sabato 6 settembre 2014

La luce cristiana sul Tondo Doni


L’opera del 1504 anticipa la volta della Cappella Sistina
Anche qui Michelangelo racconta la storia della salvezza

Arturo Carlo Quintavalle

"Corriere della Sera", 4 settembre 2014

È difficile vedere opere troppo note, quasi consumate dalla riproduzione dei media. Ma, per vedere serve informazione, servono dati, elementi sicuri su cui costruire un discorso. Certo, anche così, la strada non è facile e lo dimostra proprio l’analisi del Tondo Doni il cui significato è da scavare, strato dopo strato. Il dipinto, che conserva la cornice originale, è stato realizzato per il matrimonio di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, 3 gennaio 1504 ma, e qui cominciano i problemi, potrebbe essere stato realizzato per la nascita della figlia nel 1507 (Natali). Dunque come mai la forma tonda? Per via di una tradizione, quella dei «deschi da parto» che, coi cassoni nuziali, sono a Firenze tanto diffusi? No, il dipinto appare proporre un discorso molto più complesso e proprio la cornice, con in alto scolpito il Cristo e, sotto, due Profeti e due Sibille, sembra alludere a un più articolato racconto. Vediamo lo stile, il modo del dipingere. Il blocco delle figure in primo piano, Madonna, Bambino, San Giuseppe, incombe sullo spettatore, quasi sporge dal filo della cornice; dietro, un paesaggio deserto e le rocce semicircolari su cui posano figure maschili e femminili nude; a destra, oltre un striscia netta come un segnale prospettico, il San Giovannino. 
Due dipinti ora alla National Gallery di Londra, ambedue incompiuti, sono gli antecedenti di questo: la Madonna Manchester e il Trasporto di Cristo . Il primo pezzo, da confrontare con la Madonna di Bruges scolpita agli inizi del secolo XVI, mostra il dialogo con la scultura antica, fa capire che Michelangelo guarda sì a Luca Signorelli, quello che dipinge attorno al 1490 una forte Sacra Famiglia agli Uffizi, e guarda anche al Botticelli dagli anni 90, ma il dialogo con l’antico è il tema portante. Anche il Trasporto di Cristo , che si data attorno al 1501, mostra il corpo del Redentore riverso come un esangue Meleagro, e anche le due figure che lo reggono mostrano un’attenzione precisa per l’arte romana. Torniamo al tondo degli Uffizi: prima di tutto colpisce la torsione delle figure che non può essere casuale, Cristo scende dall’alto, Giuseppe lo porge alla Madonna protesa, le figure unite dal gesto staccano dai personaggi di fondo. Uno sguardo più attento ci fa capire che il blocco in primo piano è scorciato dal basso, le figure dietro hanno un punto di vista in asse, a mezza altezza: perché? Charles De Tolnay suggerisce il senso del dipinto: confronto fra le due età, quella del Vecchio Testamento, i nudi al fondo, e quella del Nuovo con le tre figure in primo piano e San Giovanni come mediatore fra le due età. Conforta questa tesi la cornice con Profeti e Sibille e, in alto, in asse sulla Sacra Famiglia, la testa del Cristo che, di per sé, suggerisce la rappresentazione di un meta-tempo: Cristo bambino che scende in terra e, proprio sopra, scolpito nella cornice, il Cristo adulto che sceglierà il sacrificio. 
Michelangelo ha avuto un periodo di formazione, fino al 1492, sulle raccolte di antichità romane degli Orti Medicei, ma per lui è stata altrettanto importante la scultura di Donatello, come anche quella di Bartolomeo Bellano; significativa poi è stata anche l’attenzione alla pittura di Masaccio, a lungo disegnato alla cappella Brancacci, e la ricerca di Luca Signorelli, con quegli spazi vuoti, quei paesaggi senza storia, gli stessi che vediamo nel tondo Doni e negli altri dipinti. La forma tonda ha un significato particolare per Michelangelo: è una premessa a questa composizione il Tondo Taddei, ora a Londra, incompiuto, datato attorno al 1502: ancora una volta un primo piano della Madonna di profilo, il blocco sporgente, il Bambino che evoca una scultura antica e, a sinistra, il San Giovannino. Certo, Michelangelo evoca spesso lo stiacciato di Donatello ma le sue sculture hanno un significato simbolico più complesso, come la Madonna della Scala di Casa Buonarroti dove la scala rappresenta la salvezza e la prospettiva, ancora una volta, è diversa per la Madonna e Bambino e per la rampa vista di scorcio. 
Un quadro è anche colore, ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso dalla analitica moltiplicazione dei toni di Botticelli, di Ghirlandaio, o degli altri maestri contemporanei, salvo forse Pollaiolo; qui i colori sono il rossiccio delle carni affocate, l’azzurro del manto della Madonna, il giallo della luce che domina ovunque e il bruno; gli stessi colori che Michelangelo utilizzerà fra breve per la volta della Sistina e che sono probabilmente allusivi ai quattro elementi, terra aria acqua e fuoco. Insomma il dipinto sembra assumere un significato complesso che unisce cornice, forme dipinte, colori. Ma perché queste scelte così articolate e nuove? Secondo la riflessione neoplatonica, mediata a Firenze dalla Teologia Platonica di Marsilio Ficino (1482), il mondo è imperfezione, la Luce divina lo penetra e illumina in gradi diversi, una luce qui diffusa ovunque; anche le espressioni dei volti, il racconto del quotidiano deve essere sublimato; così lo spazio vuoto di eventi pone il segno della venuta del Cristo fuori del tempo. 
Michelangelo, con la sua tagliente definizione delle forme, si contrappone allo sfumato leonardesco e, a riprova, si pensi alla distanza dal cartone della Madonna e Sant’Anna del pittore di Vinci (1505 c.). Del resto proprio con Leonardo, a Palazzo Vecchio chiamato a dipingere la Battaglia di Anghiari (1503-1504 c.), si confronterà Michelangelo che sceglie di rappresentare, per la Battaglia di Cascina (1504-1506), una proda scoscesa dove i soldati fiorentini si stanno bagnando, una proda che sembra echeggiare proprio questa del Tondo Doni. Raffaello, che nel 1507 dipinge la Deposizione per Malatesta Baglioni, cita nella predella proprio Michelangelo ma, nel quadro, sceglie una messa in scena drammatica, descrivendo analiticamente volti, figure e il naturale. Come Raffaello anche Michelangelo nel 1508 è chiamato da Papa Giulio II a Roma dove dipingerà dal 1508 al 1512 la volta della Sistina continuando il racconto che, nel Tondo Doni, ha prefigurato come cosmico confronto sulla salvezza dell’uomo. Appunto il tondo, simbolo di una salvezza che si pone fuori del tempo e della storia.

La nostra Africa nascosta sotto i cliché


Esotismi e immagini romanzesche 
coprono una realtà economica in continua espansione

Remo Bodei

"La Stampa", 4 settembre 2014

Nel giudicare altri popoli e culture i pregiudizi e i luoghi comuni sono frequenti e quasi inevitabili. Eppure, quelli nel tempo che si sono accumulati sull’Africa, specie sulla sua zona subsahariana, superano di gran lunga quelli che pesano su altre parti del mondo.
Sappiamo generalmente assai poco, a livello di senso comune, di un continente così disomogeneo, esteso su una superficie di trenta milioni di chilometri quadrati, composto da cinquantaquattro Stati, in cui si parlano quasi duemila tra lingue e dialetti, ora abitato da oltre un miliardo di persone, ma che, per effetto del più alto tasso di crescita demografica, raggiungerà entro il 2050 un miliardo e ottocento milioni, un quarto dell’intera popolazione del pianeta. Sebbene l’Africa sia il continente in cui poco meno della metà della popolazione è colpita dalla povertà, grazie all’aumento del prezzo delle materie prime e al ritorno degli investimenti stranieri, conta oggi nella sua parte subsahariana sei dei dieci Paesi che, nel mondo e nel primo decennio di questo secolo, hanno raggiunto i maggiori tassi di crescita.
Nel nostro immaginario occidentale l’Africa possiede sostanzialmente due volti, uno positivo e uno negativo, dove la realtà si intreccia con la fantasia e i racconti degli esploratori, dei colonizzatori, dei missionari e dei mercanti del passato, che hanno forgiato le nostre idee, si scontrano con i dati economici, politici e sociali del presente. Nel primo caso, essa è caratterizzata, fin dall’antichità, dalla presenza dell’oro, dalla varietà e dalla maestosa grandezza degli animali, dai deserti e dalle foreste ostili all’uomo e dall’essere stata per millenni un luogo misterioso, in gran parte inesplorato dagli europei (ha quindi suscitato curiosità, sogni e progetti avventurosi di esplorazione e di ricchezza). Nel secondo caso, essa evoca fame, miseria, siccità, clima insalubre, malattie tropicali, corruzione dei governi, conflitti etnici. Appare spesso, in sostanza, come un continente senza speranza di riscatto.
Fino a non molto tempo fa il ricordo di antichi episodi di barbarie si sommava a stereotipi razzisti di vario tipo, da quelli truci che mostravano il negro come l’anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo a quelli edulcorati in forma di vignette con esploratori bianchi in un pentolone, pronti per essere divorati dai cannibali, indigeni in costume tribale ma con la sveglia al collo oppure di canzonette degli Anni Cinquanta del secolo scorso che oscillavano tra l’irrisione di «Quando io vedere buccia di banana / me venire in mente Africa lontana», le allusioni oscene di «Il tucul è una capanna in cui Bongo fa la nanna» e la condiscendenza paternalistica di Angelitos negros, le cui parole suonavano così in italiano: «Non sono che un povero negro, ma nel Signore io credo / e so che Egli tiene d’accanto tanti negri che hanno pianto» […].
Siamo abituati poi a immaginare l’Africa come soggetta da secoli agli Europei, ma in realtà – si pensi all’impero medioevale del Mali, all’Etiopia o alla Liberia, una piccola nazione fondata nel 1821, voluta dagli Stati Uniti e composta da schiavi liberati – gli Africani, a prescindere da alcune enclaves nelle coste, rimasero sostanzialmente indipendenti dagli Europei fino ai primi decenni dell’Ottocento. Solo alla fine del Settecento cominciò, infatti, l’esplorazione e la penetrazione all’interno del continente. Si può anzi stabilire una data precisa: il 1795, quando lo scozzese Mungo Park raggiunge le foci del Niger. Da allora inizierà la fase dell’esplorazione sistematica e della colonizzazione, con la conquista francese dell’Algeria nel 1830 e la successiva accelerata spartizione del continente con il Congresso di Berlino del 1884-1885, voluto da Bismarck anche come effetto della crisi economica mondiale del 1873, che aveva spinto alla ricerca di nuovi mercati e di materie prime. Tale congresso stabilisce le zone di appartenenza o di influenza della diverse nazioni europee e dà luogo fino al 1914 a una corsa in vista della sistematica occupazione dei territori («scramble for Africa»). La parte del leone, è il caso di dire, la fanno la Francia e l’Inghilterra, ma zone consistenti spettano al Portogallo, al Belgio, alla Germania e all’Italia.
In rapporto alla millenaria storia dell’Africa, il dominio coloniale è relativamente breve: dura sostanzialmente una ottantina d’anni ed è seguito, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, da ondate successive di processi di decolonizzazione […].
La fame e la povertà sono dovute al sovrapporsi di fattori naturali e socio-politici. Il terreno è in gran parte poco fertile (non solo perché è povero nelle savane e negli altipiani, ma anche perché il deserto avanza attualmente a velocità impressionante) e il dominio coloniale ha sostituito le tradizionali colture miranti alla sussistenza con quelle richieste dai mercati di esportazione. Inoltre, le disparità tra nazione e nazione (si va, secondo le stime, dai 26.000 ai 38.000 dollari pro capite della Guinea Equatoriale ai 396 della Repubblica Democratica del Congo) e tra ricchi e poveri sono enormi, anche perché le risorse locali e gli aiuti internazionali vengono intercettati sul piano politico. Non è, infatti, l’economia a dominare, ma la politica, rappresentata da governanti che si impossessano personalmente delle risorse e le distribuiscono alle loro clientele, spesso nelle regioni della loro etnia di provenienza. Se la corruzione è diffusa, va anche aggiunto che ben otto Stati africani (compresi la Namibia, il Ghana e il Rwanda) sono considerati dall’Indice di percezione della corruzione di «Transparence International» meno corrotti dell’Italia.

