ventiquattro fermate di questa linea offrono al viaggiatore l’opportunità di conoscere la storia pressoché completa della stratificazione sociale di Atene. Mi ha colpito che molti lettori non conoscevano, né ricordavano molte delle cose descritte nel libro. Mentre ascoltavo le loro domande, io stesso mi chiedevo, a metà tra il dubbio e la rabbia: «Ma come è possibile che io, l’immigrato, arrivato ad Atene nel 1964, conosca la città meglio della gente del posto?».
Sebbene questa perdita di memoria sia peggiorata con la recessione, essa affonda le sue radici nell’epoca della ricchezza virtuale. A metà degli anni Ottanta, i residenti di questi quartieri se ne andarono, perché non volevano, così affermavano, respirare l’aria inquinata del centro di Atene, né essere disturbati dal rumore e dal traffico congestionato. Era un semplice pretesto. Il reale motivo era che volevano vivere da nuovi ricchi, poiché tali si sentivano. Nei quartieri centrali restavano solo i pensionati e alcuni artisti e intellettuali, che non volevano o potevano lasciare le proprie abitazioni, sia per motivi economici, sia perché erano affezionati al centro della città. Quando giunse la prima ondata di immigrazione, all’inizio degli anni Novanta, questi quartieri erano pronti ad accoglierli. Oggi, molti dei vecchi residenti di queste zone ritengono che gli immigrati siano il motivo per cui questi quartieri sono stati “declassati” e il valore dei loro immobili è crollato. Sono favole. Gli immigrati si sono insediati in queste zone perché le case erano libere e gli affitti erano bassi.
La preponderante presenza di immigrati ha trasformato il centro di Atene, dominato una volta dalla piccola e media borghesia, in un focolaio di razzismo. La responsabilità principale di questa situazione va attribuita allo Stato greco e all’amministrazione comunale di Atene. Poiché, in generale, lo Stato e, più precisamente, l’amministrazione comunale non sono stati in grado, in tutti questi anni, di elaborare una politica che affrontasse il grave problema dell’immigrazione in città, questi quartieri, negli ultimi anni, sono diventati terreno fertile per il movimento neonazista Alba Dorata. Gli anziani e i pensionati hanno paura degli immigrati e i neonazisti li hanno presi sotto la loro ala protettrice: li accompagnano in banca a ritirare, in tutta sicurezza, la pensione; di notte dormono nelle loro case o appartamenti. Gli anziani che abitano in questi quartieri così si sentono protetti e i neonazisti di Alba Dorata sono diventati ai loro occhi i “bravi ragazzi” che li proteggono.
La mia passeggiata preferita ad Atene è nella città vecchia, quella che oggi viene definita il centro storico di Atene. L’espressione “centro storico” non si limita solo ai resti archeologici dell’antica Atene, cioè l’Acropoli e l’antico cimitero di Keramikos, ma si riferisce anche all’area più datata dell’Atene moderna, che fu costruita dai Bavaresi nella prima metà del XIX secolo. Molti di questi edifici neo-classici sono opera di architetti tedeschi. Per esempio, Ernst Ziller, progettò il Teatro Nazionale e le Poste Centrali, mentre il Palazzo Reale, attuale sede del Parlamento, è opera dell’architetto di corte del Regno Bavarese, Friedrich von Gärtner. Dopo la fine dell’occupazione bavarese, il centro storico iniziò una fase di declino, finché venne definitivamente abbandonato al suo destino e divenne una zona di alberghi economici, officine per la riparazione di automobili e lavorazioni meccaniche.
Il recupero del centro di Atene si deve a una famosa attrice che più tardi divenne ministro della cultura: Melina Mercouri. Fu la prima a capire che era necessario salvare gli edifici e i palazzi dell’epoca bavarese, che rappresentavano un pezzo della storia più recente di Atene.
