giovedì 2 aprile 2015

Le cinque leggi di Internet che cambiano l’informazione



John Lloyd

"La Repubblica",  2 aprile 2015

LA RETE, che continua a rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana, sta trasformando il giornalismo in una professione nuova. Per iniziare, ha stabilito una serie di “leggi” fondamentali che al momento appaiono sufficientemente solide da durare nel futuro. Elenco di seguito le cinque più importanti — sia per il giornalismo che per coloro che ne fruiscono o vi lavorano.
Primo. La Rete scardina i “pacchetti” giornalistici tradizionali, a cominciare dai quotidiani e dalle riviste di attualità. I quotidiani sono costituiti da una raccolta di elementi tra loro assai diversi: notizie del giorno, vignette, analisi, lettere, recensioni di libri, musica e film, sport, giochi enigmistici e non, fotografie, grafici e orari della programmazione televisiva. La Rete ci consente di isolare ciascuno di questi contenuti, così che se si desiderano le notizie del giorno basta andare su un sito di attualità, per informarsi di sport ci si rivolge a un sito specializzato, e via dicendo. Il variegato pacchetto rappresentato dai quotidiani si trasforma in diversi pacchetti dai contenuti specifici. Lo stesso accade per i notiziari televisivi o radiofonici. Perché aspettare venti minuti per una notizia che potrebbe essere ultima in scaletta, quando basta digitare una parola-chiave su un motore di ricerca per trovarla istantaneamente?
Secondo. La Rete distrugge il modello di business su cui si basa il giornalismo, e in particolare i quotidiani. Gli utenti più (o meno) giovani disertano i quotidiani e le riviste di attualità a favore della Rete, con conseguente calo della distribuzione. Gli inserzionisti si mostrano meno interessati ad acquistare spazi pubblicitari. I giornali sono costretti a ridurre il personale e il numero di pagine, causando un ulteriore calo nella distribuzione. La pubblicità sta sulla Rete — ma nel caso in cui un giornale abbia sviluppato un proprio sito molto frequentato, il costo di una pubblicità sulla Rete è molto inferiore rispetto a una su carta. Le pubblicazioni si trovano così intrappolate in un circolo vizioso. Anche la televisione può risentire di questa dinamica, sebbene in misura minore, dal momento che nella maggior parte dei casi i canali televisivi attraggono spettatori grazie ai programmi di intrattenimento e non giornalistici.
Terzo. Le necessità economiche obbligano tutte le testate a scendere a compromessi un tempo impensabili con gli inserzionisti e le agenzie di Pr. I grandi giornali, come ad esempio il New York Times, il Guardian, Le Monde e non solo, pubblicano supplementi pubblicitari e promozionali il cui aspetto emula in tutto quello dei giornali, e nei quali un piccola dicitura annuncia la sponsorizzazione di una compagnia o un ente. Le agenzie di Pr e le corporation producono in proprio canali e programmi, senza dover ricorrere ai canali televisivi tradizionali. Si tratta di programmi e video che sono spesso altrettanto o più gradevoli di quelli proposti dalle testate tradizionali, rispetto ai quali ricevono un maggior numero di visite su siti come YouTube. I confini che un tempo separavano il contenuto editoriale da quello pubblicitario sono sempre più labili.
Quarto. La Rete è una strada a doppia percorrenza. Il giornalismo non detiene più il monopolio sulle notizie e non è più il solo canale attraverso cui poter raccontare ad un pubblico quali eventi accadono, e perché. Attraverso blog, Facebook, Twitter e altri mezzi, milioni di utenti oggi possono far conoscere la propria versione dei fatti. I “cittadini giornalisti” sono i primi a diffondere informazioni ed opinioni riguardo a incidenti, guerre e disastri, e riescono a farlo con molto anticipo rispetto ai “giornalisti di Le testate giornalistiche si vedono costrette ad intavolare una serie di scambi con il proprio pubblico. Sempre più spesso i giovani prediligono i social media ai mezzi di stampa tradizionali, e vengono a sapere di fatti e storie attraverso i propri amici anziché le prime pagine dei giornali o la scaletta di un notiziario tv. Personaggi famosi e marchi assumono una grande importanza, dal momento che i lettori tendono a rivolgersi a nomi e volti che considerano familiari.
Quinto — la Rete ha reso più accessibili, più rapidamente che mai, articoli e informazioni di ogni tipo. Se vogliamo sapere qualcosa su un argomento specifico, possiamo confezionare un pacchetto su misura per le nostre esigenze, attingendo a quotidiani, riviste, siti televisivi, ma anche da materiale pubblicato da università, enti pubblici e governativi, musei e gallerie, blogger, persino da libri che si pubblicano gratuitamente o possono essere scaricati per una somma modica da Internet. Se oggi voglio saperne di più sulla vittoria di Nicolas Sarkozy nelle elezioni regionali francesi, in pochi secondi posso trovare un centinaio di siti dedicati a questo argomento — in francese, inglese, italiano e altre lingue. Anche se desidero approfondire la mia conoscenza riguardo a un pittore, il Beato Angelico, i cui quadri conservati a Firenze e Roma sono tra le maggiori opere del XV secolo, posso trovare un centinaio di siti: ufficiali, professionali e amatoriali, a lui dedicati, con decine di foto delle sue opere.
Disponiamo di una scelta mai avuta prima. La sfida per il giornalismo è di conservarla e approfondirla — guadagnandosi ancora da vivere.
(Traduzione di Marzia Porta)

mercoledì 1 aprile 2015

Potere e pathos


Così l’arte greca regalò le emozioni alla scultura

A Firenze nelle sale di Palazzo Strozzi sono in scena i bronzi ellenistici in arrivo dai grandi musei del mondo