giovedì 4 settembre 2014

I sospiri di Kafka per Milena «Sei entrata come la Medusa»


Un amore nella Praga degli anni Venti, tra sogno e malattia

Pietro Citati

"Corriere della Sera", 1 settembre 2014

Nei primi giorni dell’aprile 1920, Franz Kafka scrisse due lettere a Milena Jesenská, una giovane ceca, che conduceva una vita triste a Vienna, accanto a un marito torturatore. L’aveva conosciuta a Praga nell’ottobre 1919, quando Milena aveva manifestato l’intenzione di tradurre in ceco i racconti di Kafka. Con rapidità e naturalezza, come se l’avesse conosciuta da sempre, Kafka confidò subito a Milena i grandi segreti della sua vita: la tubercolosi, la spiegazione psicologica della tubercolosi, il Processo al quale era sottoposto, i suoi fidanzamenti, il suo senso di colpa. Non solo le aprì il cuore, ma cercò di farle aprire il suo, insinuando che anche i polmoni di lei erano malati per ragioni psichiche, e presentandosi come confidente e medico. 
Molta parte di quest’amore a distanza, la creò Kafka; ma la fantastica Milena collaborò con la sua inventiva. Subito Kafka avvertì, in lei, «il fuoco» della passione: lei era fuoco e le sue lettere generavano fuoco, e lui era come il moscerino o la farfalla dell’apologo iranico, che si bruciava alla fiamma. Senza essersi mai conosciute, le due anime si accesero l’una dell’altra: la divisione le teneva unite più della vicinanza; non era necessario il gesto dei corpi, bastava l’impulso incontaminato del desiderio, come se solo la distanza potesse cancellare il limite della persona. 
Davanti all’assalto amoroso di Milena, Kafka si arrese subito: passivo, sfibrato, in una condizione di dipendenza totale, perduto, ridotto a un’ombra. Con lei perdeva tutto: persino il nome. A volte, gli sembrava «un sacrilegio» dipendere così da un’altra creatura umana; e questa dipendenza faceva nascere l’angoscia della soggezione amorosa. Da lei non voleva il matrimonio come l’aveva voluto da Felice: soltanto la felicità — la piena, bruciante, intollerabile felicità. Le sue lettere erano già un anticipo di questa felicità futura: egli ne traeva gioia, allegria, salvezza: gli sembrava che Milena s’immolasse per lui; e con quale slancio di gratitudine la ringraziava per il semplice fatto di esistere. Si abbandonò, si sciolse e si donò, con una immediatezza che non aveva mai conosciuto. Per la prima volta nella sua vita, intuì cosa fosse essere libero. 
Subito presentì che l’amore, tra loro, non avrebbe potuto essere che angoscia e tremore. Temeva che Milena, dopo averlo attirato, lo avrebbe respinto nella sventura: ma proprio questo eventuale rifiuto lo affascinava. «Tu hai 38 anni — le scriveva — e sei stanco come probabilmente non ci si può stancare per la sola età. O meglio: non sei affatto stanco, ma irrequieto, e hai paura di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole, perciò tieni sempre, per così dire, i due piedi sollevati contemporaneamente nell’aria; non sei stanco ma hai soltanto paura dell’enorme stanchezza che seguirà a quest’enorme inquietudine (non per nulla sei ebreo e sai cosa sia l’angoscia)». Qualsiasi minimo evento accadesse, diventava isterico: un’onda d’ansia e di frenesia lo sconvolgeva, senza capacità di controllo e di difesa. 
La voce di Milena, che lo voleva con sé a Vienna, era per lui la terrificante voce di Dio che chiamava i profeti: come loro, lui era soltanto un piccolo bambino atterrito — o un passero che becca le briciole nella sua stanza, tremando, stando in ascolto, con le penne arruffate. Tutto il mondo gli crollava intorno. «Incomincio davvero a tremare come sotto la campana a martello, non posso leggere, e naturalmente leggo lo stesso, come l’animale che muore di sete beve, e ho angoscia e angoscia, cerco un mobile sotto il quale possa rintanarmi, prego tremando e del tutto fuori di me in un angolo perché tu, come sei entrata rombante in questa lettera, possa volare di nuovo via dalla finestra; tu devi avere la testa grandiosa della Medusa». 
A fine maggio, Milena l’invitò a passare da Vienna, durante il viaggio di ritorno da Merano a Praga. Ma Kafka si difese, e negò, temendo che l’amore riprendesse per lui il terribile volto che aveva assunto durante il suo fidanzamento con Felice. «Io non voglio (Milena, mi aiuti! comprenda più di quanto non dico), non voglio (non è un balbettio) venire a Vienna perché non sopporterei spiritualmente lo sforzo. Sono malato spiritualmente, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia spirituale. Io sono tanto malato dopo i quattro, cinque anni dei miei primi due fidanzamenti». 
Fece delle prove puerili: gettò a un passero del pane nel mezzo della sua stanza: se il passero fosse entrato, sarebbe andato a Vienna; dal balcone, il passero scorse il pane nella penombra; — e quando venne il momento della prova, egli lo rese vano, facendo fuggire il passero «con un piccolo movimento». Ribadiva che non sarebbe mai andato a Vienna: certamente non sarebbe venuto, ma se con sua paurosa sorpresa fosse arrivato a Vienna, non avrebbe avuto bisogno né della colazione né della cena, ma di una barella sulla quale coricarsi un momento. Infine chinò il capo davanti alla volontà e alla violenza amorosa di Milena: sì, sarebbe andato, alla fine di giugno. 
Prima di conoscere Milena, aveva già formato in sé l’immagine di quella ragazza, che avrebbe dominato per anni la sua esistenza. Felice Bauer era stata, per lui, la moglie devota, che doveva condurlo nella terra di Canaan. Milena era invece una possente e irradiante figura erotica: il suo fascino non affondava nei sensi; l’eros di Milena respirava l’aria del paradiso terrestre, prima del peccato di Adamo e di Eva. Come Kafka disse esplicitamente, Milena era la «Madre»: l’immensa, vitale, nutritrice, figura erotica materna, nata dai sogni incestuosi che aveva rimosso per tutta la vita. Rispetto a Milena egli imitava la figura del figlio, del bambino e dello scolaro. 
Milena era anche la figura simbolica opposta: la casta luna, intangibile nella sua lontananza, che attrae le acque marine; la fanciulla, la vergine, la Bella. Se Milena-madre allontanava con la sua mano soave ogni dolore, Milena-luna portava ogni dolore: dai suoi occhi irraggiava il dolore del mondo, soffriva e faceva soffrire. Eros, in lei, aveva il volto di Thanatos. Già agli inizi della loro corrispondenza Kafka la vide come l’angelo della morte, il più beato fra gli angeli, che toglie agli uomini la forza e il coraggio di morire. Ma Milena era anche qualcosa di più terribile. Dalle sue lettere, Kafka immaginò un’oscura storia di orrori, che aveva accompagnato la sua giovinezza; e scorse in lei Medusa, coi serpenti del terrore intorno al capo, che lo guardava con un occhio così penetrante da pietrificare. Aveva terrore della sua intelligenza, della sua forza, del suo coraggio, della sua energia vitale, della sua disperazione, della sua nascosta abiezione, della sua grandezza d’animo. 

