domenica 7 luglio 2013

Marc Augé: "Eroi ed antieroi del mondo globale


"La Repubblica", 7 luglio 2013

L'eroe non è un saggio. Egli non deduce la sua condotta da qualsiasi sapere pensi di possedere. Egli affronta un rischio. Egli non sa tutto, ma ciononostante... È un uomo, o una donna, d'azione e di decisione.Si potrebbe anche dirlo altrimenti: non ci sono eroi, ma solamente atti eroici. L'eroe non è sempre un eroe. Si potrebbe parafrasare Simone de Beauvoir a proposito della donna: non si nasce eroe, lo si diventa - ma a condizione d'aggiungere: non lo si rimane.
Dunque qui si parlerà d'eroismo e non di eroi. 
Distinguerò tre forme o versioni dell'eroismo:
- L'eroismo scientifico o eroismo della conoscenza;
- L'eroismo politico o eroismo della giustizia;
- L'eroismo pratico o eroismo del quotidiano.
Aggiungerò che queste tre forme convergono e che a volte esse possono anche confondersi in un atto singolare, che a ciascuna di queste tre forme corrispondono delle forme opposte di antieroismo e che tutte e tre diventano più necessarie e al contempo più problematiche nel mondo globale.
Le nostre conoscenze aumentano di giorno in giorno. Ma la ricerca scientifica è per natura aperta sull'ignoto. Essa sposta lentamente e a volte provvisoriamente le frontiere dell'ignoto. Le sue due parole-chiave sono: ipotesi ed esperienza. Essa poggia sulle conoscenze acquisite (a volte provvisoriamente acquisite), ma mai su di una totalità dogmatica da cui essa dedurrà delle conclusioni. Di fronte al mondo dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, la ricerca fondamentale dà prova d'audacia e simultaneamente di modestia.
Da parte dei ricercatori, questa attitudine suppone una fede nel futuro che essi non conosceranno personalmente, suppone cioè una doppia scommessa, sul futuro della scienza e sul futuro della specie umana, ossia sull'esistenza dell'uomo generico. Il ricercatore sa che non scoprirà da solo i segreti dell'universo né quelli della vita, ma scommette che la sua ricerca abbia un senso per lui e per gli altri... Ogni attività di ricerca, come ogni atto di creazione, ha il diritto di una scommessa sull'esistenza di un'umanità solidale.
Questa scommessa non toglie nulla alle inquietudini che oggi si possono nutrire da una parte sulla disuguaglianza crescente rispetto all'accesso alla conoscenza, dall'altra sugli usi criminali che possono essere fatti delle acquisizioni e delle conseguenze della scienza, infine sulla diffusione dei messaggi reazionari e oscurantisti che accompagnano, quale sua ombra malefica, il progresso della scienza. L'antieroismo è contemporaneamente rappresentato dagli approfittatori della società di consumo, da coloro che confondono l'innovazione e la scoperta e vedono nelle conseguenze della scienza soltanto una fonte di profitto e, ancora di più, da tutti gli alienati del proselitismo politico-religioso. L'antieroe per eccellenza è il "martire", colui che crede di guadagnare il paradiso praticando il suicidio omicida. Se l'eroe è colui che trascende i suoi dubbi o le sue incertezze, l'adesione cieca ad un'ideologia è sempre il contrario dell'eroismo. L'antieroismo è e sarà sempre il cortocircuito del pensiero attraverso la superstizione che sovrastima e contemporaneamente sottostima l'importanza dell'esistenza individuale.
Le grandi utopie del XIX secolo hanno portato, nel XX, ad esperienze spesso disastrose, esse stesse generatrici di guerre, violenze e massacri. Oggi ci rendiamo conto che l'utopia liberale (l'idea che la liberazione del mercato renderà le società più aperte e gli individui più liberi) è in grande difficoltà. Militare, o più semplicemente partecipare alla vita politica votando, richiede un'adesione più o meno convinta all'idea che qualcosa sia possibile. Questo qualcosa è dell'ordine del sociale, cioè dell'ordine della relazione, che suppone l'esistenza degli altri e, più precisamente, d'altri che sono in parte costitutivi della mia identità. La solitudine assoluta è impensabile e invivibile. Ma aderire a delle soluzioni a proposito della vita in società può sembrare, considerate le lezioni della storia, ingenuo o derisorio. Al fondo di ogni adesione un po' attiva alla vita politica, concepita come riflessione sulle modalità della vita in società, c'è una scommessa più o meno cosciente sul fatto che i nostri destini siano solidali, per quanto diversi possano apparire.