Ciononostante, i primi a penetrare il ghetto del centro furono i piccoli teatri. Poiché vi erano molte abitazioni vuote e gli affitti erano bassi, questi ultimi si insediarono in questa zona. Inizialmente, gli ateniesi si chiesero quali spettatori fossero disposti ad andare a teatro in questa zona degradata e in alcuni punti persino pericolosa della città. Malgrado ciò, ai teatri fecero seguito i bar dei giovani e alcuni ristoranti. Poi cominciarono a vedersi per strada le pellicce accanto alle giacche a vento economiche e le Mercedes insieme ai motorini. Fu necessario, però, aspettare le Olimpiadi del 2004 perché il centro storico recuperasse la sua bellezza passata. Questo è stato uno dei pochi aspetti positivi che ci ha lasciato quel periodo di splendore e di sprechi. La parte più bella di questa zona, secondo me, coincide con la passeggiata che inizia del tempio di Teseo e prosegue parallela all’Acropoli. Camminando, si trova sulla destra la collina delle Ninfe, sulla sinistra l’Acropoli e quando si giunge al termine del percorso, ci si trova davanti alle colonne del tempio di Zeus Olimpio. La crisi e le sue conseguenze hanno fatto una deviazione e hanno lasciato intatto questo pezzetto di Atene. In generale, il centro storico non presenta grandi differenze rispetto a come era prima della crisi. Se oggi si notano più immigrati in giro, ciò non è dovuto a un aumento della loro presenza, bensì al fatto che girano per le strade, cercando, scoraggiati, un lavoro.
Ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio nella mia vita. Non conosco nessun’altra città che la notte cambi così radicalmente volto come Atene. Non sarebbe eccessivo affermare che gli ateniesi vivono in due città: un’Atene diurna e una notturna. Forse i cittadini di Atene sopportano pazientemente l’inferno delle giornate nella loro città, con l’aria inquinata, il rumore, le vie congestionate dal traffico, perché sanno che non appena cala la notte, avranno la possibilità di trascorrere alcune ore nel paradiso delle notti ateniesi. Non fraintendetemi però, non mi riferisco qui alla vita notturna di Atene, alle osterie, ai ristoranti e alle discoteche. Questi si trovano in tutte le città dell’Europa meridionale. Parlo di un’altra città. L’oscurità della notte copre il suo brutto volto diurno e gli edifici di cattivo gusto risalenti al periodo del “miracolo economico” greco, che non è stato tuttavia un miracolo dell’edilizia. In mezzo a tutto quello che la crisi ha cancellato, c’è anche questo paradiso notturno. Dalle nove di sera, le strade del centro sono vuote, si vedono file di taxi che attendono invano i passeggeri. Molte osterie e ristoranti sono aperti solo il sabato. Le vie con i bar dei giovani, invece, sono affollate anche in settimana. Tuttavia, i ragazzi stanno seduti sul marciapiede davanti al bar, con bottiglie di birra acquistate dai chioschi per strada, ascoltando la musica proveniente dall’interno del locale.
I quartieri che non dormono la notte sono quelli tradizionali della piccola e media borghesia in centro. Qui però non si diverte nessuno, regna la paura. Ogni sera, questi quartieri diventano un campo di battaglia: una sera è il partito neonazista che va a caccia di immigrati; un’altra notte sono le gang di immigrati che si disputano aree urbane per lo spaccio di stupefacenti. Ogni sera la polizia è impegnata in una vana lotta su entrambi i fronti. Ho due amici che abitano nel quartiere di Agios Panteleimon, il più violento del centro. Uno è un musicista, l’altro un critico cinematografico. Entrambi mi ripetono la stessa cosa: è impossibile vivere in questo quartiere. Ma, nonostante tutto, entrambi si rifiutano di andarsene, come del resto molti artisti e uomini di cultura. Tentano di rendere il quartiere più vivibile, organizzando iniziative culturali e allestendo centri per la promozione della cultura.
È il loro modo di combattere l’Alzheimer che tuttavia, come è risaputo, è una malattia incurabile.

