sabato 2 marzo 2013

Letteratura, il tempo del dolore che insegna cos’è la vita


Da Tabucchi a Grossman, il senso degli addii 

UGO RICCARELLI,

"Corriere della Sera", 2 Marzo 2013

In un racconto di Antonio Tabucchi contenuto ne Il tempo invecchia in fretta, uno scrittore racconta del suo dolore alla schiena, un dolore fisico che, lo scopriamo leggendo, gli deriva dalle posture da lui assunte nello scrivere, di quanto queste incidano sì sulla sua colonna vertebrale, ma probabilmente sulla sua (e sulla nostra) esistenza. Un «malato di letteratura», lo definisce il suo medico, di una condizione che, come le posizioni che lui assume per scrivere, si confonde nell'intrico ingarbugliato dell'atto del suo scrivere e di quello del suo vivere. Verità del dolore e finzione della letteratura si mischiano dunque, come la realtà e le parole scritte per raccontare, e provocano e narrano quella sofferenza che, in fondo, è uno dei temi «classici» della letteratura. 
La scrittura è, ci pare dire Tabucchi, uno dei pochi e inevitabili modi di mettere le mani nella fragilità della condizione umana, là dove, Leopardi ce l'ha ben insegnato, il dolore è una delle sue parti costitutive. Forse quella stessa spina dorsale che lo scrittore del racconto tabucchiano non riesce a governare.
L'uomo contemporaneo non ama molto che gli si ricordi questa fragilità. Lanciato sulla superficie della realtà e abbacinato dalla spettacolarizzazione di ogni proprio ambito, anche privatissimo, preferisce pensare che la morte e il dolore non lo riguardino, o comunque, quando questo accade, che il fastidioso inghippo debba essere risolto da medici, da stregoni, specialisti o da chi per loro.
Ma l'arte continua a mettere le mani dentro questa materia fastidiosa, a ricordarci, come succedeva non molto tempo fa, che nascita, sofferenza, morte ci appartengono direttamente, e che le vicende spesso dolorose dell'esistere tracciano, (sono la spina dorsale?) significano le nostre vite. Basta consultare un interessante libro scritto da Iona Heath, Modi di morire (Bollati Boringhieri, 2009) per scoprire i molti intrecci che l'arte, la poesia, la narrativa hanno creato attorno a questi temi e alla necessità di affrontarli con uno spirito che sempre di più, oggi, ci viene a mancare, impegnati come siamo a guardare la superficie, a lucidarla e a rifiutare ogni difficoltà. 
Il linguaggio non può che imitare se stesso, come afferma giustamente Walter Siti ne Il realismo è impossibile e la letteratura pur selezionando e raccontando porzioni di realtà, sembra possedere la capacità non tanto di descriverla, quanto di entrarci dentro lasciando aperto sempre un altro piano nascosto, uno specchio che rimanda un'immagine spesso sconosciuta, scomoda, inquietante. Umana.
Negli ultimi anni alcuni scrittori hanno tentato di raccontare questa umanità tornando a uno sguardo allargato, meno minimalista, centrato sulle «piccole» vicende umane, attraverso le storie minute delle persone, di tutte quelle infinite particolarità nelle quali si intuisce la sofferenza come collante che attraversa le vite della gente e dunque la Storia. 
Recentemente scrittrici come Romana Petri, da Alle case Venie fino allo splendido Tutta la vita, passando per la saga portoghese di Ovunque io sia, o Melania Mazzucco con Vita , Laura Pariani con Dio non ama i bambini, Raffaella Romagnolo con La Masnà hanno saputo raccontare storie corali di personaggi che incrociano le proprie vite, tessere di un mosaico umano che illustra gli amori, i tradimenti, le violenze e gli slanci, le guerre, le miseria e il riscatto, le speranze e quelle mille altre cose che compongono la vita delle persone, nella quale, assieme alla tensione verso la felicità, la voce del dolore è qualcosa di inevitabile che preme e spinge. Segna e racconta la vita della gente. È una narrazione che, proprio per queste caratteristiche, spesso sa costruire una sorta di «epica del quotidiano», minime tessere che mostrano, certo, ma allo stesso tempo svelano e nascondono, ci obbligano a domande. 
Noi soffriamo, ci deterioriamo, moriamo, e le storie dei nostri percorsi, le nostre storie, possono utilizzare lo specchio della letteratura non tanto per descriversi, ma per esistere, aprirsi e liberarsi sotto forma di parole alla riflessione dei lettori. Penso alle belle pagine del racconto del rapporto con la malattia e la morte dei propri genitori che si possono trovare nell'Edoardo Albinati di Vita e morte di un ingegnere o nell'Elisabetta Rasy de L'estranea, dove la letteratura mostra la possibilità di ripercorrere una conoscenza dolorosa di un rapporto complesso tra persone e tra corpi che, appunto, si deteriorano, soffrono e muoiono, che a causa della malattia cambiano e diventano estranei agli altri e a se stessi. Racconti che, come dicevamo prima, sanno evitare ogni tentativo di spiegazione, di conforto retorico, ma posano
l'occhio (la scrittura), sulla tessitura dei piccoli gesti, delle abitudini, degli oggetti familiari, della malattia che impone una differente conoscenza e il viaggio dentro paesi sconosciuti. 
In questo senso ritengo emblematici gli scritti di Hervé Guibert attorno alla sua malattia in una scrittura che, proprio come l'AIDS, distrugge ogni canone estetico e porta nella dimensione totale del dolore le rappresentazioni raccontate ne All'amico che non mi ha salvato la vita, Le regole della pietà e Citomegalovirus . 
Raccontare il dolore non per allontanarlo o renderlo inoffensivo, ma per affermarlo come elemento vitale, anche attraverso l'inutile, banale, attesa di un felino domestico ne Il gatto in un appartamento della Szymborska, o con quelle semplici, eppure tremende negazioni con cui David Grossman scrive la morte del figlio Uri: «Sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con "non". Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà». Il dolore privato di Grossman, lo stesso che percorre il suo ultimo Caduto fuori dal tempo, diventa universale con la sua scrittura, apre la porta alla dimensione in cui noi possiamo accedere solo grazie alla letteratura, perché, come ha scritto Roberto Cotroneo: «Nessuna legge della letteratura, se mai ci sono state, può riuscire a dirci che la cosa più eversiva e sconvolgente che ha fatto Grossman in questo libro è quella di aver trovato le parole del dolore. Perché il dolore non vuole parole, con il dolore non ci sono parole. Proprio così: aver trovato le parole. Ma non per raccontare, non per oltrepassare la soglia, ma per lasciarla immutata come un paesaggio che non sappiamo attraversare, come una possibilità che in verità non abbiamo mai avuto». 