Paolo Russo

"La Repubblica", 21 marzo 2015


LE PIÙ belle, e meglio conservate, son quelle riemerse dal Mediterraneo e dal Mar Nero. E ora in Palazzo Strozzi sfilano per Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico ( fino al 21 giugno). A chi li ha trovati, devon’esser apparsi come magiche epifanie avvolte nel liquido silenzio d’un verde-blu senza tempo. Ed ecco dal II secolo a.C. la Testa Ritratto d’uomo con la kausia, il tipico cappello macedone, preziosa pure per gli occhi in alabastro (le statue ellenistiche li avevano di norma ed erano policrome con inserti di rame, oro e argento), tolta all’Egeo nel ‘97. O la Figura maschile ripescata nel ‘92 da alcuni sub vicino Brindisi a soli 16 metri. Ancora, un probabile discobolo del IV-II secolo rimasto nelle reti d’un peschereccio, era il 2004, vicino l’isola greca di Climno, oggi splendido anche dei suoi bagliori verdi e rossastri di bronzo ossidato.
Fino alla magnetica, imponente Testa d’Apollo, che al Museo di Salerno commosse Ungaretti al punto di fargliela paragonare, in una immaginaria cronaca di quel fatto, agli occhi del pescatore di alici che la tirò su nel 1930, al Battista. La terra nei millenni non è stata lieve al bronzo. Meno ancora gli uomini, che i capolavori ellenistici in quella lega di rame e stagno allora più pregiata dell’argento e al pari dell’oro, li han rifusi senza pietà per farne armi e danari. Bellezza, morte e “sterco del diavolo” stretti in un sinistro paradosso. Accanto al quale, la fine della committenza (chi nel pio Medioevo pagava per statue nude o poco vestite?), cancellò la memoria visibile di quei tesori e l’insuperata maestria tecnico- espressiva che li aveva generati durante l’Ellenismo, fra IV e II secolo a.C. Per riconquistarla, insieme alle stupefacenti conoscenze anatomico-dinamiche di Fidia, Lisippo, Dedalo e gli altri maestri del periodo, ci vorrà il ‘400 di Ghiberti e Donatello. Fu l’Ellenismo un periodo lungo e fausto, che Alessandro lanciò sulle ali del suo sogno di unire le culture d’oriente con quella greca, alla quale fu educato da Aristotele. Un’utopia cosmopolita iniziata nel 336 a.C. con la conquista delle polis e terminata ai confini dell’India nel 323 a.C. con la morte a 33 anni di quel formidabile condottiero e visionario statista. Di quell’epoca irripetibile, cincoli quanta bronzi, per lo più divinità ed atleti, prestati da alcuni dei maggiori musei del mondo, raccontano ora una creatività fra le più alte della storia.
Benissimo curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin del Getty Museum di Los Angeles, la mostra si segnala inoltre per sintesi, eleganza d’allestimento, cura delle luci, i testi esaurienti e parchi delle sette sezioni. Avviate da un vuoto basamento firmato Lisippo, a suggerire l’assenza dei capolavori inghiottiti dai millenni, mentre il loro invece permanere è incarnato dall’ Arringatore, celebre pezzo di fine II secolo già di Cosimo I e conservato all’Archeologico di Firenze, che dal 20 marzo ospita una mostra su tre secoli della nota passione mediceo-lorenese per l’antichità. Un legame di profetica modernità che la mostra allarga dagli specialisti a chiunque. Si veda la superba Testa di cavallo “ Medici- Riccardi”, già di Lorenzo e restaurata per l’occasione, palesemente analoga sia alla Protome Carafa che a quella del monumento a Gattamelata, entrambe fusioni di Donatello, che i Medici vollero curatore delle loro raccolte antiche. Colpisce anche lo splendido Eros dormiente , archetipo del figlio di Afrodite ed Ares qui reso in un ideale di dolce innocenza già tal quale putti e cherubini rinascimentali. Quell’immenso, febbrile laboratorio politico, amministrativo e culturale che partorì la Biblioteca di Alessandria, Archimede e Aristarco di Samo, la nascita della filologia, fu tanto importante da sopravvivere al suo artefice. L’arte, anche decorativa, svettò, dando profondità emotiva e dinamica mai viste, credibilità anatomica, alla relativa fissità della pur già sofisticata statuaria arcaica e classica, ne ampliò gesti e posture, conferendo a quei tesori una relazione novissima col mondo esterno. E cancellando l’idealizzazione della classicità, per accogliere realismo e quotidiano, limiti e difetti, lo straniero e il deforme fin lì banditi dal sacro recinto dell’arte. È il caso della Statuetta di un artigiano del Met, un vecchio brutto, calvo e zoppo dalla povera veste, il cui taccuino nella cinta depone però più a favore di un artista. Lo splendore dell’Ellenismo trionferà anche nella Roma imperiale che conquistò la Grecia, dopo aver sedotto quella repubblicana e gli etruschi. Nel miracoloso sincretismo di quel futuribile cantiere dalle mille etnie e culture, l’arte greca resta centrale ma convive con altri centri di produzione – Egitto e Turchia – in uno scambio costante. Nello sconfinato impero che Alessandro conquistò con tale fulminea potenza da avviare, lui ancora in vita, la propria divinizzazione, parrebbe profilarsi una sorta di globalizzazione. Ma più che retrodatare un concetto a torto ritenuto nuovo e nostro, è più proficuo riconoscervi la storia che torna: come con l’impero romano, quello di Gengis Khan, il colonialismo eurocentrico che prese le mosse dalla cultura del Rinascimento.
A corredo della rivoluzione estetica e produttiva, l’ellenismo va annunciando anche un mercato dell’arte affatto diverso dal nostro. La committenza si sposta dalla polis alla corte ed ai privati, celebrando il primato della ritrattistica e, vero status symbol, le glorie di entrambi, anche in quanto collezionisti, mai prima d’allora così numerosi. L’arte vola ai confini dell’impero e oltre: un diffuso canone di bello è ulteriore koinè d’un’élite che ai temi civili della classicità preferisce realismo e intimismo. E a quella bulimia estetica gli originali non bastan più: i maestri, non più soli nelle loro botteghe-aziende, assemblano col mastice parti di corpi di cui hanno grandi riserve, secondo le caratteristiche del soggetto. Come, mutatis mutandis, accadrà coi Della Robbia, Perugino, i multipli anni Sessanta. Duemila anni prima di Benjamin, grazie al bronzo e all’esattezza delle repliche da fusione indiretta a cera persa (utilissima la saletta sulla complessa tecnica), l’opera è già riproducibile, legalmente e non, perché pure i falsari son già all’opera. La copia, come nel Rinascimento “malato” di classicità, assurge ad un’importanza inedita. Meglio se d’autore, ovvero gli eccelsi artigiani greci che nella Roma imperiale, benché ancora artigiani (lo status d’artista arriva, come si sa, intorno al 1200), firmavano fieri le proprie creazioni per le case dei potenti, che gareggiavano coi generali i quali, fino a tutto il II secolo a.C., riporteranno come trofei i bronzi razziati in guerra.