*** 

Il 24 giugno Kafka scrisse a Milena che aveva deciso di arrivare a Vienna il 29, martedì — «a meno che succeda dentro o fuori qualcosa d’imprevisto». Non aveva la forza di fissarle già ora un appuntamento: «Fino allora soffocherei, se oggi, adesso, ti dicessi un luogo e per tre giorni e per tre notti vedessi come è vuoto e come aspetta che martedì mi ci fermi ad un’ora determinata». Arrivò la mattina alle dieci, quasi svenuto dall’angoscia e dalla stanchezza. Non dormiva da due notti. Le scrisse subito, da un caffè della stazione Sud: l’aspettava la mattina dopo, mercoledì, alle dieci, all’Hotel Riva. Intanto, avrebbe consumato il tempo dell’attesa, «vedendo i monumenti», visitando i luoghi che Milena frequentava: la Lerchenfelderstrasse dove era la sua casa, l’Ufficio Postale, dove riceveva al fermo posta le lettere di Kafka; tutto, possibilmente, senza farsi vedere. Ma Milena non ebbe pazienza di attendere così a lungo: passò in rassegna tutti gli alberghi presso la stazione, e finalmente trovò Kafka, in un’ora che ignoriamo del 29 giugno. 
Così, in quell’ora incerta — lui quasi svenuto, lei affettuosa e sicura — cominciarono i quattro giorni e mezzo di Franz Kafka a Vienna: gli unici di intimità con Milena. Non ne sappiamo molto: passarono molte ore nei boschi presso Vienna: sostarono in un giardino pubblico sotto una statua di Grillparzer; lui vide la casa e la stanza di lei, dove trionfava un pesantissimo armadio; e la domenica mattina, il giorno della partenza, lei portava un abito «follemente bello». Abbiamo due versioni: quella positiva e vitalistica di Milena e quella, più perplessa, di Kafka. Qualche mese dopo Milena scriveva a Max Brod: «Quando sentiva quell’angoscia, egli mi guardava negli occhi, aspettavamo un momento come se non riuscissimo a tirare il fiato, e dopo poco tutto passava. Non c’era bisogno di nessuno sforzo, tutto era semplice e chiaro, lo trascinai per le colline presso Vienna, lo precedevo correndo mentre lui camminava adagio pestando i piedi dietro a me, e se chiudo gli occhi lo vedo ancora con la sua camicia bianca e il collo scottato dal sole e lo vedo affaticarsi. Camminò per tutta la giornata, in salita, in discesa, esposto al sole, non tossì neanche una volta, mangiò tanto da far paura e dormì come un masso». Kafka distingueva i giorni: «Il primo fu l’incerto, il secondo il troppo certo, il terzo il contrito, il quarto fu il buono»; e l’anno dopo, scrivendo a Max Brod, disse che «felicità furono soltanto i frammenti di quattro giorni strappati alla notte». 
Appena tornato a Praga, nella sera di domenica Kafka scrisse tre lettere a Milena. «Tutto il tempo e mille volte più di tutto il tempo e anzi tutto il tempo che esiste mi occorre per te, per pensare a te, per respirare in te». Ormai, al mondo, non esistevano altro che lei e lui: quel «noi» che declinava all’infinito; non esisteva più né passato né futuro, ma solo il presente irradiato dalla luce dei suoi occhi azzurri. Egli si annullava in lei, si perdeva in lei senza lasciare residui, e quel «noi» era così gigantesco da riempire il mondo. Non temeva più di morire: anzi desiderava morire di felicità amorosa, e poi rinascere grazie al dono di quella felicità. Nel cielo c’era un’immensa campana che suonava: «Lei non ti abbandonerà» — sebbene, ecco, mescolato a quella campana, un campanellino suonasse insistente nell’orecchio: «Lei non è più con te...». 
Il giovedì mattina, arrivò la prima lettera di Milena. E subito l’Eden del presente, del puro ricordo, dell’estasiata felicità, in cui Kafka aveva vissuto quattro giorni, si frantumò. Milena gli parlava del marito: Kafka avrebbe voluto partire per Vienna e strappare Milena al marito e prenderla con sé a Praga. Questo lo avrebbe confermato nella sua esistenza: proprio lui, il paria, pedina di una pedina, avrebbe occupato per la prima volta il posto di un re nel gioco degli scacchi. Poi comprese che Milena non sarebbe venuta. La tosse lo riprese il giorno e la notte. Tutto diventò buio. L’effetto, «meravigliosamente tranquillante-inquietante», della vicinanza fisica di Milena svanì col passare dei giorni. Non aveva nessuno, tranne l’angoscia; e stretto e convulso si rotolava con essa attraverso le notti. Il venerdì non arrivarono lettere — e neppure sabato 10 luglio, domenica 11 luglio. Era disperato. Mai sarebbe arrivato più nulla. Il sabato andò ogni due ore in ufficio, per vedere se c’era posta. La domenica andò ancora peggio. Passò tutta la mattinata a letto: tornò in ufficio a chiedere se c’era un telegramma; e infine passò al Caffè Arco, che una volta Milena frequentava, cercando qualcuno che la conoscesse. Non c’era nessuno. Ma il lunedì arrivarono, tutte insieme, quattro lettere — «questa montagna di disperazione, dolore, amore, amore ricambiato». 
In una di queste lettere, Milena gli scrisse qualcosa che lo ferì profondamente: «Si, hai ragione, io gli voglio bene. Ma, Franz, anche a te voglio bene». Lesse la frase molto attentamente, parola per parola: «Eppure, per non so quale debolezza, non riesco ad afferrare la frase, la leggo all’infinito e infine la trascrivo qui ancora una volta, affinché anche tu la veda e tutti e due la leggiamo insieme, tempia contro tempia». Lo feriva quell’anche, con cui Milena lo posponeva al marito. Aveva compreso che Milena amava profondamente il marito — con un amore fatto di passività, di soggezione erotica, di complicità e di abiezione. Eppure lo accettava. Kafka chiedeva l’esclusività delle attenzioni coniugali: di queste era gelosissimo, voleva che le cure, le gentilezze, il denaro con cui mantenerla, venissero soltanto da lui. 
In quei giorni, Kafka scrisse a Milena una strana e accesa rivendicazione di sé stesso — forse l’unica che abbia mai avanzato. Lui — disse — non era nemmeno un suonatore: era uno dei merciai che, nell’anteguerra, percorrevano i sobborghi di Vienna; o era piuttosto, nell’economia della grande casa di Milena, un topo al quale si può permettere al massimo una volta l’anno di attraversare liberamente il tappeto. «Eppure, se tu volessi venire da me, se dunque — giudicando con metro musicale — volessi abbandonare tutto il mondo per scendere da me, non dovresti scendere, bensì passare in modo sovraumano sopra te stessa, in alto, sopra te stessa, a un punto tale che dovresti forse dilaniarti, precipitare, scomparire». Egli viveva nelle bassure — ma per giungere nel suo grigiore da merciaio o da topo, ci volevano ali. 
Continuò per qualche mese a immaginare e a ricevere lettere: non faceva altro che scrivere lettere, leggere lettere, prendere in mano lettere, posarle, riprenderle, posarle e riprenderle ancora. Malgrado tutto, queste lettere — le care, fedeli, allegre lettere portatrici di felicità e salvezza — gli davano gioia. C’era mai stato, nella storia universale, un imperatore che stesse meglio di lui? Entrava nella stanza, ed ecco lì tre lettere: non aveva che da aprirle — come erano lente le dita — e appoggiarsi a loro, senza osare credere alla propria felicità. Poi arrivava un ritratto di Milena: qualcosa di inesauribile— «una lettera per un anno, una lettera per l’eternità» —; che poteva guardare solo col batticuore. Quando la posta non arrivava, viveva col fantasma di Milena. Oppure la sognava. 
Sognava ancora di vivere insieme a Milena. Come sarebbe stato bello: domanda e risposta, occhiata e occhiata. Qualunque cosa potessero dire gli altri, lei aveva ragione. Per amor suo, sia pure a denti stretti, era disposto a sopportare tutto: lontananza, ansietà, preoccupazione, mancanza di lettere. Spesso, come a Merano, voleva sciogliersi in lei: posarle il viso nel grembo, sentire la sua mano sul capo, e rimanere così per sempre. Avrebbe voluto smarrire il nome e la figura, ed essere soltanto uno dei suoi oggetti, come l’armadio della sua camera. Da principio, scrivendole, aveva firmato Franz Kafka, poi solo Franz, e poi solo «tuo»: voleva perdere il nome, gettarlo nella sua ombra, dimenticare la propria identità. Infine scrisse: «Franz sbagliato, F sbagliato, tuo sbagliato, non più, silenzio, bosco profondo». Lui, il possesso, l’amore si erano perduti nella tenebra del bosco di Vienna. 
Come erano lontani, a distanza di un mese, i quattro giorni passati insieme a Vienna, sebbene fossero stati soltanto brandelli di felicità. Ora c’era solo buio: sopra tutte le cose. E la tortura. Le spade si avvicinavano lentamente al corpo: quando cominciavano a scalfirlo, era talmente spaventoso che subito, col primo grido, tradiva lei, sé, tutto. Milena cercava di consolarlo, proponendogli una futura vita insieme. Non c’era nessuna possibilità: non c’era in nessun caso la possibilità che credevano di avere a Vienna. «Il mondo è pieno di possibilità, ma io non le conosco». 
Alla fine di luglio, Milena seppe da Max Brod che Kafka era gravemente malato e decise di vederlo subito. Non lo amava: era troppo angelico e irreale, mentre lei posava i suoi fermi, coraggiosi e fantastici piedi sul terreno colorato della realtà. Ma lo capiva — con quale intelligenza, esattezza, e forza femminile. Da principio, Kafka rifiutò. Sentiva in lei un’angoscia segreta, non sapeva se per lui o contro di lui, un’inquietudine, una fretta improvvisa. Il convegno fu fissato: si sarebbero incontrati a Gmünd, alla frontiera fra Austria e Cecoslovacchia. Poi il progetto fallì: Milena non poteva venire. Come una talpa, Kafka aveva scavato un passaggio dalla sua buia abitazione fino a Gmünd. Ora urtò d’improvviso contro la pietra impenetrabile del «prego — non partire», e fu costretto a ripercorrere all’indietro il cunicolo scavato con tanta fretta. 
A Gmünd si incontrarono il 14 e il 15 agosto. La talpa ripercorse ancora una volta con gioia il suo buio cunicolo, scavando la terra, per arrivare alla luce. Vi giunse con una strana sicurezza. Ma non vi trovò alcuna gioia: si parlarono come due estranei, divisi da troppi pensieri. Lui ebbe l’impressione di affondare: dei pesi di piombo lo trascinavano nel mare profondo; oppure era strappato via, senza appigli di nessun genere a cui potesse aggrapparsi. 
Tornato a Praga, non faceva che stare seduto, a leggiucchiare: non voleva vedere nessuno; e ascoltava un dolore leggero leggero che gli rodeva la tempia. Riprese a tossire: tutte le sere tossiva ininterrottamente dalle nove e un quarto alle undici, poi si addormentava, ma a mezzanotte nel girarsi da sinistra a destra riprendeva a tossire, fino all’una. Non amava più le lettere di Milena. Cominciò ad averne paura. Quando non arrivavano, era più tranquillo. Non resisteva al dolore: le lettere venivano dal tormento, inguaribile, e procuravano soltanto tormento, inguaribile: L’inquietudine e l’angoscia lo straziavano. «Sì, la tortura è per me importantissima, non mi occupo d’altro che di essere torturato e di torturare». 
A Milena aveva scritto che l’angoscia era la sua parte migliore, forse la sua sola cosa amabile, e la sola di cui lei fosse innamorata. Non era soltanto la sua angoscia: ma l’angoscia assoluta, l’angoscia da sempre, e lo costringeva a tacere per sempre. Lo obbligava a ritirarsi dal mondo: egli pensava che così la pressione del mondo sarebbe diminuita: invece, via via che si ritirava e si chiudeva nel suo castello, la pressione del mondo aumentava, e si accresceva l’angoscia. Sentiva la sua mano contro la strozza — «la cosa più orrenda che abbia sperimentato e possa sperimentare». 
Scrisse a Milena: «Sporco sono, Milena, infinitamente sporco, perciò faccio tanto chiasso per la purezza. Nessuno canta così puro come coloro che sono nel più profondo inferno: quello che crediamo il canto degli angeli è il loro canto». Non era sporco: ma viveva nell’oscurità, nel sottosuolo, nel mondo animale, tra i topi e le talpe, scriveva di notte; e sognava il cibo celeste. 
Era vissuto per qualche tempo alla luce e nella coscienza, come Gregor Samsa aveva vissuto giocando nella sua stanza oscura, mentre la sorella gli portava il cibo. Ora comprese che La metamorfosi aveva prefigurato il destino del suo amore per Milena. Come Gregor, aveva provato il desiderio del «nutrimento sconosciuto» e la brama di rintanarsi di nuovo nella selva, trascinando con sé Milena. «Se potessi portarla con me!» pensava, e anche: «Esiste il buio dov’è lei?». Ma comprese che non era possibile: buio e luce sono incompatibili; lui doveva scrivere nel buio e nell’angoscia della selva, Milena camminare radiosamente nella luce. Così, quasi senza volerlo, decise di ritornare nell’oscurità e nel silenzio dal quale era uscito. Interruppe la corrispondenza: l’unico mezzo per vivere era tacere; e per l’ultima volta, non in sogno, ebbe una visione. Il volto di Milena era nascosto dai capelli, lui riusciva a dividerli a destra e a sinistra, gli appariva il suo viso, le accarezzava la fronte e le tempie e le teneva fra le mani. 