Tutta la verità sulla quarquonia




"Domenicale del Sole 24 ore", 17 febbraio 2013

A proposito di Alessandro Parenti, Parole e storie. Studi di etimologia italiana, Firenze, Le Monnier Università, 2012.

Il lavoro dell’etimologista è, si potrebbe dire, un po’ come il genio: per il 10% ispirazione e per il 90% traspirazione. Ci vuole fantasia, ci vuole inventiva, ma ciò che è veramente necessario è sapere le lingue, il maggior numero possibile, e leggere un’infinità di documenti. Nei tempi pre-scientifici, diciamo fino all’Ottocento, la fantasia prevaleva, anche perché non c’era una comunità di studiosi che aiutava, sorvegliava, correggeva; onde la sentenza, attribuita a Voltaire, secondo cui «l’étymologie est une science où les voyelles ne sont rien, et les consonnes fort peu de chose». Di fatto, i primi dizionari etimologici del francese e dell’italiano, opera dell’abate Gilles Ménage (o Egidio Menagio), sono il risultato di sforzi solitari e perciò eroici, ma sono anche pieni di etimologie campate in aria. Tutto cambia all’inizio del secolo XIX, quando gli indoeuropeisti introducono negli studi linguistici il metodo storico-comparativo. Collaudato in origine sulle lingue classiche, verrà adattato alle lingue neolatine da Friedrich Diez, autore di un Dizionario etimologico delle lingue romanze che fonda, in sostanza, l’etimologia moderna e apre la strada ai dizionari etimologici delle varie lingue nazionali.
Per quanto riguarda la nostra lingua, nelle biblioteche c’è l’imbarazzo della scelta, perché la linguistica italiana del Novecento ha lavorato molto e molto bene: ci sono, in ordine cronologico, il Migliorini-Duro, il Battisti-Alessio, il Cortelazzo-Zolli; e c’è il LEI (Lessico Etimologico Italiano), che è lo splendido frutto del lavoro d’équipe coordinato da Max Pfister, ma che è arrivato, per ora, soltanto alla lettera C. Data tanta abbondanza, spiace un po’ che il dizionario etimologico disponibile in rete (dunque senz’altro il più usato dall’utente medio:www.etimo.it), sia il Pianigiani, anno 1907, a inquadrare il quale è sufficiente l’opinione di Giuliano Bonfante: quanto all’«esecrando Vocabolario etimologico del Pianigiani [...], è inutile osservare che contiene sciocchezze, perché non contiene altro». Ecco un bel caso, anzi un brutto caso in cui il web non sostituisce la biblioteca, o non dovrebbe. LEGGI TUTTO...