I Classici ispirarono Galeno

Armando Torno

"Corriere Salute",  22 settembre 2013

Sotto il titolo Nuovi scritti autobiografici, è uscita presso l'editore Carocci una raccolta di brevi opere dell'antico medico e filosofo Galeno (pp. 304). Dotato di un sapere vastissimo, resta legato agli imperatori Marco Aurelio e Commodo, che ebbe tra i suoi pazienti; ma tra essi figurano anche gladiatori, intellettuali, cittadini romani. Il volume è stato tradotto, commentato e ha un'introduzione di Mario Vegetti, che a suo tempo curò un'ampia raccolta di testi di Galeno per i «Classici» Utet. Egli stesso ricorda il significato di «nuovi» che figura nel titolo: «Sono quattro brevi trattati di cui possediamo soltanto ora il testo greco integrale, grazie al ritrovamento nel 2005 da parte di Pietro Belli di un manoscritto di scritti galenici a Salonicco». Tra essi ha una notevole importanza L'imperturbabilità. Racconta la resistenza morale di Galeno dinanzi alle enormi perdite che egli subì a causa dell'incendio di Roma del 192 d. C., nel quale andò distrutta buona parte della sua ricca biblioteca. Ma proprio le caratteristiche di questa raccolta emergono dalle pagine ora pubblicate da Carocci, in cui si trovano anche i due scritti L'ordine dei miei libri e I miei libri.
Vegetti, insomma, ci presenta la biblioteca di Galeno; o quanto è possibile oggi conoscere. In essa era custodita l'enorme massa dei suoi scritti oltre ad opere di altri autori, tra i quali il Corpus Hippocraticum e i commenti dei medici antichi ad esso. Poi vi erano i testi di altri celebri anatomisti: Erofilo, Erasistrato, Ateneo. Erano presenti molti filosofi: Vegetti evidenzia che tra le letture del celebre medico non mancava tutto Platone (nota: «probabilmente era un'edizione dei dialoghi che è la stessa da noi utilizzata»), né Aristotele con i suoi trattati biologici, certamente l'Etica nicomachea e gli ardui libri di logica, ovvero l'Organon. Aveva anche un'opera, nota Vegetti, dello stesso Aristotele sulle piante: si tratta di un testo perduto. Ma poi c'erano tutto quanto scrisse lo stoico Crisippo, del quale abbiamo soltanto frammenti (ricavati in buona parte dalle citazioni di Galeno) ; inoltre Teaofrasto, del quale possedeva le opere di logica e di botanica. Tra gli altri autori, evidenzia Vegetti, «c'erano la Storia di Tucidide, tutta la commedia e la tragedia greca (oltre Aristofane, egli citava molti altri autori comici)». Galeno aveva inoltre grandi raccolte di ricette per comporre farmaci che potè conoscere in ogni parte del mondo greco. Si trattava di scritti preziosi tanto che, ricorda Vegetti, «egli scambiava con altri medici queste ricette; ovviamente una delle sue ne valeva due o tre di un collega». Dobbiamo immaginare una biblioteca grandissima: non va dimenticato che soltanto i suoi scritti occupavano settecento rotoli di papiro. Di ogni testo egli ne fece realizzare altre due copie: una destinata alla sua villa in Campania e l'altra era per la biblioteca di Pergamo. Un particolare che rivela la sua grande ricchezza: il numero di copie va moltiplicato per il costo del papiro, che era alto. Siamo dinanzi a qualcosa di unico nel mondo antico. Colpiva soprattutto l'ampiezza degli argomenti che in codesta raccolta erano conservati. «Galeno soltanto — ci confida Vegetti — aveva questi