*** 


La lettera non fu l’ultima: altre, che si sono perdute, seguirono fino al gennaio 1921, mentre Kafka era in clinica in montagna, a Matliary. Milena non voleva lasciarlo: durante quasi due anni, andò all’ufficio postale di Vienna per vedere se, al fermo posta, c’erano lettere per lei; mentre egli cercava di evitare ad ogni costo la sofferenza. Al principio del gennaio 1921, raccogliendo tutte le forze, chiese l’ultima grazia: non scrivere più, impedire che ci si possa mai più rivedere. Indomabile, insaziabile, Milena gli scrisse un’altra lettera, che doveva essere «l’ultima»; e un’altra nell’aprile. Kafka pregò Max Brod di avvertirlo se Milena fosse a Praga, per evitare di scendervi, e di informarlo se Milena salisse a Matliary, per fuggire in tempo. Ma, alla fine di gennaio, verso il mattino, ebbe un sogno, che lo riempì di felicità. Alla sua sinistra stava seduto un bambino in camiciola: non era certo che fosse figlio suo: ma non gli importava: a destra, Milena; entrambi si stringevano a lui, ed egli raccontava loro la storia del suo portafoglio, che aveva perduto e ritrovato. Non amava altro che avere accanto a sé quei due, nel primo radioso mattino che poi si trasformava nella triste giornata. 
Alla fine del settembre 1921, tornato a Praga, seppe che anche Milena era in città, e temette che ricominciassero le notti di insonnia. Pochi giorni dopo, all’inizio di ottobre, le consegnò i suoi Diari : nel doppio desiderio di essere completamente capito da lei e di liberarsi dal proprio passato. Tra ottobre e novembre, si rividero quattro volte: forse, tornarono a discorrere col «lei», che avevano usato ai tempi di Merano. Cosa si dissero? Si parlarono con l’antica passione, l’antica tensione, l’antica sincerità? Erano l’uno il coltello dell’altro? Soffrivano e amavano soffrire? O invece era già disceso, sopra di loro, il velo della passione sconfitta e mitigata? 
Quando Milena tornò a Vienna, Kafka annotò nei Diari di essere «infinitamente triste» per la partenza di lei; e che Milena era «un principio, una luce nella tenebra». L’anno dopo, si rividero ancora: nel gennaio, forse Kafka le parlò dell’idea del Castello. Nell’aprile, la sognò ancora una volta. Compresero che esisteva un’ultima possibilità tra di loro: che qualcosa o molto era ancora vivo; ma entrambi costudirono con cura la porta chiusa, «perché non si aprisse o piuttosto perché noi non la aprissimo, dato che da sola non si apriva». 
Due mesi prima, alla fine di marzo, Kafka le aveva scritto una lettera singolare, impiegando un Lei pieno di gentilezza, di distanza e di affetto. Gli uomini — diceva — conoscono solo due mezzi per comunicare: se sono distanti, si pensano a vicenda; se sono vicini, si afferrano. «Tutto il resto sorpassa le forze umane... Come sarà mai nata l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra loro per mezzo di lettere?» In primo luogo, scrivere moltiplica i malintesi. Poi, non è altro che entrare in contatto con i fantasmi: col proprio fantasma, che sta apparentemente seduto alla scrivania: col fantasma del destinatario che attende da noi chissà quali parole, — e con tutti gli altri spettri che popolano il mondo, davanti ai quali ci denudiamo, e che aspettano al varco le lettere portate dai postini. «Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi durante il tragitto». Tutta la sventura della sua esistenza proveniva dalla perversa abitudine di scrivere lettere. Tutta la sua vita amorosa era esistita attraverso le lettere: qualche incontro a Berlino, a Marienbad, a Vienna e poi nient’altro che lettere e lettere: aveva creduto di evitare così il terrore della vicinanza — e, invece, si era perduto per sempre nell’inquietante, onniavvolgente spettralità. 
Malgrado i fantasmi, l’amorosa e implacabile Milena continuò a scrivere. Kafka qualche volta rispose; e le raccontò dei suoi fantastici piani di emigrazione in Palestina, del viaggio sul Baltico, dell’emigrazione a Berlino, dove viveva quasi in campagna. Il 23 dicembre 1923, le scrisse l’ultima lettera. Stava male. Anche lì, a Berlino, i vecchi dolori l’avevano scoperto, assalito e abbattuto: ogni cosa gli causava fatica; ogni tratto di penna gli appariva troppo grandioso, sproporzionato alle sue forze. Se scriveva «Cordiali saluti», avevano poi davvero, questi saluti, la forza di arrivare a Vienna, nella rumorosa Lerchenfelderstrasse cittadina, dove lui e le sue cose non avrebbero potuto nemmeno respirare? Ecco, li mandava comunque, i suoi cordiali saluti. Cosa importava se cadessero a terra già al cancello del suo giardino, senza avere la forza di arrivare al Potsdamerplatz e tanto meno a Vienna, come l’ultimo messaggio dell’imperatore non arriverà mai nella casa dell’ultimo suddito, che l’attende seduto alla finestra, e lo sogna quando scende la sera?