PER APPROFONDIRE:


Joyce Carol Oates: "Ho scelto il thriller per raccontare il destino"


Antonio Monda
"La Repubblica", 1  marzo 2013

Atmosfere "noir" e criminali nell'ultimo romanzo e nei racconti della scrittrice americana.

Esistono pochi scrittori prolifici come Joyce Carol Oates: mentre Mondadori pubblica La donna del fango esce negli Stati Uniti Black Dahlia & White Rose: si tratta della sua venticinquesima raccolta di racconti, scritta dopo 53 romanzi (otto con lo pseudonimo di Rosamond Smith e tre come Laureen Kelly), 8 novelle, 9 drammi, 16 saggi, 10 raccolte di poesie, 6 libri per l'adolescenza e 3 per l'infanzia. A questa incredibile mole di lavoro creativo va aggiunta l'apprezzatissima attività di docente a Princeton, dove ha avuto allievi quali Jonathan Safran Foer. 
Se La donna del fango è un abile thriller psicologico con protagonista la prima presidente donna di un'università della Ivy League, la nuova raccolta propone undici storie molto diverse, ma tutte segnate da un destino ineluttabile e tragico. Le atmosfere del romanzo risentono dell'opera di Henry James e Daphne Du Maurier, mentre i racconti dialogano con un mondo letterario più vicino ai nostri tempi, in particolare nella storia che dà il titolo il libro, e vede protagoniste due attrici alla ricerca del successo nella Hollywood degli anni Cinquanta. La prima, di nome Elizabeth Short, si fa adescare una sera da un personaggio inquietante, e il giorno dopo ne viene trovato il corpo troncato in due parti. La seconda si chiama Norma Jeane e nel giro di pochi anni diventerà Marilyn Monroe. Su Elizabeth Short James Ellroy ha scritto Dalia Nera, mentre su Marilyn la stessa Oates ha scritto uno dei suoi romanzi più riusciti, Blonde.
«Nessuno più di Norma Jeane Baker che si trasforma in Marilyn Monroe è la cenerentola che si trasforma in principessa », racconta nel suo ufficio di Berkeley, dove questo semestre sta insegnando un corso di scrittura. «Io la immagino come un personaggio letterario, non una persona in carne e ossa, e ritengo che ci sia qualcosa di mitico nella traiettoria della vita di Norma Jeane Baker, per non parlare della morte, prematura, tragica e avvenuta probabilmente per suicidio. Cosa significa che il "Sex Sex Symbol del ventesimo secolo", come la definì Playboy, morì a trentasei anni, probabilmente per mano propria? Non è amaramente ironico e illuminante? ».
Ha letto Dalia Nera?
«Molti anni fa. Il plot è molto denso, come è tipico nei libri di Ellroy. Non ricordo se ho visto il film, ma ricordo di aver ammirato L. A. Confidential, basato su uno dei suoi romanzi più accessibili».

Lei sembra affascinata anche dalla Hollywood degli anni '50.
«Più che di Hollywood in sé, mi interessa la sorte delle persone naif all'interno degli studios, il rapporto tra i lavoratori disorganizzati e i loro capi capitalisti, che li sfruttavano per poi sbarazzarsene quando non servivano più».

Vede una differenza da questo punto di vista con la Hollywood odierna?
«Non sono un'esperta di Hollywood: mi chiedo quali siano i cambiamenti dovuti alla grande diffusione di film indipendenti, il numero molto più alto di attori e la maggiore indipendenza reciproca».

I suoi ultimi due libri sono caratterizzati da numerosi elementi macabri.
«È vero, se si riferisce al riconoscimento del cadavere in 'I. D.' ho voluto raccontare una figlia traumatizzata al punto da non riuscire a riconoscere che la madre è morta».