Biografia della statua «maledetta»


Il progetto di un monumento a Giordano Bruno
 divise per anni l’Italia tra clericali e laici

Corrado Stajano

"Corriere della Sera", 21 marzo 2015

Dopo quattro secoli (e 15 anni) si parla ancora, come se fosse accaduto appena ieri, dell’«abbruciamento dell’eretico impenitente» e della statua che con fatica e coraggio fu posta e dedicata a Giordano Bruno nel luogo del rogo al quale fu condannato dai cardinali dell’Inquisizione. A quell’evento di follia che seguita a suscitare angoscia e incredulità e al monumento in onore del frate, Massimo Bucciantini, professore di Storia della scienza all’Università di Siena, ha dedicato un rigoroso saggio: Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi). (Quel «maledetto» fu l’aggettivo usato dai clericali; il bronzo ha voluto rappresentare piuttosto la volontà dei posteri di rendere onore alla libertà di pensiero: che almeno la memoria sia segno di giustizia).
Purtroppo la storia non insegna mai nulla, il tragico Novecento ne è un atroce esempio di massa, con milioni di morti bruciati nei lager nazisti, colpevoli soltanto di essere ebrei o di avere un differente credo politico.
Ma il rogo fiammeggiante di Campo dei Fiori, il mostruoso sonno della ragione di quei carnefici assolutisti della fede resta un indimenticato modello per gli spiriti creativi: anche un giovane musicista pisano che vive a Parigi, stimato in tutta Europa, Francesco Filidei, sta lavorando proprio ora a un’Opera sul frate nero che sarà rappresentata al Piccolo Teatro di Milano.
Le ultime parole del frate domenicano ai suoi persecutori — «Forse voi giudici pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanto io ne abbia nell’ascoltarla» — sembra che seguitino a risuonare in quella piazza allegra, tra le bancarelle del mercato, con il pesce madreperlaceo che sembra appena uscito dalle reti, la frutta colorata che sembra invece appena uscita da un dipinto cinquecentesco, in un gran vociare. Mentre il droghiere, il fornaio, il salumiere sull’angolo di via de’ Balestrari, dove fu effettivamente bruciato Giordano Bruno, invitano i turisti nelle loro botteghe: il frate nero dal suo piedistallo di marmo osserva severo. Una spina nel cuore e nelle coscienze, la vita e la morte.
Durò 13 anni — dal 1876 al 1889 — la furibonda lotta tra i fautori e gli oppositori del monumento. Massimo Bucciantini, con cura meticolosa, tra storia e narrazione, ha ricostruito, attraverso la biografia della statua, un agitato pezzetto della vita politica postrisorgimentale. Senza tralasciare nel racconto l’apologetica cattolica che difese l’indifendibile con il negazionismo e la retorica anticlericale che rammenta spesso le reboanti orazioni di certi avvocati di provincia e degli urlanti politici ottocenteschi.
L’idea del monumento a Giordano Bruno non nacque dall’alto, non fu l’espressione di un sottile disegno politico antivaticanesco. A provocar la polemica e la faticata posa del monumento fu il discorrere di un gruppo di studenti universitari che si incontravano all’Osteria del Melone, vicino alla Sapienza, e facevano notte bighellonando nelle vie della città. Adriano Colucci, di Jesi, e Alfredo Comandini, di Faenza, entrambi studenti di giurisprudenza, furono a capo del movimento nascente. Poi presero ognuno, col passare degli anni, la sua strada, professore, deputato al Parlamento, scrittore, poeta, Colucci; deputato anch’egli, direttore di diversi giornali, anche del «Corriere della Sera», dal settembre 1891 al novembre 1892, Comandini. Furono i due giovani a guidare il primo comitato, a raccogliere fondi, a propagandare il progetto che tanto inquietava al di là del Tevere. Ma in effetti la vera mente fu un ebreo francese, Armando Levy, profugo della Comune di Parigi, filosofo, patriota, filantropo, «rivoluzionario romantico», più tardi massone, a innamorarsi del monumento e a farne una ragione di vita.
Il movimento della statua a Giordano Bruno si diffuse con rapidità in Italia e al di là delle Alpi. Non fu la massoneria, come si disse, la sua nutrice, anche se poi molti massoni furono ardenti sostenitori dell’idea. Ma con loro mazziniani, ex garibaldini, repubblicani, radicali, anarchici, liberali che si ribellavano al Sillabo papale, anticlericali senza etichette e, nell’altra fazione, i seguaci del Papa Re, i gesuiti di «Civiltà Cattolica», le figlie di Maria, la destra politica timorosa di un nuovo corso moderato, infuriata con la sinistra, i cattolici più intolleranti al riparo da ogni tentazione di autocritica, del tutto privi dell’arma del dubbio, senza un pizzico di vergogna o, almeno, di rammarico, indignati soltanto dall’oltraggio che quel monumento recava al Papa e al Vaticano.
L’idea dei due giovani studenti — fu poi un loro coetaneo bolognese, Giuseppe Vernazzi, a prendere la guida del movimento — ebbe consensi autorevoli e di gran nome, Victor Hugo, Ernest Renan, Rudolf von Jhering, Antonio Labriola, Andrea Costa, Cesare Lombroso, Giustino Fortunato, ma anche Garibaldi e gli eredi del «Risorgimento tradito».
Il saggio di Bucciantini è anche un trattato di scienza della politica italiana dopo la breccia di Porta Pia. Appaiono ben documentate le meschinità della classe dirigente dell’epoca, non troppo diversa da quella di oggi, le compromissioni, le prudenze, i timori di turbare la curia vaticana e anche il coraggio ribelle, la testardaggine di portare a compimento la statua scolpita da Ettore Ferrari. Due mondi, due Italie inconciliabili.
Il conflitto coinvolse segretari di Stato vaticani, presidenti del Consiglio, sindaci della capitale, Gran maestri della massoneria, cardinali, predicatori, studiosi di Giordano Bruno filosofo, allora quasi del tutto sconosciuto, e cittadini senza nome che parteciparono con fervore a manifestazioni, raccolte di denaro, pubblicazioni di libri e di pamphlet, polemiche pubbliche, cortei che i giornali dell’epoca documentarono.
La svolta liberatoria arrivò con Francesco Crispi presidente del Consiglio che rimosse ogni ostacolo. Vinse con lui la laicità «provvisoria» dello Stato. Fu un gran giorno di festa il 9 giugno 1889. Ne scrisse Émile Zola nel suo Diario .