Einstein nemico della guerra. La sua speranza era Gandhi


Sin dal 1914 il grande fisico si oppose al nazionalismo

Paolo Mieli

"Corriere della Sera", 2 settembre 2014

La più grande idea del Novecento deve tutto alla coerenza e all’ostinazione di intellettuali che seppero sottrarsi ai forti condizionamenti dei tempi in cui vissero. Proprio nel 1914, anno d’inizio del primo conflitto mondiale, l’ebreo svizzero Albert Einstein, dopo una vita tutt’altro che coronata da successi, ebbe qualche primo importante riconoscimento: fu chiamato a Berlino a dirigere il neonato Kaiser Wilhelm Institut per la fisica e fu nominato membro della prestigiosa Accademia prussiana delle scienze. Sua moglie Mileva aveva voluto rimanere a Zurigo con i figli: sarebbero rimasti separati per cinque anni, poi nel 1919 avrebbero divorziato e lui si sarebbe risposato con Elsa Loewenthal, sua cugina. Lì a Berlino Einstein avrebbe trovato amici tra alcuni eminenti colleghi come Max Planck e Walther Nernst. Forse ne avrebbe avuti di più, se non si fosse messo di traverso all’onda nazionalista che contraddistinse l’ingresso del Paese nella Prima guerra mondiale. Un clima, quello interventista, che l’inventore della teoria della relatività definì «da manicomio».
Nell’ottobre del 1914 fu dato alle stampe il celebre manifesto nazionalista dal titolo «Un appello al mondo della cultura», sottoscritto da 93 scienziati, scrittori, artisti e intellettuali che si proponevano di difendere il governo tedesco e «controbattere alla disinformazione sulla Germania». Disinformazione che a loro avviso stava dilagando in tutto il mondo e che meritava adeguate messe a punto. Il manifesto sosteneva che i tedeschi non erano responsabili dello scoppio del conflitto, sorvolando del tutto sul fatto che la Germania aveva da poco invaso il Belgio, devastando per di più la città di Lovanio: neghiamo, dicevano — non senza una certa improntitudine — i 93, che «i nostri soldati abbiano attentato alla vita o ai beni di un solo cittadino belga».
Fu questo un frangente di grande rilievo nella vita di Einstein, peraltro dedicata interamente alla scienza. È quel che sostiene Pedro G. Ferreira nel libro La teoria perfetta, che la Rizzoli si accinge a pubblicare nell’impeccabile traduzione di Carlo Capararo e Andrea Zucchetti. Einstein, scrive Ferreira, «era scioccato da quel che avveniva intorno a lui»; da pacifista e internazionalista qual era, scese in campo con un contromanifesto, «Un appello agli europei», nel quale, assieme a un pugno di colleghi, prendeva le distanze dal «Manifesto dei 93», criticandone duramente i firmatari e sollecitando gli «uomini colti di tutti gli Stati» a «lottare contro quella guerra distruttiva». Ma quell’appello fu bellamente ignorato, tant’è che in Inghilterra nessuno ritenne di fare distinzioni tra i firmatari dei due appelli. Nessuno, tranne lo studioso Arthur Eddington, grandissimo astronomo nonché direttore dell’osservatorio di Cambridge. Allo scoppio della Grande guerra, racconta Ferreira, Eddington fu una delle poche voci che si levarono contro l’ondata di acceso nazionalismo che riguardava non soltanto il suo Paese, ma anche moltissimi suoi colleghi. La situazione che si era creata al momento dell’entrata in guerra della Gran Bretagna «lo aveva gettato nello sconforto». Soprattutto per quel che riguardava le future relazioni tra uomini di pensiero e di scienza.
In una serie di furibondi articoli su «The Observatory», l’organo ufficiale degli astronomi britannici, «le argomentazioni contro la collaborazione con gli scienziati tedeschi» furono sostenute con forza da un gran numero di studiosi. Era come se i loro colleghi tedeschi fossero diventati all’improvviso non degni di essere considerati dei veri scienziati. I rapporti tra i loro mondi d’un tratto si fecero gelidi. L’eminente professore di astronomia di Oxford Herbert Turner non ebbe esitazioni a dire cose senza senso: «Possiamo riammettere la Germania nella comunità internazionale e abbassare gli standard della legge internazionale al suo livello, oppure possiamo escluderla e innalzarli; non esiste una terza alternativa». Tale «era l’animosità nei confronti di tutto quanto era tedesco che al presidente della Royal Astronomical Society, il quale aveva trascorsi tedeschi, venne chiesto di rassegnare le dimissioni». Incredibile.
Eddington «la pensava diversamente e si comportava di conseguenza». Come quacchero era profondamente contrario all’uso delle armi (si rifiutò anche di andare a combattere, ma il governo lo avrebbe dispensato, come vedremo, dal compiere i suoi doveri militari in quanto «persona di importanza per la nazione») ed espresse pubblicamente il proprio dissenso nei confronti dell’insofferenza dei suoi connazionali verso l’intellighenzia tedesca: «Non pensate a un tedesco simbolico», disse, «ma a uno specifico vostro ex amico, per esempio. Chiamatelo crucco, pirata, infanticida e provate a infuriarvi; il tentativo fallirà, tanto è ridicolo».
Eddington, a dispetto della guerra e delle esortazioni all’odio da parte dei suoi colleghi, si tenne in costante rapporto con Einstein. Riceveva, sia pure con «esasperante lentezza», i suoi scritti da Praga, Zurigo, Berlino, tramite un amico astronomo, Willem de Sitter, il quale glieli spediva dall’Olanda. Finché nel 1918 l’Inghilterra, sentendosi in grave pericolo, avviò una nuova ondata di coscrizioni e richiamò anche lui alle armi. Ancora una volta Eddington rifiutò di arruolarsi, adducendo il motivo che doveva prepararsi ad assistere a un’eclissi di sole, quella del 1919, proprio per verificare le teorie del «tedesco» Einstein. Ciò che gli provocò antipatie e insinuazioni da parte di molti colleghi. Uno di loro disse: «Abbiamo provato a pensare che le affermazioni false ed esagerate fatte oggi dai tedeschi fossero dovute a qualche malattia passeggera sviluppatasi di recente; ma un esempio del genere induce a chiedersi se la triste verità non vada cercata più a fondo».
Eddington, in altre parole, sarebbe stato infettato dal contagio del «male germanico». Il tribunale di Cambridge aprì contro di lui un processo, accusandolo di essersi sottratto alla leva, e i giudici lo trattarono in modo assai poco cordiale. Finché intervenne nel dibattimento il grande astronomo Frank Dyson (notissimo per aver introdotto il segnale orario di Greenwich) e spiegò alla corte che solo Eddington avrebbe potuto osservare con profitto l’eclissi del 1919, dalla quale si sarebbe saputo se Einstein aveva ragione. Se cioè Einstein aveva colto nel segno prevedendo che «la luce emessa dalle stelle lontane era destinata a incurvarsi passando in prossimità di un corpo imponente come il Sole». La corte di Cambridge fu convinta da Dyson; di conseguenza si mostrò clemente con Eddington, che così poté lavorare alla preparazione del suo esperimento. E l’osservazione dell’eclissi del 1919 diede risultati straordinari. Sarebbe dunque toccato a Eddington il compito di conferire ad Einstein il primo riconoscimento pubblico su scala mondiale. Il 6 novembre 1919 l’astronomo inglese si alzò in piedi durante una riunione della Royal Astronomical Society e, «in tono monocorde e solenne», descrisse il suo recente viaggio nella piccola isola di Principe, al largo delle coste occidentali dell’Africa. Lì con un telescopio aveva fotografato l’eclissi totale di sole. Misurando le posizioni di alcune stelle dietro il disco solare, aveva scoperto che «la teoria della gravità concepita dal santo patrono della scienza britannica, Isaac Newton, ritenuta esatta per oltre due secoli, era invece sbagliata». Al suo posto, affermò, doveva essere presa in considerazione quella nuova e corretta proposta da Einstein, conosciuta come «teoria della relatività generale». Lì per lì gli astanti non parvero rendersi conto dell’importanza dell’annuncio. Quando Eddington finì di parlare, un fisico polacco, Ludwik Silberstein, gli si avvicinò per dirgli: «Professore, lei deve essere una delle tre persone al mondo che capiscono la relatività generale». Poi, notando che il suo interlocutore indugiava, aggiunse: «Non faccia il modesto». Questi lo fissò e gli rispose: «Al contrario, sto cercando di pensare chi sia la terza».
Il presidente della Royal Society, J.J. Thomson, definì le misurazioni di Eddington «il risultato più importante ottenuto, per quanto riguarda la teoria della gravitazione, dai tempi di Newton». E aggiunse: «Se verrà confermato che il ragionamento di Einstein è giusto — ed è già sopravvissuto a due verifiche molto severe relative al perielio di Mercurio e alla presente eclissi —, allora tale risultato è una delle più alte conquiste del pensiero umano». Il giorno seguente, 7 novembre 1919, la valutazione di Thomson rimbalzò sul «Times» di Londra con un articolo intitolato: «Rivoluzione nella scienza. Una nuova teoria dell’universo. Rovesciate le idee di Newton». Trascorsero altri tre giorni e la notizia raggiunse l’America, dove il «New York Times» titolò: «Luci oblique nei cieli. Trionfa la teoria di Einstein».
Per Einstein, come dicevamo all’inizio, gli esordi erano stati tutt’altro che facili. Mise a punto la teoria della relatività tra il 1905 e il 1907, mentre lavorava come umile perito nell’ufficio brevetti di Brema. I suoi studi al Politecnico di Zurigo era stati «senza infamia e senza lode». E al momento della laurea, allorché il relatore gli impedì di lavorare su un argomento a sua scelta, consegnò una tesi «piuttosto scialba», abbassando a tal punto il suo punteggio che non riuscì a procurarsi un posto come assistente in nessuna delle università presso cui aveva fatto domanda. Dal conseguimento della laurea, nel 1900, a quando finalmente ottenne l’impiego all’ufficio brevetti, nel 1902, la sua carriera non fu che «una sequela di fallimenti». La tesi di dottorato che sottopose all’università di Zurigo gli fu addirittura respinta.
Se riuscì a restare in carreggiata, fu per merito dell’amico matematico Marcel Grossmann che, pur essendo dotato di un ingegno infinitamente minore del suo, era diventato, poco dopo la laurea, professore di geometria descrittiva. L’amico Marcel lo aveva aiutato a non perdersi d’animo. Si deve oltretutto a una raccomandazione del padre di Grossmann se Einstein ottenne il posto all’ufficio brevetti. E con esso i soldi che gli consentirono di continuare a studiare. Le previsioni del 1907 derivate dalla sua teoria generale furono fatte su quella che Ferreira definisce «una base matematica piuttosto striminzita». In effetti Einstein non aveva grande trasporto — se così si può dire — per la matematica che definiva «erudizione superflua», giungendo a sostenere che, da quando i matematici si erano «avventati sulla teoria della relatività», lui stesso non ci aveva «capito più niente». Si diceva «restio a ricorrere alla matematica astrusa che avrebbe rischiato di oscurare gli eleganti concetti fisici che stava cercando di mettere insieme». Uno dei suoi professori di Zurigo definì la presentazione di un suo lavoro «goffa sotto il profilo matematico».
Solo nel 1911 Einstein aveva cominciato a cambiare idea. E nel 1912, tornato ad insegnare a Zurigo, si recò da Grossmann, e lo implorò: «Mi devi aiutare, altrimenti impazzisco». Sarebbe stato solo l’incontro nel 1915 con un autentico genio della matematica, David Hilbert, all’Università di Gottinga, che gli avrebbe fatto cambiare definitivamente idea sulla materia. Aveva però creduto in lui, già nel 1907, il fisico Johannes Stark (che, come vedremo, ai tempi di Hitler gli sarebbe stato ostile), il quale gli aveva commissionato un articolo Sul principio di relatività e le conclusioni che ne derivano . Fu scrivendo quel saggio che Einstein, pur consacrato dalla pubblicazione, si accorse che la sua teoria era ancora imperfetta e aveva bisogno di approfondirla ulteriormente. Ma quel primo successo e l’apprezzamento di Stark fecero sì che nel 1908 ottenesse la nomina a libero docente all’Università di Berna. Come docente si fece una pessima fama: voleva seguire solo le sue ricerche, gli studenti non gli interessavano. Passò poi all’Università di Zurigo e fu lo stesso. Finché nel 1911 riuscì a ottenere una cattedra «senza obblighi di insegnamento» all’università tedesca di Praga. Proprio quello che cercava per potersi rimettere a studiare. Poi fu la Grande Guerra e — fortunatamente per la scienza — il suo nome e le sue idee erano abbastanza note, sia pure in un ambito ristretto, sicché poté entrare in rapporto con persone che, a dispetto delle divisioni provocate dal conflitto, restarono in proficuo contatto tra loro.
La guerra, come si sa, non finì in tutto e per tutto nel 1918, anzi si protrasse, sia pure in altre forme, per una lunga parte del Novecento. Ma i «partigiani della relatività» rimasero uniti. In particolare un eclettico matematico e meteorologo sovietico, Aleksandr Fridman (che, a differenza di Einstein, era stato volontario nella Prima guerra mondiale), e un sacerdote cattolico belga, Georges Lemaitre (anche lui ex combattente), i quali ebbero intuizioni in un certo senso superiori a quelle del maestro. Einstein e Lemaitre si trovarono nell’inverno del 1933 a trascorrere qualche tempo assieme a Pasadena presso il campus del California Institute of Technology, dove il sacerdote era stato invitato a tenere delle conferenze. I due passeggiavano per ore e ore, chiacchierando animatamente sotto gli sguardi curiosi di professori e studenti; il «Los Angeles Times» li descrisse con «espressioni serie sui volti, a suggerire che stessero discutendo dello stato attuale delle faccende cosmiche». In realtà parlavano anche di altre cose che stavano accadendo in quei primi mesi del 1933, a cominciare dall’ascesa al potere in Germania di Adolf Hitler. Il secolo produceva di continuo ideologie destinate ad entrare in conflitto con questa leva di geniali scienziati. I rapporti di Einstein con il nazismo furono pessimi fin dall’inizio. Le sue teorie furono fin dal 1933 bersaglio della Deutsche Physik, rappresentata da Philipp Lenard e dal primo «scopritore» di Einstein, il Nobel Johannes Stark, che parlavano della «fisica ebraica» come di qualcosa che stava «avvelenando la Germania» e andava immediatamente «sradicata dal sistema». Così Einstein e, dopo di lui, Erwin Schroedinger e Max Born, assieme a molti altri, lasciarono la terra tedesca e gran parte di loro si trasferì negli Stati Uniti, dove alcuni avrebbero dato un apporto fondamentale alla costruzione della bomba atomica.
Da quel momento Einstein divenne un signor nessuno per la cultura tedesca: il principale manuale di fisica, Lehrbuch der Physik, addirittura non menzionava neppure il suo nome. Ma, nonostante questa incredibile campagna di disconoscimento, Stark non riuscì a divenire il fisico di riferimento della Germania hitleriana. Ad insidiarlo per quel ruolo emerse Werner Heisenberg, uno dei padri della moderna teoria dei quanti. Heisenberg non era ebreo, ma questo non fermò Stark, che scatenò anche contro di lui la macchina della denigrazione già sperimentata con Einstein: in un articolo per l’organo ufficiale delle SS lo definì «ebreo bianco» e lo accusò di essersi reso «responsabile del declino della scienza teutonica al pari di tutti gli altri che erano stati cacciati». Ma Heisenberg godeva della protezione di Heinrich Himmler (del quale era stato compagno di scuola): il gerarca nazista riuscì a far interrompere la campagna di Stark e a mettere Heisenberg a capo del programma nucleare tedesco. Con grande sgomento dei fisici scappati dalla Germania, i quali ben conoscevano le sue qualità assai superiori a quelle di Stark. Ciò che spinse gli Stati Uniti ad accelerare i piani per la costruzione dell’atomica.
La cosa più incredibile è che le teorie di Einstein furono avversate anche, sul versante opposto, in Unione Sovietica, dove Stalin aveva fissato nel 1938, con lo scritto Il materialismo dialettico e il materialismo storico , le linee guida per la ricerca scientifica nel suo Paese. Ad Einstein in Urss veniva rimproverato il fatto che la sua teoria «generava un universo assurdo con un’origine ben definita, troppo simile al punto di vista religioso» che il pensiero sovietico era tanto smanioso di «estirpare dalla società». Non aiutava certo il fatto che uno dei principali diffusori delle teorie di Einstein fosse un sacerdote, il già menzionato Georges Lemaitre, uno «straniero corrotto appartenente a una società borghese decadente e agonizzante». A dire il vero, osserva Ferreira, «in questo feroce rifiuto del pensiero non sovietico, si dimenticava che l’ipotesi dell’universo in espansione in realtà era stata avanzata per la prima volta da un brillante fisico russo e sovietico, Aleksandr Fridman».
Nel 1952, Aleksandr Maximov, un influente storico della scienza sovietico, pubblicò un articolo dal titolo Contro l’einsteinismo reazionario nella fisica che, pur essendo apparso su uno sconosciuto giornale della Marina dell’Urss di stanza nell’Artico, «Flotta rossa», ebbe una grande eco. Ma provocò reazioni impreviste e fino a quel momento inimmaginabili. Vladimir Fok, discepolo di quel Fridman che era stato sodale di Einstein, replicò con un testo dal titolo Contro la critica ignorante delle moderne teorie della fisica. Prima che fosse dato alle stampe, Fok, Lev Davidovic Landau (il padre dell’atomica russa) e altri fisici russi fecero appello alla leadership sovietica perché rivedesse il giudizio su Einstein e in una lettera privata indirizzata a Lavrentij Berija, braccio destro di Stalin nonché capo del programma nucleare e termonucleare in Urss, lamentarono la «situazione anomala della fisica sovietica», citando l’articolo di Maximov come esempio dell’aggressiva ignoranza che ostacolava il progresso della scienza sovietica. Fok rivelò poi di aver ottenuto l’appoggio di Berija per questo articolo contro Maximov (e probabilmente era vero), ma quest’ultimo riuscì a ottenere che Fok e Landau rimanessero isolati almeno fino al 1954 quando, dopo la morte di Stalin e la fucilazione di Berija, ottennero la riabilitazione (a distanza) di Einstein.
Nel frattempo Einstein, già dalla fine degli anni Trenta, era diventato buon amico di un genio della matematica Kurt Gödel, che si era allontanato da Vienna riparando a Princeton dopo che i nazisti lo avevano malmenato per il suo «aspetto da ebreo». Lo aiutò a diventare cittadino americano, anche se la cerimonia rischiò di andare a monte allorché Gödel scoprì tra le pagine della Costituzione statunitense quella che gli appariva come un’incongruenza logica «che avrebbe potuto consentire al governo del Paese di degenerare in tirannia». E rifiutò di giurare su quel testo. Sono gli anni in cui spunta l’astro di Robert Oppenheimer (il padre dell’atomica statunitense), che non ha grande considerazione del clima di quel campus: «Princeton è una casa di pazzi», scrive al fratello, «i suoi luminari solipsisti risplendono in una desolazione solitaria e senza speranza; Einstein è completamente rimbambito». Forse anche per questo Einstein si opporrà nel 1947 alla sua nomina a direttore dell’Institute for Advanced Study, cercando di favorire il fisico austriaco Wolfgang Pauli. Dopodiché i due strinsero quello che l’autore definisce «un tenue legame di amicizia, cordiale ma non intima».
Negli anni successivi Einstein e Oppenheimer saranno comunque accomunati dall’ostilità ai programmi nucleari americani del secondo dopoguerra per la costruzione della bomba H. Ostilità che costerà il posto a Oppenheimer, accusato di «grave indifferenza per le esigenze di sicurezza del sistema». Ed è questo loro atteggiamento che probabilmente è all’origine della tardiva riabilitazione sovietica di cui si è detto. Einstein, al quale nel 1948 è stato diagnosticato un aneurisma all’aorta (morirà nel 1955), da quel momento viaggia di meno. In compenso scrive lettere. In una, al «New York Times», sostiene di riuscire a vedere nel contesto dell’epoca «solo la via rivoluzionaria della non collaborazione, nel senso di Gandhi». Interessante approdo di un singolare itinerario politico culturale.