Sono molti i riferimenti alla cultura del passato: in Spotted Hyenas: a romance ci sono elementi che si rifanno alla mitologia greca.«Il racconto ha un elemento letterario ed un altro scientifico: è ispirato infatti dalle Metamorfosi di Ovidio,ma anche dal famoso parco delle iene dello psicologo e biologo Steven Glickman di Berkeley. Glickman è un amico di mio marito e ho avuto l'opportunità di visitare il parco: l'ispirazione è venuta da lì».

Due storie sono ambientate all'interno di carceri di massima sicurezza.
«Anche in questo caso tutto nasce da un'esperienza personale: io e mio marito abbiamo prestato il nostro lavoro come docenti nel carcere di San Quentin nella primavera del 2010. Nei racconti ho cercato di rendere quell'atmosfera, anche se ovviamente i personaggi sono immaginari ».

Sia nel romanzo che nei racconti ci obbliga a chiederci se la cultura possa rendere le persone libere.
«Sarei portata a rispondere subito sì, ma poi penso che bisogna intendersi sul termine cultura: perché ci possono essere culture restrittive e censorie».

È vero che scrive a mano? Qual è il suo processo di scrittura?
«Prendo molti appunti a penna, poi scrivo, sempre a penna, i primi abbozzi delle scene. A quel punto trasferisco tutto sul computer per una stesura iniziale ed una prima revisione. Gran parte del mio processo creativo è basato sulla revisione ».

Ed è vero che per cercare l'ispirazione corre?
«Sì, è vero, ma a volte mi limito a camminare. Credo che sia più comune di quanto si pensi. È un momento di meditazione ».

Recentemente molti scrittori, come Don DeLillo e George Saunders, hanno pubblicato racconti, nonostante la freddezza degli editori verso questa forma letteraria.
«Ritengo che il motivo per cui i racconti finiscano sempre per essere pubblicati è la loro qualità: pensi all'eccellenza che hanno raggiunto in questa forma espressiva scrittori come Raymond Carver, Tobias Wolff, Anne Beattie, Donald Bartheleme, e Alice Munro. Per quanto mi riguarda amo nei racconti la potenzialità di compressione drammatica: l'equilibrio da raggiungere tra quello che si inserisce e si leva, l'opportunità di presentare personaggi per il minor tempo possibile, ma in maniera vivida».

Lei è anche una docente: qual è la cosa più importante che si può insegnare ad uno scrittore?
«Leggere molto e di tutto, godere della lettura e non scoraggiarsi mai».

Cosa ha imparato dai suoi studenti?
«L'energia, la capacità di lavoro e l'umorismo. Attualmente sto tenendo un corso sui racconti americani, e apprezzo molto i commenti sulle storie che studiamo insieme».

In Morte a Venezia Thomas Mann ha scritto che «l'arte è vita ad un livello superiore ».
«Io non credo che l'arte possa essere superiore alla vita. La vedo come un rafforzamento, una stilizzazione, e, spesso, una critica alla vita stessa».