interessi trasversali. Di solito i filosofi leggevano altri filosofi, i letterati si occupavano dei concorrenti che scrivevano cose simili alle loro e i medici sovente si occupavano solo di opere di medicina. Galeno era una eccezione e leggeva direttamente i testi classici, in un'epoca che aveva diffuso il ricorso ai manuali e ai compendi, i medesimi che offrivano praticamente riassunti e una conoscenza indiretta». Una biblioteca che era anche un formidabile strumento di lavoro: trattati logici, epistemologici ed etici aiutavano Galeno a «concepire meglio la sua attività terapeutica». Stiamo parlando inoltre di un'epoca nella quale si era già sviluppato un commercio libraio attivo. Vegetti ricorda che le opere di Ippocrate, il cosiddetto Corpus Hippocraticum, «era un patrimonio di biblioteche o di circoli medici chiusi», mentre gli scritti di Galeno si diffondono rapidamente sul mercato, tanto più che circolavano sia falsi che plagi. Nella raccolta di Carocci si mette in evidenza come lo stesso Galeno abbia riconosciuto una falsificazione in vendita sul banco di un libraio. E infine va aggiunto che le opere ora pubblicate in italiano ebbero a suo tempo anche un compito pratico: redigere il catalogo degli scritti autentici del celebre medico, per combattere appunto plagi e patacche. Galeno ebbe la cattiva idea di sistemare provvisoriamente tutti i libri in un deposito protetto sulla via sacra, al Palatino. Lo fece per preservarli dai furti durante la sua assenza da Roma, dovuta alle vacanze.
Malauguratamente questo sito, dove gli interessati affittavano delle stanze, fu distrutto da un incendio che ridusse in cenere anche le altre grandi biblioteche pubbliche del Palatino (ve n'erano almeno tre grandi). Per Vegetti quelle fiamme causarono «una catastrofe culturale, perché si persero sia gli originali che le copie della ricca biblioteca». Galeno riuscì a rimettere insieme una parte dei suoi scritti, «quelli che erano già stati diffusi, venduti, distribuiti». Ma in quella perduta c'è «qualcosa che lui ha riscritto in parte, come il Trattato sulla Composizione dei farmaci e il Trattato sulle procedure anatomiche. Altre opere spariranno, fra le quali vale la pena ricordare, nota il curatore, «un grande lessico della commedia antica in 48 libri, nel quale Galeno spiegava tutti i termini dei comici di epoca classica». Vegetti aggiunge un'ultima curiosità: «Uno scritto dal titolo Sulle mie opinioni distingue le teorie di cui Galeno diceva di essere scientificamente convinto da quelle che riteneva degne di scetticismo, quale per esempio l'immortalità dell'anima». Il medico di Marco Aurelio, non a caso, chiarisce Vegetti, «seguiva Aristotele, contro Platone, nel considerare che l'anima costituisse l'insieme delle funzioni di un corpo vivente e non fosse separabile da esso. L'immortalità è una concezione teorica di Platone e della sua scuola, ma nella filosofia antica non era condivisa né dagli stoici, né dagli epicurei, meno che mai dagli scettici o dallo stesso Aristotele». Galeno portava a compimento una delle tendenze dominanti nella scienza e nella filosofia della sua età: «Consolidare, ricomporre sistematicamente il sapere». Per questo ebbe bisogno di una biblioteca formidabile. Per il medesimo motivo la sua medicina guardava la realtà e non invocava gli dei.