Quello strano erotismo del sapere che lega il maestro all’allievo


Tra ricordi, spunti, riflessioni e analisi, il nuovo libro di Massimo Recalcati 
affronta da una prospettiva originale il “mistero” dell’insegnamento. 
Da Platone ai nostri giorni
Quello strano erotismo del sapere che lega il maestro all’allievo

Simonetta Fiori

"La Repubblica", 2 settembre 2014

“Da bambino ero considerato un idiota, uno lento 
E ora mi rimproverano di andare troppo veloce”
La tesi è che l’alunno sviluppi un vero transfert verso il docente. 
Come accade nella psicoanalisi

«ALLORA è giusto quello che ho sentito dire di te», gli disse una volta un vecchio professore di filosofia al termine di una conferenza. «Potresti spiegare Lacan anche ai sassi!». Sì, è vero, pensò allora Massimo Recalcati, mi piace ripetere, sminuzzare, ridurre fino all’osso. Pensieri lungamente corteggiati e fatti danzare dalla psicoanalisi alla letteratura, dalla dimensione più intima a quella pubblica, sciogliendo la noia dei tecnicismi nel vortice della vita. Un rituale che si ripresenta integro nei libri e negli articoli dello studioso. Ma dietro questa pervicace ostinazione si nasconde un piccolo segreto, racchiuso in una nota a pie’ di pagina del nuovo saggio L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento.
«Ero stato un bambino considerato idiota. Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Quando cerco di insegnare qualcosa, è a lui che mi rivolgo».
Una “vite storta”, così era considerato Recalcati, «andavo lento e ora mi rimproverano di andare fin troppo veloce». Una vite che della stortura fa oggi un vanto, perché progredire nella conoscenza non significa raddrizzarsi piuttosto capire quale sia la strada. Inseguire la stella filante del desiderio e nutrirsi del suo riflesso di luce. Ma nel cielo perturbato dell’adolescenza quella stella qualcuno deve pur accenderla. È questo il destino del maestro. Ed è questo il cuore pulsante di un libro originale e bellissimo, che sin dalla titolazione include una parola inedita per la didattica. La parola “erotismo”. «Non esiste insegnamento senza amore. Ogni maestro che sia degno di questo nome sa muovere l’amore, è profondamente erotico, è in grado di generare quel trasporto che in psicoanalisi chiamiamo transfert». La scuola come “sentinella dell’erotismo del sapere”, della possibilità del risveglio. Il luogo che ti conduce altrove, «di fronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto ». L’urto che ti costringe a pensare.
Un miracolo che può compiersi solo se non c’è sudditanza. Non vi può essere, insiste Recalcati. Ed è questo l’errore in cui precipita l’attuale scuola delle competenze, quella dell’efficienza e della prestazione, che riduce l’apprendimento a plagio, alla pura ripetizione, al calco acritico di un sapere costituito. La metafora dell’amore, spiega lo studioso, consiste nel trasformare chi ascolta in soggetto attivo, da “eromenos” in “erastes”, dallo statuto inerte dell’amato a quello partecipe dell’amante, di colui che cerca. In questo non c’è differenza tra professore e psicoanalista, «che non domanda nulla al paziente se non che diventi un analizzante». All’origine è il gesto scandaloso di Socrate nella scena di apertura del Simposio. Agatone lo vuole vicino a sé per essere “riempito” della sua sapienza, ma il maestro rifiuta il ruolo. Senza ricerca non ci può essere conoscenza. Il sapere si alimenta di vuoti, non di pieni. «E il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza quanto ciò che la preserva». Questo in sostanza dice il gesto spiazzante di Socrate. Ed è anche il gesto dirompente di Emilio Vedova, che per liberare gli allievi sporca la tela con un colpo di spazzolone: perché il bianco non è mai un vuoto, ma un carico fin troppo ingombrante di storia e tradizione. Gesti dimenticati, quelli di Socrate e di Vedova. Liquidati come vecchi attrezzi antieconomici, sia a scuola che all’università.
Ecco perché bisogna ripartire dall’ora di lezione. Solo l’incontro misterioso tra allievi e maestri può salvare un’istituzione che rischia il naufragio. Niente può sostituirlo: né computer né slide né pillole tecnologiche. Recalcati non ignora il carico di paradossi che grava sull’insegnante, figura sociale mortificata eppure oggi più che mai investita di attese e responsabilità. Se nella scuola che definisce “Edipo” — quella antica fondata sull’autorità del padre, gerarchica, assai temuta — era integro il patto tra genitori e insegnanti, nell’attuale scuola “Narciso” quel patto s’è frantumato, travolto da una nuova mortifera alleanza tra genitori e figli. Un’alleanza fondata sull’abolizione di ostacoli e limiti, sul “perché no?”, su una coincidenza di narcisismi paterni e filiari che non contempla frustrazioni e ancor meno fallimenti. È questa la solitudine dell’insegnante, «costretto a supplire a famiglie inesistenti o angosciate». Ed è anche la solitudine in cui versa la scuola che, se prima incarnava l’istituzione sorvegliante e punitiva, oggi si trova a essere l’unico baluardo di resistenza «all’iperedonismo acefalo», dunque uno strumento di liberazione piuttosto che di intruppamento ideologico. È un’isola di anticonformismo, ripete giustamente Recalcati, la sola che ponga dei limiti al godimento immediato. La legge della parola contro l’indisciplina del consumo sfrenato: di oggetti tecnologici, di alcol, di fumo, di droghe. E senza legge non c’è neppure desiderio.
Ma come si fa a conciliare norma ed Eros? Come si trasforma un libro in corpo erotico, cosa che permetterà all’allievo di «tradurre ogni corpo che incontra in un libro da leggere»? Qui l’autore non può che evocare gli insegnanti della sua vita. La maestra delle elementari che lo sottrasse dalla “malinconia ebete” del bambino negletto. L’incontro folgorante nel secondo anno dell’istituto agrario, nella periferia povera di Quarto Oggiaro: fu Giulia Terzaghi a rappresentare il taglio, “la ripartenza”, «non sarei più stato l’idiota della famiglia, lo studente storto che gettava i suoi genitori nell’angoscia». E poi i maestri dell’età adulta, nella facoltà di Filosofia di Milano: Mario dal Pra e Riccardo Massa, Carlo Sini e Franco Fergnani, con lui «Heidegger e Sartre diventavano incredibilmente vivi, pulsanti, straripavano dalle loro cornici stabilite per entrarci dentro».
Ogni lettore penserà ai suoi, di maestri, a quelli che hanno acceso le stelle filanti del desiderio. Ne ricorderà la voce, quel particolare timbro, le inflessioni, la particolarità. Perché è vero quel che scrive Recalcati, dei professori si può dimenticare la faccia o il nome ma non la voce. La voce che è corpo, «espressione materiale e spirituale del desiderio di insegnare ». Il desiderio di insegnare, ecco il filo comune. La voce lucida di Severino e quella metallica di Foucault. Il balbettio appassionato di Stoner quando si libera di una filologia morta. La voce del professore di Philip Roth che urla il suo trasporto per il sapere: «Per me non c’è nient’altro nella vita che valga l’ora di lezione». Una voce che ci portiamo dentro anche inconsapevolmente, ed è per questo che è difficile accettarne la scomparsa. La notizia ti può cogliere di sorpresa, anche a distanza di anni. I maestri sono per sempre, in ciò che sei diventato, in quello che leggi e impari ogni giorno. «Sei una presenza che insiste a vivere in me», scrive Recalcati in una lettera d’amore alla professoressa Giulia. «Impossibile continuare senza di te, ma impossibile non continuare senza di te». Parole di Beckett che resistono. Il potente enigma dell’ora di lezione.