Quel gruppo di spie che salvò Leonardo e Michelangelo


Piero Melati, 

"Il Venerdì di Repubblica", 1 marzo 2013

Durante e subito la Seconda Guerra Mondiale, un drappello di militari alleati recupererò opere d'arte che sono tra i simboli della civiltà occidentale e che Hitler aveva dato ordine di distruggere.
Quando al Reichsmarschall Goering venne comunicato, durante il processo di Norimberga, che il suo amato Cristo e l'adultera di Vermeer, in cambio del quale aveva ceduto 150 quadri, era un falso, "sembrò che avesse scoperto per la prima volta in vita sua che nel mondo esisteva la malvagità", commentò un ufficiale americano. 
Il numero due di Hitler era stato la mente del più grande saccheggio di opere d'arte che la storia abbia conosciuto. Non poteva sopportare di essere stato truffato. Aveva guidato una guerra dentro la guerra, invisibile, cruenta, carica di simboli, combattuta con ogni mezzo, rimasta in ombra, come la storia dei cosiddetti Monuments Men, il corpo speciale angloamericano che è riuscito a recuperare, e restituire ai Paesi legittimi proprietari, migliaia di capolavori dell'arte di ogni tempo e alcuni simboli assoluti della civiltà, come La Gioconda e la Dama con l'ermellino di Leonardo, o la Madonna di Bruges di Michelangelo, o ancora il polittico dell'Agnello mistico di Van Eyck. 
Trecentocinquanta uomini, tra il '43 e il '51, prestarono servizio presso la Mfaa (Monuments, Fine Arts, and Archives), un po' task force investigativa, un po' nido di spie, quasi sempre esperti d'arte, affetti da eroici furori e sindromi di Stendhal, intenzionati a ogni costo a non far bruciare, nella grande fornace della guerra, anche gli esempi supremi della bellezza senza tempo.
A raccontarne le gesta degne di antichi cavalieri (due di loro persero la vita) è un singolare storico americano, Robert Edsel, in un volume pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer, Monuments Men, dal quale George Clooney, in qualità di produttore, trarrà un film.
Racconta Edsel al Venerdì: "Diciassette anni fa ho venduto la mia azienda di esplorazioni petrolifere e ho lasciato casa mia, a Dallas, in Texas. Dopo aver soggiornato per brevi periodi a Parigi e Roma, mi sono stabilito a Firenze, dove ho iniziato a studiare arte e architettura. Un giorno dell'estate del 1997, mentre attraversavo Ponte Vecchio, mi sono soffermato a pensare in che modo così tanti magnifici tesori siano potuti sopravvivere alla Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia, e chi fossero mai coloro che li misero in salvo. Quella domanda ha cambiato il corso della mia vita, mi ha portato a scrivere tre libri su questi eroi della civiltà".
Fu una corsa contro il tempo. Quegli uomini non solo dovettero scoprire i siti segreti dove i nazisti avevano occultato i capolavori sottratti (castelli inaccessibili sulle Alpi o miniere di sale nel ventre della terra), ma anche evitare che le opere venissero distrutte quando Hitler, dal bunker di Berlino, lanciò l'Operazione Nerone, che prevedeva che tutto venisse distrutto alle sue spalle, arte compresa. La squadra speciale ebbe meno di due anni di tempo per compiere il lavoro, all'incirca dallo sbarco alleato in Sicilia alla grande offensiva nelle Ardenne. Dopo, impedire che brillasse la dinamite con cui le SS avevano armato i covi fu spesso un miracolo.
Non era stato solo Goering, con la sua ossessione (aveva avvolto con tele e dipinti persino i mobili di casa), a determinare la grande razzia. Per Hitler, predare l'arte aveva uno scopo politico. 