Certamente, non voglio dire che le personalità politiche sono eroiche, ma sottolineare che interrogarsi sulle modalità auspicabili della vita in società rientra nell'ambito dell'eroismo nella misura in cui è un individuo mortale che si interroga: egli scommette che il suo cammino abbia un senso per gli altri e simultaneamente afferma che questo senso lo riguarda. È una scommessa contro l'assurdo, secondo il senso che Camus dava a questo termine, che corrisponde alla formula di Sartre ("Ogni uomo è tutti gli uomini").
Ma il riferimento all'esistenzialismo, qui, non è casuale. L'ideologia in politica consiste nel fare riferimento ad una totalità dottrinaria, ad un insieme di rappresentazioni con pretesa teorica, da cui si deduce una condotta da tenere: l'ideologia serve così da paravento intellettuale a dei comportamenti che sembrano riguardare il futuro, ma che in realtà sono comandati da degli a priori arbitrari. È l'inverso del metodo scientifico, per il quale l'ipotesi è il metodo costitutivo di un sapere provvisorio sottomesso a verifica ed esperienza; per la scienza, l'esistenza precede sempre l'essenza, il termine "revisionismo" non è un insulto. Questa attitudine dovrebbe ordinare la riflessione sul governo degli uomini e la vita in società. 
Esiste il rischio che, rinunciando alle ideologie, si ceda al puro empirismo e alle tentazioni dell'interesse personale, ma è il riferimento ai principi, ad un'assiologia (senza la quale nulla ha senso), che deve limitarlo ed eliminarlo. L'essere umano ha tre dimensioni: è individuale, culturale e generico. Le relazioni di alterità sono necessarie alla costruzione della sua identità personale, ma esse sono sempre ordinate, in un modo più o meno vincolante, dagli a priori di una cultura data.
Rivendicare la dimensione generica di ogni individuo umano ("Ogni uomo è tutti gli uomini") è oltrepassare gli a priori propri di ciascun insieme culturale, per esempio a proposito dei rapporti d'uguaglianza tra uomo e donna. Questa attitudine non va mai da sé poiché essa va sempre contro i pregiudizi dominanti che traducono più o meno imperativamente le prescrizioni e i divieti propri di ogni cultura.
La rivendicazione della presenza dell'uomo generico in ogni uomo individuale non rientra nel campo dell'ideologia, ma s'iscrive in un'assiologia elementare senza il rispetto della quale niente avrebbe più senso. L'adesione effettiva ai diritti dell'Uomo, indipendentemente dal suo sesso e dalle sue origini, riguarda l'ambito dell'eroismo nella misura in cui essa non è da nessuna parte completamente evidente come pure, in numerosi paesi, essa è giudicata pericolosa o scandalosa e, per questa ragione, repressa.
Così l'eroismo del quotidiano raggiunge l'eroismo della conoscenza e l'eroismo della giustizia. Niente ci obbliga a voler sapere ciò che siamo. Niente ci obbliga a mettere in questione i pregiudizi che ci circondano. Niente obbliga ciascun individuo mortale a sentire che il futuro dell'umanità lo riguarda. Cercare il vero e il giusto è volgersi verso un futuro che ci sfuggirà. È dar prova di un ottimismo della volontà che non sarà confortato da nessuna certezza. È scommettere quotidianamente, in un mondo senza Dio, per il senso della nostra esistenza. Non si tratta di un senso metafisico, ma dell'effettiva consapevolezza d'appartenere alla stessa specie degli altri esseri umani. Rovesciare la formula di Rimbaud e ammettere che se l'Io è un altro, l'altro, ogni altro, inversamente, è un Io.
Questa attitudine al futuro dovrà affermarsi di fronte ad una consapevolezza accresciuta dall'infinito dell'universo e dal nostro bisogno di esplorarlo. L'Homo sapiens è giovane (200.000 anni), ma quale sarà lo stato delle nostre conoscenze su noi stessi e sull'universo tra 200 anni? Non lo sappiamo, ma abbiamo il presentimento che vi sia un senso nel parlare di "nostre" conoscenze e di "nostro" futuro. In questo senso, siamo tutti condannati all'eroismo o, più esattamente, possiamo scegliere soltanto tra eroismo e inesistenza.
(traduzione di Barbara Scapolo)

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