Ci vuole un fisico bestiale per vincere la sfida in libreria


Il libro di Carlo Rovelli ha venduto 160mila copie
 ed è da settimane in cima alle classifiche
È solo merito dell’autore o abbiamo cominciato a interessarci alla scienza?

Elisabetta Ambrosi

"Il Fatto",  1 aprile 2015

Anche in casa Adelphi gli animi sono ancora increduli: 160.000 (e il numero è in crescita costante) sono le copie che ha finora venduto il libro di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, ormai stabilmente in classifica da settimane: ottanta pagine che raccontano in maniera limpida, affascinante e concisa la Teoria della relatività generale di Einstein, la meccanica quantistica, l’architettura dell’universo, le particelle elementari, la gravità quantistica, i buchi neri, infine il modo in cui noi possiamo pensarci nel mondo descritto dalla fisica. “Non nascondo che vedere il libro di Rovelli un po’ sopra Stephen King e un po’ sotto le Cinquanta sfumature fa una certa impressione”, racconta Matteo Codignola di Adelphi, ricordando l’analoga fortuna editoriale del saggio Sei pezzi facili del fisico Richard Feynman.
“QUELLO di Rovelli è un libro emozionante e divertente che comunica a chi legge la sensazione che chiunque può avvicinarsi al mondo della scienza, in genere considerato impervio. Ma il successo di un libro è sempre imprevedibile, anche se va detto che l’Italia è un mercato particolare, dove libri importanti – penso a un autore come Thomas Bernhard – si vendono più che nel paese di origine”. “Una rondine non fa primavera, ma già il fatto che ci poniamo la domanda sul perché questo libro sta avendo tanto successo dovrebbe farci riflettere”, spiega Massimo Bucciantini, storico della scienza all’Università di Siena, autore di libri su Galileo e Keplero e di recente di un saggio sulla storia della statua di Giordano Bruno (Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi). Lui un’idea chiara delle ragioni di questo piccolo exploit editoriale se l’è fatta e ci aiuta a capire di più. “In primo luogo si tratta di un’operazione editoriale intelligente, a partire dal titolo e in particolare dall’aggettivo ‘brevi’, che fa capire che si tratta di un libro per chi la scienza non la conosce per nulla o quasi. In questo modo il lettore digiuno di fisica viene messo a proprio agio. Il secondo motivo è che a differenza di tanti intellettuali aristocratici l’autore si mette in gioco con un’operazione intelligente di divulgazione. Ben vengano libri così, che spiegano con chiarezza e intelligenza concetti non così semplici. Vorrei ricordare che sono molti i Nobel che una volta smessa la ricerca si dedicano, appunto, alla diffusione e divulgazione scientifica. Il terzo motivo per cui questo libro è importante, e vende, è che declina la scienza non separandola dalla cultura: da noi ancora vige l’idea che la scienza sia solo calcolo, misurazione”.
Ma non basta: ci sono poi anche ulteriori motivazioni che spiegano i motivi del successo di questo piccolo saggio. “È un libro di segno inverso rispetto alla retorica avvocatesca e tribunalizia di questo paese che pervade anche i programmi scolastici e anzi mi piacerebbe leggere un analogo di economia e politica”, continua Bucciantini. “L’altro aspetto vincente del saggio è che in un momento caotico mette in ordine le idee seguendo la chiave della semplicità, e forse un altro motivo per cui si vende è che c’è un grande bisogno di idee chiare e distinte. Infine, è un libro che non ha nessun finalismo, sostiene che la scienza e la fede debbano restare separate e anzi il finale è all’insegna di Lucrezio”.
MOLTO PIÙ scettico, casi editoriali a parte, sulla fortuna della scienza e della divulgazione scientifica nel nostro paese è il pedagogista Benedetto Vertecchi, che pure ha apprezzato il libro di Rovelli. “Non credo che il fatto che un libro abbia successo consenta di fare inferenze sull’impatto che ha davvero nella cultura della popolazione. 160 mila copie sono tante, ma se facciamo un confronto, ad esempio, con il numero di persone che leggono gli oroscopi è facile capire che la cultura scientifica sta messa proprio male. Insomma, va benissimo che ci siano libri che aprano la prospettiva, ma quella occidentale sta diventando una cultura antiscientifica perché si accontenta di pseudoscienza che non richiede alcun pensiero o dimostrazione.
Pensiamo alle infinite medicine alternative che non dimostrano nulla o alle infinite ricette di migliorismo sociale cui non corrisponde alcuna analisi storica: insomma sembra interessare di più il magico che non la capacità di argomentazione e la conoscenza per cause di aristotelica memoria. Altrimenti non ci chiederemmo perché, se andiamo nelle università, troviamo uno studente di fisica per decine di studenti di facoltà di musica o spettacolo”.