Intanto il capo del nazismo sognava di edificare a Linz, la città austriaca dei suoi anni giovanili che aveva dato i natali a Keplero, la più grande esposizione permanente d'arte dell'universo. Il plastico del progetto, con il quale stressò a lungo il suo architetto Albert Speer, lo portò anche nel bunker, ammirandolo fino ai suoi ultimi giorni. E del progetto parlò nel testamento, invocando che venisse realizzato. Ma non basta. Una delle più importanti scoperte dei Monuments Men fu una grotta allucinante nella miniera di Bernterode, in Turingia, protetta da quattrocentomila tonnellate di esplosivo. Circondate da 225 bandiere e stendardi, c'erano le grandi bare con le spoglie trafugate di Federico Guglielmo I, il re soldato, morto nel 1740, considerato da Hitler il fondatore del moderno Stato tedesco. Accanto, le sepolture del Feldmarschall von Hindenburg, il più grande eroe tedesco della Prima guerra mondiale, e della moglie, mentre una quarta bara conteneva i resti di Federico il Grande, il figlio del re soldato. 
Era una sala per la futura incoronazione a imperatore d'Europa di Hitler, suppose un ufficiale. No. Era peggio. In altre tre casse c'erano la spada del Reich di Alberto I, forgiata nel 1540, lo scettro, il globo e la corona usati nel 1713 per l'incoronazione del re soldato. E infine libri, foto e 271 quadri provenienti dai palazzi di Berlino e dal palazzo Sanssouci di Potsdam dello stesso Federico. Gli studiosi, alla fine, conclusero che non era una semplice "sala del trono", quanto piuttosto un sacrario, 500 metri sotto terra, come uno di quei templi ctoni dei miti di Cthulhu raccontati dalla fantascienza horror di H. P. Lovecraft. Un sacrario per il prossimo Reich millenario, dove il successore di Hitler avrebbe tratto ispirazione per proseguire l'opera dei predecessori.
L'idea di una squadra speciale era maturata in Africa. Nell'ottobre del '42 gli inglesi raggiunsero Leptis Magna, il più grande sito archeologico a cento chilometri dalla capitale libica, dove era sorta la maestosa città dell'imperatore Lucio Settimio Severo. L'Inghilterra aveva alle spalle la vittoria di El Alamein. Ora i carri armati, ignorando la storia del luogo, marciavano dentro i resti del tempio. Un ufficiale, Mortimer Wheeler, ricordò ai comandi militari che, quando due anni prima australiani e britannici avevano preso il luogo, prima di esserne respinti, la propaganda del Duce aveva attribuito loro i danni causati al sito. In realtà, erano dovuti a un'usura di duemila anni. Ma la "macchina del fango" si era rivelata efficace, provocando lo sdegno della comunità internazionale. Il nodo si ripropose in occasione dell'assedio di Montecassino, il cui monastero fu alla fine bombardato. Salvare i monumenti o la pelle dei soldati? La questione era sul tappeto. Il generale Ike Eisenhower, comandante degli Alleati, la codificò nel maggio '44: in guerra i capolavori non varranno mai una vita umana, ma devono essere tutelati.
L'avventura del museo del Louvre fu l'allegoria di questo atteggiamento. Nel 1940 Goebbels rese operativo il Rapporto Kummel, ovvero l'elenco delle opere che spettavano di diritto alla Germania, secondo una codificazione elaborata dallo stesso Hitler. Non era possibile, neppure da parte nazista, operare saccheggi senza pezze legali. Il direttore del Louvre, Jacques Jaujard, fu l'unico alto funzionario francese trovato al lavoro dai nazisti quando le truppe occuparono Parigi. Stava tentando di salvare i capolavori dall'invasore, compresa la Nike di Samotracia, portata in spalla lungo le scale a rischio di distruzione. 
Jaujard riuscì spesso ad aggirare i diktat dell'ambasciatore tedesco a Parigi, Otto Abetz, grazie all'aiuto di un gerarca, il conte Franz von Wolff-Metternich, che scelse di difendere i capolavori dalla voracità del Reich. E, sempre dal Louvre, emerse l'eroina Rose Valland, che aveva visto il museo Jeu de Paume saccheggiato da Goebbels e poi, in quei giardini, aveva assistito ai roghi delle opere bollate come "indegne". Fu lei a carpire ai nazisti la mappa dei siti dove erano nascosti i capolavori. Consentì di scoprire il deposito nel castello di Neuschwanstein, costruito da Ludovico II di Baviera nelle Alpi bavaresi, e quelli di arte e lingotti nelle miniere di Heilbronn, Buxheim e Hohenschwangau. Fu un modo per riparare ai roghi. "Prima bruciarono le cornici, poi dalle fiamme si alzarono i colori" raccontò. Erano quelli di Klee e di Picasso.