lunedì 1 settembre 2014

Dai beduini al jihad. Cent’anni di Stati fantasma

FONTE: Limes
Giampiero Gramaglia

"Il Fatto", 28 agosto 2014

NEL 1915, SYKES E PICOT DISEGNARONO LE AREE DI INFLUENZA DELLE POTENZE BRITANNICA E FRANCESE IN MEDIO ORIENTE. INVENZIONI GEOGRAFICHE CHE IN UN SECOLO HANNO PORTATO A UNA SERIE DI CONFLITTI NEL GRANDE GIOCO DELL’ASIA MINORE, TRA ETNIE, FEDI E LA SCOPERTA DELL’”ORO NERO“

Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Akre (località dell’odierna Giordania, ndr) all'ultima k di Kirkuk”, la storica capitale dei curdi, in Iraq, di cui i peshmerga hanno ora ripreso il controllo: così, Mark Sykes, diplomatico britannico, diceva, il 16 dicembre 1915, a Downing Street, parlando con il collega francese François Georges Picot. In quella battuta, c’è la filosofia della sistemazione dei resti dell’Impero Ottomano, dopo la fine della Prima guerra mondiale: frontiere più rispettose di meridiani e paralleli che di etnie e religioni; scatolini di sabbia che si rivelano barili di petrolio; e nessuna attenzione al rispetto della parola data e, tanto meno, alle aspirazioni d’indipendenza dei popoli arabi. Nonostante il contributo – spesso decisivo – da essi fornito durante il conflitto.
Stanno lì molte radici delle tensioni e delle violenze dei giorni nostri nella Regione. L’Occidente, del resto, non riservò al Mondo arabo la sua miopia colonialista: pure i confini africani erano stati tracciati, nell’Ottocento, con criteri analoghi, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici. Gli spaventosi eccidi di hutu e tutsi tra Rwanda e Burundi ne sono una conseguenza.
Con la paradossale conseguenza che turbolenze e barbarie – riconducibili alla lontana a quegli errori – contribuiscono, oggi, ad alzare una barriera di diffidenza e d’incomprensione, se un giornalista come Domenico Quirico, espertissimo d’Oriente, ma che ha sperimentato in prima persona l’asprezza del conflitto, scrive: “L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra... L’Islam moderato non esiste”.

LE LINEE IMMAGINARIE DELL’ACCORDO SYKES-PICOT E LE SFERE DI INFLUENZA
Tutto comincia da lì, da quella frase a Downing Street. Sykes e Picot negoziarono dal novembre 1915 al marzo 1916: il 16 maggio, venne firmato l’accordo che porta il loro nome, Sykes-Picot, l’Asia Minor Agreement, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente una volta sconfitto l'Impero Ottomano al termine della Prima guerra mondiale.
Al Regno Unito fu riservato il controllo dell’attuale Giordania, dell'Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu destinato il controllo del Sud-Est della Turchia, della parte settentrionale dell'Iraq, della Siria e del Libano. La zona successivamente individuata come Palestina doveva passare sotto un'amministrazione internazionale, coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
L’accordo venne tenuto ben segreto ai capi arabi che si battevano contro l’Impero Ottomano, sperando nell’indipendenza, e anche agli ufficiali alleati che ne coordinavano le operazioni. Non ne sapevano nulla, naturalmente, Thomas Edward Lawrence, cioè Lawrence d’Arabia, e il suo amico Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca. E, se lo avessero saputo, magari il cinema non avrebbe mai avuto modo di raccontare pagine tra epica e storia come la presa di Aqaba nel 1916.
Paladino per studi e cultura del nazionalismo arabo, Lawrence, uno 007, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà, doveva porre al servizio della causa degli alleati l’insurrezione araba contro l’Impero Ottomano in atto tra l’Higiaz, la regione della Mecca e di Medina, e la Transgiordania.
Al padre di Faysal, al-Husain ibn Ali, venne prospettata l’indipendenza della nazione araba, senza tuttavia mai precisarne le dimensioni geografiche. Ma Londra e Parigi avevano già concordato d’attuare la cosiddetta politica del ‘doppio binario’: fare promesse agli arabi, ma intanto spartirsi sulla carta i domini ottomani.

IL PRIMO DOPOGUERRA E LE FAIDE TERRITORIALI DELL’EX IMPERO OTTOMANO
Lawrence e Faysal se ne resero conto a vittoria acquisita e guerra ultimata. Alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, Faysal guidò la delegazione araba che cercò di fare valere le promesse ricevute e riuscì almeno a ottenere che alcuni Paesi arabi fossero guidati dalla dinastia hascemita, la sua.
A margine della conferenza, si ponevano le basi per altri conflitti che sono scoppiati un secolo dopo. Il 3 gennaio1919, Faysal e il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann firmarono un accordo – andato poi disatteso – secondo cui la Dichiarazione Balfour doveva costituire una base di discussione per il futuro dell'area alla fine del dominio britannico.
Negli anni successivi, le tappe furono serrate. Nel marzo1920, Faysal è proclamato re del Regno arabo di Siria, la Grande Siria, dal Congresso nazionale siriano. In aprile, la Conferenza di Sanremo dà alla Francia il mandato sulla Siria e scoppia la guerra franco-siriana. Un anno dopo, marzo 1921, alla Conferenza del Cairo, i britannici individuarono in Faysal il re dell’Iraq, sotto il loro protettorato.
L’assetto dell’area fra le due guerre era, alfine, definito. A turbarlo, senza però modificarlo, vennero sommosse religiose e anti-coloniali, fra cui, nella prima metà degli Anni Venti, la cosiddetta Grande rivoluzione siriana. Nel 1932, l’Iraq acquisì la piena indipendenza, prodromo al Massacro di Cibele, una strage di cristiani.

IL SECONDO DOPOGUERRA TRA GUERRE DI INDIPENDENZA, GOLPE E STRAGI
Nel secondo dopoguerra, le aspirazioni d’indipendenza sono pienamente realizzate. Ma la nascita d’Israele crea in tutta l’area nuove tensioni. Indipendente dal ’46, la Siria conobbe un periodo d’instabilità con colpi di Stato a raffica 13 – e l’effimera esperienza della Repubblica araba unita, con l’Egitto.
Dal 1963 il Paese è governato dal partito Bath, d’ispirazione socialista e panaraba; e, dal 1970, ha un presidente della famiglia al-Assad. Dalla Guerra dei Sei Giorni del ‘67, Israele occupa le Alture del Golan. La sommossa scoppiata nel 2011 ha fatto quasi 200 mila vittime, ridotto in macerie città, consegnato una parte della Siria all’estremismo integralista, ma non ha rovesciato il regime.
Più tormentate le vicende dell’Iraq, dove la monarchia venne rovesciata una prima volta nel 1941, su istigazione della Germania, ripristinata dagli alleati e poi di nuovo, definitivamente, esautorata nel 1958 con il colpo di Stato cruento degli Ufficiali Liberi. Per un decennio, i golpe si succedono fin quando, nel ’68, un quinto putsch insedia per 25 anni al potere il Bath e Saddam Hussein, sancendo la ‘dittatura’ della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.

IL DITTATORE DI BAGHDAD SALVATO NEL ‘91, VIENE FATTO FUORI COME DI AL QAEDA
Il laico Saddam spaventa l’Occidente quando nazionalizza il petrolio – l’Iraq ne è il 3° produttore mondiale –, ma fa il gioco dell’America nel 1980, quando dichiara guerra all’Iran integralista: quasi nove anni di conflitto, forse un milione e mezzo di caduti, ma né vincitori né vinti.
Nel 1991, l’occupazione e l’annessione del Kuwait innesca la Guerra del Golfo: l’Iraq è sconfitto, ma Saddam – divenuto un nemico – resta al potere. Nel 2003, l’invasione americana, giustificata con falsi pretesti, rovescia il regime e abbatte le statue del dittatore, trasforma il paese in una Repubblica parlamentare, ma non sana le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Che, oggi, riesplodono, sotto la spinta jihadista.

FONTE: Limes

LA I GUERRA MONDIALE
Dopo più di 600 anni, l'impero ottomano che andava dalla Turchia alle porte di Vienna si dissolve in piena Prima guerra mondiale, durante la quale era alleato con le potenze centrali (Impero di Germania, Austria-Ungheria e Regno di Bulgaria). Gli anni fatali per la sua scomparsa: dal 1912 al 1922.
EBREI E PALESTINA
La Palestina diventa un protettorato britannico nel 1917. Dalla fine della Prima guerra mondiale comincia l'esodo del popolo ebraico, intensificato dall'aumento dell'antisemitismo in Europa centrale dall'inizio del 1920, e che raggiunge il suo zenit sotto i regimi fascisti negli Anni 30.
DOPOGUERRA E ISRAELE
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Le truppe britanniche si ritirano: la guerra inizia lo stesso giorno. Segue la risoluzione 181 dell’Onu che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo. S’intensifica l'esodo degli ebrei verso Israele.
IL FRONTE ARABO: ‘67-‘73
La guerra d’attrito comincia nel 1967, fra Egitto e Israele. La guerra del Kippur, o guerra arabo-israeliana, inizia nell'ottobre 1973 e finisce lo stesso mese. Iniziò dopo l'attacco a sorpresa dell'Egitto e della Siria, nel Sinai e nel Golan, luoghi conquistati 6 anni prima da Israele durante la guerra dei 6 giorni.
LA II GUERRA DEL GOLFO
Inizia nel marzo 2003, con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione guidate dagli Stati Uniti. L'obiettivo principale era la deposizione del dittatore Saddam Hussein, obiettivo raggiunto il 15 aprile 2003, anche se la guerra è proseguita sino al 2011 con le principali città conquistate dalla coalizione.
LE PRIMAVERE ARABE
La primavera araba descrive l'insieme di proteste nel mondo arabo, iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia, dopo il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco, per protestare contro le condizioni economiche del suo paese; sono seguite le rivoluzioni in Egitto, Libia, Siria e tumulti in gran parte del mondo arabo.