lunedì 30 marzo 2015

Traduttori, nobil razza dannata


Come in un memoir, Massimo Bocchiola racconta gioie e dolori del suo lavoro: tradurre, come scrivere, significa sconfiggere la morte attraverso la parola

Giuseppe Culicchia

"La Stampa", 30 marzo 2015


Che cosa hanno in comune, a parte naturalmente la professione, Stephen King e Samuel Beckett, Martin Amis e Irvine Welsh, Thomas Pynchon e Paul Auster? Semplice: in molti li abbiamo letti nelle traduzioni di Massimo Bocchiola, che dopo il romanzo Il treno dell’assedio (Il Saggiatore 2014) e le raccolte di poesie pubblicate per Marcos y Marcos e Guanda, ha scritto per Einaudi Stile Libero Mai più come ti ho visto, saggio sotto forma di scorribanda, o volendo di memoir, nel quale ripercorre passo passo le tappe del suo percorso di traduttore, raccontando il dietro le quinte di un mestiere bellissimo, difficilissimo e per certi versi impossibile - trattandosi ogni volta di inseguire per decine, centinaia, migliaia di pagine le parole altrui senza raggiungerle davvero mai -, eppure piacevole. 
Un mestiere sfibrante
«Tradurre testi letterari è molto bello», scrive Bocchiola. «Consente di impossessarsene a proprio uso, e nel contempo - se lo vogliamo, se ne siamo capaci - di farne dono ad altri». Già: in Italia com’è noto si traduce tantissimo, eppure è piuttosto raro che il lavoro del traduttore venga menzionato se non di sfuggita in una recensione; quanto al compenso, che di norma viene stabilito «a cartella», da noi si attesta sui dieci o dodici euro, mentre in Paesi come la Germania - dove i traduttori hanno un loro sindacato in grado di trattare con gli editori - arriva anche a trenta e oltre; per tacere del resto del lavoro editoriale, ovvero delle revisioni e delle eventuali correzioni che almeno in teoria dovrebbero competere alla redazione della casa editrice: non da oggi, ma oggi più che mai, queste mansioni sono spesso appaltate all’esterno per ragione di costi, e sempre per ragione di costi si dà addirittura il caso che una traduzione non venga né rivista né corretta, ma pubblicata in fretta e furia così com’è, di modo che a farne le spese sono naturalmente innanzitutto l’autore e il lettore, ma anche il traduttore, che vede mortificato in questo modo il lavoro di mesi. 
Un lavoro duro, a tratti perfino sfibrante, che richiede una grande concentrazione e che talvolta non conosce orari. «Tradurre è un po’ come spalare carbone», scrive non a caso Paul Auster, citato da Bocchiola e ripreso nella quarta di copertina. «Lo sollevi con il badile e lo rovesci nella fornace. Ogni pezzo è una parola, ogni palata è una nuova frase, e se hai la schiena abbastanza forte, e la resistenza che serve a continuare per otto o dieci ore al giorno, riuscirai a tenere acceso il fuoco». Tutto vero, posso confermare: da parte mia, malgrado i dieci anni trascorsi in libreria ad aprire scatoloni e fare rese, non ho mai faticato tanto come quando ho tradotto i Racconti dell’età del jazz di Francis Scott Fitzgerald.
Dare nuova vita
Ma Bocchiola non si limita a mostrare più che generosamente l’officina del traduttore, con tutta una serie di esempi pratici ed escursioni in territori quali il cinema, il calcio o la guerra, nonché ammissioni di richieste di consulenza a esperti delle varie discipline, tra cui suo padre, medico, per una scena di Stella del mare di Joseph O’Connor in cui viene diagnosticato un caso di sifilide, e un ex compagno di scuola diventato agronomo per venire a capo di una parola usata in una poesia da Blake Morrison. In questo saggio densissimo, assai divertente e sempre interessante, prova anche a ragionare sul legame tra la traduzione e il tempo, a partire dal fatto che la traduzione di un testo letterario contribuisce a dare nuova vita, oltre che alle parole, anche a quella che è a tutti gli effetti un’esperienza passata, trasformandola e perciò stesso dandole una seconda occasione, restituendone l’eco infinita. Per arrivare alla conclusione che tradurre, come scrivere, corrisponde in un certo senso a sconfiggere la morte attraverso la parola. 
I due Moby Dick
Può darsi che le cose stiano davvero così, se non altro quando le parole sono destinate a rimanere: vedi l’Infinito di Leopardi, che a un certo punto Bocchiola decide di ritradurre dalla traduzione in inglese di Tim Parks anche per il gusto di sfidare se stesso. Sta di fatto che almeno su una cosa non posso dirmi d’accordo con lui, quando scrive che «ogni scrittore può ricevere critiche, attacchi, insulti ben peggiori di chi traduce, e su un terreno oggettivamente più personale. Ma al traduttore è statutariamente negato il diritto primario di ogni artista, cioè quello di produrre un’opera che piaccia prima di tutto a lui stesso. Forse è proprio per questa ragione, come per nessun’altra, che non si può definire un artista». Beh: senza tirare in ballo qui il caso del Moby Dick tradotto da Pavese, che bene o male da generazioni fa sì che ci siano due Moby Dick, quello di Melville e quello appunto di Pavese, ci sono al contrario traduttori che meritano senza dubbio tale definizione. E credo di poter dire che l’autore di Mai più come ti ho visto - un testo che certo sarà adottato in ogni corso di traduzione che si rispetti e che comunque andrebbe letto da chiunque ami leggere - possa essere annoverato tra questi.