Vita dell'eterno Don Chisciotte sognatore sempre ingannato


Personaggio universale che aiuta tutti noi a capirci meglio

Cesare Segre

"Corriere della Sera", 1 marzo 2013

Don Chisciotte è uno dei non moltissimi personaggi delle letterature moderne che s'è imposto universalmente. Non per la sua vicenda, che non è poi straordinaria, ma perché ha qualcosa di archetipico, aiuta tutti noi a capirci meglio. Il cavaliere della Mancia è pazzo, perché crede di vivere ancora nel mondo dei romanzi, tra sfide e duelli, salvataggio di damigelle indifese e fama gloriosa; ma per il resto è persona di alti sentimenti, quasi un maestro. È dunque una delle molte vittime che fa la letteratura, quando non si è capaci di distinguerla dalla realtà (tra i discendenti più famosi di don Chisciotte c'è Madame Bovary). Il romanzo a lui intitolato è uscito in due parti, nel 1605 e nel 1615, ma si può dire che il «tipo» di don Chisciotte è già disegnato perfettamente nella prima. Anziano e scalcagnato, il protagonista si fa armare cavaliere in una comica cerimonia, e cerca avventure degne dei leggendari cavalieri erranti. Siccome non sa leggere la realtà, ogni volta viene sconfitto e ridicolizzato. Ma intanto gira per la Mancia, e tutto si nobilita ai suoi occhi: le locande diventano castelli, le prostitute sono principesse, i mulini a vento giganti. E, eroe della libertà, scioglie le catene di un gruppo di galeotti in marcia verso la prigione. Il bello è che moltissime delle persone che incontra sono, anche se meno gravemente di lui, malate di letteratura, e altre svolgono acuti ragionamenti sulla loro arte prediletta: così il viaggio finisce per essere una rassegna delle idee letterarie dell'epoca. Don Chisciotte si è poi preso come scudiero un contadino ignorante e sentenzioso, Sancio, che in linea di principio smonta con il buon senso le fantasticherie del padrone, ma lentamente è attratto nel gioco e diventa una caricatura dello stesso don Chisciotte.
Il don Chisciotte della seconda parte è concepito da Cervantes in modo molto diverso, anche per mortificare un mistificatore, Avellaneda, che lo aveva anticipato con una seconda parte apocrifa. Il don Chisciotte autentico sa di essere ormai un personaggio, data la diffusione straordinaria che ha avuto la prima parte del romanzo. Si muove con passo sicuro, e sente in chi incontra l'ammirazione nei suoi riguardi. Però, nello stesso tempo, la sua inventiva si è esaurita, e sono gli altri che cercano di stimolarla. Così, mentre nella prima parte è don Chisciotte che cerca di trasformare la realtà secondo i suoi sogni, nella seconda si sente obbligato ad accettare e motivare a posteriori le trasformazioni apportate dai suoi interlocutori. I quali, onorandolo e coccolandolo, in realtà fanno di lui uno zimbello, quasi un buffone di corte.
Un'occasione per rileggere questo secondo, meno noto, don Chisciotte ce la dà l'uscita di una nuova traduzione del capolavoro, fondata sulla più attendibile ricostruzione critica del testo (Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, a cura di Francisco Rico, traduzioni di Angelo Valastro Canale, testo spagnolo a fronte a cura di F. Rico, Bompiani, pp. CXXIV-2162, € 30).
Per cogliere il diverso clima della seconda parte del romanzo, basta una lettura dei capp. XXXIV-XXXV. Vi si narra una macchinazione dei duchi di cui don Chisciotte è ospite. Essa ha come punto focale quella Dulcinea del Toboso che don Chisciotte ha trasformato nella propria dama, anche se è una rozza contadina appena incontrata, e forse nemmeno incontrata. Poiché don Chisciotte è convinto che Dulcinea sia vittima di un incantesimo, i duchi, instancabili nel progettare nuove avventure a don Chisciotte, fanno apparire nella foresta, dove la corte è impegnata in una caccia, nientemeno che il diavolo, accompagnato da musiche d'effetto. E poi, su un grande carro, il mago Merlino, il quale annuncia che per la libertà di Dulcinea è necessario che Sancio si frusti tremilatrecento volte «ambedue le chiappe».
E qui si possono notare almeno due cose. Anzitutto che sono stati messi in moto una grossa macchina teatrale, un gruppo di musicanti e complessi effetti speciali, per ottenere la fine, sempre fittizia, dell'incantesimo di una contadinella. E poi che il gusto dei nobili duchi scopre la sua volgarità di fondo nel prendere come bersaglio quel poveraccio di Sancio e le sue natiche. Questa volgarità ha già trovato un primo appagamento quando Sancio, fuggendo da un cinghiale, si arrampica su una quercia e rimane appeso a testa in giù ad un ramo, suscitando la grassa ilarità dei presenti.
Se nella prima parte don Chisciotte si ingannava, nella seconda viene ingannato, e la parabola da pazzia trasfiguratrice a pazzia organizzata, eteronoma, segue l'arco narrativo costituito dallo sviluppo fra prima e seconda parte. Ciò rende più complesso il rapporto fra realtà e follia e invenzione, in un gioco di specchi esasperatamente letterario. Il mondo che ora don Chisciotte attraversa è molto più ricco e variegato di quanto lo stesso don Chisciotte immaginasse, ma è anche tale da produrre una serie crescente di scacchi, come la sconfitta in duello da parte di un cavaliere più finto di lui, o la rovinosa caduta nel fango dopo che un'orda di porci lo ha travolto con Sancio. Don Chisciotte è diventato un personaggio tragico, e, prima di dichiararsi risanato e pentito, e dunque vinto, sul letto di morte, esclama, come un mistico: «io sono nato per vivere morendo».