Aristotele era il suo riferimento ma non lo «subiva» come altri

Si può parlare, a proposito della medicina di Galeno, di «ragionevole scetticismo». Vegetti nota che questa caratteristica «non gli impedisce però di nutrire qualche certezza anche nel campo della teologia e della psicologia». In altre parole, l'antico medico è «almeno sicuro» che il mondo, e in particolare gli esseri viventi, siano retti da «un disegno provvidenziale che ne assicura l'ordine immanente e ne consente una spiegazione teleologica (appare poi indifferente ascrivere questo disegno agli dèi stessi o alla "natura")». Non crede nell'immortalità dell'anima; tuttavia è certo che essa sia divisa in tre parti, «o centri motivazionali», come riferisce Platone nel IV libro della Repubblica (nel Timeo, invece, la localizza somaticamente). Di più: scrive Vegetti che per Galeno l'anima «una volta insediata in un corpo, è solidale con esso, sia nello svolgere le sue funzioni, sia nel subirne gli influssi patologici, risultandogli in questo senso completamente "asservita"». Insomma un equilibrato scetticismo che «risulta perfettamente compatibile con l'antidogmatico eclettismo di Galeno, che non va affatto concepito come un bricolage di opinioni». Più vicino ad Aristotele che a Platone («nonostante preferisca tacere questa affinità», sottolinea Vegetti), non è comunque un seguace passivo del filosofo, come accadrà per molti uomini di scienza dei secoli successivi: egli sa che l'errore capitale di Aristotele è il cardiocentrismo. Questo non gli impedisce di valorizzare temi aristotelici nella sua etica, come quello della «moderazione passionale».

In un quadro di Schiele il grido silenzioso della Grande Guerra


Il pittore austriaco riesce a esprimere tutta l’angoscia e la miseria di quel tempo, 
ma anche la tenerezza di cui sono privati gli uomini al macello nelle trincee

Guido Ceronetti

"La Stampa",  22 settembre 2013

Da qui all’anno prossimo non mancheranno certo uscite di libri sulla guerra 1914-1918, cuore nero della storia dell’uomo sulla terra, e del secolo XX motore, matrice e freccia indicativa: Al Nulla. Tutte le direzioni. Non so se avranno molti lettori, perché l’Abisso fa paura a vederselo spalancato e a scoprirlo segnale non impallidito di futuri ignoti. Intorno a me la superficialità cresce come l’alga maligna, e un simile passato richiede profondità di profondità. Da cui ti sguscierà via dalle mani. Chiarire è ricominciare a chiarire.
Se n’è fatto più di un racconto, e non c’è storiografia che valga, di fronte al narrare di chi c’era e alle evocazioni disarmate del patito vissuto. Arriveranno ancora chissà quante opere storiografiche: però continua la ristampa del romanzo All’Ovest niente di nuovo, la guerra vista dalla parte tedesca in Francia, che uscì nella Germania prenazista nel 1929 (fu messo al bando e bruciato nelle piazze dall’inquisizione nazionalsocialista, l’autore fece in tempo a fuggire) e stampato in Italia da Mondadori nel 1931, tradotto da Stefano Jacini, un futuro ministro democristiano oggi dimenticato. (E tuttora lo trovi negli Oscar Mondadori). Lo lessi tra 1943 e 1945 e l’ho riletto tutto, con enorme trasporto, settant’anni dopo, in edizione francese (Stock, 2009). L’autore, Erich Maria Remarque, andò volontario al fronte nel 1914 insieme ad altri compagni di liceo, trascinati ad arruolarsi dal loro insegnante. Tutti diciottenni, entusiasti, e saranno calati in un inimmaginabile inferno: la linea di fuoco dei trinceramenti, scuola di assassinio. L’ultimo sopravvissuto, a pochi giorni dall’armistizio (è lui l’Io narrante), in un giorno di calma su tutto il fronte, si aggiungerà, vittima insignificante, al conto spaventoso delle vittime. Spero di aver l’occasione, grazie al Museo del Cinema di Torino, di vedere il film che ne fece in America, già sonoro, Lewis Milestone nel 1930.