domenica 22 marzo 2015

In ostaggio dei misteri



Nella voce curata per lo Zingarelli, Vito Mancuso definisce il termine come «una condizione che riguarda la vita , e lì la vita deve tacere».
Ecco dove sbaglia la nostra cultura: ci compiacciamo dell’esistenza di questioni irrisolte, quasi ci rattristiamo quando la scienza trova le soluzioni
La tendenza a vedere sciarade dappertutto è il contrario di una cultura democratica
Perché sospinge l’uomo verso una condizione di soggezione verso una classe di «iniziati»

Edoardo Boncinelli

"Corriere della Sera - La Lettura", 22 marzo 2015

L’osservazione del mondo che ci circonda ci propone innumerevoli interrogativi, per diversi dei quali abbiamo già trovato una risposta, mentre per altri speriamo prima o poi di trovarla. Qualcuno però ama definire misteri alcuni di questi interrogativi, soprattutto i più palpitanti. Zanichelli ha proposto una nuova edizione del dizionario Zingarelli della lingua italiana, dove ha deciso di includere la definizione di alcune parole chiave dettata da personaggi di spicco del mondo attuale e denominata «definizione d’autore». Al teologo e scrittore Vito Mancuso è toccata la parola «mistero», ed ecco la sua definizione: «Mistero è diverso da enigma. L’enigma è un rompicapo che riguarda l’intelligenza; il mistero è una condizione che riguarda la vita. L’enigma è là fuori, il mistero è qui dentro. Di fronte a un enigma l’intelligenza si lancia a risolverlo; di fronte al mistero la vita sente che deve tacere: non a caso il termine greco mystérion, da cui il latino mysterium, viene dal verbo mýo, che significa “mi chiudo, sono chiuso”, detto di occhi e di labbra. La percezione del mistero si dà come inquietudine e al contempo come meraviglia. Per quanto mi riguarda, l’esperienza più intensa del mistero la provo di fronte al bene e alla gratuità che, in un mondo dove tutto è forza, calcolo e interesse, mi rimanda a una dimensione diversa».
Quindi il mistero alberga «qui dentro», che penso significhi in interiore homine, quella bellissima espressione che dobbiamo a sant’Agostino, ma di cui non ho mai capito bene il significato. A mio modo di vedere questa espressione non rimanda a niente, se non al corpo e alle sue connessioni nervose o, addirittura, al nostro Dna, come dire alla nostra biologia più primitiva. Per confronto vediamo quest’altra specificazione dovuta al più grande linguista vivente, Noam Chomsky: «Ciò che ignoriamo può essere suddiviso in problemi e misteri. Quando affrontiamo un problema, possiamo non conoscerne la soluzione, ma abbiamo qualche idea, una speranza di aumentare le conoscenze e qualche indicazione di che cosa stiamo cercando. Quando affrontiamo un mistero, invece, possiamo solo abbandonarci allo stupore e alla meraviglia. Non conoscendo per il momento neppure i contorni di una spiegazione».
Si può notare che le due definizioni sono molto simili, ma anche profondamente diverse. È il retroterra culturale che è diverso, e riflette la differenza fra la nostra visione del mondo e quella della cultura anglosassone. Noi italiani tendiamo a vivere due realtà, una alla nostra portata e l’altra no, mentre loro ne vivono una sola, anche se dannatamente complessa. Io posso capire che per chi ci crede, quello della Trinità sia un mistero — altrimenti, direbbe Dante, « mestier non era parturir Maria » — come pure la teodicea e più in generale l’esistenza del Male. Quello che non condivido è la smania di trasporre tutto questo nella conoscenza del mondo in cui viviamo e fare quasi il tifo per la persistenza del maggior numero possibile di misteri irrisolti.
Di misteri ne esistono e probabilmente ne esisteranno sempre. Quello che non capisco è perché qualcuno se ne compiaccia, e si rattristi per ogni nuovo mistero svelato, invece di compiacersene. D’altra parte, l’uomo primitivo viveva in un mondo di misteri. Il ruolo della civiltà è stato quello di trasformare questi misteri in problemi concreti, possibilmente articolati su domande specifiche alle quali si tenta di rispondere. Sembra quasi che qualcuno rimpianga quello stato, lo stato dell’essere primitivo, quello dei «bestioni insensati» di Vico. Nel nostro Paese in particolare, tutto è un mistero: la nascita (ed entro certi termini questo ci può stare), la morte (ma è mai non morto qualcuno o qualche animale?), la vita, l’amore, i sentimenti, l’inclinazione, il talento, l’ispirazione artistica, la creatività. In una trasmissione televisiva ho anche sentito dire che «la povertà è un mistero». Un mistero per chi, se c’è sempre stata, in ogni tempo e in ogni luogo, e oggi sembra addirittura aumentare invece di diminuire?
La tendenza a vedere misteri dappertutto è antitetica a una mentalità scientifica e razionale, e in fondo anche a una cultura democratica; è un rifugio nell’ignoranza e nell’ancora peggiore presunzione di sapere, come quella che ammorba le nostre convinzioni in materia di psicologia. Credere di conoscere bene la spiegazione di una situazione che invece non conosciamo impedisce di cercare quella vera e ci lascia «con il cerino in mano». Per dirla con il grande fisico Erwin Schrödinger: «In un’onesta impresa di ricerca della conoscenza a volte è necessario arrestarsi per un periodo indefinito a causa di una nostra ignoranza. Invece di tentare di colmare una lacuna conoscitiva con una costruzione speculativa, la vera scienza preferisce rinunciare momentaneamente a fornire una spiegazione; e questo non tanto per uno scrupolo di coscienza che impedisce di dire bugie, ma piuttosto partendo dalla considerazione che una risposta inventata sopprime l’esigenza della ricerca di una risposta accettabile».
L’uomo comunque si interroga e indaga, stimolato spesso anche da un genuino senso del mistero che non può non coglierlo. E indaga per quella «sete natural che mai non sazia» . Nella maggior parte dei casi quella sete conduce molto lontano. Dante ci propone l’esempio del matematico (il geometra) che mira alla quadratura del cerchio: «Qual è ’l geomètra che tutto s’affige/ per misurar lo cerchio, e non ritrova,/ pensando, quel principio ond’elli indige,/ tal era io a quella vista nova:/ veder voleva come si convenne/ l’imago al cerchio e come vi s’indova». Ebbene, tutto questo conduce il poeta, simbolo in questo caso dell’intera umanità, a interrogarsi su questioni molto più astratte e a credere di intravederne la soluzione: «La forma universal di questo nodo/ credo ch’i’ vidi». È abbastanza evidente da questo esempio che porsi problemi chiari e concreti non preclude l’accesso alle domande più alte, come quella che si pone il sommo poeta sulla natura più intima del segreto figurativo del cielo e del mondo intero. Perché astenertene quindi e gioire degli insuccessi, magari momentanei?
Ma è chiaro che non si tratta di una questione «accademica», bensì di un atteggiamento programmatico. Immanuel Kant affermò a suo tempo che l’Illuminismo e la sua fiducia nella ragione e nell’uomo aveva rappresentato «l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità». Sostenere, al contrario, che il mondo è pieno di misteri tende a risospingere l’umanità a uno stadio di profonda ignoranza, ma soprattutto di soggezione, almeno verso una classe di «iniziati» a cui rimanda la radice del verbo greco mýo da cui derivano la parola «misteri» e la parola «mistica». Non c’è bisogno di risalire ai misteri eleusini per chiarire che si tratta in ogni caso di conoscenza preziosa, superiore e segreta perché degna di pochi intimi «che sanno veramente». Come dire che c’è chi può e chi non può, e chi non può si deve accontentare. Una conoscenza chiusa non è una conoscenza, è un sopruso, e un affronto alla nostra capacità di capire, magari lentamente e con un procedere ondivago. Tipica a questo proposito è l’esaltazione che da più parti si fa dell’insegnamento di Karl Popper, che per costoro avrebbe sostenuto che la scienza è necessariamente fallace, o di Kurt Gödel, che avrebbe «dimostrato» che esistono affermazioni vere che non possono essere né dimostrate né confutate.
Costoro, spero, non prevalebunt, come le porte dell’inferno. Personalmente, io direi: là dove c’è un mistero ci deve essere un interrogativo; poi si vedrà. In fondo, nati non fummo «a viver come bruti ».