venerdì 1 marzo 2013

Tutti pazzi per la noia


ENRICO FRANCESCHINI


"La Repubblica", 28 febbraio 2013

Per Pascal, "non c'è niente di più insopportabile". Per Schopenhauer, era "la morte in vita". E per Alberto Moravia, che le dedicò un romanzo (sin dal titolo), rappresentava lo sfacelo del mondo borghese. Ma anche se tutti sanno più o meno definirla, uno stato di insoddisfazione, di fastidio, di inerzia, più difficile è spiegare cosa provochi la noia, quali effetti ne conseguano ed eventualmente come curarla. Nell'epoca di Twitter, smartphone e tablet, non dovrebbe esserci nemmeno il tempo di annoiarsi. Eppure statistiche e psicologi indicano che è un diffuso malessere. Il progresso tecnologico l'ha forse accelerato: provate a togliere il telefonino a un adolescente, o a un adulto, e vedete quanto bisogna aspettare per sentirgli dire "non so cosa fare". Non deve sorprendere perciò che un crescente numero di studiosi si dedichino a indagare questo particolare stato d'animo.
Il Wall Street Journal, che in quanto "bibbia" del capitalismo considera probabilmente la noia un peccato mortale (non si è mai sentito che qualcuno si stufi di fare soldi), ha raccontato ieri alcune di queste esperienze - con l'ironica avvertenza ai lettori: sperando di non annoiarvi. Dal Canada all'Irlanda, pare ci sia un boom di ricerche scientifiche sull'argomento. Il problema è trovare compiti abbastanza noiosi a cui sottoporre i volontari usati per i test. Alla Guelph University, nell'Ontario, li obbligano a contare quante volte una lettera appare in una lunga lista di citazioni bibliografiche. All'università irlandese di Limerick li costringono a guardare un film educativo sugli allevamenti di pesce. All'università di Waterloo devono assistere al video di un uomo che tosa l'erba o appende la biancheria. L'autunno scorso, a Londra, si è tenuta la terza Boring Conference, una conferenza annuale sulla noia: nessuno dei partecipanti sbadigliava. 
Può sembrare un esercizio futile (per non dire noioso). Ma gli studiosi del ramo, come il professor John Eastwood della York University, lo trovano affascinante. La noia, dicono, ha un serio impatto su salute e produttività. È collegata a depressione, obesità, abuso di alcol e droghe, e perfino a un più alto tasso di mortalità. Uno studio del 2010 sostiene che gli individui più propensi ad annoiarsi hanno due volte più probabilità di ammalarsi di disturbi cardiaci. L'espressione "morire di noia" non sarebbe soltanto un modo di dire.
Dal punto di vista neurologico, la scienza cerca ancora di scoprire gli effetti della noia sul cervello. Una teoria è che dipenda da una specie di corto circuito nella rete del sistema nervoso che controlla la capacità d'attenzione. Per la maggioranza di coloro che ne soffrono, la noia dipende dall'esterno, dagli altri, "mi hanno assegnato un incarico noioso", "stare in sua compagnia è una noia", mai da se stessi. Un'altra certezza è che civiltà diverse si annoiano in maniera diversa. L'antropologa australiana Yasmine Misharbash ha trascorso tre anni a studiare la noia fra i Warlpiri, una tribù di aborigeni: poiché non hanno l'abitudine di stare soli, non dicono mai "mi annoio", piuttosto "è un momento noioso". Non dovrebbe esserci bisogno di uno scienziato per far passare la noia, ma gli studiosi offrono comunque consigli: pensare che una mansione, anche se monotona, ha un'utilità sociale. O fare attività fisica, anche solo una passeggiata. Ma se uno è in preda all'inerzia fisica e spirituale, come Oblomov, protagonista dell'omonimo romanzo di Goncarov, non è facile entusiasmarsi o mettersi in moto. Per fare alzare i russi come lui dal proverbiale divano in cui oziavano, ci volle il comunismo. E anche quello, dopo un po', diventò noioso.

L’arte clas­sica tra pas­sato e fu­turo


Dal 2 marzo tutti i sa­bati alle ore 18 ver­ranno tra­smesse su Rai Sto­ria sei le­zioni di Salvatore Settis dedicate all'arte clas­sica tra pas­sato e fu­turo (re­plica su Rai 3 ogni ve­nerdì alle ore 1.10, dall’8 marzo):

Tracce del clas­si­ci­smo in­torno a noi
Ri­sco­perta dell’arte greca (dal Sette al Novecento)
Arte clas­sica, li­bertà, ri­vo­lu­zioni: la le­zione di Winckelmann
Dalle ro­vine al mu­seo: l’arte clas­sica ri­sorge nel Rinascimento
Per­ché i Greci hanno in­ven­tato l’idea di “classico”
L’arte clas­sica, l’Europa e le al­tre culture