(Dall’ultimo capitolo). La guerra per la Germania è persa, ma si può davvero credere che «per quelli di fronte» sia vittoriosa? «Siamo magri e affamati. Il nostro rancio è così immangiabile e fatto di tanti surrogati, da farci ammalare tutti. Gli industriali, in Germania, si sono arricchiti, ma a noi qui la dissenteria brucia gli intestini. I cespugli formicolano ininterrottamente di clienti accovacciati. Alla gente delle retrovie bisognerebbe mostrarle, queste figure color terra, giallastre, miserabili e rassegnate, questi corpi piegati in due, il sangue esausto per le coliche, in grado per lo più di guardarvi sogghignando e dire con labbra tremanti per i dolori: - A che serve tirarsi su di nuovo i calzoni…».

Il suono della prima linea, i limiti della voce umana nel ricordo di un altro combattente. «Tutt’attorno a me c’è un gran fuoco di sbarramento… Il tiro si allarga, insieme al pericolo che sto correndo… Da qualche parte una voce implora aiuto. Chiudo gli occhi, vinto dal terrore, e mi domando: com’è possibile che una voce umana possa emettere simili suoni?» (la sottolineatura è mia). E’ disperato, il berlinese Alfred Wolfsohn, di non poter portare soccorso a quella voce – un suono che da quel momento cambierà la sua vita.
Più forte, più penetrante della furia delle artiglierie è il gemito umano che si spegne. Scoperta in se stesso la capacità di ritrovare quel gemito e di estendere oltre i limiti il suono della sofferenza umana, quell’ex combattente dedicherà la sua restante vita all’educazione dell’urlo, del lamento, per un teatro di vocalità pura (il Roy Hart Théâtre, tra Londra e Parigi). Canto, grido, stridori, onomatopee, tutto quel che serve a svuotarsi le trippe del suono possibile secondo una disciplina finalizzata alla scena, anche questo lavoro di attori si può farlo discendere dalle topografie di martirio della guerra di Quattordici, terribile Incompiuta…
Un’altra avventura del suono accadde a un pensatore amico di Simone Weil, paralizzato a vita da una pallottola nel 1918. Joe Bousquet ricorda nitidamente di aver udito, quando venne colpito, prima del dolore, un terrificante grido. Ma era caduto senza emettere nessun grido. Dei suoi compagni di trincea nessuno aveva gridato. Da dove proveniva quel grido? Da lui stesso, penso, ma da un Io interiore, dal suo corpo eterico ferito in quello stesso istante, da quel che nella vita normale sembra non esserci perché muto.
«… asserviti ai capricci del Crimine, stravaccati dentro i visceri della terra di Francia, straziati campi» (Isaac Rosenberg: Break of Day in the Trenches; altro poeta caduto, fronte occidentale, 1918). E qui, per i rintanati, il malessere si concentra nell’orecchio, dice Jünger in Tempeste d’acciaio, tra mille rumori, l’orecchio cerca di distinguere quello che porta la morte. Le sole voci di conforto, nel cuore dell’orrore, racconta Remarque, sono i bisbigli dei soldati amici nella trincea vicina: «Valgono più della mia stessa vita, quelle voci; sono più che voci materne, più forti della paura; non c’è niente al mondo che vi possa meglio proteggere… Io non sono più che un pezzettino di esistenza isolato nel buio… vorrei sprofondare la mia faccia dentro quelle voci, le loro parole so che mi sosterranno» (cap. IX). Il rivelarsi, in quelle voci tra i fischi di morte, della solidarietà preistorica dell’uomo, infinitamente solo sul pianeta antropofago, in echi di caverne.