sabato 21 marzo 2015

La peste, il mugnaio, i mercanti. E la storia creò la lingua italiana


Dal Cinquecento abbiamo un lessico comune. Che l’inglese non distruggerà

Paolo Di Stefano

"Corriere della Sera", 20 marzo 2015

La Storia della lingua italiana nasce, come disciplina universitaria, nel 1938, quando viene istituita a Firenze l’omonima cattedra, affidata a Bruno Migliorini. L’anno successivo Roma attiva un insegnamento per Alfredo Schiaffini: poi, fino agli anni Cinquanta, le sole nomine sarebbero state quelle di Gianfranco Folena a Padova nel 1956 e di Maurizio Vitale a Milano nel 1957. Eppure gli studi di storia della lingua in Italia hanno avuto, fino a oggi, esponenti di sommo rilievo, capaci di spaziare tra la dialettologia e la stilistica letteraria, tra la filologia e la critica tout court . Ora, con la Prima lezione di storia della lingua italiana (Laterza, pp. 176), Luca Serianni, erede a Roma del grande Schiaffini e autore di saggi e manuali tra i più importanti degli ultimi decenni, si propone di tracciare le grandi linee della disciplina a beneficio di un ampio pubblico, con ammirevole chiarezza argomentativa e per quanto possibile senza troppi tecnicismi (quelli indispensabili vengono spiegati in un utile indice conclusivo).
«Come è ovvio — dice Serianni — la storia della lingua, non avendo riferimenti scolastici, è poco nota, dunque può capitare che anche le persone colte la confondano con altre discipline, come la glottologia oppure la storia della letteratura, mentre il suo campo di interesse non riguarda soltanto i testi letterari». I vari passaggi di continuità e discontinuità, a cominciare dal rapporto genetico tra latino (nella varietà parlata del «latino volgare») e italiano, sono illustrati con una molto essenziale serie di esempi. Senza dimenticare la presenza, nell’italiano come nelle altre lingue romanze, di un lessico dotto direttamente attinto dal latino, che ha lasciato un ricco deposito lessicale non solo nella lingua ma anche nei dialetti.
C’è una storia interna e una storia esterna. La prima riguarda gli sviluppi, strutturali, della fonetica, della morfologia, della sintassi, dovuti al succedersi delle generazioni di parlanti e alle interferenze di altre lingue. Quelli esterni provengono da fattori fisici, storici, antropologici o culturali. Si sa che le catastrofi naturali, le migrazioni, gli eventi bellici determinano più di altri il cambiamento delle lingue. Un esempio? La peste del 1348, con il conseguente spopolamento di Firenze e il successivo inurbarsi di persone provenienti dal contado, ha finito per provocare sensibili innovazioni linguistiche. E basti pensare alle conseguenze del sacco di Roma del 1527 ad opera dei lanzichenecchi, che con l’ondata migratoria giunta dal Centro-Nord portò numerosi tratti settentrionali in un dialetto che fino ad allora registrava elementi tipicamente meridionali. E non si allude solo alle evidenze del lessico, ma anche alla fonetica.
«Si può sostenere — scrive Serianni — che la storia di una lingua altro non sia che una particolare declinazione della storia generale, alla stregua della storia dell’arte o delle istituzioni sociali». Un filo rosso che Serianni insegue con particolare attenzione e che non dovrebbe sfuggire agli storici tout court riguarda il rapporto tra cultura alta e «gente comune»: secondo studi ormai consolidati, l’acquisizione della lingua scritta è avvenuta, in passato, attraverso canali non istituzionali. Il caso del mugnaio friulano del Cinquecento Domenico Scandella, detto Menocchio, ricostruito da Carlo Ginzburg in un libro divenuto un piccolo classico della storiografia, è particolarmente significativo: nonostante la sua distanza geografica e culturale dagli ambienti intellettuali, Menocchio, processato dall’Inquisizione e poi condannato al rogo nel 1599, era arrivato a conoscere l’italiano da autodidatta attraverso la lettura di libri d’avventura e di testi religiosi ottenuti in prestito. Si deve ai lavori di Francesco Bruni e di Enrico Testa su documenti privati come gli epistolari l’idea di un «italiano pidocchiale» diffuso ben prima dell’unità nazionale, della scolarizzazione estesa e dell’azione determinante della televisione. Un «italiano nascosto» che conviveva con i dialetti.