Il righello della storia e i confini tra le sabbie del deserto

Laetitia Méchaly

IL 16 MAGGIO 1916, in piena Prima guerra mondiale, viene firmato a Londra l'accordo segreto Sykes-Picot (o Asia Minor Agreement) tra i governi della Francia e del Regno Unito. Durante la caduta dell'Impero Ottomano le due potenze hanno deciso di spartirsi i territori medio-orientali in cinque zone, senza consultare le popolazioni locali. L'accordo, poi modificato nel 1918, prevedeva in particolare che il Libano, il sud-est della Turchia, una parte della Siria e dell'Iraq finissero sotto l'influenza francese, mentre il Kuwait, il sud della Siria, la Giordania e la Palestina sotto quella inglese. A complicare la questione, secondo tale accordo, nella attuale Palestina si sarebbe dovuta formare una amministrazione di tipo internazionale in collaborazione con la Russia. Sono queste frontiere che l'Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato. L’accordo è sempre stato percepito da parte del mondo arabo - che non ne venne a conoscenza fino al 1917 - come lo specchio dell’imperialismo occidentale. L’accordo fu confermato durante la conferenza di Sanremo dell’aprile 1920.



Glossario della crisi
Isis, Califfato, Yazidi: il Medio Oriente fra mitra e preghiere

G. G.

Mesopotamia – La ‘scena del crimine’: è la terra tra i fiumi (Tigri ed Eufrate) dei nostri studi classici, parte della Mezzaluna Fertile del Mondo Antico. Per millenni, la sua storia quasi coincide con la storia della civiltà: sumeri, assiri, babilonesi, persiani; ed i suoi popoli si ritrovano nella Bibbia. Oggi, il termine viene comunemente riferito a una zona più ampia di quella originaria.
Isis, o Isil, o Is – È, negli acronimi inglesi, lo Stato islamico (Is), che inizialmente veniva chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) o Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis): una nuova entità creata dall’avanzata delle milizie integraliste d’osservanza sunnita, che profittano della rovina della Siria e della debolezza dell’Iraq, dove il potere centrale alimenta la contrapposizione fra sciiti e sunniti. Califfato – Geograficamente, per ora coincide con lo Stato islamico. Ma il progetto è di ripristinare l’autorità su tutto l’Islam di una figura che concentra potere religioso, in quando vicario del Profeta, e potere temporale. Esauritosi nel 1923, dopo quasi 13 secoli di vita, non sempre facile, il califfato è un polo d’attrazione dell’integralismo islamico. 
Jihad– La parola è araba ed esprime il concetto di “fare il massimo sforzo”. Oggi il termine è utilizzato quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra santa”, ma ha pure risvolti individuali, nel senso dell’impegno interiore per attingere la fede perfetta.
Bin Laden (e al-Zawahiri) – Osama bin Laden, il ricco saudita, ideatore e capo di al Qaeda, mente dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e Ayman al Zawahiri, il medico egiziano, capo della rete dopo l’uccisione di Bin Laden il 1° maggio 2010, oggi fuori dai giochi. Al Qaeda è ormai un punto di riferimento per l’integralismo più storico che attuale.
al-Zarqawi – Abu Mus’ab al-Zarqawi, ucciso in Iraq da un raid americano il 7 giugno 2006, quando su di lui c’era una taglia da 25 milioni di dollari, era un giordano di origine palestinese: veniva da Zarqa, città di un campo profughi creato nel 1948. Comandante di al Qaeda in Iraq, come lo designò Bin Laden, è il terrorista che pratica la decapitazione degli ostaggi, protagonista d’azioni violente e crudeli. A lui, paiono ispirarsi gli uomini del Califfato.
al-Baghdadi – Abu-Bakr al-Baghdadi, che porta il nome del primo califfo, è il nuovo califfo, capo delle milizie jihadiste che hanno creato l’Is. Su di lui, le notizie sono poche e contraddittorie: imam in Iraq all’epoca dell’invasione americana, poi detenuto a Camp Bucca dal 2004 al 2009, esponente e dal 2010 leader di al Qaeda in Iraq, su di lui pende una taglia da 10 milioni di dollari.
Sunniti – Sono nettamente maggioritari nell’Islam (circa il 90%, quasi 1,4 miliardi di persone, più dei cattolici), ma sono minoritari in Mesopotamia. Il nome viene da sunna (in arabo, consuetudine, quella che c’era tra il profeta Maometto e i suoi compagni. Il califfato è storicamente l’espressione della loro visione del rapporto integralista tra Stato e fede.
Sciiti – Sono la maggiore minoranza islamica –ma sono maggioritari in Iran e nella Mesopotamia- e sono, originariamente, il ‘partito di Ali’, cugino e genero del profeta Maometto, ai cui successori considerano riservata la guida dell’Islam. Lo scisma risale al 680 e attraversa, quindi, tutta la storia musulmana.
Alauiti – Sono una frazione sciita (il nome rivela la deferenza ad Alì), presente soprattutto in Siria - circa 6 milioni, un quinto della popolazione -, ma pure in Libano. Alauita è la famiglia del presidente siriano Bassar al-Assad.
Salafiti – Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita ispirata a modelli esemplari di virtù religiosa della tradizione islamica, che può offrire all’integralismo giustificazioni teologiche. Il movimento è anti-occidentale, ma porta in sé germi di rinnovamento dell’Islam.
Curdi– Sono un gruppo etnico indoeuropeo di religione islamica e con una propria lingua e abitano il Kurdistan, territorio della Mesopotamia compreso tra Iran, Iraq, Turchia, Siria, Armenia. I curdi, discendenti dagli antichi medi, con apporti guerrieri di sciti e galati di stirpe celtica, sono oggi quasi 40 milioni: forse il più grande gruppo etnico a questo mondo senza unità nazionale.
Caldei – Il termine si presta a confusione: i caldei, infatti, erano semiti della Mesopotamia, che finirono con il mescolarsi con le etnie della Regione. Oggi, i caldei sono i seguaci della Chiesa cattolica locale, circa un milione di fedeli, un quarto dei quali vive, o viveva, in Iraq. Il loro primate è il patriarca di Babilonia, con sede a Baghdad: Louis Raphael I Sarko.
Yazidi – Pochi ne conoscevano l’esistenza. Sono un gruppo curdo, poche centinaia di migliaia di persone, metà delle quali in Iraq, altre in Turchia, Siria, Iran, Armenia contraddistinto dalla fede religiosa: la loro fede, che ricorda i culti pre-islamici curdi, è una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo, islam; praticano il battesimo, la circoncisione, il digiuno e il pellegrinaggio.

Crescita della conoscenza. Gloria postuma per i precursori


Camilla Tagliabue

"Il Sole 24 ore - Domenica", 31 agosto 2014

Darwin sosteneva che, «nella scienza, il prestigio va all'uomo che convince il mondo intero, non a quello che ha avuto per primo l'idea». Anzi, spesso, gli Scienziati troppo avanti, dal titolo del bel saggio di Laurent Lemire, rischiano di essere sbeffeggiati, emarginati, dimenticati: sono «precursori in anticipo sui tempi», ma vengono presi per pazzi; sono Cassandre dall'eco flebile e ininfluente; sono geni incompresi e inconcludenti. Il giornalista intende ora riabilitarne le sorti, raccogliendo e riaffabulando le vite di venti luminari della scienza, che hanno avuto ragione troppo presto e, perciò, sono stati tacciati di irragionevolezza: da Arrhenius, tra i fondatori della climatologia e premonitore dell'effetto serra, a Duchesne, pioniere della batteriologia 32 anni prima di Fleming, dalla materia oscura dell'odioso Zwicky al bosone del profetico Higgs. 
Qui sfilano tutti i più visionari e bistrattati intellettuali di sempre, le cui scoperte e intuizioni furono snobbate o derise dai loro contemporanei, salvo poi riscrivere la storia del sapere. Qualcuno, come Niccolò Copernico e Georges Lamaître, ottenne un riconoscimento postumo grazie al vocabolario: la Rivoluzione dei corpi celesti porterà per sempre il cognome del primo, mentre l'espressione Big Bang si deve a un detrattore del secondo, la cui «teoria dell'atomo primigenio basata sulla relatività generale» non fu capita neppure da Einstein, ampiamente citato nel capitolo sul suo celebre avversario, quell'Henri Poincaré che fu «a un passo della teoria della relatività». Il matematico francese aveva «tutto in bella mostra e non ha notato niente», quindi la paternità della «nuova meccanica» gli fu scippata, nel 1905, dallo scapigliato fisico tedesco.
Ghiotta e curiosa, questa singolare contro-storia della scienza ha molti meriti divulgativi e non pochi aneddoti di cronaca, tra gossip ed erudizione, chicche storiografiche ed episodi pruriginosi: si scoprono così le ossessioni necrofile di Andrea Vesalio, che trafugava i cadaveri per sezionarli e disegnarli, e l'attrazione di Francesco Redi per vermi e parassiti, tanto da inventare l'elmintologia. 
E ancora, l'erotomane Maupertis che, tra una donna e l'altra, formulò il principio di minima azione; Semmelweis, il medico amato da Céline, che morì in una clinica psichiatrica in preda ai deliri; il dandy Nopcsa che fu il primo a capire la parentela genetica tra dinosauri e uccelli; il meteorologo Wegener che ipotizzò la deriva dei continenti per poi soccombere tra i ghiacci di Groenlandia; la lesbica Rachel Carson, ecologista ante litteram; l'eccentrico e burlone Gold, cui si deve la teoria dello stato stazionario. 
Ma l'avventura più memorabile e tragica è quella del geometra André Bloch, internato per 31 anni nel manicomio di Charenton (lo stesso di Sade), dopo aver sterminato il fratello e gli zii: i genitori li aveva già persi in tenera età. Lui puntualizzava: «È un fatto di logica matematica. C'erano troppi malati di mente nella mia famiglia». E così ebbe il tempo di dedicarsi all'analisi complessa, mettendo a punto pure un teorema che porta ancor'oggi il suo nome.
Tuttavia, anche quando le vicende dei personaggi sono note o prosaiche, l'autore sfoggia un'irresistibile verve narrativa, per cui Gregor Mendel è «il giardiniere celeste», «Leonardo da Vinci la Wikipedia del Rinascimento» e Vladimir Vernadskij un «geochimico russo con una certa tendenza all'arte drammatica: parla come il dottore Michail di Zio Vanja». Infine, Charles Wilson, anch'egli canzonato da Einstein, «è stato preso per strambo perché cercava di creare nuvole in laboratorio»: eppure, non stava coltivando cirri e cumulonembi, ma solo inventando la «camera a nebbia» per rendere visibili le particelle subatomiche. Come diceva uno scrittore: «Ci siamo affidati alla tenebra come se fosse una scienza». Alcuni, però, ci hanno visto giusto.