Trovi in una pittura di Egon Schiele, l’Abbraccio, alla Galleria Austriaca di Vienna concentrata e squadernata tutta la miseria e l’angoscia del mondo. È un amplesso di amanti, e la data: 1917, ne fa la corrispondenza visionaria del grido che tanto si impresse e trasferì in Alfred Wolfsohn sulla linea di fuoco. Ma c’è qualcosa in più, nel grido silenzioso degli amanti di Schiele, segnati dalla fame che nel quarto anno di guerra faceva strage a Vienna: lo struggimento di una illimitata tenerezza. Tra le parti sessuali dei due corpi nudi c’è una distanza di mezzo metro, la stretta magica è di collo-testa-mani, e ne emana, come un grido estremo, il bisogno dell’uomo di sprofondare interamente nelle primordiali acque femminili.
Ma agli uomini delle trincee è tolto, negato tutto. Sprofondano nel nulla. Prodigio se li rischiarano, nel buio, i bisbigli, le bestemmie, la prossimità vocale dei commilitoni.
Egon e Edith morirono entrambi negli ultimi giorni della guerra. La febbre Spagnola li uccise, quasi contemporaneamente, il 28 e il 31 ottobre 1918.
Molto più eloquente l’arte di Schiele nel 1917, del trittico di Dresda La guerra di Otto Dix, tra i più sfruttati nelle illustrazioni: la sua intrinseca volgarità, la sua protesta ovvia, vuota di pietas vera, me lo rendono francamente abbominevole. Anticipa il realismo socialista dell’abbrutimento staliniano. Dora Zweifel, un enigma. Racconta un fante d’eccezione, il grande scrittore Pierre Mac Orlan: «Fu a Carency, la prima volta che mi lasciai cadere in una trincea tedesca. Al di sopra dell’entrata di un riparo molto confortevole, tutti noi del quinto battaglione potemmo vedere un’ammirevole testa di ragazza, una testa che pareva scolpita da Despiau. Sotto la sculturina si poteva leggere un nome: Dora Zweifel. Non ho dimenticato quelle due parole, punto di partenza per me di un enigma rimasto indecifrato». Vuoi crederlo? Anche per me. Questo ricordo lo trovai in un articolo di Mac Orlan pubblicato sul Figaro Littéraire dedicato al cinquantenario (agosto 1964) della Grande Guerra. Conservo quel numero nelle cartelle del mio archivio non tecnologico, lo utilizzo dopo mezzo secolo, forse, per la prima volta. «La presenza di quel delizioso volto di gesso ci apparve in un clima eccezionale, di rovente violenza, di catastrofi, di sterile malinconia». Di inaudito, aggiungo, indecente martirio di grandi nazioni, nella padella di succulenti ideali umani.
Tuttavia, sì, credo di aver capito chi fosse, che cosa significasse Dora Zweifel nella trincea tedesca abbandonata.
E’ diventato luogo comune dire, scrivere che si è «in trincea» riferendosi a fatti e comportamenti di perfetta banalità. Sconsiglio dall’usare quell’espressione di bestemmia. Non può valere come metafora. L’uso proprio è l’unico adeguato.
Novembre 1918. A Strasburgo passata nuovamente di mano, l’armata francese vittoriosa prepara la sua entrata trionfale. La disciplina tedesca è andata in pezzi, i soviet dei soldati comandano agli ufficiali, tutti si affrettano ai treni del ritorno, verso un’appena proclamata Repubblica. Nel caos dell’ospedale militare il tenente Becker, inchiodato alla carrozzina, riceve l’ultima visita dell’infermiera Hilde, stata sua amante, pronta a partire. Singhiozza, la supplica di restare. – Sono finito… - L’infermiera si apre la blusa e gli ficca in bocca i seni, che lui inonda di lacrime. Lei riprende la valigia e sparisce per sempre. (Dalla tetralogia Novembre 1918 di Alfred Döblin, Einaudi 1982).
Forse il nome segreto di quell’infermiera era Dora Zweifel.