«La tradizione — osserva Serianni — sottolinea l’inesistenza dell’italiano nei secoli passati: nella percezione comune l’identità italiana è poco più che un’invenzione romantica o risorgimentale, ma un filo linguistico comune, sovradialettale, si può cogliere a partire dal Cinquecento anche fuori dal recinto della letteratura alta». Gli illetterati dialettofoni potevano imparare l’italiano «per pratica», arrivando ad averne una competenza passiva grazie all’azione, certo «preterintenzionale», svolta con il catechismo dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento. Insomma, l’idea che i dialetti abbiamo dominato incontrastati la comunicazione orale non sarebbe altro che «un solido pregiudizio», come ha scritto lo stesso Bruni.
È dimostrato, tra l’altro, che tra la lingua umile quotidiana e la codificazione letteraria è esistita un’area di mezzo rappresentata da un italiano scritto commerciale e diplomatico, utilizzato in ampie zone del Mediterraneo e dell’Europa orientale per almeno tre secoli, tra il XVI e il XVIII: l’italiano è stato, per esempio, la lingua super partes adottata nel testo ufficiale di un importante trattato bulgaro del 1774, quello di Kuüçüc Kaynarca, che pose fine a uno dei conflitti tra russi e turchi. Anche le cancellerie dei consolati francese e britannico a Tunisi, nel corso del Seicento, adottavano la nostra lingua. Una lingua veicolare simile all’inglese attuale? «Certo — risponde Serianni — ma in una proporzione più ridotta: l’inglese è oggi una lingua planetaria adottata sistematicamente in ambito scientifico, ma il meccanismo è simile». Fatto sta che oggi gli apocalittici parlano di decadenza dell’italiano. Solo luoghi comuni e errori di prospettiva, come fa notare ironicamente Giuseppe Antonelli in un recente libro? «Gli ultimi dati Istat dimostrano che l’uso dell’italiano rispetto al dialetto sta crescendo, mentre fino a qualche anno fa sembrava immobile. Gli aspetti di criticità si verificano semmai nella pratica scritta, soprattutto a scuola: i test mettono in evidenza la povertà del lessico e la scarsa capacità di comprensione di un testo complesso come un editoriale giornalistico. Questo è il dato più preoccupante, che ha anche ricadute sul piano civile, non certo la morte del congiuntivo, che tra l’altro non sta affatto morendo. Quel che sta morendo è la capacità di argomentare». Proprio all’argomentazione, Serianni ha dedicato un libro, uscito l’anno scorso da Laterza, che proponeva «prove ragionate di scrittura».
Se l’invasione dell’inglese è ormai un dato di fatto, Serianni non concorda con l’auspicio di Tullio De Mauro che l’inglese diventi la lingua veicolare della polis europea: «Se così fosse, l’inglese dovrebbe diventare la lingua della comunicazione politica, ma il discorso politico non trasmette solo informazioni tecniche, perché fa leva sui simboli, sulle emozioni, sui sentimenti. Pensare che la conoscenza dell’inglese sia così avanzata da cancellare le lingue nazionali sarebbe sbagliato. Sarebbe come decretare la perdita dell’identità plurilingue europea». Del resto, in Germania, per fare un esempio, la questione linguistica non si pone nemmeno: in ogni sede istituzionale il tedesco è inamovibile e un corrispondente di un giornale italiano che pensasse di stabilirsi a Berlino conoscendo solo l’inglese resterebbe rapidamente fuori gioco. Per non parlare della Francia, ancora saldamente ancorata alla propria identità linguistica a ogni livello.
Altra faccenda è la letteratura. Manzoni era convinto che l’italiano doveva scrollarsi di dosso la sua cultura letteraria e guardare piuttosto a quella parlata «viva e vera» capace di diventare lingua nazionale, e cioè il fiorentino. Graziadio Isaia Ascoli contestò il dirigismo manzoniano, rivendicando la portata della tradizione scritta e della cultura alta come motori del processo di costruzione di una lingua unitaria. Una vexata quaestio che rimane ancora attuale. Provando infine ad abbozzare una sorta di «certificato storico per l’italiano», sul modello dei documenti di residenza o di stato di famiglia rilasciati dai Comuni, Serianni si schiera con Ascoli: lo strumento che ha permesso di dare voce agli emarginati è la scrittura, quel modello super-regionale filtrato dalla Chiesa e diventato con la grande letteratura trecentesca e con la codificazione del Cinquecento «un esempio precoce di lingua sufficientemente stabile».