QUELLI CHE SCRIVONO VERSI IN LATINO



FRANCESCO ERBANI

La Repubblica, 6 settembre 2013

«Io non sono un poeta latino», protesta. Vicentino, classe 1931, fra le migliori voci della lirica secondo Novecento, è difficile figurarsi Fernando Bandini nelle tuniche di Orazio o di Giovenale. Però poeta che scrive anche in latino - e in italiano e in vicentino: Memoria del futuro, La mantide e la città, Il ritorno della cometa, Meridiano di Greenwich, Dietro i cancelli e altrove, alcune delle sue raccolte - Bandini lo è da almeno alcuni decenni. Apprezzato da tanta critica. E in questa veste lo hanno invitato al Festivaletteratura, in un ciclo di incontri che s'intitola "Il paese più straniero", espressione che sta a indicare l' intenzione di riattivare i canali di comunicazione fra chi fa poesia o narrativa oggi e chi la faceva nel mondo classico, una comunicazione che persino Dante, incontrando Virgilio, temeva fosse interrotta («Chi per lungo silenzio parea fioco», dice dell' autore dell' Eneide). «Ma non voglio che mi trattino come un fenomeno, quasi che il latino servisse a narrare di un missile spedito su Marte», dice Bandini. 
[...] «Non sono un poeta latino», insiste Bandini, giocando. Bandini per un decennio ha insegnato alle elementari, poi filologia romanza e metrica all'Università di Padova. È iscritto in un'ideale linea veneta, quella di Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto. «Il latino non lo conosco bene», finge. «Ho studiato alle magistrali, non al liceo classico». La sua produzione nella lingua di Cicerone è invece corposa, in una delle sue raccolte più fortunate, Meridiano di Greenwich, compare un' intera sezione in latino. 
«Lingua morta, fuori dalla storia, e dunque capace di cogliere questioni universali», spiega facendosi serio. «Si può combinare antico e moderno: sempre che si abbia un' idea della poesia. Mi son chiesto tante volte se il latino serviva a tenermi lontano dalla lingua parlata, ma non ho mai trovato una risposta convincente. Però se avessi saputo il sanscrito, avrei scritto in sanscrito». «Tutto cominciò con un terribile errore», racconta. Un errore? «Era la fine degli anni Cinquanta, rimasi sconvolto da una mostra di disegni fatti dai bambini morti nel lager nazista di Terezin. Provai a mettere quelle emozioni in versi, ma usciva sempre un tono falso, tribunizio. M'imbattei in un inno liturgico del poeta latino Prudenzio dedicato alla strage dei Santi Innocenti. Avevo trovato la lingua adatta per lo sterminio dei bambini. Nacque Sacrum Hiemale, festa d' inverno, che mandai a un prestigioso premio in Olanda». E l' errore dov'era? «Usai un genitivo, larorum, invece di un altro, larum. Volevo dire "dei lari", gli dei che proteggono la casa. Ma così era diventato "dei gabbiani". Fossi stato a scuola mi avrebbero messo un tre. I giurati me lo fecero notare, ma solo dopo molte discussioni, non potendo escludere che io mi fossi imbarcato in un' ardita licenza poetica». 
Un po' come il latino è anche il vicentino. «Fra loro c' è antica parentela, ma entrambi la esibiscono solo ai più accorti, che non sono molti. Adesso il dialetto è in un angolo, la parlata è mescolata e la sua purezza si è persa. Fino a qualche tempo fa ricevevo apprezzamenti da quelli della Lega. E mi preoccupavo. Sono un vecchio socialista. Ma in fondo loro parlavano di un dialetto veneto che non esiste. Esistono il vicentino, il trevigiano, il veneziano... Quando a Vicenza comparvero i primi manifesti della Lega, sa che cosa disse mia mamma? Disse: I xe foresti, sono stranieri». 
E com' era il dialetto che usava il suo amico Meneghello? «Era come quello di un etnologo». Che significa? «Glielo dissi, sa: mi sembri uno zulu che si laurea a Oxford e che poi torna fra gli zulu e osserva quella lingua come Pinocchio, diventato bambino, osservava il burattino gettato su una sedia. Meneghello non ha la nostalgia di quella parlata, di quella forza atavica. La guarda con distacco». 
E lui cosa rispose? «Ovviamente si arrabbiò, ma poi confessò: È vero, non gh' avea mai pensà ».